1
Ne riporto solo la parte iniziale. L’originale è in copto, la mia
versione è una contaminatio tra le traduzioni inglesi disponibili,
con qualche mia interpretazione.
2
Nelle note ho traslitterato il greco nella forma usuale, unica particolarità,
ho sottolineato le vocali lunghe. ST sta per Sherwood Taylor.
3
Prâxis. ST : “Lecture
I”. Qui il senso mi sembra più operativo.
4
Tês en chersí pragmatías. ST : “the work in hand”, ma è evidente che si tratta
dell’opera nel suo senso pratico e fisico.
5
Phýsis. La parola ha un significato complesso, sin dal famoso
aforisma che Democrito aveva ripreso da Ostane. Qui comunque, come si vedrà,
ha un significato concreto e sperimentale. Nel seguito con questo termine si
intende: la fonte universale della manifestazione, la materia che si ottiene
nell’opera per corporificazione della prima (mercurio dei filosofi), i
materiali che con la loro congiunzione permettono questo fenomeno (le nature
vinte e dominate).
6
Hyperaíroysa kaì hyperbaínoysa. ST: “transcending and surpassing” , perde il senso operativo.
7
Tò pân.
8
Plethynoméne. ST: “completed”. Ritengo invece che si voglia indicare che
il risultato della congiunzione è superiore alla due nature iniziali
riunite.
9
Aposoroysa. Lett. : “salvi da una malattia”, “riconduci
alla salute”, cioè guarisci dalla malattia “universale”, dato che sei
la “medicina universale”.
10
Hýle: è la “silva” dei trattati latini.
11
Diakratoŷsa. ST:
“holding matter fast”. Ma qui si tratta della fissazione
del volatile e fuggente e del suo essere “trattenuto” senza permettergli
la fuga, secondo la classica definizione di Geber della sublimazione:
“elevatio rei sicca cum adhaerentia sui vasis”. La natura, la materia,
qui è vista sempre nelle sue due forme, cioè come ente metafisicamente
universale e come materiale vero e proprio che, corporificato, entra in
gioco nella Grande Opera. È una tipica ambiguità dei testi alchemici che
proseguirà nei secoli, e di cui vedremo altri esempi nel seguito.
12
Evidente richiamo a Democrito e al famoso aforisma di Ostane: “he phýsis tê phýsei térpetai, kaì he phýsis tèn phýsin
nikâ kaì he phýsis tèn phýsin krateî”. Qui dice: “phýsis phýsin nikôsa kaì
térpoysa”. Il Festugière traduce “térpetai” con “è
affascinata”, che chiarisce ancora meglio il fenomeno “magnetico” di
attrazione.
13
Hýparxin. ST: “existence”, ma noi dobbiamo sempre considerare
che Stefano avesse in mente l’operazione, e che in questo modo ce la stia
descrivendo.
14
Diadromè. ST:
“course of the moon”.
15
Diakósmesin, ST: “whole order of the universe”, dove,
come nel caso della nota precedente, ST dà troppa enfasi alla visione
macrocosmica, che è comunque legittima per analogia, a scapito di quella
microcosmica e operativa.
16
Theion ápyron. Questa definizione (lett. “zolfo senza fuoco”) è
usata spesso nei testi alchemici, ed anche in altri (Dioscoride, Plinio).
Per lo più è tradotta con “zolfo nativo”, ma qui è termine tecnico,
non traducibile se non esotericamente. Si noti, ad esempio, che Zosimo lo
menziona come agente di “imbiancamento”.
17
He polyónymos idéa kaì polýeidos eponymía. St:
“the archetype of many names and name of many forms”. Ritengo
invece che qui si debba sottolineare il fatto, ben noto agli studiosi di
alchimia, che alla corporificazione dello spirito si sono dati infiniti nomi
e che al singolo nome corrispondono molte apparenze diverse a seconda della
fase dell’Opera.
18
Émpeiros. Lo intendo in senso passivo, ciò che cade sotto i sensi,
proprio perché “si dispiega”. Si potrebbe anche tradurre con
“empirica”.
