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Saint Martin Massone
Saint Martin è stato Massone. Ha ricevuto la luce
prima di incontrare l'Ordine degli Eletti Cohen. Willermoz lo conferma. Potrebbe essere
accaduto nella Loggia Scozzese La Concorde, fondata nel 1745 all'Oriente di Tours,
che contava tra i suoi membri Burdin (che sarà Venerabile nel 1763 o 1764), di cui Saint
Martin conosceva ed amava la famiglia.
Saint Martin ricevette in una sola volta i tre
gradi Cohen, detti "du Porche", attraverso il fratello Baudry de Balzac, tra
l'estate dei 1765 e l'inverno dei 1768, probabilmente nel 1765 o 1766.
Tra il 25 novembre ed il 15 dicembre 1768
Grainville e Balzac (molto probabilmente) lo fecero Commendatore d'Oriente.
Martinès de Pasqually lo ordina Réau-Croix verso
il 17 aprile 1772.
Nel 1773 Saint Martin si associa alla richiesta
che i Fratelli lionesi indirizzano a Weiler. Nel 1774,viene ammesso ad essere ricevuto
nella Stretta Osservanza Templare. Ma, giunto il momento, dà forfait.
Nel 1785, allo scopo di qualificarsi per l'entrata
nella Società degli Iniziati, Saint Martin accetta di essere affiliato alla Loggia
Scozzese Rettificata La Bienfaisance all'Oriente di Lione, investito Chevalier
Bienfaisant de la Cité Sainte (Eques a leone sidero). Il 24 ottobre è accolto
Professo e Gran Professo.
Nel 1790 chiede di essere cancellato dai registri
massonici dove da tempo figurava solo nominalmente (il suo nome appare nei quadri di
loggia dal 1786 al 1791).
Saint Martin non appartenne al Rito dei Filaleti
benché, secondo Savalette de Lange, vi sia stato candidato al dodicesimo ordine nel 1782.
Invitato al loro Convento dei 1785, non vi partecipò.
Saint Martin ha fatto parte delle società
para-massoniche seguenti:
a) La Società degli Iniziati, fondata sulle istruzioni dell'Agente Sconosciuto ed
alle sue attività. Accolto il 4 luglio 1785, dopo essere stato investito Chevalier
Bienfaisant de la Cité Sainte;
b) La Società filantropica, di cui fu membro fondatore nel 1780 e nell'annuario del quale
compare fino alla sua morte;
c) La Società dell'armonia di Mesmer; accolto il 4 febbraio 1784.
Il simbolismo massonico, il vocabolario massonico
hanno lasciato le loro tracce negli scritti di Saint Martin.
Il pensiero massonico, anche. Ciononostante, la
Massoneria che Saint Martin gradì un tempo, e alla quale restò sempre riconoscente, fu
quella degli Eletti Cohen, molto particolare in verità, e non è stato l'aspetto
massonico della setta martinesista ad averlo maggiormente sedotto.
Il testo seguente esprime piuttosto bene il
sentimento e l'opinione più o meno costanti in Saint- Martin relativamente alla
Massoneria: "Le persone che hanno inclinazione per istituzioni e società
filosofiche, massoniche e altre, allorquando ne ricavano buoni frutti, sono molto portate
a credere che lo devono alle cerimonie e a tutto l'apparato in uso in queste circostanze.
Ma prima di affermare che le cose stanno così come pensano, occorrerebbe aver tentato di
mettere anche in pratica la massima semplicità e l’astrazione intera di ciò che è
forma, e se allora si raggiungessero gli stessi risultati, sarebbe fondato attribuire
questo effetto ad un’altra causa e ricordarsi che il nostro Grande Maestro ha detto:
"Ovunque sarete riuniti in mio nome, io sarò in mezzo a voi". (Mon livre
vert, articolo inedito).
Nota
Il problema dei rapporti tra Saint Martin e la Massoneria, che tocca numerosi altri
problemi, è stato trattato nei seguenti studi: "Saint Martin Franc-Maçon"
L’Initiation, aprile-giugno 1965, pp. 82-91; "Louis-Claude de
Saint Martin et la Franc-Maçonnerie" Le Symbolisme, gennaio-giugno
1970, pp. 123-180, luglio-settembre 1970, pp. 285-307, gennaio-febbraio 1971, pp. 43-73.
Introduzione a "Des erreurs et de la vérité Oeuvres majeures, t. I
(1975). Complementi si trovano nel "Calendrier de la vie et les écrits de
Louis-Claude de Saint Martin", nonché in "Saint Martin et la
Franc-Maçonnerie, additions et précisions", nelle Chronique Saint Martinienne,
passim.
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I
Quando nel campo delle scienze esatte e
naturali raccogliamo qualche assioma, non ci chiediamo perché sono veri; sentiamo che
hanno in se stessi la risposta. Come lo sentiamo? Non è che attraverso il rapporto e la
conformità esistenti tra la giustezza di questi assiomi e la scintilla di verità che
brilla nella nostra facoltà di concezione. Sono come due raggi di una stessa fiaccola che
sembravano essere distanti l’uno dall’altro, che si riuniscono per la loro
analogia; e che, compenetrandosi, rendono reciprocamente più sensibili sia il loro calore
che la loro luminosità.
Se poi facciamo uso o no delle verità, che questi assiomi parziali ci hanno insegnate,
ciò può tornarci utile, ma non l’esistenza di questi due elementi radicali che
abbiamo appena conosciuti, la giustezza cioè dell’assioma e la scintilla della
nostra facoltà di concezione. L’una e l’altra si rivelano come aventi in se
stesse una vita naturale che nulla può impedire di essere e questi due raggi potrebbero
separarsi nuovamente e non produrre alcun effetto, pur conservando tuttavia la loro
essenza e la loro caratteristica costitutiva. Così come un bravo geometra ha un bel
essere profondamente addormentato, questo non impedirà che le verità geometriche
esistano e che non abbia in sé la conoscenza e la facoltà di farne uso
all’occorrenza.
Esiste una filosofia nefasta che non adotterà affatto questi principi, in quanto non
distingue negli esseri la loro essenza dalla manifestazione attuale delle loro varie
proprietà e che non riconoscendo nelle cose che dei risultati o delle modificazioni, nel
momento che gli esseri non sono più in azione davanti agli occhi, non sono più niente
per lei e condanna proditoriamente la loro esistenza. Vogliamo soltanto avvertire con
questo, senza soffermarci, quelli che non ne avessero conoscenza e prevenirli che
troveranno nel loro essere il necessario per difendersi da queste obiezioni. Passiamo
oltre.
Quando l’anima umana, sia con lo slancio che non si può dare che spontaneamente, è
elevata sino all’intimo sentimento dell’essere universale che abbraccia tutto,
che produce tutto, cioè sino al sentimento di quell’essere sconosciuto che chiamiamo
Dio, non cerca in maggior misura nella scoperta degli assiomi parziali di rendersi conto
di quella verità totale che la soggioga, quanto del vivo godimento che questa gli
procura; sente che questo grande essere o questo grande assioma è per se stesso e che è
impossibile che non ci sia. Sente egualmente in sé, in questo contatto divino, la realtà
della propria vita pensante ed immortale. Non ha più necessità di interrogarsi su Dio
né su se stessa; e nel santo e profondo affetto che prova, si dice con tanta estasi
quanta sicurezza: Dio e l’uomo sono degli esseri veri che possono conoscersi nella
stessa luce ed amarsi nello stesso amore.
In che modo ha la sensazione di certezza di queste immutabili verità? Per la stessa legge
che ha manifestato alla sua concezione la certezza degli assiomi parziali: vale a dire che
essa sente l’esistenza inattaccabile del principio del suo essere e la sua propria,
attraverso la conformità ed i rapporti esistenti tra loro. In quanto senza questo, la
convinzione dell’esistenza di questi due esseri non potrebbe né colpirci né
fissarsi in noi e se questo fuoco divino non incontrasse nella nostra anima una potente
analogia, ci attraverserebbe senza lasciarci di lui alcuna traccia né coscienza.
Che secondo la stessa legge suddetta, mettiamo o no a profitto i tesori di verità che
questo contatto divino ci fa scoprire, è senza dubbio una cosa che deve avere la più
grande influenza sulle nostre autentiche soddisfazioni, ma che non ne ha alcuna
sull’esistenza di quegli stessi tesori, né su quella della parte di noi stessi che
si trova ad essere il loro ricettacolo. Così la privazione di quella sublime coscienza
nelle anime alterate e di tutti gli sragionamenti che ne derivano non possono annientare
né il principio necessario ed eterno degli esseri, né l’analogia divina che tutti
abbiamo con lui; in quanto ciò che è, un fatto esistente in definitiva può ben
essere confermato e appoggiato da segni o da testimonianze esterni, ma non può aspettare
da loro la sua realtà, poiché è loro anteriore, poiché ne è indipendente e lo porta
con se stesso.
Questo tipo di logica naturale nel classificare così queste testimonianze, non elimina
affatto i loro privilegi; in quanto, se ciò che è, se un fatto non può aspettare
la sua realtà dai segni e dalle testimonianze esterni, poiché è anteriore a loro, non
è meno vero, nella regione temporale in cui siamo, che senza loro tramite e senza la loro
azione, questa realtà non sarebbe manifestata fuori da se stessa e che si possono
guardare questi segni e queste testimonianze esterni, come il deposito indicativo del
fatto che ci trasmettono e l’espressione fedele del tipo di realtà, o del tipo
d’idea che nasce in loro per farsi conoscere, ed è questa legge poco approfondita
che ha generato l’errore dei filosofi facendo loro confondere il medium con il
principio, l’organo della manifestazione con la fonte di questa manifestazione.
Ebbene, siccome sentiamo che non è una realtà che cerchi di estendersi e colmare la
misura, dobbiamo più che presumere che questa immensità di oggetti che ci circondano
abbia una destinazione vasta ed importante, cioè: servire a promulgare delle realtà,
ciascuno secondo il proprio genere ed il proprio tipo, o, se si vuole, di deporre, di
testimoniare a favore di ciò che è, o di un fatto qualunque che abbia interesse a
manifestarsi, come nello stesso tempo deve essere utile al nostro pensiero per conoscere
dei fatti o questa realtà ed alla nostra anima di avvicinarli a sé per accrescere la
nostra esistenza.
Per quanto si abbia poca dimestichezza con le opere già pubblicate su questi argomenti,
si riconoscerà che il nostro essere spirituale ed il nostro essere fisico hanno delle
facoltà relative a questo fine importante. Infatti, i nostri organi materiali trasmettono
alla nostra anima animale e sensibile l’impressione delle forme e delle immagini di
tutti gli oggetti che vengono loro presentati, così come la coscienza delle diverse
proprietà di cui questi oggetti sono rivestiti. La nostra anima pensante ha poi il
compito ed il potere di analizzare tutte queste proprietà, di considerare qual è lo
scopo dell’esistenza di tutti questi diversi oggetti, quando questo scopo le è
sconosciuto: vale a dire che ha il diritto di cercare in questi oggetti qual è
l’idea di cui sono l’espressione, quali sono i fatti che vogliono attestare, o
qual è la realtà che vengono a manifestare; e dobbiamo tutti riconoscere che non siamo
realmente e completamente soddisfatti che quando il nostro pensiero fruisce della
conoscenza dello scopo e della destinazione degli oggetti, come il nostro essere sensibile
fruisce delle impressioni che riceve dalla varie proprietà di quegli stessi oggetti,
altro motivo per convincerci che tutti gli oggetti sono l’espressione di
un’idea; in quanto, come potrebbero portare la nostra intelligenza a quella meta
appagante e luminosa se non fossero essi stessi come scesi da quel luogo della luce o dal
luogo delle idee?
D’altronde le esperienze più comuni tra gli uomini non ci illuminano su questa
grande verità, che tutti gli oggetti qualunque che ci circondano sono l’espressione
di un’idea? Tutte le invenzioni che utilizzano quotidianamente, per loro piacere, per
comodità, non hanno ognuna la caratteristica dell’idea alla quale debbono la
nascita? Un libro non è la dimostrazione del piano che un uomo ha concepito per riunire i
suoi pensieri come in un stesso corpo? Un carro non è la dimostrazione del piano che un
uomo ha concepito per farsi trasportare velocemente e senza fatica? Una casa non è la
dimostrazione del piano che un uomo ha concepito per procurarsi una vita comoda ed al
coperto dalle intemperie?
Crediamo dunque che anche la Saggezza suprema ha delle idee e dei piani nelle sue opere,
come ne abbiamo noi nelle nostre; crediamo anche che essendo più feconda e più
intelligente di noi, le sue opere, se ne conosciamo lo spirito, avrebbero il sublime
vantaggio di procurare al nostro pensiero ed alla nostra anima ancora maggiori
soddisfazioni di quante non ne procurino alla nostra vista, spiegando davanti a noi la
pompa della loro magnificenza esteriore e della ricca ma regolare varietà delle loro
forme. Crediamo nel contempo che sarebbe adempiere il fine di questa suprema saggezza
dedicare il nostro essere alla ricerca dei piani che essa ha avuto, moltiplicando così
sotto i nostri occhi questa immensità di oggetti diversi perché se è vero che ogni
realtà cerca di estendersi e di manifestarsi e che non lo possa fare che attraverso i
suoi segni o i suoi testimoni, sarebbe facilitare ed assecondare questa manifestazione
interrogarne accuratamente i testimoni ed i segni e raccogliere, con ancora maggior cura,
le loro testimonianze.
Ma tra tutti questi segni o questi testimoni, chi altri dell’uomo potrebbe essere
più degno della nostra attenzione e rivelarci le più grandi realtà? Chi altri ci
offrirebbe degli indizi più efficaci? Chi altri lascerebbe circolare davanti a noi quegli
innumerevoli fiumi di fuoco che paiono uscire viventi dal suo pensiero e dal suo cuore e
che lo indicano, per così dire, come assiso sul trono di tutti i mondi, per giudicarli e
governarli sotto l’occhio del sovrano invisibile, che è il solo essere che
l’uomo trova al di sopra di lui?
Se tutti gli altri segni che compongono l’universo non si offrono a noi, vista la
fragilità che li caratterizza e la loro straordinaria disparità, che come altrettanti
riflessi passivi e parziali delle potenze spirituali e secondarie della divinità,
l’uomo sembrando posto sotto l’aspetto della divinità stessa, si propone
piuttosto come destinato a rifletterla direttamente e, di conseguenza, a farcela conoscere
per intero; e noi non dobbiamo cercare oltre di quale fatto, di quale realtà, è chiamato
ad essere il depositario ed il testimone, davanti a tutti gli esseri, poiché scorgiamo in
lui l’espressione parlante dell’eterno principio e l’irrefutabile analogia
che li lega l’uno all’altro e che tra le creature, egli è come il segno attivo
dell’assioma totale, o come la più vasta manifestazione che il pensiero interiore
divino abbia lasciato uscire da se stesso.
