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Johannes Reuchlin
e la cabala cristiana Johannes Reuchlin
e la cabala cristiana
Dal primo capitolo di François
Secret Les Kabbalistes Chrétiens de la Renaissance, Milano 1985, Archè Arma artis,
tradotto da Alexander Dal primo capitolo di François
Secret Les Kabbalistes Chrétiens de la Renaissance, Milano 1985, Archè Arma artis,
tradotto da Alexander
François Secret François Secret
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È in Italia che Johannes Reuchlin (1455-1522),
lumanista di Pforzheim, si appassionò alla cabala su suggerimento di Ermolao
Barbaro. Nella dedica del suo libro De Arte cabbalistica al Papa Leone X, figlio di
Lorenzo il Magnifico, ricorda lo splendido periodo in cui incontrò Pico della Mirandola
tra gli umanisti di Firenze. Reuchlin, che aveva compiuto i suoi studi di diritto a
Poitiers e a Parigi, era già stato in Italia nel 1482, quellItalia che non è
soltanto il paese delle belle lettere, ma quello in cui si trovano dei libri ebraici. Si
è conservata la Bibbia ebraica che acquistò a Roma, dove prese lezioni da Obadia Sforno,
lautore di Or amim, la luce delle nazioni, poco incline verso la filosofia.
Vi conobbe il medico del Papa, Bonet de Lates. Ed è a Firenze che Reuchlin inviò suo
fratello Denys a compiere i suoi studi.
Ma è ben nota la figura di questo ellenista che preferiva alla pronuncia erasmiana lo
iotacismo (caratteristica del Greco medievale e moderno di pronunciare la eta
come iota, n.d.r.), lautore della prima grammatica ebraica da parte di
un cristiano, pubblicata nel 1506, leroe della famosa disputa degli uomini oscuri
che loppose al giudeo battezzato Pfefferkorn e allinquisitore domenicano
Hoogstraten dal 1510 al 1514. Vediamo ora il cabalista. La prima opera, che lo rese
celebre al pari di Pico della Mirandola, fu il De Verbo mirifico, il Verbo
meraviglioso, che apparve nel 1494. Si tratta di un dialogo, in voga allepoca, tra
un filosofo della scuola di Epicuro ma curioso di tutto e sempre in viaggio per istruirsi,
Sidonius, il giudeo Baruchias ed il cristiano Capnion, che si sono incontrati a Pforzheim.
La discussione volge rapidamente allesame della credenza circa il potere delle
parole e delle lettere. Ognuno espone il proprio punto di vista: lEpicureo nel primo
libro, Baruchias nel secondo e Capnion nellultimo, dove riunisce tutti i poteri dei
nomi divini nel nome di Gesù.
Baruchias ci viene presentato come un uomo minuto, dalla lunga barba, dalla fronte un
po triste, con un naso aquilino, coperto da un lungo mantello con una striscia
gialla. Questo filosofo posto sotto il segno di Saturno fa eccezione tra i suoi
correligionari tedeschi, molto religioso ma persuaso che è meglio scostarsi dalla
filosofia che è causa di tutte le eresie. È anche un dotto cabalista, che fa
lelogio di questa «scienza che non è una disciplina umana, ma una tradizione
divina, i cui maestri furono Abraham, qualunque sia stata la sua identità, Simone figlio
di Iohai, Abraham, secondo nome di Alaphias, Rambon, Recanati». Cosa questa che lo porta
a esporre la superiorità dellebraico su tutte le altre lingue: «lingua flessibile,
pura, santa, concisa e vigorosa, che Dio adoperò per parlare agli uomini e che gli Angeli
ascoltano direttamente faccia a faccia, senza intermediari, come un amico parla a un amico».
È la lingua con la quale fu espresso il nome di Dio. San Girolamo dice che vi sono dieci
nomi divini, Dionigi quarantacinque, altri settantadue. Prima della caduta non vi era che
un solo Nome. Il peccato ne ha fatto perdere la conoscenza alluomo e Zaccaria ha
annunciato il giorno in cui il Signore sarà Uno ed il suo nome Uno.
