Golem
Golem: la leggenda del Golem prende spunto dal Salmo 139: 
Ti lodo, Signore, mi hai fatto come un prodigio. Lo riconosco: prodigiose sono le tue opere./ Il mio corpo per te non aveva segreti quando tu mi formavi di nascosto e mi ricamavi nel seno della terra./ Non ero ancora nato e già mi vedevi. Nel tuo libro erano scritti i miei giorni, fissati ancor prima di esistere” (139:14-16)
La leggenda si alimenta di racconti talmudici del III e IV secolo, ma si sviluppa soprattutto nel Medioevo in ambienti chassidici e cabalistici. Il Golem dei cabalisti, tuttavia, non è creazione reale, bensì visione estatica provocata dalla sapiente permutazione delle 22 lettere dell’alfabeto ebraico. Le 22 lettere dell’alfabeto, infatti, in connessione a Galgal o ruota celeste (che nel Talmud designa la ruota dello zodiaco) formano le 231 Porte della conoscenza.
L’immagine del colosso d’argilla creato dai ‘poteri’ dell’uomo trovò spazio nella fantasia popolare ed ebbe vasto eco soprattutto nella letteratura ebraica e tedesca del XIX secolo. Il romanzo di Gustav Meyrink è del 1915 ed ebbe molta fortuna, conoscendo anche più di una versione cinematografica. Si tratta in realtà di una trama assai complessa e che si svolge quasi interamente nel ghetto di Praga. 
Se al lettore di oggi riuscirà di varcare il muro del sonno e dei sogni, potrà credere anche lui, come il protagonista del romanzo, di rivivere le vicende di Athanasius Pernath, intagliatore di pietre preziose, e di venire a sapere che ‘la Cabala ha due aspetti, uno magico e uno astratto’ e che non bisogna confonderli, perché se l’aspetto magico contiene l’altro, non è vero il contrario (G. Meyrink, Il Golem e altri racconti, trad.it., Roma 1994, p.154) di apprendere da Shemajah Hillel o genio del bene che ‘gli uomini non percorrono alcun sentiero; né quello della vita né quello della morte’ e che ‘essi sono spinti qua e là dal vento come la pula’ (Ibid., p.89)
Gli potrà capitare, innocente, di essere sbattuto in carcere, d’innamorarsi di Miriam, figlia di Shemajah Hillel, di sentir parlare del libro Ibbur (‘Il libro Ibbur apparve dinnanzi a me, con due lettere fiammeggianti: una simboleggiava la Donna archetipo, le cui vene pulsavano a guisa di terremoto, l’altra –a una distanza infinita- l’Ermafrodito assiso sul trono di madreperla, con la corona di legno rosso sul capo.’ (Ibid., p.93), e magari di essere scambiato per un Golem o di imbattersi lui stesso nel vero Golem (‘È difficile raccontare qualcosa del Golem (…) Ogni trentatré anni circa succede qualcosa per le nostre strade, qualcosa che non è molto allarmante di per sé, ma che provoca un terrore tanto profondo che non si riesce a darne una spiegazione né una ragione. Ogni volta appare qualcuno –un uomo diverso dagli altri, sbarbato, dalla pelle gialla e i tratti mongolici, vestito con abiti lisi e fuori moda; viene dalla parte della Altschulegasse, attraversa il ghetto camminando in modo strano, come se avesse paura di cadere e, improvvisamente… scompare’; Ibid., p.68).