1 È migliore l’edizione francese del 1757 per le utilissime note
aggiunte da Baron, Dottore in Medicina dell’Accademia Reale.
2 Questa e le altre citazioni delle opere di Guglielmo sono tratte da
T Gregory, Anima Mundi, Sansoni, Firenze 1955. La traduzione, come le altre che
seguono, sono dell’autore dell’articolo.
3 Guglielmo di Conches non fu l’unico ad identificare l’Anima del
Mondo con lo Spirito Santo. Il più illustre sostenitore di questa dottrina
sembrerebbe sia stato Abelardo. Contro questa tesi si ersero Guglielmo di
Saint-Thierry e Bernardo di Clairvaux. Abelardo fu infine condannato nel
concilio di Sens per 19 proposizioni giudicate eretiche: la terza era: Quod
Spiritus Sanctus sit Anima
Mundi.
4 Jean D’Espagnet: «…Enchiridion scilicet Physicae restitutae, in quo
Verus Naturae concentus exponitur plurimique antiquae Philosophiae errores per
canones
& certas
demonstrationes dilucidé aperiuntur….” In J. Jacobi Mangeti, Bibliotheca Chemica
curiosa seu Rerum ad Alchemiam pertinentium Thesaurus…..Genevae MDCCII, libri
III, sect. III, subsect IIII. Il nome dell’autore è celato nell’anagramma «Spes mea est in agno».
5 Clovis Hesteau de Nuysement, Les vision hermetiques et autres poèmes
alchimiques suivis des Traictez du vrai sel secret des Philosophes et de
l’Esprit General du monde. Texte annoté et presenté par Silvain Matton, Paris
1974.
6 Novum Lumen Chemicum ex Naturae Fonte et manuali Experientia
depromptum Cui Accessit Tractatus De Sulphure, Auctoris anagramma Divi Leschi
Genus Amo.
In Musaeum
Hermeticum Reformatum et Amplificatum. Francofurti, apud Hermannum à Sande
MDCLXXVII, p. 545. Il motto nasconde il nome Michael Sendivogius, ma il testo
del Novum Lumen è senza dubbio da attribuirsi al maestro di questi. L’Adepto
Cosmopolita, identificato con lo scozzese Alexander Sethon. In effetti, come
nota E. Canseliet, l’anagramma si riferisce al secondo trattato.
7 Nuysement, Op.cit.. Poeme Philosophique de la verite de la Phisique
Mineralle, vv. 237-38
8 Margarete Riemschneider, Miti pagani e miti cristiani, Rusconi edit.
Milano 1973
9 Revelations Cabalitiques d’une Medecine Universelle tirée du Vin.
Avec une manière d’extraire le sel de rosée. Et une dissertation sur les Lampes
sepulchrales. Par le Sieur Gosset, Medecin. A Amiens . Aux dépens de l’Auteur.
Avec Privilege du Roi MDCCXXV
10 L’Alchimie et son Livre Muet (Mutus Liber). Reimpression integrale
de l’edition originale de la Rochelle 1677. Introduction et commentaires par
Eugéne Canseliet F.C.H. disciple de Fulcanelli. Editions Suger 1986.
11 Limojon de Saint-Didier, Le Triomphe Hermetique, Introduction et
notes d’Eugene Canseliet. Denoel, Paris 1971 pag. 164.
12 Turba Philosophorum ex antiquo manuscripto codice excerpta, qualis
nulla hactenus visa est editio in Theatrum Chemicum, Volumen Quintum,
Argentorati M.DC L.X.
13 Vedi per esempio l’Epistola LV et ultima dell’Apographum hactenus
ineditarum M. Sendivogii, seu I.I.D.I. Cosmopolitae vulgo dicti in B. B. C. lib.
III, sect. II, subesct. XI, da dove estraiamo questo passo molto chiaro:
Secundum homonimiam noster spiritus universalis antequam in magnesia nostra quam
subjectum ipsius vocamus, receptus sito vocatur Mercurius Philosophorum…
“Per
omonimia il nostro spirito universale, prima di essere stato raccolto nella
nostra magnesia, che chiamiamo suo soggetto, si chiama Mercurio dei Filosofi….”.