19
Ô hómoion ex homoíoy anaphaînon. ST :
“O like bringing to light from its like a thing of like nature”. Come
si vede, l’originale è molto più semplice, e vuole soltanto riaffermare
la costanza di questa natura sottesa a tutte le sue manifestazioni,
all’apparenza tanto diverse. Io intendo il verbo con valore riflessivo.
20
Epígramma. ST: “inscription”, ma qui si vuole indicare proprio
il “segno” che compare alla superficie della natura corporificata, con
una stretta consequenzialità con quanto precede e segue.
21
Kenodóxon andrôn prokatalambanoméne apeiría. ST: “ignorance seized
on beforehand by vainglorious men”. Ma qui si intende proprio la
mancanza di esperienza operativa che ostacola il progresso di chi, senza di
lei, si perde in vane immaginazioni.
22
Hyperephánon mérópon. ST: “disdainful mankind”. Ritengo invece che si riferisca
alla sorte caduca di chi disprezza l’Arte e ottiene soltanto un’
“illuminazione che svapora”, e perciò resta mortale.
23
Aperikàlyptos haphé. ST: “uncovered light”. Intendo invece l’esperienza
manuale che si rivela, più coerente con il discorso in generale e anche con
quanto segue.
24
Theoroyméne. Fa da contraltare al praktikôn della
frase successiva. Da un lato il risultato della prassi, dall’altro
l’illuminazione teoretica che ne deriva.
25
Aposkeyé. ST:
“preparation”. Ritengo invece che si voglia sottolineare
in un gioco retorico che alterna al “fiore profumato” la prima
manifestazione lercia e fetida, anche se già perfetta, di questo ente che
pure è sempre lo stesso, “monoeidés”. Infatti subito dopo
sottolinea che la sua bellezza è fatta di “intelletto”, cioè non
necessariamente sensibile, o non sempre.
26
Tèn chárin. ST:
“the grace”.
27
Parà toŷ patrós tôn phóton. ST: “by the lights of the father”. Non vedo qui un
sottinteso cristiano, che ST vedeva evidentemente già nella nota
precedente.
28
Periektikè magnesía. ST: “comprehensive
magnesia”. Si tratta del corpo attrattivo dello spirito universale, così
chiamato per la sua forza “magnetica”, e dello spirito universale
stesso, anch’esso magnetico, che penetrando il corpo lo “agita”.
Questo appellativo si manterrà nei secoli, attraversando indenne le
traduzioni arabe, giungendo sino al Filalete.
29
Chrysokórallon. Probabilmente l’analogo del “porpora” (firfir)
degli alchimisti arabi e poi latini, l’oro “esaltato” dei filosofi.
30
Toŷ soŷ charaktêros. ST: “of
thy nature”. Ritengo
invece che si riferisca proprio al “segno”, all’ “impronta” che
compare nell’Opera.
31
ST vede in questo “numero dispari” la “monade” da cui tutto evolve.
Ma qui, come subito dopo, mi sembra invece che si introduca il tema della
parte finale dell’Opera, quando, terminate le faticose operazioni
preparatorie, ottenuta la materia “una”, resta soltanto quello che nei
testi latini medievali sarà definito “lavoro di donne e gioco di
bambini” (opus mulierum et ludus puerorum). Quindi se di unità si
tratta, non credo che sia quella di partenza, ma piuttosto di quella di
arrivo. In questo senso poi, come unione dei tre princìpi, potrebbe essere
considerata anche una “triade”, e il numero dispari sarebbe il tre.
32
Pankosmía.
33
Menýeis basilikén aloyrgída. ST:
“thou shalt disclose the kingly purple”. È chiaro che è la
porpora finale, che compare quando sono cessate tutte le “agitazioni”,
le “lotte”, e la materia cuoce calma e immobile.
34
Diá tês sês paídiskes. ST:
“by the help of thy maiden”. Penso si riferisca al “servus
fugitivus” dei testi medievali, cioè allo strumento fondamentale della
Grande Opera, che in effetti è più corretto di genere femminile.
35
Vedi nota 29. Lo sforzo faticoso si è concluso.
36
Pánsophos.
37
Oikeiothômen. ST: “we are made friends”.
