Note
di
Maurizio Nicosia
- Può darsi che la Dissertazione sia un testo "veritiero" che racconta
un incontro fortuito, e scritto entro le due cornici
cronologiche apposte in apertura e chiusura. È
tuttavia inconsueto trovare date così precisate
nella letteratura alchemica. Molto inconsueto.
Inoltre, malgrado l'autore dichiari in chiusura che
«il memorabile assedio della città di Parigi
-nell'estate del 1590- ha impedito la prosecuzione
della mia opera», può darsi che si riferisca alla
stesura del testo e non alla pratica di laboratorio,
altrimenti non affermerebbe, ben prima della
chiusura, «Lo stesso giorno in cui il sole entra nel
segno dell'Ariete, appena i suoi raggi iniziarono a
rischiarare, accesi il fuoco sotto al fornello e non
mi allontanai dalla camera, pregando e lavorando,
finché Dio mi fece la grazia di svelarmi il segreto
di quest'arte e i miei occhi si schiusero e il mio
intelletto fu illuminato. Quando uscii fuori ero
talmente felice che decisi di trascorrere il resto
della mia vita senza avvicinare più nessuno.
Acquistai un piccolo appezzamento di terreno in
campagna e lì mi dilettai d'agricoltura, che è la
vera compagna di quest'arte e della filosofia,
seminando e piantando alberi...». Da quanto segue
sembra estremamente improbabile che sia passato poco
più d'un anno. A ciò va aggiunta l'insistenza con
cui l'autore sottolinea l'impossibilità di
realizzare l'opera in tempi brevi. Comunque sia, la
data in apertura, 12 maggio 1588, e la data di
chiusura, dal primo giugno al 30 agosto 1590, sono
piuttosto particolari, anzi uniche. La prima vedeva
nel cielo di Parigi questa configurazione planetaria:
Venere e Mercurio a fianco del Sole dietro il quale
si celano Marte e Saturno. È un momento unico
dell'anno in cui le orbite di Mercurio e Marte
incrociano quelle di Saturno e del Sole. Poiché con
saturno i Filosofi indicano la materia prima, e
Artefio -che il nostro anonimo ben conosce- si
segnala tra i più generosi, chiamandolo «antimonio
delle parti di Saturno», converrà riflettere più
attentamente su questa configurazione planetaria in
cui Saturno si congiunge con Marte e proprio dietro
il Sole, il cui segno zodiacale si approssima al
simbolo spagirico del sale, mentre si mostrano alla
vista Venere e Mercurio congiunti. Così il primo
giugno del 1590 il cielo parigino vedeva Saturno
sotto Marte, a sinistra del Sole, e alla sua destra
il Mercurio sulla Luna e Venere al fianco. Anche in
quest'anno questo è l'unico momento in cui le orbite
dei pianeti veloci s'incrociano nel Sole con Saturno.
E tutte le verifiche compiute dimostrano che in quei
due anni le congiunzioni di Mercurio e Marte con
Saturno, nel segno del Sole, avvengono solo nelle
date che contrassegnano il nostro testo anonimo.
Inoltre fra il primo giugno e il 30 agosto del 1590
si sono verificate un'eclisse lunare il 17 luglio, e
una solare anulare il 31 dello stesso mese. Converrà
dunque riflettere attentamente su queste date e ciò
che queste congiunzioni indicano. Per il lettore
meticoloso aggiungerò che il 30 agosto alla destra
del Sole, sotto Marte, ancora una volta Mercurio e
Venere si mostrano congiunti. Saturno, invece, è
ormai distante.
- Il riferimento è alla
«guerra dei tre Enrichi», che infuriò a Parigi dal
1585 al 1589. Enrico III di Valois, figlio di
Caterina Medici, "re di Francia e di
Polonia", temendo l'eccessiva potenza del duca
cattolico Enrico di Guisa, lo fece assassinare a
Blois nel 1588, suscitando la rezione popolare e
l'insurrezione di Parigi. Cacciato dalla città e
alleatosi col capo degli Ugonotti Enrico di Navarra,
fu a sua volta assassinato da un fanatico cattolico,
il domenicano Jacques Clément. Enrico di Navarra
rimase padrone della situazione, ma Parigi gli chiuse
le porte; abiurò così la fede calvinista per
divenire re: «Parigi val bene una messa». Anche la
guerra tuttavia si potrebbe prestare a metafora
dell'opera, canonicamente rappresentata da numerose
figurazioni come un combattimento tra animali, spesso
in posa significativamente araldica. Enrico di
Navarra, qualche anno dopo, fu usato da Robert Fludd
per crittografare una fase dell'opera nella sezione
sull'arte di memoria del suo Utriusque cosmi
historia.
- Signore di Nevers, ducato
del regno di Francia, era allora Ludovico Gonzaga,
fratello di Francesco III Gonzaga, che aveva sposato
l'erede dei Nevers.
- Il riferimento, com'è
chiaro anche da quanto segue, è ad Apocalisse,
12, 3; con la differenza che sul serpente, in luogo
della donna, v'è l'autore. Identificata
tradizionalmente con Maria, il cui frutto sconfigge
la bestia, l'autore la menziona poco prima. Quindi
come Maria l'opera dell'autore darà frutto.
- Ecco che il teatro della
guerra storica tra i tre Enrichi si sposta in cielo e
s'anima dunque di prospettive escatologiche e
simboliche, ma sempre secondo il principio della
tavola smeraldina, che verrà citata poco avanti:
quindi il combattimento tra i quattro animali
riguarda il mondo elementare.
- In corrispondenza alla
configurazione planetaria celata nella data, anche il
sogno si apre sulla figura di Venere.
- L'epistola di Giacomo, 1, 4,
avverte: «la perseveranza poi è quella che deve
portare a perfezione l'opera, in modo che siate
perfetti, completi, senza che vi manchi nulla».
- È probabile che il
riferimento sia da ricercarsi nell'Asino d'oro.
Lucio, il protagonista che dalle fattezze asinine
torna alla forma umana per l'intervento d'Iside,
afferma: "dagl'Inferi ero tornato alla luce del
giorno". Iside «soleva scegliere coloro che, varcati
i termini dell'umana vita (transactis vitae
temporibus), si trovano sulla soglia ove finisce
la luce
Costoro, la provvidenza divina, in
certo modo, li fa rinascere, e di nuovo li pone sulla
via salutare d'una novella vita». Il romanzo
d'Apuleio era ben noto nel Cinquecento e godette di
numerose pubblicazioni.
- La dissertazione, che deriva
dal sogno, si apre in piena corrispondenza con il
sogno: lì la colomba è associata a Venere, qui allo
Spirito Santo. Apuleio, che l'autore ha poc'anzi
citato, narra della nascita di Venere tra spume rugiadose.
- L'autore ha già alluso alla
sostanza indicando, attraverso la data del primo
giugno 1588, la congiunzione di Saturno e Marte,
ovvero del «piombo» e del ferro.
- Nell'originale l'autore usa
il verbo 'arroser', che significa 'innaffiare',
'bagnare', 'ungere'; l'allusione, trasparente, è
alla rugiada: 'rosée'.
- Il simbolo del cielo è il
cerchio; della terra e dei suoi quattro elementi
costitutivi, la croce. D'altronde simbolo del potere
è il globo crociato.
- Il termine francese 'mêle',
'mescola', rinvia al greco 'mlaj' (mélas), 'nero'.
- 'Muraille', ovvero
'muraglia', deriva da 'mur', 'muro', omofono di
'mûr', 'maturo'; e 'mûrement' significa 'a lungo'.
L'allusione in questo caso, analoga al «frangite
libros» o «rumpite libros» di Maier e Fludd,
indica che quanto circonda il «germe» ed è 'nero',
va rotto come guscio, ed è ciò che consentirà, se
è 'maturo', di vivere 'a lungo'.
- Si vedano Le favole
egizie e greche di Dom Pernety, Genova 1985,
ECIG, per un'esauriente lettura alchemica delle
fatiche d'Ercole.
- Anche Fludd qualche anno
dopo la Dissertazione insisterà nel suo Utriusque
cosmi historia, con ricchi e complessi giochi
cabalistici, sull'essenziale funzione di Medea nella
conquista del vello d'oro. È da ricordare che il
vello d'oro era sospeso nella foresta di Marte, in un
recinto murato.
- Il gioco di parole si apre a
un ventaglio semantico molto ampio: 'mater', che
significa 'domare', indica la madre in latino, e la
materia, 'matière'; 'mater taureaux' gioca al
bisticcio con 'mâtereau' (da 'mât', 'albero'), che
in gergo marittimo indica un'asta, un piccolo albero
('mâter' significa alberare un naviglio), e può
essere diviso agevolmente in 'mater eau': acqua
madre. Le implicazioni sono troppo complesse per una
nota. Comunque una 'mater' per la quale si arma una
nave è Iside, già evocata dall'autore attraverso
Apuleio, dea dalle corna taurine e lunari che si
celebrava sotto il segno dell'ariete col navigium
Isidis. Le implicazioni operative sono correlate
ai versi precedenti che invitano a spogliare il leone
della pelle, che s'indovina nera come il cinghiale.
- In questo verso l'eroe, dal
cervo «aux pieds d'airain», «gaigne le corne
d'or»; dunque l'animale ha i piedi d'aria, 'd'air',
come un 'cerf-volant'. 'Gaigne' è omofono di
'gaine', la guaina; le corna d'oro dunque vanno
estratte da una guaina, come il leone va spogliato
della pelle. Inoltre 'airain', 'bronzo', richiama
esplicitamente il greco 'a
rhn' (aíren), cioè la
'calamita', richiamata nel verso successivo dal verbo
'attirer'. E nel dialetto provenzale, cui la lingua
del nostro autore spesso inclina, il ferro è
chiamato 'aran' e 'iran'; anche 'enfer' ('inferno'),
nel verso ulteriore, lo dice chiaramente: 'en fer',
'in ferro'.
- Anche qui il gioco di parole
insiste sui tre capi, 'troi chefs', e 'Cerbère',
anagramma di 'cerebrum', 'testa', 'cranio'.
D'altronde la testa di Cerbère è nella 'bière',
nella 'bara', e non potrebbe essere altrimenti,
vivendo nell'inferno: è dunque un caput mortuum
che contiene un 'fermento' ('bière', 'birra') da
'serbare' (Cerbère: serber, serbare). Questo morto
sarà rigenerato: Cer-bèr sarà da 'ber-cer', cioè
da 'cullare'. Tralasciamo le implicazioni tra 'chef',
e 'chauf-', caldo, scaldato, che ben s'addice al
luogo in cui si trova Cerbero. Questi versi, come
dice bene il nostro autore, vogliono «subtile
manière», cioè un 'subtile manier': vanno
trattati, maneggiati sottilmente, ascoltando il «toi-son»
(vello, ma anche 'tuo suono') nel pronunciarli.
- Anche in questo caso
converrà rivolgersi alle pagine di Dom Pernety
nell'opera già citata, alla voce Diana.
Latona, figlia di Saturno e madre d'Apollo e Diana,
dea che indica l'oblìo e l'oscurità, è il
«leton» di Sinesio: «figlio mio, per grazia di Dio
possedete già un elemento della nostra pietra, ch'è
la testa nera, la testa del corvo
Questo elemento
terrestre e secco si chiama lattone, toro, fecce
nere, il nostro metallo». Delo, invece significa
'chiaro'. Maier, nel suo Atalanta fugiens,
suggerisce laconicamente: «Dealbate Latona et
rumpite libros» (sbiancate Latona e rompete i
libri).
- «Et sort l'eau de sèche
souche / Que rien ne mouille qu'elle touche».
'Souche' indica il ceppo, la matrice, basamento,
zoccolo in muratura. Per restituire il ritmo di
'sèche souche' ho tradotto con 'secco sasso',
considerando che 'rester come une souche' equivale a
restar di sasso e quindi restar senza vita, morire.
'Sort', oltre che uscire, indica la sorte, il
destino, tema che verrà ripreso dall'autore nel
commento ai versi.
- Nell'originale il termine
'ornement' va inteso nel senso figurativo di
'vestimento', come chiarisce il quinto verso.
- Il riferimento è al
"sapone dei saggi", necessario a detergere
e purificare le feci che avvolgono il mercurio.
- «Percent de tous cotez son
grand ventre poreux»; 'cotez', che indica la
'costa', il 'fianco' e la 'costola', gioca a
richiamare il latino 'cotto'. 'Percent' allude, oltre
al 'penetrare', anche all''aprire' e allo 'sfondare'.
- «large» allude a
'l'argile', l'argilla, ma soprattutto all''argento',
cioè alla «materia argillosa» che grazie alla
cottura giunge al bianco ed è anche definita «acqua
mercuriale».
- «Du beau nom je
l'appelle»; foneticamente 'beau nom' è analogo a
'bonhomme', uomo; ma il gioco linguistico tende a
unire nel «bonhomme» la 'bonne', la donna, e
l''homme', l'uomo, come cielo e terra. Ma l'autore va
oltre: 'je l'appelle' si può leggere come 'je la
pele': la scorteccio, la sbuccio. L'allusione è
dunque allo sbucciare la parte femminile della
corteccia che la ricopre, che è di natura maschile,
cioè sulfurea; "du bonhomme je la pele":
'dell'uomo la sbuccio'. I filosofi, ricorda Dom
Pernety nel suo dizionario, han chiamato
"maschio" il fisso, e "femmina"
il volatile.
- In questo caso terrificato,
'terrifié', significa letteralmente 'fatto terra'. I
due versi dunque suonano così: dell'uomo la sbuccio,
/ del cielo fatto terra, degnissimo e prezioso.
- L'autore gioca qui a evocare
con 'nourrisse', nutrice, anche 'noircisse-',
annerimento. Madre di Apollo e Diana, e loro nutrice,
s'è già visto, è Latona, la 'nera'. Ma Esiodo la
vuole figlia di Febo.
- Questo particolare indica
che l'autore conosceva la Monas Hierogliphica
di John Dee, pubblicata ad Anversa nel 1564, opera
che nel basamento dell'arco a ornamento del
frontespizio cita la Vulgata: «DE RORE CAELI,
ET PINGVEDINE TERRAE, DET TIBI DEVS, Ge. 27. I,
av.».
- «l'honneur» richiama 'le
neur'; quindi «vedendo, separerà il nero da ciò
ch'è puro».