14 Prosperitas Germaniae, pars prima in quâm de vini, frumenti et
lignii concentratione, eorundemque utiliore quam hactenus usu agitur….Germanice
in lucem edita a Johanne Rudolpho Galubero et a philochimico quodam latinitate
donata. Amstelodami apud Johannem Janssonium.
M.DC..LVI cum privilegio.
15 Oeuvres Posthumes de M. de Grimaldy, premier medecin du Roy de
Sardaigne, & chef de l’Université de Medecine de Chambery….a Paris chez Durand,
rue Sant Jaques au Grifon M.DC.XLV Avec approbation & privilege du Roi
16 Limojon. Op cit. pag. 166.
17 Introitus apertus ad Occlusum Regio Palatium, Authore Anonimo
Philaleta Phiosopho.
Cap. XI
“De inventione perfecti Magisterii” in B. C. C. lib III, Sect. III, subsect IV.
18 Orthelius Commentator in Novum Lumen Chymicum Michaelis Sendivogi
Poloni, XII figuris in Germania repertis illustratum. Et anno 1624 in gratiam
geminorum Hermetis Filiorum publicis iuris factum. Num verò ex Germanica lingua
in Latinam
translatum in B.B. C. Lib. III Sect.
II,
Subsect. XI . Lo strumento di cui si parla è rappresentato nella figura sesta e
il suo uso nella figura quinta.
19 Grimaldy, op. cit. pag. 218
20 Per un approfondimento di quanto segue vedi: B. J. Teeter Dobbs,
Les fondaments del l’Alchimie de Newton. Guy Tredaniel Edition de la Maisnie, Paris
1981, da cui abbiamo tratto la nota al brano del Cosmopolita.
21 John Mynard Keynes,
Newton the man in “The Royal Society Newton Tercentenary Celebrations”,
1946 Cambridge University Press.
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Uno
dei primi manuali di chimica in senso moderno, apparso verso la fine del XVII
secolo, inizia con una affermazione che incuriosisce e fa riflettere. Essa
testimonia di un clima intellettuale di cui non si può non tener conto, se si
vuole comprendere lo spirito che animava lo studioso del passato, fosse o no
un filosofo ermetico. È il “Corso di Chimica del Signor Nicolò Lemery
ch’insegna il modo di far l’Operationi che sono usuali nella Medicina con
Metodo facilissimo et Ragionamenti sopra ciascuna Operatione”.
Lo leggiamo
nella traduzione dall’originale francese di Nathan Lacy di Londra, Medico
Fisico, pubblicata in Bologna, per Giulio Borzaghi, 1700 con Licenza de’
Superiori
1. A pagina 2, il capitolo “De Principij della Chimica” insegna: “Il
primo principio che si può ammettere per la compositione de Misti è uno
spirito universale che essendo sparso da per tutto, produce diverse cose
secondo le diverse Matrici overo Pori della Terra ne quali si trova rinchiuso:
Ma essendo questo principio alquanto metafisico, e non soggiacendo à sensi, è
bene di stabilirne de sensibili, e per questa ragione addurrò quelli che
comunemente sono in uso”.
Il concetto è antico. Viene chiaramente e
diffusamente studiato per la prima volta in Occidente nel Timeo da Platone, e
si trasmette per una linea ininterrotta lungo tutti i secoli che separano il
filosofo greco dallo spagirista francese.
Sarà
forse il caso di ricordare qui che per uno di quei fatti che sembrano prova di
una qualche partecipazione provvidenziale, il dialogo platonico fu l’unico a
conservarsi nella latinità medioevale, seppure nella traduzione di Calcidio,
cosicché la sua dottrina non fu mai persa. Così poco lo fu, anzi, che in quel
XII secolo che vide la rinascita in Europa, o il ritorno se si preferisce,
dell’antica alchimia, la nozione di Anima del Mondo o di Spirito Universale,
era normale sostegno di ragionamento non solo del filosofo, ma anche, e
specialmente del teologo. A Chartres dove, a fianco della Cattedrale di
pietra, si continuava a studiare l’Ermetismo, ancora nell’unico testo
sopravvissuto, per caso proprio il più completo e il più utile, il “Sermo Perfectus” come fu chiamato quello che ora è noto come l’Asclepio di Ermete Trismegisto, Guglielmo di Conches nelle sue glosse “In Timeum” scriveva:
Anima mundi est naturalis vigor rerum quo quedam res habent tantum moveri,
quedam crescere, quedam sentire, quedam discernere.
