Bibliografia essenziale dei testi citati
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Plotino, Enneadi. Bari, 1973.
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Paris, 1976.
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Roma, 1966.
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Roberto Casale, Studio della interazione tra neurovegetativo e sistema
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Ramachandran V.S., The emerging brain. London,
2003.
Matthew Alper, The “God” part of the brain. New
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NeuroTheology, University Press, San Jose California, 2003
Rhawn Joseph, Mythologies of Modern Science, in
NeuroTheology, op. cit.
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Schwaller de Lubicz nel suo minuzioso studio sul tempio di Luxor e sulla
simbolica egizia si ferma a lungo a riflettere sull’immagine dell’uomo privo
di calotta cranica. Ne ritrova il segno a Bisanzio dove i santi sono
rappresentati con la testa piatta, e in occidente nella figura di Nicodemo,
l’uomo della seconda nascita, che tiene in mano la propria volta
cranica. Vede lo stesso significato nelle corone regali che separano l’alto
dal resto della testa. Conclude che tutto ciò esprime l’uomo realizzato,
illuminato, che si è liberato dal giudizio personale, discorsivo, costruito
per opposizione, e che ormai si muove per impulso universale, o divino,
intermediario perfetto tra Cielo e Terra, ubbidiente al pensiero cosmico senza
essere distolto dal proprio pensare.
Si pone, Lubicz, all’interno di un’ampia e antichissima tradizione che
vede nella mente conscia, involucro e sostegno dell’io discriminante,
non uno strumento utile di conoscenza e di guida all’azione, ma un vincolo da
cui liberarsi, un’illusione drammatica e pericolosa, un impedimento
all’accesso a stati ontologicamente più elevati, un nemico ambiguo e mortale.
Patanjali, nel primo dei sûtra in cui raccolse remoti insegnamenti,
aveva già espresso nel modo più semplice il tema e l’obiettivo: lo yoga è
l’arresto delle funzioni mentali. Nel IV sûtra spiega il problema e
la sua origine: altrimenti (l’anima) assume la stessa forma delle
funzioni mentali.
La mente (citta, buddhi) è fonte e causa di nescienza, cioè
dell’universale ignoranza innata che identificando l’attività della mente con
quella dell’anima genera sempre nuova illusione, che a sua volta produce
maculazione karmica, fonte della sofferenza che caratterizza la vita
umana. Solo impedendone l’attività (cittavrtti) possiamo uscire da
questo circolo perverso e salvarci dal dolore esistenziale.
Molti secoli dopo, in tutt’altro contesto psicologico e culturale, san
Giovanni della Croce diceva: in breve tutti i più grandi inganni del
diavolo e i maggiori mali che fa all’anima, penetrano attraverso le notizie e
i discorsi della mente.
*
Un nemico forte e temibile o lo si imprigiona in ceppi indistruttibili o
lo si uccide. Molti hanno preferito la prima via, come più sicura e meno rischiosa,
anche se più lunga e graduale.
Si vuole allora trasformare la consueta, inevitabile, ridda diabolica e
stancante di pensieri involontari in una struttura limpida e ordinata,
controllata da una volontà impeccabile.
L’esempio più facile è il mandala, dove il cosmo, o meglio il
fantasma chimerico che noi ci immaginiamo, pauroso caos psichico, informe e
magmatico, si struttura secondo direzioni privilegiate, assume forme
geometriche semplici e organizzate, e nei quadrati, nei cerchi, nei colori che
si succedono secondo regole inflessibili, la mente è costretta a placarsi,
congelata in una visione dominata dai legami che la figura le impone.
Ricorda Tucci che disegnare un mandala non è cosa semplice; è un rito
che mira a una palingenesi dell’individuo e ai cui particolari questo deve
partecipare con tutta l’attenzione che l’importanza del risultato richiede: un
errore, una svista o una dimenticanza rendono l’opera inefficace… perché ogni
manchevolezza è il segno della disattenzione del sacrificante, indica che egli
non vi prende parte con tutta la concentrazione e il raccoglimento dovuti.
Ma per chi abbia compiuto rettamente il rito si apre la possibilità
dell’esperienza folgorante di una luce interiore, gnosi liberatrice che la
mente offuscava.
Non diversamente operava il monaco ortodosso dipingendo l’icona che,
insegna Florenskij, ha lo scopo di sollevare la coscienza al mondo
spirituale, di mostrare “spettacoli misteriosi e soprannaturali”. Ben poco
o nulla è lasciato alla libera creatività dell’artista. Diceva il Settimo
Concilio Ecumenico: al pittore spetta soltanto l’aspetto tecnico
dell’opera, ma tutto il suo ordinamento (diátaxis) chiaramente dipese
dai santi Padri.