- Le figure di Enoc ed Elia, gemini
victores che rientrano nel paradiso da cui furono
cacciati Adamo ed Eva, sono frequentemente accoppiate
nella letteratura patristica e talmudica. S. Agostino
li cita esplicitamente nel Contra Iulianum
(Migne, Patrologia latina, 45, 1581), e anche
Giuseppe Flavio, che il nostro autore cita più
avanti, li menziona nelle Antichità giudaiche.
Ma ciò ch'è qui significativo è che il nostro
autore anonimo li vuole entrambi ascesi al paradiso
con un carro di fuoco, diversamente dalla storia
biblica. E l'unico a menzionare sia Enoc che Elia su
un carro di fuoco è Agrippa di Nettesheim in De
occulta philosophia, III, XLIII, del 1533: «Se
dunque il potere dell'immaginazione è tanto grande
da potersi insinuare ovunque, senza esserne impedito
da lontananza di luogo o di tempo, trascinando seco
perfino talora il corpo pesante là dove esso
concepisce, è indubitabile che la potenza della
mente sarà maggiore quando realizzerà la propria
natura, quando non sarà più appesantita dai legami
dei sensi e quando si manterrà incorruttibile e
simile a se stessa. Allora le anime si riempiono
d'abbondante luce a simiglianza degli astri, la quale
s'irradia ai corpi.
ecco perché Elia ed Enoc
ascesero al cielo su un carro di fuoco e Paolo fu
trasportato sino al terzo cielo; ecco perché quei
corpi che saranno glorificati dopo il giudizio
universale, verranno similmente rapiti e
risplenderanno come il sole e la luna».
- Si veda la nota 24. L'allusione
avanzata in quel verso si esplicita qui, mediante il
termine 'costola', 'côte': il «grembo poroso», le
cui «cotez» saranno aperte e impregnate dallo
spirito universale, è una terra adamitica,
«rossa»; ed è dal corpo d'Adamo che va estratta
Eva.
- Altra allusione alla Monas
di John Dee, che nella prefazione all'imperatore
Massimiliano, cultore d'alchimia, scrive: «secondo
la proporzione della nostra progressione, è fra
cento miriadi di sinceri filosofi
che noi
dobbiamo attendere questo unico e felicissimo
bambino».
- È propria del sale la
capacità di conservare; ed è a un sale doppio che
l'autore allude insistentemente, ripetendo quattro
volte il termine 'double'.
- Flamel ammonisce che
l'avarizia è la radice di tutt'i mali e che l'opera
la estirpa.
- La forma primordiale dei
raggi, nella simbolica, è a crociera. Quindi il
cielo onora il globo con la croce, rivelando il
simbolo della gloria mundi.
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L'anno di grazia
1588 del regno d'Enrico III re di Francia e Polonia, il
dodicesimo giorno del mese di maggio 1: mentre tutto il popolo
era in rivolta e pericolosamente armato all'interno della
città di Parigi 2, in cui abitavo con la mia
famiglia, colto da malinconia e oppresso dalla tristezza,
andai a passeggiare nel bellissimo giardino del Signor de
Nevers 3 per passare un po' il
tempo: e là, mentre ero intento a contemplare l'ingegnosa
fontana artificiale, improvvisamente fui raggiunto da due
filosofi, uno dei quali era inglese, uomo prudente, saggio ed
erudito di sessantotto anni; l'altro era spagnolo, di spirito
assai sottile, sognatore, malinconico e di poche parole, di
cinquantadue anni: siccome una parola tira l'altra, iniziammo
a parlare della stagione, del tempo, dei gravi incidenti che
improvvisamente avevano investito Parigi e delle loro
possibili conseguenze. Ma alla fine, a forza di camminare, ci
ritrovammo presso la fontana e seduti uno accanto all'altro,
quei due dottori iniziarono a discutere della grande
medicina, Elisir o Pietra filosofale: dopo una lunga
discussione in cui non si erano trovati d'accordo (come
avviene di solito in queste dispute), il Filosofo inglese si
rivolse a me dicendo: «Cosa ne pensate della nostra
discussione? Vi interessate ad un'arte così virtuosa e
onesta?» - Gli risposi: «Certamente no, per quanto sia
stato spronato e invitato da alcuni miei amici che, a quanto
dicono, ne traggono particolare giovamento e vi si dedicano
abitualmente. Ma ho sentito dire da gente molto saggia che si
tratta di cosa tanto grande e quasi impossibile da ultimare,
che bisogna essere molto acuti e profondi nelle conoscenze
filosofiche e ricchi: mentre io sono privo di queste doti e
non posseggo i mezzi necessari; considerando quanto le cose
naturali e le loro cause siano difficili da investigare e
approfondire, a maggior ragione è da ritenere che quelle
soprannaturali siano più ardue e difficili poiché non ne
conosciamo affatto le cause, oppure non ne hanno alcuna e
allora non si devono indagare. Io, non avendo mai studiato
Filosofia, sono completamente ignorante in questa scienza
come anche nelle altre; e a dirvi la verità, non ci credo
affatto, avendo sentito dire, da tante persone che vi hanno
lavorato, che non hanno mai trovato nulla, né avendo sentito
dire da uomo vivente di aver visto alcuno essere arrivato a
tale perfezione, cosicché ho qualche motivo per essere
restio a intraprendere questo cammino che ciascuno dice
essere la grande opera della Filosofia segreta».
Allora il filosofo
spagnolo parlò in questo modo: «Fosse piaciuto a Dio che
avessi reagito così quando ho iniziato e quando me ne
parlarono per la prima volta: avrei risparmiato più di
seimila ducati e venticinque anni della mia vita, senza
trovar niente, persi per aver con leggerezza creduto».
«Io non mi sono
sbagliato -disse il filosofo inglese- mentre voi non avete
fatto altro che sofisticherie e frequentato gente falsa e
imbroglioni ricchi d'inganni. Ma ho sentito dire da un
religioso e sant'uomo, il quale aveva raggiunto questa
perfezione, che non serve tanto spendere denari né tanti
misteri, soprattutto se l'artista conosce i principî della
natura e dei metalli, e io gli ho creduto. E se voi aveste
studiato a fondo i buoni libri, non vi sareste sbagliati
tanto. Ma le principali ragioni per cui quest'arte sacra è
biasimata da quasi tutti e ritenuta frivola, sono la
presunzione e l'avarizia piena di timori». Allora sorrisi e
lui mi disse: «Di cosa sorridete?» - e gli risposi: «Del
fatto che l'abbiate chiamata Arte Sacra», al che rispose
levando gli occhi al cielo: «Arte sacra, veramente, e
scienza divina». E se vorrete credere alle mie parole che
sono vere e senza finzioni, vi dirò ciò che ho visto e
toccato con le mie mani». - Allora gli dissi: «Ve ne prego
umilmente». Egli s'alzò in piedi e giurando con le dita
incrociate, cominciò a dire così: «Dovete sapere che
quarant'anni fa, nella città di Londra dove sono nato, ci fu
un religioso dell'ordine di San Bernardo, la cui fama
acquistata per aver guarito da malattie incurabili i poveri,
si estese rapidamente a tutta la città; arrivata questa
notizia alle orecchie del mio maestro che era un patito della
scienza medica, essendole dedito da molto tempo, più volte
mi disse d'informarmi diligentemente di quel religioso, cosa
che feci per conto mio, così come il mio maestro per conto
suo. Infine scoprimmo che era parente del mio maestro: lo
avvicinammo ed egli si dimostrò comprensivo e gentile e dopo
un po' di tempo venne a cena a casa nostra dimostrando
amicizia nei confronti del mio maestro, perché era un
erudito nella lingua greca e aveva molti bei libri di questa
scienza. Dopo aver cenato e fatta una buona accoglienza,
disse: «Andiamo a vedere la camera filosofica»; là, mentre
eravamo noi tre soli, scrollò la testa sorridendo nel vedere
tanti fornelli diversi e tante strane materie; infine disse:
«Pesatemi quattro once d'argento vivo e altrettante di
stagno e mettetele in un crogiuolo sul fuoco»; quando furono
fuse insieme vi gettò un pezzetto di cera che non era più
grande d'un pisello e coprì il crogiolo di carbone, ci fece
soffiare forte, poi lo gettò in terra e disse al mio
maestro: «Fate esaminare questo composto da un affinatore e
domani verrò ancora a cena da voi e mi direte cos'è». Dopo
essersi congedato, tornò al suo alloggio: subito dopo il mio
maestro e io andammo con sollecitudine dall'affinatore più
esperto di tutta la città: e costui, esaminato il composto
nel modo più rigoroso possibile per verificarne la
perfezione, certificò trattarsi di sette once d'oro puro,
cosa che non s'astenne dal documentare su una pergamena.
Vedendo ciò il mio maestro rimase come in estasi e pieno di
meraviglia. Ritornando a casa non riuscimmo a dormire neanche
un'ora. E dopo aver preparato la cena, il mio maestro andò a
cercare quel sant'uomo ma non riuscì a trovarlo; lo cercò
per quindici giorni e alla fine ci fu detto che era andato in
Francia: per questa ragione il mio maestro s'ammalò di
tristezza e di malinconia, mentre io con il sangue ribollente
per aver osservato quel fenomenale esperimento, domandai il
permesso di congedarmi per andare a cercare quel sant'uomo,
cosa che mi fu subito accordata e non senza rimpianti da
parte del mio maestro che mi mise in borsa cento angeli d'oro
e mi regalò un'oncia di quell'oro, per attestare la
veridicità della cosa; così ho viaggiato per quasi tutto il
mondo per trovare quel sant'uomo, ma non sono mai riuscito a
incontrarlo. Ed ecco ciò che resta ancora (e mostrò un
anello d'oro che aveva al dito) che mi ha permesso d'accedere
a molti luoghi, con gente autorevole e sapiente con la quale
ho lavorato a quest'opera; ma fino a questo momento Dio non
m'ha permesso di raggiungere questa perfezione. E nonostante
la vecchiaia mi stia dietro, avendo sessantotto anni, non
smetterò fino alla morte di cercare quella preziosa Pietra,
sapendo che è proprio vera». Terminato il discorso si
sedette. Io gli resi grazia e mi sentii colpito al cuore,
provenendo tali parole dalla bocca d'un uomo tanto saggio e
prudente; essendosi fatta notte, ognuno si congedò. Ma quel
fatto mi era entrato in mente così bene che non smettevo di
pensarci giorno e notte. Ed essendo il mio umore così
improvvisamente cambiato, i miei amici pensavano che mi fosse
successa qualche disgrazia, o a ciò che avevo di più caro,
o qualcosa d'altro, tanto ero pensoso e malinconico; allora
avrò avuto cinquantatré anni e quasi tutti i giorni ci
riunivamo tutt'e tre per discorrere di filosofia e di questa
grande Opera, fino a che nel mese d'ottobre il filosofo
inglese morì nell'antico quartiere di Saint Germain, e io
fui presente al suo trapasso, che mi procurò gran
dispiacere; egli mi aveva dato tre libri di questa scienza,
esortandomi soprattutto a non frequentare gli uomini
ignoranti, maligni e sofisti: essendo la cosa più pericolosa
per chi vuole lavorare in quest'arte preziosa. Poco dopo il
filosofo spagnolo se ne andò in Germania; io rimasi solo, e
privato di tanta gioia e piacevolezza mi ammalai di
malinconia, non sapendo più con chi condividere e
trascorrere il tempo, poiché molti uomini sapienti non
credono quest'arte veritiera: tuttavia non potendomi
trattenere mi accostai a molti che vi lavoravano, ma con
false ricette e sofisticherie. Allora mi ricordai i buoni
precetti insegnatimi dal filosofo defunto, che fortunatamente
come un angelo mandato dal cielo mi aveva spiegato tutti i
modi e i segni per mezzo dei quali si riconoscevano i falsi e
maligni alchimisti; mi risolsi a lasciarli perdere del tutto
e a non frequentare più nessuno. E mi ricordai anche del
santo documento di nostro Signore in cui si dice che Maria ha
eletto la parte migliore, quella che non potrà andare
perduta. Così mi ritirai in solitudine e acquistai un gran
numero di libri su quest'arte e meditai, pensai e studiai
tanto che feci il meraviglioso sogno che segue.
