Proposto da Giove, effettuato dal Conseglio, revelato da Mercurio, recitato da Sofia, udito da Saulino, registrato dal Nolano;
DIVISO IN TRE DIALOGI, SUBDIVISI IN TRE PARTI
CONSECRATO AL MOLTO ILLUSTRE ED ECCELLENTE CAVALLIERO sig. FILIPPO SIDNEO
STAMPATO IN PARIGI M.D.LXXXIIIII
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Interlocutori Sofia, Saulino, Mercurio.
Sofia — Talché, se ne li corpi, materia ed ente non fusse la mutazione, varietade e vicissitudine, nulla sarrebe conveniente, nulla di buono, niente delettevole.
Saul. — Molto bene l’hai dimostrato, Sofia.
Sofia — Ogni delettazione non veggiamo consistere in altro, che in certo transito, camino e moto. Atteso che fastidioso e triste è il stato de la fame; dispiacevole e grave è il stato della sazietà: ma quello che ne deletta, è il moto da l’uno a l’altro. Il stato del venereo ardore ne tormenta, il stato dell’isfogata libidine ne contrista; ma quel che ne appaga, è il transito da l’uno stato a l’altro. In nullo esser presente si trova piacere, se il passato non n’è venuto in fastidio. La fatica non piace, se non in principio, dopo il riposo; e se non in principio, dopo la fatica, nel riposo non è delettazione.
Saul. — Se cossì è, non è delettazione senza mistura di tristezza, se nel moto è la participazione di quel che contenta e di quel che fastidisce.
Sofia — Dici bene. A quel che è detto aggiongo, che Giove qualche volta, come li venesse tedio di esser Giove, prende certe vacanze ora di agricoltore, ora di cacciatore, ora di soldato; adesso è con gli dei, adesso con gli uomini, adesso con le bestie. Color che sono ne le ville, prendeno la lor festa e spasso ne le cittadi; quei che sono nelle cittadi, fanno le loro relassazioni, ferie e vacanze ne le ville. A chi è stato assiso o colcato, piace e giova il caminare; e chi ha discorso con gli piedi, trova refrigerio nel sedere. Ha piacer nella campagna chi troppo ha dimorato in tetto: brama la stanza chi è satollo del campo. Il frequentar un cibo, quantunque piacevole, è caggione di nausea al fine. Tanto che la mutazione da uno contrario a l’altro per gli suoi participii, il moto da uno contrario a l’altro per gli suoi mezzi viene a soddisfare; ed in fine veggiamo tanta familiarità di un contrario con l’altro, che uno più conviene con l’altro, che il simile con il simile.
Saul. — Cossì mi par vedere, perché la giustizia non ha l’atto se non dove è l’errore, la concordia non s’effettua se non dove è la contrarietade; il sferico non posa nel sferico, perché si toccano in punto, ma il concavo si quieta nel convesso; e moralmente il superbo non può convenire col superbo, il povero col povero, l’avaro con l’avaro; ma si compiace l’uno nell’umile, l’altro nel ricco, questo col splendido. Però, se fisica-, matematica- e moralmente si considera, vedesi che non ha trovato poco quel filosofo che è dovenuto alla raggione della coincidenza de contrarii, e non è imbecille prattico quel mago che la sa cercare dove ella consiste. Tutto, dunque, che avete proferito, è verissimo: ma vorrei sapere, o Sofia, a che proposito, a che fine voi lo dite.
Sofia — Quello che da ciò voglio inferire, è che il principio, il mezzo ed il fine, il nascimento, l’aumento e la perfezione di quanto veggiamo, è da contrarii, per contrarii, ne’ contrarii, a contrarii: e dove è la contrarietà, è la azione e reazione, è il moto, è la diversità, è la moltitudine, è l’ordine, son gli gradi, è la successione, è la vicissitudine. Perciò nessuno, che ben considera, giamai per l’essere ed aver presente si desmetterà o s’inalzarà d’animo, quantunque, in comparazion d’altri abiti e fortune, gli paia buono o rio, peggiore o megliore. Tal io con il mio divino oggetto, che è la verità, tanto tempo, come fuggitiva, occolta, depressa e sommersa, ho giudicato quel termine, per ordinanza del fato, come principio del mio ritorno, apparizione, essaltazione e magnificenza tanto più grande, quanto maggiori son state le contradizioni.
Saul. — Cossì aviene, che chi vuol più gagliardamente saltando alzarsi da terra, li fia mestiero che prima ben si recurve; e chi studia di superar più efficacemente trapassando un fosso, accatta talvolta l’émpito, sé ritirando otto o diece passi a dietro.
Sofia — Tanto più, dunque, spero nel futuro meglior successo, per grazia del fato, quanto sin al presente mi son trovata al peggio.
Saul. — ... Quanto più depresso,
Quanto è più l’uom di questa ruota al fondo,
Tanto a quel punto più si trova appresso,
C’ha da salir, si de’ girarsi in tondo:
Alcun sul ceppo quasi il capo ha messo,
Che l’altro giorno ha dato legge al mondo.
Ma, di grazia, séguita, Sofia, a specificar più espressamente il tuo proposito.
Sofia — Il tonante Giove, dopo che tanti anni ha tenuto del giovane, s’è portato da scapestrato ed è stato occupato ne l’armi e ne gli amori, ora, come domo dal tempo, comincia a declinare da le lascivie e vizii e quelle condizioni che la virilitade e gioventude apportan seco.
Saul. — Poeti sì, filosofi non mai hanno sì fattamente descritti ed introdotti gli dei. Dunque, Giove e gli altri dei invecchiano? dunque, non è impossibile ch’ancor essi abbiano ad oltrepassar le rive di Acheronte?
Sofia — Taci, non mi levar di proposito, Saulino. Ascoltami sin al fine.
Saul. — Dite pure, ch’io attentissimamente vi ascolto; perché son certo, che dalla tua bocca non esceno se non grandi e gravi propositi: ma dubito che la mia testa non le possa capire e sustenere.
Sofia — Non dubitate. Giove, dico, comincia ad esser maturo, e non admette oltre nel conseglio, eccetto che persone ch’hanno in capo la neve, alla fronte gli solchi, al naso gli occhiali, al mento la farina, alle mani il bastone, ai piedi il piombo: in testa, dico, la fantasia retta, la cogitazion sollecita, la memoria ritentiva; ne la fronte la sensata apprensione, ne gli occhi la prudenza, nel naso la sagacità, nell’orecchio l’attenzione, ne la lingua la veritade, nel petto la sinceritade, nel core gli ordinati affetti, ne le spalli la pazienza, nel tergo l’oblivio de le offese, nel stomaco la discrezione, nel ventre la sobrietade, nel seno la continenza, ne le gambe la constanza, ne le piante la rettitudine, ne la sinistra il pentateuco di decreti, nella destra la raggione discussiva, la scienza indicativa, la regolativa giustizia, l’imperativa autoritade e la potestà executiva.
Saul. — Bene abituato: ma bisogna, che prima sia ben lavato, ben ripurgato.
Sofia — Ora non son bestie nelle quali si trasmute, non Europe che l’incornino in toro, non Danae che lo impallidiscano in oro, non Lede che l’impiumino in cigno, non ninfe Asterie e frigii fanciulli che lo imbecchino in aquila, non Dolide che lo inserpentiscano, non Mnemosine che lo degradino in pastore, non Antiope che lo semibestialino in Satiro, non Alcmene che lo trasmutino in Anfitrione: perché quel temone che volgeva e dirizzava questa nave de le metamorfosi, è dovenuto sì fiacco, che poco più che nulla può resistere a l’émpito de l’onde, e forse che l’acqua ancora gli va mancando a basso. La vela è di maniera tale stracciata e sbusata, che in vano per ingonfiarla il vento soffia. Gli remi, ch’al dispetto di contrarii venti e turbide tempeste soleano risospingere il vascello avanti, ora, faccia quantosivoglia calma, e sia a sua posta tranquillo il campo di Nettuno, in vano il comite sibilarà a orsa, a poggia, a la sia, a la voga, perché gli remigatori son dovenuti come paralitici.
Saul. — Oh gran caso!
Sofia — Indi non fia chi più dica e favoleggi Giove per carnale e voluttuario; perché al buon padre s’è addonato il spirito.
Saul. — Come colui, che tenea già tante moglie, tante ancelle di moglie e tante concubine, al fine dovenuto qual ben satollo, stuffato e lasso, disse: Vanità, vanità, ogni cosa è vanità?
Sofia — Pensa al suo giorno del giudizio, perché il termine de gli o più o meno o a punto trentasei mila anni, come è publicato, è prossimo; dove la revoluzion de l’anno del mondo minaccia, ch’un altro Celio vegna a repigliar il domìno e per la virtù del cangiamento ch’apporta il moto de la trepidazione, e per la varia, e non più vista, né udita relazione ed abitudine di pianeti. Teme che il fato disponga, che l’ereditaria successione non sia come quella della precedente grande mondana revoluzione, ma molto varia e diversa, cracchieno quantosivoglia gli pronosticanti astrologi ed altri divinatori.
Saul. — Dunque, si teme che non vegna qualche più cauto Celio, che, all’essempio del prete Gianni, per obviare a gli possibili futuri inconvenienti, non bandisca gli suoi figli a gli serragli del monte Amarat, ed oltre, per tema che qualche Saturno non lo castre, non faccia mai difetto di non allacciarsi le mutande di ferro, e non si riduca a dormire senza braghe di diamante. Laonde, non succedendo l’antecedente effetto, verrà chiusa la porta a tutti gli altri conseguenti, ed in vano s’aspettarà il giorno natale della Dea di Cipro, la depressione del zoppo Saturno, l’essaltazion di Giove, la moltiplicazion di figli e figli de’ figli, nipoti e nipoti de’ nipoti, sino a la tantesima generazione, quantesima è a tempi nostri, e può sin al prescritto termine essere ne gli futuri.
Nec iterum ad Troiam magnus mittetur Achilles.
Sofia — In tal termine, dunque, essendo la condizion de le cose, e vedendo Giove ne l’importuno memoriale de la sfiancuta forza e snervata virtude appressarsi come la sua morte, cotidianamente fa caldi voti ed effonde ferventi preghiere al fato, acciò che le cose ne gli futuri secoli in suo favore vegnano disposte.
Saul. — Tu, o Sofia, me dici de le maraviglie. Volete voi che non conosca Giove la condizion del fato, che per proprio e pur troppo divolgato epiteto è intitolato inesorabile? È pur verisimile, che nel tempo de le sue vacanze (se pur il fato gli ne concede), talvolta si volga a leggere qualche poeta; e non è difficile che gli sia pervenuto alle mani il tragico Seneca, che li done questa lezione:
Fato ne guida, e noi cedemo al fato;
E i rati stami del contorto fuso
Solleciti pensier mutar non ponno.
Ciò che facciamo e comportiamo, d’alto
E prefisso decreto il tutto pende;
E la dura sorella
Il torto filo non ritorce a dietro.
Discorron con cert’ordine le Parche,
Mentre ciascun di noi
Va incerto ad incontrar gli fati suoi.
Sofia — Ancora il fato vuol questo, che, benché sappia il medesimo Giove che quello è immutabile, e che non possa essere altro che quel che deve essere e sarà, non manchi d’incorrere per cotai mezzi il suo destino. Il fato ha ordinate le preci, tanto per impetrare, quanto per non impetrare; e per non aggravar troppo gli animi trasmigranti, interpone la bevanda del fiume Leteo, per mezzo de le mutazioni, a fine che, mediante l’oblio, ognuno massime vegna affetto e studioso di conservarsi nel stato presente. Però li giovani non richiamono il stato de la infanzia, gl’infanti non appeteno il stato nel ventre de la madre, e nessuno di questi il stato suo in quella vita, che vivea prima che si trovasse in tal naturalitade. Il porco non vuol morire per non esser porco, il cavallo massime paventa di scavallare. Giove per le instante necessitadi sommamente teme di non esser Giove. Ma, la mercé e grazia del fato, senza averlo imbibito de l’acqua di quel fiume, non cangiarà il suo stato.
Saul. — Talché, o Sofia (cosa inaudita!), questo nume ancora av’egli dove effondere orazioni? esso ancora versa nel timore della giustizia? Mi maravigliavo io, perché gli dei sommamente temevano di spergiurare la Stigia palude; ora comprendo che questo procede dal fio che denno pagare anch’essi.
