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Paolo Lucarelli
L’Alchimia Antica
L’Alchimia Antica
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«Questa città di Tolleta solea
Tenere studio di Nigromancia
Quivi di magica arte si legea
Publicamente e di Piromancia»
Così il Pulci nel Morgante descrive Toledo, così ce la
immaginiamo, dopo la riconquista cristiana nel XII secolo, quando nelle strette viuzze
della città medievale studiosi curiosi venuti da tutto lOccidente si aggirano in
cerca di codici preziosi, immersi in dispute con eruditi musulmani ed ebrei, frugando
senza posa in qualche bottega di scrivano, srotolando pergamene, sfogliando libri,
cercando notizie di qualche autore dal nome ostico e di difficile pronuncia.
Conosciamo alcuni di questi vagabondi del sapere, Adelardo di Bath, Platone Tiburtino,
Roberto di Chester, Ermanno di Carinzia, Domenico Gondisalvi, Ugo di Santalla, Petrus
Alphonsi, Giovanni di Siviglia, Abraham ben Ezra e in testa a tutti il grande Gerardo di
Cremona. Giunge a Toledo a ventanni, per attingere alla scienza orientale già tanto
famosa nel mondo latino. Impara larabo, decide di passare il resto della vita in
questa città affascinante, e si getta con entusiasmo nel lavoro di traduzione di testi.
Questo in effetti è il primo compito e gli studiosi che abbiamo citato sono ricordati
specialmente per questa faticosa e preziosissima opera di versione in latino di opere che
lIslam proponeva a un Occidente che sembrava aver affatto dimenticato le sue stesse
origini.
In realtà sino al XII secolo i rapporti tra mondo cristiano e Islam furono molto scarsi.
Anche le Crociate, se segnarono un momento di incontro importante sul piano della civiltà
e della cultura si pensi allimportanza del blasone, di probabile origine
iranica, nella tradizione cavalleresca non furono ancora il periodo della
trasmissione completa.
Fu quindi la Spagna non da sola, dovremmo ricordare la singolarità del regno
siciliano specialmente a fungere da ponte tra i due mondi. Furono i traduttori a
tessere lordito su cui ricostruire la nuova civiltà dOccidente, cosicché si
parla di «Rinascita del XII secolo», come poi si parlerà di «Rinascimento» al
rientro, per la caduta di Bisanzio, di quanto restava del patrimonio dellantichità
classica.
Interessati a tutto, tutto traducevano. Certamente i grandi greci, di cui conservavano
almeno memoria del nome, primo tra gli altri il grande Aristotele, fosse opera autentica o
andasse sotto il suo prestigio. Poi testi di algebra, matematica, trigonometria, medicina,
astronomia, di ogni scienza curiosi e avidi. Tra questi non mancavano argomenti più
occulti, magia, astrologia, negromanzia e alchimia, come ricorda il Pulci, là dove si
deve considerare che «piromancia», arte del fuoco, è la stessa scienza ermetica.
La prima versione di un testo ermetico sembra sia stata quella di Morieno fatta da Roberto
di Ketton, arcidiacono di Pamplona, che la dice conclusa l11 febbraio 1144. In
realtà esistono tracce di possibili opere giunte in tutto o in parte in Occidente, tra
laltro direttamente da Bisanzio. Comunque, anche ammettendo che esistesse qualche
informazione sporadica dellantica scienza esoterica, Roberto non aveva certo tutti i
torti scrivendo nella sua prefazione:
«...et quoniam quid sit Alchymia et quae sit sua compositio, nondum fere cognovit
latinitas...»
... e poiché la nostra latinità non sa quasi
cosa sia lAlchimia e come sia composta.
Proseguendo, Ugo di Santalla traduce il Libro dei Segreti della Creazione di
Barinás, probabilmente per il vescovo Michele di Tarazona. Un altro traduttore importante
è Juan Avendaut Hispano, conosciuto anche col nome di Juan di Toledo o Juan di Siviglia,
collaboratore di quel Gonzalo o Gonzalez che abbiamo già ricordato, arcidiacono di
Segovia, il cui nome viene latinizzato in Dominicus Gundissalinus o Gundissalivus o
simili. A Juan si deve tra laltro il Segreto dei Segreti, uno dei testi
principali per i successivi studiosi di Alchimia.
