Introduzione alla nuova edizione italiana pubblicata
da Mediterranee nel 2005
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Narrava Canseliet che dopo aver ordinato e copiato in elegante corsivo
inglese le pagine consegnate dal Maestro, prima di proporle a Jean Schemit
per la pubblicazione, andò da Fulcanelli per una revisione e un'approvazione
definitiva. Ma questi, l'allievo lo raccontava tanti anni dopo ancora con un
certo sconcerto, si dimostrò piuttosto indifferente al lavoro compiuto e al
testo nella sua versione definitiva. Volle solo l'assicurazione che la prima
edizione non fosse gravata di diritti, mentre per le successive li lasciò in
dono al discepolo. Questa edizione uscì in poche copie, non fu certo un
grande successo e passò molto tempo prima che fosse esaurita. Avrebbero
dovuto trascorrere molti anni prima che il nome di Fulcanelli e i titoli
delle sue opere diventassero noti anche fuori dalla ristretta cerchia degli
innamorati della dottrina alchemica.
Il mistero continua ad aleggiare sulla personalità profana dell'autore,
che impose questo segreto a chiunque ne fosse a conoscenza. Bisogna
ammettere che la sua volontà fu soddisfatta in totale obbedienza, tant'è che
ancora oggi, nonostante le cosiddette rivelazioni di tanti scopritori, non è
mai stata realmente violata.
Potremmo qui riassumere qualche dato biografico, che Éugène Canseliet
lasciò scivolare qua e là negli anni, talvolta in maniera contraddittoria,
quasi a confondere ancora meglio le idee dei curiosi.
Fulcanelli sarebbe nato nel 1839, da famiglia aristocratica di buona e
antica nobiltà. Studiò al Politecnico di Parigi, e nel 1871 lo troviamo
giovane ufficiale agli ordini di Viollet-le-Duc, impegnato nella difesa
della città. Inizia poi una normale attività lavorativa che lo porta anche
fuori dalla Francia, certamente in Italia e in Egitto. Nel secondo decennio
del XX secolo, ormai ritirato dalla vita attiva e dedito solo alle sue
ricerche alchemiche, è a Marsiglia dove incontra Canseliet. Tornato a
Parigi, intorno gli anni Trenta scompare definitivamente.
Il discepolo raccontava che si trattava di un gentiluomo ben inserito
nella società aristocratica e culturale, che ebbe tra l’altro contatti con i
Curie, in particolare Pierre – Canseliet non ne stimava molto la moglie.
Amico di Anatole France, sembra che questi ne abbia tratto ispirazione per
il personaggio del nobile alchimista rappresentato ne “La rosticceria della
regina Pédauque”.
La contraddizione più evidente, o l'enigma più singolare se si
preferisce, riguarda la sparizione dell'Adepto. Nella prima prefazione al
Mistero delle Cattedrali scritta nel 1925, Canseliet ne parla come di
qualcuno scomparso da tempo. Ma negli anni ’30 era ancora in contatto,
almeno epistolare, con lui, se dobbiamo dar credito a un biglietto di
risposta alla richiesta di aiuto per la malattia di Champagne. Scritto in
una elegante calligrafia quasi settecentesca, era misteriosamente laconico
e, a modo suo, terribile. Diceva, tra l’altro: “Se Dio lo perdonerà,
guarirà.”
In effetti questa ambiguità si somma a un altro fatto, mi riferisco alla
trasmutazione che l’Adepto avrebbe compiuto di fronte a tre testimoni nel
1921 (o 22), che proverebbe il suo successo conclusivo nella realizzazione
della Grande Opera, e la dichiarazione dell’allievo che gli attribuisce
l’ottenimento del Donum Dei negli anni ’30.
Non cercherò qui di risolvere queste aporie, né voglio proseguire su un
tema di tanta delicatezza. Se Fulcanelli, per motivi suoi, ovviamente
legittimi, non ha voluto che si dibattesse della sua personalità profana,
non sarò certo io a contraddirlo.
Possiamo però, anzi dobbiamo a mio parere, distinguere due aspetti
dell’autore, e quindi della sua opera. Da un lato abbiamo il grande
alchimista, l’Adepto, come per l’appunto si definisce chi ha ottenuto
la soluzione del mistero. Dall’altra ci si presenta l’uomo, inserito nella
sua epoca, in una data società, con una certa concezione del mondo.
Teniamole separate, perché l’una non infici l’altra. Quando Fulcanelli parla
di alchimia ci inchiniamo di fronte al Maestro, quando divaga di presunte
tradizioni, o di apocalittica, incontriamo l’uomo, e ci permettiamo di
discutere e di commentare.
*
Fulcanelli era un uomo del suo tempo, e piuttosto che cercare di
ricostruire improbabili dati biografici, conviene esaminare l'ambiente da
cui proveniva e che lo caratterizzò culturalmente, tenendo conto di alcune
singolarità della società francese della seconda metà dell'800, che non
appaiono evidenti se non si riflette su certe conseguenze della grande
Rivoluzione.
Riportiamoci al 1789. Due classi sociali, i cosiddetti Primo e Secondo
Ordine, clero e aristocrazia, detengono in modo quasi esclusivo il potere e
la ricchezza del paese. Questo avviene in modo così totale, che a volte
sfugge alla comprensione dello studioso. Alcune cifre daranno meglio di
qualunque descrizione un'idea dell'eccezionalità del fenomeno.