Sofia — Cossì è. Ha ordinato al suo fabro Vulcano, che non lavore de giorni di festa; ha comandato a Bacco che non faccia comparir la sua corte, e non permetta debaccare le sue Evanti, fuor che nel tempo di carnasciale, e nelle feste principali de l’anno, solamente dopo cena, appresso il tramontar del sole, e non senza sua speciale ed espressa licenza. Momo, il quale avea parlato contra gli dei, e, come a essi pareva, troppo rigidamente arguiti gli loro errori, e però era stato bandito dal concistoro e conversazion di quegli, e relegato alla stella ch’è nella punta de la coda di Calisto, senza facultà di passar il termine di quel parallelo a cui sottogiace il monte Caucaso, dove il povero dio è attenuato dal rigor del freddo e de la fame; ora è richiamato, giustificato, restituito al suo stato pristino, e posto precone ordinario ed estraordinario con amplissimo privileggio di posser riprendere gli vizii, senza aver punto risguardo a titolo o dignitade di persona alcuna. Ha vietato a Cupido d’andar più vagando, in presenza degli uomini, eroi e dei, cossì sbracato, come ha di costume; ed ingiontoli che non offenda oltre la vista de Celicoli, mostrando le natiche per la via lattea, ed Olimpico senato: ma che vada per l’avenire vestito almeno da la cintura a basso; e gli ha fatto strettissimo mandato che non ardisca oltre di trar dardi se non per il naturale, e l’amor de gli uomini faccia simile a quello de gli altri animali, facendoli a certe e determinate staggioni inamorare; e cossì, come a gli gatti è ordinario il marzo, a gli asini il maggio, a questi sieno accomodati que’ giorni ne’ quali se innamorò il Petrarca di Laura, e Dante di Beatrice; e questo statuto è in forma de interim sino al prossimo concilio futuro, entrante il sole al decimo grado di Libra, il quale è ordinato nel capo del fiume Eridano, là dove è la piegatura del ginocchio d’Orione. Ivi si ristorarà quella legge naturale, per la quale è lecito a ciascun maschio di aver tante moglie quante ne può nutrire ed impregnare; perché è cosa superflua ed ingiusta, ed a fatto contrario alla regola naturale, che in una già impregnata e gravida donna, o in altri soggetti peggiori, come altre illegitime procacciate, —che per tema di vituperio provocano l’aborso, —vegna ad esser sparso quell’omifico seme che potrebbe suscitar eroi e colmar le vacue sedie de l’empireo.
Saul. — Ben provisto, a mio giudizio: che più?
Sofia — Quel Ganimede, ch’al marcio dispetto de la gelosa Giunone, gli era tanto in grazia, ed a cui solo liceva d’accostarsegli, e porgergli li fulmini trisolchi, mentre a lungi passi a dietro riverentemente si tenevano gli dei, al presente credo che, se non ha altra virtute che quella che è quasi persa, è da temere che da paggio di Giove non debba aver a favore di farsi come scudiero a Marte.
Saul. — Onde questa mutazione?
Sofia — E da quel che è detto del cangiamento di Giove, e perché lo invidioso Saturno ai giorni passati, con finta di fargli de vezzi, gli andò di maniera tale rimenando la ruvida mano per il mento e per le vermiglie gote, che da quel toccamento se gl’impela il volto, di sorte che pian piano va scemando quella grazia che fu potente a rapir Giove.dal cielo, e farlo essere rapito da Giove in cielo, ed onde il figlio d’un uomo venne deificato, ed ucellato il padre de gli dei.
Saul. — Cose troppo stupende! Passate oltre.
Sofia — Ha imposto a tutti gli dei di non aver paggi o cubicularii di minore etade che di vinticinque anni.
Saul. — Ah ah? Or che fa, che dice Apolline del suo caro Giacinto?
Sofia — Oh se sapessi, quanto è egli mal contento!
Saul. — Certo credo che la sua contristazione caggiona questa oscurità del cielo, ch’ha perdurato più di sette giomi; il suo alito produce tante nuvole, i suoi suspiri sì tempestosi venti, e le sue lacrime sì copiose piogge.
Sofia — Hai divinato.
Saul. — Or, che sarà di quel povero fanciullo?
Sofia — Ha preso partito di mandarlo a studiar lettere umane in qualche universitade o collegio riformato, e sottoporlo a la verga di qualche pedante.
Saul. — O fortuna, o sorte traditora! Ti par questo boccone da pedanti? Non era meglio sottoporlo alla cura d’un poeta, farlo a la mano d’un oratore, o avezzarlo su il baston de la croce? Non era più espediente d’ubligarlo sotto la disciplina di....
Sofia — Non più, non più! Quel che deve essere, sarà; quel che esser devea, è. Or per compire l’istoria di Ganimede, l’altr’ieri, sperando le solite accoglienze, con quell’usato ghigno fanciullesco li porgeva la tazza di nettare; e Giove, avendogli alquanto fissati gli turbidi occhi al volto: —Non ti vergogni, li disse, o figlio di Troo? pensi ancor essere putto? forse che con gli anni ti cresce la discrezione, e ti s’aggionge di giudizio? non ti accorgi che è passato quel tempo, quando mi venevi ad assordir l’orecchie, che, allora ch’uscivamo per l’atrio esteriore, Sileno, Fauno, quel di Lampsaco ed altri si stimavano beati, se posseano aver la commodità di rubbarti una pizzicatina, o almeno toccarti la veste, ed in memoria di quel tocco non si lavar le mani, quando andavano a mangiare, e far de l’altre cose che li dettava la fantasia? Ora dispònite, e pensa che forse ti bisognarà di far altro mestiero. Lascio che io non voglio più frasche appresso di me. —Chi avesse veduto il cangiamento di volto di quel povero garzone o adolescente, non so se la compassione, o il riso, o la pugna de l’uno e l’altro affetto l’avesse mosso di vantaggio.
Saul. — Questa volta credo io, che risit Apollo.
Sofia — Attendi, perché quel ch’hai sin ora udito, non è altro che fiore.
Saul. — Di’ pure.
Sofia — Ieri che fu la festa in commemorazion del giorno de la vittoria de dei contra gli giganti, immediatamente dopo pranso, quella, che sola governa la natura de le cose, e per la qual gode tutto quel che gode sotto il cielo,
La bella madre del gemino amore,
La diva potestà d’uomini e dei,
Quella per cui ogni animante al mondo
Vien conceputo, e nato vede il sole,.
Per cui fuggono i venti e le tempeste,
Quando spunta dal lucid’oriente,
Gli arride il mar tranquillo, e di bel manto
La terra si rinveste, e gli presenta
Per belle man di Naiade gentili
Di copia di fronde, fiori e frutti
Colmo il smaltato corno d’Acheloo.
-avendo ordinato il ballo, se gli fece innante con quella grazia che consolarebbe ed invaghirebbe il turbido Caronte; e come è il dovero de l’ordine, andò a porgere la prima mano a Giove. Il quale, —in loco di quel ch’era uso di fare, dico, di abbracciarla col sinistro braccio, e strenger petto a petto, e con le due prime dita della destra premendogli il labro inferiore, accostar bocca a bocca, denti a denti, lingua a lingua (carezze più lascive che possano convenire a un padre in verso de la figlia), e con questo sorgere al ballo, —ieri, impuntandogli la destra al petto, e ritenendola a dietro (come dicesse: Noli me tangere), con un compassionevole aspetto ed una faccia piena di devozione: —Ah Venere, Venere, li disse; è possibile che pur una volta al fine non consideri il stato nostro, e specialmente il tuo? Pensi pur che sia vero quello che gli uomini s’imaginano di noi, che chi è vecchio è sempre vecchio, chi è giovane è sempre giovane, chi è putto è sempre putto, cossì perseverando eterno, come quando da la terra siamo stati assunti al cielo; e cossì, come là la pittura ed il ritratto nostro si contempla sempre medesimo, talmente qua non si vada cangiando e ricangiando la vital nostra complessione? Oggi per la festa mi si rinova la memoria di quella disposizione, nella quale io mi ritrovavo quando fulminai e debellai que’ fieri giganti che ardîro di ponere sopra Pelia Ossa, e sopra Ossa Olimpo; quando io il feroce Briareo, a cui la madre Terra avea donate cento braccia e cento mani, acciò potesse con l’émpito di cento versati scogli contra gli dei debellare il cielo, fui potente di abissare alle nere caverne dell’orco voraginoso; quando relegai il presuntuoso Tifeo là dove il mar Tirreno col Jonio si congionge, spingendogli sopra l’isola Trinacria, a fin che al vivo corpo la fusse perpetua sepoltura. Onde dice un poeta:
Ivi a l’ardito ed audace Tifeo,
Che carco giace del Trinacrio pondo,
Preme la destra del monte Peloro
La grieve salma; e preme la sinistra
Il nomato Pachin; e l’ampie spalli,
Ch’al peso han fatto i calli,
Calca il sassoso e vasto Lilibeo;
E ’l capo orrendo aggrieva Mongibello,
Dove col gran martello
Folgori tempra il scabroso Vulcano.
Io che sopra quell’altro ho fulminata l’isola di Prochita; io ch’ho reprimuta l’audacia di Licaone, ed a tempo di Deucalione liquefeci la terra al ciel rubella; e con tanti altri manifesti segnali mi son mostrato degnissimo della mia autoritade; or non ho polso di contrastar a certi mezi uomini, e mi bisogna, al grande mio dispetto, a voto di caso e di fortuna lasciar correre il mondo; e chi meglio la séguita, l’arrive, e chi la vence, la goda. Ora son fatto qual quel vecchio esopico lione, a cui impune l’asino dona di calci, e la simia fa de le beffe, e, quasi come ad un insensibil ceppo, il porco vi si va a fricar la pancia polverosa. Là dove io avevo nobilissimi oracoli, fani ed altari, ora, essendono quelli gittati per terra ed indegnissimamente profanati, in loco loro han dirizzate are e statue a certi ch’io mi vergogno nominare, perché son peggio che li nostri satiri e fauni ed altri semebestie anzi più vili che gli crocodilli d’Egitto; perché quelli pure, magicamente guidati, mostravano qualche segno de divinità; ma costoro sono a fatto lettame de la terra. Il che tutto è provenuto per la ingiuria della nostra nemica fortuna, la quale non l’ha eletti ed inalzati tanto per onorar quelli, quanto per nostro vilipendio, dispreggio e vituperio maggiore. Le leggi, statuti, culti, sacrificii e ceremonie, ch’io già per li miei Mercurii ho donate, ordinati, comandati ed instituiti, son cassi ed annullati; ed in vece loro si trovano le più sporche ed indegnissime poltronarie che possa giamai questa cieca altrimente fengere, a fine che, come per noi gli omini doventavano eroi, adesso dovegnano peggio che bestie. Al nostro naso non ariva più fumo di rosto, fatto in nostro servizio da gli altari; ma se pur tal volta ne viene appetito, ne fia mestiero d’andar a sbramarci per le cocine, come dei patellari. E benché alcuni altari fumano d’incenso (quod dat avara manus), a poco a poco quel fumo dubito che non se ne vada in fumo, a fine che nulla rimagna di vestigio ancora delle nostre sante instituzioni. Ben conoscemo per prattica, che il mondo è a punto come un gagliardo cavallo, il quale molto ben conosce quando è montato da uno che non lo può strenuamente maneggiare, lo spreggia, e tenta di toglierselo da la schena; e gittato che l’ha in terra, lo viene a pagar di calci. Ecco, a me si dissecca il corpo e mi s’umetta il cervello; mi nascono i tofi e mi cascano gli denti; mi s’inora la carne e mi s’inargenta il crine; mi si distendeno le palpebre e mi si contrae la vista; mi s’indebolisce il fiato e mi si rinforza la tosse; mi si fa fermo il sedere e trepido il caminare; mi trema il polso e mi si saldano le coste; mi s’assottigliano gli articoli e mi s’ingrossano le gionture: ed in conclusione (quel che più mi tormenta), perché mi s’indurano gli talloni e mi s’ammolla il contrapeso, l’otricello de la cornamusa mi s’allunga ed il bordon s’accorta:
La mia Giunon di me non è gelosa,
La mia Giunon di me non ha più cura.