2
L’Anima del Mondo è un’energia naturale delle cose per cui alcune
hanno soltanto la capacità di muoversi, altre di crescere, altre di percepire
attraverso i sensi, altre di giudicare.
Il nostro teologo, chierico e
professore, in realtà rischiò di andare davvero oltre i limiti consentiti
quando, commentando Boezio, osò precisare la teoria ermetica in tutta la sua
crudezza.
Sed quit sit ille vigor queritur. Sed, ut mihi videtur, ille vigor naturalis
est Spiritus Sanctus, id est divina et benigna concordia que est id a quo
omnia habent esse, moveri, crescere, sentire, vivere, discernere.
Ma ci
si chiede cosa sia quell’energia. Ma, come mi sembra, quell’energia naturale è
lo Spirito Santo, cioè una divina e benigna armonia che è ciò da cui tutte le
cose hanno l’essere, il muoversi, il crescere, il sentire, il vivere, il
giudicare.
3
Completandola infine con quest’affermazione, d’estremo valore per l’esatta
comprensione degli scopi dell’Opera alchemica:
Quedam
enim corpora vegetat et facit crescere ut herbas et arbores: quedam facit
sentire, ut bruta animalia; quedam facit discernere, ut homines, una et eadem
manes anima; sed non in omnibus exercet eandem potentiam, et hoc tarditate et
natura corporum faciente.
Infatti alcuni corpi li vivifica e fa crescere,
come le erbe e gli alberi: alcuni li fa percepire attraverso i sensi, come gli
animali bruti; alcuni li fa emettere giudizi, come gli uomini, una e la stessa
permanendo l’anima; ma non si sviluppa il medesimo potere in tutti, ciò a
causa dell’inerzia e della natura dei corpi.
Proprio questo hanno sempre sostenuto i filosofi ermetici. Essi dicono che
alla base di tutta la Creazione sta uno Spirito, creatore e rettore del mondo
“che è diffuso nelle opere della natura come per una continua infusione, e che
muove ogni universale e ogni particolare secondo il suo genere, per mezzo di
un atto segreto e perenne”. La frase è di D’Espagnet, 4
ma potrebbe essere stata scritta da qualunque altro alchimista.
Così il Nuysement, che si è più diffuso su questo punto della dottrina, scrive che è
“lo spirito universale che dà vita e movimento a tutte le membra di questo
grande corpo (cioè il Mondo) . Spirito generale nel quale stanno occultamente
racchiuse le vive semenze dei tre generi: dal quale sono prodotte tutte le
cose del mondo: per mezzo del quale esse crescono, persistono e si
moltiplicano, e in cui esse si debbono tutte ridurre, quando avranno raggiunto
il limite che ha loro fissato la Natura”.
5
Concludiamo le nostre citazioni con il Cosmopolita, che nell’Epilogus seu
Conclusio del suo Novum Lumen Chemicum ex Naturae Fonte et manuali Experientia
depromptum “Nuova Luce Chimica estratta dalla fonte della Natura e dalla
esperienza manuale”, riassume tutto l’arcano con questa breve frase che è già
anche un suggerimento operativo:
… este enum in
aere occultus vitae cibus, quem nos rorem de nocte, de die aquam vocamus
rarefactam, cujus spiritis invisibilis congelatus melior est quam terra
universa.
…Infatti nell’acqua sta l’occulto cibo della vita, che noi
chiamiamo di notte rugiada, di giorno acqua rarefatta, il cui spirito
invisibile congelato è migliore della terra intera….
6
Come
si vede, non si fa gran mistero dell’assunto teorico fondamentale di tutta la
filosofia ermetica, e non v’è bisogno di scomodare astruse concezioni
psicoanalitiche o complicati esoterismi tibetani, per chiarire una volta per
tutte lo scopo e il metodo dell’antica alchimia. Per parafrasare il grande
adepto scozzese, ripeteremo anche noi che tutta l’opera è riassumibile in
poche parole: se esiste uno Spirito Universale, base intelligente e fondamento
vitale di tutta la manifestazione universale, posto che esso non solo anima
tutti i corpi, ma che questi preesistono tanto più incorrotti nel loro stato
quanto più ne sono colmi,
allora, per dirla col Nuysement:
Un grain de cet esprit, de celeste origine,
pris seul, fais plus d’effects qu’n pot de medecine
Un grano
di
questo spirito d’origine celeste, preso da solo, ha più efficacia di un vaso
di medicina.