Prendo ad esempio la città di Tolosa perché, come si vedrà, è un centro
interessante anche per altri motivi più prossimi al nostro tema. La città ha
circa 50.000 abitanti, e trae la maggior parte della sua ricchezza più dalle
funzioni amministrative, commerciali e fondiarie che non da attività
industriali. I nobili sono 204, e controllano il 53% delle ricchezze
mobiliari, l’85% delle rendite immobiliari, il 92% delle rendite
finanziarie, e la totalità delle alte cariche del clero e dello stato. Più
della metà della popolazione sfiora la miseria, in mezzo si pone una
borghesia composta di bottegai, artigiani, piccoli funzionari, con un
livello di reddito che spesso supera di poco una dignitosa sopravvivenza. Se
consideriamo che oltre alla ricchezza e al potere la nobiltà gode anche di
uno status privilegiato in termini di prestigio sociale, si può ben
immaginare come gli appartenenti a questa classe sociale vivessero in uno
stato di beata soddisfazione.
Con la rivoluzione tutto è mutato. Ricchezze, privilegi, onori, sono
scomparsi in un turbine di vento, spazzati da una veloce tempesta. Qualcosa
si salvò, ma ben poco, non sicuramente il prestigio che per alcuni valeva
più dell’oro, sparito per sempre sia per l'alto clero e per i nobili.
Subito dopo la caduta di Napoleone iniziò un tentativo di restaurazione,
e l'aristocrazia sperò per un attimo di riprendere il potere. Fu
innanzitutto necessario riconoscere l'esistenza di una nobiltà. La nuova
carta costituzionale sancì: “La nobiltà antica riprende i suoi titoli; la
nuova conserva i suoi, il re fa nobili a sua volontà; ma non accorda loro
che rango e onori senza nessuna esenzione dagli impegni e doveri della
società.” Nobiltà senza privilegi e per di più mescolata ai napoleonidi.
I vecchi titoli sarebbero stati riconosciuti purché coloro che li
pretendevano fossero in grado di esibire le necessarie patenti. Come
si può immaginare, mentre i nobili recenti furono in grado di esibirle con
estrema facilità, le famiglie più antiche non possedevano se non raramente
brevetti e bolle reali. Alcuni cercarono di farseli emettere nuovi dal re,
molti si accontentarono di cosiddetti “titoli di cortesia” senza base
giuridica. Ne vennero due conseguenze. Da un lato sorsero rivendicazioni
aristocratiche un po' dovunque. La società borghese si volle nobilitare.
Famoso l'episodio di Naundorff, un oscuro orologiaio tedesco che pretese di
essere il delfino scomparso, e ambì al titolo di Luigi XVII. Più attinente
al nostro tema, Pierre Dujols e il fratello, banali discendenti di un
trovatello senza famiglia, vollero riallacciarsi all'antica famiglia reale
dei Valois.
Una seconda conseguenza fu una passione sfrenata per bolle e patenti,
che avrebbero dovuto qualificare non solo i titoli familiari, ma discendenze
iniziatiche, settarie o ordini cavallereschi.
L’aristocrazia cercò anche soddisfazioni più concrete. Il suo massimo
esponente,
Villèle, si pose
l'obiettivo di indennizzare gli émigrés che avevano perso ogni bene.
Riconosciuta l'impossibilità, per motivi pratici e politici, di restituire i
beni sequestrati e ormai venduti - Luigi XVIII fin dal suo ritorno aveva
proclamato il carattere irrevocabile di questi trasferimenti di proprietà –
di fronte a un valore stimato enorme per le casse dello Stato,
Villèle nel 1825 pensò di attribuire
agli antichi proprietari un'indennità sotto forma di una rendita del 3% del
capitale presunto. Fu uno dei motivi che condussero alla rivoluzione del
1830 che distrusse ogni speranza di riacquisire, almeno in parte, ricchezze
e potere. Fu la dimostrazione concreta che il popolo francese - la borghesia
- aveva ormai chiari i suoi obiettivi e il controllo della nazione mentre la
classe nobiliare dovette riconoscere la propria estinzione, almeno in
termini di forza politica.
Delusi, amareggiati, frustrati, gli aristocratici, o coloro che si
presumevano tali, si volsero allo spirito, alla religione, intesa perlopiù
in senso eterodosso, e alle scienze occulte che, con termine inventato da
poco si chiamarono esoterismo, parola più dignitosa e meno
inquietante. Cominciarono a nascere associazioni più o meno segrete, alcune
recuperate sin dall'epoca napoleonica. Si definivano quasi sempre cattoliche
e fedeli alla Chiesa di Roma. La nostalgia per il passato generò un forte
interesse per il medioevo, così disprezzato dal secolo dei lumi, ci si
innamorò del gotico prima tanto denigrato, si diressero e riinterpretarono i
romanzi del ciclo arturiano, le leggende del Graal, persino l'agiografia
ebbe i suoi sostenitori. Da qui alla passione per una cavalleria riinventata
in senso misteriosofico il passo fu breve.
L'Ordine Templare, con la sua fine tragica, le oscurità del processo, il
rogo dei suoi dignitari, conquistò facilmente il primato in questa vicenda.
Il fatto che fosse scomparso da secoli permise qualunque fantasticheria.
Emersero da un oscuro passato bolle, patenti e documenti più o meno ben
costruiti che sostenevano varie pretese di ricostituzione o di collegamenti
iniziatici con l’Ordine.
Non mancavano alchimia e teurgia in questi consessi, e vi si aggiunse
una novità del secolo, le apparizioni o convocazioni spiritiche.
Vediamo alcuni esempi per chiarire meglio questo mondo confuso e
ribollente.