Gli insegnamenti cinesi sono meno rigidi, più dolci, soffusi di immagini
poetiche. Spiega Schipper che l’adepto dovrà costruire mentalmente il proprio
corpo come fosse un paese, fondato sulla geografia sacra taoista, e abitato da
tutti i suoi dei: la testa sarà una catena di montagne che racchiude un lago,
in mezzo al lago un palazzo, e così via, giù giù, sino a sotto l’ombelico dove
vedrà un paesaggio meraviglioso, il Campo di Cinabro, la dimora dell’embrione
che darà origine al nuovo corpo immortale.
I maestri del neidan, la cosiddetta “alchimia interiore”, seguono
secondo la Robinet simili metodi, ma qui la mente deve riprodurre immagini di
operazioni che l’alchimista compie in pratica al forno, sempre come
avvenissero nel proprio corpo. Nel Libro dell’Armonia Centrale, Li
Daochun spiega: Non c’è altro principio: basta dominare il corpo e la mente
[lett. il cuore], è cuocere il Piombo e purificare il Mercurio. Gli
appellativi diversi si riducono [a significare] che si dominano le
pulsioni con la natura profonda ed è tutto. Quando la natura è quieta e le
pulsioni sono seppellite, si vede luminosamente il fondamento, si abbraccia la
Radice e si ritorna al Vuoto… È ciò che si chiama il compimento del Cinabro e,
per metafora, l’embrione della liberazione.
Più suggestivi i Versetti del Risveglio della Verità di Zhang
Boduan, che iniziano da una famosa citazione del Daode jing:
“Vuotare la mente e riempire il ventre” ha un senso molto profondo
ma per vuotare la mente, occorre una mente che discerne,
e niente vale più, per sublimare il Piombo, che riempire prima il
ventre,
e apprendere a conservare la Sala piena d’oro.
Figure di illuminati dalla pancia obesa, seduti in stato di calma fissità,
rappresenteranno all’iniziato chi abbia realizzato il precetto.
*
Anche Sant’Ignazio di Loyola insegnava a costruire mondi e luoghi per i
suoi Esercizi Spirituali, che dovevano servire a conseguire il fine per
cui l’uomo è stato creato, lodare, riverire e servire Dio nostro Signore e
salvare, in questo mondo, la propria anima. Nella premessa al primo
esercizio prescrive:
Il primo preambolo consiste nella composizione visiva del luogo. Qui è da
notare che nella contemplazione o meditazione visiva… la composizione
consisterà nel vedere con la vista dell’immaginazione il luogo materiale dove
sta la cosa che voglio contemplare..
Il suggerimento è piuttosto libero, si precisa meglio nel quinto esercizio
dove la composizione consiste nel vedere con la vista dell’immaginazione la
lunghezza, l’ampiezza e la profondità dell’inferno.
Fondamento resta comunque la preghiera e il santo, che non ignorava i
benefici e utili effetti del respiro guidato, ben noti agli orientali che li
codificarono minuziosamente, insegnava: il terzo modo di pregare consiste
nel fatto che ad ogni respirazione o movimento respiratorio si deve pregare
mentalmente pronunciando una parola del Padre Nostro o di qualche altra
preghiera che si recita in modo tale che una singola parola venga detta tra un
respiro e l’altro. Mentre poi dura il tempo tra un respiro e l’altro, si badi
principalmente al significato di tale parola, o alla persona cui si rivolge la
preghiera.
*
Sant’Ignazio conosceva bene i rischi del controllo mentale che sfugge
facilmente all’obiettivo di pura illuminazione, o di spiritualità devota,
gonfiando l’uomo di presuntuoso e illusorio senso di potenza, per cui invece
di allontanarne gli inganni del mondo lo seduce con i fantasmi della maya
allucinante. Nel “Direttorio autografo” scrive: È da avvertire che se uno
non obbedisce a colui che propone gli esercizi e volesse procedere a suo
criterio, non conviene proseguire nel dargli gli esercizi.
Proseguì a suo criterio Giordano Bruno, per troppa superbia o
sciagurata sfortuna. Fingendo di praticare una tecnica mnemonica voleva
fissare la mente ad accogliere immagini di demoni e altri segni celesti,
convinto di ottenerne influenza sul mondo e sui fenomeni naturali. Il
domenicano più che nell’eresia era immerso in un’allucinazione perversa,
incubo di assurde quanto insensate fantasie. Pensava che il Cielo con tutti i
suoi influssi si ripetesse nella mente umana, e che riordinandola e fissandola
secondo nuove aspirazioni si potesse attrarre l’influsso astrale da utilizzare
magicamente. Scrisse nello “Spaccio della Bestia Trionfante”: Disponiamoci
prima nel cielo che intellettualmente è dentro di noi: e poi in questo
sensibile che corporalmente si presenta agli occhi… se cossi renderemo nouo il
nostro cielo, noue saranno le costellationi, et influssi, noue l’impressioni,
noue fortune, perche da questo mondo superiore pende il tutto..