A Gerardo di Cremona si attribuiscono il Liber Divinitatis de Septuaginta, il Liber
de aluminibus et salis e il Lumen Luminum. Inoltre tradusse i primi tre libri
delle Meteore di Aristotele, un testo la cui influenza sullo sviluppo delle teoria
alchemica fu molto forte. Il IV libro non
fu tradotto da lui, ma da un altro studioso spagnolo, partendo direttamente dal greco.
Tuttavia attribuzioni a nomi noti sono rare: si deve ricordare che per lo più non si
hanno notizie precise sul responsabile della singola opera, e che probabilmente nessuno di
questi traduttori conosceva larabo prima di giungere in Spagna, e forse nemmeno alla
fine della sua esperienza, per cui si sono serviti almeno in parte dellaiuto di
interpreti, spesso ebrei, oppure musulmani convertiti. Di norma la versione passava per
una prima stesura in lingua volgare, lo stesso spagnolo, che poi si rendeva in latino.
Questo spiega in parte la rudimentalità di certe pagine, tenendo anche conto del fatto
che allepoca si riteneva una traduzione buona se letterale, con tutto quello che
questo può comportare.
A questo periodo e a questo mondo appartiene lopera che qui esaminiamo, la Turba
dei Filosofi, libro famosissimo e citatissimo, che attraversa tutto il Medioevo e
raggiunge il massimo fiorire della tradizione ermetica occidentale nel XVII secolo, senza
mai perdere il suo carattere di fonte di ispirazione e fondamento di studio per la gran
parte degli amanti dellalchimia. Ha forma di discussione tra alcuni filosofi che
dibattono i principali temi della teoria e della prassi ermetica. Il testo è
indubbiamente tradotto dallarabo, il contenuto sembra altrettanto certamente di
origine più antica, cioè derivato dalla tradizione grecoalessandrina. Prima di
esaminarne storia e caratteristiche dobbiamo perciò per una miglior comprensione
ricostruire, almeno nelle linee generali, il percorso per cui dal mondo greco si salvò
lErmetismo, restituito infine, arricchito, allOccidente. LIslam fu
tramite essenziale, come per molto della filosofia e della scienza greca, qui tuttavia
più che altrove perché lalchimia nel mondo musulmano trovò nuova linfa, nuovi
maestri, un prestigio che il mondo antico non le riconosceva ancora.
La storia dellAlchimia fu spesso storia di emarginazione, esilio ed eresia: a degli
eretici, almeno per lortodossia bizantina, infatti dobbiamo in gran parte la
trasmissione dellArte Sacra nel Vicino Oriente. Si tratta dei Nestoriani che
cacciati definitivamente da Edessa nel 489 si diressero verso una più tollerante Persia,
sassanide, seguiti pochi anni dopo dagli ultimi filosofi di Atene espulsi da Giustiniano.
Si insediarono a Nibisi e a Jund1 Shápur dove sorsero i primi grandi centri di
traduzione dal greco. Il Siriaco, una diramazione dellaramaico, diventò lingua
liturgica e di cultura, sinché dopo la conquista araba del VII secolo i nuovi dominatori non vollero testi nella propria lingua. Il
loro arrivo comunque non provocò grandi mutamenti nella vita interna della chiesa
nestoriana. Il suo capo, il «Katholikos» da tempo libero da ogni dipendenza
dallantico patriarcato di Antiochia, sotto il califfato islamico lasciò la
residenza di Seleucia Ctesifonte per stabilirsi nella nuova capitale musulmana. Qui, in
varie occasioni, la comunità cristiana mise alcuni dei suoi membri più colti a
disposizione dellamministrazione araba che mancava di strutture. Si attirò in tal
modo la benevolenza dellautorità civile.
Questo periodo di pace relativa permise di proseguire con unattività sempre più
intensa lopera di trasposizione in Siria di quasi tutto il patrimonio scientifico
dellantichità.
Tradotta in un secondo tempo in arabo questa «summa», arricchita e rielaborata fu
restituita molti secoli dopo a un Occidente imbarbarito, che aveva perso ogni contatto con
le sue stesse radici.