Se l’uomo è il solo essere che sia stato inviato per essere il testimone universale
della verità universale, raccogliamo dunque queste testimonianze, non lasciamolo prima di
averlo accuratamente interrogato ed infine confrontato con lui stesso, al fine di fissare
le diverse luci che potremo ricevere dalle sue diverse deposizioni.
II
Le principali testimonianze dell’uomo sono
innanzitutto che egli è evidentemente un santo e sublime pensiero di Dio, benché
non sia il pensiero di Dio, la sua essenza è necessariamente indistruttibile in
quanto: come potrebbe perire un pensiero di Dio? In secondo luogo che Dio, non potendo
servirsi che del Suo pensiero, l’uomo gli deve essere infinitamente caro in quanto:
Dio non amandoci, come potrebbe non amare il Suo pensiero? Ci compiaciamo pure dei nostri!
In terzo luogo (e troviamo qui la più importante delle testimonianze che l’uomo ci
presenta) se l’uomo è un pensiero del Dio degli esseri, noi non possiamo leggerci
che in Dio stesso e comprenderci che nel suo stesso splendore, poiché un segno non ci è
noto fin quando non siamo risaliti sino alla specie del pensiero di cui è il testimone e
la manifestazione, e poiché tenendoci lontani da questa luce divina e creatrice di cui
dobbiamo essere l’espressione nelle nostre facoltà, come lo siamo nella nostra
essenza, non saremmo più che un testimone insignificante, senza valore e senza carattere.
Preziosa verità che dimostra perché l’uomo è un essere così oscuro ed un problema
così complicato agli occhi della filosofia umana.
Ma anche quando ci leggeremo nella nostra sublime fonte, come potremo illustrare la
dignità della nostra origine, la grandezza dei nostri diritti e la santità del nostro
destino? Uomini passati, presenti e futuri, voi tutti che siete ciascuno un pensiero
dell’Eterno, riuscite a concepire quali sarebbero le vostre luci e le vostre
beatitudini, se tutti i germi divini che vi costituiscono fossero in attività ed in
sviluppo?
Ma se, su questi grandi privilegi, la vostra sorte vi induce ancora a dei rimpianti, a dei
gemiti e vi impedisce i godimenti, cercate almeno, facendo riflettere su di voi i tratti
del vostro sole generatore, di rappresentarvi ciò che fu l’uomo in un’epoca che
per voi è passata, ma di cui le testimonianze che vi restano, attestano a sufficienza che
non vi è sempre stata estranea.
L’uomo può non essere più ciò che è stato, ma può sempre sentire ciò che
dovrebbe essere. Può sempre sentire l’inferiorità della sua sostanza peritura e
materiale, che non ha su di lui che un potere passivo, quello di assorbire le sue facoltà
attraverso le disarmonie e le opacità di cui è suscettibile, mentre il suo essere
pensante ha il potere attivo di creare, per così dire, mille facoltà nel suo essere
corporale, che non le avrebbe avute per natura e senza la volontà dell’uomo;
differenza che presentiamo qui di proposito all’uomo di materia e che è troppo
appariscente perché sia scusabile di non scorgervi qualche vestigia della sua antica
dignità e della supremazia del suo pensiero; differenza, dico, che potrebbe condurlo più
in alto e provargli quanto si è avuto ragione di dire che le verità interiori devono
essere molto più sicure e più istruttive delle verità geometriche, in quanto queste non
si basano che su delle superfici, mentre le altre nascono attivamente dal centro stesso e
ne lasciano intravedere la profondità.
Essendo dunque compenetrati da questi convincimenti, trasportiamoci alla nostra origine.
Penetriamo con la nostra attività interiore fino allo stato in cui ci troveremmo se
l’influenza creatrice della nostra suprema fonte effettuasse attualmente la nostra
esistenza e trasformasse in questo momento nella nostra natura d’uomo tutti quei
principi d’ordine, di perfezione e di felicità che sentiamo dover permanere
eternamente nell’Essere sovrano da cui discendiamo. Tutti quei germi divini che si
creerebbero in noi non porterebbero con sé una vita possente ed efficace? Il nostro
intelletto non sarebbe come continuamente generato dal vapore di quei lumi innumerevoli ed
eterni che gli darebbero contemporaneamente sia l’esistenza che la luce? La nostra
facoltà di amare non sarebbe più che pervasa dalla vivente e dolce universalità del
nostro principio che non lascerebbe alcuno spazio tra il nostro sublime attaccamento e gli
slanci della nostra santa gratitudine verso di lui?
Alcuni credono di dover considerare la nostra origine sotto due epoche anteriori,
l’una e l’altra, allo stato in cui l’uomo si trova oggi e questo per fruire
dell’idea saggia e consolante che il male primitivo non è stato eterno e per
lasciare a Dio la gloria di aver esercitato il sublime privilegio che ha di produrre tutte
le Sue creature nella pienezza della gioia e di una felicità affrancata da qualsiasi
penosa funzione e da ogni pericolosa pugna.
Dicono che nella prima di queste epoche, il male non esisteva ancora o, ed è la stessa
cosa, non essendosi alcun essere ancora separato dalla regione divina, i nostri godimenti
non avrebbero avuto bisogno di estendersi al di là della nostra esistenza; che, se essi
vi si fossero estesi, sarebbe stato per accrescersi senza fine nell’infinito, che è
la sola cosa che sarebbe esistita per noi; che non sarebbe uscito altro da noi che
l’espressione della nostra gioia e del nostro amore; che sarebbe, ininterrottamente,
risalito verso la nostra fonte, come la nostra fonte non avrebbe cessato di scendere su di
noi; che non avremmo avuto altre manifestazioni da fare, in quanto tutto sarebbe stato
nella pienezza intorno a noi; e che la verità, riempiendo allora tutto, non ci avrebbe
considerati che come suoi eterni adoratori, ma che non ci avrebbe usati come suoi segni e
suoi testimoni, poiché tutti gli esseri avrebbero fruito contemporaneamente della sua
visione e della sua presenza e nulla sarebbe mancato alla pienezza di tutte le loro
affezioni e di tutte le loro luci, dal momento in cui avessero avuto in attività davanti
a loro lo spettacolo dell’immensità.
Possiamo esimerci qui di volgere il nostro sguardo su un ordine di cose così elevato; ci
limiteremo a contemplare il momento della nostra missione nell'universo, ciò che non è,
secondo l’opinione suddetta, che la seconda epoca della nostra origine; è quella
più vicina alla nostra situazione attuale; la prima epoca essendo così lontana da noi da
non avere neppure l’idea che possa essere esistita, se la seconda non le servisse da
intermediaria.
In questa seconda epoca, che continueremo a considerare in queste pagine come la nostra
primitiva esistenza, abbiamo ricevuto la caratteristica di segni e di testimoni della
Divinità nell’universo; e come tali, siamo stati colmati di tutti i poteri e di
tutte le luci divine, conformemente alla sublimità del nostro destino ed alla grandezza
dei diritti che dovevano esserci accordati per colmarla. In quanto, per quale motivo
saremmo stati staccati da quel cerchio dell’immensità divina, in qualità di segni e
di testimoni, se non fosse stato per replicare nella regione, dove la saggezza ci inviava,
quanto accadeva nel cerchio divino? E come questa regione parziale sarebbe potuta esistere
se alcuni esseri, perturbandosi essi stessi, non si fossero così preclusi l’accesso
alla regione universale, poiché l’unità principio cerca per sua natura di riempire
tutto e che da allora il male non può essere che la concentrazione parziale di un essere
libero e la sua astrazione volontaria dal regno dell’universalità?
Così, come nell’ordine eterno dell’immensità divina, Dio basta alla pienezza
della contemplazione di tutti gli esseri, allo stesso modo quando abbiamo ricevuto una
missione individuale ed una esistenza staccata da Lui, non avremmo potuto delinearLo, né
essere i Suoi segni ed i Suoi testimoni che mostrando in noi l’immagine ridotta di
questo Dio a degli esseri che, essendosi concentrati nella propria presenza, avrebbero
perso di vista la presenza divina e si sarebbero trovati come rinchiusi in
quell’atmosfera particolare del loro errore.
È qui che sentiamo tutto ciò che doveva manifestarsi al di fuori di noi, al tempo della
nostra origine, per il compimento della nostra opera. Occorreva che uscissero da noi
pensieri vivi e luminosi, virtù vivificanti e atti efficaci, affinché fossimo i
rappresentanti del supremo autore del nostro essere; e più sonderemo questa analogia, che
abbiamo riconosciuta tra l’anima umana ed il suo eterno principio, più percepiremo
che essendo Dio la fonte radicale e primitiva di tutto di ciò che è imperfetto, non
siano potuti uscire da Lui che rivestiti di quelle sublimi caratteristiche che abbiamo
appena illustrato e di cui i nostri deboli pensieri, quando sono sani e regolari, ci
ripropongono ancor oggi qualche immagine. In quanto la Divinità suprema non avrebbe
scelto il Suo proprio pensiero, o il pensiero di Dio per essere il modello
dell’uomo che abbiamo chiamato il pensiero di Dio, se non avesse avuto in
mente di rappresentarsi in noi in tutta la Sua maestà.
Così i tratti di quel sigillo sacro che caratterizzano l’anima dell’uomo,
resisteranno eternamente a tutti i poteri distruttori. Nonostante il protrarsi del tempo,
nonostante lo spessore delle tenebre, tutte le volte che contemplerà i suoi rapporti con
Dio, ritroverà in sé gli elementi indissolubili della sua essenza originale e gli indizi
naturali del suo glorioso destino.
Avvertirà che, secondo questo glorioso destino, una forza possente e formidabile ci
dovette essere stata data per sottomettere all’autorità divina quelli che avevano
potuto disconoscerla e che, dotati di una tale potenza, dovevamo essere tanto più al
sicuro; che essendo unita al nostro essere, nulla avrebbe potuto sottrarcela, se non
l’avessimo rimessa noi stessi.
Avvertirà che avremmo dominato nel nostro impero dopo averlo soggiogato e che saremmo
stati ornati di tutti i segni necessari per annunciare ovunque la nostra legittima
sovranità.
Avvertirà che saremmo stati superbamente vestiti per rendere la nostra presenza
più maestosa e perché tutte le regioni del nostro dominio, essendo colpite dalla
luminosità che ci avrebbe circondato, ci avrebbero offerto le testimonianze di rispetto e
di sottomissione che erano dovute alla missione divina, che la mano suprema ci aveva
confidata; e l’uomo non avrebbe oggi altro mezzo per ridelinearsi il suo antico stato
che considerare quei fragili segni, che il suo puerile pensiero ha sostituiti sulla Terra,
quella spada dei conquistatori, quegli scettri, quelle corone, quella pompa che circonda i
sovrani e quella rispettosa devozione dei loro soggetti, vi potrebbe almeno ancora trovare
qualche traccia informe dei nostri titoli originari, per quanto non ne vedesse da alcuna
parte la virtuale attività.
Ma se è ancora possibile all’uomo di ritrovare, e in se stesso, e nelle immagini
passeggere dei suoi poteri convenzionali e terreni delle vestigia di ciò che avrebbe
dovuto essere, gli è purtroppo ancora più facile avvertire quanto è oggi lontano da
quel destino glorioso; e se ha ancora intorno a lui qualche indizio dei suoi diritti
primitivi, ha anche prove molto più numerose che quei diritti non sono più in suo
potere.
Non ripetiamo qui tutte le dimostrazioni già date della degradazione della specie umana;
bisogna essere disorganizzati per negare questa degradazione, che è più che
evidentemente costatata da uno solo dei sospiri di cui il genere umano riempie
continuamente la nostra terra e da quell’idea radicale che l'autore degli esseri pone
sempre tutte le sue produzioni nel loro elemento naturale. In quanto, perché ci troviamo
così lontano dal nostro? Perché essendo attivi per natura, siamo come sommersi ed
incatenati dalle cose passive? Gli uomini hanno il diritto di cercare ovunque dove
vorranno le cause di questa dolorosa e troppo reale disarmonia, eccetto che nel capriccio
e nella crudeltà del nostro sovrano principio, il cui amore, la saggezza e la giustizia
devono essere per sempre un eterno baluardo contro i nostri mormorii.
Peraltro, non occupandoci qui che delle conseguenze e non della causa di questa
degradazione della famiglia dell’uomo, non abbiamo intenzione di parlare che a quelli
che non ne negano l’esistenza e che, nonostante le difficoltà che incontrano a
spiegare il male e la sua origine, trovano che non sentenziando negativamente su questo
argomento, come fa l’imprudente filosofia, sono ancor meno a disagio con una verità
difficile ed oscura di quanto non lo sarebbero con un’evidente assurdità.
Per illustrarle, queste conseguenze disastrose della nostra degradazione, occorre guardare
lo stato glorioso di cui abbiamo fruito, come ad un tesoro di cui avremmo avuto tutti in
comune sia la custodia che la distribuzione; occorre riconoscere che avremmo diviso
solidalmente la gloria e le ricompense di quella magnifica manifestazione, poiché avremmo
diviso solidalmente tutti i lavori di quella grande opera.
Ma poiché non possiamo imputare alla suprema Saggezza di aver cospirato per nulla con noi
nell’abuso di quei sublimi privilegi, siamo costretti ad attribuirne tutti i torti al
libero potere del nostro essere, che essendo fragile per sua natura, (altrimenti vi
sarebbero stati due Dei) si è consegnato alla propria illusione e si è precipitato
nell’abisso del proprio errore; verità abbastanza solidamente stabilite in opere
anteriori, tanto da non essere necessario trattarle nuovamente.
Da allora in poi i principi della sana giustizia, imperituri come la nostra essenza e che,
come questa essenza, ci rimarranno eternamente, benché ci smarriamo così spesso nella
loro applicazione, ci insegnano chiaramente ciò che siamo diventati con il nostro crimine
e ci indicano, senza possibilità di ingannarci, il genere di soddisfazione che questa
giustizia esige da noi ed è qui che comincia a rivelarsi il titolo di questo lavoro, o il
senso di queste due parole, "Ecce Homo".