38
Tosoŷton erân. ST:
“to love such a One”. Mi sembra una lettura molto sforzata
e al di là dell’intenzione dell’autore, che si rivolge soltanto
all’Opera e al suo risultato, cioè il “corallo d’oro”.
|
|
L’alchimia si
affaccia sulla scena del mondo occidentale agli inizi dell’era cristiana.
Delle epoche precedenti abbiamo soltanto vaghi indizi, ambigui ed imperfetti.
Anche se possono aver suggerito ipotesi affascinanti a molti studiosi ed
appassionati, non danno certezze né sulle origini, né sulle forme che può
aver assunto in epoche più remote.
Neppure l’etimo
del nome è noto. Tolto l’articolo arabo, copiando Plutarco, si è fatto
derivare “chimia” dall’egizio k.mt, che si voleva fosse il nome
dell’Egitto stesso: “la terra nera”, con un riferimento al caos iniziale
della Grande Opera. Ma, come nota Curto, kemet è aggettivo sostantivato
riferito a un sottinteso sostantivo femminile, nut, “località” o
“città”. Non è possibile che il sostantivo sia ta, il vocabolo
greco che significa “terra”, perché ta è maschile. Muore così, di
fronte all’inflessibile grammatica, la leggenda ermetica che pretendeva per
l’Egitto un epiteto nazionale derivato dalla misteriosa, nera e oscura,
materia prima alchemica, e ne traeva conclusioni su origini faraoniche per
l’arte sacra dell’ermetismo.
Mahdihassan lo fa
derivare dall’antico cinese kim-yia, “succo dell’oro”. Se si
considera che proprio in Cina abbiamo i cenni più remoti di pratiche e teorie
alchemiche, sembrerebbe proposta accettabile. Naturalmente va tenuto conto del
fatto che la pronuncia dell’antico cinese è estremamente opinabile e che,
comunque, questo non ci porta al di là del IV, V secolo a.C. Non si risolve cioè
il problema dell’origine più antica.
Qualcuno trova in
Mesopotamia tracce più convincenti di remotissime pratiche metallurgiche dal
sapore alchemico, e Semerano propone un accadico qamû, qmû, qmî,
“ardere”, “bruciare”. Abbiamo prove di contatti remoti tra Babilonia e
Cina, e potremmo perciò immaginare un percorso che dalla civiltà sumero
accadica giunga in Cina, da qui in India, per approdare in epoca tolemaica sulle
coste mediterranee, ma il discorso si complica, va approfondito.
Come si vede, ci
stiamo muovendo su terreni infidi, scivolosi, pericolosi perché inducono a
riversare sulla carta pagine colme di sogni nevrotici e desideri inespressi, a
sostegno di turismi fantasiosi, spesso inquietanti.
Volgiamoci perciò
a documenti più sicuri e neutri, ai testi rimasti.
Le più antiche
testimonianze alchemiche occidentali sono fondate su un numero molto ristretto
di manoscritti, di epoca relativamente tarda. In pratica ne contano tre.
Sono: il Marcianus
graecus 299, del X o XI secolo, il Parisinus graecus 2325, del XIII
secolo e il Parisinus graecus 2327 del XV secolo. Tutti gli altri
traggono origine da uno di questi e sono di epoca posteriore.
Si è ipotizzato
che i tre a loro volta derivino da un'unica fonte realizzata nell’impero
bizantino in un periodo che si può collocare tra l’epoca dell’imperatore
Eraclio (610-641) e la data del Marcianus.
Considerato che il regno di Eraclio pare abbia conosciuto una corrente erudita
favorevole all’alchimia, se fosse vero, si potrebbe supporre con una certa
verosimiglianza che il testo originario fosse proprio del VII secolo.
Il Marcianus,
appartenuto al Bessarione, è il codice più antico e più bello. Come ho già
detto, l’esame della grafia lo fa porre tra la fine del X e l’XI secolo.
Scritto su pergamena è opera di un unico copista, ma nei margini e su fogli
lasciati in bianco si trovano diverse aggiunte dovute a mani posteriori.
