Spaccio de la bestia trionfante

Spaccio de la bestia trionfante




 
 

 

Giordano Bruno

 Dialogo secondo

 

 Proposto da Giove, effettuato dal Conseglio, revelato da Mercurio, recitato da Sofia, udito da
Saulino, registrato
dal Nolano
;

DIVISO IN TRE DIALOGI, SUBDIVISI IN TRE PARTI

CONSECRATO AL MOLTO ILLUSTRE ED ECCELLENTE CAVALLIERO
sig. FILIPPO SIDNEO

 

STAMPATO IN PARIGI
M.D.LXXXIIIII

 

 Epistola 

 Dialogo Primo 

 Dialogo secondo 

 Dialogo terzo 

Prima parte del secondo dialogo

Saul. — Di grazia, Sofia, prima che procediamo in altro, donatemi raggione di questo ordine e disposizione di numi, la quale ha formata Giove ne gli astri. E prima fatemi udire, perché nell’eminentissima (perché cossì è stimata volgarmente) sedia abbia voluto che sia la dea Veritade?
Sofia — Facilmente. Sopra tutte le cose, o Saulino, è situata la verità; perché questa è la unità che soprasiede al tutto, è la bontà che è preeminente ad ogni cosa; perché uno è lo ente, buono e vero; medesimo è vero, ente e buono. La verità è quella entità che non è inferiore a cosa alcuna; perché, se vuoi fengere qualche cosa avanti la verità, bisogna che stimi quella essere altro che verità; e se la fingi altro che verità, necessariamente la intenderai non aver verità in sé ed essere senza verità, non essere vera; onde conseguentemente è falsa, è cosa de niente, è nulla, è non ente. Lascio che niente può essere prima che la verità, se non è vero che quello sia primo e sopra la verità; e cotal vero essere non può essere se non per la verità. Cossì non può essere altro insieme con la verità, ed essere quel medesimo senza verità; percioché, se per la verità non è vero, non è ente, è falso, è nulla. Parimente non può essere cosa appresso la veritade; perché, se è dopo lei, è senza lei; se è senza lei, non è vero; perché non ha la verità in sé; sarà dunque falso, sarà dunque niente. Dunque la verità è avanti tutte le cose, è con tutte le cose, è dopo tutte le cose, è sopra tutto, con tutto, dopo tutto; ha raggione di principio, mezzo e fine. Essa è avanti le cose, per modo di causa e principio, mentre per essa le cose hanno dependenza; è nelle cose ed è sustanza di quelle istessa, mentre per essa hanno la sussistenza; è dopo tutte le cose, mentre per lei senza falsità si comprendeno. È ideale, naturale e nozionale; è metafisica, fisica e logica. Sopra tutte le cose, dunque, è la verità; e ciò che è sopra tutte le cose, benché sia conceputo secondo altra raggione, ed altrimente nominato, quello pure in sustanza bisogna che sia l’istessa verità. Per questa causa, dunque, raggionevolmente Giove ha voluto che nella più eminente parte del cielo sia vista la veritade. Ma certo questa che sensibilmente vedi e che puoi con l’altezza del tuo intelletto capire, non è la somma e prima, ma certa figura, certa imagine e certo splendor di quella, la quale è superiore a questo Giove di cui parliamo sovente e che è soggetto delle nostre metafore.
Saul. — Degnamente, o Sofia; perché la verità è la cosa più sincera, più divina di tutte; anzi la divinità e la sincerità, bontà e bellezza de le cose è la verità; la quale né per violenza si toglie, né per antiquità si corrompe, né per occultazione si sminuisce, né per communicazione si disperde: perché senso non la confonde, tempo non l’arruga, luogo non l’asconde, notte non l’interrompe, tenebra non l’avela; anzi, con essere più e più impugnata, più e più risuscita e cresce. Senza difensore e protettore si defende; e però ama la compagnia di pochi e sapienti, odia la moltitudine, non si dimostra a quelli che per se stessa non la cercano, e non vuol essere dechiarata a color che umilmente non se gli esponeno, né a tutti quei che con frode la inquireno; e però dimora altissima, dove tutti remirano e pochi veggono. Ma perché, o Sofia, la prudenza gli succede? forse, perché coloro che vogliono contemplar la verità e che la vogliono predicare, si deveno con prudenza governare?
Sofia — Non è questa la causa. Quella dea che è gionta e prossima alla verità, ha doi nomi: providenza e prudenza. E si chiama providenza, in quanto influisce e si trova nelli principii superiori; e si chiama prudenza, in quanto è effettuata in noi: come sole suole essere nomato e quello che scalda e diffonde il lume, ed oltre quel lume e splendor diffuso che si trova nel specchio ed oltre in altri suggetti. La providenza, dunque, se dice nelle cose superiori, ed è compagna della verità, e non è senza quella, ed è la medesima libertà e la medesima necessità; di maniera che la verità, la providenza, la libertà e necessità, la unità, la verità, la essenzia, la entità, tutte sono uno absolutissimo, come altre volte ti farò meglio intendere. Ma, per comodità della presente contemplazione, sappi che questa influisce in noi la prudenza, la qual è posta e consistente in certo discorso temporale; ed è una razione principale che versa circa l’universale e particolare; ha per damigella la dialettica, e per guida la sapienza acquisita, nomata volgarmente metafisica, la quale considera gli universali de tutte le cose che cascano in cognizione umana: e, queste due, tutte le sue considerazioni referiscono all’uso di quella; ha due insidiatrici nemiche che sono viziose: dalla destra si trova la callidità, versuzia e malizia; dalla sinistra, la stupidità, inerzia ed imprudenzia. E versa circa la virtù consultativa, come la fortezza circa l’impeto de l’iracundia, la temperanza circa il consentimento della concupiscibile, la giustizia circa tutte le operazioni, tanto esterne, quanto interiori.
Saul. — Dalla providenza, dunque, vuoi che influisca in noi la prudenza, e che nel mondo archetipo quella risponda a questa che è nel mondo fisico: questa che porge a gli mortali il scudo, per cui contra le cose adverse con la raggione si fortificano, per cui siamo insegnati di prendere più pronta e perfetta cautela dove maggiori dispendii si minacciano e temeno; per cui gli agenti inferiori s’accomodano alle cose, ai tempi ed all’occasioni; e non si mutano, ma s’adattano gli animi e le voluntadi. Per cui a gli bene affetti niente accade come subitanio ed improviso, di nulla dubitano, ma tutto aspettano; di nulla suspicano, ma da tutto si guardano; ricordandosi il passato, ordinando il presente e prevedendo il futuro. Or dimmi, perché Sofia succede ed è prossima a la prudenza e veritade?