Il primo traduttore di opere filosofiche compare già allepoca dellimperatore
Gioviano, ed è Probus, ma il nome che domina allinizio è quello di Sergio di
Rashayna, sacerdote nestoriano (+ 536) cui dobbiamo versioni di buona parte
delle opere di Caleno e di quelle sulla logica di Aristotele. Il lavoro proseguì sinché
nel 832 (217 dellEgira) il califfo al Mamún fondò a Baghdád la «Casa della
Sapienza» (Bayt al Hikma) e ne affidò la direzione a Yahya ibn Másúych (+ 857) cui
successe il più famoso Honayn ibn Isháq (809873). A questi, al figlio Isháq ibn
Honayn (+ 910) e al nipote Hobaysh ibn alHasan si deve la creazione di una vera e
propria «fabbrica» dove si traduceva, o si adattava, dal Siriaco o dal greco in arabo.
Si elaborò così e si consolidò anche tutta la terminologia tecnica, teologica,
filosofica e scientifica della nuova lingua.
A questi dobbiamo anche una ricca collezione di opere di alchimia, costituita in gran
parte con documenti anteriori che risalgono allepoca di Sergio che comprende tra
laltro versioni della Chrysopoeia e Argyropoeia di Democrito, i libri
di Zosimo, le lettere di Pebechio, tanto più preziose in quanto parte degli originali
sono ormai persi. 1 testi sono spesso accompagnati da commenti più recenti a indicare una
tradizione che proseguiva non solo sul piano teorico o libresco. Le parti simili, numerose
e ben riconoscibili, confermano lorigine dalla stessa fonte delle raccolte
bizantine, in particolare delle opere del Cristiano e di Olimpiodoro. A ribadire la
relativa primitività di questa compilazione, i nomi usati per le sostanze minerali e per
le droghe sono, con poche eccezioni, ancora quelli greci, e la lista dei segni e delle
notazioni ripercorre integralmente quella originale, con la sola caratteristica di
uninclinazione di un quarto di cerchio, per cui i segni verticali del greco sono
diventati orizzontali, inoltre non hanno più un ordine metodico, ma sono confusi e
disordinati.
Le opere di Democrito, uno dei filosofi che partecipano al dibattito della «Turba», sono
precedute da un «Avviso preliminare», che introduce norme di purezza, che si
ritroveranno in varia forma sino in epoca moderna, ma che non erano così esplicite negli
insegnamenti precedenti a meno di non risalire a tempi antichissimi:
«Nel nome del Signore Onnipotente. Bisogna che tu sappia qual è la specie che imbianca;
qual è quella che arrossa; quella che annerisce; quella che rende azzurro; quella che
brucia; quella che separa; quella che riunisce. Quando tu saprai quello, guardati dalle
cose seguenti che ti impedirebbero di riuscire. Sii puro (dal contatto) di una donna o di
un morto, e da qualunque allucinazione e polluzione notturna. Se tu lavori, quando ti è
capitata una di queste cose, la tua opera non riuscirà. Ma purificati da qualunque
difetto spirituale e corporale, e fai voto di buona volontà. Allora tu puoi avvicinarti
per dissolvere i corpi e mutare le nature celesti».
Lavviso termina con unaffermazione che diventerà stereotipo famoso e
incomprensibile:
«Una sola cosa si impadronisce di ogni natura, produce il color rosso e il color bianco.
Non la si incontra da nessuna parte eppure si trova nel letame. Gloria a Dio dispensatore
di ogni cosa».
Il testo prosegue poi secondo i consueti ricettacoli. Si nota una particolare insistenza
sulle definizioni paradossali della Pietra, che ritroveremo citate nella «Turba»:
«Ecco che voi avete una pietra che non è pietra, senza valore e preziosissima, superiore
a tutto; il suo nome è unico ed essa riceve molti nomi, non dico parlando in assoluto, ma
secondo la natura che è in lei...».
Con lo stesso fine di dubbia chiarezza, in un capitolo successivo, lelenco degli
attributi del Mercurio copre quasi tutte le simbologie utilizzate nei secoli successivi:
«I suoi primi nomi in greco sono i seguenti: solfo, arsenico, sandaracca... È così che
si è nascosto il nome del mercurio e lo si è reso oscuro... Lo si chiama
talvolta... argento liquido, acqua dargento, materia che imbianca il rame, nube
bianca, corpo che fugge dal fuoco, zolfo, arsenico, sandaracca e acqua di questi, acqua di
solfo schiarito, mistero rivelato, acqua di rame e acqua di fuoco, acqua di vetro,
selenite, schiuma di mare, schiuma di tutte le specie e tutti gli animali, principalmente
di cane rabbioso, acqua di fiume e di rugiada, miele attico, colui che è intermediario di
ogni cosa... acqua di Saturno...