Nel “De Umbris idearum” aggiunge: C’è nella tua primordiale natura un
caos di elementi e numeri, che non esclude peraltro l’ordine e la serie… Io ti
dico che se tu contempli tutto questo con attenzione, tu potrai conseguire
un’arte figurativa tale che rafforzerà non solo la memoria, ma anche i poteri
dell’anima, in modo mirabile.
Per analoga superstizione il tantrico costruirà accuratamente lo yantra
della divinità prescelta, perché questa scenda e si manifesti disposta ai suoi
ordini. La presenza divina sarà assicurata grazie a formule appropriate – che
anche Bruno approvava – mantra accompagnati da gesti opportuni (mudra,
sigilli).
A un livello superiore ci si servirà solo di lettere o sillabe. Spiega
Tucci: la sillaba, il fonema è la segreta essenza o il “seme” della
divinità. Essa è così intimamente legata a questa che basta su di lei
concentrarsi perché l’immagine sia evocata. Si apre qui una visione in cui
uno schema alfabetico riproduce quello cosmico, che da tre lettere dipana
tutto il suo divenire. Insegna Abhinavagupta nel “Tantrasâra” che tre sono
le potenze principali del Signore, ossia l’Altissima, la Volontà e
l’Espansione. E queste sono le tre cogitazioni a, i, u. Tutto il successivo
spiegarsi delle potenze deriva da questa triade soltanto.
Schemi analoghi ritroviamo nella Kabbalah, dove le strutture geometriche
delle sefiroth inducono a riflettere su modelli simili a certi
yantra. Qui alef, mem, šin saranno le tre lettere
madri che presiedono alla formazione del mondo, e nel gioco dei
pentacoli magici i signori del Nome (ba‘ale Šem) si
convinceranno di essere operatori di incredibili prodigi. Ne resteranno tracce
sbrindellate negli occultisti ottocenteschi, specialmente di scuola francese.
*
Non cercava prodigi né potere Abraham Abulafia nella “Hokmath ha Tseruf”,
la scienza della combinazione delle lettere. Il suo scopo, come spiega Scholem,
era quello di liberare l’anima dai nodi che la legano per raggiungere la
devekuth, la perfetta unione col divino. A trentun anni aveva vissuto un
momento spontaneo di estasi, da cui aveva tratto conoscenze e visioni e la
convinzione che l’oggetto perfetto su cui meditare per riconquistare quello
stato beato fosse l’alfabeto ebraico. Ci ha lasciato delle istruzioni per le
preparazioni necessarie alla meditazione e all’estasi: Renditi pronto a
dirigere il tuo cuore su Dio solo: Purifica il tuo corpo e scegli una casa
solitaria dove nessuno senta la tua voce. Siediti nella tua celletta e non
rivelare il tuo segreto a nessuno. Se puoi fai questo di giorno nella tua
casa, ma è meglio se lo compi di notte. Nel momento in cui ti prepari a
parlare al Creatore e se desideri che egli ti riveli la sua potenza, abbi cura
di astrarre tutta la tua mente dalle vanità del mondo… Ora comincia a
combinare qualche lettera o molte, a spostarle e a combinarle sino a che il
tuo cuore sia caldo… E quando senti che il tuo cuore è già caldo… quando sei
così preparato a ricevere l’influenza della potenza divina che penetra in te,
usa tutta la profondità del tuo pensiero a immaginare nel tuo cuore il Nome e
i suoi Angeli superiori, come se fossero degli esseri umani seduti o che
stanno vicino a te… [E infine] tutto il tuo cuore sarà preso da un
tremore estremamente violento, al punto che penserai che stai per morire,
perché la tua anima, rapita per la conoscenza che ha, abbandona il tuo corpo…
Ricorda un brano famoso di Zosimo di Panopoli, che nel primo libro del
“Conto finale” insegna a un’allieva: Tu dunque non lasciarti sedurre,
donna,… Non ti mettere a divagare cercando Dio, ma resta seduta presso il tuo
focolare [oíkade] e Dio verrà da te, lui che è dovunque… Riposa il tuo
corpo, calma le tue passioni, resisti al desiderio, al piacere, alla collera,
all’afflizione e alle dodici fatalità della morte. E conducendoti così,
chiamerai a te l’essere divino, o l’essere divino verrà a te, lui che è
dovunque e da nessun parte.