Dopo aver richiamato la tesi sostenuta da Pico della Mirandola: «Nessun nome,
nellarte magica lecita, ha tanta forza quanto lebraico», Baruchias esamina i
diversi nomi di Dio. Il primo, Ehieh (Esodo, III, 14) mostra lessenza di Dio che è
separato dalle creature; è quello attraverso il quale si rivelò agli uomini. Il secondo,
Hu, è tratto da Isaia XIII, 8: «Io sono il Signore, Hu è il suo nome». Il terzo, Esh,
il fuoco, lo si trova in tutte le religioni. Questi tre nomi che rappresentano la suprema
essenza di Dio sono una forma di Trinità. Non è possibile farsene unidea che
attraverso le dieci Sephiroth o attributi: Kether, la corona; Hochmah, la saggezza; Binah,
lintelligenza; Netzah, la vittoria; Hod, lonore; Tifereth, la gloria; Geburah,
la forza; Malcuth, il regno; Hesed, la grazia e Pahad il timore.
È stato fatto notare che questa enumerazione era erronea, avendo Reuchlin omesso Yesod,
il fondamento, e inserito due sephiroth diverse da Geburah che è anche Pahad, e che,
invece di essere Geburah la settima e Pahad la decima, occupa la quinta posizione.
Losservazione è senzaltro giusta: Reuchlin probabilmente non conosceva la
lista delle sephiroth. Infatti non la presenta, tenuto conto che molte conclusioni di Pico
gli avevano insegnato che Malcuth è la decima. Il capitolo in cui elenca quei nomi è
intitolato: Circa Hochma e Ousia e molti altri nomi di Dio. Dopo aver collegato
Hochmah, Binah e Kether, che fanno parte delle dieci sephiroth, enumera i dieci aspetti di
Dio, che corrispondono alle nove gerarchie, e messo a parte Kether, precisa soltanto che
Tifereth è nel cuore delle dieci sephiroth. Il suo primo pensiero era di ritrovare nelle
Scritture questi nove nomi: «Beato luomo che ha trovato la sapienza, luomo
che ha incontrato lintelligenza», dicono i Proverbi III, 13, «I giorni parleranno,
i numerosi anni riveleranno la saggezza, ma è lo spirito messo nelluomo, il soffio
dellOnnipotente che gli dà lintelligenza». Questo per quanto riguarda
Hochmah e Binah. «Trionfatore è Israele, non perdonerà e non cederà al rimorso», in
Re XV, 29, e troviamo Netzach. «A Te Signore è la magnificenza, la potenza, la gloria,
la vittoria e Hod», che sarà variamente tradotto con lode o confessione, in I Paralip.
XVI, 27, o «Di maestà e di splendore Tu sei rivestito. Rivestito di luce come di un
mantello», nel salmo CIII, 1-2: si tratta di Hod. «Ora dunque, o nostro Dio, noi vi
lodiamo e celebriamo il vostro nome glorioso» in I, Paralip. XXIX, 13, o «Lo splendore e
la maestà sono innanzi a lui, la potenza e la magnificenza sono nel tuo santuario»,
salmo XCV, 6, dove troviamo Hod e Tifereth. «Così tu conduci il tuo popolo per farti un
nome di gloria», in Isaia LXIII, 13, ed abbiamo Tifereth. «Esaudiscici, Dio nostro
salvatore, speranza di tutti i figli della terra e dei mari lontani, fissando i monti
nella tua forza, cinto della tua potenza», salmo LXV, 6-7: è Geburah. «Il tuo regno è
un regno di tutti i secoli», salmo CLV, 13: è Malcuth. «Signore nel cielo è la tua
misericordia», salmo XXXV, 6, o «In quanto la tua bontà si eleva al di sopra dei cieli»,
salmo CVII, 5, o «Dio misericordioso e pietoso, lento alla collera, ricco in bontà e
fedeltà», in Esodo XXXIV, 6,: è Hesed. «Se il Dio di mio padre, il Dio di Abraham e il
terrore di Isaac», della Genesi XXXI, 42, è Pahad.