III
Se fossimo rimasti fedeli al nostro santo
destino, avremmo dovuto manifestare tutti in comune e ciascuno secondo il proprio dono, la
gloria del nostro eterno principio. Ma non potendo più dubitare che abbiamo omesso di
ottemperare a questa legge suprema, poiché languiamo tutti e l’autore di quella
giustizia non potrebbe lasciarci ingiustamente nella sofferenza e nella privazione, ne
deriva che l’abuso dei nostri gloriosi privilegi ha dovuto ridurci alla crudele
necessità di non offrire altro che una manifestazione opposta a quella che ci si
attendeva da noi e che invece di essere i testimoni della gloria e della verità, non
possiamo più essere che i testimoni dell’obbrobrio e della menzogna.
Ne deriva inoltre che tutta la famiglia umana condividendo oggi questa punizione, come
avrebbe condiviso le ricompense, ogni individuo dovrebbe offrire un segno particolare di
questo avvilimento, come avrebbe offerto un segno particolare della potenza
nell’ordine trionfale, ciascuno secondo il dono che gli era proprio; ne deriva,
dicevo, che ogni individuo di questa grande famiglia dovrebbe offrire un segno particolare
di questa penuria e di questa privazione alla quale la giustizia suprema ci ha tutti
sottomessi in questo basso mondo; e questo affinché alla vista di questo segno così
diverso da quello che avremmo dovuto portare, si potesse dire con oltraggio e derisione: Ecce
Homo, ecco l’uomo; e questo titolo oggi così oltraggioso per noi, ci coperse di
obbrobrio e di umiliazione, palesando i frutti amari che il crimine ha seminato in noi,
nel luogo della gloria in cui avremmo brillato, se il nostro nome avesse conservato la sua
vera caratteristica.
Ebbene, è sufficiente volgere lo sguardo sullo stato degli uomini quaggiù, per valutare
con quale ampiezza questa severa giustizia si è compiuta; chi di noi non paga in un modo
o in un altro questo tributo di umiliazione? Dov’è la nostra forza? Dov’è la
nostra autorità? Dov’è la nostra potenza? Dov’è la nostra luce? Eccetto
l’indigenza, il disordine e l’infermità e le tenebre, quali altre testimonianze
presentano oggi le nostre diverse facoltà? Tutte le influenze che diffondiamo intorno a
noi, sono cosa diversa da influenze cadaveriche? Ed esiste sulla terra un solo uomo che
non sia in condizione di offrire uno o più segni di questa notevole riprovazione?
O uomo! Se non sei ancora abbastanza evoluto per versare lacrime sulla tua miseria,
quantomeno non ingannarti al punto di vederla come uno stato di felicità e di salute. Non
lasciarti prendere dai suoi fascini che ti seducono. Non fare come un bambino ammalato che
smette di gridare al rumore di un ninnolo agitato davanti ai suoi occhi e che mostra un
viso sorridente e tranquillo, come se il male che lo affligge non fosse più da temere,
quando la vista di questo ninnolo ha interrotto per un attimo i suoi dolori. Per poco che
tu chiuda per un istante gli occhi su queste illusioni che ti distraggono, il male non
tarderà a farsi sentire e, spaventato dal pericolo che ti minaccia, riconoscerai con
quale giusto fondamento la saggezza cerca di avvertirti delle tue infermità e di
abbracciarti col zelo della guarigione.
Tuttavia nonostante i rigori delle leggi che il decreto della giustizia ci impone, le
conseguenze della nostra condanna sarebbero mille volte più lievi di quanto non siano
rigorose se riconoscessimo la suprema equità di colui che ci ha giudicati, se pensassimo
quanto i disegni che ha per noi potrebbero esserci vantaggiosi e se ci arrendessimo
volontariamente all’inevitabile potenza dei suoi decreti.
I principali vantaggi che ne trarremmo consisterebbero nel reciproco esempio che ci
daremmo gli uni agli altri; in quanto lo stato di infermità, languente e tenebroso dei
nostri simili sarebbe per noi un insegnamento visibile che ci ricorderebbe continuamente
la degradazione della famiglia dell’uomo; e da parte nostra offrendo ai loro occhi lo
stesso spettacolo, renderemmo loro lo stesso servizio, dando loro lo stesso insegnamento.
Così, informandoci rispettivamente della nostra vergogna e della nostra umiliazione,
riconosceremmo davvero la giustizia della condanna che abbiamo attirato su di noi e questo
significherebbe l’entrata sulla via della nostra rigenerazione che è quella che la
Saggezza suprema si sforza incessantemente di aprirci, in quanto è la sola via che possa
ricondurci presso quel sovrano principio d’amore che ci aveva formati e che abbiamo
costretto a bandirci dai domini stessi che ci aveva confidati.
Abili scrittori, riempitevi di santa eloquenza per dipingerci con colori persuasivi ed
incoraggianti il quadro istruttivo della famiglia umana, dove tutti gli individui
sarebbero l’uno per l’altro come altrettante lezioni viventi e dove la vista
della loro comune condizione li riempirebbe tanto di un salutare orrore di se stessi
quanto di un tenero interesse per la riabilitazione di tutti i membri di questa grande
famiglia. Mostrateceli mentre si nutrono del pane delle lacrime, mentre guardano gli uni
vicino agli altri il silenzio cupo del dolore, non rompendolo ad intervalli che per far
sentire i suoni interrotti della penitenza e perché l’uomo dica all’uomo:
fratello mio, è sull’uomo di menzogna che abbiamo fondato il regno della morte che
ci avviluppa con le sue tenebre. Non nascondiamo più quest’uomo di menzogna nelle
sue stesse macerie e nelle sue immondizie, sforziamoci di farlo uscire allo scoperto,
affinché l’aria pura lo corroda fino alle radici e che il regno della morte,
trovandosi così sconquassato nelle sua fondamenta, possa crollare e perdersi per noi nel
profondo dei suoi abissi.
Ma quanto l’uomo è lontano dall’offrire un tale spettacolo e di prosternarsi
così davanti a questa irrefragabile giustizia che non cessa di tuonare su di lui! Lo
stesso principio di disordine che ci ha fatti decadere dal nostro luogo originale ci
insegue, ci accompagna e ci anima ancora nella nostra esistenza degradata. Come ci
mascherò la fonte mortale del nostro errore, così ce ne cela giornalmente i frutti e le
conseguenze. Non si preoccupa che della cura di prolungarne la durata affinché
perpetuando la nostra illusione, perpetua la potenza del suo regno che, purtroppo per noi,
non è composto che dai nostri disinganni e dalle nostre tenebre.
Ci persuase un tempo che non saremmo affatto caduti seguendo le sue seducenti
insinuazioni; cerca, ora che le abbiamo seguite, di persuaderci che non siamo caduti e a
colmarci senza tregua della vigilante cura di persuaderlo a tutto ciò che ci circonda.
Invece di lasciarci confessare ognuno il segno particolare della condanna che portiamo ed
il genere di privazione che ci è inflitta, non ci fa star desti che per imporne ai nostri
simili su questo importante oggetto. E questa cura così assidua che ci assorbe, ha avuto
l’arte di moltiplicarla all’infinito con le conseguenze di questa degradazione
stessa e con queste cupide molteplicità che ci divorano e ci velano maggiormente la
nostra miseria e gli umili sentieri che dovremmo seguire per camminare verso la nostra
rigenerazione.
Da qui la cura che universalmente gli uomini hanno di mostrarsi come se non fossero privi
di alcuna di quelle luci e di alcuno di quei doni che sarebbero appartenuti alla nostra
vera natura, se non avessimo scavato un così grande abisso tra noi e la verità; da qui
la cura costante che hanno di nascondere le loro deficienze di virtù, le loro deficienze
di talento, le loro deficienze corporali, le loro deficienze di tutti i vantaggi
convenzionali delle società politiche. L’occhio dei nostri simili è diventato per
noi come il solo termine e come il solo stimolo dei nostri attaccamenti e dei nostri
comportamenti, non per il nostro miglioramento, come sarebbe stata l’intenzione della
saggezza, quando bandendoci dalla sua presenza, ci ha esiliati tutti nello stesso luogo,
ma al contrario per la nostra rovina e la nostra completa distruzione.
Avremmo voluto un tempo traversare e vedere tutte le regioni per il Dio supremo. Non
essendoci riusciti, non abbiamo con questo completamente rinunciato all’impresa e
tentiamo quantomeno di ottenere quel nome sacro nell’opinione dei nostri simili e di
far loro abbastanza impressione con la nostra superiorità, perché ne siano colpiti
guardandoci e perché lusinghino le nostre orecchie con quel dolce nome, Ecce Deus,
ecco il Dio, invece di quel terribile, Ecce Homo, che ci rese furiosi coprendoci
d’ignominia. Siamo come tanti esseri mutilati in tutte le nostre membra e che
tuttavia hanno ancora pretese di bellezza e di voler apparire normali, mascherando le
nostre deformità con ogni sorta di organi artificiali, di qualunque vile e fragile
sostanza essi siano composti.
È per questo che il prete insegna una fede cieca nella sua caratteristica e nelle sue
decisioni, quando non ha in mano la vera potenza né la vera luce: è per questo che il
filosofo e l’oratore suppliscono con dei sistemi e con delle forme di eloquenza ai
principi fondamentali che fanno loro difetto per stabilire il regno della verità: è per
questo che i legislatori esaltano i diritti dei popoli e la potenza delle nazioni mentre
non conoscono i veri fondamenti della sovranità politica: è per questo che
l’ipocrita si procura con la dissimulazione e l’astuzia la buona fama che non
può acquisire con dei meriti, senza parlare di tutte le deviazioni, di tutte le bassezze,
di tutte le ingiustizie che costituiscono ovunque l’operato delle associazioni umane.
Così con tutti questi mezzi contorti e corrotti, sostituiamo alla confessione così
salutare della nostra umiliazione, l’immagine di una gloria che non è che il frutto
della menzogna. Così invece del sollievo che gli uomini avrebbero potuto rispettivamente
procurarsi nella loro condizione di prova, non vi è male che non si attirino gli uni
sugli altri e consumiamo i nostri giorni ad immolarci mutuevolmente, mentre seguendo la
via che doveva tracciarci la consapevolezza delle nostre miserie e delle nostre
infermità, avremmo potuto mutuevolmente resuscitarci.
Invano quei sentieri abusivi nei quali l’uomo si lascia trascinare ogni giorno,
finiscono con cadute e delusioni continue; invano gli sforzi che compie per distruggere ed
annullare l’umiliante sentenza della sua condanna, la rendono più vergognosa per
lui, facendogli aggiungere nuove ignominie a quelle della sua prima degradazione; invano
sente che i mezzi che impiega non sono che incanti privi di una fonte abbastanza profonda
per condurlo al suo vero fine e che tutti quei rimedi non portando affatto in sé il
principio della vita, sono ancora più funesti al suo spirito, di quanto le sostanze
grossolane, adoperate dalle nostre farmacie, non siano nocive alla salute dei nostri
corpi, prosegue in ogni modo la strada che perennemente gli traccia la sua imprudenza e
spera sempre che quel titolo umiliante di Ecce Homo stia per essere cancellato per
lui.
IV
Indipendentemente da quei mezzi generali e
comuni che l’errore e la menzogna utilizzano giornalmente per renderci ciechi circa
le nostre miserie e per cullarci senza tregua in una speranza sempre delusa, lo spirito
delle tenebre ha trovato aperte delle vie segrete, ancora molto più abusive e più
funeste per noi. In quanto i primi errori che abbiamo appena descritto ricadono più
sull’uomo esteriore ed il suo cammino visibile che sull’uomo interiore e
spirituale; la semplice morale sarebbe sufficiente per farglieli evitare e per quanto
siano spiacevoli, il maggior pregiudizio che gli procurano è di attardarlo nel suo
cammino; ma quelli che dobbiamo illustrare hanno il terribile potere di sviarlo talmente
da non potere più ritrovare la sua via ed è qui che il senso di Ecce Homo diventa
davvero lamentevole.
Il nostro stato primitivo ci aveva chiamati a possedere delle conoscenze superiori, a
fruire visibilmente dello spettacolo dei fatti dello spirito, rivestiti di tutto lo
splendore della sua luce e ad avere anche autorità sui diversi abitanti di tutte quelle
regioni, celate oggi per noi dallo spesso velo degli elementi.
Se, dalla nostra caduta, sia entrato talvolta nel piano della saggezza chiamare quaggiù
qualche mortale alla partecipazione di un così grande privilegio, nonostante le tenebre
che li avviluppavano, è accaduto altrettanto sovente che quelle stesse tenebre, rianimate
inizialmente dalla presenza di questa luce, hanno cercato poi di combinarsi con lei e
presto prenderne il posto, replicando astutamente gli stessi fatti di cui erano state
testimoni, o traendo, nello spirito dell’uomo, i mezzi per ingannarlo; in quanto esse
possono leggere sia nelle fertili regioni del pensiero che nella sua imprudenza ancora
più fertile a ritorcere quasi sempre contro di lui quello stesso pensiero, che doveva
essere il suo sostegno, la sua guida e la sua universale sicurezza.
Le grazie superiori, inviate direttamente dalla saggezza a qualche mortale, avevano un
duplice vantaggio, quello di insegnare a quegli stessi mortali quanto erano dolci e
magnifici quei tesori di cui abbiamo goduto e quanto sia ignominioso il nulla nel quale
abbiamo avuto l’imprudenza di immergerci; ed è con questo spirito che gli uomini
privilegiati diffondevano poi le loro istruzioni agli altri uomini.
Le opere generate o infettate dalle tenebre hanno un fine opposto, quello di persuadere
l’uomo che fruisce ancora di tutti i suoi diritti e di sottrargli la visione di
quella spoliazione spirituale che è il vero segno caratteristico al quale è
legato il nome di Ecce Homo, spoliazione di cui la conoscenza intima e perfetta è,
come abbiamo detto prima, la prima condizione indispensabile per iniziare la nostra
riconciliazione.
Allo stesso modo appena l’uomo fa un passo al di fuori del suo interiore, quei frutti
delle tenebre l’avvolgono e si combinano con la sua azione spirituale, come il suo
respiro, appena esce da lui, sarebbe afferrato ed infestato da miasmi putridi e corrosivi,
se respirasse nel mezzo di un’aria fetida.
La Saggezza suprema sa così bene che tale è lo stato dei nostri abissi, che impiega le
più grandi precauzioni per attraversarlo e portarci il suo aiuto; si trova purtroppo
troppo spesso costretta a ripiegare su se stessa a causa dell’orribile corruzione di
cui impregniamo i suoi doni e se qualche mortale è stato così fortunato da provare in se
stesso l’approccio di questa santa Saggezza ed aver potuto scorgere nella sua luce
l’orribile veleno di cui siamo composti e l’amarezza dolorosa che ne risente,
conoscerà per esperienza e per similitudine quanto, a sua volta, l’uomo corra dei
rischi quando esce dal suo centro ed entra nelle regioni esteriori.