Nel giorno in cui
il sole entra nel segno dell'Ariete dall'alba al tramonto,
studiai il primo capitolo della Genesi, meditando molto
profondamente sulla creazione del mondo e soprattutto
dell'uomo:
È l'opera dei sei
giorni che non posso raccontare,
gli angeli stessi han l'ordine di non parlare
Ne ebbi tale
piacere e contentezza che il giorno trascorse senza che
mangiassi o bevessi: ma la carne che pesa mi fece sentire
quando era tempo di mangiare. Dopo aver desinato in modo
leggero, alle dieci mi misi a letto e contai le undici senza
riuscire a dormire, infine presi sonno. E immediatamente mi
sembrò d'essere in una camera riccamente ornata e di sedere
su una sedia d'oro fino, tenendo nella mano destra una rosa e
nella sinistra un giglio bianchissimo, e sotto i miei piedi
era un serpente con sette teste dal cui corpo usciva un
fuoco; io ero in estasi, pieno di grande meraviglia 4. Ed ecco che entrarono
quattro animali dall'aspetto spaventoso e dai diversi colori
e dalle opposte qualità, come i quattro cavalli di cui parla
San Giovanni Evangelista, molto alti, ognuno dei quali aveva
scritto in fronte il nome d'un elemento: e mettendosi nel
centro della camera a due a due, uno di fronte all'altro,
iniziarono a dire: tu sei il mio nemico mortale, poiché
l'acqua deve combattere con il fuoco e la terra con l'aria 5. Ed entrarono sette
uomini, ognuno dei quali aveva scritto in fronte il nome d'un
pianeta. Mettendosi in circolo e tenendosi per mano uno con
l'altro, circoscrissero i suddetti animali girando in tondo
molto velocemente e senza fermarsi. E poco dopo vidi entrare
un uomo dal mantello nero che aveva nella mano destra una
lingua di fuoco, nella sinistra una tromba di vetro e sulla
testa una colomba bianca, uno degli uccelli di Venere 6, i quali per fatale
destino, andarono a posarsi sull'albero gemello, dopo aver
volato molto in alto nell'aria serena, indicando a Enea il
prezioso albero con il ramo d'oro lucente che si trovava nel
mezzo della fitta foresta ricoperta di nuvole e circondata da
siepi di spine molto pungenti, in modo che l'eroe, una volta
trovatolo, potesse facilmente strapparlo e presentarlo a
Proserpina, come canta il poeta Virgilio nel sesto libro
dell'Eneide. E appena l'uomo fu entrato, gettò a terra la
lingua di fuoco e iniziò a suonare forte la tromba, al suono
della quale senza indugio i quattro animali summenzionati
iniziarono un combattimento cruento, tanto che iniziai a
tremare dalla paura; e considerando il pericolo imminente, e
temendo che si uccidessero l'un l'altro, cosicché tutto
sarebbe andato perduto, feci cenno ai sette uomini di
dividerli e di metterli d'accordo, poiché solo loro potevano
far sì che tra gli animali nascessero pace e amicizia, dalle
quali dipendono la vita o la morte. Ma anziché far ciò,
vidi allontanarsi il rappresentante di Mercurio, seguito via
via da quelli di Saturno, di Giove, di Venere, di Marte,
della Luna e infine da quello del Sole. Il rumore cessò e
anch'io smisi di tremare, e tutto sparì davanti ai miei
occhi, non vedendo più che tenebre e oscurità come di
nebbia. Mutata l'immagine, subito mi fu tutto rivelato e
chiarito, come per illuminazione. Ed ecco entrare dodici
ninfe con strumenti musicali e spartiti; ciascuna di loro
aveva impresso in fronte un segno zodiacale. Esse
cominciarono a suonare e a cantare melodiosamente le lodi a
Dio, l'immagine del quale non svaniva davanti a chi lo
cercava. E subito vidi apparire in mezzo alla camera una
tavola di smeraldo, imbandita con carni delicate e facilmente
digeribili, che mandavano un buon odore e stuzzicavano
l'appetito. Ed ecco entrare un uomo molto vecchio e
venerabile, che camminava con passo maestoso, indossando una
veste di lamine d'oro molto fine, un mantello di finissimo
velluto nero e una camicia bianca come la neve. Aveva la
carnagione rossa come il sangue, e guidava sette uomini
strettamente legati l'uno all'altro con una catena d'acciaio,
lo stesso con cui fu fatta la sottilissima rete di Vulcano
quando prese Venere e Marte in flagrante adulterio, i quali
avevano scritto in fronte ognuno il nome d'un metallo;
avendoli slegati con un artificio più divino che umano, li
fece sedere a tavola l'uno dopo l'altro secondo il loro grado
e la loro dignità. Dovete sapere che mise a capotavola
l'oro, al lato destro in alto l'argento, dopo di lui lo
stagno poi l'argento vivo, dalla parte sinistra in alto il
rame, poi il piombo e dopo il ferro. E per quanto mi riguarda
mi trasportò così com'ero sulla sedia e mi mise in fondo
alla tavola. Così l'argento si trovò di fronte al rame, lo
stagno al piombo, l'argento vivo al ferro e io all'oro.
Sostando in quest'ordine vidi apparire al centro della tavola
una meravigliosa fontana di cristallo, che aveva tre sbocchi
da uno dei quali usciva dell'acqua nera come inchiostro, dal
secondo acqua bianca come il latte e dal terzo acqua rossa
come sangue, stando all'interno d'una vasca d'oro finissimo.
Questo vecchio tanto saggio ci fece segno d'andare a lavarci
le mani, alcuni nell'acqua nera, altri in quella bianca,
eccetto me che le lavai nella rossa: dopo aver benedetto il
cibo iniziammo a mangiare con gioia, guardando spesso al
contegno e al modo di fare di quel venerabile vegliardo, il
quale per la gioia d'aver reso grazie a Dio, pianse lacrime
chiare e ignee che bagnarono tutto il suo corpo fino a
dissolverlo e improvvisamente la tavola disparve. Ma ecco
entrare la colomba bianca che l'uomo dal mantello nero aveva
sulla testa, e portava nel becco un libriccino d'oro fino, le
cui pagine anche erano d'oro; e avendo fatto tre mezzi giri
per la stanza, si posò sul braccio destro del venerabile
vegliardo sbattendo incessantemente le ali, e allora egli
iniziò a dire così:
Se saprete
divinare degli elementi la guerra,
E l'uscita, uno appresso l'altro, dei sette,
Se voi divinerete vostro sarà il libretto
Che felici di molto vi farà, in cielo e in terra.
In quel libretto
è racchiuso tutto il segreto della sapienza, è simile a
quello che il Conte Trevisano si meritò nella città
d'Apuleio, in India, per averlo saputo discutere e che gli fu
presentato dalla facoltà di Filosofia. Guardandoci l'un
l'altro iniziammo a discutere e aprimmo un grande dibattito
tra noi che durò a lungo, senza che mai nessuno potesse dire
di conoscere la verità. Allora il vegliardo, sbalordito
dalla nostra ignoranza, dopo averci mostrato tante belle cose
con le quali avremmo potuto facilmente scoprire il segreto,
per dispetto diede un calcio al serpente che mi stava sui
piedi, il quale si lanciò in aria infuriato e divorò il
libro con straordinaria avidità, tanto che dal fragore mi
svegliai.
Essendo suonate le
sei ed essendomi ripreso un po', misi per iscritto il sogno
punto per punto così come lo leggete e ne feci dieci copie
che ho dato a teologi, astrologi, matematici, poeti,
religiosi ed eremiti, gente molto dotta, pregandoli in
fraterna carità di darmene qualche lume interpretativo, ma
nessuno ne seppe capire nulla. E dopo aver trascorso sei mesi
in questa ricerca, nel timore d'essere importuno, mi ricordai
della lettera di San Giacomo 7 in cui si dice come tutto
ci provenga e discenda dal padre della Luce: decidendo di
rivolgermi alla stessa sapienza che è Dio onnipotente, fonte
viva di pietà e misericordia, indirizzandogli la mia
preghiera con il cuore contrito e umiliato, dissi: «O Luce
incomprensibile e gloria maestosa, il cui splendore offusca
gli occhi del mio intelletto; O Uno nella sostanza e trino in
divinità, Giùbilo di tutte le gerarchie, dispensatore di
gloria; O misericordioso purificatore delle anime e pura
eternità, che benignamente ci sottrai ai pericoli
incombenti, O Potenza, O Sapienza, O bontà e beltà
inesplicabile, sorreggimi e appoggiami sempre. Conducimi e
guidami affinché possa servirti e obbedirti fedelmente fin
dall'inizio, fammi la grazia d'aprirmi gli occhi
dell'intelletto e svelami le cose nascoste così come dice il
Profeta al salmo cinquantunesimo. Certamente tu hai amato la
verità e mi hai concesso di conoscere le cose non rivelate e
segrete d'ogni sapienza. Signore, mi cospargerai d'issopo e
sarò mondato, mi laverai e diventerò più bianco della
neve. All'inizio tu creasti tutto, e dalla massa confusa e
dal caos disordinato, che in sé conteneva naturalmente tutte
le cose senza forma, per tua divina Provvidenza secondo la
tua buona volontà furono separate le varie specie naturali;
allora furono fatti il cielo e la terra e tutte le cose che
essi comprendono e per ultimo l'uomo. Ma come creatore tu
sarai glorificato ora e sempre; quindi Signore, fammi la
grazia di concedermi la Sapienza come dice il Saggio nei suoi
proverbi: il timore del Signore è l'inizio della Sapienza,
poiché il Signore dà la Sapienza e dalle sue labbra
procedono prudenza e scienza, doni che tu concedi ai semplici
e ai giusti; e soprattutto concedimi l'intelligenza di
quest'arte. Come ha detto il buon Filosofo Geber, maestro dei
maestri, il segreto di quest'arte è riposto soltanto nella
potenza di Dio, ed è Lui che lo rivela a chi gli piace e ne
priva coloro che non ne sono degni. Ti supplico quindi,
Signore, di assistermi con il Tuo Spirito e che sia fatta non
la mia, ma la tua volontà». Terminata la mia preghiera,
passai il resto della giornata a studiare e meditare e dopo
essermi coricato entrai in un sonno profondo, sognando cose
che sarebbero lunghe da raccontare, ma molto simili alle
visioni e ai sogni di Giacobbe, di suo figlio Giuseppe, di
Esdra, Daniele, Ezechiele e all'Apocalisse di San Giovanni: e
all'alba m'apparve come in visione l'uomo dal mantello nero
che aveva in mano una meravigliosa fonte e mi disse: «Ecco
il segreto che era nascosto nel Libro d'Oro che la colomba
bianca portava nel becco e che il serpente divorò per
scomparire subito dopo». Risvegliatomi di soprassalto,
pensai a lungo a questa visione e decisi di riportarla
fedelmente.
Misi mano alla
penna, come vedete, feci dieci copie del racconto del sogno e
le diedi a molti miei amici, tra i quali vi era un religioso
dell'ordine di Sant'Agostino, uomo molto dotto che confermò
quest'arte come veritiera. E un altro era generale dei
cappuccini. Rimasi quaranta giorni ad attendere qualche lume
dagli uomini sapienti, ma avvenne come per il sogno, che
nessuno seppe afferrarne il significato. Così iniziai da
capo pregando Dio d'ispirarmi ciò che dovessi fare e mi
ricordai del primo comandamento che Dio diede a nostro padre
Adamo, secondo il quale si sarebbe guadagnato il pane con il
sudore della fronte, ricordai che Marta è proprio sorella di
Maddalena, che l'albero sterile di frutti deve essere
tagliato e che la legge senza le opere è morta; così dissi
a me stesso: è ora di lavorare e di non sprecare altro tempo
in fantasiose congetture e melanconiche contemplazioni. E
avendo deciso di porre mano a questa grande opera scelsi una
camera che fosse la più comoda e la più segreta del mio
alloggio. Costruii un forno e vi feci portare da uno dei miei
servitori, molto semplice e fedele, tutto ciò che mi parve
essere necessario a questa impresa, poi mi ritirai in questa
camera e interpretai a tavolino il mirabile sogno che avevo
fatto e il modello della fonte perigliosa che mi era apparsa
in visione, per servirmene come d'una lanterna ardente che
illuminasse il cammino nelle tenebre.
Lo stesso giorno
in cui il sole entra nel segno dell'Ariete, appena i suoi
raggi iniziarono a rischiarare, accesi il fuoco sotto il
forno e non mi allontanai dalla camera, pregando e lavorando,
finché Dio mi fece la grazia di svelarmi il segreto di
quest'arte e i miei occhi si schiusero e il mio intelletto fu
illuminato. Quando uscii fuori ero talmente felice che decisi
di trascorrere il resto della mia vita senza avvicinare più
nessuno. Acquistai un piccolo appezzamento di terreno in
campagna e lì mi dilettai d'agricoltura, che è la vera
compagna di quest'arte e della filosofia, seminando e
piantando alberi che davano ottimi frutti e quando era
cattivo tempo meditavo e studiavo nei diversi libri delle
Sacre Scritture cronache e fatti eroici di uomini illustri
del passato, da cui con sacrifici e veglie ho tratto questa
breve dissertazione che vi presento. Ora tocca a voi, figli
della dottrina, amanti della verità e veri ricercatori di
questa divina e segreta Filosofia degli antichi,
rispettosamente valutare e osservare con cura. E come m'è
stato di grande consolazione trovare nei testi scritti
elementi che mi sono stati d'aiuto e di conforto per la mente
così, allo stesso modo, vorrei riuscire per quanto mi è
possibile ad aiutare gli altri a comprendere la materia che
è piaciuto a Dio farmi conoscere, senza tuttavia discostarmi
minimamente dallo stile dei filosofi i quali si sono
indirizzati sempre e solo ai figli dell'arte. Vi prego di
prendere in considerazione ciò che liberamente e fedelmente
senza alcun inganno vi presento. Non senza avvertirvi che non
tutti sono in grado di capire un così elevato argomento. Ma
come fedele incaricato di questo grande magistero, v'indico e
vi spiego ciò che ho potuto carpire fino a ora dai libri
molto oscuri dei filosofi e principalmente di Geber, dal
quale ho appreso, per grazia di Dio e con la guida dello
Spirito Santo, questa scienza divina al settimo capitolo
della summa sulla perfezione, che così ho ordinato come
segue. Leggete, tenetelo per voi e siate attenti.
Per chiunque
cammini nelle tenebre non è certamente poca cosa trovare una
guida per superare il pericoloso ponte d'Apuleio 8, tanto vecchio anzi antico
che da innumerevoli anni trema sempre e sembra debba crollare
da un momento all'altro, sotto il quale passa un fiume tanto
impetuoso nel suo alveo e con profonde voragini, in cui è
annegato un numero infinito d'acuti ingegni, ai quali mancava
la vera intelligenza e la corretta disposizione della mente.
Costoro infatti si sono limitati a interpretare le parole dei
Filosofi nel senso letterale e non le hanno potute penetrare
nel loro significato occulto e mistico. Questi Filosofi hanno
amato tanto gelosamente questa grande opera che, per prudenza
e per saggezza, invece d'insegnarla e svelarla attraverso i
libri che hanno scritto, al contrario hanno cercato
scientemente con tutti i mezzi a loro disposizione di velarla
e nasconderla in detti profondamente oscuri e altisonanti. E
la stessa cosa avviene per le Sacre Scritture, oggetto di
tante polemiche tra gli eruditi. E questo è stato fatto
perché gli improbi, falsi e maligni, ne fossero
completamente esclusi: dissimulando la verità con parabole e
similitudini sull'argomento, costringono i dotti e sapienti
ad applicarvisi anima e corpo per venirne a capo e custodirne
gelosamente il segreto. Si lamentano di questo modo di
scrivere quasi tutti gli studiosi e i praticanti di
quest'arte, al punto che giungono sull'orlo della
disperazione e arrivano ad affermare che non bisognerebbe mai
scrivere il falso, se si può chiamare falso, quello che i
filosofi hanno descritto per mezzo d'analogie e similitudini
come sono i fenomeni animali, vegetali, e anche minerali e le
formule che celano il segreto di quest'arte. Gli avidi
sofisti, non avendo trovato ciò che cercavano e avendo
condotto gli esperimenti punto per punto secondo il senso
letterale, hanno detto che i Filosofi avevano scritto il
falso e che erano menzogneri, cosa non vera, ma questo genere
di persone, chiunque siano, quando userà discernimento e
raziocinio, senza dubbio confesserà che a buon diritto e
giustamente i Filosofi hanno adottato un tale modo di
scrivere poiché è in gioco il segreto dei segreti di tutta
la Filosofia, il quale Dio concede solo per grazia speciale
agli animi semplici e giusti. E voi, maligni ingannatori
pieni di sofisticherie, fuggite quest'arte, non vi
avvicinate, come dice Geber, poiché essa è vostra mortale
nemica e vi condurrà in miseria, poiché la vostra falsità
è contraria alla nostra verità. E voi, prudenti e saggi
figli della dottrina e della verità, cercatela e la
troverete, non con la presunzione e la grande dottrina, ma
piuttosto con l'umiltà, come il suddetto autore consiglia
dicendo: colui che attraverso i libri pensa d'apprendere
questa divina scienza e preziosa arte, vi arriverà tardi,
visto che abbiamo scritto d'essa in modo tale che solo Dio
possa capirla, o noi che li abbiamo scritti o colui al quale
Dio ha concesso la grazia d'intenderla. Invocando tale grazia
da Dio onnipotente, nel nome di Lui e dell'indivisa e Santa
Trinità, inizio sotto la guida dello Spirito Santo 9, che invoco in mio aiuto
come ha fatto finora, a presentare questa dissertazione.