Presenta comunque due gravi problemi. Innanzitutto è dimostrato che l’ordine
secondo cui è stato rilegato è sbagliato, e che le pagine non sono in ordine.
Gli studiosi hanno proposto vari adattamenti, ma a tutt’oggi non sono ancora
riusciti ad accordarsi su una sequenza definitiva. Inoltre mancano evidentemente
molte parti, andate perse.
Il Parisinus
graecus 2325, che si fa risalire al XIII secolo, è il più antico dei
manoscritti alchemici di Parigi e proviene dalla biblioteca di Fontainebleau. È
rilegato con lo stemma di Enrico II, come l’altro, il Parisinus graecus
2327. Quest’ultimo è l’unico a possedere un colophon che ci permetta di
avere qualche informazione sulla sua storia:
Il presente libro
è stato terminato di mia mano per me, Theodoro Pelekanos, della regione di Corfù,
isola dei Feaci, nel mese di giugno, il 22, in terra cretese, nel luogo detto
Chandex, nell’anno 6986, cioè 1478 dopo la nascita di Cristo. E questo libro
sarà per me, Theodoro Pelekanos, per grazia di Cristo, nostro Dio – che abbia
la gloria e la potenza nei secoli – Amen.
I
tre codici contengono un’antologia di scritti, operette o estratti, di una
serie abbastanza numerosa di autori che vanno da Zosimo di Panopolis,
probabilmente il più antico, a cavallo tra il III e il IV secolo, sino all’
VIII secolo. I manoscritti sono molto simili, si ricoprono per una gran parte,
fa eccezione l’ultimo, il più recente, perché è più esteso degli altri e
contiene molti testi unici.
In
tutti e tre troviamo nomi ormai famosi nella storia dell’alchimia occidentale,
come Democrito, Synesio, Ostane, Hermete, Olimpiodoro, Cleopatra, Agathodemone,
Stefano di Alessandria.
I
contenuti variano da appunti molto tecnici, a poemi, a divagazioni filosofiche.
Sono diversi per stile e per obiettivi. Convivono, ma questa sarà sempre e
dovunque caratteristica alchemica, ricette metallurgiche e visioni sacrali.
Quindi
da un’unica raccolta – specialmente se consideriamo i tre manoscritti
copiati da un’antologia originaria – noi estraiamo quasi tutte le
informazioni si cui si ragiona per quanto riguarda le origini occidentali
dell’alchimia.
Come
si può facilmente immaginare, tutte le deduzioni sono viziate da questo fatto e
da quello, altrettanto singolare, che si è costretti ad accettare le scelte che
l’ignoto estensore bizantino ha fatto per noi. Non sapremo mai cosa ha
eliminato, né perché abbia selezionato queste opere e non altre. Siamo
vincolati per sempre alle sue opinioni.
A
peggiorare ulteriormente la situazione, questi codici aspettano ancora
un’edizione critica e una traduzione corretta. Anni fa Les Belles Lettres
di Parigi ci hanno fatto sperare, annunciando una collana dedicata agli
alchimisti greci, ma a tutt’oggi è stato pubblicata soltanto, e per
l’ennesima volta, la solita ben nota opera di Zosimo, “Le memorie
autentiche”, che ha il singolare privilegio di avere già avuto molte
edizioni. È ben vero che questa volta siamo di fronte ad apparato critico,
commento e traduzione, ineccepibili.
Per
il resto, siamo ancora fermi al lavoro di Berthelot-Ruelle, che se ebbero il
merito, nell’ottocento, di essere i precursori di questi studi, ci hanno
lasciato un’edizione riconosciuta da tutti come poco affidabile sia sul piano
testuale che su quello dell’interpretazione.
In
conclusione, parliamo di origini dell’alchimia occidentale, fondando ipotesi
su pochi documenti, mal conservati, non analizzati a fondo, per lo più poco
noti. Humus fertile per occultisti da strapazzo ed ermetisti allucinati, che
hanno potuto con gran facilità erigere storpie costruzioni teoretiche senza
rischio di smentite, anche perché di rado gli eruditi si interessano di loro, e
ancora più raramente ne parlano.
Chiudo
subito questa polemica, peraltro sterile, e vengo al tema che più mi interessa.