£ anche chiamato fiele di tutti gli animali e lievito, e latte di tutti gli animali,
latte e resina di tutti gli alberi e di tutte le piante, a causa della sua formazione e
dei suoi rapporti col latte. Si dice che è anche chiamato urina del figlio dei tetti ...
».
A questi il lessico composto in siriaco da Bar Bahlul aggiunge un nome che susciterà
ambigui sentimenti negli studiosi cristiani: «Latte di Vergine». Nello stesso testo
troviamo una delle prime definizioni dellArte Sacra come «Chimia»:
«Pietra filosofale, lavoro dellarte del Sole e della Luna; vi è chi spiega questa
parola col nome di «Kima», le otto stelle (le Pleiadi) cioè lavorato per mezzo delle
otto mescolanze...».
Preceduto dallarticolo arabo, diventerà il nome stesso
della scienza ermetica in Occidente. In conclusione appare ormai come «pronta
alluso» una completa crittografia allegorica, un vero e proprio linguaggio
acroamatico, sufficientemente ambiguo e duttile per prestarsi alle combinazioni più
varie, ma abbastanza preciso perché liniziato possa trovare i giusti punti di
riferimento per orientarsi.
Una delle sue caratteristiche più pregnanti, oltre a una evidente vocazione iconografica,
pare una specie di indifferenza alla traduzione, per cui lo si può utilizzare in varie
lingue senza che perda la sua significanza. Cosicché gli potrebbe convenire la stessa
dedica «Al lettore» del Mutus Liber:
«... tutte le Nazioni del mondo, gli Ebrei, i Greci, i Latini, i Francesi, gli Italiani,
gli Spagnoli, i Tedeschi, etc. possono leggerlo e capirlo ... ».
Valendo certo la condizione preliminare che il misterioso Altus non mancò di
sottolineare:
«Non bisogna che essere un vero FIGLIO
DELLARTE per conoscerlo dacchito ... ».
Se i siriaci nestoriani furono, come abbiamo detto, una via privilegiata per la
trasmissione dellAlchimia, non va dimenticata unaltra fonte, più misteriosa.
Fa capo allantichissima città di Harrán, posta in Siria sulla grande curva
occidentale dellEufrate superiore. Santuario depoca sumerica, la Bibbia la
ricorda perché ne partì Abramo col fratello Lot per fondare la nazione ebraica, e vi
tornò Giacobbe a guadagnarsi il titolo di «Israele». La città vantava da sempre un
culto astrale incentrato sul dio Luna (in accadico «Sin», «Shahar» in aramaico) che
testimonia di una persistenza della tradizione sumerobabilonese.
Bastione incredibilmente incrollabile dellantica religione, Harrán attraversò
intatta e rispettata le vicende di millenni di storia, guardando con indifferenza gli
imperi che si succedevano, dai Mitanni ai Medi ai Persiani. Conquistata da Alessandro
Magno, passata in dominio dei Parti sotto Mitridate, vide morire Caracalla alle sue porte,
combattere persiani e bizantini, giungere i nuovi dominatori arabi, protetta da un
singolare destino di intangibilità che le permise di mantenere religione e culto definiti
«pagani» sin sotto i conquistatori musulmani.
Gli Harraniani tuttavia non possedevano un «Libro» portato da un
profetalegislatore che avrebbe potuto farli riconoscere come «ahl alkitáb»,
«genti del Libro», le uniche che i musulmani rispettassero e tollerassero nel loro seno.
I Califfi perciò cominciarono a premere per la loro conversione sin dallepoca di
alMamun. Nel 933 il cadì Istakhr 1, allora «muhtasib» di Baghdad arrivò a
minacciarli di sterminio, ed essi dovettero infine sottomettersi. Il loro ultimo capo
ufficiale noto è Hukaym ibn Isa ibn Marwan, successore di Sadán ibn Jabir
morto nel 944 (339 dellEgira). La loro conversione si velò di un ultimo mistero:
essi pretesero e ottennero di chiamarsi sabieni (Sabiún), cioè di assumere il nome
dei primi discepoli del Profeta, un onore che fu loro stranamente accordato senza
difficoltà.