48 Del tuo Vulcano (lasciando gli altri dei da canto) voglio che consideri tu medesima. Quello che con tanto vigore solea percuotere la salda incudine, che a gli fragrosi schiassi, quali dall’ignivomo Etna uscivano a l’orizonte. Eco dalle concavitadi del campano Vesuvio e del sassoso Taburno, rispondeva, —adesso dove è la forza del mio fabro e tuo consorte? Non è ella spinta? non è ella spinta? Forse che ha più nerbo da gonfiar i folli per accendere il foco? forse ch’ha più lena d’alzar il gravoso martello per battere l’infocato metallo? Tu ancora, mia sorella, se non credi ad altri, dimandane al tuo specchio; e vedi come per le rughe che ti sono aggionte, e per gli solchi che l’aratro del tempo t’imprime ne la faccia, porgi giorno per giorno maggior difficultade al pittore, s’egli non vuol mentire, dovendoti ritrare per il naturale. Ne le guancie, ove ridendo formavi quelle due fossette tanto gentili, doi centri, doi punti in mezzo de le tanto vaghe pozzette, facendoti il riso, che imblandiva il mondo tutto, giongere sette volte maggior grazia al volto, onde (come da gli occhi ancora) scherzando scoccava gli tanto acuti ed infocati strali Amore: adesso, cominciando da gli angoli de la bocca, sino a la già commemorata parte, da l’uno e l’altro canto comincia a scuoprirsi forma di quattro parentesi, che ingeminate par che ti vogliano, strengendo la bocca, proibir il riso con quelli archi circonferenziali, ch’appaiono tra gli denti ed orecchi, per farti sembrar un crocodillo. Lascio che, o ridi o non ridi, ne la fronte il geometra interno, che ti dissecca l’umido vitale, e con far più e più sempre accostar la pelle a l’osso, assottigliando la cute, ti fa profondar la descrizione de le parallele a quattro a quattro, mostrandoti per quelle il diritto camino, il qual ti mena come verso il defuntoro. —Perché piangi Venere? perché ridi, Momo? disse, vedendo questo mostrar i denti, e quella versar lacrime. Ancora Momo sa, quando un di questi buffoni (de quali ciascuno suol porgere più veritadi di fatti suoi a l’orecchi del principe, che tutto il resto de la corte insieme, e per quali per il più color, che non ardiscono di parlare, sotto specie di gioco parlano, e fanno muovere e muovono de propositi) disse che Esculapio ti avea fatta provisione di polvere di corno di cervio e di conserva di coralli, dopo averti cavate due mole guaste tanto secretamente, che ora non è pietruccia in cielo che nol sappia. Vedi, dunque, cara sorella, come ne doma il tempo traditore, come tutti siamo suggetti alla mutazione: e quel che più tra tanto ne afflige, è che non abbiamo certezza né speranza alcuna di ripigliar quel medesimo essere a fatto, in cui tal volta fummo. Andiamo, e non torniamo medesimi; e come non avemo memoria di quel che eravamo, prima che fussemo in questo essere, cossì non possemo aver saggio di quel che saremo da poi. Cossì, il timore, pietà e religione di noi, l’onore, il rispetto e l’amore vanno via; li quali appresso la forza, la providenza, la virtù, dignità, maestà e bellezza, che volano da noi, non altrimente che l’ombra insieme col corpo, si parteno. La veritade sola con l’absoluta virtude è inmutabile ed immortale: e se tal volta casca e si sommerge, medesima necessariamente al suo tempo risorge, porgendogli il braccio la sua ancella Sofia. Guardiamoci, dunque, di offendere del fato la divinitade, facendo torto a questo gemino nume a lui tanto raccomandato e da lui tanto faurito. Pensiamo al prossimo stato futuro, e non, come quasi poco curando il nume universale, manchiamo d’alzare il nostro core ed affetto a quello elargitore d’ogni bene e distributor de tutte l’altre sorti. Supplichiamolo che ne la nostra transfusione, o transito, o metampsicosi, ne dispense felici genii: atteso che, quantunque egli sia inesorabile, bisogna pure aspettarlo con gli voti o di essere conservati nel stato presente, o di subintrar un altro megliore, o simile, o poco peggiore. Lascio che l’esser bene affetto verso il nume superiore è come un segno di futuri effetti favorevoli da quello; come chi è prescritto ad esser uomo, è necessario ed ordinario ch’il destino lo guida, passando per il ventre de la madre; il spirto predestinato ad incorporarsi in pesce, bisogna che prima vegna attuffato a l’acqui: talmente a chi è per esser favorito da gli numi conviene che passe per mezzo de buoni voti ed operazioni.
Seconda parte del primo dialogo
Con questo dire, di passo in passo suspirando, il gran padre de la patria celeste, avendo finito il suo raggionamento con Venere, il proposito di ballare converse in proponimento di fare il gran conseglio con gli dei de la tavola ritonda: cioè tutti quei che non sono apposticci, ma naturali, ed han testa di conseglio, esclusi gli capi di montone, corna di bue, barbe di capro, orecchie d’asino, denti di cane, occhi di porco, nasi di simia, fronti di becco, stomachi di gallina, pancie di cavallo, piedi di mulo e code di scorpione. Però, data la crida per bocca di Miseno, figlio di Eolo (perché Mercurio sdegna l’essere, come anticamente fue, trombettiero e pronunziator di editto), que’ tutti dei, ch’erano dispersi per il palaggio, si trovorno ben presto radunati. Qua dopo tutti, essendo fatto alquanto di silenzio, non men con triste e mesto aspetto che con alta presenza e preeminenza maestrale, menando i passi Giove, prima che montasse in solio e comparisse in tribunale, se gli appresenta Momo; il quale, con la solita libertà di parlare, disse cossì con voce tanto bassa che fu da tutti udita: —Questo concilio deve essere differito ad altro giorno ed altra occasione, o padre, perché questo umore di venir in conclave adesso, immediate dopo pranso, pare che sia occasionato dalla larga mano del tuo tenero coppiero; perché il nettare, che non può essere dal stomaco ben digerito, non consola o refocilla, ma altera e contrista la natura e perturba la fantasia, facendo altri senza proposito gai, altri disordinatamente allegri, altri superstiziosamente devoti, altri vanamente eroici, altri colerici, altri machinatori di gran castegli, sin tanto che, col svanimento di medesime fumositadi, che passano per diversamente complessionati cervelli, ogni cosa casca e va in fumo. A te, Giove, par che abbian commosse le specie di gagliardi e fluttuanti pensieri, e t’abbia fatto dovenir triste; per ciò che inescusabilmente ognuno ti giudica, benché io solo ardisca di dirlo, vinto ed oppresso da l’atra bile, perché in questa occorrenza che non siamo convenuti provisti a far conseglio, in questa occasione che siamo uniti per la festa, in questo tempo dopo pranso, e con queste circonstanze d’aver ben mangiato e meglio bevuto, volete trattar di cose tanto seriose, quanto mi par intendere ed alcunamente posso annasare col discorso. —Ora, perché non è consuetudine, né pur molto lecito a gli altri dei di disputar con Momo, Giove, avendolo con un mezzo ed alquanto dispettoso riso remirato, senza punto rispondergli, monta su l’alta catedra, siede, remira in cerchio la corona de l’assistente gran Senato. Da quel sguardo convien ch’a tutti venesse a palpitar il core e per scossa di maraviglia e per punta di timore e per émpito di riverenza e di rispetto, che suscita ne’ petti mortali ed immortali la maestade quando si presenta; appresso, avendo alquanto bassate le palpebre, e poco dopo allunate le pupille in alto, e sgombrato un focoso suspiro dal petto, proruppe in questa sentenza:
Orazione di Giove. —Non aspettate, o Dei, che, secondo la mia consuetudine, v’abbia ad intonar ne l’orecchio con uno artificioso proemio, con un terso filo di narrazione e con un delettevole agglomeramento epilogale. Non sperate ornata tessitura di paroli, ripolita infilacciata di sentenze, ricco apparato di eleganti propositi, suntuosa pompa di elaborati discorsi e, secondo l’instituto di oratori, concetti posti tre volte a la lima prima ch’una volta a la lingua: non hoc. Non hoc ista sibi tempus spectacula poscit.
Credetemi, dei, perché credete il vero, già dodici volte ha ripiene l’inargentate corna la casta Lucina, ch’io son stato in la determinazione di far questa congregazione oggi, in questa ora e con tai termini che vedete. Ed in questo mentre son stato più occupato sul considerar quello che devo a nostro mal grado tacere, che mi sia stato lecito di premeditar sopra quello che debbo dire.
Odo che vi maravigliate, perché a questo tempo, rivocandovi da vostro spasso, v’abbia fatto citar alla congregazione e dopo pranso a subitanio concilio. Vi sento mormorare, che in giorno festivo vi vien tocco il core di cose seriose, e non è di voi chi a la voce de la tromba e proposito de l’editto non sia turbato. Ma io, benché la raggione di queste azioni e circostanze pende dal mio volere che l’ha possute instituire, e la mia voluntà e decreto sia l’istessa raggione de la giustizia, tutta volta non voglio mancar, prima che proceda ad altro, di liberarvi da questa confusione e maraviglia. Tardi, dico, gravi e pesati denno essere gli proponimenti; maturo, secreto e cauto deve essere il conseglio: ma l’essecuzione bisogna che sia alata, veloce e presta. Però non credete, che intra il desinare qualche strano umore m’abbia talmente assalito che, dopo pranso, mi tegna legato e vinto, onde non a posta di raggione, ma per impeto di nettareo fumo proceda a l’azione; ma dal medesimo giorno de l’anno passato cominciai a consultar entro di me quel tanto che dovevo esseguire in questo giorno ed ora. Dopo pranso, dunque, perché le nove triste non è costume d’apportarle a stomaco diggiuno; all’improviso, perché so molto bene che non cossì come alla festa solete convenir volentieri al conseglio, il quale è intensissimamente da molti di voi fuggito: mentre chi lo teme per non farsi di nemici, chi per incertezza di chi vince e di chi perde, chi per timore ch’il suo conseglio non sia tra dispreggiati, chi per dispetto per quel che il suo parere tal volta non è stato approvato, chi per mostrarsi neutrale nelle cause pregiudiciose o de l’una o de l’altra parte, chi per non aver occasione d’aggravarsi la conscienza: chi per una, chi per un’altra causa.
Or vi ricordo, o fratelli e figli, che a quelli, ai quali il fato ha dato di posser gustare l’ambrosia e bevere il nettare e goder il grado della maestade, è ingionto ancora di comportar tutte gravezze che quella apporta seco. Il diadema, la mitra, la corona, senza aggravarla, non onorano la testa; il manto regale ed il scettro non adornano senza impacciar il corpo. Volete sapere perché io a ciò abbia impiegato il giorno di festa, e specialmente tale quale è la presente? Pare a voi, dunque, pare a voi che sia degno giorno di festa questo? E credete voi che questo non deve essere il più tragico giorno di tutto l’anno? Chi di voi, dopo ch’arrà ben pensato, non giudicarà cosa vituperosissima di celebrar la commemorazion de la vittoria contra gli giganti a tempo che da gli sorgi de la terra siamo dispreggiati e vilipesi? Oh che avesse piaciuto a l’omnipotente irrefragabil fato, che allora fussemo stati discacciati dal cielo, quando la nostra rotta per la dignità e virtù di nemici non era vituperosa tanto; perché oggi siamo nel cielo peggio che se non vi fussemo, peggio che se ne fussemo stati discacciati, atteso che quel timor di noi, che ne rendea tanto gloriosi, è spento; la gran riputazione de la maestà, providenza e giustizia nostra è cassa; e quel che è peggio, non abbiamo facultà e forza di riparar al nostro male, di vendicar le nostre onte; perché la giustizia con la quale il fato governa gli governatori del mondo, ne ha a fatto tolta quella autorità e potestà la quale abbiamo tanto male adoperata, discoperti e nudati avanti gli occhi di mortali e fattigli manifesti i nostri vituperii; e fa che il cielo medesimo con cossì chiara evidenza, come chiare ed evidenti son le stelle, renda testimonianza de misfatti nostri. Perché vi si vedeno aperto gli frutti, le reliquie, gli riporti, le voci, le scritture, le istorie di nostri adulterii, incesti, fornicazioni, ire, sdegni, rapine ed altre iniquitadi e delitti; e che per premio di errori abbiamo fatto maggiori errori, inalzando al cielo i trionfi de vizii e sedie de sceleragini, lasciando bandite, sepolte e neglette ne l’inferno le virtudi e la giustizia.
E per cominciare da cose minori, come da peccati veniali: perché solo il Deltaton, dico quel triangolo, ha ottenute quattro stelle appresso il capo di Medusa, sotto le natiche di Andromeda e sopra le corna del Montone? per far vedere la parzialità, che si trova tra gli dei. Che fa il Delfino, gionto al Capricorno da la parte settentrionale, impadronito di quindeci stelle? vi è, a fine che si possa contemplar la assumpzione di colui, che è stato buon sanzale, per non dir ruffiano, tra Nettuno ed Amfitrite. Perché le sette figlie d’Atlante soprasiedeno appresso il collo del bianco Toro? per essersi, con lesa maestà di noi altri dei, vantato il padre di aver sostenuti noi ed il cielo ruinante; o pur per aver in che mostrar la sua leggerezza i numi, che vi l’han condotte. Perché Giunone ha ornato il Granchio di nove stelle, senza le quattro altre circonstanti che non fanno imagine? solo per un capriccio, perché forficò il tallone ad Alcide a tempo che combatteva con quel gigantone. Chi mi saprà dar altra caggione che il semplice ed irrazional decreto de’ superi, perché il Serpentauro, detto da noi Greci Ofiulco, ottiene con la sua colobrina il campo di trentasei stelle? Qual grave ed opportuna caggione fa al Sagittario usurparsi trenta ed una stella? perché fu figlio di Euschemia, la quale fu nutriccia o baila de le Muse. Perché non più tosto a la madre? perché lui oltre seppe ballare e far i giuochi de le bagattelle. Aquario perché ha quaranta cinque stelle appresso il Capricorno? forse, perché salvò la figlia di Venere Facete nel stagno? Perché non altri, a gli quali noi dei siamo tanto ubligati, che sono sepolti in terra, ma più tosto costui, ch’ha fatto un serviggio indegno di tanta ricompensa, è stato conceduto quel spacio? perché cossì ha piaciuto a Venere.