Sofia — La Sofia, come la verità e la providenza, è di due specie. L’una è quella superiore, sopraceleste ed oltremondana, se cossì dir si puote; e questa è l’istessa providenza, medesima è luce ed occhio: occhio, che è la luce istessa; luce, che è l’occhio istesso. L’altra è la consecutiva, mondana ed inferiore; e non è verità istessa, ma è verace e partecipe della verità; non è il sole, ma la luna, la terra ed astro, che per altro luce. Cossì non è Sofia per essenza, ma per participazione; ed è un occhio che riceve la luce e viene illuminato da lume esterno e peregrino; e non è occhio da sé, ma da altro; e non ha essere per sé, ma per altro. Perché non è l’uno, non è l’ente, il vero; ma de l’uno, de l’ente, del vero; a l’uno, a l’ente, al vero; per l’uno, per l’ente, per il vero; nell’uno, nell’ente, nel vero; da l’uno, da l’ente, dal vero. La prima è invisibile ed infigurabile ed incomprensibile sopra tutto, in tutto ed infra tutto; la seconda è figurata in cielo, illustrata nell’ingegni, communicata per le paroli, digerita per l’arti, repolita per le discussioni, delineata per le scritture; per la quale chi dice sapere quel che non sa, è temerario sofista; chi nega sapere quel che sa, è ingrato a l’intelletto agente ed ingiurioso a la verità, ed oltraggioso a me. E di simil sorte vegnono ad essere tutti quelli che non mi cercano per me stessa, o per la suprema virtude ed amor della divinitade, ch’è sopra ogni Giove ed ogni cielo, ma o per vendermi per denari o per onori, o per altre specie di guadagno; o non tanto per sapere, quanto per essere saputi, o per detraere e posser impugnare, e farsi contra la felicità d’alcuni molesti censori e rigidi osservatori; e di questi li primi son miseri, li secondi son vani, li terzi son maligni e di vil animo. Ma color che mi cercano per edificar se stessi, sono prudenti; gli altri che m’osservano per edificar altrui, sono umani; quei che mi cercano absolutamente, sono curiosi; gli altri che m’inquireno per amor della suprema e prima verità, sono sapienti, e per conseguenza felici.
Saul. — Onde aviene, o Sofia, che non tutti, che medesimamente ti possedeno, non vegnono tutti medesimamente affetti; anzi talor, chi meglio ti possede, men bene vien edificato?
Sofia — Onde accade, o Saulino, che il sole non scalda tutti quelli alli quali luce, e tal volta meno riscalda tali a’ quali maggiormente risplende?
Saul. — Io t’intendo, Sofia; e comprendo che tu sei quella che in varii modi contempli, comprendi ed esplichi questa veritade, e gli effetti di quella superna influenza de l’esser tuo, alla quale per varii gradi e scale diverse tutti aspirano, tentano, studiano e si forzano salendo pervenire, e si obietta e presenta medesimo fine e scopo a’ diversi studii, e viene ad attuare diversi suggetti de virtudi intellettuali, secondo diverse misure, mentre a quell’una e semplicissima veritade l’addrizza; la quale come non è chi alcunamente la possa toccare, cossì non si trova qua basso chi la possa perfettamente comprendere: perché non è compresa, o veramente non viene appareggiata se non da quello in cui è per essenza; e questo non è altro che lei medesima. E perciò da fuori non si vede se non in ombra, similitudine, specchio ed in superficie e maniera di faccia, alla quale non è in questo mondo chi più s’avicine per atto di providenza ed effetto di prudenza, eccetto che tu, Sofia, mentre vi conduci sette diverse, de le quali altre admirando, altre parabolando, altre inquirendo, altre opinando, altre iudicando e determinando; altre per sufficienza di natural magia, altre per superstiziosa divinazione, altre per modo di negazione, altre per modo di affirmazione, altre per via di composizione, altre per via di divisione, altre per via de definizione, altre per via di demostrazione; altre per principii acquisiti, altre per principii divini aspirano: mentre quella gli crida, in nullo luogo presente, da nullo luogo absente, proponendogli avanti gli occhi del sentimento per scrittura tutte le cose ed effetti naturali, e gl’intona nell’orecchio de l’interna mente per le concepute specie di cose visibili ed invisibili.
Sofia — Alla Sofia succede la legge, sua figlia; e per essa quella vuole oprare, e per questa lei vuole essere adoperata; per questa gli prencipi regnano, e li regni e republiche si mantegnono. Questa, adattandosi alla complessione e costumi di popoli e genti, reprime l’audacia col timore, e fa che la bontade sia sicura tra gli scelerati; ed è caggione, che ne gli rei sempre sia il rimorso della conscienza, con il timore della giustizia ed aspettazione di quel supplicio che discaccia l’orgoglioso ardire, ed introduce l’umile consentimento con gli suoi otto ministri, che sono taglione, carcere, percosse, esilio, ignominia, servitù, povertade e morte. Giove l’ha riposta in cielo ed essaltata con questa condizione, che faccia che gli potenti per la lor preeminenza e forza non sieno sicuri; ma referendo il tutto a maggior providenza e legge superiore (per cui, come divina e naturale, si regole la civile), faccia intendere, che per coloro ch’esceno dalle tele d’aragne, sono ordinate le reti, gli lacci, le catene ed i ceppi, atteso che per ordine della legge eterna è sancito, che gli più potenti sieno più potentemente compresi e vinti, se non sotto un manto e dentro una stanza, sotto altro manto ed altra stanza, che sarà peggiore. Appresso gli ha ordinato ed imposto, che massimamente verse e vegna rigorosa circa le cose alle quali da principio e prima e principal causa è stata ordinata: cioè circa quel tanto ch’appartiene alla communione de gli uomini, alla civile conversazione; a fine che gli potenti sieno sustenuti da gl’impotenti, gli deboli non sieno oppressi da gli più forti, sieno deposti gli tiranni, ordinati e confirmati gli giusti governatori e regi, sieno faurite le republiche, la violenza non inculche la raggione, l’ignoranza non dispreggie la