Se ci siamo un po dilungati su questo tema è tra laltro perché dai testi di
alcuni studiosi musulmani, e di almeno un sabieno, Thábit ibn Qurra, abbiamo la
possibilità di farci unimmagine abbastanza precisa del culto millenario praticato
ad Harrán. Scopriamo così che questo era una specie di ermetismo tradotto in forma
religiosa, che onorava delle deità planetariometalliche i cui templi riassumevano
fisicamente il simbolismo alchemico nel suo più puro e completo aspetto tradizionale. Un
esame della loro successione secondo i pianeti, i metalli, i colori, i simboli e i numeri
mostra delle associazioni che si sono trasmesse intatte nei secoli.
Sappiamo che gli Harrániani onoravano particolarmente Hermes, di cui lo stesso Thábit
ibn Qurra (+ 901) aveva trascritto in Siriaco e tradotto in arabo le «leggi» (Kitab
nawámis Harmas). Daltra parte ne dovevano esistere altre conferme, se il filosofo
Sarakh@l (+ 899) discepolo di Kindi può parlarne come del fondamento della religione di
Harran. Egli descrive lammirazione del suo maestro per lesattezza
dellenunciazione di fede nellunità divina (il «tawn^id» islamico) così
come aveva potuto leggerla nei detti di Hermes a suo figlio. AIKindi^ aveva
affermato che un musulmano come lui non avrebbe potuto esprimersi meglio.
Su questa base gli Harrániani cercarono di farsi riconoscere come possessori di un culto
monoteistico, sostenendo lassimilazione di Hermes con Idris, descrivendolo come un
Profeta che era venuto in tempi antichissimi per iniziare gli uomini per ispirazione
diretta, «ilham» opposta a «wahy», la rivelazione indiretta di Maometto ottenuta per
mezzo di un angelo.
Non ebbero successo evidentemente. Sopravvissero come città di scienziati e studiosi,
producendo tra laltro astrolabi per guidare lorientamento delle preghiere
rituali giornaliere. Infine scomparvero dalla storia, assimilati nel grande crogiolo
islamico.
Un testo di alchimia harrániano è rimasto in traduzione araba, il «Risalatuhadar»
(Trattato dellammonimento), attribuito al profeta e maestro Agathodaimone. Il
trattato è databile a prima del 111 secolo d. C. @@cWe né esiste un
commento scritto per Ardasbir, primo re sassanide (226241). Il testo è interessante
perché la dottrina e la prassi descritta hanno molti punti in comune con quelle che la
stessa «Turba» insegna. Anche qui si dà come materia base per la realizzazione
dellOpera il «Rame»:
«Il rame, quando è trattato come prescrive la scienza, diventa argento e dopo
trattamento ulteriore oro».
Seguono istruzioni per mescolare la Pietra con il Mercurio (o Spirito, «ruh») del Corpo
Bruciato (o Ceneri) secondo i pesi dellArte. La mistura inumidita va esposta al Sole
avendo cura di mantenere il Mercurio in unione umida con il Corpo sinché diventi soffice,
fusibile e ben diviso nei suoi elementi. Si avverte che se lumidità diminuisce, la
Tintura sarà imperfetta, perciò va posta molta attenzione al grado di fuoco, in modo da
prevenire una secchezza che impedirebbe al Corpo di accettare lo Spirito.
Si ribadisce che loperazione iniziale è molto difficile e può essere compiuta solo
dopo molti giorni di cottura, triturazione e riscaldamento ripetuto con aggiunta di
umidità. Il segreto dellArte è la rimozione della grossolanità e la riduzione del
materiale usato a uno stato di sottigliezza senza il quale è impossibile ottenere la
Tintura. Lagente per riuscirvi è il «Veleno Infuocato» estratto dalle «Nature»
per mezzo del Fuoco. Sono date istruzioni dettagliate sul trattamento del Rame con questo
Veleno, sinché sia ottenuta lUnica Gomma e il prodotto, bianco come la neve, che i
Saggi hanno chiamato «il Bianco».