Gli Pesci, benché meritino qualche mercede per aver dal fiume Eufrate cacciato quell’ovo, che, covato da la colomba, ischiuse la misericordia de la dea di Pafo, tutta volta paionvi soggetti d’ottenir l’ornamento di trentaquattro stelle, senza altre quattro circostanti, ed abitare fuor de l’acqui nella region più nobile del cielo? Che fa Orione, tutto armato a scrimir solo, con le spalancate braccia, impiastrato di trent’otto stelle, ne la latitudine australe verso il Tauro? vi sta per semplice capriccio di Nettuno, a cui non ha bastato di privilegiarlo su l’acqui, dove ha il suo legitimo imperio; ma oltre, fuor del suo patrimonio, si vuol con sì poco proposito prevalere. La Lepre, il Cane e la Cagnolina sapete ch’hanno quarantatré stelle ne la parte meridionale, non per altro, che per due o tre frascarie non minori che quella, che vi fa essere appresso la Idra, la Tassa ed il Corvo, che ottegnono quarant’ed una stella, per memoria di quel, che mandâro una volta gli dei il Corvo a prender l’acqua da bere; il qual per il camino vedde un fico, ch’avea le fiche o gli fichi (perché l’uno e l’altro geno è approvato da grammatici, dite come vi piace): per gola quell’ucello aspettò che fussero maturi, de quali al fine essendosi pasciuto, si ricordò de l’acqua; andò per empir la lancella, veddevi il dragone, abbe paura, e ritornò con la giarra vota agli dei. Li quali, per far chiaro quanto hanno ben impiegato l’ingegno ed il pensiero, hanno descritta in cielo questa istoria di sì gentile ed accomodato servitore. Vedete quanto bene abbiamo speso il tempo, l’inchiostro e la carta. La Corona austrina, che sotto l’arco e piedi di Sagittario si vede ornata di tredeci topacii lucenti, chi l’ha predestinata ad essere eternamente senza testa? Che bel vedere volete voi che sia di quel pesce Nozio, sotto gli piedi d’Aquario e Capricorno, distinto in dodici lumi, con sei altri che gli sono in circa? De l’Altare, o turribulo o fano o sacrario, come vogliam dire, io non parlo; perché giamai li convenne cossì bene d’essere in cielo, se non ora, che quasi non ha dove essere in terra; ora vi sta bene, come una reliquia, o pur come una tavola della sommersa nave de la religion e colto di noi.
Del Capricorno non dico nulla, perché mi par dignissimo d’ottenere il cielo, per averne fatto tanto beneficio, insegnandoci la ricetta, con cui potessimo vencere il Pitone; perché bisognava, che gli dei si trasformassero in bestie, se volevano aver onor di quella guerra: e ne ha donata dottrina, facendoci sapere che non si può mantener superiore chi non si sa far bestia. Non parlo de la Vergine; perché, per conservar la sua verginità, in nessun loco sta sicura se non in cielo, avendo da qua un Leone e da là un Scorpione per sua guardia. La poverina è fuggita da terra, perché l’eccessiva libidine de le donne, le quali, quanto più son pregne, tanto più sogliono appetere il coito, fa che non sia sicura di non esser contaminata, anco se si trovasse nel ventre de la madre; però goda i suoi vintisei carbuncoli con quelli altri sei, che li sono attorno. Circa l’intemerata maestà di que’ doi Asini che luceno nel spacio di Cancro, non oso dire, perché di questi massimamente per dritto e per raggione è il regno del cielo: come con molte efficacissime raggioni altre volte mi propono di mostrarvi, perché di tanta materia non ardisco parlare per modo di passaggio. Ma di questo sol mi doglio e mi lamento assai, che questi divini animali sieno stati sì avaramente trattati, non facendogli essere, come in casa propria, ma nell’ospizio di quel retrogrado animale aquatico, e non munerandoli più che de la miseria di due stelle, donandone una a l’uno e l’altra all’altro; e quelle non maggiori che de la quarta grandezza.
De l’Altare, dunque, Capricorno, Vergine ed Asini (benché prendo a dispiacere ch’ad alcuni di questi non essendo lor trattati secondo la dignità, in loco di essere fatto onore, forse gli è stato fatta ingiuria) or al presente non voglio definir cosa alcuna; ma torno a gli altri suppositi, che vanno per la medesima bilancia con gli sopradetti.
Non volete voi che murmurino gli altri fiumi, che sono in terra, per il torto che gli vien fatto? Atteso che, qual raggion vuole che più tosto l’Eridano deve aver le sue trenta e quattro lucciole, che si veggono citra ed oltre il tropico di Capricorno, più tosto che tanti altri non meno degni e grandi, ed altri più degni e maggiori? Pensate che basta dire che le sorelle di Fetone v’abbiano la stanza? O forse volete che vegna celebrato, perché ivi per mia mano cadde il fulminato figlio d’Apollo, per aver il padre abusato del suo ufficio, grado ed autoritade? Perché il cavallo di Bellerofonte è montato ad investirsi de vinti stelle in cielo, essendo che sta sepolto in terra il suo cavalcatore? A che proposito quella saetta, che per il splendor di cinque stelle, che tiene inchiodate, luce prossima a l’Aquila e Delfino? Certo, che se gli fa gran torto che non stia vicina al Sagittario a fin che se ne possa servire, quando arrà tirato quella che tiene in punta; o pur non appaia in parte dove possa rendere qualche raggion di sé. Apresso bramo intendere, tra il spoglio del Leone e la testa di quel bianco e dolce Cigno, che fa quella lira fatta di corna di bue in forma di testugine? Vorrei sapere, se la vi dimore per onor de la testugine, o de le corna, o de la lira, o pur perché ognun veda la mastria di Mercurio che l’ha fatta, per testimonio de la sua dissoluta e vana iattanzia?
Ecco, o dei, l’opre nostre; ecco le egregie nostre manifatture, con le quali ne rendemo onorati al cielo! Vedete che belle fabriche, non molto dissimili a quelle che sogliono far gli fanciulli, quando contrattano la luta, la pasta, le miscuglie, le frasche e festuche, tentando d’imitare l’opre di maggiori! Pensate, che non doviamo render raggione e conto di queste? Possete persuadervi, chede l’opre ociose sarremo meno richiesti, interrogati, giudicati e condannati, che dell’ociose paroli? La dea Giustizia, la dea Temperanza, la dea Constanza, la dea Liberalitade, la dea Pazienza, la dea Veritade, la dea Mnemosine, la dea Sofia e tante altre dee e dei vanno banditi non solo dal cielo, ma ed oltre da la terra; ed in loco loro e ne gli eminenti palaggi, edificati da l’alta Providenza per residenza loro, vi si veggono delfini, capre, corvi, serpenti ed altre sporcarie, levitadi, capricci e legerezze. Se vi par questa cosa inconveniente, e ne tocca il rimorso de la conscienza per il bene che non abbiam fatto; quanto più dovete meco considerare che doviamo esser punti e trafitti per le gravissime sceleraggini e delitti, che comessi avendono, non solamente non ne siamo ripentiti ed emendati, ma oltre ne abbiamo celebrati triomfi e drizzati come trofei, non in un fano labile e ruinoso, non in tempio terrestre, ma nel cielo e nelle stelle eterne. Si può patire, o dei, e facilmente si condona a gli errori, che son per fragilità, e per non molto giudiciosa levità; ma qual misericordia, qual pietate può rivoltarsi a quelli, che son commessi da color che, essendono posti presidenti nella giustizia, in mercede di criminalissimi errori, contribuiscono maggiori errori con onorare, premiar ed essaltar al cielo gli delitti insieme con gli delinquenti? Per qual grande e virtuoso fatto Perseo av’ottenute vintesei stelle? Per aver con gli talari e scudo di cristallo, che lo rendeva invisibile, in serviggio de l’infuriata Minerva ammazzate le Gorgoni che dormivano, e presentatogli il capo di Medusa. E non ha bastato che vi fusse lui, ma per lunga e celebre memoria bisognava che vi comparisse la moglie Andromeda con le sue vintitré, il suo genero Cefeo con le sue tredeci, che espose la figlia innocente alla bocca del Ceto per capriccio di Nettuno, adirato solamente perché la sua madre Cassiopea pensava essere più bella che le Nereidi. E però anco la madre vi si vede residente in catedra, ornata di tredeci altre stelle ne’ confini de l’Artico circolo. Quel padre di agnelli con la lana d’oro, con le sue diece ed otto stelle senza l’altre sette circonstanti, che fa balando sul punto equinoziale? E forse ivi per predicar la pazzia e sciocchezza del re di Colchi, l’impudicizia di Medea, la libidinosa temeritade di Giasone e l’iniqua providenza di noi altri? Que’ doi fanciulli, che nel signifero succedeno al Toro, compresi da diece e otto stelle, senza altre sette circonstanti informi, che mostrano di buono o di bello in quella sacra sedia, eccetto che il reciproco amore di doi bardassi? Per qual raggione il Scorpione ottiene il premio di venti ed una stelle, senza le otto che son ne le chele, e le nove che sono circa lui, e tre altre informi? Per premio d’un omicidio ordinato dalla leggerezza ed invidia di Diana, che gli fece uccidere l’emulo cacciator Orione. Sapete bene che Chirone con la sua bestia ottiene nella australe latitudine del cielo sessanta e sei stelle per esser stato pedante di quel figlio, che nacque dal stupro di Peleo e.Teti.
Sapete che la corona di Ariadna, nella quale risplendeno otto stelle, ed è celebrata là, avanti il petto di Boote e le spire de l’angue, non v’è se non in commemorazione perpetua del disordinato amor del padre Libero, che s’imbracciò la figlia del re di Creta, rigettata dal suo stuprator Teseo.
Quel Leone, che nel core porta il basilisco, e che ottiene il campo di trenta e cinque stelle, che fa continuo al Cancro? Evi forse per esser gionto a quel suo conmilitone e suo conservo de l’irata Giunone, che lo apparecchiò vastatore del Cleoneo paese, a fine che, a mal grado di quello, aspetasse l’advenimento del strenuo Alcide? Ercole invitto, laborioso mio figlio, che col suo spoglio di leone e la sua mazza par che si difenda le vinti ed otto stelle, quali con più che mai altri abbia fatto tanti gesti eroici s’ha meritate, pure, a dire il vero, non mi par conveniente che tegna quel loco, onde il suo geno pone avanti gli occhi della giustizia il torto fatto al nodo coniugale della mia Giunone per me e per la pellice Megara, madre di lui. La nave di Argo, nella quale sono inchiodate quarantacinque risplendenti stelle, ne l’ampio spacio vicino al circolo Antartico, evi ad altro fine che per eternizare la memoria del grande errore che commese la saggia Minerva, che mediante quella instituì gli primi pirati a fine che, non meno che la terra, avesse gli suoi solleciti predatori il mare? E per tornar là dove s’intende la cintura del cielo, perché quel Bove, verso il principio del zodiaco, ottiene trenta e due chiare stelle, senza quella ch’è nella punta del corno settentrionale, ed undeci altre che son chiamate informi? Per ciò che è quel Giove (oimè!) che rubbò la figlia ad Agenore, la sorella a Cadmo. Che Aquila è quella che nel firmamento s’usurpa l’atrio di quindeci stelle, oltre Sagittario, verso il polo? Lasso, è quel Giove che ivi celebra il trionfo del rapito Ganimede e di quelle vittoriose fiamme ed amori. Quella Orsa, quella Orsa, o dei, perché nella più bella ed eminente parte del mondo, come in una alta specola, come in una più aprica piazza e più celebre spettacolo, che ne l’universo presentar si possa a gli occhi nostri, è stata messa? Forse a fine che non sia occhio, che non veda l’incendio ch’assalse il padre de gli dei appresso l’incendio de la terra per il carro di Fetonte, quando in quel mentre ch’andavo guardando le ruine di quel fuoco, e riparando a quelle con richiamare i fiumi che timidi e fugaci erano ristretti a le caverne, e ciò effettuando nel mio diletto Arcadio paese: ecco, altro fuoco m’accese il petto, che dal splendor del volto de la vergine Nonacrina procedendo, passommi per gli occhi, scorsemi nel core, scaldommi l’ossa e penetrommi dentro le midolla; di sorte che non fu acqua né remedio che potesse dar soccorso e refrigerio all’incendio mio. In questo foco fu il strale che mi trafisse il core, il laccio che mi legò l’alma, e l’artiglio che mi tolse a me e diemmi in preda alla beltà di lei. Commesi il sacrilego stupro, violai la compagnia di Diana e fui a la mia fidelissima consorte ingiurioso; per la quale in forma e specie d’una Orsa presentandomise la bruttura del fedo eccesso mio, tanto si manca che da quella abominevol vista io concepesse orrore, che sì bello mi parve quel medesimo mostro e sì mi soprapiacque, che volsi ch’il suo vivo ritratto fusse essaltato nel più alto e magnifico sito de l’architetto del cielo: quell’errore, quella bruttezza, quell’orribil macchia che sdegna ed abomina lavar l’acqua de l’Oceano, che Teti, per tema di contaminar l’onde sue, non vuol che punto s’avicine verso la sua stanza, Dictinna l’ha vietato l’ingresso di suoi deserti per tema di profanar il sacro suo collegio, e per la medesima caggione gli niegano i fiumi le Nereidi e Ninfe.