dottrina, li poveri sieno agiutati da’ ricchi, le virtudi e studii utili e necessarii al commune sieno promossi, avanzati e mantenuti; sieno esaltati e remunerati coloro che profittaranno in quelli; e gli desidiosi, avari e proprietarii sieno spreggiati e tenuti a vile. Si mantegna il timore e culto verso le potestadi invisibili; onore, riverenza e timore verso gli prossimi viventi governatori; nessuno sia preposto in potestà, che medesimo non sia superiore de meriti, per virtude ed ingegno in cui prevaglia, o per sé solo, il che è raro e quasi impossibile, o con comunicazione e conseglio d’altri ancora, il che è debito, ordinario e necessario. Gli ha donata Giove la potenza di legare, la quale massime consista in questo, che lei non si faccia tale che incorra dispreggio e indignità; a cui si potrà incontrare, menando gli passi per doi camini, de quali l’uno è della iniquità, comandando e proponendo cose ingiuste, l’altro è della difficultà, proponendo e comandando cose impossibili, le quali pure sono ingiuste: perciò che due sono le mani per le quali è potente a legare ogni legge, l’una è della giustizia, l’altra è della possibilità; e di queste l’una è moderata da l’altra, atteso che, quantunque molte cose sono possibili che non son giuste, niente però è giusto che non sia possibile.
Saul. — Bene dici, o Sofia, che nessuna legge che non è ordinata alla prattica del convitto umano, deve essere accettata. Ben ha disposto ed ordinatogli Giove; perché, o che vegna dal cielo, o che esca da la terra, non deve esser approvata, né accettata quella instituzione o legge che non apporta la utilità e commodità, che ne amena ad ottimo fine: del quale maggiore non possiamo comprendere che quello, che talmente indirizza gli animi e riforma gl’ingegni, che da quelli si producano frutti utili e necessari alla conversazione umana; ché certo bisogna che sia cosa divina, arte de le arti e disciplina de le discipline quella per cui hanno da esser retti e reprimuti gli uomini, che tra tutti gli animali son di complessioni più distinti, di costumi più varii, d’inclinazioni più divisi, e di voluntadi più diversi, di appulsi più inconstanti. Ma, oimè, o Sofia, che siamo dovenuti a tale (chi mai avri’ possuto credere, che questo fusse possibile?), che quella deve essere stimata massime religione la quale per minimo e vile, e per errore abbia l’azione ed atto di buone operazioni; dicendo alcuni, che di quelle non si curano gli dei, e per quelle, quantunque sieno grandi, non sono giusti gli uomini.
Sofia — Certo, o Saulino, io credo sognare; penso che sia un fantasma, una apparizione di turbata fantasia, e non cosa vera quella che dici; ed è pur certo che si trovano tali, che proponano e facciano creder questo a le misere genti. Ma non dubitare, perché il mondo facilmente si accorgerà che questo non si può digerire, cossì come facilmente si può avedere di non posser sussistere senza legge e religione.
Or abbiamo alquanto veduto, come bene è stata ordinata e situata la legge: devi adesso udire, con qual cognizione a quella è vicino aggionto il giudizio. Giove al giudicio ha messo in mano la spada e la corona: questa, con cui premie quelli che oprano bene, astenendosi dal male; quella, con cui castighe color che son pronti a gli delitti, e son disutili ed infruttifere piante. Ha ingionto al giudicio la defensione e cura della vera legge, e la destruzione dell’iniqua e falsa, dettata da genii perversi ed inimici del tranquillo e felice stato umano; ha comandato al giudicio che, gionto alla legge, non estingua, ma, quanto si può, accenda l’appetito de la gloria ne gli petti umani, perché questo è quel solo ed efficacissimo sprone, che suole incitar gli uomini e riscaldarli a quelli gesti eroici che aumentano, mantegnono e fortificano le republiche.
Saul. — Li nostri de la finta religione tutte queste glorie le chiamano vane; ma dicono che bisogna gloriarsi solamente in non so che tragedia caballistica.
Sofia — Oltre, che non attenda a quel che s’imagine o pense ciascuno, pur che le paroli e gesti non corrompano il stato tranquillo; e massime verse in correggere e mantenere tutto quel che consiste ne l’operazioni, non giudicar l’arbore da belle frondi, ma da buoni frutti; e quelli che non le producono, sieno tolti e cedano il loco ad altri che porgano. Che non creda, che in modo alcuno li dei si senteno interessati in quelle cose nelle quali nessuno uomo si sente interessato; perché di quelle cose solamente gli dei si curano de le quali si possono curar gli uomini, e non per cosa che vegna fatta o detta o pensata per essi, si commuoveno o se adirano, se non in quanto per quello venesse a perdersi quel rispetto per cui si mantegnono le republiche; atteso che gli dei non sarebono dei, se si prendessero piacere o dispiacere, tristizia o allegrezza per quello che fanno o pensano gli uomini; ma quelli sarebono più bisognosi che questi, o al meno cossì quelli riceverebono utilitade e profitto da questi, come questi da quelli. Essendono, dunque, li dei rimossi da ogni passione, vegnono ad aver ira e piacere attivo solamente, e non passivo; e però non minacciano castigo e prometteno premio, per male o bene che risulta in essi, ma per quello che viene ad essere commesso nelli popoli e civile conversazioni, alle quali hanno soccorso con le loro divine, non bastandogli le umane leggi e statuti. Per tanto è cosa indegna, stolta, profana e biasimevole pensare che gli dei ricercano la riverenza, il timore, l’amore, il culto e rispetto da gli uomini per altro buon fine ed utilitade che de gli uomini medesimi: atteso che, essendo essi gloriosissimi in sé, e non possendosegli aggionger gloria da fuori, han fatto le leggi non tanto per ricevere gloria, quanto per communicar la gloria a gli uomini: e però tanto le leggi e giudicii son lontane dalla bontà e verità di legge e giudicio, quanto se discostano dall’ordinare ed approvare massimamente quello che consiste nell’azioni morali de gli uomini a riguardo de gli altri uomini.