Baruchias giunge allora al nome Elohim. Quando si rivela, è YHWH ( ), il Tetragramma.
È il nome mirabile, non nel senso del salmo VIII, 10: «Quanto è mirabile il tuo nome su
tutta la terra», e che traduce Adir, ma nel senso dei Giudici XIII, 18: «Perché
linterroghi sul mio nome? Esso è mirabile», che traduce Peli. Questa parola
impronunziabile, i nostri antenati lhanno spiegato, è lo Schem hamephoras in 72
lettere. Le si può ordinare secondo la scala di Giacobbe. Il Signore di quattro lettere
è fissato in cima alla scala che, dalla terra, sale fino ai cieli. Giacobbe è a terra e
gli angeli salgono e scendono, portando a Giacobbe «Secondo il tuo nome, Dio, così la
tua lode (Tehillim)». I nomi saranno dunque tratti dai versetti dei Salmi (Tehillim),
ogni versetto proponendo tre lettere.
Tutto questo non era poi così chiaro e si chiesero a Reuchlin delle spiegazioni. Un
monaco, Augustin Wolfgang, abate di Ror, scrive nel 1501: «Ho sentito Baruchias esporre
come il Tetragramma poteva essere compreso in 72 versetti, ma ora non capisco più,
benché abbia in mano il Sefer Tillim. Rispondi al tuo amico Wolfgang, che nella
sua vecchiaia non ha altro che la consolazione delle Lettere sante. Egli non sbandiererà
i segreti simboli..., tacerà, sarà silenzioso... e onorerà ancora più divinamente il
nome mirabile». Non si è conservata la risposta di Reuchlin, ma il 29 agosto 1511,
Nicolas Ellemborg (1481-1543), benedettino di Ottobeuren, gli poneva la stessa domanda: «Nel
secondo libro del De Verbo mirifico, tu scrivi al riguardo della scala di Giacobbe,
dei suoi 72 scalini e dei 72 angeli che vi salgono e ne discendono. Vorrei sapere,
chiedendotelo in ginocchio, di indicarmi i 72 punti (signacula) che si ricavano dai 72
versetti del salterio. Vorrei anche sapere con certezza chi per primo trovò quei 72
simboli. Ho scritto quei versetti dei salmi in caratteri ebraici affinché tu mi indichi i
simboli che, se tu fossi qui, mi mostreresti con il dito».
Reuchlin rispondeva il 30 settembre: «Non avevo dellinchiostro rosso per rubricarti
le lettere ebraiche. Ho indicato con due virgole ogni carattere che potrai, se vuoi,
evidenziare in rosso e oro. Ho aggiunto a margine, per ogni carattere ternario degli
angeli, il sigillo dellordine in cui devono essere posti. Il fatto che il primo
versetto della Bibbia sia inserito alla terzultima frase: «In principio Dio creò il
cielo e la terra», non è privo di mistero. Si avvicina in effetti alla santa Trinità,
tendente ad accompiere tutto il salterio ed a condurci alla fruizione, che è lo scopo dei
Salmi. Ci sarebbe molto da dire, ma lo rimandiamo ad un momento in cui avremo più tempo a
disposizione. Non hai notato che tutti i versetti contengono il nome Tetragramma....».