Io, misero peccatore, dico la mia colpa, dico la mia gravissima colpa, in conspetto de l’intemerata absoluta giustizia, e vostro, che sin al presente ho molto gravemente peccato, e per il mal essempio ho porgiuta ancor a voi permissione e facultà di far il simile; e con questo confesso che degnamente io insieme con voi siamo incorsi il sdegno del fato, che non ne fa più essere riconosciuti per dei, e mentre abbiamo a le sporcarie de la terra conceduto il cielo, ha dispensato ch’a noi fussero cassi gli tempii, imagini e statue, ch’avevamo in terra; a fine che degnamente da alto vegnano depressi quelli, quali indegnamente han messe in alto le cose vili e basse.
Oimè, dei, che facciamo? che pensiamo? che induggiamo? Abbiamo prevaricato, siamo stati perseveranti ne gli errori, e veggiamo la pena gionta e continuata con l’errore. Provedemo, dunque, provedemo a’ casi nostri; perché, come il fato ne ha negato il non posser cadere, cossì ne ha conceduto il possere risorgere; però come siamo stati pronti al cascare, cossì anco siamo apparecchiati a rimetterci su gli piedi. Da quella pena nella quale mediante l’errore siamo incorsi, e peggior della quale ne potrebe sopravenire, mediante la riparazione, che sta nelle nostre mani, potremo senza difficultade uscire. Per la catena de gli errori siamo avinti; per la mano della giustizia ne disciogliamo. Dove la nostra levità ne ha deprimuti, indi bisogna che la gravità ne inalze. Convertiamoci alla giustizia, dalla quale essendo noi allontanati, siamo allontanati da noi stessi; di sorte che non siamo più dei, non siamo più noi. Ritorniamo dunque a quella, se vogliamo ritornare a noi.
L’ordine e maniera di far questo riparamento è che prima togliamo da le nostre spalli la grieve soma d’errori che ne trattiene; rimoviamo d’avanti gli nostri occhi il velo de la poca considerazione, che ne impaccia; isgombramo dal core la propria affezione, che ne ritarda; gittiamo da noi tutti que’ vani pensieri che ne aggravano; adattiamoci a demolire le machine di errori ed edificii di perversitade che impediscono la strada ed occupano il camino; cassiamo ed annulliamo, quanto possibil fia, gli trionfi e trofei di nostri facinorosi gesti, a fine che appaia nel tribunal della giustizia verace pentimento di commessi errori. Su, su, o dei, tolgansi dal cielo queste larve, statue, figure, imagini, ritratti, processi ed istorie de nostre avarizie, libidini, furti, sdegni, dispetti ed onte. Che passe, che passe questa notte atra e fosca di nostri errori, perché la vaga aurora del novo giorno de la giustizia ne invita; e disponiamoci di maniera tale al sole, ch’è per uscire, che non ne discuopra cossì come siamo immondi. Bisogna mondare e renderci belli; non solamente noi, ma anco le nostre stanze e gli nostri tetti fia mestiero che sieno puliti e netti: doviamo interiore- ed esteriormente ripurgarci. Disponiamoci, dico, prima nel cielo che intellettualmente è dentro di noi, e poi in questo sensibile che corporalmente si presenta a gli occhi. Togliemo via dal cielo de l’animo nostro l’Orsa della difformità, la Saetta de la detrazione, l’Equicolo de la leggerezza, il Cane de la murmurazione, la Canicola de l’adulazione. Bandiscasi da noi l’Ercole de la violenza, la Lira de la congiurazione, il Triangolo de l’impietà, il Boote de l’inconstanza, il Cefeo de la durezza. Lungi da noi il Drago de l’invidia, il Cigno de l’imprudenza, la Cassiopea de la vanità, l’Andromeda de la desidia, il Perseo della vana sollecitudine. Scacciamo l’Ofiulco de la maldizione, l’Aquila de l’arroganza, il Delfino de la libidine, il Cavallo de l’impacienza, l’Idra de la concupiscenza. Togliemo da noi il Ceto de l’ingordiggia, l’Orione de la fierezza, il Fiume de le superfluitadi, la Gorgone de l’ignoranza, la Lepre del vano timore. Non ne sia oltre dentro il petto l’Argonave de l’avarizia, la Tazza de l’insobrietà, la Libra de l’iniquità, il Cancro del mal regresso, il Capricorno de la decepzione. Non fia che ne s’avicine il Scorpio de la frode, il Centauro de la animale affezione, l’Altare de la superstizione, la Corona de la superbia, il Pesce de l’indegno silenzio. Con questi caggiano gli Gemini de la mala familiaritade, il Toro de la cura di cose basse, l’Ariete de l’inconsiderazione, il Leone de la Tirannia, l’Aquario de la dissoluzione, la Vergine de l’infruttuosa conversazione, il Sagittario de la detrazione. Se cossì, o dei, purgaremo la nostra abitazione, se cossì renderemo novo il nostro cielo, nove saranno le costellazioni ed influssi, nove l’impressioni, nove fortune; perché da questo mondo superiore pende il tutto, e contrarii effetti sono dependenti da cause contrarie. O felici, o veramente fortunati noi, se farremo buona colonia del nostro animo e pensiero! A chi de voi non piace il presente stato, piaccia il presente conseglio. Se vogliamo mutar stato, cangiamo costumi. Se vogliamo che quello sia buono e megliore, questi non sieno simili o peggiori. Purghiamo l’interiore affetto, atteso che da l’informazione di questo mondo interno non sarà difficile di far progresso alla riformazione di questo sensibile ed esterno. La prima purgazione, o dei, veggio che la fate, veggio che l’avete fatta; la vostra determinazione io la veggio; ho vista la vostra determinazione, la è fatta; ed è subito fatta, perché la non è soggetta a’ contrapesi del tempo.
Or su, procediamo alla seconda purgazione. Questa è circa l’esterno, corporeo, sensibile e locato. Però bisogna che vada con certo discorso, successione ed ordine; però bisogna aspettare, conferir una cosa con l’altra, comparar questa raggione con quella, prima che determinare; atteso che circa le cose corporali, come in tempo è la disposizione, cossì non può essere, come in uno instante, l’essecuzione. Eccovi dunque il termine di tre giorni, dove non avete da decidere e determinare infra di voi, se questa riforma si debba fare o non; perché per ordinanza del fato, subito che vi l’ho proposta, insieme l’avete giudicata convenientissima, necessaria ed ottima; e non in segno esteriore, figura ed ombra, ma realmente ed in verità veggio il vostro affetto, come voi reciprocamente vedete il mio; e non men subito ch’io v’ho tocco l’orecchio col mio proponimento, voi col splendor del consentimento vostro m’avete tocchi gli occhi. Resta dunque che pensiate e conferite infra di voi circa la maniera, con cui s’ha da provedere a queste cose che si toglieno dal cielo, per le quali fia mestiero procacciare ed ordinar altri paesi e stanze; ed oltre, come s’hanno da empire queste sedie a fin che il cielo non rimagna deserto, ma megliormente colto ed abitato che prima. Passati che saranno gli tre giorni, verrete premeditati in mia presenza circa loco per loco e cosa per cosa, acciò che, non senza ogni possibile discussione, conveniamo il quarto giorno a determinare e pronunziar la forma di questa colonia. Ho detto.
Cossì, o Saulino, il padre Giove toccò l’orecchio, accese il spirto e commosse il core del Senato e Popolo celeste, che lui medesimo apertamente ne’ volti e gesti s’accorse, mentre orava, che nella mente loro era conchiuso e determinato quel tanto che da lui lor venia proposto. Avendo dunque fatta la ultima clausola ed imposto silenzio al suo dire il gran Patriarca degli dei, tutti con una voce e con un tuono dissero: —Molto volentieri, o Giove, consentemo d’effettuar quel tanto che tu hai proposto e veramente ha predestinato il fato. —Qua succese il fremito de la moltitudine, qua apparendo segno d’una lieta risoluzione, là d’un volenteroso ossequio, qua d’un dubio, là d’un pensiero, qua un applauso, là un scrollar di testa di qualche interessato, ivi una specie di vista, e quivi un’altra, sin tanto che, gionta l’ora di cena, chi da questo lato si retirò, e chi da quell’altro.
Saul. — Cose di non poco momento, o Sofia!
Terza parte del primo Dialogo
Sofia — Venuto il quarto giorno, ed essendo appunto l’ora di mezo dì, convennero di bel novo al conseglio generale, dove non solamente fu lecito d’esser presenti gli prefati numi più principali, ma oltre tutti quelli altri, ai quali è conceduto, come per lege naturale, il cielo. Sedente dunque il Senato e Popolo de gli dei, e con il consueto modo essendo montato sul solio di safiro inorato Giove, con quella forma di diadema e manto con cui solamente ne gli sollennissimi concilii suol comparire, rassettato il tutto, messa in punto d’attenzion la turba, ed inditto alto silenzio, di maniera che gli congregati sembravano tante statue o tante pitture; si presenta in mezzo con gli suoi ordini, insegna e circonstanze il mio bel nume Mercurio. E gionto avanti il conspetto del gran padre, brevemente annunziò, interpretò ed espose quel che non era a tutto il conseglio occolto, ma che, per servar la forma e decoro de statuti, bisogna pronunziare. Cioè come gli dei erano pronti ed apparecchiati senza simulazione e dolo, ma con libera e spontanea voluntade, ad accettare e ponere in esecuzione tutto quello che per il presente sinodo verrebe conchiuso, statuto ed ordinato. Il che avendo detto, si voltò a gli circonstanti dei, e gli richiese che con alzar la mano facessero aperto e ratificato quel tanto ch’in nome loro aveva esposto in presenza de l’altitonante. E cossì fu fatto.
Appresso apre la bocca il magno protoparente, e fassi in cotal tenore udire: —Se gloriosa, o dei, fu la nostra vittoria contra gli giganti, che in breve spacio di tempo risorsero contra di noi, che erano nemici stranieri ed aperti, che ne combattevano solo da l’Olimpo, e che non possevano né tentavano altro che de ne precipitar dal cielo; quanto più gloriosa e degna sarà quella di noi stessi, li quali fummo contra lor vittoriosi? Quanto più degna, dico, e gloriosa è quella di nostri affetti, che tanto tempo han trionfato di noi, che sono nemici domestici ed interni che ne tiranneggiano da ogni lato, e che ne hanno trabalsati e smossi da noi stessi?
Se dunque di festa degno ne ha parso quel giorno che ne partorì vittoria tale di quale il frutto in un momento disparve, quanto più festivo dev’essere questo di cui la fruttuosa gloria sarà eviterna per gli secoli futuri? Séguite, dunque, d’essere festivo il giorno de la vittoria; ma da quel che si diceva de la vittoria de giganti, dicasi de la vittoria de gli Dei, perché in esso abbiamo vinti noi medesimi. Instituiscasi oltre festivo il giorno presente nel quale si ripurga il cielo, e questo sia più sollenne a noi, che abbia mai possuto essere a gli Egizii la trasmigrazione del popolo leproso, ed a gli Ebrei il transito dalla Babilonica cattivitade. Oggi il morbo, la peste, la lepra si bandisce dal cielo a gli deserti; oggi vien rotta quella catena di delitti e fracassato il ceppo de gli errori, che ne ubligano al castigo eterno. Or dunque, essendo voi tutti di buona voglia per procedere a questa riforma, ed avendo, come intendo, tutti premeditato il modo con cui si debba e possa venire al fatto; acciò che queste sedie non rimagnano disabitate, ed agli trasmigranti sieno ordinati luoghi convenienti, io cominciarò a dire il mio parere circa uno per uno; e prodotto che sarà quello, se vi parrà degno d’essere approvato, ditelo; se vi sembrarà inconveniente, esplicatevi; se vi par che si possa far meglio, dechiaratelo; se da quello si deve togliere, dite il vostro parere; se vi par che vi si deve aggiongere, fatevi intendere; perché ognuno ha plenaria libertà di proferire il suo voto; e chiunque tace, se intende affirmare. —Qua assorsero alquanto tutti gli dei, e con questo segno ratificâro la proposta.