Saul. — Efficacemente, o Sofia, per questa ordinazion di Giove si dimostra, che gli arbori, che sono ne gli orti delle leggi, sono ordinati da gli dei per gli frutti, e specialmente tali, de quali si pascano, si nutriscano e conservino gli uomini; e che gli superi non si delettano d’odore d’altri che di questi.
Sofia — Ascolta. Da questo vuole, che il giudizio inferisca che li dei massime vogliano essere amati e temuti, per fine di faurire al consorzio umano, ed avertire massimamente que’ vizii che apportano noia a quello; e però li peccati interiori solamente denno esser giudicati peccati, per quel che metteno o metter possono in effetto esteriore; e le giustizie interiori mai sono giustizie senza la prattica esterna, come le piante in vano sono piante senza frutti, o in presenza o in aspettazione. E vuole che de gli errori, in comparazione, massimi sieno quelli che sono in pregiudicio della republica; minori quelli che sono in pregiudicio d’un altro particolare interessato; minimo sia quello ch’accade tra doi d’accordo; nullo è quello, che non procede a mal essempio o male effetto, e che da gl’impeti accidentali accadeno nella complessione dell’individuo. E questi son que’ medesimi errori, per gli quali gli eminenti dei si senteno massime-, minore-, minima-, e nullamente offesi; e per di questi l’opre contrarie si stimano massime-, minore-, minima-, ed alcunamente serviti. Ha comandato ancora al giudicio, che sia accorto che per l’avenire approve la penitenza, ma che non la metta al pari dell’innocenza; approvi il credere e stimare, ma giamai al pari del fare ed operare. Cossì intende del confessare e dire al rispetto del corregere ed astinere; tanto comende li pensieri, per quanto riluceno nelli segni espressi e ne gli effetti possibili. Non faccia che colui che doma vanamente il corpo, sieda vicino a colui ch’affrena l’ingegno; non pona in comparazione questo solitario disutile con quello di profittevole conversazione. Non distingua gli costumi e religioni tanto per la distinzione di toghe e differenze de vesti, quanto per buoni e megliori abiti di virtudi e discipline. Non tanto arrida a quello che ha frenato il fervor della libidine, che forse è impotente e freddo, quanto a quell’altro ch’ha mitigato l’empito de l’ira, che certo non è timido, ma paziente. Non applauda tanto a quello che forse disutilmente s’è ubligato a non mostrarsi libidinoso, ch’a quell’altro che si determina di non essere oltre maledico e malfattore. Non dica maggior errore il superbo appetito di gloria, onde resulta sovente bene alla republica, che la sordida cupidiggia di danari. Non faccia tanto trionfo d’uno, perché abbia sanato un vile e disutil zoppo, che poco o nulla vale più sano che infermo, quanto d’un altro ch’ha liberata la patria e riformato un animo perturbato. Non stime tanto, o più, gesto eroico l’aver in qualche modo e qualche maniera possuto estinguer il fuoco d’una fornace ardente senz’acqua, che l’aver estinte le sedizioni d’un popolo acceso senza sangue. Non permetta, che si addrizzeno statue a’ poltroni, nemici del stato de le republiche, e che in pregiudicio di costumi e vita umana ne porgono paroli e sogni, ma a color che fanno tempii a’ dei, aumentano il culto ed il zelo di tale legge e religione per quale vegna accesa la magnanimità ed ardore di quella gloria che séguita dal servizio della sua patria ed utilità del geno umano; onde appaiono instituite universitadi per le discipline di costumi, lettere ed armi. E guarde di promettere amore, onore e premio di vita eterna ed immortalitade a quei che approvano gli pedanti e parabolani; ma a quelli che per adoprarsi nella perfezione del proprio ed altrui intelletto, nel servizio della communitade, nell’osservanza espressa circa gli atti della magnanimità, giustizia e misericordia, piaceno a gli dei. Li quali per questa caggione magnificorno il popolo Romano sopra gli altri; perché con gli suoi magnifici gesti, più che l’altre nazioni, si seppero conformare ed assomigliare ad essi, perdonando a’ summessi, debellando gli superbi, rimettendo l’ingiurie, non obliando gli beneficii, soccorrendo a’ bisognosi, defendendo gli afflitti, relevando gli oppressi, affrenando gli violenti; promovendo gli meritevoli, abbassando gli delinquenti, mettendo questi in terrore ed ultimo esterminio con gli flagelli e secure, e quelli in onore e gloria con statue e colossi. Onde consequentemente apparve quel popolo più affrenato e ritenuto da vizii d’incivilitade e barbaria, e più esquisito e pronto a generose imprese, ch’altro che si sia veduto giamai. E mentre fu tale la lor legge e religione, tali furono gli lor costumi e gesti, tal è stato lor onore e lor felicitade.
Saul. — Vorrei, ch’al giudicio avesse ordinato qualche cosa espressa contra la temeritade di questi gramatici, che in tempi nostri grassano per l’Europa.
Sofia — Molto bene, o Saulino, Giove ha comandato, imposto ed ordinato al giudizio, che veda se gli è vero che costoro inducano gli popoli al dispreggio ed al meno a poca cura di legislatori e leggi, con donargli ad intendere, che quelli proponeno cose impossibili e che comandano come per burla; cioè, per far conoscere a gli uomini, che gli dei sanno comandare quello che loro non possono mettere in esecuzione. Veda se, mentre dicono che vogliono riformare le difformate leggi e religioni, vegnono per certo a guastar tutto quel tanto che ci è di buono, e confirmar e inalzar a gli astri tutto quello che vi può essere o fingere di perverso e vano. Veda se apportano altri frutti, che di togliere le conversazioni, dissipar le concordie, dissolvere l’unioni, far ribellar gli figli da’ padri, gli servi da padroni, gli sudditi da superiori, mettere scisma tra popoli e popoli, gente e gente, compagni e compagni, fratelli e fratelli, e ponere in disquarto le fameglie, cittadi, republiche e regni: ed in conclusione, se, mentre salutano con la pace, portano, ovunque entrano, il coltello della divisione ed il fuoco della dispersione, togliendo il figlio al padre, il prossimo al prossimo, l’inquilino a la patria, e facendo altri divorzii orrendi e contra ogni natura e legge. Veda se, mentre si dicono ministri d’un che risuscita morti e sana infermi, essi son quei che, peggio di tutti altri che pasce la terra, stroppiano