Tolosa fu uno dei centri più attivi. Qui nel 1807 si sviluppa la
Congrègation de la Trés Sainte Vierge, fondata qualche anno prima da un
gesuita. Votata al culto della Vergine aveva come scopo “la santificazione
dei suoi membri e la salvezza delle anime che li circondano”. In realtà era
un punto di incontro per gli aristocratici più accesi e più reazionari.
Il conte de Bertier, ultrarealista e ultracattolico, membro della
Congregazione, crea l’Ordre des Chevaliers de la Foi, ufficialmente
più impegnato in politica. È una setta in cinque gradi. Nel 1813 entra tra
questi cavalieri il conte di
Villèle,
di cui si è già parlato, presidente del consiglio nel 1822 al 1828.
Dopo il 1830 il gruppo genera una rete di società segrete con
l'obiettivo di riprendere il potere. Nascono due nuovi ordini, i
Chevaliers de la Légitimité e quelli de la Fidélité.
Nel 1831
Villèle partecipa, e
poi probabilmente dirige, un altro ordine, l'Affiliation Catholique.
Entrandovi si formulava una promessa solenne che rappresenta bene tutte
questo ambiente culturale:
“Giuro di difendere sino alla morte la religione cattolica apostolica
romana; giuro di eseguire immediatamente tutti gli ordini che mi saranno
trasmessi dei miei superiori; a questo scopo giuro di conservare, anche di
fronte alla giustizia, il segreto più assoluto su tutto ciò che ha rapporto
con l'Affiliazione, votandomi alla pena dei traditori se violo il mio
giuramento.”
Uno dei dirigenti dell’Affiliation era il marchese Charles de
Hautpoul. Personaggio singolare, era anche membro autorevole della loggia
massonica La Sagesse, che diventò durante il decennio successivo al
1830 uno dei più importanti centri di riunione degli aristocratici più
reazionari. È interessante notare che gli Hautpoul, rilevante famiglia di
antica nobiltà, tutti appassionati di esoterismo, erano baroni feudatari di
un paese che sarebbe diventato famoso per gli amanti dell’occulto:
Rennes-le-Château.
Esoterica, più ristretta, ancora più segreta, nasce la cosiddetta
Rosa-Croce di Tolosa (il vero nome era probabilmente Ordine della
Rosa-Croce Cattolica) che unisce alla visione politica reazionaria che
rifiuta la nuova società borghese industriale, la fedeltà alla Chiesa
Cattolica e la ricerca di una tradizione gnostica occulta cristiana.
Manifesta un forte interesse per l'alchimia con il desiderio di riconciliare
tradizione e scienza. Vi si notano per la prima volta, ma sarà un tratto
comune, atteggiamenti profetici apocalittici, l'attesa di un Grande
Monarca che ristabilirà l'età dell'oro.
Ne derivarono altri gruppi rosacruciani e templari, in particolare l'Ordine
della Rosa-Croce del Tempio e del Graal di Lapasse, tolosano, medico
spagirico, che si diceva allievo di un principe Balbiani di Palermo, preteso
discepolo di Cagliostro. In uno scritto di uno dei suoi più importanti
membri leggiamo tra l'altro: “I loro [dei Rosa-Croce] statuti consistono
nello scrutare la legge misteriosa dei numeri, i segreti dell'alchimia e
della spagiria, gli arcani della natura.”
La Rivoluzione aveva voluto uniformare, la reazione volle far rifiorire,
a volte con un certo gusto inventivo. gli usi della provincia. Per reazione
al forte accentramento culturale e politico di epoca rivoluzionaria, si
scoprì il valore delle tradizioni provinciali, spesso inventate con perizia
da eruditi locali, e quello di dialetti ricondotti a dignità letterarie che
non possedevano più da secoli o non avevano mai posseduto. Non stupisce
perciò veder rinascere la Sobregaia Companhia dels VII Trobadors de
Tolosa. Fondata nel medioevo per salvaguardare lingue e cultura
occitane, mutata però ben presto in Collège de Rhétorique, che
accettava solo testi in lingua francese, infine diventò l’Académie des
Jeux Floraux. Nel XIX secolo fu una delle principali cittadelle del
conservatorismo e della reazione. Fra i Mainteneurs, come si
chiamavano i suoi dirigenti, troviamo buona parte dei nomi che circolavano
nelle altre organizzazioni già viste. Tutti di impronta aristocratica, tutti
fermamente legati alla fede cattolica. Si ristabilisce l'uso della lingua
provenzale e vi si sostiene l'esistenza di una tradizione occulta,
manifestata nel culto della Vergine Nera della Chiesa della Dourade e in una
misteriosa figura detta la Dame de Toulouse. Si riscopre la
tradizione catara. Si afferma l’esistenza di una particolare iniziazione,
quella dei Perfetti Albigesi. Si individua in Montségur il castello del
Graal. Nasce in circostanze curiose una Chiesa Gnostica -ne fece parte
anche Guénon- che voleva restaurare insieme gnosi e catarismo.
I personaggi che si presentano su questa scena confusa e incoerente, di
volta in volta comica, seria, tragica, sono numerosissimi. Vi si ritrovano
eccentriche figure di eruditi che tracciano i canovacci di recite
stravaganti che proseguiranno sino ad oggi. Uno di questi, Lacuria, molto
ammirato, scrive un’ opera, “Les Harmonies de l’Etre”, in cui sostiene di
voler presentare le leggi dell'ontologia, della psicologia, dell'etica,
dell'estetica della fisica, spiegate le une dalle altre e ricondotte a un
solo principio.
Due figure singolari meritano un cenno a parte, perché hanno qualche
riferimento più prossimo con Fulcanelli.