Nello stile consueto dei Filosofi, affinché la divina
Maestà non sia offesa e io non vìoli il sigillo della
sapienza, ma lo conservi integro e completo. Che quello che
dico possa far capire l'essenza dei miei studi e ciò che ho
attinto nei libri oscuri d'ogni genere. Del meraviglioso
sogno che ho fatto, come del tipo della fonte perigliosa,
come vi ho detto, nonostante una lunga ricerca, non ho mai
trovato nessuno che ne abbia saputo dare la minima
interpretazione, e nessuno troverò a meno che egli non abbia
già conosciuto il segreto di quest'arte, che non si può
capire attraverso le cose naturali e le invenzioni umane, per
quanto si sia saggi e sapienti nella Filosofia, nell'Arte e
nella Scienza: ma lo si può, come ho detto, per grazia e
Dono di Dio o per bocca d'un buon maestro quando Dio lo
permette. E sappiate, allievi della scienza, che quest'arte
è stata studiata con cura, grande diligenza e fatica, e del
corpo e dello spirito, com'è scritto anche nell'Apocalisse,
dal senso critico con cui Ermete, Pitagora, Socrate, Platone,
Aristotele e altri grandi personaggi del passato (intesi
quali sorgenti e fonti di tutte le arti e scienze) hanno
indagato se vi fosse qualcosa che avesse la capacità e la
forza di preservare il corpo umano dalla putrefazione (cfr.
nota 8). A ciò fu risposto
dall'oracolo divino che si deve morire a causa del peccato
commesso dal padre di tutti gli uomini Adamo. E vedendo che
non c'era alcun rimedio alla sentenza di questo grande
giudice, essi tentarono di scoprire se ci fosse qualcosa per
conservare il corpo in buona salute fino all'ultimo giorno,
senza il pensiero delle necessità sia del corpo sia dello
spirito. Infine, alcuni, molto pochi, hanno trovato una cosa
tra tutte le altre che guarisce da ogni malattia, sia fisica
sia spirituale, se è trasformata in Pietra filosofale. Ma in
verità è molto difficile riconoscere e scegliere questa
cosa unica tra tante cose che sono al mondo, animali,
vegetali e minerali. Così come non c'è che una sola pietra
tra tutte quelle del mondo che abbia forza e potenza
d'attirare il ferro 10, così tra tante cose metalliche
che ci sono al mondo non ce n'è che una per comporre la
Pietra filosofale, della quale sola intendo parlare e con voi
solamente, figli dell'arte; sono sicuro che se la conoscete,
presto m'intenderete e vi rammaricherete che ne abbiano
scritto con tanta chiarezza.
Dirò quindi che
la materia con la quale è fatta la Pietra filosofale fu
creata insieme all'uomo e che questa materia si chiama terra
filosofale, allorché perviene ai Filosofi figli dell'arte,
nonostante passi per le mani di diversi uomini e
principalmente di minatori, grossisti, mercanti e
commercianti. Come dicono i Filosofi in tutti i loro libri,
al centro c'è la terra vergine, che è il vero elemento, e
la Pietra che cerchiamo con tanto studio, tanta diligenza e
tante inestimabili pene, sia del corpo sia dello spirito, e
con tanto dispendio di tutti i nostri beni, si vende
pubblicamente e se ne trova ovunque a vil prezzo. E Dio e la
Natura hanno disposto così in modo che tanto il povero
quanto il ricco ne possano trovare facilmente. Ciononostante
hanno anche avvertito che l'occulto è contrario a ciò che
è palese, e che questa Pietra è un corpo nascosto e uno
spirito invisibile, come capirete dal sonetto che segue:
È uno spirito
corpo, primo nato di Natura
Molto comune, nascosto, vile, prezioso,
Conserva, distrugge, buono e malizioso,
Principio e fine d'ogni creatura,
Di sostanza tripla: sale, olio, acqua pura
Che coagula, addensa, unge e bagna 11 nell'inferiore
Purissimo, secco, unto e umido nel superiore
È capace d'assumere ogni forma e figura
La sola arte della natura ai nostri occhi fa vedere
Celato nel suo cuore un infinito potere
Ornato delle facoltà di cielo e terra 12
È
ermafrodito e dona accrescimento
A ciò che con lui si mescola 13 indifferentemente
In quanto entro sé ogni germe serra.
Ora se questo
spirito-corpo, o meglio terra spirituale, i Filosofi l'hanno
chiamato terra di lavoro, è a causa verosimilmente del fatto
che si acquisisce con un meraviglioso rovello del corpo e
dello spirito, e con artifici molto strani, profondi e
ammirevoli, più divini che umani.
E alcuni dicono
che questo fu il primo lavoro e il primo sudore d'Adamo.
Ahimé, quante grandi muraglie 14 bisogna abbattere e
pesanti porte infrangere prima d'arrivare là dove questa
benedetta terra vergine si trova. E in modo veritiero gli
antichi Poeti che hanno avuto conoscenza di quest'arte, a
proposito hanno descritto nelle loro fiabe e poesie le grandi
e meravigliose fatiche che sopportarono in passato.
Come quelle del
grande re Ercole 15 e del principe Giasone alla
conquista del prezioso Vello d'Oro nell'isola di Colchide che
secondo Plinio è una regione in cui si trova una gran
quantità di questa terra vergine, dalla quale si può trarre
enorme quantità d'oro e d'argento. Come potete agevolmente
vedere dai particolari della storia che tratta di questa
conquista, una delle più famose e antiche che si possano
trovare, si dimostra come la forza nulla possa senza i
consigli che Medea diede al suo amico Giasone 16, senza i quali egli non
avrebbe mai potuto farcela. Vi prego, dunque, di tornare
spesso sul sonetto che segue, che vi potrà illuminare, in
quanto contiene tutta l'operazione fisica dello Spirito
Universale:
Chiunque voglia
sapere qual frutto qui esista,
I mostri come
Ercole dovrà sormontare,
Gerione dai
tre corpi dovrà dunque domare
Quindi
all'Idra sempre rinascente resista
Dietro Diomede
e i suoi cavalli persista
A Ippolito lo
scudo si sforzi di sottrarre
Dalle stalle
d'Euristeo il letame deve trarre
E nel massacro
degli uccelli stinfalidi non desista
Combatta poi
il cinghiale nereggiante,
Spogli della
pelle il leon ruggente
E domi 17 anche il toro con lotta
lunga e fiera
Dal cervo, i
pie' di bronzo, 18 guadagni le corna d'or
E Cerbero dai
tre capi 19, dall'Inferno attragga
ancor
Vincendo il
Vello d'Oro con sottil maniera
Questa terra
preziosa è costituita di corpo, d'anima e spirito, contiene
i quattro elementi di natura e il Sole e la Luna in virtù e
potenza, come quella pura sostanza che è composta di zolfo e
d'argento vivo, dalla quale sono creati l'oro e l'argento. E
i Filosofi hanno chiamato giustamente questa sostanza media
Mercurio doppio, visto ch'è al contempo maschio e femmina,
fisso e volatile, bianco e rosso, oro e argento, terra grassa
e rugiada celeste, zolfo e argento vivo dei Filosofi, e da
loro chiamato ermafrodita, figlio di Venere emersa dal mare,
generata dal sangue dei genitali di Saturno che Giove aveva
reciso; sul quale il poeta Pindaro ha composto i bei versi
che seguono:
Dio ti guardi, o
isola bella, agli Dei graziosa
In cui un
tempo la stirpe di Latona 20,
Latona dai bei
capelli, il gemello amato
O figlia del
mare, ha generato,
O miracolo
immobile, chiamato dai mortali
Seconda Delo;
e dagl'immortali
Felice spirto
del ciel detto fiammante
Che sulla
terra nera è bello e rilucente.
Platone la chiama
androgino e Geber arsenico, Ermete aquila e avvoltoio e con
gli altri infiniti nomi, pur essendo sempre il vero composto
dei Filosofi, che contiene in sé tutto ciò che gli è
necessario dall'inizio alla fine per convertirsi nella Pietra
preziosa e mirabile dei Filosofi, senza aggiungervi o
togliervi nulla. In verità se volessi potrei continuare a
narrarvi per similitudini che nessuna cosa al mondo può
essere creata dalla natura in altro modo che in questa sola e
unica; la creazione del mondo e d'Adamo nostro primo padre,
com'è scritto nel primo capitolo della Genesi; e dai profeti
e santi padri di nostra madre chiesa, come anche nelle
cronache, storie, poesie, metamorfosi, oracoli e sibille dei
tempi antichi sono descritte le meraviglie di questo
mercurio; il mio discorso potrebbe apparire lungo, ma non
noioso agli apprendisti dell'arte. Ma sono sicuro che
chiunque abbia la vera conoscenza della vile materia in cui
è nascosto e del mezzo divino che bisogna avere per estrarlo
dalla terra, confesserà a viva voce che i filosofi non hanno
mentito, come la maggior parte di quei saggi che sono inclini
a credere nella filosofia. Di sicuro, tuttavia, poche persone
hanno questa conoscenza e principalmente non l'hanno gli
ignoranti e i sofisti, i quali fanno credere che in cinque o
sei mesi o tutt'al più un anno compiranno la grande opera, e
assicurano con falsi giuramenti che è così e che l'hanno
provato. Ahimé, miserabili che sono, non conoscono affatto
la vera materia e l'unico vaso che è come matrice per gli
animali, né il divino fuoco che bisogna avere per
dissolverla, e il tempo necessario per portarla a termine:
non ricordando che per entrare nel regno dei cieli occorrono
grandi tribolazioni e che le margherite non si seminano
davanti ai maiali. Per quanto mi riguarda mi stupirebbe che
al momento esista qualcuno che la conosca soltanto, ma non al
punto di possederla perfettamente. Quando questo mercurio
esce dalla sua miniera, immediatamente si congela
immobilizzandosi; e allora il pianeta Marte usa la sua arte,
con la quale gli apprendisti della dottrina hanno scoperto
detto mistero; cosa che Geber conferma dicendo: l'ultimo è
Marte dal quale dipende il gran segreto. Così Rasi dice:
abbiamo estratto il mercurio dal secco e lo abbiamo
convertito in oro molto fine, poiché durante il dominio di
questo pianeta, la miniera è piena del proprio calore, il
che permette di trarne il detto mercurio. Come l'esperienza
c'insegna è d'un colore simile al fegato e all'àloe;
parimenti Geber dice che il suo colore tende al rosso, e
mostrandoci che la sua proprietà, secondo l'opinione di
tutti i filosofi, è d'essere calda, e di poter assimilare e
cuocere; e per questo motivo l'hanno chiamato zolfo e
fermento della pietra, come dice Senior: il nostro zolfo non
è quello volgare, ma è quello che giace nascosto nei due
grandi luminari e nei corpi perfetti. Poi esce l'acqua viva,
bella, splendente e dispensatrice di vita, che i filosofi
hanno chiamato acqua viva, umido radicale e argento vivo dei
saggi poiché dà vita alla miniera da cui esce: per questo
motivo è detta acqua perenne, tanto che senza quest'acqua
chiara, la miniera non avrebbe vita; come per esempio e
similitudine un corpo animato, rimasto senza sangue che gli
dà la vita, muore. Ma notate che il sangue è moderato
dall'urina chiara e umida, come si può vedere, e che senza
di essa il sangue si sfalderebbe nelle vene del corpo umano,
e per questo motivo non ci sarebbero movimento e vita: ecco
un passo degno della massima considerazione per gli operatori
di quest'arte, visto che con questa similitudine sarà facile
scoprire la materia simile ai metalli, che contiene i quattro
elementi equilibrati dalla Natura per il governo della nostra
arte nel giusto peso e nella giusta proporzione. Poiché il
saggio operatore sa bene come agire, anche se visibilmente
non compaiono che due elementi, ossia l'acqua e la terra,
esattamente quelli che i filosofi ci esortano a conoscere
bene prima di mettere mano all'opera quando dicono: bisogna
conservare l'umido radicale nella calcinazione dei corpi, per
scioglierli meglio. Poiché, se finisse l'umidità, il corpo
rimarrebbe arido e secco, nella terra bruciata, senza alcuna
lucidità, e non si potrebbe sciogliere mai più né
rivivificare come invece sarebbe necessario. Ecco un bel
percorso per la resurrezione dei corpi e, come si vede, nella
fusione dei metalli che hanno la detta umidità, chi più chi
meno. Ma l'oro, tra tutti, ne possiede il supremo grado
poiché tale umidità è in rapporto paritario con la terra.
Ed ecco il serpente nascosto nell'erba e un grande segreto
nascosto dai Filosofi con parole oscure, profonde e grandi
meditazioni. A questo fine è necessario che l'operatore
capisca bene che dalla decomposizione d'una cosa se ne genera
un'altra, riducendo il metallo in materia prima, con la
conservazione della sua essenza in questa meravigliosa
calcinazione; conoscendone il tempo, e addirittura il momento
della sua nascita, lo si proteggerà dalla violenza e forza
del fuoco, grazie a questa umidità radicale, acqua viva,
fonte di ricchezza e rugiada celeste, sostegno del popolo
d'Israele mentre era nel deserto. Di quest'acqua parla Jean
di Mehung, dicendo:
Ed esce l'acqua di
secco sasso
Nulla bagna nel suo passo 21
Il motivo che ha
spinto i Filosofi a raccomandarci di salvaguardare
quest'acqua benedetta, è dato dal fatto che deve rendere
l'anima al proprio corpo: siccome è lei la causa della
morte, solo lei può rendergli la vita. Come si può vedere,
per esempio, nella Fenice sulla quale sono stati composti
questi versi:
Come la Fenice al
batter d'ali, lo sguardo
Fissa al sole, quando i raggi le son dardo,
E l'arde poco
a poco, in cenere la riduce
E dopo averla
uccisa, a nuova vita la riconduce
Così è il
segreto d'alchimia e della sua arte:
Torna vivo sol
chi vivo va alla morte.