Ellenborg, che aveva già scritto a Reuchlin riguardo allo Schem hamphoras, è un
personaggio molto rappresentativo di questa generazione. Figlio di un medico
dellarciduca dAustria, fece i suoi studi a Cracovia, ed ebbe per maestro Jean
de Glogau, di cui conservò un pronostico datato 1502, dove si compiaceva di avere
annunciato leresia luterana. Viaggiò in Francia, a Montpellier, e, durante un
ritiro in un monastero domenicano, sentì nascere la vocazione monastica. Entrò, nel
1505, presso i benedettini di Ottobeuren. Si dedicò al greco e allebraico, ma i
suoi studi furono costellati di difficoltà quanto quelli del suo contemporaneo Conrad
Pellican. Labate, dapprima favorevole, scrisse a Reuchlin per farsi indicare un
ebreo in grado di insegnare ai monaci. Con la promessa di inviare un dotto neofita,
Reuchlin aggiungeva: «Non vi è alcun Latino che possa spiegare lAntico Testamento,
se non ha imparato la lingua con la quale il testo è scritto. La voce fu infatti
mediatrice tra gli uomini e Dio, come leggiamo nel Pentateuco, ma non una qualunque; è
attraverso la lingua ebraica che Dio volle far conoscere i suoi segreti ai mortali. La
parola, che vediamo con i nostri occhi ignoranti, è degna della massa. Esiste, scartando
la scorza, una sostanza più profonda che è preparata per i contemplativi che hanno
studiato questa lingua».
Il successore dellabate Leonhard non fu altrettanto aperto e Ellenborg chiese invano
lacquisto di una Bibbia ebraica. Quella che si procurò gli fu tolta durante la
rivolta dei contadini. E abbiamo una corrispondenza toccante in cui vediamo Ellenborg
tentare di procurarsene unaltra. È da un ammiratore, P. Suter, del convento di
Kemten che ottenne in prestito quella di Jacob Gruer, che a Tubingen fu allievo di
Reuchlin, e che vi allegò le note di un corso sulla Genesi e Ruth.
Lopera di Ellenborg, rimasta manoscritta, ce lo mostra in corrispondenza con Erasmo,
Jean Eck ed i suoi vecchi condiscepoli, A. Blaurer e colampade. Ammiratore di Pico
della Mirandola, cita la sua difesa di Origene. Ha letto P. Nigri, Jacobus de Valentia.
Raccomanda la lettura di Galatin, di cui si stupisce che J. Eck, nel suo libro sul
sacrificio della messa, non ne abbia fatto menzione. La sua corrispondenza con Reuchlin si
protrasse oltre la pubblicazione del De arte cabalistica. Il 12 agosto 1517 scrive:
«Dio preservi che i libri di cabala siano consegnati al fuoco. Sono perfettamente degni
di essere tradotti fedelmente in latino. Spero di leggerne molti che avrai tradotto, e non
sono il solo ad augurarselo. Molti dotti, seguendo il tuo esempio, sono diventati
cabalisti. Mi stupisco che il gloriosissimo Girolamo di Dalmazia abbia trascurato e
disprezzato una tale dottrina, a tal punto che non si trova neppure il termine di cabala
nei suoi scritti, eppure molti libri di cabala erano stati pubblicati ai suoi tempi. Ed
ancora nel 1518: «Non ti chiedo delloro, né dellargento, ma il sapore della
dolcezza cabalistica... Se hai qualche libro di cabala tradotto (ad eccezione del libro,
Le
porte di luce), fammelo copiare». Lopera di Ellenborg non racchiude tuttavia
che qualche reminiscenza, ed in particolare quella dellangelo Raziel, tratta dal
De
arte: «Il nostro Padre celeste non lasciò luomo senza rimedi dopo la caduta.
Attraverso langelo Raziel, come dicono i cabalisti, consolò Adamo che si
affliggeva, e gli rivelò che dal suo seme sarebbe nato un uomo giusto e pacifico, che
avrebbe espiato per il peccato originale...».
Reuchlin doveva dare nel De arte cabalistica la spiegazione richiesta dai due
monaci riguardo alla litania, che era stata ripresa nel frattempo da Agostino Giustiniani,
per quanto con una diversa traduzione, nella Preghiera piena di pietà composta da 72
nomi divini in ebraico ed in latino, pubblicata a Bologna nel 1513.