Il primo ci ricorda che in questa specie di brodo primordiale, agitato e
ribollente, non potevano mancare due ingredienti fondamentali, l’Egitto e
l'Italia, Heliopolis e Cagliostro, con un pizzico di massoneria. Si tratta
del visconte Mathieu de Lesseps. Nato nel 1774, fu padre del più famoso
Ferdinand, il progettista del canale di Suez.
Diplomatico di mestiere, nella sua lunga carriera dimorò in Marocco, in
Egitto, in Italia dove fondò una loggia massonica di rito ermetico, a Corfù,
Aleppo, Tunisi. Appassionato di tutto ciò che aveva un sapore esoterico si
fece iniziare in vari riti massonici, prese contatti con chiunque avesse
ipotetici insegnamenti da trasmettergli, fu membro di una misteriosa società
segreta egiziana che suscitò il sospetto di polizie segrete. Tornato in
Francia, continuò a frequentare gli ambienti massonici, specialmente quelli
che si rifacevano a un’ipotetica tradizione di epoca faraonica. Si fondarono
alcune logge il cui nome distintivo colpisce lo studioso di Fulcanelli. Ne
ricordo due: la loggia Héliopolis, di Lione, e la Héliopolis
Renaissante di Metz. L'interesse per l'esoterismo, i contatti con l'Egitto
e
con l'Italia, la passione per l'ermetismo, il visconte li trasmise a tutta
la famiglia, peraltro molto estesa -comprendeva anche un ramo acquisito in
Siviglia, e un altro di cui fece parte Raymond Roussel. Sembra accertato che
nell'elegante casa dei Lesseps a Parigi ancora all'inizio del ’900 esistesse
un laboratorio alchemico.
Il secondo, Grasset d’Orcet, fu, se non l'inventore, quanto meno il
divulgatore di tutta una serie di miti culturali che Fulcanelli dà per
scontati. Della sua vita non si sa molto. Nato nel 1828, laureato a Parigi,
abbastanza giovane decise di stabilirsi a Cipro. Tornato in Francia iniziò a
pubblicare dei saggi sulla “Revue Britannique”. Questa collaborazione,
iniziata nel 1873, proseguì per 27 anni con circa 160 articoli sugli
argomenti più vari. Morì nel 1900.
In contatto con tutti i movimenti culturali ed occultistici della sua
epoca, grande erudito, amava i misteri della storia. Se non c'erano li
trovava, anche grazie a un suo curioso e originale metodo di interpretazione
crittografica che è infine quella lingua degli uccelli o cabala
fonetica di cui parla Fulcanelli e di cui l’Adepto talvolta si serve
nelle sue opere. Forse non la inventò, ma certo la espose per primo e con
chiarezza. Nei suoi saggi troviamo, tra l’altro, la rivelazione dell'esoterismo
di Rabelais, la lettura decrittata del Sogno di Polifilo, la vera storia dei
frammassoni, racconti su una misteriosa Massenia del santo Graal,
setta di cavalieri legati alle corporazioni dei costruttori di cattedrali in
possesso di arcane conoscenze tradizionali, da sempre in lotta contro le
forze del Male. In realtà, a ribadire ancora una volta il legame con le
associazioni aristocratiche, sembra che l’invenzione dell’esistenza di
questo ordine cavalleresco, definito albigese, fosse dovuta originalmente a
Eugène Aroux, uno dei Rosa-Croce di Tolosa, cui dobbiamo anche uno dei primi
saggi sull’esoterismo di Dante, descritto come occulto eretico di origine
catara.
Infine, per chiudere questa breve panoramica, non posso non ricordare i
fenomeni di carattere più strettamente religioso che contraddistinguono il
profondo disagio spirituale di quest’epoca ricca di mistici e visionari. La
reazione cattolica, di fronte a uno Stato che vuole essere sempre più laico,
esalta le apparizioni. Ricordo quelle mariane di La Salette e di Lourdes,
Martin che incontra l’arcangelo Gabriele, o Vintras, con le sue visioni
millenaristiche che preannunciano l’avvento del regno dello Spirito.
L’apocalittica è uno dei caratteri distintivi della maggior parte di questa
fenomenologia, l’attesa più o meno pessimistica della fine di un mondo, o
piuttosto del Mondo, e la sua ricostituzione con un ritorno alla
tradizione più pura della religione cristiana. Non a caso in tutti questi
ambienti il termine Tradizione comincia ad essere scritto con la
maiuscola, a indicare l’esistenza di quel Polo di conoscenze arcane,
scomparso nell’antichità, o occultato in qualche luogo misterioso, cui
Guénon darà perfetta teoretica e legittimità. Nello Hiéron du Val d’Or,
un centro di aggregazione ultracattolico, confuso tra il mistico, il sociale
e l’esoterico, ci si predispone al Regno Sociale del Cristo, si fanno
risalire le origini del Cristianesimo ad Atlantide attraverso il druidismo,
si studiano la gnosi, la kabbalah, l’alchimia. Una delle preoccupazioni dei
suoi membri è il recupero della lingua primitiva, usata prima della
confusione di Babele, mantenuta poi in cerchi occulti per la trasmissione di
oscuri segreti iniziatici. Ebbe una forte rilevanza, fece introdurre con
approvazione papale la festa del Cristo-Re, fondò una rivista “Regnabit” su
cui scrissero, tra gli altri, Guénon e Charbonneau-Lassey.