Né mai si
potrebbe unire ad altro che non fosse dell'unità della sua
propria natura. Compiendo questo, il buon Artista farà in
modo che i quattro elementi siano sempre insieme senza che
uno prevarichi l'altro, quantunque appaiano diversi colori
nel vaso, dopo questa calcinazione filosofica. Come
similmente si vede nell'uovo, e questa diversità di colori
ci fa capire la loro qualità. Poiché lo zolfo che è rosso
scintillante, ha la qualità d'essere caldo e secco, come il
tuorlo che contiene il fuoco e la terra, elementi propri alla
digestione e al nutrimento, e l'argento vivo ch'è fluido,
bianco e lucente, è di qualità fredda e umida, cioè
albuminoso, e contiene gli altri due elementi, l'acqua e
l'aria che hanno la qualità d'inumidire e accrescere gli
altri due, e proteggere la pietra, ossia il pollo, dalla
combustione in tutti i tempi richiesti al compimento di
questa grande opera. Per questo motivo i Filosofi hanno
paragonato queste due sostanze, cioè zolfo e argento vivo,
ai due spermi maschile e femminile che contengono le quattro
qualità contrarie e rappresentate dai quattro elementi,
causa di tanti errori per tutti coloro che non sono figli
dell'arte, che fanno credere per poca intelligenza che la
pietra si possa fare con molte cose visto che i quattro
elementi sono ovunque, come abbiamo detto; così s'impegnano
a estrarre con grandi spese e sacrifici i quattro elementi e
da una cosa e dall'altra e non fanno mai niente che valga,
visto che non conoscono affatto la vera materia nella quale
la saggia natura ha congiunto e proporzionato questi due
spermi propri della nostra opera. Come dice Geber sarebbe
follia per un uomo cercare una cosa dove non è affatto e
bisogna pure che la natura lavori su una sola cosa per la
generazione dei metalli e principalmente dell'oro che n'è il
fine ultimo, non potendo andar oltre; così in parallelo,
nella nostra arte non abbiamo bisogno che d'una cosa sola, di
questi due spermi, vale a dire zolfo e argento vivo, quando
sono ben miscelati e uniti in modo che uno prenda
inseparabilmente la virtù dell'altro, e si realizzi una
sostanza che non sia affatto calda e secca come il fuoco,
fredda e secca come la terra, calda e umida come l'aria,
umida e fredda come l'acqua, ma partecipi in ugual misura di
tutt'e quattro le qualità, infine si trasformi in vera
quintessenza quando raggiunga questa perfezione, ottenibile
con il decotto industrioso della nostra arte, governando il
fuoco come c'insegna la natura: e allora i Filosofi l'hanno
chiamata la pietra perfetta, avendo così, come essi dicono,
virtù innumerevoli e quasi incredibili, come fossero
miracolose, che comunicano alle altre specie, vale a dire a
quelle animali, vegetali e minerali. E desta grande
ammirazione il vedere che una sola cosa abbia tante virtù e
produca tutti i contrarî, ossia indurire ciò che è molle e
ammorbidire ciò che è duro, uccidere ciò che è vivo e
vivificare ciò che è morto, imbiancare il rosso e arrossare
il bianco, accrescere se stessa e procrearsi da sola in meno
d'un giorno e ritornare vergine come prima, da se stessa
diventare volatile, dissolversi, congelarsi e fissarsi e
altre cose strane che non possono essere attribuite a cause
naturali, poiché superano la natura e si compiono a causa
della potenza divina, e sono incredibili se non si ha la
possibilità di vederle, e pur vedendole non si potrebbe
trovarne la causa, visto che la si attribuisce alla
divinità. Così, per similitudine, si perviene alla nascita
della nostra Pietra, che alcuni, senza tuttavia offendere la
divina maestà, hanno paragonato al parto della gloriosa e
Immacolata Vergine Maria, la quale era vergine prima e rimase
tale anche dopo. Così disse Alfide, quando affermò: questa
pietra si trova in tutti i luoghi e in tutti i tempi, risiede
sulla cima delle montagne e il vento la porta nell'aria, e
sua madre è vergine. A ben considerarle tutte queste cose
non potrebbero essere compiute che dalla divina podestà, e
chi volesse avanzare obiezioni, s'ingannerebbe di molto e non
potrebbe più ottenerla; vi prego dunque, Figli della
dottrina, di non fidarvi delle apparenze dei falsi alchimisti
che per trarre in inganno dicono che la Pietra dei Filosofi
è facile da fare e si compie in poco tempo. È invece molto
difficile scoprire il segreto di regolare il fuoco, l'azione
e potenza del quale è infinita, e ancora conoscere i quattro
elementi e la loro distillazione e separazione dal caos
disordinato e confuso poiché questi regimi sono i veri
fondamenti e la base d'ogni magistero, tanto che i Filosofi
ci raccomandano espressamente d'approfondire la conoscenza di
detti elementi prima di mettere mano alla grande opera,
perché se l'operazione ignora i detti elementi, non potrà
mai dare forma alla materia in modo corretto, né trovare
quello che cerca. Ora, per prima cosa, questa forma deve
essere impressa nella volontà dell'artista acuto e incline
all'investigazione, prima che cominci l'opera, come accade
normalmente in ogni arte: e siccome è nostra intenzione e
volontà di comporre e fare una medicina che abbia la virtù
e la potenza di convertire i metalli imperfetti in oro molto
fine, è necessario e logico che le diamo la forma dell'oro,
quella che la natura ha disposto e ordinato che ricevesse fin
dall'inizio. Poiché l'elisir non è oro ma forma d'oro, come
lo sperma dell'uomo non è uomo in atto ma in potenza e può
diventarlo solo se formato nella matrice dovuta, preordinata
dalla natura a riceverlo. A questo proposito vi prego di
prestare particolare attenzione, parlo a voi che dite
d'essere così sapienti e ad alcuni semplici che hanno visto
qualcosa. Poiché sapete che l'esperienza è madre d'arte e
scienza. Se l'elisir fosse gettato nel vino, acqua, olio,
succhi d'erbe e altre cose simili, non le convertirebbe in
oro, visto che la natura non ha predisposto queste materie a
ricevere tale forma. Per questo vi prego d'abbandonare la
vostra falsa opinione e credenza secondo la quale la Pietra
dei Filosofi si possa fare con cose animali, vegetali, sali,
allumi, vetriolo, arsenico, aceti, orpimenti, antimonî,
marcassiti e altre materie, le quali, nonostante siano
minerali, non sono state preordinate dalla natura a ricevere
la forma dell'oro. Come l'esperienza dimostra e come ancora
si vede: l'uomo è animale e una pecora anche, nondimeno i
loro due spermi congiunti per mezzo d'un coito non darebbero
né l'una né l'altra specie, ma una creatura mostruosa
lontanissima dalle intenzioni della natura ch'è ministro
della nostra arte. Nel primo libro del Genesi è scritto che
Dio, dopo aver fatto tutte le cose, disse: crescete e
moltiplicatevi e ogni specie faccia il suo simile. Dunque, se
volete fare l'oro, parlo a voi sofistici, bisogna che abbiate
la dovuta semenza dell'oro e seminarla nella terra opportuna,
che consiste nei metalli imperfetti preordinati dalla natura
a convertirsi in oro, che è il fine ultimo a cui essa tende.
È necessario dunque che il saggio operatore conosca bene
questa materia unica e le sappia dare la forma che appartiene
all'elisir e oro dei Filosofi, il quale supera di gran lunga
in colore l'oro volgare che la natura ha preparato
semplicemente, non potendo fare di più, e questo grande
rossore offusca tutti gli altri elementi eccetto l'acqua, il
che è un grande segreto nascosto dai filosofi per conoscere
il detto oro filosofico. Tanto che si vedono chiaramente i
due elementi così contrarî stare insieme senza che l'uno o
l'altro perda la sua virtù e potenza, come fanno i comuni
elementi d'acqua e fuoco che si consumano l'un l'altro,
mentre gli elementi della nostra pietra vivono e muoiono
insieme senza che uno offuschi l'altro, anzi s'aiutano e si
mantengono meravigliosamente insieme: ciò è quanto i
Filosofi hanno detto, ossia che chi è capace d'unire l'acqua
e il fuoco conosce uno dei più grandi segreti della natura;
come capirete dal sonetto che segue, dove è illustrata la
separazione della sostanza pura da quella impura e il mezzo
con cui tale separazione è attuata in ogni cosa.
Come per il
vestimento 22 della massa indigesta
Natura usa in
principio separazione,
Così ogn'arte
che mira a perfezione
Ha da seguir
codesta regola e via manifesta
La sostanza ha
dappertutto l'escremento che l'infesta,
Sia per limo
della terra o adustione.
Ma l'arte per
cozione o digestione
Sia d'acqua, sia di fuoco, bandisce questa peste
L'opra d'arte
sol sa separare
E a nuova vita
poi rigenerare
Tutto in tutto, sciogliendo d'ogni vizio l'alma pura
Chiunque ben
sa l'arte d'usar acqua e fuoco
Sa che il
sentiero vero conduce poco a poco
Sin
all'altissimo segreto di tutta la Natura.
Dunque eccovi
ordinatamente il modo per acquisire questo prezioso mercurio,
tanto lodato da Ermete Trismegisto, che alcuni ritengono
essere stato il grande Melchisedec, quando dice: ciò che i
saggi cercano si trova nel mercurio, cioè corpo, anima e
spirito, e tale mercurio è nascosto nelle caverne dorate.
Altrettanto afferma Giovanni Rupescissa, dicendo: ascoltate
le parole dello Spirito Santo; la Pietra dei Filosofi è
mercurio e, infine, è l'argento vivo animato sul quale
ricade interamente l'attenzione dei Filosofi, che ci hanno
espressamente esortato a conoscere la natura prima di mettere
mano alla grande opera. Tali parole già menzionate traggono
in inganno un'infinità d'ignoranti, facendo loro credere che
si tratta del volgare mercurio e facendo loro perdere tempo e
denaro.
Dunque, nel nome
di Dio Onnipotente, prenderemo questo mercurio animato e
filosofale, e poi con natura, calore e putrefazione se ne
farà una buona generazione. Uniformeremo la regola e il
governo di quest'opera al modello della generazione umana, in
modo da istituirvi prudentemente e osserveremo in tutto
quanto ci sarà possibile i precetti dei Filosofi, i quali
vietano espressamente la profanazione di questo grandissimo
segreto che è tanto facile da capire che si può apprendere
in un istante, e tutta l'opera può essere scritta in cinque
o sei righe tanto è eccellente e ammirevole come sostiene
Ermete il Padre dei Filosofi, nel suo Pimandro, quando dice:
Cambiò d'aspetto e tutte le cose mi furono improvvisamente
svelate in un istante; il che non avviene affatto in tutte le
altre arti, fossero le più meccaniche del mondo, poiché
questa che è detta grande, quando la si è compiuta una
volta non si può più sbagliare nel ripeterla, come invece
accade per le altre. Ed è fondamentale che i filosofi
abbiano cercato per lo meno di nasconderla. Ora bisogna
comprendere che lo sperma dell'uomo raggiunge un grado
d'estrema putrefazione nella matrice della femmina, essendo
il suddetto sperma della più pura sostanza del sangue, e con
il calore dei genitali al momento del coito esso diventa
bianco, ed entrato nella matrice si putrefà a un punto tale
che al settimo giorno genera una massa sanguinolenta o una
massa sanguinosa, che contiene in sé virtualmente e in
potenza tutte le membra del corpo. Ascoltate bene voi che
siete prudenti e saggi: il primo è il cuore, cioè l'oro dei
Filosofi nel quale sono tutti i metalli in potenza. Gli
succede il fegato dal quale procedono tutte le vene del
corpo, delle quali sette sono le principali: vale a dire i
sette metalli raffigurati dai Filosofi con i sette pianeti,
che è cosa degna di considerazione. Dopo si formano i nervi,
le ossa e finalmente tutto il corpo, e Dio invia l'anima, e
il detto corpo si perfeziona nel ventre della madre, essendo
nutrito dal sangue mestruale e aiutato dal calore naturale
fino a che sia trascorso il tempo stabilito, che è
ordinariamente di nove mesi: allora la creatura nasce,
maschio o femmina come piace a Dio: ossia la natura ha dato
ai due spermi, maschile e femminile, la capacità di riuscire
vittoriosi l'uno sull'altro: poiché se lo sperma maschile,
che è zolfo, domina i due più nobili elementi, ossia il
fuoco e l'aria, ed è risultato vittorioso a causa del suo
calore sullo sperma femminile, senza dubbio la creatura sarà
maschio, vale a dire oro, mentre, al contrario, se è lo
sperma femminile a dominare gli altri due elementi meno
degni, cioè l'acqua e la terra, quindi ha dominio sul
maschile, sarà femmina, cioè argento, poiché il freddo
domina il caldo; ed ecco la differenza che c'è tra l'oro e
l'argento, cioè tra l'elisir bianco e quello rosso. Questa
analogia è espressa dai Filosofi con il paragone delle urine
digeribile o indigesta, che è molto importante per i figli
dell'arte. Poi, quando la creatura è nata, viene nutrita con
un latte bianco anziché con il mestruo rosso, come avveniva
quando era celata nel ventre della madre, fatto a cui vi
prego di prestare attenzione, poiché se la vostra opera
segue quella di natura, si manifesteranno senza dubbio tutti
questi segni e allora comprenderete a quale prudenza, astuzia
e sottigliezza i Filosofi hanno fatto ricorso per nascondere
questa preziosa Pietra sotto tutte le similitudini che hanno
utilizzato nei loro libri e vedrete come quest'opera si
avvicini a quella della Natura nella creazione del mondo.