—Per dar, dunque, principio e cominciar da capo, disse Giove, veggiamo prima le cose che sono da la parte boreale, e provediamo circa quelle; e poi a mano a mano per ordine faremo progresso sin al fine. Dite voi: che vi pare, e che giudicate di quella Orsa? —Gli dei, alli quali toccavano le prime voci, commesero a Momo che rispondesse; il qual disse: —Gran vituperio, o Giove, e più grande che tu medesimo possi riconoscere, che nel luogo del cielo più celebre, là dove Pitagora (che intese il mondo aver le braccia, gambe, busto e testa) disse essere la parte superior di quello, alla quale è contraposto l’altro estremo che dice essere l’infima regione; iuxta quello che cantò un Poeta di quella setta:
Hic vertex nobis semper sublimis, at illum
Sub pedibus Styx atra videt manesque profundi:
là dove gli marinaii si consultano negli devii ed incerti camini del mare, là verso dove alzano le mani tutti gli travagliati che patiscono tempeste: là verso dove ambivano gli giganti: là dove la generazion fiera di Belo facea montare la torre di Babelle: là dove gli maghi del specchio calibeo cercano gli oracoli de Floron, uno de’ grandi principi de gli arctici spiriti: là dove gli Cabalisti dicono che Samaele volse inalzare il solio per farsi assomigliante al primo altitonante; hai posto questo brutto animalaccio, il quale, non con una occhiata, non con un rivoltato mustaccio, non con qualche imagine di mano, non con un piede, non con altra meno ignobil parte del corpo, ma con una coda (che contra la natura de l’orsina specie volse Giunone che gli rimanesse attaccata dietro), quasi come un indice degno di tanto luogo, fai che vegna a mostrar a tutti terrestri, maritimi e celesti contemplatori il polo magnifico e cardine del mondo. Quanto, dunque, facesti male de vi la inficcare, tanto farai bene di levarnela; e vedi di farne intendere dove la vuoi mandare, e che cosa vuoi ch’in suo loco succeda. —Vada, disse Giove, dove a voi altri pare e piace, o a gli Orsi d’Inghilterra, o a gli Orsini o Cesarini di Roma, se volete che stia in città a bell’aggio. —A gli claustri di Bernesi vorei che la fusse impriggionata, disse Giunone. —Non tanto sdegno, mia moglie, replicò Giove; vada dove si vuole, purché sia libera e lasce quel loco nel quale, per essere la sedia più eminente, voglio che faccia la sua residenza la Veritade; perché là le unghie de la detrazione non arivano, il livore de l’invidia non avelena, le tenebre de l’errore non vi profondano. Ivi starà stabile e ferma; là non sarà exagitata da flutti e da tempeste; ivi sarà sicura guida di quelli che vanno errando per questo tempestoso pelago d’errori; ed indi si mostrarà chiaro e terso specchio di contemplazione. -Disse il padre Saturno: —Che farremo di quella Orsa maggiore? Propona Momo. —E lui disse: —Vada, perché la è vecchia, per donna di compagna di quella minore giovanetta; e vedete che non gli dovegna roffiana; il che se accaderà, sia condannata ad servir a qualche mendico, che con andarla mostrando e con farla cavalcare da fanciulli ed altri simili, per curar la febre quartana ed altre picciole infirmitadi, possa guadagnar da vivere per lui e lei. -Dimanda Marte: —Che farremo di quel nostro Draggonaccio, o Giove? —Dica Momo, —rispose il padre. E quello: —La è una disutile bestia, e che è meglio morta che viva. Però, se vi pare, mandiamola ne l’Ibernia, o in un’isola de l’Orcadi a pascere. Ma guardate bene, ché con la coda è dubio che non faccia qualche ruina di stelle con farle precipitar in mare. —Rispose Apolline: —Non dubitar, o Momo: perché ordinarò a qualche Circe o Medea, che con quei versi con gli quali si seppe addormentare quando era guardiano de le poma d’oro, adesso di nuovo insoporato sia trasportato pian pianino in terra. E non mi par che debba morire, ma si vada mostrando ovunque è barbara bellezza: perché le poma d’oro saranno la beltade, il drago sarà la fierezza, Giasone sarà l’amante, l’incanto ch’addormenta il drago, sarà che
Non è sì duro cor che proponendo,
Tempo aspettando, piangendo ed amando,
E talvolta pagando, non si smuova:
Né sì freddo voler, che non si scalde.
Che cosa vuoi che succeda al suo luogo, o padre? —La prudenza, rispose Giove, la quale deve essere vicina alla Veritade; perché questa non deve maneggiarsi, moversi ed adoperarsi senza quella, e perché l’una senza la compagnia de l’altra non è possibile che mai profitte o vegna onorata. —Ben provisto, —dissero i dei. Soggionse Marte: —Quel Cefeo, quando era re, malamente seppe menar le braccia per aggrandir quel regno che la fortuna gli porse. Ora, non è bene che qua, in quel modo che fa, spandendo di tal sorte le braccia ed allargando i passi, si faccia cossì la piazza grande in cielo. —È bene, dunque, disse Giove, che se gli dia da bere l’acqua di Lete, a fin che si dismentiche, ponendo in oblio la terrena e celeste possessione, e rinasca un animale che non abbia né gambe né braccia. —Cossì deve essere, soggionsero li dei: ma che in loco suo succeda la Sofia, perché la poverina deve anch’ella participar de gli frutti e fortune de la Veritade, sua indissociabile compagna, con la quale sempre ha comunicato nelle angustie, afflizioni, ingiurie e fatiche; oltre che, se non è costei che li coadministre, non so come ella potrà essere mai gradita ed onorata. —Molto volentieri, disse Giove, lo accordo, e vi consento o Dei; perché ogni ordine e raggione il vuole; e massime, perché malamente crederei aver reposta quella nel suo luogo senza questa, ed ivi non si potrebe trovar contenta, lontana della sua tanto amata sorella e diletta compagna.
—De l’Arctofilace, disse Diana, che, sì ben smaltato di stelle, guida il carro, che credi, Momo, che si debba fare? —Rispose: —Per esser lui quel Arcade, frutto di quel sacrilego ventre, e quel generoso parto che rende testimonio ancora de gli orrendi furti del gran padre nostro, deve partirsi da qua: or provedete voi de la sua abitazione. -Disse Apolline: —Per esser figlio di Calisto, séguite la madre! —Soggionse Diana: —E perché fu cacciatore d’orsi, séguite la madre, con questo che non gli ficchi qualche punta di partesana adosso. —Aggiunse Mercurio: —E perché vedete, che non sa far altro camino, vada pur sempre guardando la madre, la quale se ne devria ritornare all’Erimantide selve. —Cossì sarà meglio, disse Giove: e perché la meschina fu violata per forza, io voglio riparar al suo danno, da quel loco rimettendola, se cossì piace a Giunone ancora, nella sua pristina bella figura. —Mi contento, disse Giunone, quando prima l’arrete rimessa nel grado della sua verginità, e per consequenza in grazia de Diana. —Non parliamo più di questo per ora, disse Giove; ma veggiamo che cosa vogliamo far succedere al luogo di costui. —Dopo fatte molte e molte discussioni: —Ivi, sentenziò Giove, succeda la Legge, perché questa ancora è necessario che sia in cielo, atteso che cossì questa è figlia della Sofia celeste e divina, come quell’altra è figlia de l’inferiore, in cui questa Dea manda il suo influsso ed irradia il splendor del proprio lume, in quel mentre che va per gli deserti e luoghi solitarii de la terra. —Ben disposto, o Giove, disse Pallade; perché non è vera, né buona legge quella che non ha per madre la Sofia, e per padre l’intelletto razionale; e però là questa figlia non deve star lungi da la sua madre; ed a fin che da basso contempleno gli uomini come le cose denno essere ordinate appreso loro, si proveda qua in questa maniera, se cossì piace a Giove. Appresso séguita la sedia della corona Boreale, fatta di safiro, arrichita di tanti lucidi diamanti, e che fa quella bellissima prospettiva con quattro e quattro, che son otto, carbuncoli ardenti. Questa, per esser cosa fatta a basso, trasportata da basso, mi par molto degna d’esser presentata a qualche eroico prencipe, che non ne sia indegno; però veda il nostro padre, a chi manco meno indegnamente deve essere presentata da noi. —Rimagna in cielo, rispose Giove, aspettando il tempo, in cui devrà essere donata in premio a quel futuro invitto braccio, che con la mazza ed il fuoco riportarà la tanto bramata quiete alla misera ed infelice Europa, fiaccando gli tanti capi di questo peggio che Lerneo mostro, che con moltiforme eresia sparge il fatal veleno, che a troppo lunghi passi serpe per ogni parte per le vene di quella. —Aggiunse Momo: —Bastarà che done fine a quella poltronesca setta di pedanti, che senza ben fare secondo la legge divina e naturale, si stimano e vogliono essere stimati religiosi grati a’ dei, e dicono che il far bene è bene, il far male è male; ma non per ben che si faccia o mal che non si faccia, si viene ad essere degno e grato a’ dei; ma per sperare e credere secondo il catechismo loro. Vedete, dei, se si trovò mai ribaldaria più aperta di questa, che da quei soli non è vista, li quali non veggon nulla.
—Certo, disse Mercurio, colui che non conosce nulla forfantaria, non conosce questa ch’è la madre di tutte. Quando Giove istesso e tutti noi insieme proponessimo tal patto a gli uomini, deremmo essere più abominati che la morte, come quei che, in grandissimo pregiudizio del convitto umano, non siamo solleciti d’altro, che della vana gloria nostra. —Il peggio è, disse Momo, che ne infamano, dicendo che questa è instituzione de superi; e con questo che biasmano gli effetti e frutti, nominandoli ancor con titulo di defetti e vizii. Mentre nessuno opera per essi, ed essi operano per nessuno (perché non fanno altra opra che dir male de l’opre), tra tanto vivono de l’opre di quelli ch’hanno operato per altri che per essi, e che per altri hanno instituiti tempii, capelle, xeni, ospitali, collegii ed universitadi; onde sono aperti ladroni ed occupatori di beni ereditarii d’altri; li quali, se non son perfetti, né cossì buoni, come denno, non saranno però (come sono essi) perversi e perniciosi al mondo; ma più tosto necessarii alla republica, periti ne le scienze speculative, studiosi de la moralitade, solleciti circa l’aumentar il zelo e la cura di giovar l’un l’altro, e mantener il convitto (a cui sono ordinate tutte leggi), proponendo certi premii a’ benefattori, e minacciando certi castighi a’ delinquenti. Oltre, mentre dicono ogni lor cura essere circa cose invisibili, le quali né essi, né altri mai intesero, dicono ch’alla consecuzion di quelle basta il solo destino, il quale è immutabile, mediante certi affetti interiori e fantasie, de quali massimamente gli dei si pascano. —Però, disse Mercurio, non gli deve dar fastidio, né eccitar il zelo, che alcuni credeno le opere essere necessarie; perché tanto il destino di quelli, quanto il destino loro che credeno il contrario, è prefisso, e non si cangia perché il lor credere o non credere si cangie, e sia d’una ed un’altra maniera. E per la medesima caggione essi non denno essere molesti a color che non gli credeno, e che le stimano sceleratissimi; perché non per questo che gli vegnono a credere e stimarli uomini da bene, cangiaranno destino. Oltre che, secondo la lor dottrina, non è in libertà de l’elezion loro di mutarsi a questa fede. Ma gli altri che credeno il contrario, possono giuridicamente, secondo la lor conscienza, non solamente essere a lor molesti; ma, oltre, stimar gran sacrificio a gli dei e beneficio al mondo di perseguitarli, ammazzarle e spengerli da la terra, perché son peggiori che li bruchi e le locuste sterili e quelle arpie le quali non opravano nulla di buono, ma solamente que’ beni che non posseano vorare, strapazzavano ed insporcavano con gli piedi, e faceano impedimento a quei che s’esercitavano..
—Tutti quei, ch’hanno giudicio naturale, disse Apolline, giudicano le leggi buone, perché hanno per scopo la prattica; e quelle in comparazione son megliori, che donano meglior occasione a meglior prattica: perché de tutte leggi altre son state donate da noi, altre finte da gli uomini, massime per il comodo de l’umana vita; e per ciò che alcuni non veggono il frutto de lor meriti in quella vita, però gli vien promesso e posto avanti gli occhi de l’altra vita il bene e male, premio e castigo, secondo le lor opre. De tutti quanti, dunque, che diversamente credeno ed insegnano, disse Apollo, questi soli son meritevoli d’esser perseguitati dal cielo e da la terra, ed esterminati come peste del mondo, e non son più degni di misericordia che gli lupi, orsi e serpenti, nel spenger de quali consiste opra meritoria e degna: anzi tanto incomparabilmente meritarà più chi le toglierà, quanto pestilenza e ruina maggiore apportano questi che quelli. Però ben specificò Momo, che la Corona australe a colui massime si deve, il quale è disposto dal fato a togliere questa fetida sporcaria del mondo.
—Bene, disse Giove, cossì voglio, cossì determino, che sia dispensata questa corona, come raggionevolmente Mercurio, Momo ed Apolline hanno proposto, e voi altri consentite. Questa pestilenza, per essere cosa violenta e contra ogni legge e natura, certo non potrà molto durare; come possete accorgervi, ch’hanno costoro il lor destino o fato nemicissimo, perché mai crebbe il numero di questi, se non a fine di far più numerosa ruina. —È ben degno premio, disse Saturno, la corona per colui, che le toglierà via; ma a questi perversi è picciola ed improporzionata pena, che sieno solamente spenti dalla conversazion de gli uomini: però mi par oltre giusto che, lasciato ch’aranno quel corpo, appresso, per molti lustri e per più centinaia d’anni, da corpo in corpo trasmigrando per diverse vice e volte, se ne vadano ad abitar in porci, che sono gli più poltroni animali del mondo, o vero sieno ostreche marine attaccate ai scogli.