Tra
i testi riportati nei tre codici, è particolarmente ricca di spunti l’opera
di Stefano di Alessandria.
L’autore
sembra bene identificato. Sappiamo che visse sotto l’imperatore Eraclio, che
fu filosofo e professore e che tenne lezioni di geometria, astronomia e musica.
Lasciò anche un commento su Aristotele e un’opera di astronomia.
Qualcuno
ha ritenuto impossibile che un professore che teneva lezione nel palazzo di
Costantinopoli osasse insegnare alchimia, dato che questa era stata vietata da
Diocleziano. In realtà, il presunto editto di Diocleziano a divieto dell’arte
ermetica è sostenuto con prove molto inconsistenti e comunque, quand’anche
fosse stato veramente promulgato, si sarebbe trattato di un evento di circa tre
secoli prima.
Tutto
induce a ritenere invece questi scritti autentici, compreso lo stile retorico,
un po’ enfatico, tipico di un
retore bizantino di alto livello. In ogni caso non possono essere posteriori al
IX secolo, dato che sono menzionati nel Kitab al-Fihrist, che è
dell’850 d.C. Le opere di Stefano erano note nel mondo islamico, dove era
conosciuto come Istafan o Adfar.
Come ho già
detto, il testo appare in quasi tutti i manoscritti greci, in particolare nel più
antico, il Marcianus Graecus 299.
Le opere
alchemiche di Stefano consistono di:
1- Un lungo trattato
suddiviso in nove práxeis, l’ultima delle quali è detta incompleta.
2- Una lettera a Teodoro,
interpolata tra la seconda e la terza “prassi”.
Una traduzione
latina, con quella delle opere di Democrito, Sinesio, Pelagio e Psello, fu fatta
dal Pizimenti e pubblicata integralmente a Padova con il seguente titolo:
Democritus
Abderita De Arte Magna “sive de rebus naturalibus”. Nec non Synesii &
Pelagii & Stephani Alexandrini & Michaelis Pselli in eundem commentaria.
Dominico Pizzimentio Vibonensi Interprete, Patavii apud Simonem Galignanum M DL
XXIII.
In realtà la
prima edizione è del 1572, è estremamente raro (se ne conoscono tredici copie)
e si basa sul Parisinus Graecus 2249.
Nel 1937, Sherwood
Taylor pubblicò una traduzione delle prime due, con il testo greco a fronte, ed
è partendo da quello che ho proceduto per una mia versione, dato che, con tutta
la stima per il grande studioso, la sua interpretazione mi è parso che in più
punti si discostasse dallo spirito dell’autore. Comunque riporto in nota le
principali differenze, in modo che i lettori possano scegliere quella che
preferiscono.
Prima di passare
al testo però, devo anticipare un punto che mi riprometto di sviluppare più
ampiamente in un commento finale.
Si vedrà come
Stefano insista molto, sin dall’inizio, sul concetto di Natura, parola
che usa molto e con significati che possono sembrare talvolta diversi. In
Stefano la parola Natura è pregna di significati metafisici e operativi,
ed è fortemente legata al senso possente che le aveva dato lo pseudo Democrito.
Si conferma così, a mio parere, uno stretto legame tra il pensiero ermetico e
quello gnostico, peraltro già suggerito da molti studiosi. Perché si apprezzi
meglio, quindi, il valore di questo concetto, così importante in alchimia
(Stefano lo pone sin dall’inizio come fondante di qualunque teoria e pratica
ermetica), premetto un testo tratto da quelli che furono scoperti negli anni
’40 a Nag-Hammadi, che, mentre lavoravo su Stefano, mi ha colpito per la sua
stretta affinità con l’opera bizantina.
Se si terrà
presente che i due scritti stanno parlando della stessa cosa, molte delle
oscurità di Stefano scompariranno.
Vediamo quindi per
primo il testo gnostico 1
Protennoia trimorfica
(Il verbo
dell’epifania)
Scritture Sacre
del Genitore
con Gnosi completa
Io sono la
Protennoia, il Pensiero che dimora nella Luce,
io sono il
movimento che dimora nel Tutto,
colei in cui il
Tutto pone le proprie fondamenta,
la primogenita tra
coloro che vennero all’esistenza,
colei che esiste
prima del Tutto, colei che è chiamata con tre nomi,
che esiste di per
sé, essendo perfetta.