Cosicché questa materia unica contiene in sé, per Dono di
Dio e della Natura, tutto ciò che le è necessario per
essere perfetta e compiuta, come è ampiamente espresso nel
sonetto che segue, che vi mostra come il mondo sia pervaso
dallo spirito grazie al quale ogni cosa vive:
Il gran corpo del
gran Dio creatura prima
Da uno spirto fu colmato nel cominciamento
Onniforme in
semenza, e vivo in movimento
Tutto mette in
luce e tutto anima
Della terra e
dei cieli è l'anima nutrice
E di tutto
quanto in essi ha vita e peso,
In terra è
vapore, in cielo è fuoco acceso
Triplo in una
sostanza e prima matrice
Poiché dal
tre, un tre per natura proviene
E torna in
ogni corpo il cui balsamo contiene
Avendo per
genitori Sole e Luna
Con l'aria
genera in basso, mirando in alto
La terra lo
nutre nel suo grembo caldo
E della
perfezione è causa comune
Quali difficoltà
incontri chi cerca questo spirito tanto nobile ed eccellente
per riconoscere la materia nella quale si cela e si riposa
così come il sottile artificio per liberarlo. Vi dirò con
questi versi:
Non v'è che un
metallo al mondo
Nel quale il nostro mercurio abbonda
La nostra Pietra
si genera naturalmente con il magistero e bisogna prenderla
al momento della nascita; momento che il prudente artista
deve conoscere prima di metter mano all'opera, perché se non
avesse questa conoscenza la sua opera sarebbe sprecata, come
spiega Geber: L'errore o la riuscita di quest'opera risiedono
in un punto. Lo stesso dice Calid il buon Filosofo: colui che
non prenderà questa pietra onorata al momento della sua
nascita, non bisogna che ne aspetti un'altra al suo posto.
Simile il parere del Morieno: attenti a non seccare quella
radice che deve nutrire il prezioso albero con le mele d'oro
piantato nel giardino delle Esperidi, menzionato da Virgilio
nell'Eneide, quando dice che appena colto un ramo ne rinasce
subito uno simile. Ugualmente è necessario che l'operatore
sia vigile e non si lasci sfuggire l'incomparabile tesoro per
sua ignoranza. Fate perciò attenzione ai Filosofi, discepoli
della dottrina, quando dicono che nella dissoluzione del
corpo avviene il congelamento dello spirito in una sola
operazione nella quale si osservino la temperatura del fuoco,
il peso e la misura nella composizione degli elementi, in
modo che la Natura, grazie all'arte, li equilibri e
proporzioni in ugual misura in un solo elemento che è la
nostra acqua mercuriale, filosofica e permanente, e non
volgare come lascia credere la maggior parte della gente.
Questi elementi devono essere immediatamente legati e
trattenuti, altrimenti si convertiranno in terra e diverranno
una cosa sola con le loro feci e non potranno più esserne
separati. Come si può vedere nei metalli imperfetti, a
quanto dice Geber, quando si lamenta d'essere stato a lungo
triste e disperato perché non riusciva a preparare il piombo
e lo stagno comuni con lo splendore e la lucentezza che loro
competono e che è necessario abbiano.
Certamente i
Filosofi ci nascondono al proposito un gran segreto, relativo
alla regolazione del fuoco, come Calid ci dà l'esempio a
proposito del sapone 23. Analogamente vediamo con
l'esperienza quante cose si preparino con il fuoco: se non
conoscessimo il punto preciso della loro cottura e non le
sottraessimo alla sua azione e alla sua potenza infinite,
senza dubbio le distruggerebbe e consumerebbe. Questo vale
tanto per le cose animali quanto per quelle vegetali. Perché
se la creatura non esce dalla matrice nel tempo determinato,
senza dubbio ne è soffocata e muore. A esempio il pollo che
è rinchiuso nel guscio dell'uovo. Come anche i semi dei
vegetali: se non germinassero uscendo dalla terra morirebbero
e s'estinguerebbero. Parimenti e per similitudine, se questo
spirito o virtù seminale non esce nel momento opportuno, che
l'operatore deve conoscere con precisione, la sua opera sarà
vana; poiché successo o insuccesso dell'opera dipende dalla
materializzazione di questo spirito universale in tutte le
cose, e dalla ritenzione in quest'unica materia delle virtù
celesti e terrestri che si formano grazie alla virtù e
all'azione del fuoco. Ciò capirete chiaramente dal sonetto
che segue:
Dai globi eterei
colmi di fuoco vigoroso
Dal ruotar
senza posa l'influsso veloce cala
Sui corpi
della terra e d'ardore animale
Penetrando i
fianchi 24 del suo grande grembo
poroso
Quando s'empie
questo ventre d'altro fuoco vaporoso
Senza sosta
alimentato da umore radicale
In questo
grande 25 corpo prende corpo d'acqua
minerale
Per la
concozione del suo fuoco caloroso
Quest'acqua
aggrumata, ogni cosa generante,
Diviene terra
pura che in sé tien chiuse
Le virtù
celesti unite strettamente
Per tale effetto in essa son congiunti
La terra e il
cielo. Con bel nome la chiamo 26
Di cielo
terrificato 27 degnissimo e prezioso
Il grande Filosofo
Avicenna ha paragonato questa Pietra preziosa all'anima del
mondo. E anche molti altri filosofi l'hanno definita nello
stesso modo. Vi dirò la mia opinione e ciò che ho ricavato
dai miei studi dei santi libri e da altri filosofi: la prima
cosa che Dio creò fu la luce, che secondo l'opinione di
tutti deriva dal sole. Molti altri filosofi ci hanno
raccomandato espressamente di non mettere mano se non a cose
luminose; queste sono il sole e la luna. Il motivo per cui la
Natura non può costituire questa Pietra nella sua miniera è
dovuto alla continuità delle sue azioni per cui non può
fare questa ammirevole congiunzione d'elementi, cioè dei due
spermi summenzionati, se l'operante non vi mette mano,
poiché la natura produce i detti spermi e l'arte li
congiunge. Come dice chiaramente Morieno, non bisogna che
l'artista s'aspetti alcun utile dall'opera fino al tempo in
cui il sole e la luna non siano congiunti insieme
inseparabilmente, congiunzione che non si può ottenere se
non con la volontà e il permesso di Dio, per mezzo della
nostra acqua mercuriale che congiunge le tinture, come dicono
tutti i Filosofi e principalmente il suddetto Morieno, il
quale afferma che dopo la putrefazione le mani dell'operatore
non potranno compiere quest'opera, ma che solo Dio potrà
realizzare con la sua bontà e misericordia. Poiché questa
cosa è stata generata dal sole e dalla luna, uno come padre
l'altra come madre, non necessita d'aggiunte e sottrazioni
come sostiene Geber, e tutto il magistero consiste in una
cosa sola, alla quale non s'aggiunge o toglie nulla salvo
eliminare il superfluo nella sua preparazione. Constatiamo
ciò in tutte le arti, poiché quando il maestro vuole dare
forma alla materia ne sottrae la superfluità. Come gli
elementi di cui sono fatte tutte le cose, fossero stati
confusi nel caos e niente fosse stato distinto come una
forma, cosa che vi conferma ulteriormente come la nostra
Pietra sia fatta d'una sola cosa; così conferma Trismegisto
nella sua Tavola di Smeraldo e nel suo Pimandro, nonché il
sonetto seguente. Esso è degno d'essere studiato con
frequenza dai discepoli dell'arte, perché dimostra come Dio
abbia creato tutto con una sola materia, con la sua
generazione, sottilizzazione e perfezione:
È un fatto certo,
degno d'ammirazione
Che l'alto e il basso non son che stessa cosa
Per far del
mondo una conchiusa e sola cosa:
Effetti di
meraviglia degni d'attenzione.
Solo una sola
cosa in tutto vuol meditazione
Alla quale per
genitori, matrice e nutrice 28 posti
Son Febo e
Diana, l'aria e la terra in essa riposti,
Questa cosa in
cui giace total perfezione
Convertita è
in terra, ha la sua forza intera
Separando con
grande arte, ma in semplice maniera
Dallo spesso
il sottil, dalla terra il fuoco
Dalla terra
sale in cielo e poi in terra
Dal cielo
ridiscende, e acquista poco a poco
La forza dei
due dèi che nel suo centro serra.
Ma ecco una grande
difficoltà per chi non è figlio dell'arte, a causa del peso
dei suddetti due spermi, come è menzionato dalla Turba dei
Filosofi: Se farete una composizione senza guardare al peso,
vi sarà un tale ritardo nella vostra opera che verrete
completamente scoraggiati, poiché in questa ammirevole
congiunzione è necessario che il saggio operatore
salvaguardi il germe che la saggia natura ha costruito nella
sua grande sapienza, e non sia violato e alterato, poiché lo
spirito generativo deve crescere e moltiplicarsi nella nostra
terra vergine, come spiega Ermete: seminate l'oro nella terra
frondosa, un passo a mio giudizio che pochissimi capiscono
nel significato inteso dall'autore. Infatti non riescono a
comprendere come quest'oro venga seminato in questa terra
senza il concorso delle mani, se non in modo naturale, come
per esempio quando vediamo la rugiada che dal cielo cade
sulla terra e accresce e fa fruttificare ogni cosa, secondo
le parole del gran patriarca Giacobbe, il quale dice che
dalla rugiada del cielo e dal grasso della terra provengono
grandi ricchezze 29, ma se la terra non è stata
preventivamente lavorata e coltivata non può ricevere questa
rugiada e tesoro celeste: come accade nella grande opera in
cui l'oro dei Filosofi, generato con l'industria e con
l'arte, non potrebbe dissolversi senza questo divino liquore
di cui parla il conte Trevisano quando scrive a Tommaso di
Bologna, medico del re Carlo VIII, dicendo: L'arte, aiutando
la natura, congiunge l'oro al mercurio per l'abbreviazione
dell'opera, dissolvendo il corpo che è composto e congelando
lo spirito. Perché lo spirito non si congelerà mai se il
corpo non si dissolve, e a proposito di questa dissoluzione a
mio giudizio s'ingannano molte brave persone che, attenendosi
al senso letterale dei filosofi, intraprendono la via dei
sofisti e dei falsi alchimisti, divertendosi a dissolvere
l'oro con l'acqua forte e altri prodotti corrosivi, o anche
con il mercurio volgare, lontani dall'intendimento di natura;
mentre la nostra dissoluzione filosofica mostra
immediatamente all'occhio una gioia incomparabile. Come
appare dal sonetto seguente, che mostra l'eccellenza e la
potenza dello spirito universale:
Chiunque possa
gustare il suo liquore puro e mondo
Una gran luce negli occhi sentirà aumentare
E da ogni
ombra oscura si potrà liberare
E, vedendo,
avrà scoperto l'onore 30 di tutto il mondo
Potentissima
è la forza che non ha pari
E che penetra
attraverso ogni saldezza
E che domina
piuttosto ogni sottigliezza
Tanta
esercitando forza sui suoi contrarî
Così per
primo Dio creò l'Universo
Da cui derivò
ciò che è grande e diverso
Per
adattamento a ciò qui fattosi scienza
Così Ermete
Trismegisto fu chiamato
E dal cielo il
bel tesoro a lui fu rivelato
Così come le
tre parti d'ogni sapienza
Vedete il motivo
per il quale Ermete è stato chiamato Mercurio, e paragonato
per similitudine al Mercurio dei Filosofi, che è trino in
una sostanza; i Filosofi pagani che lo hanno conosciuto, e in
diversi momenti sono giunti alla perfezione dell'opera, si
sono affidati all'Indivisa e santa Trinità e hanno creduto
in essa e dato fede alle parole del filosofo Isaia che dice:
E la vergine concepirà per mezzo dello Spirito Santo Gesù
Cristo, Dio e uomo, nostro Salvatore, il quale durante la
calura del giorno cammina sulle acque. Così i saggi di
quest'arte vogliono che questa Pietra concepisca il nostro
bronzo, che ha corpo, anima e spirito, e che rimane vergine
come in precedenza. Dello stesso bronzo è scritto nella
Turba dei Filosofi, che non si può fare tintura che sia vera
e permanente se non dal nostro bronzo, poiché tutte le altre
sono sofistiche e prive di valore, non essendo che di primo e
second'ordine, mentre la nostra è del terzo essendo doppia,
ossia solare e lunare, ed essa sola può rimuovere il
superfluo e le impurità sopravvenute nei metalli imperfetti
al momento della loro creazione, corrompendo la loro prima
forma e istantaneamente introducendone un'altra, quella
dell'oro e dell'argento, secondo la virtù della scienza
illuminante. Su questo stesso bronzo sono stati composti i
quattro versi che seguono:
Tre cose sono in
una, e una in tre convive
Per comporre il bronzo, materia principale
Che ha anima e
corpo per mezzo spirituale
Che in lui
tutto si compie, lui che muore e vive
Un bel paragone
troviamo nella famosa storia del re Perceforet dei tempi del
grande Alessandro, allorché conquistò il regno
d'Inghilterra; il quale re, a memoria d'un così importante
avvenimento, fece edificare un bellissimo tempio al dio della
natura e, non sapendo quale immagine collocare nel santuario
per adorarlo come Trinità, vi mise un vaso di cristallo nel
quale erano posti i tre elementi, cioè l'aria, l'acqua e la
terra, e una lampada che ardeva giorno e notte senza sosta e
che doveva ridurre alla sua natura, cioè al fuoco, i
suddetti elementi, la cui fiamma era ammirevole essendo di
tre colori, la punta in alto bianca come la neve, il centro
rosso come il sangue e la base come il fuoco naturale.
Sicché e non a caso tutti i filosofi in generale hanno
esaltato sopra ogni altra cosa, in questa grande opera,
codesto bronzo prezioso e più di tutti Geber, nel settimo
capitolo della sua "summa". La grande difficoltà
tuttavia consiste nell'imbiancarlo e volatilizzarlo per mezzo
degli spiriti della sua stessa natura. Perché è quest'oro
filosofale che ha sopportato i forti attacchi del fuoco, i
più forti che si possano subire, e invece di fuggirli, come
fanno tutti gli altri metalli imperfetti, si dissolve in essi
e ne esce più puro e più bello; poi da questo fuoco
costante l'oro stesso resuscita e sale al cielo.