—La giustizia, disse Mercurio, vuole il contrario. Mi par giusto, che per pena de l’ocio sia data la fatica. Però sarà meglio, che vadano in asini, dove ritegnano la ignoranza e si dispogliano de l’ocio; ed in quel supposito, in mercé di continuo lavore, abbiano poco fieno e paglia per cibo, e molte bastonate per guidardone. —Questo parere approvâro tutti gli Dei insieme. Allora sentenziò Giove, che la corona sia eterna di colui che gli arà donata l’ultima scossa; ed essi per tremilia anni da asini sempre vadano migrando in asini. Sentenziò oltre, che in loco di quella corona particolare succedesse la ideale e comunicabile in infinito, perché da quella possano essere suscitate infinite corone, come da una lampade accesa senza sua diminuzione, e senza scemarsi punto di virtude ed efficacia, se ne accendeno infinite altre. Con la qual corona intese che fusse aggionta la spada ideale, la quale similmente ha più vero essere che qualsivoglia particolare, sussistente infra gli limiti delle naturali operazioni. Per la qual spada e corona intende Giove il giudicio universale, per cui nel mondo ogniuno vegna premiato e castigato, secondo la misura de gli meriti e delitti. Approvâro molto questa provisione tutti gli dei, per quel che conviene che alla Legge abbia la sedia vicina il Giudicio, perché questo si deve governar per quella, e quella deve esercitarsi per questo; questo deve esseguire, e quella dettare; in quella ha da consistere tutta la teoria, in questo tutta la pratica.
Dopo fatti molti discorsi e digressioni in proposito di questa sedia, mostrò Momo a Giove Ercole, e gli disse: —Or, che faremo di questo tuo bastardo? —Avete udito, dei, rispose Giove, la caggione per la quale il mio Ercole deve andarsene con gli altri altrove. Ma non voglio che la sua andata sia simile a quella de tutti gli altri; perché la causa, modo e raggione de la sua assumpzione è stata molto dissimile, per ciò che solo e singularmente per le virtudi e meriti de gli gesti eroici s’ha meritato il cielo; e benché spurio, degno però di essere legitimo figlio di Giove s’è dimostrato. E vedete aperto, che solo la causa de l’essere adventizio, e non naturalmente dio, fa che li sia negato il cielo; ed è il mio, non suo errore quello che per lui io vegno, come è stato detto, notato. E credo, che vi rimorda la conscienza; ché se uno da quella regola e determinazion generale devesse essere eccettuato, questo solo derrebe essere Ercole. Però, se lo togliemo da qua e lo mandamo in terra, facciamo che non sia senza suo onore e riputazione, la quale non sia minore che se continuasse in cielo. -Assorsero molti, dico, la più gran parte de gli dei, e dissero: —Con maggiore, se maggior si puote. —Instituisco, dunque, Giove soggionse, che con questa occasione a costui, come a persona operosa e forte, sia donata tal commissione e cura, per quale si faccia dio terrestre, talmente grande, che vegna da tutti stimato maggior che quando era autenticato per celeste semideo. —Risposero que’ medesimi: —Cossì sia. —E perché alcuni de quegli né erano assorti allora, né parlavano adesso, si converse Giove a loro, e gli disse, che ancor essi si facessero intendere. Però di quelli alcuni dissero: Probamus; —altri dissero: Admittimus. -Disse Giunone: Non refragamur. —Indi si mosse Giove a proferir il decreto in questa forma: —Per causa che in luoghi de la terra in questi tempi si scuoprono de mostri, se non tali quali erano a’ tempi de gli antichi cultori di quella, forse peggiori; io, Giove, padre e proveditor generale, instituisco, che, se non con simile o maggior mole di corpo, dotato però ed inricchito di maggior vigilanza, di sollecitudine, vigor d’ingegno ed efficacia di spirto, vada Ercole, come mio luogotenente e ministro del mio potente braccio, in terra; e come vi si mostrò grande prima, quando fu nato e parturito in quella, con aver superati e vinti tanti fieri mostri; e secondo, quando rivenne a quella vittorioso da l’inferno, apparendo insperato consolator de gli amici, ed inaspettato vendicator de gli oltragiosi tiranni; cossì, al presente, qual nuovo e tanto necessario e bramato proveditore, vegna la terza volta visto da la madre; e discorrendo per gli tenimenti di quella, veda se di bel nuovo per le cittadi Arcadiche vada dissipando qualche Nemeo leone; se il Cleoneo di nuovo appaia in Tessaglia. Guarde se quell’idra, quella peste di Lerne, sia risuscitata a prendere le sue teste rigermoglianti. Scorga se ne la Tracia sia di nuovo risorto quel Diomede, e chi de sangue de peregrini pascea ne l’Ebro gli cavalli. Volte l’occhio a la Libia, se forse quell’Anteo, che tante volte ripigliava il spirto, abbia pur una volta ripigliato il corpo. Considere se nel regno Ibero è qualche tricorporeo Gerione. Alze il capo e veda se per l’aria a questo tempo volano le perniciosissime Stinfalidi: dico, se volano quelle Arpie che talvolta soleano annuvolar l’aria ed impedir l’aspetto de gli astri luminosi. Guate se qualch’ispido cinghiale va spasseggiando per gli Erimantici deserti. Se s’incontrasse a qualche toro, non dissimile a quello che donava orrido spavento a tanti popoli; se bisognasse far uscir a l’aria aperto qualche triforme Cerbero che latre, a fin che vomisca l’aconito mortifero; se circa gli crudi altari versa qualche carnefice Busire; se qualche cerva, che di dorate corna adorna il capo, appare per que’ deserti, simile a quella che con gli piedi di bronzo correa veloce, pari al vento; se qualche nova regina Amazonia ha congregate le copie rubelle; se qualche infido e vario Acheloo con inconstante, moltiforme e vario aspetto tiranneggia in qualche parte; se sono Esperidi ch’in guardia del drago han commese le poma d’oro; se di nuovo appare la celibe ed audace Regina del popolo Termodonzio; se per l’Italia va grassando qualche Lancinio ladro, o discorra qualche Cacco predatore che con il fumo e fiamme defenda gli suoi furti; se questi, o simili, o altri nuovi ed inauditi mostri gli occorreranno, e se gli aventaranno, mentre per il spacioso dorso de la terra verrà, lustrando; svolte, riforme, discacce, perseguite, leghe, domi, spoglie, dissipe, rompa, spezze, franga, deprima, sommerga, brugge, casse, uccida, annulle. Per gli quai gesti, in mercé di tante e sì gloriose fatiche, ordino che ne gli luoghi dove effettuarà le sue eroiche imprese, gli sieno drizzati trofei, statue, colossi, ed oltre fani e tempii, se non mi contradice il fato.
—Veramente, o Giove, disse Momo, adesso mi pari a fatto a fatto dio da bene; perché veggio che la paternale affezione non ti trasporta a passar gli termini circa la retribuzione secondo gli meriti del tuo Alcide; il quale se non è degno di tanto, è meritevole oltre forse di qualche cosa di vantaggio, anco a giudicio di Giunone, la qual veggio che ridendo pur accetta quel ch’io dico.
—Ma ecco il mio tanto aspettato Mercurio, o Saulino, per cui conviene che questo nostro raggionamento si differisca ad un’altra volta. Però piacciati discostarti e lasciarne privatamente raggionar insieme.
Saul. — Bene, a rivederci domani.
Sofia — Ecco quello a cui ieri ho indirizzati i voti: al fine, dopo ch’ha alquanto troppo induggiato, mi si fa presente. Ieri a la sera doveano essere pervenuti a lui, questa notte ascoltati, e questa mattina exequiti dal medesimo. Se subito a la mia voce non è comparso, gran cosa lo deve aver intrattenuto; per ciò che credo non essere meno amata da lui, che da me medesima. Ecco, il veggo uscire da quella nuvola candente, che dal spirto d’Austro risospinta corre verso il centro del nostro orizonte, e cedendo a’ lampegianti rai del sole s’apre in cerchio, quasi coronando il mio nobil pianeta. O sacrato padre, alta maestade, io ti ringrazio, perché veggio il mio alato nume spuntar da quel mezzo e con l’ali distese battendo l’aria, lieto col caduceo in mano, fender il cielo a la mia volta, più veloce che l’ucello di Giove, più vago che l’alite di Giunone, più singulare che l’Arabica Fenice; presto mi s’è aventato vicino, gentile mi si presenta, unicamente affezionato mi si dimostra.
Merc. — Eccomi teco ossequioso e favorevole a gli tuoi voti, o mia Sofia, perché m’hai mandato a chiamare; e la tua orazione non è pervenuta a me qual fumo aromatico, secondo il suo costume, ma qual penetrativa e ben alata saetta di raggio risplendente.
Sofia — Ma tu, mio nume, che vuol dire che sì tosto, secondo il tuo costume, non mi ti sei fatto presente?
Merc. — Ti dirò la veritade, o Sofia. La tua orazione mi giunse a tempo ch’io ero già ritornato da l’inferno, a commettere nelle mani di Minoe, Eaco e Radamanto ducento quarantasei milia cinquecento e vinti due anime, che per diverse battaglie, supplicii e necessitadi hanno compito il corso de l’animazione di corpi presenti. Ivi era meco la Sofia celeste, chiamata volgarmente Minerva e Pallade, la qual, al vestito ed a l’andare, subito conobbe che quella ambasciata era la tua....
Sofia — Ben la possea conoscere, perché non meno che con te, frequentemente suole contrattar con lei.
Merc. — ... E mi disse: —Volgi gli occhi, o Mercurio, ché per te viene questa ambasciaria de la nostra germana e figlia terrestre. Quella che vive del mio spirito e più di lungi, vicino alle tenebre, procede dal lume del mio padre, voglio che ti sia raccomandata. —È cosa soverchia, io li risposi, o nata del cervello di Giove, il raccomandarmi la tanto amata nostra comune sorella e figlia. —Mi approssimai, dunque, alla tua messaggera: l’abbraccio, la bacio, la metto in compendio, apro gli bottoni del gippone, e me l’insacco tra la camicia e la pelle, sotto la quale batte e ribatte il polso del core. Giove (il quale era presente, poco discosto, raggionando in secreto con Eolo ed Oceano, li quali erano inbottati, per ritornarsene presto alli negocii suoi qua giù) vedde quel ch’io feci, e rompendo il raggionamento in cui si ritrovava, fu curioso di dimandarmi subito che memoriale quello fusse che m’avevo messo in petto; ed avendogli io risposto com’era cosa tua: -Oh la mia povera Sofia! disse, come la passa? come la fa? Ahi poverina, da quel cartoccio, che non è troppo riccamente piegato, io comprendevo che non possev’essere altro che quel che dici. È pur gran tempo che non abbiamo avuto nova alcuna di lei. Or che cosa la dimanda? che gli manca? che ti propone? —Non altro, dissi, eccetto ch’io gli sia assistente ad ascoltarla per un’ora. —Sta bene, —disse, e tornò a compire il raggionamento con que’ doi dei; e cossì poi in fretta mi chiamò a sé, dicendo: —Su, su, presto, doniamo ordine a nostri affari, prima che tu vadi a veder che vuole quella meschina, ed io a ritrovar questa mia tanto fastidiosa mogliera, che certo mi pesa più che tutta la carca de l’universo. —Subito volse (perché cossì è novamente decretato nel cielo) che di mia mano registrasse tutto quel che deve essere provisto oggi nel mondo.
Sofia — Fatemi, se vi piace, alquanto udire di negocii, poi che m’hai svegliata questa cura nel petto.