Io sono invisibile
all’interno del Pensiero dell’Invisibile Uno
e sono rivelata in
ciò che è incommensurabile e ineffabile.
Sono
incomprensibile, stando all’interno dell’incomprensibile.
Mi muovo in ogni
creatura.
Sono la vita della
mia Epinoia,
ciò che dimora in
ogni Potenza e in ogni eterno movimento,
all’interno di
Luci invisibili,
all’interno
degli Arconti e degli Angeli,
dei Demoni e di
ogni anima che dimora nel Tartaro,
di ogni anima
materiale.
Io dimoro in
coloro che vennero all’esistenza.
Io mi muovo in
ognuno e scendo nel profondo di tutti.
Io vado rettamente
e risveglio colui che dorme,
sono la visione di
coloro che sognano nel sonno.
Io sono l’Uno
invisibile all’interno del Tutto.
Io sono colei che
consiglia coloro che sono nascosti
E conosco il Tutto
che esiste nel nascondimento.
Io sono senza
numero al di là di ognuno.
Io sono
incommensurabile e impronunciabile,
eppure se lo
desidero mi manifesterò, interamente,
perché sono lo
Splendore del Tutto.
Io esisto prima
del Tutto e sono il Tutto
perché esisto in
ognuno.
Io sono una voce
che parla sommessamente.
Io esisto dal
principio nel Silenzio.
Io sono ciò che
è in ogni voce
e la voce che è
nascosta in me,
nell’incomprensibile
illimitato pensiero all’interno dell’illimitato Silenzio.
Io discesi nel
centro degli inferi
e risplendetti
sopra l’Oscurità.
Io sono colei che
versò l’acqua.
Io sono colei che
è nascosta nelle acque radianti.
Io sono colei che
illuminò gradualmente il Tutto col mio Pensiero.
Io sono unita alla
Voce
Ed è attraverso
me che la Gnosi si manifesta.
Io dimoro negli
ineffabili e negli incomprensibili.
Io sono la
percezione e la Conoscenza,
emettendo una Voce
per mezzo di Pensiero.
Sono la Voce reale
e parlo in ognuno
ed essi la
riconoscono dato che in loro dimora un Seme.
Io sono il
Pensiero del Genitore
e fu innanzitutto
attraverso me che la Voce venne,
cioè la
Conoscenza di cose che non hanno fine.
Io esisto come
Pensiero per il Tutto,
in armonia col
Pensiero, inconoscibile, irraggiungibile.
Io manifestai me
stessa – Io – tra tutti coloro che mi riconoscono,
perché io sono
colei che è unita ad ognuno
nel Pensiero
nascosto e nella Voce esaltata.
Tale Voce viene
dal Pensiero nascosto,
incommensurabile
dimora nell’Incommensurabile.
È un mistero,
irrefrenabile per la sua incomprensibilità,
invisibile a tutti
coloro che sono manifesti nel Tutto.
È luce che dimora
in Luce.
Noi soli siamo
separati dal mondo manifesto
dato che siamo
salvati dalla nascosta saggezza dei nostri cuori
per mezzo
dell’ineffabile e incommensurabile Pensiero.
Colui che è
nascosto dentro di noi paga i tributi del suo frutto
alle acque di
Vita.
Allora il Figlio
che originò attraverso questa Voce,
che procede
dall’alto,
egli che possiede
dentro di sé il nome che è una Luce,
rivelò le cose
imperiture
e tutte le cose
sconosciute furono rese note
e queste cose,
difficili da interpretare
e segrete, egli
rivelò,
e per coloro che
dimorano nel Silenzio con il primo Pensiero,
egli predicò
loro.
A coloro che
dimorano nell’Oscurità egli si rivelò,
a coloro che
dimorano nell’Abisso, egli si mostrò,
a coloro che
dimorano nei tesori nascosti,
egli disse i
misteri ineffabili e li illuminò,
tutti figli della
Luce, su dottrine irripetibili.