Allo stesso modo, con quale prudenza i saggi distribuiscono le loro parole e quante
precauzioni prendono affinché i tesori della verità non siano macchiati dalla corruzione
che corrode tutti i nostri abissi? Sono ben consapevoli che è in questo centro interiore
ed invisibile che risiede la fonte della luce e che il motivo, per il quale il mondo è
così poco avanzato sui sacri sentieri della parola, è che getta abitualmente la sua
parola nelle regioni esteriori e non prende mai la precauzione di andare a deporla sulla
radice viva o sulla parola interiore, il solo focolare che possa animare tutte le nostre
vere parole, poiché è soltanto là che si trova la parola vivente e creatrice di tutte
le parole; infine è che dimentica continuamente che le verità più preziose che possa
conoscere, sono di tale natura da non poter essere espresse che con pianti e con il
silenzio e che la bocca materiale dell’uomo non è degna di pronunciarle, né le sue
orecchie corporali di sentirle.
Inoltre, con le sue imprudenze universali, l’uomo è perpetuamente immerso negli
abissi della confusione, che diventano tanto più funesti ed oscuri, in quanto generano
senza posa nuove regioni opposte le une alle altre, facendo sì che l’uomo trovandosi
posto come al centro di una spaventosa moltitudine di potenze che lo tirano e lo
trascinano in tutti i sensi, sarebbe veramente un prodigio se gli restasse nel cuore un
soffio di vita e nello spirito una scintilla di luce.
Quale vantaggio non diamo dunque, con la nostra leggerezza, a questo principio di tenebre
che pure cerca di espandere il suo regno ad imitazione della verità? Per poco che ci
prestiamo a questa segreta debolezza, che c’induce tutti a cercare al di fuori di noi
gli appoggi che non possiamo trovare che in noi e per quanto poco cessiamo di essere
altrettanto naturali, altrettanto veri ed altrettanto semplici di bambini al centro dei
favori superiori, che ci sono ancora talvolta accordati quaggiù ed alle missioni
spirituali e divine di cui ci è possibile essere gravati, da subito il principio delle
tenebre ci aiuta lui stesso a gettarci sempre più in quelle regioni esteriori.
Dopo averci fatti entrare, vi ci trattiene con il fascino e le gioie che cominciamo
dapprima a gustarvi e che ci fanno presto dimenticare quelle dell’interiore, che sono
tanto calme ed appaganti quanto le altre sono agitate e turbolente. Dopo averci trattenuti
in queste regioni esteriori, vi ci sprofonda, per così dire, a dimora, con il veleno
della nostra autocontemplazione e col funesto organo dell’occhio dei nostri simili,
che non essendosi stabiliti più di noi nel loro interiore, apportano le loro false
influenze sulle nostre imprudenti manifestazioni e ci trascinano così ancor più
nell’oscurità e nella menzogna, risvegliando in noi tutte le attrazioni opposte
all’attrazione semplice, tranquilla, umile, eguale e durevole, che avremmo ricevute
dalla via diretta del nostro interiore, nel momento che con le nostre sagge precauzioni
l’avessimo lasciato aprirsi in noi.
In quanto non sarebbe affatto ingannare i nostri simili dire loro quanto la vera opera
dell’uomo si svolga lontano da tutti questi movimenti esteriori. Secondo i principi
suddetti, siamo posti sotto le sembianze della divinità stessa, vale a dire che riposiamo
su una radice viva che deve operare in noi tutte le nostre normali attività vegetative;
così, che vi siano intorno a noi, e persino attraverso noi, fatti esteriori e fuori dal
corso ordinario della natura, ancor più, che vi sia una natura ed un mondo, o che non ve
ne sia, la nostra opera deve sempre avere il suo corso, poiché la nostra opera è che Dio
in noi sia tutto, e noi niente, e poiché, persino nei fatti impuri e legittimi che
possono verificarsi, non sono i fatti che devono essere scorti e meritare i nostri omaggi,
ma solo il Dio che li opera.
Tra quelle vie segrete e pericolose, di cui il principio delle tenebre approfitta per
sviarci, non possiamo esimerci dal porre tutte quelle manifestazioni straordinarie, di cui
tutti i secoli sono stati inondati e che non ci colpirebbero più di tanto, se non
avessimo perso di vista la vera caratteristica del nostro essere e soprattutto se
conoscessimo meglio gli annali spirituali della nostra storia, dall’origine delle
cose.
In ogni tempo, la maggior parte di queste vie hanno iniziato ad aprirsi in buona fede e
senza alcuna cattiva intenzione da parte di quelli a cui queste si facevano conoscere. Ma
non riscontrando, in quegli uomini favoriti, la prudenza del serpente unita
all’innocenza della colomba, in queste vi hanno operato l’entusiasmo
dell’inesperienza piuttosto che il sentimento allo stesso tempo sublime e profondo
della santa magnificenza del loro Dio; ed è allora che il principio delle tenebre è
venuto a mescolarsi in queste vie e produrvi quell’innumerevole moltitudine di
combinazioni diverse che tendono tutte ad oscurare la semplicità della luce.
Nelle une, questo principio di tenebre non forma che leggere macchie, quasi impercettibili
e che sono assorbite dalla sovrabbondanza delle luminosità che le bilanciano; nelle
altre, vi porta sufficienti elementi di infezione da superare l’elemento puro. In
altre infine, stabilisce talmente il suo dominio che diventa il solo capo ed il solo
amministratore.
Scrittori zelanti e veementi ci hanno illustrato, nella costituzione dell’universo,
una delle vie che servono da strumento a questo principio di tenebre per propagare le sue
illusioni. Questi scrittori hanno reso in questo modo alle nazioni sviate il miglior
servizio che potessero aspettarsi e non possono fare nulla di meglio che meditare
accuratamente quel raggio di luce che rivelerà loro chiaramente la fonte delle
abominazioni e degli errori religiosi che hanno attirato in altri tempi le vendette
clamorose della collera divina su popoli celebri; e potranno trovarvi le conoscenze più
vaste e più utili per i nostri tempi moderni che, sotto questo aspetto, assomigliano più
di quanto non si pensi, ai tempi antichi. Così, essendo questa chiave già stata offerta
all’intelligenza degli uomini, possiamo limitarci, in queste pagine, a considerare i
frutti di queste regioni tenebrose, che hanno sviato tanti mortali, ed a percorrere tanto
i diversi segni con cui si possono riconoscere, quanto le delusioni che sono riservate a
quelli che se ne nutrono.
V
Ciò che può servire in queste manifestazioni
o in questi movimenti esteriori a discernere il falso, è quando le opere che ne risultano
siano, per così dire, ombre di opere, opere di facciata e, di conseguenza, troppo poco
vivificanti per allacciarsi al piano della grande opera di Dio che è di richiamarci al
nostro centro interno dove Dio si trova, invece di suddividerci nei centri esterni,
fragili, tenebrosi o corrotti, dove Dio non si trova; è quando le missioni degli inviati
hanno un carattere vago, confuso, indeterminato; è quando questi inviati sono subordinati
ad arbitri incapaci di giudicarli contribuendo così alla rovina della loro stessa opera
sottomettendo le loro luci a dei conduttori, a cui queste luci sono estranee; è quando le
profezie di questi stessi inviati offrono, indipendentemente dalle caratteristiche
incerte, quella di allontanarsi dal destino naturale dello spirito dell’uomo, che
abbiamo riconosciuto dianzi come il primo segno ed il primo testimone della Divinità e
che, malgrado sia ben lungi dall’essere quaggiù al livello dei suoi privilegi e
delle sue luci originali, non può tuttavia mai compiere un passo sicuro che al chiarore
della debole fiammella che gliene rimane.
In quanto se deve essere il segno ed il testimone della Divinità, non compirebbe dunque
il suo destino naturale, se non fosse che il segno o il testimone dello spirito e gli
angeli, che il segno ed il testimone dei poteri della natura sia celeste, sia terrestre,
che il segno ed il testimone dell’anima dei morti: ancor più, se dopo essersi
annunciato come il segno ed il testimone della luce divina, non diventasse, con le sue
pratiche sconsiderate, che il segno ed il testimone di un uomo ignorante, o che il segno
ed il testimone delle azioni tenebrose e corrotte. (Eh! Chi non rabbrividirebbe scorgendo
con quale profusione e con quale confusione tutti questi errori e tutti i pericoli che li
accompagnano possono inserirsi nelle vie straordinarie?). Infine, è quando tutte queste
vie straordinarie non trovano solido appoggio sulle Sacre Scritture.
In quanto le stesse Sacre Scritture non sarebbero vere se non deponessero a favore di
quella caratteristica divina e distintiva dell’uomo in cui può riconoscersi come
rivestito dalla mano del supremo autore degli esseri; non sarebbero vere se non
richiamassero l’uomo ad essere il segno ed il testimone della Divinità stessa, se
non riconducessero l’anima umana a questo unico fine, illustrandogli i mali e le
tenebre che l’attendono, se diventa il segno ed il testimone degli Dei delle nazioni;
infine non sarebbero vere se, in tutti i fatti che riportano, in tutte le profezie che
contengono ed in tutte le meraviglie che manifestano, lasciassero qualcosa alla gloria
umana degli individui e non offrissero chiaramente il fine esclusivo dell’universale
dominio della suprema e gelosa verità.
Ebbene, sotto tutti questi aspetti, le Sacre Scritture vengono in appoggio alla natura
dell’uomo, al destino che ha ricevuto con la sua origine e all’oggetto che deve
essere il solo fine del suo operare.
Lo indicano come essere stato chiamato ad essere l’immagine e la rassomiglianza di
Dio, a dominare su tutte le opere della potenza divina, a soggiogare la terra ed a
riempirla, a dare agli esseri i nomi che loro competono e tutto ciò ponendolo sotto
l’occhio stesso della Divinità, come Suo diretto interlocutore.
Dopo la sua caduta, esse non cessano di richiamarlo a quell’incarico primitivo e di
promettergli che se segue con zelo e coraggio le leggi ed i comandamenti che la Saggezza
suprema gli ha inviato per il suo sollievo, l’Eterno sarà il suo Dio e l’uomo
il popolo dell’Eterno.
Non cessano di prevenirlo circa le trappole che gli tendono gli abitanti di questa triste
dimora che occupa oggi; non cessano di illustrargli, in mille modi e con gli accenti più
espressivi, tutte le azioni che porranno in atto contro la sua felicità, per trascinarlo
nelle loro abominazioni e farlo entrare al servizio dei loro idoli.
Gli dipingono, sotto i segni più umilianti, la situazione di pericolo in cui si troverà
dimenticando il suo Dio e omettendo di difendersi dalle lusinghe dei suoi nemici; infine,
ce lo dipingono così caro all’amore divino, che quell’ineffabile principio di
tutte le cose si è lanciato dietro a lui, come dietro al proprio pensiero, per sottrarlo
ai veleni mortali ai quali si era esposto con il suo crimine ed anche per pagare a nome
nostro quel debito di rinunzia di cui siamo tutti obbligati a rendere conto alla giustizia
sovrana.
In quanto questo fiume dell’amore divino da cui abbiamo tratto la vita, non può mai
cessare di scorrere per rigenerarci in lui; così come quaggiù il cuore dell’uomo di
bene non si esaurisce affatto per i suoi fratelli, malgrado tutte le ingiustizie, e
sarebbe sempre pronto a soffrire per loro se potesse, in questo modo, ridare loro il gusto
della virtù, allo stesso modo il fiume eterno della vita non si è esaurito al momento
del nostro crimine, si è soltanto ridotto e ristretto, condannandoci a non mangiare se
non con il sudore della nostra fronte il pane di vita che avremmo dovuto mangiare non
senza lavoro, ma senza fatica.
Questo fiume è progressivamente cresciuto con le diverse alleanze che ha fatto con
l’uomo in tempi diversi; infine, ha ripreso tutta la sua estensione, venendo a
colmare per noi la legge della nostra condanna che rifiutavamo di colmare noi stessi e
quando, trasformando nuovamente tutte le sue potenze nella nostra natura di uomini, si è
lasciato coprire dalle potenze terrene, di tutti i segni della derisione e che, coronato
di spine, pesto di colpi, ricoperto di sputi, abbandonato da tutti, ha patito che lo si
mostrasse pubblicamente munito di una canna per scettro e che si dicesse di lui agli occhi
delle nazioni della Terra: Ecce Homo, ecco l’uomo, ecco lo stato in cui è
stato ridotto dal crimine originale e da tutte le sue prevaricazioni successive.
È con questa confessione umiliante che la giustizia ha riaperto per noi tutte le porte
dell’amore, poiché è in quell’istante che le conseguenze del peccato
dell’uomo sono state manifestate e denunciate dall’uomo stesso. Senza questa
confessione, la morte dell’uomo riparatore avrebbe potuto apparire come
un’ingiusta atrocità e la misericordia divina un capriccio.
Le Scritture ci tracciano dunque con esattezza il letto che è servito al fiume
vivificante dell’amore per giungere dalla montagna sacra sin nel nostro essere e la
loro testimonianza ci deve apparire tanto meno sospetta, in quanto l’anima
dell’uomo non ha bisogno di assumerle come prova di tutti i principi che può leggere
in se stessa in ogni momento, poiché quei principi sono anteriori alle Scritture; ma
possono offrirgli continuamente un solido appoggio ed un salutare nutrimento e come tali,
entrano nel novero dei mezzi che ci sono dati per giudicare le manifestazioni in generale.
Serviamoci dunque di tutti quei principi che abbiamo appena presentati e diamone
applicazione a quelle vie straordinarie nelle quali l’errore si mescola così
facilmente con la verità per fermarci nel nostro avanzamento e seguiamo il percorso del
principio delle tenebre, nel mezzo di quelle meraviglie che ci stupiscono e dei tesori che
ci circondano.
Le vie ed i doni parziali hanno potuto e potranno avvenire in tutti i tempi, perché in
tutti i tempi, vi sono stati e ci saranno degli esseri che, benché non essendo affatto
dediti al male, sono tuttavia troppo fanciulli, rispetto allo spirito divino, per
esserne animati in tutta la sua forza ed in tutta la sua pienezza. Ma affinché queste vie
parziali possano tuttavia essere guardate come propedeutiche alla luce vivente, occorre
che abbiano almeno la caratteristica della vita e che siano in piccolo la ripetizione
della grande opera, altrimenti non sono che figurative, soggiornano in superficie e vi
fanno soggiornare tutti quelli che, abbandonandovisi, non penetrano fino all’opera
centrale.