In conclusione, il lettore di Fulcanelli ritrova in questo mondo, che ho
cercato di descrivere brevemente, la maggior parte dei temi cari all’Adepto,
dal supposto esoterismo dell’Ordine Templare, a quello dei costruttori di
cattedrali gotiche, dai rituali ermetici provenzali, alla visione
apocalittica e millenaristica, sino all’ipotetica esistenza di un linguaggio
occulto la cui conoscenza apre le porte all’esoterismo alchemico, ad altri
miti ancora.
Perciò, se si vogliono comprendere certe affermazioni di Fulcanelli, che
talvolta suonano un po’ sconcertanti, non si può non tenerne conto. È in
questo ambiente, di aristocratici eruditi e appassionati di un passato
rivissuto con una nostalgia struggente e impregnata di leggende che, se
proprio si vuole, va cercata la sua identità profana, e non certo, come
sembra si continui a fare, tra i mediocri personaggi che vi ciondolavano
intorno, per lo più figure miserelle alla ricerca di un pizzico di notorietà
o di ansimanti riconoscimenti iniziatici, talvolta spinti sino a
ridicoli epitaffi tombali.
*
Fulcanelli era un grande sperimentatore, un filosofo “operativo” nel
senso più proprio del termine. Nei suoi testi le parti dedicate
esplicitamente alla teoria –quasi esclusivamente ne “Le Dimore Filosofali”- sono poche e disperse, sempre molto succinte. Inoltre quando l’argomento
può avere attinenza con la religione si comporta con estrema prudenza, quasi
fosse trattenuto dallo scrupolo di non urtare i sentimenti dei fedeli, e non
volesse dar prova di una qualche eterodossia da una tranquilla fede
cattolica.
Anche se si trova qualche breve accenno al concetto un po’ eretico di
Spirito nel senso di Spirito Universale così come era inteso dagli
alchimisti più antichi, e fu espresso in modo più esplicito in Occidente nel
XVI e XVII secolo, ne sfiora appena il tema, ne parla come del segreto
per eccellenza in un passo dove riconosce nella Grande Opera il mistero
della materializzazione dello spirito e della luce.
Questo Spirito per lui è uno strumento all’obbedienza di Dio, non
un demiurgo onnipotente o Dio stesso, non ci sono cenni panteisti, al
massimo potremmo vedervi una forma di emanazione. Lo assimila al fuoco
e se dovessimo cercare un riferimento storico, potremmo forse trovarlo nello
stoicismo antico, con cui sarebbe coerente anche la visione apocalittica di
un rinnovamento ciclico del pianeta. Corriamo però il rischio di trarre da
poche pagine delle conclusioni sforzate.
Ha certamente una concezione dualistica. L’immagine di una scintilla
divina martire, laboriosa, immortale che si associa alla materia
vile per una specie di destino di passione e di sofferenza – il cammino
della croce, comune a tutti – per ritornare poi al focolare
ardente e puro da cui per ordine di Dio è scesa in questo mondo, separa
nettamente spirito e materia. L’anima sarà pienamente felice solo quando si
sarà liberata dal fardello corporale.
Eppure in un altro passo dichiara la precisa convinzione in una
reincarnazione ciclica e progressiva che non vede come una punizione o
un tormento da cui bisogna sfuggire. Dichiara pacatamente: il vecchio di
ieri è il bambino di domani. Gli scomparsi si ritrovano, gli smarriti si
riavvicinano, i morti rinascono. Questo, lungi dal turbarlo, gli sembra
fonte di serenità indefettibile.
Se in certi suoi passi la morte appare soltanto come un intervallo tra
due vite –l’anima, dice, non abbandona il proprio corpo terrestre
che per assumerne un altro– altrove la descrive come porta di accesso
al Cielo, al mondo spirituale, strumento di salvezza, utile e
necessario, al punto che nota con una punta di rimpianto che non ci è
permesso abbreviare, noi stessi, il tempo fissato dal nostro destino.
Non c’è contraddizione se si segue sino in fondo il ragionamento, pur
espresso con tanta concisione. La morte è un momento di purificazione, ogni
nuova esistenza segna un progresso rispetto alla precedente e al punto in
cui questa si è interrotta. La vita umana è concepita come una lunga
purificazione della materia e la morte o, più correttamente, le
morti, sono una rigenerazione necessaria per acquisire una forma ogni volta
migliore, con una nuova energia che la precedente non possedeva.
È chiara qui l’applicazione alla vita umana dei fenomeni che si osservano
durante le fasi finali della Grande Opera. La scintilla divina, l’anima
immortale e individuale, diventa allora una specie di piccolo operatore,
lo zolfo umano, con il compito preciso di contribuire a
un’evoluzione, di cui peraltro non è noto il progetto.
Per il resto è insistente il richiamo al lavoro, alla sperimentazione,
come unico mezzo per ottenere conoscenza, per cui diventa inutile, se non
deviante, qualunque teorizzazione troppo sottile. Dice:
La scienza alchemica non si insegna; ognuno deve apprenderla da sé, non
in modo speculativo, ma per mezzo di un lavoro perseverante, moltiplicando i
saggi e i tentativi, in modo da sottomettere sempre la produzione del
pensiero al controllo dell’esperienza.
E ancora:
Colui che teme il lavoro manuale, il calore dei forni, la polvere del
carbone, il pericolo delle reazioni sconosciute e l’insonnia delle lunghe
veglie, quello non saprà mai nulla.
Solo così sarà possibile ottenere una conoscenza consapevole che non
sarà, come spesso si pensa, un’illuminazione improvvisa, ma una conquista
progressiva, ottenuta nel corso degli anni e con l’aiuto del tempo.