Ecco quindi come i
saggi Filosofi con questa scienza divina e con questa arte
sacra hanno conseguito la conoscenza della teologia e dei
grandi misteri, che in questo caso si potrebbe paragonare per
analogia (senza tuttavia offendere la divina maestà)
all'Ascensione di Nostro Signore, compiuta da lui solo
senz'altro aiuto, non come quella della gloriosa Vergine, sua
Madre, avvenuta per mezzo degli angeli o come quelle d'Enoc
ed Elia avvenute per mezzo d'un carro di fuoco nel paradiso
terrestre 31: così avviene in questa
grande soprannaturale opera, ossia che lo spirito congiunto
inseparabilmente ai corpi tuttavia se ne separa, come dicono
il Trevisano e Tommaso di Bologna. Gli spiriti hanno il
potere di sollevare i corpi in aria e i corpi di ritenere lo
spirito affinché non fugga, come afferma Geber parlando
della natura del mercurio quando dice che tutto rimane o se
ne va; così accadrà dopo la resurrezione dei corpi
nell'ultimo giorno, che l'uno non si allontanerà più
dall'altro, per l'eternità. Per mezzo di tale similitudine
gl'ignoranti e sofistici potranno individuare i loro errori
quando si sforzano di trasformare l'oro e l'argento in
spirito e i loro liquidi corrosivi in corpi. Ma l'acqua che
dissolve i corpi non è costituita di cose vegetali, animali
o minerali: ma è essa sola che dimora in loro in materia e
forma, quando il corpo è dissolto e lo spirito è congelato,
natura dilettandosi di sua natura e non di cose eterogenee,
lontane dai suoi intenti, ma proprio della materia di cui è
costituita la Pietra che la natura ha congiunto
proporzionalmente nell'ora e nel momento della sua nascita:
lo spirito ha il potere, con il concorso della nostra arte
ingegnosa, di fissare l'anima e il corpo, infondendo nella
matrice il vero sperma, il seme proprio e conveniente atto a
generare ciò che la natura ha stabilito fosse ricevuto dalla
materia fin dall'inizio della creazione, il che consiste,
come già detto, nella forma dell'oro che in verità i miei
occhi hanno visto e le mie mani hanno toccato. Quest'oro,
giunto alla sua perfezione, inseparabilmente congiunto con
l'anima e lo spirito, gettato sui metalli imperfetti, senza
dubbio li convertirà in oro molto fine. I Filosofi tuttavia
hanno così meravigliosamente nascosto il modo d'operare in
questa grande opera, sia riguardo alla materia sia ai regimi
del fuoco, ai pesi e ai tempi, che la maggior parte non sanno
nulla: poiché i loro libri sono molto diversi a questo
riguardo, mentre la nostra opera s'approssima per quanto
possibile a quella di Natura, vediamo le istruzioni che ci
dà il sonetto che segue, nonostante l'adattamento tra cose
divine, naturali e artificiali:
Dio, la Natura e
l'Arte da patrono artefice guida
Per disegno, ragione o emulazione
L'idea, la
virtù e l'operazione
In spirito,
forma e fatti fa, ordina e sfida
Dio dice,
Natura fa, l'Arte poi inventa
Il progetto,
il progresso e la preparazione
Per esprimere,
promuovere, veder l'esaltazione
Di lui, di
lei, per lei in discorso, opera alimenta
Chi ode e
intende Dio, Natura e Arte
Saggio dotto
inventore senza frode o inganno
Governa il
fuoco e il secco per destino
Ché Dio
natura e arte, del triangolo divin
A inizio
centro e fine se ne stan
E inclusa in
loro tre ogni cosa ha parte
Riguardo alla
materia tutti i Filosofi concordano che sia costituita da
zolfo e argento vivo: ma a mio giudizio se ne trovano pochi
che riconoscano questo zolfo e questo argento vivo poiché
non sono quelli volgari, come Geber dimostra
inconfutabilmente. Ma per gratificarvi e chiarirvi dove
queste sostanze così preziose siano racchiuse, vi dirò che
non si possono trovare che nei sali dei Filosofi, poiché
sapete bene, voi che studiate nei libri di questa scienza, le
lodi che vengono attribuite al sale. Infatti Geber dice che
da tutte le cose combustibili si può fare il sale. Paracelso
dice anche che tutte le cose sono fatte di sale, zolfo e
argento vivo: ma bisogna conoscere bene la natura del sale,
che è composto dall'elemento che lo contiene in potenza,
dalla virtù del sole che la natura ha in esso proporzionato
in qualità e giusto peso, non dovendosi fare altro che
portarlo dalla potenza all'atto osservando sempre ciò che
questi due versi vi insegnano:
Fortunato è colui
che con gran riguardo e cura
Equilibrerà il suo peso come fa la natura.
Questo vi mostra
chiaramente gli errori di coloro che non sono allievi
dell'arte e usano una cosa al posto del fuoco, un'altra per
sostituire l'aria, che chiamano olio, un'altra per l'acqua e
un'altra per la terra; e così realizzano le loro
composizioni con i pesi a loro discrezione e alla fine si
trovano ingannati. Ma alla nostra opera, che segue la natura,
non necessita bilanciamento o peso, non essendo che una sola
cosa. Infatti il peso che l'operatore deve conoscere prima di
metter mano al suo lavoro sta nella conoscenza delle qualità
della materia e dei suoi elementi, dell'agente o paziente che
domina o deve dominare nella prima composizione elementare,
fatta dalla natura, sulla quale l'artista deve operare, con
il mezzo e l'aiuto del primo agente, cioè l'intelligenza e
grazia divina, che guida il nostro spirito in tutto ciò che
dobbiamo fare in questa operazione, amministrando il fuoco
sì che a poco a poco e lentamente solleciti il secondo
agente che i filosofi chiamano zolfo: poiché la calcinazione
deve essere fatta con un appropriato zolfo combustibile, come
dice Geber, che non si trova nell'oro né nell'argento, ma
negli altri metalli imperfetti. Giuseppe, nella sua storia,
racconta che Adamo in lingua ebraica significa rosso, in
quanto fu creato dalla terra rossa vergine, e che non potendo
generare da solo, Dio lo fece addormentare e durante il sonno
trasse da lui una costola 32 e generò Eva, sua compagna, e che
essi avendo disobbedito al comandamento di Dio furono
cacciati via dal paradiso terrestre con una condanna a morte;
e non ci fu alcun rimedio per riacquistare la vita e la
beatitudine eterne, qualunque penitenza essi avessero fatto,
se non con la morte del Redentore Gesù. In modo simile
questa materia costituita da zolfo e argento vivo, l'uno
maschio e l'altro femmina (Cfr. nota 26), non si può
ottenere senza loro purghe e purificazioni e per questo
motivo occorre dapprima volatilizzare e poi fissare, e infine
convertirla in preziosa Pietra dei Filosofi, grazie alla
potenza di Dio aiutata dalla nostra Arte, come capirete
chiaramente dal sonetto che segue riguardante l'ascesa dello
Spirito al cielo e la sua discesa sulla terra come dice
Ermete nella sua Tavola di Smeraldo, mediante i due grandi
purificatori divini e naturali.
Il gran Dio che
tutto dona e in vita conserva
Fissa a
rimedio d'anime e corpi scuri
Due
purificatori di ciò di cui si è spuri
Che lo
corrompano fino a che ciò serva.
Ai mali
d'ambedue provvede e ovvia
Loro aprendo
di terra e ciel tutti gli sfarzi
Tesori bene
efficaci contro i due sforzi
Che su anima e
corpo morte invidiosa avvia
Artefici i due
son della restaurazione
Cui cielo e
terra hanno partecipazione
Per mediar fra
gli estremi l'alleanza
Ecco perché
dal cielo son discesi
Entrambi in
terra e al cielo ancora ascesi:
Per ritornare
in terra ricchi in potenza
Il saggissimo
Filosofo Geber c'insegna che i principî di natura nella
procreazione dei metalli saranno ancora principî del nostro
Magistero, dicendo che i principî nell'opera di natura sono
lo spirito puzzolente e l'acqua viva, che concede sia
chiamata acqua secca, e che queste due cose, ossia zolfo e
argento vivo, ridotti in terra, per mezzo d'essa ascendono in
forma di fumo sottilissimo che, per effetto di una prolungata
cottura s'ispessisce e diventa metallo per mezzo del calore
naturale che è in esso, ed eccitato dal movimento dei corpi
celesti, produce un calore così tenue che si può appena
immaginare. Ed ecco l'errore compiuto da coloro che vogliono
imitare natura non conoscendo la vera materia e che si
divertono a comporre la loro Pietra di zolfo e argento vivo
comuni, aggiungendo a caso l'oro e l'argento, credendo di
aver ben inteso le parole del detto Geber quando afferma:
«Concluderemo dicendo che la nostra Pietra non è altro che
spirito puzzolente, acqua viva a cui si deve aggiungere il
terzo elemento per l'abbreviazione dell'opera, e questo è il
corpo perfetto assottigliato e attenuato», parole che
traggono in inganno coloro che non sono figli dell'arte.
Perché non devono sgobbare che su una sola materia come fa
la Natura, e con operazione conforme alla creazione del
mondo; tant'è vero che lavorando su due o tre materie, non
sapreste quale di loro darà questa perfezione: poiché tutto
ciò che è aggiunto alla cosa impedisce la perfezione e la
conoscenza d'essa, e coloro che operano sofisticamente,
nonostante si ritengano molto dotti e sapienti, alla fine si
trovano ingannati e come stupidi, per aver perso tempo e
denaro come indica il sonetto seguente che parla a proposito
della loro riverenza e mostra loro il segreto dei misteri
divini e naturali:
Completamente
cieco è l'uomo nato dalla terra (Cfr. nota 26)
Ma l'astrale e
celeste ha chiara vista
Poiché in lui
potrà essere intravista
La doppia
vetta del mistero che in sé serra
L'una
dall'altra in purità splende rischiarata
A chi è
volgare la loro identità restando ignota
Ma può con
grandi meraviglie essere nota
A chi da
ignoranza l'anima non ha velata
La nascita del
gran seme d'ogni forma
Alla creazione
del mondo si conforma
Con l'unione
trina in terra e in cielo
Doppio albero
di vita si vede d'altra via,
Entrambi
preziosi, della terra e del cielo,
Di cui l'un
segue l'altro con ammirevole armonia
Ecco dunque il
motivo per soffermarci sulla sentenza di Ruggero Bacone
quando dice che bisogna trovare una materia nella quale siano
zolfo e argento vivo, bianco e rosso, non completi come sono
nell'oro e nell'argento, e che con il nostro strumento e
fuoco artificiale rendiamo più perfetti di quelli creati
dalla natura, fino al primo grado, su dieci, centomila e più 33. E data la sovrabbondanza
che hanno ottenuto per mezzo dell'industria della nostra arte
soprannaturale, dopo molto tempo potrebbero essere d'aiuto ad
altri che ne abbiano bisogno, cosa che non può esser fatta
dall'oro e dall'argento volgari, non essendoci tinture che
per essi soltanto, poiché la Natura non può andare oltre.
Ma quando i Filosofi hanno parlato dell'oro e dell'argento,
hanno inteso parlare della pietra perfetta e quando hanno
parlato dello zolfo e dell'argento vivo, hanno inteso la
propria e debita materia; come Geber l'ha chiaramente
indicata poiché lo zolfo e l'argento vivo, mischiati
insieme, si alterano l'un l'altro; e come l'uno non può
stare senza l'altro quando questa miscela viene fatta da un
operatore saggio e prudente che osservi l'ordine naturale,
poiché, nonostante si tratti d'una sola cosa, bisogna fare
la separazione del sottile dallo spesso, del rarefatto dal
denso, dolcemente o con un gran arnese finché non sale dalla
terra al cielo e si converte in un altro tipo di terra
gloriosa, che riceve le virtù celesti tanto inferiori quanto
superiori, come ci conferma Ermete Trismegisto nel suo
segreto dei segreti. E certamente, se non si operasse questa
separazione, l'uno non potrebbe aiutare l'altro: come
facevano i quattro elementi mentre erano nel caos; similmente
nel nostro caos filosofico, che Pitagora chiama Saturno (Cfr.
nota 1), dicendo che in lui si
trovano congiunte le nature, se non si facesse la separazione
degli elementi per comporre la nostra pietra, essa non
diventerebbe mai perfetta. Il sonetto che segue denuncia bene
l'errore di coloro che si stimano molto dotti e pretendono
che la natura da sola possa compiere questa separazione e
ammirevole congiunzione della sostanza intermedia, che è tra
il mercurio e il metallo, e mostra le forze dello Spirito
universale tanto nei limbi del caos e quanto nei corpi
speciali. Questo sonetto potrà riportare sulla retta via
coloro che sono stati sviati dal cammino della saggia natura,
quando si dovrà imitare la nostra arte.