Ebbene, per delle ragioni profonde che non crediamo di dover esporre, l’opera
parziale assume facilmente nel pensiero dell’uomo il carattere di opera totale;
l’opera dello spirito gli appare facilmente l’opera della Divinità;
l’opera delle potenze naturali gli sembra anche facilmente l’opera dello spirito
ed ancor più facilmente le opere delle potenze cieche e corrotte gli sembrano
l’opera delle potenze naturali.
Il principio delle tenebre approfitta di questa deleteria tendenza dell’uomo e
l’accresce ancora per i diritti che gli abbiamo lasciato prendere su di noi in modo
che l’uomo parzialmente favorito ha due ostacoli da superare, quello della propria
infermità e quello del principio delle tenebre, nei quali navighiamo quaggiù, mentre
l’uomo, ammesso alla pienezza dell’opera divina, non ha lo stesso lavoro da
compiere, né gli stessi pericoli da correre, benché debba sempre vegliare per compiere
degnamente la sua alta missione. Così l’uomo che è ammesso a quest’opera
divina non mantiene rapporti che tra lui e Dio.
Sfortunatamente i pericoli che abbiamo appena illustrati sono di natura universale;
ovunque gli uomini hanno preso per missioni divine quelle che non erano che missioni
spirituali, per missioni spirituali quelle che non erano che missioni naturali; e ciascuno
ha cercato di propagarle, mentre queste dovevano concentrarsi nella loro segreta e
parziale atmosfera, quand’erano vere, o essere rifiutate per sempre se non avevano
tutte le caratteristiche della verità.
Ebbene, quale torto gli agenti stessi delle missioni parziali hanno dovuto fare a se
stessi, uscendo così dalle loro sfere ed esponendosi così imprudentemente e senza forze
sufficienti a tutti gli assalti opposti o corrotti di tante altre sfere che dovevano per
sempre restargli estranee?
Così i frutti che il principio delle tenebre ha raccolto da questo, sono incalcolabili e
vi sono molteplici istituzioni sulla Terra che non hanno avuto altri principi, sia tra
quelle che sono state onorate, come sacre, sia tra quelle che, con alterazioni
progressive, non sono pervenute a conservare che puerili emblemi e si sono totalmente
trasformate in pure istituzioni civili; in quanto tra questi due estremi i punti
intermediari sono innumerevoli, ma si tratta di punti fuori dalla norma, o i germi
inferiori che hanno maggiormente prodotto i loro frutti, in quanto più questi germi
scendevano, più trovavano terreni pronti ad accoglierli.
Nello stesso tempo queste istituzioni hanno mostrato il tipo di fonte da cui derivavano,
sia coi bizzarri regolamenti che prescrivevano, sia con l’impiego di ingredienti e di
sostanze di cui la corrispondenza palesa chiaramente le regioni puramente naturali, che
quasi tutti i popoli della Terra hanno adorate come fossero divine, visti i miscugli
spirituali buoni o cattivi di cui sono suscettibili.
Sarà sufficiente qui, affinché il lettore istruito faccia gli accostamenti necessari,
citare i capelli e le unghie che, per una legge molto istruttiva, non sono sensibili; la
testa dell’uomo dove le sinuosità del cervello e del cervelletto hanno tante
relazioni con quelle dei suoi intestini; gli astri dove la mitologia di tutti i tempi ha
posto tante immagini e tante apoteosi generate dal capriccio dell’uomo; infine, il
Deuteronomio dove il popolo ebreo ed in lui tutti i popoli possono imparare a premunirsi
contro l’idolatria, in quanto vi troverà le basi della relazione, il magismo degli
effluvi similari delle nostre due regioni temporali e l’avvertimento di guardarci
dagli Dei delle nazioni.
Certamente con questo procedere inferiore e retrogrado, il principio delle tenebre ci
ostacola fortemente dal compiere la nostra legge, poiché invece di lasciarci apparire
nella nostra privazione e con la nostra umiliante qualità di Ecce Homo, fa sì che
con le semplici potenze spirituali e con semplici potenze elementari e persino con
semplici potenze figurative, o forse con potenze di riprovazione, ci crediamo rivestiti
delle potenze di Dio e fruitori di tutti i diritti relativi alla nostra origine.
In quanto, dalla facilità che ha così spesso avuto il principio delle tenebre di
generalizzare troppo le missioni parziali e di alterarle sino a renderle semplicemente
figurative, non siamo lontani dall’aver generato delle false missioni.
VI
In questa categoria di false missioni troviamo
quelle che traspongono le epoche e vogliono applicare a movimenti politici dei nostri
tempi moderni le diverse profezie storiche ebraiche che non comprendono che i popoli
legati da interessi o da rivalità con la Giudea, secondo i piani segreti della Divinità.
Essendo stati questi piani compiuti, le profezie storiche che servivano loro da annunzio,
hanno restituito lo spirito che avevano e gli Ebrei stessi saranno obbligati, per
coglierne i frutti che sono loro ancora promessi, di salire nella regione superiore dove
quello spirito si è ritirato per aspettarli.
Infatti, leggano Geremia, 3024 Non si ritirerà l’ardore dell’ira del
Signore finché egli non abbia compiuto e realizzato i disegni del suo cuore. Al termine
dei giorni lo comprenderete. Leggano Isaia 6018-22 dove le
consolazioni e le gioie di cui devono essere riempiti sono differite ad un tempo in cui
non vi sarà più sole né luna, in cui il sole non tramonterà più ed in cui la luna non
subirà più dei cali. Leggano Gioele 31-2 dove dopo il ritorno degli schiavi di Giuda e di
Gerusalemme, il Signore dice che riunirà tutti i popoli nella valle di Josaphat
per entrare in giudizio con loro (espressioni che obbligano l’intelligenza ad
elevarsi al di sopra di una valle terrestre). Dove infine dice a quegli stessi Ebrei,
versetto 21 Purificherò allora il loro sangue che non avrò purificato prima; ed il
Signore abiterà in Sion.
E su queste ultime parole ricordiamoci la sentenza pronunciata da San Paolo, 1a lett.
ai Corinti 1550 La carne e il sangue non possono ereditare il Regno
di Dio e diciamo per lo stesso motivo che il Regno di Dio non può abitare con la
carne ed il sangue, che di conseguenza occorrerà che la carne ed il sangue scompaiano,
affinché le profezie della pace degli Ebrei giunga al suo compimento.
Ebbene, se sarebbe come stravolgere quelle stesse profezie volerle applicare al
ristabilimento di quel popolo nel suo regno terreno e temporale, quanto significherebbe
misconoscerle volere oggi che quelle profezie si applichino ai movimenti delle nostre
società politiche? È costringerle ad assumere un’estensione che lo spirito non
aveva loro dato e significa allo stesso tempo voler chiudere gli occhi sullo stato delle
nostre società politiche stesse, che sfortunatamente non sono che troppo cedevoli
rispetto alle semplici potenze umane; in quanto quali frutti aspettarsi da queste potenze
umane? Il regno dell’uomo non è di questo mondo e l’uomo riparatore e
nostro vero equilibratore non si è occupato dell’ordine politico dei regni della
Terra, ma li ha abbandonati a tutte le potenze cieche che li governano e che sembrano
essere come se lo spirito se ne fosse ritirato, benché tuttavia nei loro movimenti più
disordinati, l’occhio di questo spirito non li perda di vista.
Queste missioni non sono meno false anche quando si presentano sotto il nome della Vergine
umana e sotto quello di altre creature privilegiate. Era sufficiente che con la tendenza
dell’uomo a santificare tutti i suoi movimenti ed a divinizzare l’oggetto delle
sue preferenze, le semplici preghiere e le semplici invocazioni che ha rivolto a questi
esseri privilegiati, avessero assunto nel suo spirito un carattere più elevato e più
imponente.
Era sufficiente per lui essersi come esclusivamente appoggiato sugli aiuti che questi
esseri possono in effetti procurarci, quando Dio vuole in parte favorirci permettendo loro
di venire a pregarlo con noi. Era sufficiente avere così spesso trasposto il suo culto
con altrettanta facilità che imprudenza, in quanto più trovava in questi esseri
prescelti quella pace, quella gioia e quell’appoggio di cui tutti quaggiù abbiamo un
gran bisogno, meno si sentiva portato a cercarlo alla fonte stessa.
Ed infatti quante persone pregando questi esseri soccorrevoli, sono portate a credere di
pregare la Divinità stessa e finiscono col non individuarne più la differenza? Quante si
sono trovate ad adorarli credendo di pregarli soltanto: genere di idolatria tanto più
pericolosa in quanto trae origine nella nostra sensibilità, nel nostro amore e persino
nelle nostre virtù se non anche nelle nostre luci.
Ebbene, è a questo punto che il principio delle tenebre, approfittando dei passi falsi
che ci fa compiere la nostra sensibilità poco illuminata, ci porta facilmente in tutte le
altre vie fuorvianti che gli sono familiari; è a questo punto che sotto nomi venerabili,
diventati per noi sacri, può preparare, annunciare ed operare degli avvenimenti e delle
meraviglie talmente architettate, che i messaggi che ci vengono trasmessi, potrebbero
ingannare gli eletti stessi.
E perché si forza di dare a questi nomi un’influenza tanto considerevole e quasi dei
poteri divini, se non per velarci, per quanto gli è possibile, il nome del Dio vero che
non gli lascerebbe alcun movimento e che lo manterrebbe nei suoi abissi? In quanto se è
vero che vi sono fuochi che non fanno che raccogliere esalazioni e nubi, sulle quali le
immagini di tutti gli oggetti possono formare dei riflessi apparenti, è ancor più vero
che vi è un fuoco vivente che opera nel silenzio e che, sempre nascosto come quello della
natura, produce senza tregua gli oggetti stessi, li mostra in tutta la regolarità delle
loro forme e mette in fuga davanti a lui tutte le difformità.
Benché il principio delle tenebre non possa, sotto i nomi che prende in prestito, operare
che opere illusorie o inferiori, ha l’arte di supplirvi con l’uniformità di
queste opere in un gran numero di luoghi diversi e con un’unanimità di dottrina che,
sempre tratta dalla nostra pericolosa sensibilità, trascina il cuore con affabilità
seducenti e lo spirito con la sorpresa di questa conformità di missione e di
corrispondenza dei fatti.
Ma è questa stessa uniformità che dovrebbe cessare di stupirci se fossimo meno
imprudenti. Infatti, se è lo stesso agente che influisce su queste missioni e che dirige
tutte queste meraviglie, se nelle une e nelle altre, è animato dalle stesse vedute che
sono più per abbagliarci che illuminarci e se opera sempre in noi sulle stesse basi:
ossia la nostra debolezza e la nostra curiosità avida che assumono così sovente la
parvenza di nostri veri bisogni, è normale riconoscere che deve sempre trarre da questo
gli stessi risultati.
In quanto, benché vi sia nell’uniformità di queste profezie e di queste missioni,
una rassomiglianza con gli autori sacri, che hanno tutti annunciato una sola e stessa cosa
e mantenuto un solo ed identico linguaggio, ciò non significa che non possa ingannarci
con queste apparenze e che l’errore non possa, come la verità, avere un linguaggio
unanime e delle testimonianze uniformi.
Vi sono dei segni che potrebbero quantomeno metterci in guardia contro tali insidie:
innanzitutto è di vedere gli elogi di cui gli agenti di queste diverse missioni colmano
tutti quelli che vi sono chiamati e come promettono loro che avranno tutti dei ruoli
brillanti da sostenervi, mentre i veri profeti sono stati poco amati per lo stile che
usavano e il riparatore non ha promesso ai suoi apostoli che oltraggi e supplizi.
In secondo luogo, è quando queste missioni straordinarie si allontanano maggiormente dal
tipo di insegnamento che ci presenta la missione del riparatore, che è la sola sulla
quale possano essere modellate tutte le vere missioni. Ebbene, le missioni moderne si
allontanano dallo spirito del riparatore, quando localizzano terrestramente il
focolare delle grazie divine che ha promesse alle nazioni ed alle quali non ha fissato
alcun luogo, come dalle parole dette alla Samaritana, Giov. 4, Tempo verrà che non
adorerete più il Padre su questa montagna né a Gerusalemme
. Il tempo sta giungendo
ed è già arrivato che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito ed in verità; in
quanto sono questi gli adoratori che il Padre ama.
Si allontanano dallo spirito del riparatore quando assoggettano i loro agenti a puerili
regole umane e monacali che il riparatore non ha affatto istituite e che non essendo
tratte che da impianti convenzionali o figurativi, ci lasciano la più ampia facoltà
sull’opinione che vorremo prendere del principio nascosto che governa queste
missioni.
In quanto se non è lo stesso principio delle tenebre che le governa e che usa quelle
puerili regole per soffocare la vera devozione, può essere che si tratti di individui
già usciti da questo mondo, che durante la loro vita terrestre saranno stati incorporati
in questi organismi convenzionali o figurativi, che ancora trattenuti in regioni inferiori
e non essendo ancora saliti alle regioni del loro perfetto rinnovamento, possono
conservare delle relazioni terrene nel campo della devozione inferiore e non sanno
insegnare in queste relazioni che dottrine riduttive e limitate nelle quali sono
stati istruiti sulla Terra e di cui non hanno ancora avuto il tempo di mondarsi.
Un terzo segno che può metterci in guardia contro queste missioni straordinarie, è
osservare come le donne, vista la loro sensibilità, sono scelte di preferenza rispetto
agli uomini per essere come colmate da tutti i gloriosi favori che queste missioni
promettono ai loro agenti e per regnare in questa specie di impero: in quanto Isaia ci
illumina abbastanza su questo punto quando rimprovera al popolo, 312, di
essersi lasciato dominare dalle donne.
Infatti, per qualche uomo che riveste un ruolo in molte di queste meraviglie e di queste
manifestazioni rivestite del nome della Vergine e di molte altre creature privilegiate, le
donne vi si consacrano in massa e sono quasi ovunque impiegate per esserne gli organi e le
missionarie.
Non mi riferisco qui alle istituzioni religiose che l’ignoranza, la superstizione o
la cattiva fede hanno costituite sotto questi stessi nomi e nelle quali i popoli rozzi
sono così spesso trascinati oltre misura; i torti che si fanno con questo, non possono
paragonarsi a quelli che derivano da un simile abuso nell’ordine delle
manifestazioni.
Per convincersi di questi abusi, è sufficiente gettare uno sguardo sui principi che
abbiamo già esposti. Per cominciare, siamo chiamati ad essere il segno ed il testimone
della divinità e non ad essere il segno ed il testimone di nessun altro essere. Inoltre,
le Sacre Scritture, che sono gli archivi fedeli dei nostri titoli e dei nostri destini, ci
dicono del riparatore, Atti 412, Non vi è salvezza per nessun altro, in quanto
nessun altro nome sotto il cielo è stato dato agli uomini per il quale possiamo essere
salvati.