7
La
corporificazione di questo Spirito è da sempre lo scopo ultimo delle
fatiche
alchemiche. Il risultato, convenientemente preparato, ha tradizionalmente il
nome di Pietra Filosofale. L’insieme delle operazioni necessarie per
giungervi, si chiama Grande Opera.
Ci
domandiamo se non ci siamo resi responsabili di una divulgazione colpevole.
Veramente non lo crediamo. Ciò che abbiamo appena enunciato con tanta
chiarezza era così noto ed evidente ancora pochi secoli fa, come pensiamo di
avere dimostrato, che soltanto la pigrizia o la distrazione dei nostri
contemporanei può averlo cancellato così totalmente dalla nostra cultura, da
farlo apparire come un oscuro segreto esoterico. Piuttosto ci scusiamo per
l’estrema semplificazione cui ci siamo adattatati per economia di discorso. In
effetti avremmo dovuto distinguere più precisamente tra Anima del Mondo e
Spirito Universale, questo essendo in un certo senso il sostegno di quella.
D’altronde per chi vorrà approfondire i testi sono numerosi, ed alcuni li
abbiamo indicati qui.
Quello
che ci premeva era spiegare, come si è detto, lo scopo della ricerca
alchemica. Scopo che evidentemente non può essere raggiunto se non attirando
in qualche modo lo Spirito all’interno di un contenitore capace di
raccoglierlo e non lasciarselo sfuggire. Un vaso, cioè, che sia chiuso
ermeticamente.
Dobbiamo veramente ricordare, a questo punto, e dopo quello che abbiamo detto,
che questa ricerca, questa “Quête” del Santo Graal, ha ispirato le più belle
leggende della poesia medioevale? E che di questo Vaso si parla nelle più
antiche mitologie, tant’è che lo ritroviamo, contenitore e prigione del Dio
del vento e delle tempeste sin presso gli Ittiti?
8 Comunque sia, la ricerca di questa materia è il primo problema e il
primo vero segreto, che si pone all’alchimista operativo. Leggiamo cosa ci
dice in proposito il sieur Gosset, Medico, nelle sue Revelations Cabalistiques:
…L’esprit universel est de sa nature très subtil & invisible, & jamais il ne
peut paroitre à nos yeux, qu’il ne s’envelope de quelche matiere visible plus
grossiere, & de cette matiere plus prochaine, capable de lui servir d’ecorce,
sont les corps subtils, aqueux, salineux, sulphureux.
Lo
spirito universale è per sua natura sottilissimo e invisibile, e non può mai
apparire ai nostri occhi, se non che si ricopra di una qualche materia
visibile più grossolana, e questa materia più prossima, capace di servirgli da
scorza, sono i corpi sottili, acquosi, salini, sulfurei… 9.
A cosa si riferisce dunque l’esercizio allegorico cui si dedica la coppia
filosofale nella 4ª tavola del Libro Muto –
Mutus Liber
10 - così parlante nella sua splendida semplicità? I nostri due artisti
stanno proprio raccogliendo pazientemente nell’epoca propizia, quello spirito
che discende con un fascio irresistibile da una zona centrale del cielo,
posta tra il sole e la luna, perché infatti: “…Ejus pater est Sol, mater Luna”
“suo padre è il Sole, sua madre la Luna”, come insegna la
Tavola di Smeraldo.
Limojon de Saint-Didier, con più precisione dal punto di vista sperimentale,
lo chiama “oro astrale”, distinguendolo dagli altri due che esistono in
natura, e che sono quello elementare e quello metallico: “Il primo è un oro
astrale il cui centro è nel Sole, che per mezzo dei suoi raggi lo comunica
insieme alla sua luce a tutti gli astri che gli sono inferiori. È una sostanza
ignea e una continua emanazione di corpuscoli solari, che, grazie al movimento
del sole e degli astri, essendo in un perpetuo flusso e riflusso, riempiono
tutto l’universo; tutto ne è penetrato nella distesa dei cieli sulla terra e
nelle sue viscere, noi respiriamo continuamente questo oro astrale, queste
particelle solari penetrano nei nostri corpi e ne esalano senza posa”.