Anche se, ma vi accenna soltanto, il filosofo cerca, anzi spera, di
ottenere qualcosa di più e di diverso, qualcosa che non è necessariamente
una comprensione, una gnosi, ma piuttosto ciò che l’Adepto definisce
più volte come il Dono di Dio, di fronte a cui la pietra
filosofale non è che il primo gradino di una lunga scala
misteriosissima.
Di interventi divini ci parla più volte, e di rivelazioni successive,
ognuna delle quali è già a suo modo un dono senza il quale non è
possibile né intraprendere né progredire in questa via. Fulcanelli
sosteneva, lo raccontava il suo discepolo, che già sentire l’urgenza, il
bisogno improrogabile, di iniziare a operare praticamente andava inteso
come segno tangibile di grazia efficiente.
Seguiamo perciò l’invito di Fulcanelli e volgiamoci alla pratica.
Possiamo cercare di precisare alcune caratteristiche della terminologia, per
permettere una lettura più agevole del testo. L'Adepto si basa su alcuni
autori classici. Basilio Valentino sembrerebbe il principale, con 39
citazioni nelle due opere, seguito dal Filalete con 28, il Cosmopolita con
20 e Limojon de Sainct-Didier con 18. Gli altri autori seguono con numeri
decisamente inferiori. È comunque dal Filalete e dal Cosmopolita (o
Sendivogio se si preferisce) che sarà tratta la maggior parte dei termini
usati e anche la struttura simbolica della Grande opera. Vediamola
brevemente.
Da una reazione iniziale di misti imperfetti si ottiene una
materia particolare, detta materia prima. È orrenda, fetida,
sgradevole, assolutamente inutile se non per l'opera alchemica. È chiamata
Satana, drago nero e coperto di scaglie, libro chiuso, materia lebbrosa,
Vergine Nera, caos nero, primo caos, vaso scaglioso, sostanza primitiva che
la natura offre all'artista all'uscita della miniera, la nostra roccia,
magnesia, vecchia quercia cava, capasanta o conchiglia di san Giacomo.
Occorre ora l'ausilio di un secondo corpo misterioso detto fuoco
segreto o filosofico, che ha un aspetto salino, si trova nascosto
nel ventre di Ariete ed è, precisa l'adepto, una materia molto comune
che ci pare semplicemente utile. Lo chiama anche, con un termine che
risale al Cosmopolita e che fu accolto con estremo favore da tutti gli
autori successivi, acciaio. È l’agente, la verga, il bastone, la
bacchetta, lo scettro, il caduceo, l'asta di giavellotto, il dardo.
Basterà colpire rudemente e per tre volte questa roccia... per vederne
scaturire l'acqua misteriosa che contiene.
Questa sarà il mercurio comune, primo dissolvente, leale servitore,
spirito della magnesia, acqua viva.
Interrompiamo per un attimo questa analisi per notare che per queste
operazione si fa più volte riferimento all'atto di Mosè quando, colpendo la
roccia con il bastone, fa sgorgare acqua per gli assetati (Esodo: 17,5;
Numeri: 20,8). Non è un simbolismo comune in Occidente. Lo troviamo invece
nella tradizione islamica. Riporto qui, nella traduzione di Corbin, un passo
del commento di Jaldakî, un alchimista iranico del XIV secolo, al “Libro
delle sette statue” attribuito ad Apollonio di Tiana:
“Quando la Roccia è colpita con la Chiave Sublime che è il bastone di
Mosè, la roccia prorompe di splendore, e ne sgorga l'acqua, che è un’acqua
più bianca del latte, più dolce del miele.
Occorrono lunghe dita per la Chiave che è il bastone di Mosè, ed esso
racchiude misteri sublimi, di cui Dio ha fatto scendere il segreto su Adamo…
Non vi sono dubbi sul fatto che la fonte dell'acqua della Nobile Pietra
sgorghi dal Cielo”.
In proposito ne “Le dimore filosofali” Fulcanelli fa una
dichiarazione di estrema importanza:
“Dio vieta all'uomo di penetrare il mistero della sua [del mercurio
comune] confezione. Tutti i filosofi ignorano, e molti lo ammettono, in che
modo le materie iniziali messe in contatto, reagiscono, si interpenetrano,
si uniscono infine sotto il velo di tenebre che avvolge dall'inizio alla
fine gli scambi intimi di questa singolare procreazione”.
Questo mercurio è anche la stella che si ottiene alla fine del
pellegrinaggio di Compostella (compos stellae). È l'agente dell'Opera, senza
di cui non si può ottenere nulla, così importante che da lui - Mercurio,
Hermes - tutta la filosofia ermetica, cioè mercuriale, ha preso nome.
Da qui, come dice la Tavola di Smeraldo, partono infinite
applicazioni. Dice ancora Fulcanelli in un passo che va meditato:
“Le innumerevoli proprietà, più o meno meravigliose, attribuite in
blocco dai filosofi alla sola pietra filosofale, appartengono ciascuna alle
sostanze sconosciute ottenute partendo da materiali e i corpi chimici, ma
trattati secondo la tecnica segreta del nostro magistero”.
Il nostro adepto comunque, seguendo la più pura e classica tradizione
occidentale, prosegue con la pratica che conduce alla pietra trasmutatoria.
Per questo scopo esistono varie alternative definite in prima analisi via
“lunga o breve”, o “umida o secca”. Non c'è nessun motivo per pensare che le
due distinzioni siano identiche e sovrapponibili, e ognuna può avere delle
ulteriori specificazioni.