Invano i fautori di questi nuovi nomi si riferiscono alle parole del riparatore stesso che
nell’Apocalisse, 217, promette di dare ai vincitori la natura sacra ed
una pietra bianca sulla quale sarà scritto un nome nuovo che nessuno conosce eccetto
colui che lo riceve. Anche queste parole si rivoltano contro di loro in quanto non si
aspetta affatto che siano vincitori per dar loro questi nomi nuovi, a riprova che non è a
queste manifestazioni che si riferisce la promessa.
Inoltre, questi nuovi nomi sono noti non soltanto a quelli che li ricevono, ma anche a
quelli che non li ricevono, mentre il nuovo nome promesso dal riparatore non è
conosciuto da nessun altro eccetto che da colui che lo riceve. Questo stesso
riparatore dice, Apocalisse 312, Chiunque sarà vincitore, farò di lui una colonna
nel tempio del mio Dio e non ne uscirà più e scriverò su di lui il nome del mio Dio ed
il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo
provenendo dal mio Dio e dal mio nuovo nome.
Queste promesse annunciano che vi sono ancora dei favori da sperare in avvenire per quelli
che avranno messo a profitto i doni già apportati dal riparatore; annunciano di
conseguenza un’estensione di quel nome liberatore che ci ha già insegnato. Orbene,
poiché queste manifestazioni non ci danno per questo preteso accrescimento che i nomi
delle creature, esse ci ingannano, contraddicono i veri principi del nostro essere,
ingiuriano le Scritture ed aboliscono le promesse, pretendono falsamente di compierle.
In quanto a quelle manifestazioni ed a quelle missioni che si presentano sotto il nome del
riparatore stesso, anch’esse non soltanto non ci danno il nuovo nome, ma
attribuiscono a questo riparatore un ruolo ed un linguaggio nel quale è più che
probabile che non si riconoscerebbe egli stesso.
VII
È un potere funesto, ma sfortunatamente troppo
vero, quello che possiede il principio delle tenebre di sostenere in questo modo le sue
false dottrine e le sue false manifestazioni con le diverse testimonianze delle Scritture
Sacre. É con simili armi che osò attaccare l’uomo riparatore ed è con simili armi
che attacca tutti quelli che, come gli uomini superficiali e creduloni, sono più
sottomessi alle tradizioni che alla legge e non sono abbastanza nutriti dello spirito per
difendersi dalle trappole della lettera. È in questo modo che svia accortamente il nostro
pensiero dal solo essere che dobbiamo adorare e dal solo nome che ci deve iniziare al suo
culto, per farlo scendere su esseri e nomi inferiori, da cui abbiamo tanta più
difficoltà a staccarci quanto i frutti che ci procurano sono più facili, e non ci
costano spesso che l’adesione, senza altro esame che la messa in moto del nostro
desiderio.
È in questo modo che ci vela e maschera il nostro umiliante titolo di Ecce Homo,
dicendoci che le misericordie del Signore diventano più abbondanti in noi; annunciandoci
con quale facilità queste misericordie si estendono per mezzo nostro ed esaltando ai
nostri occhi la grandezza della nostra santità ed il potere delle nostre preghiere. È in
questo modo che aumenta la nostra lentezza nel lavorare alla nostra opera personale ed
alla nostra resurrezione.
È in questo modo che sostiene la nostra orgogliosa ed ambiziosa cupidigia di apparire e
di brillare per i nostri poteri; è in questo modo che diventa quella vera serva
che alimenta il nostro amor proprio, come quella che lodava San Paolo portava un granello
pronunciando oracoli. (Atti 1616-17).
È in questo modo che inganna le nazioni, come ha ingannato gli Ebrei, facendo loro dire
attraverso i suoi falsi profeti: la pace, la pace, quando non vi era affatto pace,
come rimproverava loro Geremia, 614; infine, è in questo modo che abusa oggi della
credulità degli uomini facendo annunciare da diversi oracoli che sorgono da ogni parte,
una pretesa rigenerazione terrena che molte persone ritengono come certa e vicina.
I profeti e gli apostoli hanno detto che i tempi erano vicini e che il regno di Dio era
presso di noi, ma intendevano una prossimità di spazio e non una prossimità di tempo.
Inoltre non cessavano di ripetere che questi tempi e questo regno non sarebbe venuto che
per quelli che lo avessero conquistato a prezzo del loro sangue e non avessero aperto agli
uomini quei tesori delle loro speranze, che dopo averli sollecitati con inopportunità a
lanciarsi nella lotta con la più completa determinazione; vale a dire che nessun uomo
avrebbe conosciuto quei dolori promessi per il regno futuro, fin quando non si fosse
precipitato lui stesso coraggiosamente nel crogiolo della rigenerazione e non ne fosse
uscito rinnovato.
Infine il riparatore che era egli stesso il regno, non predicava che la penitenza e non
prometteva la pace alle anime se non dopo aver preso il loro fardello sulle spalle, mentre
i profeti moderni, che non sono che uomini, sembrano annunciare la conquista di questo
regno come cosa facile, così certa da sembrare poter avvenire, per così dire, per
dispensa, per commissione, con la semplice conquista delle luci ed indipendentemente dal
nostro totale sacrificio e dalle fatiche di tutto il nostro essere.
Non è da temere che gli oracoli, che oggi si appoggiano gli uni agli altri, su queste
grandi promesse, non siano una trappola di quel principio delle tenebre che, sapendo in
effetti che il regno della gloria un giorno deve venire, ha l’abilità di ricordarci
questa verità per farsi ascoltare da noi, ma nello stesso tempo accenna debolmente alle
dure lotte che dobbiamo subire prima, e questo per impedirci di arrivare a quello stesso
regno glorioso di cui ci parla?
Non si comportava così già al tempo di Geremia? Lamentazioni, 214: I vostri profeti hanno avuto per voi visioni false e stravaganti e non
denunciavano le vostre iniquità per incitarvi alla penitenza, ma hanno avuto per voi
fantasticherie piene di menzogne. Non governava così gli Ebrei dei tempi di Isaia
secondo i rimproveri che Dio fa loro attraverso questo profeta (3010) di essere
dei bambini che dicono a quelli che hanno occhi: non ci vedete ed a quelli che vedono:
non guardate per noi ciò che è retto e giusto; diteci delle cose gradevoli; che il
vostro occhio veda degli errori per noi.
No, non sarei affatto stupito che tutte queste profezie di una prossima rigenerazione non
fossero che uno degli stratagemmi usati dal vostro nemico, per ritardare gli uomini
nell’evoluzione. Dio è presso di noi, Egli è vero; ma noi siamo sfortunatamente
quasi tutti lontano da Dio ed il lavoro per avvicinarci a Lui è così faticoso che quasi
nessuno osa intraprenderlo.
Come la nostra fede non sarebbe dunque facilmente sedotta dalla nostra pigrizia, quando
dei profeti ci mostrano questa rigenerazione, sotto aspetti così spaventosi? Come il
nemico che cerca soltanto di fermarci nel nostro cammino, perderebbe l’occasione di
dare questa attraente idea a tutti quelli che sono nelle vie straordinarie? Egli sa che
riempiendole in questo modo di una dolce speranza, quel falso godimento che ricevono così
all’inizio, sembra dir loro che ne otterranno la realtà senza fatica e senza
l’orribile rigore della spoliazione universale, cioè senza quel terribile, ma
salutare sentimento del nostro lamentevole stato di Ecce Homo? Pertanto, con quale
facilità questo errore non deve far presa sulla nostra fragile e bisognosa umanità?
Quello che viene in appoggio a ciò che dico, è che, per alcune persone in cui queste
seducenti promesse ravvivano il coraggio e l’attività, ve ne sono molte altre per le
quali avviene il contrario. Infatti se la maggior parte di quelli che si abbandonano a
questa opinione volesse scendere in se stessa, vedrebbe che il loro entusiasmo poggia in
parte sulla loro pigrizia interiore e su di una segreta speranza che questo tempo felice
arriverà per loro in modo rapido e facile, e che il loro compito personale sarà o
diminuito o assecondato dagli sforzi di tutti gli eletti che saranno ammessi a questa
rigenerazione; riconosceranno, dicevo, che sembra loro di essere trascinati dal torrente
generale, in quel grande mare e che la speranza così seducente di quell’incantevole
godimento, proroga un po’ in loro la contemplazione delle rudi prove e delle lotte
terribili, al prezzo delle quali ciascun individuo deve conquistare la vittoria, cioè che
più indica la meta consolante, alla quale possiamo tutti aspirare, più vela loro gli
ardui sentieri che vi devono condurre, in modo che si vedano come già arrivati, invece di
avere ancora i più terribili deserti da attraversare e le più pericolose tane di
briganti da sgominare.
Non c’è dunque da stupirsi che siano così colmi di gioia contemplando queste
deliziose prospettive, poiché il loro spirito gliene ha fatte fruire in anticipo e si
trovano in qualche modo, come se ne fossero già in possesso.
Ma se è vero che non potremo ottenere una simile corona che al prezzo del nostro sudore e
del nostro sangue, è ben chiaro che lo spirito che ci nutre di simili promesse è uno
spirito che inganna e che cerca di farci assopire sulle opere dolorose che dobbiamo fare
affinché diminuendo così i nostri lavori ed i nostri doveri ci metta nella situazione di
veder anche diminuire le nostre ricompense quando sarà giunto il momento del rendiconto;
in quanto non vi è mezzo che non impieghi per operare questo effetto sugli umani, atteso
che maggiormente avremo meritato ed ottenuto da queste ricompense, più si troverà
imbarazzato e tormentato nei suoi abissi di privazione.
Il regno di mille anni riportato nell’Apocalisse, cap. 20, è la base sulla quale si
poggiano tutti quelli che confidano in queste promesse. Avrebbero una parvenza di ragione
secondo il testo, se sapessero fermarsi al momento giusto, dove i limiti sono posti in
quello stesso testo.
L’angelo discende dal cielo, con la chiave dell’abisso dove precipita ed
incatena l’antico serpente, affinché non seduca più le nazioni, fin quando non
siano trascorsi mille anni. Inoltre, vi sono troni e persone sedute sopra, con il potere
di giudizio. Ed ancora, le anime di quelli a cui è stata tagliata la testa per aver reso
testimonianza a Gesù, vivranno e regneranno con Lui per mille anni.
Appare chiaro da queste parole che vi sono due regioni distinte dove si compiono queste
diverse promesse, l’una che è la Terra visibile la quale potrà in effetti provare
qualche sollievo nelle sue prove e nelle sue tentazioni durante il tempo in cui il
serpente sarà incatenato; la seconda, la regione spirituale ed invisibile all’uomo
terrestre, dove si troveranno riuniti i giusti sotto il loro divino capo, per esercitare
il suo giudizio sui morti che non saranno ancora rientrati nella vita e che non avranno
avuto parte alla prima resurrezione.
Per questo stato di sollievo passeggero che la Terra visibile può provare secondo la
profezia, non è affatto necessario che il suo volto sia cambiato né rinnovato; non è
affatto necessario che i cieli siano rivoltati come un mantello, perché non sarà
riportata alla sua purezza originaria e perché malgrado l’incatenamento del suo
nemico, gli uomini avranno ancora in loro stessi troppi cattivi fermenti perché il regno
di Dio possa stabilirsi fra loro.
Il loro sollievo potrà tuttavia aumentare ancora per l’influenza di
quell’assemblea santa ed invisibile che si terrà per mille anni nella regione
superiore alla loro e che da un lato confinerà il nemico nell’abisso e
dall’altro comunicherà loro più direttamente i raggi divini sotto i quali sarà
direttamente esposta. Ma gli uomini saranno ben lungi dall’approfittare di tutti
questi benefici, faranno fermentare in loro il cattivo lievito e non faranno così che
rendersi più colpevoli e sollevare la collera divina, rendendo nulli, o persino facendo
cattivo uso, degli ultimi aiuti che la misericordia suprema inviava loro.
Quando la misura sarà colma, il nemico sarà liberato dalle catene per un po’ di
tempo, verrà tra loro a fare tanti più disastri quanto più si saranno messi in
relazione con lui.
Sarà l’eccesso di questi disordini che, facendo tracimare le iniquità sulla Terra,
attirerà su di essa il fuoco del cielo inviato da Dio per operarne la rovina, cap, 209. È allora che il grande trono bianco apparirà e che alla vista di colui che
vi sarà assiso sopra la Terra ed il cielo fuggiranno e scompariranno.11. È allora che i morti grandi e piccoli compariranno per essere giudicati su
quanto è stato scritto nei libri.12. È allora che l’inferno, la morte e quelli che
non saranno stati trovati inscritti nel libro della vita saranno gettati nello stagno di
fuoco che sarà la seconda morte. 13-15. È allora che scenderà la nuova Gerusalemme.
211.
Tutte le tribolazioni anteriori a questi spaventevoli disordini della fine dei tempi non
sono che l’inizio delle pene (Matteo, 24). Esse non produrranno la distruzione
del mondo visibile. Saranno persino una sorta di tentativo dell’amore divino verso
gli uomini per indurlo alla penitenza, per mezzo dei flagelli che saranno loro inviati.
Questi flagelli saranno poi sospesi per un tempo definito di mille anni, non soltanto
affinché gli uomini possano lavorare su questa Terra per ritornare nelle vie della
giustizia, ma anche a reiterazione di ciò che è avvenuto nella storia universale
spirituale dell’uomo e di ciò che avviene nell’ordine della sua vita fisica.
Prima del diluvio, le nazioni vivevano in pace, gli uomini prendevano mogli e le donne
prendevano dei mariti e tuttavia tutte le abominazioni della razza di Enac avevano
divorato la Terra e vi avevano stabilito il regno del demonio e la collera di Dio stava
per annientarli. Gli Ebrei al termine delle guerre degli Antioco e dei Pompeo, furono in
pace sotto Augusto al momento della nascita del Salvatore e durante il tempo della Sua
missione, benché i loro sacerdoti ed i loro dottori non fossero che strumenti di
iniquità, secondo tutte le dichiarazioni dei profeti e benché questo stesso popolo fosse
prossimo ad essere sterminato dai Romani.