gli sani ed uccideno gli vivi, non tanto con il fuoco e con il ferro, quanto con la perniciosa lingua. Veda che specie di pace e concordia è quella, che proponeno a gli popoli miserandi, se forse vogliono ed ambiscono, che tutto il mondo concorde e consenta alla lor maligna e presuntuosissima ignoranza, ed approve la lor malvaggia conscienza, mentre essi non vogliono concordare né consentire a legge, a giustizia e dottrina alcuna; ed in tutto il resto del mondo e di secoli non appare tanta discordia e dissonanza, quanta si convence tra loro. Per ciò che tra diece mila di simil pedanti non si trova uno che non abbia un suo catecismo formato; se non publicato, al meno per publicare quello che non approva nessuna altra instituzione che la propria, trovando in tutte l’altre che dannare, riprovare e dubitare; oltre che si trova la maggior parte di essi che son discordi in se medesimi, cassando oggi quello che scrissero l’altro giorno. Veda qual riuscita facciano essi, e quai costumi suscitano e provocano ne gli altri, per quanto appartiene a gli atti de la giustizia e misericordia, e la conservazione ed aumento di beni publici; se per lor dottrina e magistero sono drizzate academie, universitadi, tempii, ospitali, collegii, scuole e luoghi de discipline ed arti; o pure, dove queste cose si trovano, son quelle medesime e fatte de medesime facultadi che erano prima che loro venissero e comparissero tra le genti. Appresso, se per loro cura queste cose sono aumentate, o pure per loro negligenza disminuite, poste in ruina, dissoluzione e dispersione. Oltre, se sono occupatori di beni altrui, o pure elargitori di beni proprii; e finalmente, se quelli, che prendono la lor parte, aumentano e stabiliscono gli beni publici, come faceano gli lor contrarii predecessori, o pure insieme con questi le dissipano, squartano e divorano; e mentre deprimeno l’opre, estingueno ogni zelo di far le nuove e conservar le antiche. Se cossì è, e se tali saran compresi e convitti; e se dopo che saranno avertiti, mostrandosi incorrigibili, fermaranno i piedi de l’ostinazione, comanda Giove al giudizio, sotto pena della disgrazia sua e di perdere quel grado e preeminenza che tiene nel cielo, che le dissipe, disperda ed annulle; e spinga con qualsivoglia forza, braccio ed industria sino a la memoria del nome di tanto pestifero germe. E gionge a questo, che faccia intendere a tutte le generazioni del mondo, sotto pena de la lor ruina, che s’armino in favor di esso giudizio, in sino a tanto che sarà pienamente messo in essecuzione il decreto di Giove contra questa macchia del mondo.
Saul. — Credo, o Sofia, che Giove non cossì rigidamente voglia al fine risolvere questa misera sorte di uomini, e non cominciarli a toccar di tal sorte, che prima che gli done la final ruina, tente se le possa corregere, e facendoli accorgere della sua maldizione ed errore, le provoche a pentimento.
Sofia — Sì bene; però Giove ha ordinato al giudicio che proceda in quella maniera che ti dico. Vuole che li sieno tolti tutti que’ beni, che hanno acquistati coloro che predicavano, lodavano ed insegnavano oprare, e che son stati lasciati ed ordinati da color, che opravano e confidavano nell’opre, e che sono stabiliti da questi che hanno creduto con quell’opre, beneficii e testamenti farsi grati a’ dei; e cossì vegnano ad execrare gli frutti ancora di quelli arbori, che procedeno da quel seme tanto odioso a essi; e vegnano a mantenersi, conservarsi, defendersi e nodrirsi solamente da que’ frutti, da que’ redditi e suffragii, li quali apportano ed hanno apportati loro e quelli che gli credeno e che approvano e defendono questa opinione. E che non gli sia oltre lecito d’occupare con rapina e violenta usurpazione quello che a commune utilitade gli altri con libero e grato animo, per mezi termini contrarii a contrario fine, hanno parturito e seminato. E cossì escano da quelle profanate stanze e non mangino de quel pane iscomunicato; ma vadano ad abitare in quelle pure ed incontaminate case, e si pascano di que’ cibi, che mediante la loro riformata legge li sono stati destinati, e novamente prodotti da questi personaggi pii che fanno tanto poco stima de l’opere operate, e solamente per una importuna, vile e stolta fantasia si stimano regi del cielo e figli de li dei, e più credeno ed attribuiscono a una vana, bovina ed asinina fiducia, ch’ad un utile, reale e magnanimo effetto.
Saul. — Subito, o Sofia, si vedrà quanto siano atti a guadagnarsi un palmo di terra questi che sono cossì effusi e prodighi a donar regni de’ cieli; e conoscerassi de quelli altri imperatori del cielo empireo quanto liberalmente de la propria sustanza gli lor Mercurii, che forse, per la poca fede che hanno nell’opre di carità, ridurranno in necessità di andar a lavorar i campi, o a far altr’arte questi lor celesti messaggieri: che, senza altrimente beccarsi il cervello, le assicurano che non so qual giustizia d’un altro è fatta giustizia loro propria: dalla qual purità e giustizia per questo solo vegnano esclusi, che per sassinii, rapine, violenze ed omicidii ch’abbiano fatti, si sgomentino, e per elemosine, atti di liberalitade, misericordia e giustizia si confideno, si attribuiscano e sperino punto.
Sofia — Come è possibile, o Saulino, che le conscienze talmente affette possano giamai aver vero amore d’oprar bene, e vera penitenza e timore di commettere qualsivoglia ribaldaria, se per commessi errori vegnono tanto assicurati, e per opre di giustizia son messi in tanta diffidenza?
Saul. — Tu vedi gli effetti, Sofia; perché è cosa vera e certa, come essi sono veri e certi, che, quando da qualsivoglia altra professione e fede alcuno si muove a questa, da quel che era già liberale, doviene avaro, da quel ch’era mite, è fatto insolente, da umile lo vedi superbo, da donator del suo è rubbator ed usurpator de l’altrui, da buono è ipocrita, da sincero è maligno, da semplice è malizioso, da riconoscente di sé è arrogantissimo, da abile a qualche bontà e dottrina è prono ad ogni sorte d’ignoranza e ribaldaria; ed in conclusione, da quel che possea esser tristo, è dovenuto pessimo, che non può esser peggiore.