Prescindendo da queste particolarità, l'obiettivo è il medesimo, per
cui ne possiamo parlare in termini unificati. Si tratta di aggiungere al
mercurio comune uno zolfo vivo, definito metallico. È proprio in un metallo,
o almeno in qualcosa che ne può assumere la definizione, che Fulcanelli ci
invita a cercarlo. Si tratta di aprire questo metallo, il secondo libro
chiuso, detto anche oro, oro filosofico, oro non volgare, e di estrarne la
parte viva e attiva. Operazione - in realtà insieme di operazioni - detta
anche rincrudazione, quella in cui si uccide il vivo per
rianimare il morto, che non è evidentemente una vera rianimazione di un
metallo morto, ma, come già detto, l'estrazione del suo zolfo e la sua
unione con il mercurio.
Dice l’Adepto: Grazie alla dissoluzione del corpo metallico per
mezzo dell'acqua viva, l’artista entra in possesso del mercurio filosofico.
Infatti così si chiama il corpo misterioso che si ottiene, cui si
attribuiscono vari altri nomi: mercurio dei saggi, materia prossima
dell’Opera, umido radicale dei metalli, seme dei metalli, acqua permanente,
sale di saggezza, Rebis, acqua dei due campioni, mercurio doppio, alambicco
dei saggi, sale dei saggi, pietra angolare dell’Opera, pietra dei filosofi,
composto, amalgama filosofico.
Siamo giunti così alla conclusione dell’Opera, o alla sua terza fase
se si preferisce. Inizia cioè la cosiddetta cottura, che conduce
all’ottenimento di una prima Pietra. Questa, ridissolta più volte
nell’acqua, viene moltiplicata in quantità e qualità. Segue la fermentazione con oro o argento, volgari e comuni, che la trasforma in
polvere di proiezione, e, infine, se si desidera, la trasmutazione di qualunque metallo vile in oro o argento.
La Grande Opera fisica è finita.
Mancano in questa succinta descrizione molti dettagli, e, più
importante, manca ogni riferimento al fenomeno di attrazione dello Spirito e
alla sua corporificazione, che giustifica la stessa alchimia. Come ho già
detto, Fulcanelli vi accenna appena. Comunque il mio intento è soltanto
quello di fornire al lettore attento delle indicazioni per non smarrirsi nel
labirinto ermetico. Delle note che seguono il testo chiariranno meglio certi
punti particolarmente importanti.
*
Come si è raccontato più volte, esisteva un terzo libro che doveva
completare la fatica dell’Adepto. Intitolato “Finis Gloriae Mundi”, nasceva
da una visione apocalittica che avrebbe dovuto descrivere le ultime fasi di
un ciclo giunto alla conclusione.
Fulcanelli pensava che il nostro pianeta fosse destinato a una serie
di sconvolgimenti terribili, che lo avrebbero dovuto scuotere ogni 2.500
anni. Questi si sarebbero manifestati in un’inversione dei poli, e in una
conseguente distruzione totale ad opera del fuoco di una metà del pianeta,
mentre l’altra metà, invasa dall’acqua, avrebbe permesso la salvezza di
qualche predestinato. Dopo altri 2.500 anni il fenomeno si sarebbe
capovolto, distruggendo la parte relativamente salva, e annegando l’altra.
Tra i due cicli, un periodo di 250 anni avrebbe visto soppresse la maggior
parte delle leggi fisiche, e i pochi sopravvissuti convivere malamente in
una zona prestabilita dalle caratteristiche climatiche singolari.
Egli si sentiva prossimo a questa specie di apocatastasi, e prevedeva
a breve l’annichilamento da parte del fuoco per il nostro emisfero. Questa
convinzione gli proveniva, sia dalle sue visioni alchemiche, sia da una
trasmissione orale che avrebbe avuto la sua origine nell’Ordine del Tempio,
che ne lasciò tracce nei graffiti impressi dai Cavalieri sulle pareti delle
celle in cui furono imprigionati a Chinon.
Da ciò la grande curiosità su questo testo che -questo interessava e
forse ancora interessa- avrebbe tra l’altro indicato dove sarebbe stato il
luogo benedetto della salvezza, l’Arca, per dargli il suo nome
tradizionale.
Non lo sapremo mai. Quando Fulcanelli riprese il testo per
distruggerlo, non si sa se perché lo considerasse ormai superato dalle
conoscenze acquisite, o perché troppo esplicativo, poche pagine disperse
rimasero a Canseliet. Alcune furono in seguito pubblicate alla fine de “Le
Dimore Filosofali”, in una successiva edizione. Una, conservata a parte,
riportava una specie di indice sinossi dell’opera. Dopo che Jean Laplace
decise di rivelarla sulla sua rivista, non c’è motivo perché anche i lettori
italiani non la conoscano. È la seguente:
Cap. I. La decadenza della nostra civiltà e il deterioramento
delle società umane.
Incredulità religiosa e credulità mistica. Effetti nefasti
dell’insegnamento ufficiale. Abuso dei piaceri per timore dell’avvenire.
Feticismo alla nostra epoca. Simboli più potenti di un tempo nella
concezione materialista. Incertezza del domani. Sfiducia e diffidenza
generalizzate. La moda e i suoi capricci rivelatori. Gli iniziati
sconosciuti governano da soli. Il Mistero pesa sulle coscienze.
Cap. II. Testimonianze terrestri della fine del mondo.
Le quattro Età. I cicli successivi sigillati negli strati geologici.
Fossili. Flora e fauna scomparse. Scheletri umani. Asiatide. Monumenti
dell’umanità detta preistorica. Cromlech. Candeliere delle tre croci.
Cap. III. Le cause cosmiche
dell’inversione dei poli.