In quanto all’ordine fisico, non accade spesso che i dolori e le sofferenze dei
malati cessino qualche istante prima della morte, sia per l’esaurimento
dell’azione del male, sia per dare all’anima il mezzo di riconoscersi ed
assicurarsi il destino con la penitenza ed un sacrificio libero e volontario? È persino
probabile che in questo momento di sospensione dei dolori del morente, si verifichi
visibilmente su di lui un piccolo regno di mille anni, una sorta di giudizio o di
confronto tra il suo libro della vita ed il suo libro della morte, giudizio che può
essere visto a priori come la prima morte individuale, ad immagine di quella prima morte
generale che sarà proclamata alla grande durante il vero regno di mille anni. E se
l’uomo individuale sfugge a questa prima morte preparatoria, è probabile che la
seconda morte parziale che è la prima morte dell’Apocalisse non farà presa su di
lui.
I veri dolori sono dunque quelli che si verificheranno quando il nemico sarà slegato e
verrà a devastare la Terra finché non sarà distrutta, come vediamo che nell’uomo
fisico le angosce della morte lo assalgono e lo distruggono dopo che la sospensione
momentanea è terminata e quei dolori, invece di condurre gli uomini colpevoli al
rinnovamento di se stessi ed al regno della pace, li condurranno sotto la spada del
giudizio finale che non può aver luogo che dopo la completa abolizione delle cose
visibili e materiali; allo stesso modo non è che dopo questa completa abolizione delle
cose visibili e materiali che i giusti otterranno la loro totale liberazione dalle regioni
dell’apparenza e della vanità, ad imitazione del popolo ebreo, che uscì
dall’Egitto al tramonto (Deut. 156).
VIII
Insistendo, come ho fatto, sulle precauzioni da
prendere contro le missioni straordinarie dei nostri tempi moderni, mi guardo bene
dall’incolpare di qualcosa i diversi agenti che vi sono adoperati. Non si può, per
la maggior parte, che stimarne la persona ed onorare le loro virtù; e con il loro pio
esempio possono essere più utili che nocivi a quelli che cercano di alimentare la
vivacità della loro fede piuttosto che progredire nelle luci. Ma come possono essere
anche pericolosi per quelli che non si attengono a questa saggia misura, ho ritenuto mio
dovere dare un avvertimento contro le seducenti meraviglie che questi agenti annunciano e
quanto occorra diffidare dei loro ispiratori.
Perché indipendentemente da quanto abbiamo detto circa queste ispirazioni al capitolo
VI°, non bisogna dimenticare che il pensiero, la parola e le opere dell’uomo
riempiono e riempiranno l'Universo fino alla fine dei secoli, di un’immensità di
prodotti e di risultati che conservano un carattere e che compongono un’innumerevole
quantità di regioni diverse dove si trovano le parole, le luci, le scoperte e le vere
conoscenze che gli uomini hanno potuto dare alla luce, ma dove si trovano anche, in
maggiore abbondanza, le illusioni, gli errori e le parole menzognere che escono
giornalmente da loro da tutti i pori e che devono talmente accrescere attorno a loro le
tenebre, con il tempo, per finire col non vedere più chiaramente degli Egiziani, al
momento della liberazione del popolo di Israele.
Ebbene, a meno che la chiave divina non apra lei stessa l’anima
dell’uomo, dal momento in cui sarà aperta da un’altra chiave, può
involontariamente trasmettercene il linguaggio; allora per quanto straordinario ci appaia
questo linguaggio, può essere che non sia peraltro che un linguaggio falso ed
ingannevole; peggio ancora, può essere un linguaggio vero senza essere la verità che
proclama e, di conseguenza, senza che i frutti ne siano veramente proficui.
Credo dunque di dare al riguardo un avvertimento salutare ai miei fratelli dicendo loro:
Uomini, amici miei, diffidate di quelle gioie e di quei trasporti che vi procurano le
missioni di quegli esseri favoriti e sui quali vi appoggiate con tanto diletto. In quanto
non siete ancora sicuri che vi facciano tanto bene quanto vi fanno piacere; non siete
sicuri che applichino il rimedio sulle vere ferite del vostro essere; non siete sicuri che
i godimenti che vi promettono e che vi fanno prima assaporare non ritardino i godimenti
duraturi che avreste potuto trarre dal vostro intimo.
Peraltro, fossero già anche giunti al termine di quel riposo di cui vi parlano, non vi
sareste ancora arrivati con questo. Ancor più, sarebbe forse una cosa funesta sia per
loro che per voi, che i tempi giungessero a compimento così prontamente e nel modo in cui
l’annunciano, se voi e loro non avrete avuto il tempo di purificarvi prima, per non
aver nulla da temere da quelle terribili catastrofi che devono precedere il regno glorioso
che vi è stato promesso.
Oso ripetervelo, assumete un atteggiamento di prudente riserva in mezzo ai prodigi ed alle
predizioni che vi attorniano; ricordatevi di quello che il Signore diceva per bocca di
Geremia, 2331-32: Eccomi ai profeti che non hanno che la dolcezza
sulla lingua e che dicono: ecco ciò che dice il Signore: Eccomi ai profeti, dice
il Signore, che hanno visioni di menzogna, che le raccontano al Mio popolo e che lo
seducono con le loro menzogne ed i loro miracoli, benché Io non li abbia affatto inviati
e che Io non abbia dato loro alcun ordine, e che non sono così serviti a nulla a questo
popolo, dice il Signore.
In quanto, ad indicarvi quanto gli errori di questo genere potranno essere ardenti e
quanto queste false missioni e queste promesse illusorie di un regno glorioso terrestre vi
ingannano, imparate a quale prezzo l’uomo, quaggiù, può ottenere qualche lume e
fare qualche passo verso la sua rigenerazione.
Dopo il peccato, ognuno dei raggi della vostra essenza divina si è trovato come
incatenato da una delle potenze della vostra materia; gli elementi non hanno cessato da
allora di circolare attorno a voi ed avvolgervi come altrettanti lacci che si accumulano e
che si stringono man mano che gira la ruota dei vostri giorni. Le vostre negligenze e le
vostre debolezze posteriori a questo primo crimine hanno reso questi raggi divini ancora
più tenebrosi ed hanno in questo modo aumentato l’orrore della vostra prigione.
Ad ognuno degli atti che devono operarsi in voi, per riavvicinarvi alla regione della
luce, occorre che una parte di questi ostacoli materiali si svolga penosamente su di voi,
come si svolgono dolorosamente le fasce di una piaga per ispezionarla e sondarla. Occorre
che su questa parte dei vostri ostacoli, si vedano impresse le tracce del tipo di
corruzione che vi rode e di cui vi siete voi stessi infettati. Occorre allora che si
proclami palesemente agli occhi di tutto ciò che vi contempla, un giudizio severo e
rigoroso e che ne riconosciate umilmente la giustizia.
Occorre che ogni parte di questi ostacoli che vi imprigionano si stacchi così
successivamente e manifesti altrettanti giudizi contro di voi. Occorre che la lunga
catena di questi ostacoli e di questi giudizi si estenda così dal vostro essere fino al
soggiorno di pace da cui il crimine vi ha separati, in quanto è questa catena che ne
costituisce la distanza.
Occorre che questa lunga catena sia ben presente ai vostri occhi, affinché abbiate
costantemente davanti a voi il quadro temibile di quel che vi costano i progressi nella
verità, che non vi camminiate più che tremando e che riconosciate che ognuno dei passi
che vi fate è indispensabilmente un dolore ed una separazione, poiché il vostro essere
non è composto oggi che della scienza del bene e del male e che dovete farne la
ripartizione ed il discernimento, cosa che è il vero senso del Deuteronomio 163: Affinché vi ricordiate del giorno della vostra uscita dall’Egitto
tutti i giorni della vostra vita.
Infine, occorre che gli ostacoli materiali di tutti gli uomini si svolgano così e che i
giudizi che avranno meritati siano scoperti ed esposti di fronte a tutte le regioni,
affinché tutte le nazioni, conoscendo il veleno che ci infetta, possano dire con orrore e
disprezzo vedendoci: Ecce Homo. Soltanto allora il regno glorioso potrà scendere
liberamente fin nel cuore dell’uomo, soltanto allora senza ingannarsi l’uomo
potrà aspirare ad essere rinnovato, perché soltanto quando questo titolo di Ecce Homo
ed i giudizi che gli sono dovuti saranno iscritti in tutte regioni dell’universo, la
giustizia sarà interamente paga.
Se è vero che ciò che accadrà allora all’uomo universale deve accadere sin
d’ora a ciascuno di voi in particolare, chi è quello che potrà dunque avanzare in
questo percorso? Non potete più avere dubbi: è quello che non avrà riposto la sua
fiducia nelle vie abusive delle nazioni, che sentendo in se stesso la dignità della
propria essenza, si rivolgerà esclusivamente verso la fonte da cui discende, come la sola
dove possa nuovamente essere generato e che diffidando di tutte quelle speranze che
adulano la sua pigrizia, o il suo orgoglio, non si lascerà affatto sedurre da tutte le
metafore o da tutte le opere figurative che l’ignoranza e le tenebre si sforzano
universalmente di sostituire al posto di colui che, solo, è la via, la verità e la vita
e che nessun essere può sostituire.
Sventura infatti a quello fra voi che si sarà lasciato attirare da queste metafore e da
queste opere figurative, o corrotte! Farà tanta più fatica a staccarsene, in quanto
abbandonandole, si troverà dapprima in grande privazione ed è questa privazione che
l’uomo teme più ancora di un cibo avvelenato.
State dunque in guardia affinché nel momento in cui sentirete questa privazione non
ritorniate precipitosamente verso i vostri falsi dei e che non diciate come una volta il
popolo ebreo diceva a Geremia, 4417-18: Noi faremo tutto ciò che è uscito dalla nostra
bocca sacrificando alla regina del cielo ed offrendole le oblazioni come abbiamo fatto,
noi ed i nostri padri, i nostri re ed i nostri principi, nelle città di Giuda, nelle
piazze di Gerusalemme; in quanto allora abbiamo avuto tutto in abbondanza, siamo stati
felici e non abbiamo patito alcun male, ma da quando abbiamo smesso di sacrificare alla
regina del cielo e di presentarle le nostre offerte, siamo stati ridotti alla totale
indigenza e siamo stati consumati dalla spada e dalla carestia.
Se cedete in questo modo alla pigrizia del vostro cuore, le vostre gioie saranno
passeggere e non potranno finire che con rimpianti lamentosi sulle vostre delusioni e
sulle vostre tenebre. Lo stesso principio che vi avrà indotti a queste delusioni
vi porterà in trionfo in paesi lontani dove trattenervi in schiavitù in una Terra che
vi è sconosciuta come lo era ai vostri padri; e vi servirete là giorno e notte gli dei
stranieri che non vi daranno alcun sollievo (Geremia 1613). Invece che, secondo lo stesso Geremia 1519: Se foste volti
verso il Signore
e se aveste saputo distinguere ciò che è prezioso da ciò che è
vile, sareste allora diventati come la bocca di Dio.
In quanto a voi ministri della santa religione, che siete stati chiamati a vegliare presso
la vera Arca dell’Alleanza che è il pensiero dell’uomo e non avete ottemperato
all’incarico che vi è stato confidato; che avete lasciato Dio sotto dei
padiglioni e sotto delle tende e non gli avete costruito nessuna casa da quando ha tratto
dall’Egitto i figli di Israele, secondo le lagnanze che un tempo ha fatto presentare
a Davide dal Suo profeta Nathan, II Re, 76, è su di voi che
ricadranno molto più direttamente le minacce con le quali i profeti hanno cercato di
spaventare i servi infedeli ed i prevaricatori. Se le missioni dell’illusione e delle
tenebre devono avere delle ricadute così terribili sugli organi sedotti che esse
impiegano e sulle anime che trascinano, cosa ne sarà delle vere missioni che si sono
convertite in missioni della cupidigia, in missioni della malafede, in missioni di
volontario sacrilegio?
Senza dubbio, voi non potete elevare troppo la dignità della vostra indole poiché,
secondo Ezechiele e Malachia, dovevate essere gli angeli del Signore sulla Terra e le
sentinelle del Suo popolo. Ma secondo gli ampi quadri che vi sono stati offerti, potete
affermare di non avere mai sviato l’intelligenza delle nazioni dalle sue origini più
istruttive e nutrienti? Di non averla mai voluta sottomettere al giogo di una dottrina
umana ed interessata? Di non aver mai cercato di non lasciare alle nazioni che la
quantità di fede che occorreva loro per venirsi a porre sotto il vostro dominio? Di non
avere mai sottratto in questo modo ai loro occhi lo scettro vivificatore che la Saggezza
eterna ha fatto partorire dalla Terra, per essere il sole di tutti i popoli? Di non avere
mai costituito voi stessi una temibile spada con il vincastro di pace che vi era stato
affidato, per governarci nell’amore ancor più che nella giustizia? Di non avere mai
abbandonato il titolo di pastore quando occorreva istruire le vostre pecorelle e condurle
ai pascoli e di non esservene rivestiti che quando si presentava l’occasione di
consegnarli alle fauci assassine, o di divorarli voi stessi?
Siete proprio persuasi che lo spirito dell’uomo debba accontentarsi delle risposte
che gli date, quando cerca di sapere perché non ci mostrate più i doni e le luci di cui
hanno fruito quelli di cui siete i successori? Ci dite che tutto ciò era necessario per
lo stabilirsi della Chiesa e che non lo è più da quando è solidamente costituita.
Ma i diritti del nostro essere ci pongono nella condizione di chiedervi di quale Chiesa
pretendete parlare, in quanto non è certamente quella dove si è visto sostituire allo
spirito conciliatore del Vangelo, il furore, il sangue e la carneficina; non è quella
dove si è visto sostituire alle predicazioni dei suoi fondatori a cui lo spirito
insegnava ogni cosa, dottrine tenebrose e contraddittorie; non è quella dove al posto
dello spirito del Signore che doveva preservare le anime, si è aperta la porta ai falsi
profeti che le inducono in errore ed agli spiriti di Python che le infettano. I diritti
del nostro essere ci mettono anche nella condizione di osservare che i vostri fondatori
erano ammessi a conoscere i misteri del regno di Dio, che guarivano i malati, che
operavano la sacra cena del Signore e che rimettevano i peccati a chi dovevano essere
rimessi.
Ebbene, perché di questi quattro poteri non avete conservato che i due invisibili e per i
quali chiedete inoltre una fede cieca, mentre allontanate senza tregua, dagli occhi del
nostro corpo e dagli occhi della nostra intelligenza i due altri doni che erano visibili e
ben lungi dall’essere superflui per la nostra fede, tanto che avrebbero dominato la
fede dei popoli?