Questo è posto in una storta e riscaldato, prima su ceneri di fimo di cavallo bruciato
sinché la nerezza, che compare di nuovo, cessi, e poi su fuoco di fimo di cavallo. Il
prodotto è poi trasferito in un altro strumento e si procede con altre fasi di
riscaldamento, distillazione e imbibizione per un lungo periodo, sinché non resti traccia
di nerezza nella natura della Sostanza, e appaia il «colore regale», la meravigliosa
Porpora, il «farfir»,
«da cui viene la completa tintura che né leternità, né la durata del tempo
possono cancellare. Né lAcqua, né il Fuoco la faranno perire, né decadrà o
cambierà sinché durerà il mondo».
Ha sapore dolce come il sangue, odore piacevole, è la più densa di tutte le cose. Un «mithqal»
di questa è sufficiente per trasmutare una quantità illimitata di qualsivoglia materia
in oro. Si conclude raccomandando pazienza, sia per loperazione che per lo studio.
Chi si dedica a questo deve essere di buon intelletto, amante della saggezza e
oltre allo studiare i libri dei Saggi disposto a prolungata meditazione.
In conclusione un testo asciutto e molto tecnico che lascia ben poco spazio a divagazioni
dottrinali o ad astruse allegorie. Riconosciamo facilmente processi descritti nella «Turba»,
a conferma di una tradizione operativa consolidata.
Non possiamo infine trascurare unultima fonte di trasmissione, che poté provenire
da quellEgitto che gli eserciti del Califfo occuparono due decenni dopo lEgira
del Profeta. Non esiste alcuna prova o documento che dia una testimonianza diretta di una
persistenza della Tradizione Ermetica in questa regione, che le era stata per tanto tempo
patria accogliente. Esiste però un trattato in lingua araba, il Libro di Crates
(Kitáb Quaratis ulHikma) che si può ritenere di possibile origine egizia. Ha
alcuni tratti comuni di linguaggio e di pratica con linsegnamento harraniano per cui
si può immaginare una qualche forma di collegamento tra i due, e quindi riconoscergli
unorigine che risalga almeno ai primi secoli dellera cristiana. Il testo è
stato riscritto da un autore islamico probabilmente intorno al IX secolo. Questi ha
aggiunto unintroduzione che gli attribuisce come autore un ignoto Fusathar (o
Nosathar) di Misr, forse Ostane lEgiziano.
Come per il testo di Harrán la trattazione è molto limpida. Il procedimento insegnato è
lo stesso: qui la materia di partenza è definita «piombo». I due libri in un certo
senso si completano, come si vede da questo passo dedicato ai nomi usati per i materiali
dellOpera:
«Quanto ai nomi che gli Artisti hanno dato... hanno così voluto indicare ciascuno dei
colori che assume lelixir... Ogni volta che si aumenta lumidità della
mistura, era determinato un nuovo colore; a ogni nuovo colore si dava un nuovo nome alla
mistura... Così i libri segreti dei Filosofi lhanno prima chiamata piombo, poi
quando è stata cotta e il nero ne è stato estratto, la si è chiamata argento; in
seguito quando è stata trasformata, rame. Quando su questo prodotto è stata versata
dellumidità, ruggine, quando si è eliminata la parte nera nella parte rugginosa e
si è visto apparire il giallo, allora gli si è dato il nome di oro. Dopo la quarta
operazione labbiamo chiamato fermento doro; dopo la quinta oro al saggio; dopo
la sesta corallo doro; infine dopo la settima è lopera perfetta, la tintura
penetrante ... ».
Nel 622 Maometto emigra a Yathrib, poi nota come MadinátanNabi, la Città del
Profeta. Lo accompagnavano lo zio Abbás e una settantina di convertiti alla nuova
religione. Da questa data, lHi@ra, Immigrazione, si conta una nuova epoca con un
nuovo ciclo calendariale. Poco più di mezzo secolo dopo limpero islamico,
incredibile miscela di razze, lingue e tradizioni si estende dallAfrica alle più
lontane regioni dellAsia. Larabo ne è lingua ufficiale e sacra. Nel 680 d.C.
in Damasco è Califfo («Kharifa», rappresentante del Profeta) Yazid, di stirpe
Umayyade. Ha un figlio, Khálid ibn Ya;rid, che per oscuri motivi non gli
succedette. Forse aspirava ad altri troni, perché egli fu il primo alchimista musulmano.