Seconda parte del secondo dialogo

Sofia — Or seguitiamo il proposito, quale per l’advenimento di Mercurio ieri ne venne interrotto.
Saul. — È ben tempo dopo che, donata la raggione de la collocazione e situazione de’ buoni numi in loco dove erano quelle bestie, si vegga quali altri sieno ordinati di succedere al luogo de l’altre; e se vi piace, non vi sia grave di farmi sempre intendere la raggione e causa. Eravamo ieri su aver narrato, come il padre Giove ha donata ispedizione ad Ercole; però consequentemente per la prima è da vedere, che cosa abbia fatto succedere in suo luogo.
Sofia — Io, o Saulino, ho inteso in verità accaduto in cielo altro che quel tanto, che in fantasia, in sogno, in ombra, in spirito di profezia vedde Crantore circa il dibatto de la Ricchezza, Voluptà, Sanità e Fortezza. Perché, quando Giove ebbe escluso Ercole da là, subito si mese avanti la Ricchezza, e disse: —A me, o padre, conviene questo loco. —A cui rispose Giove: —Per qual caggione? —E lei: —Anzi mi maraviglio, disse, che sin tanto abbi differito di collocarmi, e prima che ti ricordassi di me, hai non solo collocate altre dee ed altri numi che mi denno cedere, ma oltre hai sostenuto che bisognasse che io da per me medesima venesse ad opponermi e presentarmi contra il pregiudizio mio e torto che mi fate. —E Giove rispose: -Dite pur la vostra causa, Ricchezza; perché io non stimo d’averti fatto torto col non darti una de le stanze già proviste; ma ancora credo di non fartene con negarti la presente che è da provedere: e forse ti potrai accorgere di peggio che non ti pensi. —E che peggio mi può e deve accadere per vostro giudizio, di quel che m’è accaduto? -disse la Ricchezza. —Dimmi, con qual raggione m’hai preposta la Veritate, la Prudenza, la Sofia, la Legge, il Giudicio, se io son quella, per cui la Veritate si stima, la Prudenza si dispone, la Sofia è preggiata, la Legge regna, il Giudicio dispone, e senza me la Verità è vile, la Prudenza è sciagurata, la Sofia è negletta, la Legge è muta, il Giudicio è zoppo; perché io a la prima dono campo, alla seconda do nervo, alla terza lume, a la quarta autoritade, al quinto forza; a tutte insieme giocundità bellezza ed ornamento, e le libero da fastidii e miserie? —Rispose Momo: —O Ricchezza, tu non dici il vero più che il falso; perché tu oltre sei quella per cui zoppica il Giudizio, la Legge sta in silenzio, la Sofia è calpestrata, la Prudenza è incarcerata e la Verità è depressa, quando ti fai compagna di buggiardi e ignoranti, quando favorisci col braccio de la sorte la pazzia, quando accendi e cattivi gli animi ai piaceri, quando amministri alla violenza, quando resisti a la giustizia. Ed appresso, a chi ti possiede non meno apporti fastidio che giocondità, difformità che bellezza, bruttezza che ornamento; e non sei quella, che dài fine a’ fastidii e miserie, ma che le muti e cangi in altra specie. Sì che in opinione sei buona, ma in verità sei più malvaggia; in apparenza sei cara, ma in esistenza sei vile; per fantasia sei utile, ma in effetto sei perniciosissima; atteso che per tuo magistero, quando investisci di te qualche perverso (come per ordinario sempre ti veggio in casa di scelerati, raro vicina ad uomini da bene), là a basso hai fatta la Veritade esclusa fuor de le cittadi a gli deserti, hai rotte le gambe a la Prudenza, hai fatta vergognar la Sofia, hai chiusa la bocca a la Legge, non hai fatto aver ardire al Giudicio, tutti hai resi vilissimi. -Ed in questo, o Momo, rispose la Ricchezza, puoi conoscere la mia potestate ed eccellenza: che io, aprendo e serrando il pugno, e per comunicarmi o qua o là, fo che questi cinque numi vagliano, possano e facciano, o ver sieno spreggiati, banditi e ributtati; e per dirla, posso cacciarle al cielo o ne l’inferno. —Qua rispose Giove: —Non vogliamo in cielo e in queste sedie altro che buoni numi. Da qua si togliano que’ che son rei, e quei che o sono più rei che buoni, e quei che indifferentemente son buoni e rei; tra gli quali io penso che sei tu, che sei buona con gli buoni, e pessima con gli scelerati.
Sai, o Giove, disse la Ricchezza, che io per me son buona, e non sono per me indifferente o neutra, o d’una ed altra maniera, come dici, se non in quanto di me altri bene si vogliano servire o male. —Qua rispose Momo: —Tu dunque, Ricchezza, sei una Dea maneggiabile, servibile, contrattabile, e che non ti governi da te stessa, e che non sei veramente quella che reggi e disponi de altri, ma di cui altri disponeno, e che sei retta da altri; onde sei buona quando altri ti maneggiano bene, sei mala quando sei mal guidata; sei, dico, buona in mano della Giustizia, della Sofia, della Prudenza, della Religione, della Legge, della Liberalità ed altri numi; sei ria se gli contrarii di questi ti maneggiano: come sono la violenza, l’avarizia, l’ignoranza ed altri. Come, dunque, da per te non sei né buona né ria, cossì credo essere bene, se Giove il consente, che per te non abbi né vergogna né onore; e per consequenza non sii degna d’aver propria stanza, né ad alto tra gli dei e numi celesti, né a basso tra gli inferi, ma che eternamente vadi da loco in loco, da regione in regione.
Arrisero tutti gli dei al dir di Momo, e Giove sentenziò cossì: —Sì che, Ricchezza, quando sei di Giustizia, abitarai nella stanza della Giustizia; quando sei di Verità, sarai dove è l’eccellenza di quella; quando sei di Sapienza e Sofia, sederai nel solio suo; quando di voluttuarii piaceri, tròvati là dove sono; quando d’oro ed argento, allora ti caccia ne le borse e casce; quando di vino, oglio e frumento, va fìccate ne le cantine e magazini; quando di pecore, capre e buovi, va a pascolar con essi e posa ne gli greggi ed armenti.