Siete proprio sicuri di essere irreprensibili agli occhi delle nazioni dicendo loro con
sicumera che diventano più grandi nei vostri pascoli, mentre avete loro in questo modo
diminuito la loro sussistenza? Inoltre, in quelle delle sante istituzioni che avete
conservato, avete mai dato il potere per il fine, delle forme per il potere e delle
tradizioni per la legge, come il riparatore rimproverava ai dottori ebrei, Matteo 15? Non
temete in questo modo di far sonnecchiare le nazioni in un riposo apatico e di avere forse
operato per demolire voi stessi quella Chiesa che ci proclamate come ben costituita?
Sì, è ben costituita questa Chiesa, malgrado i guasti che ha potuto patire, altrimenti
non vi sarebbe mediazione alcuna tra l’amore supremo ed i crimini della terra; è
stabilita questa Chiesa e le porte dell’uomo come le porte dell’inferno non
prevarranno mai contro di lei; è stabilita questa Chiesa, ma è per deporre un giorno
contro quelli dei suoi ministri che non le saranno stati fedeli, per servire loro da
giudizio e da condanna, quando si lagnerà davanti al sovrano tribunale, delle ingiurie
che le avranno fatte cambiando i suoi abiti di gloria con degli abiti di lutto e
d’indigenza; come avrà patrocinato quaggiù la causa dell’amore, l’amore
stesso patrocinerà a sua volta la causa di questa Chiesa davanti al giudice eterno di cui
avranno provocato le temibili giustizie, ed immaginate quanto saranno terribili quelle
giustizie, poiché saranno le giustizie dell’amore oltraggiato e ferito fin nella sua
misericordia.
Se questi giudizi futuri vi spaventano, se per disgrazia dovete farvi qualcuno di quei
rimproveri di cui avete appena visto l’elencazione, rientrate al più presto sul
sentiero del vostro sublime ministero e prevenite quelle terribili giustizie di cui sono
minacciati gli apostoli della menzogna che si sono così spesso seduti sulla cattedra
della verità. È a loro che si rivolgeva Davide, Salmo 9320: Il trono è per associarvi all’iniquità, voi che vi servite
dell’autorità che vi è stata conferita per esercitare delle ingiustizie? È a
loro che si rivolgeva Sofonia parlando dei crimini di Gerusalemme 33: I suoi prìncipi dentro di lei sono come leoni ruggenti: i suoi giudici come
dei lupi che divorano gli ossi fino al midollo.
Come sono giunti a queste ingiustizie quei ministri ingannatori? In questo modo: hanno
cominciato col chiudere gli occhi sulla santità della nostra natura che ci chiamava ad
essere i segni ed i testimoni del Dio di pace nell’Universo. Li hanno chiusi ancor
più su quella terribile sentenza che accomuna tutta la famiglia umana in
quell’umiliante caratteristica di Ecce Homo. E da quel momento non hanno più
visto quel fiume d’amore sul quale il loro ministero li poneva per dissetare le
nazioni.
La loro mente ottenebrata non ha più riconosciuto l’affermazione di quelle verità
che sono tracciate in tutte le righe delle Sacre Scritture e non potendo spiegare queste
Scritture con la vera e sola chiave che loro compete, si sono sforzati di spiegarle
dapprima con la chiave falsa della loro ignoranza, poi con quella della loro cupidigia ed
infine con quella dei loro furori.
È allora che si sono resi gli sterminatori delle nostre menti e che secondo Isaia 520: Hanno dato al male l’appellativo di bene, al bene l’appellativo di
male, alle tenebre il nome della luce, alla luce il nome delle tenebre; ed hanno fatto
passare per dolce ciò che è amaro e per amaro ciò che è dolce. Loro che, secondo
lo stesso profeta, 518: si servono della menzogna, come di funi per
trascinare una lunga serie di iniquità e che tirano dietro a loro il peccato come le
tirelle il carro. Loro che 312: sono gli esattori che hanno spogliato il
popolo... che l’hanno sedotto chiamando felice e che guastano le strade dove doveva
camminare.
Invano vorranno, dice Geremia, giustificare la loro condotta per rientrare nella
grazia del Signore, poiché hanno essi stessi insegnato agli altri il male che hanno fatto
ed è stato trovato nelle loro mani il sangue delle anime che hanno assassinate. Hanno
cioè attaccato la verità fin nel suo santuario che è il pensiero dell’uomo ed il
vero deposito di cui devono rispondere.
IX
In quanto a voi, uomini di pace, uomini di
desiderio, non scoraggiatevi. Vi sono ancora tra i ministri del nostro Dio uomini che
seguono le orme dei veri profeti, la santa carità del nostro maestro e le luci dei suoi
discepoli. Attaccatevi a questi uomini scelti e abbastanza fortunati per aver risposto
fedelmente alla loro scelta; vi condurranno attraverso gli umili sentieri dell’Ecce
Homo al compimento della vostra rigenerazione, che è quello del vostro destino
originario. Lungi dal condurvi attraverso le vie del dispotismo e della tirannia, vi
diranno che abbiamo tutti un agnello per maestro e che sarà soltanto quando ci saremo
resi agnelli come lui, che ci riconoscerà come suoi discepoli e suoi fratelli.
Lungi dallo scavare davanti a voi precipizi di tenebre e d’ignoranza, vi diranno che
l’anima dell’uomo è fatta per abbracciare nel suo pensiero tutte le opere che
il principio delle cose ha lasciato uscire dal suo seno; in quanto se è vero che
l’uomo debba essere il testimone universale di Dio, come potrebbe essere questo
testimone se gli fosse impossibile avere la conoscenza e la visione di tutti i fatti e di
tutte le realtà a favore delle quali è incaricato di deporre?
Lungi dal lasciarvi sonnecchiare in una funesta letargia ed indicarvi come facile il
compimento del vostro alto destino, vi diranno che non potrete in effetti essere i
testimoni del nostro Dio che nella misura in cui sarete veritieri, verificati e nella
giustizia e vi citeranno ad esempio i semplici tribunali umani dove si fa giurare ai
testimoni di dire la verità, ma dove non si accettano come testimoni persone malfamate;
insegnamento semplice, ma profondo, che può ampliare le vostre vedute sia sulla vostra
natura primitiva che sulla vastità dei vostri doveri.
Lungi dal dipingervi come facile la rigenerazione dell’uomo, vi diranno che non
l’otterrete mai se non cibando il vostro spirito con il suo pane di affanni, come gli
Israeliti mangiavano il pane azzimo per prepararsi alle loro solennità e come insegna
questa raccomandazione fatta ai primi cristiani, 1 Corinzi, 1126 : Tutte le volte che mangerete di questo pane e berrete da questo calice,
annuncerete la morte del Signore fino a quando Egli non ritorni.
Vi diranno che nel nostro più profondo interiore, vi è un uomo esteriore molto più
pericoloso per noi ed ancor più difficile da contenere dell’uomo materiale e
visibile; vi diranno che non avanzerete mai nel percorso della vostra rigenerazione, se
non vi sentirete pieni di indignazione contro quest’uomo esteriore, invece di
mormorare contro i vostri simili. È necessario esporvi qui una nuova verità, utile e
fondamentale: è che se gli uomini risalissero ciascuno al principio della loro condotta e
dei loro mormorii gli uni verso gli altri, non vi è un solo torto che rimproverano ai
loro simili di cui non si trovino ad esserne i primi autori.
Infatti qual è l’uomo che non ha un’imprudenza da rimproverarsi verso le
persone che gli stanno intorno? Chi può dire poi che questa imprudenza non sia come la
fonte di tutti gli errori di quelli di cui si lagna e di tutte le ingiustizie che ne
riceve? Peraltro, chi di noi, di fronte a se stesso, sia stato irreprensibile in ogni
caso, abbia talmente colmato la misura dei doni che gli erano accordati e dei doveri che
gli erano imposti, può sormontare tutti gli ostacoli, manifestare le virtù divine ed
essere abbastanza legato al suo principio per esserne senza tregua il giusto e potente
strumento? Tuttavia, se non siamo giunti a questo punto, non dobbiamo rimproverare agli
altri uomini ciò che difetta loro, poiché spettava a noi procurarglielo con lo sviluppo
di tutte le facoltà del nostro essere.
In maggior misura, se sono state la negligenza o la cupidigia il principio dei diversi
atti della nostra condotta, dobbiamo imputarcene le conseguenze. Ebbene, siccome questi
mali sono più o meno universali tra gli uomini, invece di inveire contro le ingiustizie,
le incoerenze ed i molesti comportamenti dei nostri simili, dovremmo batterci
costantemente il petto, chiederci vicendevolmente perdono e riconoscere pubblicamente gli
uni e gli altri che a noi deve essere attribuita l’origine di tutti i torti di cui ci
lagniamo; in modo che per poter rientrare nell’ordine della giustizia e della
verità, occorrerebbe che tutte le parole di tutti gli individui che compongono il genere
umano non fossero che una continua confessione generale. Confessate i vostri peccati
gli uni agli altri, diceva San Giacomo, 516.
Lungi dal volervi sottomettere alle loro opinioni, i veri ministri di Dio che esistono
ancora, procederanno sempre con estrema diffidenza verso se stessi, per lasciar brillare
la sola fiaccola che deve guidarci tutti. Prenderanno ad esempio il principe degli
apostoli che, malgrado avesse sentito lui stesso ciò che fu detto al riparatore sulla
Montagna Sacra: ecco il mio figlio prediletto in cui ho messo tutta la mia benevolenza,
ascoltatelo, non voleva che ci si basasse esclusivamente sulle istruzioni che
comunicava e non temeva di aggiungere 2a Ep., 119-20 : Ed abbiamo la solida parola dei profeti: è come una lucerna che brilla in
un luogo tenebroso, fino a quando non cominci a splendere il giorno e la stella del
mattino spunti nei vostri cuori, essendo persuaso anzitutto che nessuna profezia della
Scrittura si spiega con un’interpretazione soggettiva.
Con questo vi metteranno in guardia contro tutte quelle scelte straordinarie dove agenti
particolari si presentano come necessari alla salvezza delle anime ed al rinnovamento
della Terra e ci velano così il volto del solo agente che dobbiamo seguire, poiché ha
egli stesso tutto consumato e poiché tutte le profezie di rigenerazione sono spirate in
Gesù-Cristo e che non rimangono da compiere che le profezie del giudizio, vale a dire le
profezie di ricompensa o di condanna.
Lungi dal promettervi una pace certa, quando dopo la liberazione corporale sarete chiamati
a questo giudizio, vi diranno che se avete omesso un tempo di testimoniare a favore della
nostra origine, o della nostra primitiva rivelazione, che avrebbe illuminato più
divinamente gli esseri sviati delle rivelazioni della natura e della mente, non ne siete
stati che ancor più nell’obbligo di testimoniare a favore di tutte le altre alleanze
che l’amore e la misericordia non hanno cessato sin dal primo crimine di voler
stipulare con voi, per offrirvi la traduzione fedele di quel testo originale che non
potevate più leggere.
Vi diranno che è su quelle alleanze che sarete giudicati; perché anche queste diverse
alleanze posteriori hanno i loro testimoni e che l’oggetto del testimone e della
testimonianza è la punizioni di tutti quelli che si troveranno legittimamente incolpati.
Ecco perché l’apparizione di Mosè e di Elia sul monte Tabor è di così grande
importanza e conferma la giusta condanna degli Ebrei. In quanto questi due profeti
venivano a deporre su due fatti di cui erano stati testimoni oculari, cioè: Mosè per la
divulgazione della legge e la promessa che il popolo aveva fatto di conformarvisi; ed Elia
per le prevaricazioni di questo popolo infedele e per i favori che era venuto ad apportare
da parte del cielo a questo stesso popolo nel suo stato di bisogno.
Alla fine dei tempi, questi due profeti ritorneranno ancora e si porranno a fianco del
grande giudice. Porteranno allora ciascuno una duplice testimonianza, vale a dire quella
della promulgazione della prima e della seconda legge, o delle due alleanze e quella
dell’abuso che gli uomini ne avranno fatto. Ebbene, come gli Ebrei e tutti gli altri
uomini potranno reggere alla duplice deposizione di questi due testimoni?
Gli uomini avranno inoltre contro di loro le testimonianze di tutti i modelli della natura
che si saranno compiuti senza che essi ne abbiano approfittato e che mostreranno loro
fisicamente tutte le meraviglie che traspaiono continuamente attraverso questo magnifico
fenomeno. Avranno contro di loro le abbondanti germinazioni che le Sacre Scritture avranno
fatte nell’anima dei giusti, che le avranno ascoltate, meditate e seguite; in quanto
la Sacra Scrittura è un seme sacro che Dio ha gettato nella terra dell’uomo che è
la sua anima e da cui la saggezza aspetta ogni giorno una messe di cui nutrirsi. Ebbene,
la fame di questa saggezza aumentando senza tregua in proporzione della carestia in cui la
trattiene la negligenza dell’uomo, rigetterà alla fine dei tempi colui che non avrà
saputo sostentarla e si servirà contro di lui della testimonianza della messe che
l’anima dei giusti le avrà fornito.
Inoltre, gli uomini avranno contro le testimonianze delle proprie iniquità e la loro
messe di illusioni e di menzogne, in modo che tutto ciò che doveva sostenerli sarà usato
a loro condanna, sia ciò che verrà da loro, sia ciò che verrà dalla natura, sia ciò
che verrà dalle due alleanze, sia ciò che verrà dalla messe dei giusti e non vi sarà
alcun uomo in particolare a cui queste terribili verità non possano essere rivolte,
perché non ve n’è uno in cui esse non possano realizzarsi.
Svegliatevi dunque, uomini imprudenti e noncuranti, tremate e pregate affinché non siate
confusi dalle deposizioni di tanti testimoni e dalle giuste richieste della saggezza al
momento della mietitura. In quanto se sarà pronunciato allora su di voi quel terribile Ecce
Homo, non sarà più per aprirvi la porta della penitenza, poiché questa porta è
già stata aperta da Colui che è venuto portare lui stesso quel nome per voi; ma sarà
per sprofondarvi sotto il peso di un severo giudizio, nella profondità dell’abisso.
Se non vi è un uomo in particolare in cui tutte queste importanti verità non possano
realizzarsi, persuadetevi dunque, uomini di pace, uomini di desiderio, che ogni uomo è
nato per essere un testimone di tutti questi grandi fatti che l’eterna Saggezza non
ha cessato di operare a favore di questo uomo amato che è la sua immagine. Persuadetevi
che ognuno di noi dovrebbe offrire una testimonianza attiva dei doni e dei favori che
questa saggezza riversa continuamente sulla Terra e che dovremmo deporre attivamente e
fisicamente a favore di tutte le alleanze che essa ha fatto con noi dall’origine
delle cose. Non perdiamo un istante ad adempiere questo importante compito.
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