11
Ancora
un a volta nulla di nuovo: già gli Stoici avevano collegato l’anima del mondo
con il sole, e in occidente Scoto Eriugena ne aveva accennato chiamandola
solis filiam –figlia del sole. Vale però la pena di ricordare che
Guglielmo di Conches critica questa teoria, ponendone il centro in medietate:
“non in sole, ut quidam dicunt, quia idem Plato dicit solem non esse medium,
sed post lunam positum” – nel mezzo: non nel sole, come alcuni dicono, perché
lo stesso Platone dice che il sole non è mediano, ma posto dopo la luna – e in
realtà concordiamo con lui, così come la stessa tavola del Libro Muto ci
dimostra, ma riconosciamo anche che non v’è contraddizione con l’insegnamento
di Limojon.
Per
tornare al tema che stavamo trattando, vediamo dunque che il primo problema
operativo che l’alchimista deve affrontare non può che essere quello di
trovare o costruire un corpo attrattivo, un magnete che sia in grado di
attirare e corporificare lo Spirito. Per un gioco verbale molto trasparente
questo corpo fu chiamato Magnesia nella tradizione occidentale, in greco
magnhsia, termine tecnico che si ritrova solo nei testi di alchimia, e che non
va evidentemente confuso col carbonato di magnesia, cui fu attribuito solo nel
XIX secolo. Diventa allora molto chiaro, anche se di difficile attuazione, il
suggerimento dell’Undicesimo Discorso, Sermo Undecimus, della Turba dei
Filosofi, Turba Philosophorum:
…argentum vivum acipite, & in corpore magnesiae
coagulate
prendete l’argento vivo, e coagulatelo nel corpo della magnesia.
12
Dove
si vede che lo Spirito Universale è chiamato Argento Vivo, o Mercurio, con un
simbolismo che si riferisce tra l’altro al ruolo sostenuto da questo dio nella
mitologia antica.
13
Nel
XVII e XVIII secolo il dibattito su quello che avrebbe potuto essere il
“magnete” migliore, occupò a lungo gli studiosi. Non vi è personaggio del
mondo intellettuale dell’epoca che non sia intervenuto nella discussione. Dato
che un assunto che allora sembrava ovvio, era che “il simile è attratto dal
simile”, il corpo che ricevette il maggior numero di consensi fu senza dubbio
il salnitro, non appena i chimici scoprirono la sua estrema diffusione in
natura. Uno dei più accesi sostenitori di questa tesi fu il Glauber. Nel terzo
capitolo della prima parte della Prosperitas Germaniae…, afferma:
Superest ut confirmemus, quod nitrum non modo in Vegetabilium, et Animalium subjectis
copiosissime lateat, sed
etiam ex lapidibus, scopulis rupibus, montiumque cavernis, ac in plurimis
aliis
locis
ex plano campo effodiatur et paretur….
Ci resta da confermare che il nitro
non solo si cela abbondantissimo nei soggetti dei Vegetali e degli Animali, ma
si ricava e appare anche dalle pietre, rocce, rupi, caverne dei monti e in
molti altri luoghi della pianura.
14
Il
Glauber ne traeva una conclusione che ci sembra un po’ troppo spagirica, ma
che era senza dubbio influenzata dalla constatazione che il salnitro si forma
spontaneamente nei luoghi umidi e oscuri come s e fosse unna coagulazione
spontanea dell’aria. Vale comunque la pena di leggerla…
Siquidem hactenus intelleximus ab omnibus rebus, herbis nimirum, lignis,
quadrupedibus et reptilibus animalibus, avibus in aere et piscibus in aquis,
imo
ab
ipsis elementis terra, acqua, aere et igne, nitrum sive Salempetrae
suppleditari, consequens est ut sit Spiritus ille Universalis
tam decantatus,ine
quo nihil nec vivere nec esse potest.