Discepolo di un misterioso monaco cristiano, Marienus o Morienus, così è ricordato da
Ibn alNadim nel «Fihrist al ulúm»:
«Decima sezione. Questa sezione racchiude delle informazioni sugli alchimisti e su quelli
tra i filosofi antichi o moderni che hanno praticato la Grande Opera...
Colui... che si occupò per primo di pubblicare i libri degli antichi sullalchimia
fu Khálid ibn Yazid ibn Moavia. Era un predicatore, un poeta, un uomo eloquente,
pieno di ardore e di giudizio. Fu il primo che si fece tradurre i libri di medicina, di
astrologia e di alchimia... Si assicura, e Dio sa meglio di chiunque se questo è vero,
che Khálid riuscì nelle sue imprese alchemiche. Ha scritto su questa materia un certo
numero di trattati e composto versi e ho anche visto tra le sue opere il suo libro dei
Colori, il grande trattato della Sahifa, il piccolo trattato della Sahifa e il libro delle
sue raccomandazioni a suo figlio nel riguardi dellOpera...».
Non è rimasta traccia delle opere in arabo del principe umayyade, ma non abbiamo
motivo per dubitare di questa testimonianza così precisa e personale. Resta nella
tradizione latina un piccolo «corpus» di testi che gli sono attribuiti: egli sarà per
gli studiosi doccidente «Calid filius lazichi», e rispettato come un Adepto.
Manteniamo da queste scarne notizie limmagine di un uomo deccezione e di un
germe che prometteva grandi frutti. Certo non poteva essere infisso in terra migliore.
Questi frutti non si fecero attendere, bastò una generazione perché lIslam
generasse il suo più grande maestro, uno dei più grandi che la storia dellAlchimia
ricordi: Jábir ibn Hayyan, che i latini onoreranno col nome di Geber.
Questo, descritto molto brevemente, il cammino avventuroso che preservò e trasmise la
dottrina alchemica dal mondo greco a quello arabo, per restituirla poi allOccidente.
Di questo la «Turba» volle essere riassunto e testimonianza, ricongiungendo idealmente,
nella forma e nei contenuti, i filosofi passati e quelli più recenti, in un dibattito che
doveva riunire i punti essenziali della teoria e della pratica dei diversi insegnamento.
Nella forma, perché la struttura dellopera porta sulla scena fittizia
dellassemblea antichi greci e nuovi filosofi. Tra i greci Iximidrus, Exumdro,
Pandolfo, Arisleo, Luca, Locustor, e Eximene sono stati riconosciuti dagli studiosi per
essere probabilmente Anassimandro, Anassimene, Empedocle, Archelao, Leucippo, Ecfanto e
Senofane. Dei filosofi presocratici si è notato che i discorsi riportati, pur se riferiti
ad argomenti ermetici, sono coerenti con le teorie che venivano loro attribuite in età
classica.
A questi si aggiungono Anassagora, Parmenide, Democrito, lo stesso Socrate, Platone e
primo tra tutti il grande Pitagora considerato il Maestro per eccellenza. là tradizione
consolidata. Già Jabir in uno dei suoi testi aveva scritto:
«Pitagora è il più antico dei filosofi... i filosofi posteriori, viventi in epoche più
recenti, hanno preso labitudine di parlare di 6 ( nostro padre Pitagora»,
conferendogli questo titolo a causa della sua antichità ... ».
Bonellus, il «Barinás» o «Barlnús» degli arabi, è Apollonio di Tiana. P un
ulteriore esempio di come nel passaggio tra più lingue la storpiatura dei copisti o
traduttori abbia prodotto nomi che saranno famosi nel medioevo, ma affatto
irriconoscibili. Così Zosimo di Panopoli, uno dei più importanti maestri alessandrini,
diventa «Zimus» in arabo. La «z» che in arabo si distingue dalla «r» solo per un
punto diacritico, lo trasmette ai latini come «Rosinus», che diventa anche nome
simbolico.