Il sistema di Tolomeo. L’Almagesto. Errore del sistema di Copernico
dimostrato dalla stella polare. Precessione degli equinozi. Inclinazione
dell’eclittica. Variazioni inesplicabili del polo magnetico. Ascensione
solare allo zenit del polo e ritorno in senso contrario che provoca il
rovesciamento dell’asse, il diluvio e la fusione alla superficie del globo.
Bisogna ammettere che alcuni di questi titoli sono molto stimolanti,
e ci resta il rimpianto di non poterne conoscere lo sviluppo, anche perché -
si pensi al fenomeno contemporaneo della moda - dovevano esserci delle
intuizioni non comuni.
*
Restano due enigmi in questo testo, di cui devo parlare.
Il primo non mi risulta sia mai stato notato. Proprio alla fine,
premesso all’ultimo capitoletto, un breve motto latino attribuito a
Zoroastro, dice: Scire. Potere. Audere. Tacere. Ora, “potere” non è
parola latina, ma italiana. Come può essere sfuggita a un erudito come
Fulcanelli? E a un latinista appassionato come Canseliet? O in questo
presunto errore si nasconde un messaggio, un’indicazione?
Già altrove, nel mio commento alle opere del Filalete, ho parlato di
un manoscritto italiano giunto fortunosamente sino a me, precedente come
data al Mistero delle Cattedrali, che riporta in testa il sigillo templare
dell’Adepto, e in una pagina successiva questo stesso motto, più esteso e
sviluppato. Manoscritto che commenta l’opera maggiore del Filalete nella
versione di Lenglet Dufresnoy, piuttosto scorretta rispetto all’originale
latino, che però è l’unica che Fulcanelli utilizza e cita. Una prova di un
collegamento con un gruppo ermetico italiano, anzi romano? La testimonianza
dell’eventuale maestro e iniziatore dell’Adepto francese? Certo, anche lo
pseudonimo scelto – Fulcanelli - ha un suono piuttosto italico, ma non mi
pare il caso di andare oltre nelle ipotesi, anche per non turbare troppo i
nostri amici di Francia, così fieri e patriottici anche quando si tratta di
Alchimia.
Il secondo enigma si avvia a compiere quasi un secolo di vita.
Nella prima prefazione Canseliet scriveva: «So, non per averlo
scoperto io stesso, ma perché l’Autore me lo ha confermato più di dieci anni
fa, che la chiave dell’arcano maggiore è data senza alcuna finzione
da una delle figure che illustrano l’opera. Questa chiave consiste molto
semplicemente in un colore che si manifesta all’artista sin dalla
prima operazione…»
Negli anni ho sentito le più curiose spiegazioni di questo passo, tutte
rivolte all’osservazione delle due tavole evidentemente colorate.
Nessuno, o ben pochi, si sono accorti dell’esistenza di una terza figura a
colori, o l’hanno esaminata.
Occorre una premessa. Secondo alcune teorie, che Fulcanelli condivideva,
l’araldica affonda le sue radici nell’alchimia e nella cabala ermetica. La
creazione di un blasone o i modi per leggerlo, anzi si dovrebbe dire per
cantarlo, seguono regole rigide che veramente sembrano nate dalla più
pura operatività ermetica. Aggiungo che per la necessità di rappresentare
uno stemma anche in bianco e nero, sin dall’inizio si stabilirono
convenzioni che lo permettessero, dando un senso al tratteggio orizzontale,
verticale, al punteggiato e così via.
Ora se noi andiamo alla fine del libro, troviamo un blasone che proverò
a leggere secondo l’antico e ormai desueto costume:
Troncato di rosso e d’oro, all’ippocampo d’oro dell’uno all’altro
accompagnato in capo da una spiga d’orzo, timbrato da elmo di cavaliere
crociato ornato di due lambrecchini, con impresa d’anima che dice uber
campa agna.
In questa figura dipinta secondo le regole araldiche c’è un unico
colore, il rosso, dato che l’oro è metallo e non colore.
Se si osserva poi lo stemma, con lo scudo cosiddetto alla francese,
appare chiaramente la rappresentazione di un crogiolo visto in sezione
verticale, dove gli svolazzi sono i fumi che escono al momento del massimo
calore nel forno.
Questa dunque è la prima operazione di alchimia, come diceva Canseliet,
alla fine della quale deve manifestarsi quel rosso tanto misterioso e
importante da essere definito arcano maggiore dell’Arte, che
sovrasterà l’oro, o meglio un’acqua dorata, più o meno nelle
proporzioni che qui si vedono.
La divisa si traduce facilmente se si tien conto che campa è
ablativo di campas: l’agnella resa feconda dall’ippocampo.
Descrive l’obiettivo intimo che si è raggiunto.
*
Alla fine di questa breve introduzione, resta il dubbio che sia un atto
di presunzione osare un’esegesi, delle annotazioni, a un testo che ad
alcuni appare come Parola Divina.
Eppure, a quasi un secolo di distanza dalla sua stesura, mi pare che
all’opera magistrale di Fulcanelli, proprio perché merita a pieno diritto di
essere inclusa tra i più grandi classici dell’Alchimia, dovesse come a
questi essere attribuito l’onore che a quelli viene di norma tributato:
quello cioè di un’analisi e di un commento, cui spero seguiranno altri, più
riflessivi e più accorti del mio.
D’altra parte, come rispose Canseliet di fronte al mio stupore per certe
rivelazioni fatte ne “L’Alchimia spiegata sui testi classici”, dato che
non si è fatto vivo nessuno a protestare, immagino che anche altrove
non si siano espresse grandi obiezioni.
Non nobis Domine…
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