Se dunque sin qui abbiamo compreso che
il nitro o Salnitro abbonda in tutte le cose, nelle erbe certo, negli alberi,
negli animali, nell’aria e nei pesci nelle acque, anzi negli stessi elementi
terra, acqua, aria e fuoco, ne consegue che sia quello spirito Universale
tanto decantato senza il quale nulla può vivere o essere.
Più
corrette filosoficamente, seppure ancora ferme ad un punto di vista
strettamente spagirico, le considerazioni del Grimaldy che nota: “Il sal Nitro
è un magnete che attira senza posa un sale simile dall’aria, che lo rende
fecondo e vivificante… Questa unione del superiore e dell’inferiore non è una
fantasia… Ammettendo che tutto ciò che i filosofi dicono di sublime nei
riguardi del Nitro sia vero, bisogna nel contempo ammettere che essi intendono
parlare di un Nitro Aereo, che è attirato come sale più bianco della neve per
la forza dei raggi del sole e della luna da un magnete che attira lo spirito
invisibile; quella è la magnesia dei filosofi. E l’agente con cui si
compongono il loro dissolvente, o mercurio filosofico, che apre il misto sino
nel suo centro”.
15
Un
confronto don un passo di un autentico adepto dimostra quanto fosse vicino il
Grimaldy alla dottrina corretta: “…Ma quando (l’oro dei saggi) perfettamente
calcinato ed esaltato sino alla purezza ed alla bianchezza della neve ha
acquisito grazie al magistero una simpatia naturale con l’oro astrale, di cui
è diventato visibilmente il vero magnete, egli attira e concentra i se stesso
una così grande quantità di oro astrale e di particelle solari, che riceve
dall’emanazione continua che se ne fa dal centro del Sole e della Luna, che si
trova nella disposizione prossima ad essere l’oro vivente dei Filosofi…”.
16
Si
sperimentò comunque con vari altri sali, alcuni dei quali sono poi finiti
nella farmacopea normale e vi si trovano ancora. Non dobbiamo qui dimenticare
il grande rivale del salnitro, il Tartaro di vino, anzi il cosiddetto sale
fisso che se ne estraeva per calcinazione e lisciviazione (da non confondere
con il cremore di tartaro). Questo sale aveva dalla sua due argomenti
interessanti. In primo luogo esso derivava dal vino, e dunque da una bevanda
considerata una forma di quintessenza solare naturale. In secondo luogo esso
aveva la proprietà di dissolversi naturalmente in olio, detto “olio di tartaro
per deliquio”, se lasciato in vaso aperto in luoghi umidi. Il che pareva
dimostrare una potenza di attrazione dall’aria (ricordiamo, per una
annotazione un po’ frivola, che quest’olio era usato per lo più a formare
cosmetici che rendessero bella la pelle delle dame).
Di
tutti questi tentativi racconta Filalete in un capitolo che nei suoi commenti
suggerisce l’unica via che conduca correttamente al vero magnete, e in cui tra
l’altro dice che alla fine i Filosofi:
...salia cuncta repudiarunt, UNO SALE
excepto, qui est Salium Ens primum, qui quodvis metallum dissolvit, eademque
opera mercurium coagulat; at hoc non nisi via violenta”
“…ripudiarono tutti i
sali, eccettuato UN SOLO SALE che è il primo Ente di tutti i sali, che
dissolve qualsiasi metallo, e nelle medesima operazione coagula il Mercurio;
ma ciò non se non per una via violenta”.
17
Più originale, l’Orthelius, nel suo commento al testo del
Cosmopolita, ci insegna un metodo nuovo. È nel quinto capitolo, intitolato
“Dell’attrazione dell’acqua aerea…”. Si tratta di un curioso strumento di cui
si dà il disegno, che posto ad una finestra, di notte, attira lo spirito e lo
coagula grazie ad una notevole differenza di temperatura creata tra la cima e
il fondo, e lo fa defluire in un vaso sottostante, dove giunge sotto forma di
acqua freddissima.