Nello spirito
generale che contiene la semenza
Tanto la morte che la vita si devon considerare
La doppia
forma doppiamente ammirare
Con il secco e
il veleno, doppio nell'essenza
Il doppio
succo i corpi nutre con sua presenza
Il doppio
veleno li fa consumare
Serbando o
disfacendo cose dolci e amare 34
Pieno com'è
di benigna o aspra veemenza
Ecco le sue
facoltà prima che schiuso sia
Dal profondo
suo limbo, dalla confusione
Gli stessi
effetti avendo sé da terra estratto
Ma quando da
separazione è attratto
Del succo e
del veleno con preparazione
Contro buono e
cattivo mortal guerra avvia
Questo ci dice
quanta verità sia contenuta nelle parole del Conte Trevisano
quando afferma che nella nostra materia, all'inizio, dominano
i due elementi più forti, ossia la terra e l'acqua, ed è
necessario che la nostra arte ingegnosa li sottometta e che
il fuoco e l'aria diventino padroni e signori; compiendo
questo faremo l'oro. Poiché l'oro non è altro che l'insieme
dei quattro elementi accresciuti, in cui l'aria e il fuoco
dominano come i più nobili e degni. Ed ecco perché i
Filosofi hanno detto che è necessario iniziare dove finisce
la Natura. Ma nel nostro oro risiede una certa quintessenza
che i filosofi chiamano spirito della pietra, ossia il
genitivo, il quale deve essere sottratto ai legami quasi
indissolubili che lo tengono prigioniero nel detto caos,
altrimenti non potrà mostrare la sua forza e la sua virtù
nell'operazione del perfezionamento della pietra per riunirsi
al proprio corpo quando, nell'ora della congiunzione come
dice Morieno, appariranno grandi meraviglie, poiché allora
il corpo sarà fatto spirito e lo spirito corpo e saranno
lucenti come il sole e la luna; perciò i Filosofi l'hanno
chiamato corpo glorioso, poiché conoscendo questa grande
opera sanno che nel giorno del giudizio ogni anima
riprenderà il proprio corpo. Infatti così come non si può
unire a Dio che l'uomo fatto a sua immagine e somiglianza,
anche questo spirito non può unirsi che al suo proprio
corpo; il profeta Daniele intende questo dicendo: lo spirito
è uscito fuori e poi è ritornato nella sua terra; questo fu
detto ad Adamo: guadagnerai il tuo pane col sudore della
fronte fino al tempo in cui ridiventerai terra con la quale
sei stato fatto, poiché sei polvere e polvere ritornerai. Lo
stesso fu detto al serpente: striscerai sul ventre e mangerai
la terra tutti i giorni della tua vita. Perché i Filosofi
ritengono che mangi il nostro oro, cioè la terra, come anche
vuole per similitudine la leggenda di Gabrizio e Beia in cui
si narra che Beia nasconde Gabrizio nel suo ventre. E come
dice il saggio Arisleo: se tu mischi il nostro bronzo che è
terra, con l'acqua filosofale, farai grandi e ammirevoli
cose. È scritto nel capitolo del Genesi che una fontana si
alzava dalla terra bagnandola tutta. Anche Ermete conferma
che la forza e la potenza di questa Pietra si manifestano
quando ritorna in terra; ecco perché i Filosofi dicono
d'imbiancare l'ottone rosso con l'acqua bianca scaldata a
fuoco lento e di rompere tutti i libri. E lo stesso dice
Raimondo Lullo: bisogna imbiancare con pazienza poiché ci
vuole molto tempo. Zenone dice anche: se non imbiancate
questa Pietra, non la potrete colorare del vero rosso. Per
questo motivo Graziano dice: imbianca il Bronzo con il
mercurio, e se una volta potrai risuscitarlo penetrante,
avrai ciò che desideri. E Rosino dice: ci sono due nature,
una bianca e l'altra rossa; quindi imbiancate il rosso e poi
arrossate il bianco. Di queste due nature parla Raimondo
dicendo: Quando sono congelate bisogna sublimarle, e
sublimando lo zolfo bianco sale in alto e in basso, nel vaso,
rimane lo zolfo rosso. Così i veri Filosofi hanno avuto nei
loro vasi e veri setacci d'Ermete lo zolfo bianco e rosso
insieme. Per questo motivo, il grande Filosofo Aristeo, il
quale, grazie al suo sapere, governò il mondo, dice: cuocete
con pazienza e imbevete con l'acqua prodotta dalla cottura
stessa, cioè con la Pietra che Mosè colpì con la sua verga
facendone uscire l'Acqua viva per abbeverare i corpi secchi e
aridi. Anche il sogno di Polifilo tratta della grande sete
che pativa, come testimonia Geber che sostiene: per
reiterazione si separa l'olio nelle sue parti elementari,
come acqua molto bianca e serena da un olio rossissimo,
rimanendo tutto quel rossore a fondo del vaso. A questo
proposito il buon Filosofo Athephimalecq afferma: metti
l'uomo rosso con la donna bianca in una camera circolare
circondata di fuoco di cortecce e lasciarveli il tempo
necessario perché avvenga la congiunzione dell'uomo
nell'acqua filosofale e non volgare. E lo stesso dice Morieno
con queste parole: «Il nostro ottone all'inizio è rosso, ma
non c'è utile; se potrete imbiancarlo avrà un valore
enorme»; questo dice Davide nel suo salmo: «Tu mi laverai
con l'issopo e diventerò più bianco della neve». E Mireris
dice: «Come fare il rosso prima del bianco?». Per merito di
questa grande sapienza il profeta Merlino, ai tempi di re
Artù in Gran Bretagna, scoprì i due dragoni, uno rosso
senza ali, e l'altro bianco con le ali, che erano stati
nascosti dalla vergine dama del castello Vermiglio, su
consiglio dell'uomo con la folta chioma; erano circa
quattrocento anni che nessuno, per quanto saggio e prudente
fosse, era riuscito a trovarli; questi medesimi dragoni sono
del tutto simili a quelli che Nicolas Flamel ha lasciato per
ricordo sulla sua tomba nel cimitero dei Santi Innocenti di
quella città e che nei suoi scritti ha chiamato zolfo, il
dragone senza ali e quello con le ali, argento vivo, dei
quali il buon Filosofo Parmenide dice come a fuoco lento
facciano insieme pace. A questo riguardo Pitagora afferma che
tutta l'esperienza di quest'arte è d'imbiancare e che a tale
biancore non pervengono se non i veri Filosofi e figli della
dottrina, amanti della verità e conoscitori delle cause
naturali e dello spirito universale, che è la cosa
eccellente del mondo, come il sonetto che segue ci spiega
meravigliosamente, dicendo:
Chi voglia
conquistare la gloria del mondo
Filosofo divenga e gioia ne trarrà
Poiché la
Filosofia del tutto lo condurrà
Al colmo di
virtù di cui natura abbonda
Dell'ultima
notte su cui invano fonda
La cieca
opinione ella dissiperà
E del vero la
luce spanderà
Traendola
dalla macchina del mondo
Facendogli
vedere il bene desiderato
Dagli antichi
saggi, che rende l'uomo sicuro
Di vivere
felice e sano come più non può volere
E mostrandogli
a che prezzo sia ammassato
Il niente
degli altri beni. Tutto questo per il puro
Avere
dell'universo gloria e onore.
Adesso vedete
chiaramente che chi desidera acquisire questa preziosa Pietra
dev'essere un vero Filosofo naturale, studioso e diligente,
che investighi il segreto della Natura, dotato di pazienza e
spogliato dell'abito della perniciosa e maledetta avarizia 35 e ambizione, vestito di
quella carità e umiltà, che onora Dio come spirito e
verità, vivente in pace con ognuno, e che abbandona
completamente le vostre ricette false e diaboliche, piene di
sofisticherie, per sperimentare le quali, con falsi
giuramenti, siete stati chiamati ingannatori mendaci e
iniqui, poiché sapete bene che è scritto che in un animo
malvagio non entrerà mai la sapienza. Vi prego dunque per
amore fraterno di conoscere voi stessi e d'abbandonare la via
della perdizione, per intraprendere il cammino della
prudenza, ritirandovi a vita solitaria per imparare a
conoscere Dio e anche questa divina scienza e arte sacra in
compagnia dei nostri maestri, i Filosofi, che c'insegnano
senza parlare e ci fanno conoscere per mezzo di questa Grande
Opera tutti i grandi misteri: vi assicuro che così facendo
ogni ombra d'ignoranza si allontanerà da voi e scoprirete
con gioia il contenuto del sonetto che segue:
Come il bel
sorgere della vermiglia aurora
Toglie
l'ombroso velo al vuoto aereo
Scoprendo
lentamente il globo terreo
Con i raggi
dorati di cui il cielo l'onora 36
Così quando
la luce del Sapere supremo decora
Lo spirito
purificato da antiche nebbie malsane
Della volgar
dottrina, e tutto vede e nulla rimane
Di tanto
segreto che al mondo ancor s'ignora
D'ipocriti e
beffardi una Turba lo discosta
Come i gufi se
il sole la notte allontana
E non sopporta
della sua scienza la chiarezza
Marcia avendo
sulla destra dei giorni la lunghezza
Ricchezze e
onori nella sinistra ognora mena
Seguendo
l'astro della Sapienza cui s'accosta.
Il grande Filosofo
Ermete Trismegisto, padre di tutti i Filosofi, quando giunse
alla fine e perfezione di questa grande opera, per la gioia
allegrezza inestimabile che provò a vedere una sola cosa e
tanto vile, creata dalla natura e per arte portata a
perfezione tale da trasmetterla a tutte le cose, disse queste
precise parole: «Se non fosse per la paura che ho di
renderne conto davanti a Dio, negli ultimi giorni del
Giudizio, non avrei mai scritto né lasciato memoria di
questa scienza divina e arte preziosa, tanto ne ho ammirato
gli effetti».
Che cosa diremmo
dunque di tanti uomini che non sono che sofisti e ancora
d'altri che nulla sanno di Filosofia e che vogliono comporre
la nostra Pietra e renderla perfetta in 5 o 6 mesi o un anno
al più; di costoro se ne trovano di così sfrontati, che
arrivano al punto d'affermare con falsi giuramenti che è la
verità e che essi l'hanno già fatto. Noi sappiamo invece
che a studiare decreti e leggi o ad apprendere un'arte
meccanica ci vogliono, ahimé, ben cinque o sei anni e
talvolta ne devono trascorrere dodici o quindici prima
d'essere diventati dottori o maestri; e in questa che è la
più lunga e superlativa non vorremmo impiegare che un anno!
Quanto a me, non so su cosa fondino le loro ragioni, poiché
i Filosofi in tutti i loro libri non raccomandano che la
pazienza di cuocere e portare a digestione questa sostanza
mercuriale la quale, grazie alla sua dignità, sublimerà i
corpi e si moltiplicherà essa stessa, come capirete dal
presente enigma, che vi presento di cuore alla fine di questa
dissertazione e che fu cantato dall'uomo dal mantello nero
quando mi apparve in sogno, mostrandomi la fontana
pericolosa:
Sai tu qual è,
amico, questa selvaggia belva
Che adesso così attentamente cerchi
Qual mostro
orribile e pure formidabile
Ascolta, per
capirlo, questo canto
Crudele è
l'animale, bestia stridente
Che descritta
è nella graziosa storia
Di Betis de
Feson re di Gran Bretagna
Là si vede
andar per monti e campagne
E dalla bocca
emette un fetente alito
La sua dimora
e nido ha dentro una fontana
Là si
nasconde e cela, là riposa
Con i sottili
mezzi con cui Natura la serra
Ti posso
assicurare là sta la sua dimora
Non
mostrandosi mai se non a una certa ora
Ubriaca e
gonfia d'acqua come stella chiara
Esce per
tornare subito, come la vergine madre
Prendila in
fretta e subito ne smembri
La massa del
suo corpo in minuziose parti
In modo
tuttavia che forza e vita
Di queste
membra ridotte non sian perdute
E ne abbiano
altrettante che nel corpo intero
Quando la
massa non era ancor scomposta
Che mai si è
vista cosa più veemente
Che alla forza
del fuoco questo mostro cresce
E senza
rifiutarla ben le si adatta
Come a trarne
cibo grato e piacimento
Come argento
sette volte purgato alla fornace
Che più è
ardente e più si sente agiato
Che più
pulito e bello dalle fiamme esce
Mentre vi era
entrato infetto, orrido e lordo.
Si altera
sempre e questa sete ardente
Non si può
spegnere se non nella discesa
Dell'igneo
rugiadoso liquido macerante
Di fatto non
prende che a malincuore
Altra acqua
che questa della gran conoscenza
Per la
parentela prossima della loro essenza
E perciò
l'umore sorbito dal più basso
E aspirato in
aria non tarda a risalire
Se da tratti
voluttuosi non è appannato
In modo che il mostro privato della vista
Ci sveli la
sua traccia, e essendo rinnovato
Poco a poco si
dissolva come in un'acqua
Ma non credere
perciò la bestia morta
Anzi spera
piuttosto che ancor porti
La vita che ha
nascosto con evidenza
Quando
spossata è andata dentro
La tomba in
cui giace sepolta
Come il
polipo, anche se muta ancora
Trasformando
il suo aspetto, in varie forme
E beffandosi
di noi la vista ci sconcerta
È eccezionale
che essendo poc'anzi altera
Contro l'ira
del fuoco ora va certa
D'esaltare la
fortuna e con dolce libertà
In mezzo agli
ardori le sue delizie sceglie
Ricreandosi
come l'onda trasparente
Gioca il pesce
nel calore lento
Essa stessa si
esalta e muore adagio adagio
Ecco dunque
ciò che fu fin dall'inizio
Corpo
massiccio e poi acqua da una dolce fiamma
Una polvere
diventa tutta secca e senz'anima
La più grande
e priva di ragione meraviglia
È che il
mostro così morto ribeva il suo veleno
Nel quale è
nascosto per artificio strano
La vera
medicina che la sua natura muta
E rinnovandola
le restituisce i sensi
Non per un
tempo limitato, un'età misurabile,
Ma per
un'eternità che con forza mirabile
Vegeta
incessantemente in vita perdurante
O mistero
tanto alto da non doversi rivelare
Che un veleno
sì nero l'abbia potuto rinnovare
E non solo, ma
che in più il termine della sua età
Abbia saputo
ancora prolungare
Ma ciò che
qui di seguito voglio recitare
Ti deve ancora
più meraviglia suscitare
È che tanto
più beva acqua laida e mortale
Tanto più la
virtù in lei cresce vigorosa
E quando si
espande in tutta la sua totalità
Origina nei
suoi figli grande fertilità
Più stordita
sarà da umori saturi
Tanto più
crescerà il numero della sua discendenza
Il primo
varrà cento, il secondo mille, dopo
Il terzo
diecimila e così via a poco a poco
Si susseguono
i corpi e la razza opulenta
Per potenze di
dieci infinitamente aumenta
E vieppiù
questa bestia genera cento volte
Senza fallire
un colpo, e i figli son del peso
E della natura
della loro madre.
Ora intendi il
segreto qui in breve espresso
Il corpo deve
essere esposto al fuoco del fornello
Da cui esce
intero, per ritornare acqua
Dopo diviene
polvere e colpito da una livida morte
Infine,
resuscita e si pasce della sua stessa acqua;
In breve se
vuoi operare questi artifici credi a me
Che questo
mostro si genera e aumenta da sé
Quando tre
corpi produce ciascuno con potenza
Di generare
tutto come la primeva essenza
Poiché mille
già fatti, diecimila ne rifanno
E molti figli
ancora usciranno
Senza il
proprio veleno la bestia non nasce affatto
Senza questo
non è padre né figlio
La forza è
nel veleno ma importante è la preparazione
E dal grande
danno guardati del veleno.
FINE
La dissertazione
fu fatta e composta l'anno di grazia millecinquecentonovanta,
dal primo giorno di giugno all'ultimo giorno d'agosto durante
il memorabile assedio della città di Parigi il quale ha
impedito la prosecuzione della mia opera.
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