Mosè sarà Musa; Bacsen, larabo «Baqsam», è Paxamos, altro fìlosofo
alessandrìno; Bolus o Belus, larabo «Búlús», è Paolo di Egina e così molti
altri nomi si leggono, per lo più ignoti e comunque non riconoscibili, da Acsubofen
a Morfoleo: possono essere ancora nomi greci stravolti, in parte sono probabilmente arabi
o persiani.
Per quanto riguarda i contenuti, da un confronto tra quanto abbiamo detto e una scorsa
anche superficiale agli insegnamenti del testo, è facile rendersi conto della it
dallepoca più antica.
Non ci riferiamo soltanto alla teoria e prassi operativa: sarebbe facile dimostrare che
questa è sempre stata costante nei secoli; in effetti, dato che la Grande Opera è un
dato obiettivo e sperimentale, non ci si possono attendere né modifiche né insegnamenti
originali. Quello che può essere singolare è il punto di vista in cui si pone il Maestro
che parla, cosmologico, spirituale, metafisico, morale o altro, a seconda
dellapplicazione che vuol farne, e il simbolismo usato.
Nel caso della «Turba» il linguaggio è in massima parte ancora quello
grecoalessandrino, che abbiamo potuto leggere in qualche esempio nei testi citati,
lunica novità è linsistenza iniziale sul tema delle Nature e degli Elementi,
della loro mutua circolarità e conversione. Tutto induce a ritenere che questa sia una
teorizzazione nuova nata in ambito arabo, almeno in una forma così dettagliata.
Agli studiosi moderni che lhanno esaminata e commentata, va fatto notare che sotto
il linguaggio apparentemente cosmologico e filosofico, ancora e sempre dì alchimia si
tratta. Quindi non ci si deve far ingannare dallambiguità «invidiosa» dei Maestri
dellArte, le Nature e gli elementi sono «eventi» e «materie» che fanno in
qualche modo parte dellOpera sperimentale. Proprio per chiarire questo abbiamo
voluto aggiungere il «Discorso di un Anonimo», che riprende, come sarà fatto spesso
negli scritti dì alchimia medioevale, il simbolismo della «Turba», per tradurlo poi in
un «recipe» semplicissimo, che ci riconduce al vero e autentico insegnamento che si
voleva trasmettere.
La «Turba» è opera anonima, lattribuzione ad ArisleoArchelao è
evidentemente leggendaria; del maestro alessandrino rimane soltanto un poema alchemico in
liniyiia greca.
Loriginale arabo del nostro testo non è noto, si è però scoperto che
lalchimista arabo Ibn Umail, vissuto nel X secolo, cita brani dellopera, il
che fa ritenere che la «Turba» non possa essere stata scritta dopo il 900. Viveva
intorno a quellepoca ad Akhmim, in Egitto, un alchimista chiamato Uthmán ibn Suwaid
cui si attribuiva tra laltro «Il libro delle dispute e delle riunioni dei Filosofi».
Questo potrebbe essere il titolo originario di quella che poi divenne la Turba
Philosophorum.
Per quanto riguarda la versione latina, si pone probabilmente tra le prime, cioè nella
prima metà del XII secolo, perché Alano che visse intorno a quellepoca la cita,
così come poi farà Alberto Magno.
Lopera ebbe unenorme importanza nella costruzione della tradizione ermetica
occidentale. Studiata da tutti, citata da molti, inaugurava seppure in forma affatto
originale e che non sarà ripresa se non raramente, il tipo di quelli che saranno chiamati
«Rosari», cioè antologie di brani scelti, riuniti coerentemente da uno studioso che
cercava di risolvere il problema della comprensione dellinsegnamento alchemico, di
norma disperso tra più autori, o dallo stesso autore in uno o più testi.
Molto stimata ancora alla fine del XVII secolo, veniva descritta dal Borrichius (Oluf
Borch, uno studioso danese) come unopera importante anche se di difficile lettura e
comprensione. Egli ricorda ancora che il Trevisano aveva trovato la retta via, dopo tanti
anni di traversie, grazie al discorso di Parmenide.
Veicolo della più pura e antica tradizione, la Turba dei Filosofi resta oggi a
testimoniare di età forse più felici, quando gli uomini amavano ancora sognare sogni,
forse impossibili, ma splendidi. Va letta con lo stesso spirito che ispirò quegli uomini,
senza ansia di risultati, in un tempo dilatato e sereno.
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