La Voce che
origina dal mio Pensiero, esiste come tre stati,
il Padre, la
Madre, il Figlio, come un suono percettibile.
Essa possiede la
Parola dentro di sé – Parola dotata di ogni gloria.
Possiede tre
mascolinità, tre potenze, tre nomi,
esistendo come Tre
– tetrangolati –
nascosti nel
silenzio dell’Ineffabile.
|
A questo punto
possiamo passare alla lettura di Stefano 2.
Stefano di Alessandria
filosofo
universale e maestro di questa grande e sacra arte
Sulla produzione dell’oro
Prassi 3 con l’aiuto di Dio.
Avendo glorificato
dio, causa di tutte le cose buone e di tutte re, e il suo figlio unigenito che
risplende di fronte agli eoni insieme allo spirito santo; avendo ardentemente
supplicato per noi l’illuminazione della sua gnosi, cominceremo a cogliere gli
splendidi frutti dell’opera manuale 4,
in questo trattato, seguendo le orme della verità.
La questione deve
essere fondata su una corretta teoria della natura.
Natura 5
superiore a natura che vinci le nature,natura diventata reggitrice di te stessa,
che ti innalzi sulle nature trascendendole 6,
natura unica e la stessa, che da sola porti e completi il tutto 7,
congiunzione accresciuta 8
e separazione congiunta, natura identica e non altra, che da te stessa guarisci 9
il tutto, materia 10
che fissi 11
la materia, natura che vinci natura e ne godi 12,
natura celeste che fai risplendere la sostanza 13
spirituale, corpo incorporeo che rendi incorporei i corpi, diffusione lunare 14
che illumini l’intera preparazione 15,
specie genericissima e genere specificatissimo, natura davvero superiore a
natura, che vinci le nature, dì che tipo di natura sei, quella che accoglie
ripetutamente con gioia se stessa da se stessa, quella che porta lo zolfo apyro 16
e che ha il potere di resistere al fuoco, la forma dai numerosi nomi e il nome
dalle numerose forme 17,
la natura che si sperimenta 18
e che si dispiega, l’arcobaleno ornato di molti colori, quella che rivela il
tutto che si manifesta da lei stessa, natura che in sé e non da altra,
manifesta la natura, simile che appari dal simile 19,
mare oceanico che emani vapori di perle multicolori, riunione della tetrasomia
dalla bella superficie, marchio 20
della triplice triade e compimento del sigillo universale, corpo di magnesia da
cui è portato l’intero mistero, scaturigine celeste crestata d’oro, e
spirito rivestito di argento sgorgato dal mare, tu che hai un abito intessuto
d’oro e porti un ricciolo di liquido aureo, eccellente messa in pratica di
sapientissime riflessioni, sapiente potenza onnicreativa di uomini divinissimi,
mare inscrutabile da uomini non iniziati, inesperienza ostacolante di uomini dai
vani pensieri 21,
illuminazione vaporosa di mortali presuntuosi 22,
incontro rivelato per uomini pii 23,
visione mistica contemplata 24
da uomini virtuosi, fiore profumato di filosofi operativi, immondezza 25
perfetta di un’unica specie, opera di sapienza, che porta un bello formato di
intelletto, dardeggiante sul tutto un tale raggio da una sola essenza, luna che
ricevi luce dalla luce solare, unica natura stessa e non natura altra,
allietante ed allietata, dominante e dominata, salvata e salvatrice, che cosa
tra voi e l’ampia materia, di un unico ente naturale e di un’unica natura
vincente, di che sorta, dimmi, di che sorta?
A voi che siete di
sapiente intelletto dedico questo grande dono, a voi rivestiti di virtù,
adornati di pratica teoretica e fondati sulla teoria pratica.
Di che sorta,
mostra, tu che hai indicato in anticipo che avremmo avuto un tale dono.
Di che sorta, dirò
e non nasconderò.
Celebrerò
l’incanto 26
del dono luminoso che viene dall’alto, donatoci dal padre delle luci 27.