Cossì Giove l’impose quello che deve fare quando si trova con gli pazzi, e come si deve comportare quando è in casa di sapienti; in che modo per l’avenire perseverar debba a far come per il passato (forse perché non si può far altro), di farsi in certo modo facilmente trovare ed in certo modo difficilmente. Ma quella raggione e modo non la fece intendere a molti; se non che Momo alzò la voce e gli ne dié un’altra, se non fu quella medesima via, cioè: —Nessuno ti possa trovare senza che prima si sia pentito d’aver avuto buona mente e sano cervello. —Credo che volesse dire, che bisogna perdere la considerazione ed il giudicio di prudenza, non pensando mai all’incertezza ed infidelità de tempi, non avendo riguardo alla dubia ed instabile promessa del mare, non credere a cielo, non guardare a giustizia o a ingiustizia, ad onore o vergogna, a bonaccia o tempesta, ma tutto si commetta a la fortuna: —E che ti guardi di farti mai domestica di quei che con troppo giudicio ti cercano; e color meno ti veggano che con più tendicoli, lacci e reti di providenza ti perseguitano; ma per l’ordinario va’ dove son gli più insensati, pazzi, stracurati e stolti; ed in conclusione, quando sei in terra, guàrdati da’ più savii come dal fuoco: e cossì sempre accòstati e fatti familiare a gente semibestiali, e tieni sempre la medesima regola che tiene la fortuna.
Saul. — È ordinario, o Sofia, che gli più savii non son gli più ricchi; o perché si contentano di poco, e quel poco stimano assai, se è sufficiente a la vita; o per altre cause, che forse, mentre sono attenti a imprese più degne, non troppo vanno vagando qua e là per incontrarsi a uno di questi numi, che son le ricchezze o la fortuna. Ma séguita il tuo raggionamento.
Sofia — Non sì tosto la Povertà vedde la Ricchezza, sua nemica, esclusa, che con una più che povera grazia si fece innante; e disse che per quella raggione, che facea la Ricchezza indegna di quel loco, lei ne dovea essere stimata degnissima, per esser contraria a colei. A cui rispose Momo: —Povertà, Povertà, tu non sareste al tutto Povertà, se non fussi ancora povera d’argumenti, sillogismi e buone consequenze. Non per questo, o misera, che siete contrarie, séguita che tu debbi essere investita di quello che lei è dispogliata o priva, e tu debbi essere quel tanto che lei non è: come, verbigrazia (poi che bisogna donartelo ad intendere con essempio), tu devi essere Giove e Momo, perché lei non è Giove né Momo: ed in conclusione ciò che si niega di quella, debba essere affirmato di te; perché quelli che son più ricchi de dialettica che tu non sei, sanno che li contrarii non son medesimi con positivi e privativi, contradittorii, varii, differenti, altri, divisi, distinti e diversi. Sanno ancora che per raggione di contrarietà séguita, che non possiate essere insieme in un loco; ma non che, dove non è quella e non può esser quella, sii tu, o possi esser tu. —Qua risero tutti li dei, quando veddero Momo voler insegnar logica a la Povertà; ed è rimasto questo proverbio in cielo: Momo è maestro de la Povertà, o ver: Momo insegna dialettica a la Povertà. E questo lo dicono, quando vogliono delleggiar qualche fatto scontrafatto. —Che dunque ti par che si debba far di me, o Momo? —disse la Povertà. —Determina presto, perché io non sono sì ricca di paroli e concetti che possa disputar con Momo, né sì copiosa d’ingegno che possa molto imparar da lui.
Allora Momo dimandò a Giove per quella volta licenza, se voleva che determinasse. A cui Giove: —Ancora mi burli, o Momo? che hai tanta licenza, che sei più licenzioso (volsi dir licenziato) tu solo che tutti gli altri. Dona pur sicuro la sentenza a costei; perché, se la sarà buona, l’approvaremo. —Allora Momo disse: —Mi par congruo e condigno ch’ancor questa se la vada spasseggiando per quelle piazze, nelle quali si vede andar circumforando la Ricchezza, e corra e discorra, vada e vegna per le medesime campagne; perché (come vogliono gli canoni del raziocinio) per raggione di cotai contrarii questa non deve entrare se non là onde quella fugge, e non succedere se non là d’onde quella si parte; e quella non deve succedere ed entrare se non là d’onde questa si parte e fugge; e sempre l’una sia a le spalli de l’altra, e l’una doni la spinta a l’altra, non toccandosi mai da faccia a faccia, ma dove l’una ha il petto, l’altra abbia il tergo, come se giocassero (come facciamo noi tal volta) al giuoco de la rota del scarpone.
Saul. — Che disse sopra di questo Giove con gli altri?
Sofia — Tutti confirmaro e ratificaro la sentenza.
Saul. — La Povertà che disse?
Sofia — Disse: —Non mi par cosa degna, o dei (se pur il mio parer ha luogo, e non sono a fatto priva di giudicio), che la condizion mia debba essere al tutto simile a quella de la Ricchezza. —A cui rispose Momo: —Da l’antecedente, che versate nel medesimo teatro e rapresentate la medesima tragedia o comedia, non devi tirar questa consequenza, che vengate ad essere di medesima condizione, quia contraria versantur circa idem. —Vedo, o Momo, disse la Povertà, che tu ti burli di me; che anco tu, che fai professione de dir il vero e parlar ingenuamente, mi dispreggi; e questo non mi par che sia il tuo dovero, perché la Povertà è più degnamente difesa tal volta, anzi il più de le volte, che la Ricchezza. —Che vuoi che ti faccia, rispose Momo, se tu sei povera a fatto a fatto? La Povertà non è degna de difensione, se è povera di giudizio, di raggione, di meriti e di sillogismi, come sei tu, che m’hai ridutto a parlar ancor per le regole analittiche delli Priori e Posteriori d’Aristotele.
Saul. — Che cosa me dici, Sofia? Dunque li dei prendeno qualche volta Aristotele in mano? studiano verbigrazia ne gli filosofi?
Sofia — Non ti dirò di vantaggio di quel ch’è su la Pippa, la Nanna, l’Antonia, il Burchiello, l’Ancroia, ed un altro libro, che non si sa, ma è in questione s’è di Ovidio o Virgilio, ed io non me ne ricordo il nome, ed altri simili.
Saul. — E pur adesso trattano cose tanto gravi e seriose?