Baruchias illustrava in seguito che il Tetragramma, sviluppato da questa litania, è la
Tetractys imitata da Pitagora, come la decade traspone le dieci Sephiroth. Il quaternario
ingloba infatti tutta la filosofia e luniverso, i quattro elementi, le quattro
qualità, i quattro principi geometrici, le quattro note, i quattro fiumi, le quattro
immagini di Ezechiele. Ognuna delle lettere del Tetragramma, yod, he, vau, he, ( ) ha peraltro il
suo senso. La Yod, che vale dieci, è come il punto matematico. Dio è linizio e la
fine di ogni cosa, come il punto è lunità prima e la decade la fine di ogni
numerazione. La Hé, che vale cinque, indica lunione di Dio e della natura. La terza
lettera, la Vau, è la copula, e Vau ha valore di sei. In tutti i testi dove si parla
delle generazioni, solo il passo della Genesi: «Ecco la generazione (Tholdot) del cielo e
della terra», o il libro di Ruth: «Ecco le generazioni dei Fari», la seconda Vau della
parola generazioni è scritta per indicare la genealogia del Cristo. Questa lettera
ci ricorda che tutto luniverso è stato perfetto attraverso il senario in quanto il
sesto giorno Dio vide che tutto ciò che aveva fatto era buono. È in Ezechiele la faccia
dellaquila e in Daniele il quarto animale simile al figlio di Dio.
Tutto questo preambolo permette a Capnion, nel terzo libro, di riunire tutti i poteri nel
nome di Gesù, che ci spiega il senso del titolo dellopera. Isaia IX, 5, ha infatti
scritto: «Un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, limpero è stato posto
sulle sue spalle, e lo si chiama «Pele», mirabile». È il Figlio di Dio che si scopre
nella pietra, Aben. Ab, in ebraico, significa Padre, e Ben, figlio, due sillabe che
riunite formano Aben. Allo stesso modo Bara, egli creò, dà con Aleph Ab, il padre, con
Beth Ben il figlio, e con Resch Ruach, lo spirito. Si può unire lultima lettera
alla prima e si ha Ab, padre, raddoppiare la Beth ed unirla a Resch, si ha Bebar, nel
figlio, ed il tutto dà il Padre ha creato nel Figlio».
Quanto al nome del Figlio è il Tetragramma, al quale si è aggiunta una Shin,
yhswh
( ). Per dimostrarlo Capnion classifica, secondo il famoso detto talmudico
chiamato la profezia di Elia che attribuisce seimila anni al mondo, più il sabbat, le
lettere in sette gruppi. Il settimo dà, escludendo la Qof, la parola Resch, la testa,
come se lalfabeto predicesse che la Shin sarebbe la più adatta a formare il nome di
Ihsuh, che Dio Padre dà per capo di tutta la Chiesa, che è il suo corpo, come leggiamo
nellEpistola agli Efesini (1,23), e che Mosè ha chiaramente predetto nel passo del
Deuteronomio XXVIII, I: «Se ascolti la voce YHWH, tuo Dio, ecco quattro lettere». Poi:
«Tutti i popoli della terra vedranno che il nome di YHWH è invocato su di te». La
riunione delle tre parole, cioè «Il nome chiamato Tetragramma» (Deut. XXVIII, 10), si
capisce secondo luso frequente nella cabala della Shin, in modo che se le ultime
lettere rispondono alle prime, questa profezia non contiene altro che: «Se ascolti la
parola yhwh, cioè quando il Tetragramma sarà udibile, allora il nome Tetragramma
chiamato attraverso la Shin sarà su di te». Il Tetragramma, per essere pronunciato, deve
prendere la consonante Shin e dare yhswh».
Questa spiegazione poco chiara, è precisata da Reuchlin nel De arte cabalistica.