18
Il
misterioso alchimista però non dà evidentemente tutti i particolari dello
strumento, peraltro interessante. I curiosi potranno trovare delle aggiunte
utili nel testo postumo del Grimaldy, che descrive qualcosa di analogo in un
capitolo intitolato “Preparazione della terra vitriolica o del magnete
astrale”, dove l’autore afferma tra l’altro che “…dopo un certo tempo si
avranno più di due pinte di spirito universale…”.
19
Non
possiamo terminare questo studio, senza ricordare l’uomo che per primo portò
nella scienza profana il concetto, sino a quel momento solo ermetico,
dell’azione a distanza. Stiamo evidente mente parlando di Isaac Newton, di cui
probabilmente non è noto che si dedicò per la maggior parte della vita allo
studio ed alla pratica alchemica. Anzi, la mole degli scritti e diari di
laboratorio alchemici del grande scienziato non lasciano dubbi sul fatto che
fu proprio l’alchimia ad occupare la parte più importante del suo tempo e
delle sue energie.
20
Questi
manoscritti sono stati salvati da John Mainard Keynes. Anche il grande
economista aveva degli interessi meno noti. Essi attendono ancora uno studio
completo che ci faccia pienamente comprendere ciò che si nasconde dietro
alcune grandi intuizioni newtoniane. A questo proposito ricordiamo qui
un’affermazione del Keynes che ci trova affatto concordi: “Newton non era il
primo del secolo della Ragione, era l’ultimo del secolo dei Maghi, l’ultimo
dei Babilonesi e dei Sumeri, l’ultimo grande spirito che penetrava il mondo
del visibile e dello spirito con gli stessi occhi di coloro che incominciarono
a edificare il nostro patrimonio intellettuale un po’ meno di 10.000 anni fa”.
21
La
ricerca alchemica di Newton, per quello che Abbiamo potuto veder delle sue
note, lo condusse su di una strada diversa da quelle che abbiamo descritto sin
qui. Egli aveva visto nel regolo di antimonio marziale, come si chiamava
allora il metallo ottenuto dalla reazione tra il ferro e il solfuro di
antimonio naturale, o stibina, qualcosa che lo aveva profondamente
impressionato. In effetti il regolo, se ottenuto correttamente, nel
solidificarsi crea in superficie una figura stellata formata da unna serie di
linee convergenti verso un punto centrale.
Egli ne dedusse che si trattava di
un fenomeno attrattivo naturale. Abbiamo in proposito un passo del testo del
Cosmopolita con una nota manoscritta di Newton, che vale la pena di leggere
per intero. Precede la citazione, tratta dal nono capitolo del Novum Lumen:
Est & aliud chalybs, aui assimilatu huic, per se à natura creatus, qui scit
ex radiis solis (mirabili vi & virtute) elicere illud quod tot homines
quaesiverunt, & operis nostri principium est.
Cui segue la nota di Newton:
Iste aliud (& proprie dictus) Chalibis est antimonium nam per se creatura (sine
arte) creatur & est operis principium; nec plura sunt quam duo principia,
Plumbum et Antimonium
Li
traduciamo nell’ordine:
Vi è anche un altro acciaio che si assimila a questo, creato per sé dalla
natura, che sa estrarre dai raggi del Sole, con mirabile forza e virtù) ciò
che tanti uomini cercarono, e che è il principio della nostra opera.
Quest’altro acciaio (così giustamente chiamato) è l’antimonio; infatti è
creato naturalmente da se stesso (senza artificio) ed è l’inizio dell’opera; e
non vi sono più che due principi, il Piombo e l’Antimonio.
Che il
teorico dell’attrazione universale “a distanza” abbia tratto proprio dai suoi
studi ed esperimenti alchemici tanto da rivoluzionare la scienza profana, è un
dubbio che a questo punto spero appaia ragionevole. Sembrerebbe che sia
bastato un leggero vento di saggezza spirante dagli antichi templi di Heliopolis, perché l’uomo si inorgoglisse potente sulla natura. La conclusione
è certamente tale da indurci ancora e sempre alla massima prudenza. Fu nel
giorno che gli ortodossi dedicano alla Metamorfosi, nel 1945, che l’uomo s’è
illuso di avere compiuto davanti al mondo la Grande Opera, recitando,
blasfemo, versetti sacri della più antica tradizione. Ma questo risultato era
stato ottenuto
PER ARTEM DIABOLICAM
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