Merc. — Ti dirò. Ha ordinato, che oggi a mezzo giorno doi meloni, tra gli altri, nel melonaio di Franzino sieno perfettamente maturi; ma che non sieno colti, se non tre giorni appresso, quando non saran giudicati buoni a mangiare. Vuole ch’al medesimo tempo dalla iuiuma, che sta alle radici del monte di Cicala, in casa di Gioan Bruno, trenta iuiomi sieno perfetti colti, e diece sette caggiano scalmati in terra, quindeci sieno rosi da’ vermi. Che Vasta, moglie di Albenzio, mentre si vuole increspar gli capelli de le tempie, vegna, per aver troppo scaldato il ferro, a bruggiarne cinquanta sette; ma che non si scotte la testa, e per questa volta non biastemi quando sentirà il puzzo; ma con pazienza la passe. Che dal sterco del suo bove nascano ducento cinquanta doi scarafoni, de quali quattordeci sieno calpestrati ed uccisi per il piè di Albenzio, vinti sei muoiano di rinversato, venti doi vivano in caverna, ottanta vadano in peregrinaggio per il cortile, quarantadoi si retireno a vivere sotto quel ceppo vicino a la porta, sedeci vadano isvoltando le pallotte per dove meglio li vien comodo, il resto corra a la fortuna. A Laurenza, quando si pettina, caschino diece sette capelli, tredeci se gli rompano, e di quelli diece rinascano in spacio di tre giorni, e gli sette non rivegnano più. La cagna d’Antonio Savolino concepa cinque cagnolini, de quali tre a suo tempo vivano, e doi sieno gittati via; e di que’ tre il primo sia simile a la madre, il secondo sia vario, il terzo sia parte simile al padre e parte a quello di Polidoro. In quel tempo il cuculo s’oda cantare da la Starza, e non faccia udire più né meno che dodici cuculate; e poi si parta, e vada a le roine del castello Cicala per undeci minuti d’ora, e da là se ne vole a Scarvaita; e di quello che deve essere appresso, provederemo poi. Che la gonna che mastro Danese taglia su la pianca, vegna stroppiata. Che da le tavole del letto di Costantino si partano dodeci cimici, e sene vadano al capezzale: sette degli più grandi, quattro de più piccioli, uno de mediocri; e di quello che di essi ha da essere questa sera al lume di candela, provederemo. Che a quindeci minuti de la medesima ora per il moto de la lingua, la quale si varrà la quarta volta rimenando per il palato, a la vecchia di Fiurulo casche la terza mola che tiene nella mascella destra di sotto; la qual caduta sia senza sangue e senza dolore; perché la detta mola è gionta al termine della sua trepidazione, che ha perdurato a punto diece sette annue revoluzioni lunari. Che Ambruoggio nella centesima e duodecima spinta abbia spaccio ed ispedito il negocio con la mogliera, e che non la ingravide per questa volta, ma ne l’altra con quel seme in cui si convertisce quel porro cotto, che mangia al presente con la sapa e pane di miglio. Al figlio di Martinello comincieno a spuntar i peli de la pubertade nel pettinale, ed insieme insieme comincie a gallugarli la voce. Che a Paulino, mentre vorrà alzar un’ago rotta da terra, per la forza che egli farà, se gli rompa la stringa rossa de le braghe; per la qual cosa, se bestemmiarà, voglio che sia punito appresso con questo, che questa sera la sua minestra sia troppo salita e sappia di fumo; caggia e se gli rompa il fiasco pieno di vino; per la qual causa se bestimmiarà, provederemo poi. Che di sette talpe, le quali da quattro giorni fa son partite dal fondo de la terra, prendendo diversi camini verso l’aria, due vegnano a la superficie de la terra nell’ora medesima, l’una al punto di mezzo giorno, l’altra a quindeci minuti e diece nove secondi appresso, discoste l’una da l’altra tre passi, un piede e mezzo dito ne l’orto di Anton Faivano. Del tempo e luogo de l’altre si provederà al più tardi.
Sofia — Hai molto da fare, o Mercurio, se mi vuoi raccontare tutti questi atti della provisione, che fa il padre Giove; e nel volermi tutti questi decreti particolari uno per uno far ascoltare, mi pari che sei simil a colui, che volesse prendere il conto de granegli de la terra. Tu sei stato tanto a apportare quattro minuzzarie de infinite altre che nel medesimo tempo sono accadute in una picciola contrada, dove son quattro o cinque stanze non troppo magnifiche; or che sarrebe, se dovessi donar conto a pieno de cose ordinate in quella ora per questa villa, che sta alle radici del monte Cicada? Certo, non ti bastarebbe un anno da esplicarle una per una, come hai cominciato a fare. Che credi, se oltre volessi apportar tutte le cose accadute circa la città di Nola, circa il regno di Napoli, circa l’Italia, circa l’Europa, circa tutto il globo terrestre, circa ogni altro globo in infinito, come infiniti son gli mondi sottoposti alla providenza di Giove? In vero, per apportar solo quello che è accaduto ed ordinato d’esser in uno instante nell’ambito d’un solo di questi orbi o mondi, non ti fia mestiero dimandar cento lingue e cento bocche di ferro, come fanno gli poeti, ma mille millia migliaia de millioni in termine d’un anno, ad non averne executata la millesima parte. E per dirla, o Mercurio, non so che voglia dir questo tuo riporto, per cui alcuni de’ miei coltori, chiamati filosofi, stimano che questo povero gran padre Giove sia molto sollecito, occupato ed impacciato; e credeno che lui sia di tal fortuna, che non è minimo mortale che debba aver invidia al stato suo. Lascio che in quel tempo che spendeva a proponere e destinar questi effetti, necessariamente scorsero infinite volte infinite occasioni di provedere ed aver provisto ad altri; e tu, mentre me le vuoi raccontare, se volesse far l’officio tuo, devi averne fatti e farne infinite volte altri infiniti.
Merc. — Sai, Sofia, se sei Sofia, che Giove fa tutto senza occupazione, sollecitudine ed impacciamento, perché a specie innumerabili ed infiniti individui provede donando ordine, ed avendo donato ordine, non con certo ordine successivo, ma subito subito ed insieme insieme; e non fa le cose a modo de gli particolari efficienti, ad una ad una, con molte azioni, e con quelle infinite viene ad atti infiniti; ma tutto il passato, presente e futuro fa con un atto semplice e singulare.
Sofia — Io posso saper questo, o Mercurio, che non insieme insieme raccontate e mettete in execuzione queste cose, ed esse non sono in un suggetto semplice e singolare: e però l’efficiente deve essere proporzionato, o almeno con l’operazione proporzionarsi a quelle.
Merc. — È vero quel che dici, e deve essere cossì, e non può essere altrimente nello efficiente particolare, prossimo e naturale; perché ivi, secondo la raggione e misura dell’effettiva virtude particulare, séguita la misura e raggione de l’atto particolare circa il particular suggetto; ma nell’efficiente universale non è cossì, perché lui è proporzionato, se si può dir cossì, a tutto l’effetto infinito che da lui depende, secondo la raggione de tutti luoghi, tempi, modi e suggetti, e non definitamente ad certi luoghi, suggetti, tempi e modi.
Sofia — So, o Mercurio, che la cognizione universale è distinta dalla particolare, come il finito da l’infinito.
Merc. — Di’ meglio: come l’unitade da l’infinito numero. E devi saper ancora, o Sofia, che la unità è nel numero infinito, ed il numero infinito nell’unità; oltre che l’unità è uno infinito implicito, e l’infinito è la unità explicita: appresso che dove non è unità, non è numero, né finito, né infinito; e dovunque è numero o finito o infinito, ivi necessariamente è l’unità. Questa dunque è la sustanza di quello; dunque, chi non accidentalmente, come alcuni intelletti particolari, ma essenzialmente, come l’intelligenza universale, conosce l’unità, conosce l’uno ed il numero, conosce il finito ed infinito, il fine e termine da compreensione ed eccesso di tutto; e questo può far tutto non solo in universale, ma oltre in particolare; cossì come non è particolare che non sia compreso nell’universale, non è numero, in cui più veramente non sia l’unità, che il numero istesso. Cossì, dunque, senza difficoltà alcuna e senza impaccio Giove provede a tutte cose in tutti luoghi e tempi, come necessariamente lo essere ed unità si trova in tutti numeri, in tutti luoghi, in tutti tempi ed atomi di tempi, luoghi e numeri; e l’unico principio de l’essere è in infiniti individui, che furono, sono e saranno. Ma non è questa disputazione il fine per cui sono venuto, e per cui credo d’esser stato chiamato da te.
Sofia — È vero che so bene che queste son cose degne d’esser decise da miei filosofi, e pienamente intese non da me, che non le posso capire, eccetto che difficilmente in comparazioni e similitudini, ma dalla Sofia celeste e da te; ma da quel tuo raccontare son stata commossa a cotal questione, prima che venire a discorrere circa gli mei particolari interessi e dissegni. E certo mi parevi che senza ogni proposito tu, giudiciosissimo nume, fussi entrato in quello discorrer di cose cossì minime e basse.
Merc. — Non l’ho fatto con vanità, ma con grande providenza, Sofia; perché ho giudicata necessaria questa animadversione a te, per quel che conosco, che per le molte affliczioni sei di tal maniera turbata, che facilmente l’affetto ti vegna trasportato a voler non troppo piamente opinare circa il governo de gli dei; il quale è giusto e sacrosanto al fin finale, benché le cose appaiono, in quella maniera che tu vedi, confusissime. Ho voluto dunque, prima che trattasse altro, provocarti a cotal contemplazione, per renderti sicura dal dubio che potessi aver, e forse molte volte dimostri; perché, essendo tu terrena e discorsiva, non puoi apertamente intendere l’importanza de la providenza di Giove, e del studio di noi altri suoi collaterali.
Sofia — Ma pure, o Mercurio, che vuol dire, che più tosto al presente, che altre volte, ti ha commosso questo zelo?
Merc. — Ti dirò (quello ch’ho differito di dirti sin al presente): perché il tuo voto, la tua orazione, la tua ambasciaria, benché sia gionta in cielo e pervenuta a noi veloce e presta, era però a mezza estade agghiacciata, era irresoluta, era tremante, quasi più gittata come alla fortuna che inviata e commessa come a la providenza: quasi che era dubia, se la possea aver effetto di toccarne l’orecchie, come di quelli che sono attenti a cose che son stimate più principali. Ma te inganni, Sofia, se pensi, che non ne sieno a cura cossì le cose minime, come le principali, talmente sicome le cose grandissime e principalissime non costano senza le minime ed abiettissime. Tutto dunque, quantunque minimo, è sotto infinitamente grande providenza; ogni quantosivoglia vilissima minuzzaria in ordine del tutto ed universo è importantissima; perché le cose grandi son composte de le picciole, e le picciole de le picciolissime, e queste de gl’individui e minimi. Cossì intendo de le grande sustanze, come de le grande efficacie e grandi effetti.
Sofia — È vero, perché non è sì grande, sì magnifico e sì bello architetto che non coste di cose che picciole, vilissime ed informi appaiono e son giudicate.
Merc. — L’atto della cognizion divina è la sustanza de l’essere di tutte cose; e però, come tutte cose o finito o infinito hanno l’essere, tutte ancora sono conosciute ed ordinate e proviste. La cognizion divina non è come la nostra, la quale séguite dopo le cose; ma è avanti le cose e si trova in tutte le cose, di maniera che, se non la vi si trovasse, non sarrebono cause prossime e secondarie.
Sofia — E per questo vuoi, o Mercurio, che io non mi sgomente per cosa minima o grande che mi accade, non solo come principale e diretta, ma ancora come indiretta ed accessoria; e che Giove è in tutto, e colma il tutto, ed ascolta tutto.
Merc. — Cossì è; però per l’avenire sovengati di scaldar più la tua ambasciaria, e non mandarla cossì negletta, mal vestita e fredda in presenza di Giove; e lui e la tua Pallade m’hanno imposto, che prima ch’io ti parlasse d’altro, con qualche desterità ti facesse accorta di questo.
Sofia — Io vi ringrazio tutti.
Merc. — Or esplica la causa per la quale m’hai fatto venire a te..
Sofia — Per la mutazione e cangiamento di costumi, ch’io comprendo in Giove, per quello che per altri raggionamenti ho appreso da te; io sono entrata in sicurtà di dimandargli e fargli instanza di ciò che altre volte non ho avuto ardire, quando temeva che qualche Venere o Cupido o Ganimede rigettasse e risospingesse la mia ambasciaria, quando si presentava a la porta de la camera di Giove. Adesso ch’è riformato il tutto, e che sono ordinati altri portinaii, condottieri ed assistenti, e che lui è ben disposto verso la giustizia, voglio che per tuo mezzo li vegna presentata la mia richiesta, la qual versa circa gli gran torti che mi vegnono fatti da diverse sorte di uomini in terra, e pregarlo che mi sia favorevole e propicio, secondo che la sua conscienza li dettarà.
Merc. — Questa tua richiesta, per esser lunga e di non poca importanza, ed anco per esser novamente decretato nel cielo, che tutte le espedizioni, tanto civili quanto criminali, vegnano registrate nella camera, non senza tutte le occasioni, mezzi e circonstanze loro, però è necessario, che tu me la porghi in scritto, e cossì la presenti a Giove ed al Senato celeste.
Sofia — Onde questo nuovo ordine?
Merc. — Acciò che ognuno di gli dei in questo modo vegna costretto a far la giustizia; perché per la registrazione che eterniza la memoria de gli atti, vengano a temer l’eterna infamia, e d’incorrere biasimo perpetuo con la condannazione che si deve aspettar dall’absoluta giustizia che regna sopra li governatori, ed è presidente sopra tutti dei.
Sofia — Cossì, dunque, farò. Ma vi bisogna del tempo a pensare e scrivere; però ti priego che rivegni domani a me, o vero il prossimo seguente giorno.
Merc. — Non mancarò. Tu pensa a quel che fai.
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