Ascoltate come
intelletti angelici. Abbandonate la teoria materiale, in modo da essere
considerati degni di vedere con i vostri occhi intellettuali il mistero occulto.
Infatti occorre
una singola cosa naturale e un’unica natura che vince il tutto. Di tal sorta,
vi sia detto ora chiaramente, che la natura si allieta nella natura e la natura
domina la natura e la natura vince la natura.
Si allieta per la
natura di essenza simile; domina, perché ha affinità con lei; vince, superiore
a natura, la natura, quando la corporeità del processo completerà
l’iniziazione ai misteri.
Quando il corpo
incorruttibile sarà liberato dalla morte, quando trasformerà la pienezza
diventata spirituale, allora, superiore a natura, è uno spirito meraviglioso,
allora domina il corpo agitato, allora si rallegra come nella propria
abitazione, allora vince ciò che incorporeo penetra la totalità generata dalla
totalità, ammirevole sulla natura.
Ciò di cui vi
parlo, è la magnesia universale 28.
Chi non si
meraviglierà del corallo d’oro 29
che hai perfezionato?
Da te, infatti,
l’intero mistero è completamente portato a perfezione, tu sola affronterai
coraggiosamente la sua gnosi, su di te si diffonderà la nube orientale
splendente, in te porterai familiarmente la multiforme immagine di Afrodite,
mentre il coppiere serve il carbonaio carico di fuoco (perché portando una tale
luminosità nuziale, la velerai, riceverai l’immacolato mistero della natura).
Mostrerò il resto
e lo splendore del tuo segno 30.
Comincerò a mostrarne le multiformi immagini.
Allora, infatti,
colui che intesse intellettivamente il tuo fuoco interno, riaccende l’igneo.
Osservando il tuo
spettacolo multicolore, tutt’intorno, non ho la forza di sostenerne la
bellezza. La tua perla radiante acceca il mio occhio. Il tuo splendore
riaccendendosi, stordisce tutta la mia vista, la tua splendente radiosità
allieta tutto il mio cuore, natura davvero soprannaturale che vinci le nature.
Tu, il tutto,
l’unica natura.
La stessa per cui
anche il tutto diventa opera.
Infatti con un
numero dispari 31
la totalità del tuo cosmo 32
è condotta a regola d’arte.
Allora imparerai
cosa aspettarti, allora scoprirai in quali cose ti aggiri, allora arresterai le
lotte della situazione, allora mostrerai una veste di porpora regale, 33
che porterai con te grazie alla tua servitrice 34.
Allora, non la
penosa fatica recente, ma un giaciglio dorato 35,
allora non una multiforme abilità, ma una sagacia colma di saggezza 36,
allora non si trova privazione di uomini virtuosi, ma si manifesta realizzazione
di uomini perfetti. Perché questo è il termine che si trova nel numero
dispari.
Così la
scopriranno coloro che sono pieni di virtù, ascoltate voi, amanti della
sapienza, e sappiate gli atti possenti del dio che tutto regge. È lui che
fornisce ogni saggezza, inaccessibile luce di dimore, luce che illumina ogni
uomo quando viene nel mondo. Noi non siamo nulla senza la suprema divinità,
assolutamente nulla è il dono che si cerca, rispetto alla sua grandissima
beatitudine.
Avvicinatevi,
amanti di virtù, a quel desiderio immateriale.
Imparate quanto è
dolce la luce di dio, indegne sono le cose che ora attraggono rispetto a quella
sorte beata, solo noi siamo retti 37
da lui con amore e riceviamo da lui la saggezza, abisso da abisso, che sgorga,
in modo che si possa essere resi capaci, con la grazia di nostro signore Gesù
Cristo, di far scaturire fiumi di acqua viva, per cui, stupiti di tale saggezza
del demiurgo, si possa impetrare la sua grande benevolenza su di noi. Non ci si
deve meravigliare dell’aspetto del corallo d’oro, dovremmo piuttosto
meravigliarci per la bellezza inesauribile.
Soddisferò anche
il vostro desiderio, che possiate essere degni di aspirare a tanto 38,
di parlare divinamente con innodie della buonissima infinita bontà del dio.
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(continua)
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