«Ma ascoltate come, secondo i cabalisti, questo nome ineffabile yhwh sarà il nome
proprio del Messia: insegnano infatti che bisogna credere che è il nome integrale del
Messia, in quanto è compreso nella Misericordia; cosa che nessun talmudista negherà
poiché quel grande maestro del Talmud ha detto che il nome del Messia sarà
Hanina, cioè Misericordia.... ciò che Jonathan Chaleen ha tradotto in Rahamim,
misericordia. I talmudisti dicono a questo proposito: «che non vi sarà alcun Messia
chiamato Misericordia, per voi che camminate nella depravazione del cuore e non ascoltate
Dio....». Il nome di quattro lettere è ineffabile. La consonante Shin lo rende
pronunciabile. È abituale nella cabala che il segno Shin si sviluppi in Shin Yod Nun.
Sono le iniziali di Scem yhwh Niquera, vale a dire il Nome
Tetragramma chiamato, cioè pronunciato. Non vi sono altre lettere con le quali si designi
la misericordia, se non attraverso queste cinque lettere: yhwh e la consonante
Shin. Al riguardo di queste quattro vocali, si legge nelle Porte di giustizia:
«E
questo è il mistero che dissero i nostri maestri, la cui memoria sia in pace. Ecco
che il nome di quattro lettere, dice Michea (1,3) yhwh esce dal suo luogo (Maqom)».
Esce per la proprietà delle misericordie (Maqom, luogo e yhwh valgono entrambi
180). In quanto alla consonante Shin, tutti i cabalisti, che non sono a digiuno di
gematria, non contraddiranno che essa contiene in sé la ragione del nome di quattro
lettere, in virtù della proporzione aritmetica, e che essa possiede la proprietà della
Clemenza e della Misericordia (Shin e Berahamim valgono 300).Tutti gli uomini non possono
aspettarsi la salvezza che dalla sola misericordia; cosa che ha chiaramente spiegato
Habacuc (III,2), nel passo dove si rivolge a Dio così: «Quando sarai irritato, ti
ricorderai della misericordia». Su questo testo David Kimhi... dice che con il nome di
Rehem, cioè misericordia, messo là, bisogna intendere, secondo la proporzione aritmetica
cabalisticamente, cioè simbolicamente, Abraham (Abraham e Rechem valgono entrambi 248),
come se Habacuc avesse detto: «O Dio, quando il nostro peccato provocherà la tua
collera, ricordati del seme di Abraham, a cui tu hai promesso che in lui saranno benedette
tutte le nazioni della terra». Per indicare quale sarebbe questo seme, Habacuc aggiungeva
(III,13): «Sei sorto per la liberazione del tuo popolo, per la salvezza del tuo Messia»,
su cui lo stesso Kimhi scrive: «È il Messia, figlio di David».
Capnion conclude sullortografia del nome di Gesù, che gli antichi, ignoranti,
scrivevano ihs. È valida solo lortografia in Pentagrammaton. Mentre Shadaï,
in tre lettere, fu il nome di Dio sotto la natura, yhwh in quattro lettere sotto la
Legge, yhswh in cinque lettere è quello della legge di grazia. E il dialogo
termina con la raccomandazione alla quale faceva allusione il monaco Wolfgang: «Osserva
il silenzio, mantieni il segreto, dissimula, vela, taci, sussurra (Sile, cela, occulta,
tege tace, mussa)!».