È la seconda via, che Scholem chiama profetica in alternativa all’altra
che definisce teosofica. Questa non mira alla costruzione di una mente
controllata ma vuole, rotto o eliminato il meccanismo psichico, raggiungere
l’illuminazione estatica il più direttamente possibile.
L’esempio più noto in Occidente risale a Plotino che nella sesta Enneade
ci dice che dobbiamo con uno slancio balzare su verso i primi valori, dopo
aver svincolato il nostro io dalle cose sensibili… L’anima deve restarsene
nuda di forme, se intende davvero che nulla si insedi lì a far da impaccio
alla piena inondante ed alla folgorazione che si riversa su di lei da parte
della Natura primordiale… essa deve staccarsi da tutte le cose esteriori,
volgersi verso la sua intimità, completamente, non inclinarsi verso qualcosa
di esterno, ma estinguendo ogni conoscenza… spegnendo altresì la conoscenza
del proprio essere, l’uomo deve immergersi nella contemplazione di Lui…Lassù è
il verace oggetto d’amore, cui è dato congiungersi davvero.
Racconta Porfirio che quattro volte riuscì il suo maestro a raggiungere
questa beata unione, lui una sola, in sessantotto anni. Un evento raro, che si
mantiene a lungo con difficoltà. Anche San Bernardo se ne lagna con
discrezione descrivendo l’unione soavissima, quando fa dire alla sua anima:
introduxit me Rex in cubiculum suum. E spiega: Là, per poco tempo, cioè
circa una mezz’ora, fattosi silenzio in cielo, essa [l’anima] riposa
dolcemente negli abbracci desiderati: senza dubbio dorme, ma il suo cuore
veglia.
Il santo definì questa esperienza excessus mentis, che fa superare
il pensiero, abductio interioris sensus. Tertulliano per primo la
chiamò “estasi” (extasis) e la interpretò correttamente come amentia,
cioè assenza di mente.
Qui gli esempi si possono moltiplicare e dei mistici d’Occidente Zolla ha
raccolto una ricca collezione in molti volumi. Serve, come tutti dicono, una
forte partecipazione emotiva a chi cerchi l’interruzione mentale improvvisa.
Oltre a ciò si sono provate infinite tecniche, dalla danza frenetica degli
sciamani, all’assunzione di droghe e bevande inebrianti, che ancora Zolla
descrive nel “Dio dell’ebbrezza”.
Per il cristianesimo orientale il monaco Niceforo, maestro di Gregorio
Palamas, inventò o più probabilmente codificò l’orazione pura, kathará
proseuché, e la definì apóthesis noemáton, eliminazione dei
pensieri. Si riferisce nei “Racconti di un pellegrino al suo confessore” che
un contadino russo incontrò uno starets che gli insegnò l’esicasmo.
Doveva ripetere nella sua mente Signore Gesù Cristo, abbiate pietà di me,
prima 3000, poi 6000, poi 12000 volte al giorno, infine a volontà. Ne
sarebbero venuti meravigliosi effetti. Nella mente: si sente la dolcezza
dell’amore di Dio, la pace interiore, l’estasi dello spirito, la purezza dei
pensieri, una beatificante attenzione a Dio; nella sensibilità: un gradevole
calore del cuore, tutte le membra colme di dolcezza, gioiose palpitazioni del
cuore, leggerezza e frescura; la vita si fa sentire gradevole, si diventa
insensibili alle malattie e all’afflizione; rivelazioni infine: illuminazione
dell’intelligenza, penetrazione delle Scritture: si comprende lo Spirito della
creazione, si è distaccati dal tumulto terrestre, si riconosce la dolcezza
della vita interiore, si è sicuri della prossimità di Dio e anche del suo
amore per noi.
Fa eccezione la scuola Mâdhyamika. Con Nâgârjuna dimostrò che manca
qualunque sensatezza al pensiero umano, spezzando così d’improvviso il
meccanismo mentale non appena se ne percepisca appieno la totale vacuità.
Unita al taoismo generò il ch’an cinese, da cui lo zen
giapponese, e infiniti tesori d’arte e cultura, come questo piccolo gioiello
del poeta Tung-shang:
Neve copiosa in tazze d’argento,
aironi celati dalla luna splendente,
cose dissimili nell’affine,
la confusione è il luogo della conoscenza.