Questa ortografia del nome di Gesù fu riportata dalleditore di Reuchlin, a
Tubingen, Thomas Anshelm. Non lo fece perché, come è stato detto, ignorava che «questo
nome è una abbreviazione del nome di Josué terminante in ebraico con Ain e non con He, o
di Isaia che contiene le stesse lettere». Uno specialista in criptografia riteneva
questo: «In quanto alla composizione del contrassegno delleditore di Tubingen,
colui che lha concepito ha avuto un lampo di genio, in quanto ha risolto
graficamente il principio della consustanzialità del Padre e del Figlio. Nel basso della
banderuola, le Shin e Iota formano il digramma ebraico-greco «LOnnipotente». Tra
le lettere Shin e Iota, lalta Resch che si eleva richiama allo stesso tempo il segno
del 4 Iehovah e della q, che gli apostoli scelsero per rappresentare la persona del Figlio
di Iehovah. Con questa combinazione grafica, queste due resch 4 q ne fanno soltanto più
una, allo stesso modo che teologicamente Dio Padre e Dio Figlio non fanno che un solo Dio.
Questa unità è anche dimostrata dalla posizione che occupa questa resch di un disegno
misto: la testa e lasta sono poste in seno alle sillabe ebraiche di Iehovah e del
digramma ebraico-greco de «LOnnipotente». Questo curioso simbolismo è sostenuto
dal diagramma dei punti \ posti a triangolo, richiamante la
testa triangolare del segno 4 di Iehovah. Questi punti e le iniziali delleditore,
A.T., sono circondati dalleternità, rappresentata dal cerchio O, che non ha né
inizio né fine».
Reuchlin non pubblicherà che ventitré anni dopo la sua grande opera De arte
cabalistica. A Ellenborg che, nel 1509, lo sollecitava a dire altre cose, rispondeva:
«Non vi sarà ancora niente. La cabala è la più alta delle speculazioni; occorre
innanzitutto avere una piena conoscenza della lingua santa, e devo prima preparare dei
discepoli». Reuchlin ha appena pubblicato De rudimentis hebraicis, corredato dal
famoso «Exegi monumentum ære perennius» di Orazio. La vendita ne fu peraltro difficile:
nel 1510, ne rimanevano ancora 750 esemplari presso Amerbach. Nel 1512, pubblicò la
traduzione del Qaarath Keseph, la coppa dargento, di Joseph ben Hanan Ezobi,
«il più dolce dei poeti ebrei», poema di morale didattica, che raccomanda con lo studio
del Talmud, quello della grammatica, della versificazione e dello stile. E lo
stesso anno, i salmi penitenziali con una traduzione ed un commentario. Oltre alle sue
occupazioni, Reuchlin è in piena lotta per la questione del Talmud. E prepara il
De
arte. Nel 1513, scrive a Mutianus Rufus: «In questo momento la profezia attraverso lo
spirito ci fa difetto. È quanto pressappoco scrive Giovanni Pico della Mirandola, il più
colto e il più dotto di tutti i nostri contemporanei (cosa che tormenta la bile di molti
sofisti) nella terzultima delle sue Conclusioni cabalistiche (della prima serie): «I
saggi di Israele, dopo la cessazione della profezia attraverso lo spirito, profetizzarono
attraverso la figlia della voce (Bath Kol)». Ed è così che ho trovato, da ormai
quattordici anni, presso i vecchi cabalisti, questa nota su Proverbi XXX, 31 «Umlech
alkum immo», che la nostra traduzione legge in modo improprio: «E non vi è re che gli
resista». Ebbene questa antichissima scrittura: «Regnerà Alcum dopo di lui», alcuni
ebrei lhanno così interpretata: «Regnerà Alberto, Luigi, Conrad, Vrederic,
Messia, dopo di lui», pensando che il loro Messia giungerebbe dopo Federico III, a causa
della lettera M. Non immaginavano che Federico avrebbe avuto un erede di nome
Massimiliano. Lavvenimento ha deluso i loro pensieri. Interpreterei che dopo
Vrederic regnerebbe Massimiliano e, dopo di lui, un altro Federico. In quanto la lettera
Vau in questo oracolo significa il digramma eolico, soprattutto quando si fa uso del
Notariacon, che è la seconda forma di arte cabalistica. Ma ne tratteremo più tardi in un
libro, se Dio accorda la pace ai nostri studi».enti, dei sette doni dello Spirito Santo, delle otto Beatitudini....
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