*
So bene, in questo breve excursus, di avere trascurato innumerevoli
documenti. Cito, ad esempio notevole, la tradizione sufi e la pratica
del dhikr, o le riflessioni alfabetiche di Jâbir e degli isma’iliti.
Altre considerazioni si potrebbero fare, per esempio su certe tradizioni
iniziatiche, non ultima quella del R.S.A.A. che sembra una felice unione delle
due vie descritte. Da un lato, con cerimonie appropriate nel Tempio massonico,
induce la mente a ordinarsi secondo simbologie precise, a mettersi
all’ordine, in accordo col suo motto Ordo ab Chao. Dall’altra, con
rituali di passaggio, provoca le forti emozioni che possono permettere
illuminazioni improvvise, riecheggiando l’antica richiesta del vate
upanishadico: tamaso mâjyotir gamaya, fammi passare dalla tenebra alla
luce.
Resta, a conclusione, il fatto che nei millenni alcuni uomini abbiano
vissuto esperienze psichiche estremamente simili e gratificanti, riconducibili
a una modifica o a un arresto delle funzioni mentali, alla loro fissazione.
In alcuni si sono manifestate in modo spontaneo, mentre altri le hanno
deliberatamente cercate, e talvolta ottenute, grazie a tecniche e pratiche
peculiari e insolite. Si è sempre trattato di un evento eccezionale, riservato
a un numero piuttosto limitato di esseri umani. Chi ha vissuto questa
esperienza la definisce quasi sempre in termini religiosi, come incontro col
divino, col sacro, con un dio particolare, con l’assoluto, a seconda della sua
cultura e delle sue convinzioni, e descrive sensazioni di luce, calore, senso
di piacere estremamente intenso, percezioni cardiache, comprensione ampliata,
visione splendida. Ne è sempre uscito trasformato nell’esistenza, talvolta in
senso negativo, con oscuro senso di potere o egocentrismo esasperato, a volte
invece in modo che potremmo definire positivo, colmo di sentimenti sereni,
compassionevoli, moralmente forti, anche se non sempre integrabili nella
società in cui viveva.
Quest’uomo è stato spesso fonte di profondi sconvolgimenti sociali,
politici e culturali, dato che per lo più ha sentito l’urgenza immediata di
predicare il messaggio raccolto nel nuovo mondo appena penetrato.
Dunque un fenomeno importante della nostra struttura mentale, e quindi del
nostro sistema cerebrale, che andrebbe studiato in tutte le sue forme,
peraltro piuttosto costanti come si è potuto verificare già da questi pochi
esempi.
Credo che più che agli storici delle religioni, o agli psicologi o peggio
ancora ai cosiddetti esoteristi, spetti alle moderne neuroscienze indagarlo,
con scrupolo e attenzione data la sua manifesta potenza e il fascino che ha
sempre esercitato.
Qualcosa si è già fatto, molto negli ultimi due decenni, da quando sono
possibili indagini non invasive del cervello umano e si è cominciata
l’esplorazione delle reazioni elettrochimiche coinvolte nelle sue funzioni. Al
momento, ma siamo, mi pare, in una fase estremamente preliminare, secondo
alcuni scienziati, cito qui Casale e Ramachandran, parrebbe che questo evento
sia legato a certi comportamenti del sistema limbico, più correttamente del
circuito di Papez, e ai suoi rapporti con i lobi temporali e col sistema
neurovegetativo, quindi a una delle parti più arcaiche dell’encefalo. Dunque
qualcosa che risale agli albori stessi dell’essere umano.
Una prima domanda, ovvia, che ci si è posti, è quale sia, o sia stata, la
sua utilità nel contesto dell’evoluzione. Alcuni (Matthew Alper, Scott Atran)
suggeriscono che questo meccanismo sia servito a sopportare la consapevolezza
umana della mortalità, l’ansia esistenziale. È una risposta, un po’
stravagante. Personalmente preferisco quella di Rhawn Joseph, che sostiene che
potremmo trovarci di fronte al segnale di un futuro ulteriore salto evolutivo
dell’uomo verso più ampie capacità neurologiche e funzionali, capacità il cui
potenziale genetico è al momento ancora silente. Comunque questi primi studi
di cosiddetta neuroteologia ci indicano la strada da percorrere, una
strada senza pregiudizi, ma anche, e specialmente, senza timore di affrontare
un’area dell’avventura umana che è sempre stata circonfusa da un alone di
rispetto reverenziale.
Forse è finalmente giunto il momento di applicare seriamente, in modo
severo e inflessibile, il precetto dato più di due millenni fa all’uomo:
conosci te stesso. Il risultato potrebbe liberarci da molti
problemi che al momento paiono insolubili.
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