Sofia — E ti par che quelle non son seriose? non son gravi? Saulino, se tu fussi più filosofo, dico più accorto, credereste che non è lezione, non è libro che non sia essaminato da dei, e che, se non è a fatto senza sale, non sia maneggiato da dei; e che, se non è tutto balordesco, non sia approvato e messo con le catene nella biblioteca commune; perché pigliano piacere nella moltiforme representazione di tutte cose e frutti moltiformi de tutti ingegni, perché loro si compiaceno in tutte le cose che sono, e tutte le representazioni che si fanno, non meno che essi hanno cura che sieno, e donano ordine e permissione che si facciano. E pensa ch’il giudicio de gli dei è altro che il nostro commune, e non tutto quello che è peccato a noi e secondo noi, è peccato a essi e secondo essi. Que’ libri certo cossì, come le teologie, non denno esser communi a gli uomini ignoranti, che medesimi sono scelerati; perché ne ricevono mala instituzione.
Saul. — Or non son libri fatti da uomini di mala fama, disonesti e dissoluti, e forse a mal fine?
Sofia — È vero; ma non sono senza la sua instituzione e frutti della cognizione de chi scrive, come scrive, perché ed onde scrive, di che parla, come ne parla, come s’inganna lui, come gli altri s’ingannano di lui, come si declina e come s’inclina a uno affetto virtuoso e vizioso, come si muove il riso, il fastidio, il piacere, la nausea; ed in tutto è sapienza e providenza, ed in ogni cosa è ogni cosa, e massime è l’uno dove è l’altro contrario, e questo massime si cava da quello.
Saul. — Or torniamo al proposito donde ne ha divertiti il nome d’Aristotele e la fama de la Pippa. Come fu licenziata la Povertà da Giove, dopo che era sì schernita da Momo?
Sofia — Io non voglio referir tutti gli ridicoli propositi che passâro tra quello e colei, la quale non meno momezzava di Momo che di essa seppe momezzar colui. Dechiarò Giove, che questa abbia di privileggii e prorogative che non ha quella in queste cose qua a basso.
Saul. — Dite le cose che sono.
Sofia — Voglio, disse il padre, in prima, che tu, Povertà, sii oculata, e sappi ritornar facilmente là d’onde tal volta ti partiste, e discacciar con maggior possa la Ricchezza; che per il contrario tu vegni scacciata da quella la qual voglio che sia perpetuamente cieca. Appresso voglio che tu, Povertà, sii alata, destra ed ispedita per le piume che son fatte d’aquila o avoltore; ma ne li piedi voglio che sii come un vecchio bove che tira il grave aratro, che profonda ne le vene de la terra: e la Ricchezza, per il contrario, abbia l’ali tarde e gravi, accomodandosi quelle d’un’oca o cigno; ma gli piedi sieno di velocissimo corsiero o cervio, a fine che, quando lei fugge da qualche parte adoprando gli piedi, tu con il batter de l’ali vi ti facci presente; ed onde tu con opra de le ali tue disloggi, quella possa succedere con l’uso di suoi piedi: di maniera che con quella medesima prestezza che da lei sarai fuggita o perseguitata, tu vegni a perseguitarla e fuggirla.
Saul. — Perché non le fa o ambe due bene in piuma, o ambe due bene in piedi, se niente meno se potrebbono accordare di perseguitarsi e fuggirsi, o tardi o presto?
Sofia — Perché, andando la Ricchezza sempre carca, viene per la soma a impacciar alcunamente l’ali, e la Povertà, andando sempre discalza, facilmente per ruvidi camini viene ad essere offesa negli piedi: però questa in vano arrebe le piante, e quella le piume veloci.
Saul. — Questa risoluzione mi contenta. Or séguita.
Sofia — Oltre vuole, che la Povertà massimamente séguite la Ricchezza, e sia fuggita da quella quando si versa nelli palaggi terreni, ed in quelle stanze nelle quali ha il suo imperio la Fortuna; ma allor che ella s’appiglia a cose alte e rimosse dalla rabbia del tempo e di quell’altra cieca, non voglio che abbi tanto ardire o forza d’assalir per farla fuggire e tôrgli il loco. Perché non voglio che facilmente si parta da là dove con tanta difficultade e dignitade bisogna pervenire; e cossì, per a l’incontro, abbi tu quella fermezza nelle cose inferiori che lei può avere nelle superiori. —Anzi, soggionse Giove, voglio che in certo modo in voi vegna ad essere una certa concordia d’una non leggiera sorte, ma di grandissima importanza; a fin che non pensi, che con esser bandita dal cielo vegni più relegata ne l’inferno, che, per il contrario, con esser tolta da l’inferno, vegni collocata in cielo: di maniera che la condizion de la Ricchezza, la quale ho detta, vegna incomparabilmente meglior che la tua. Però voglio, che tanto si manche che l’una discacce l’altra dal loco del suo maggior domìno, che più tosto l’una si mantegna e fomente per l’altra, di maniera che tra voi sia strettissima amicizia e familiaritade.
Saul. — Fatemi presto intendere come sia questo.
Sofia — Disse Giove, soggiongendo a quel ch’avea detto: -Tu, Povertà, quando sarai di cose inferiori, potrai esser gionta, alligata e stretta alla Ricchezza di cose superiori, quanto mai la tua contraria Ricchezza di cose inferiori esser possa; perché con questa nessuno, che è savio e vuole sapere, stimarà giamai posser aggiongersi a cose grandi, atteso che alla filosofia donano impedimento le ricchezze, e la Povertade porge camino sicuro ed ispedito: essendo che non può essere la contemplazione, ove è circonstante la turba di molti servi, dove è importuna la moltitudine di debitori e creditori, computi di mercanti, raggioni di villici, la pastura di tante pancie mal avezze, l’insidie di tanti ladroni, occhii de avidi tiranni ed exazioni de infidi ministri: di maniera che nessuno può gustar che cosa sia tranquillità di spirito, se non è povero o simile al povero. Appresso voglio che sia grande colui che ne la povertà è ricco, perché si contenta; e sia vile e servo colui che ne le ricchezze è povero, perché non è sazio. Tu sarai sicura e tranquilla; lei turbida, sollecita, suspetta ed inquieta; tu sarai più grande e magnifica, dispreggiandola, che esser mai possa lei, riputandosi e stimandosi; a te, per isbramarti, voglio che baste la sola opinione; ma per far lei satolla, non voglio che sia sufficiente tutta la possessione de le cose. Voglio che tu sii più grande con togliere dalle cupiditadi, che non possa esser quella con aggiongere alle possessioni. A te voglio che siano aperti gli amici, a quella occolti gli nemici. Tu con la legge della natura voglio che sie ricca, quella con tutti studii ed industrie civili poverissima; perché non colui che ha poco, ma quello che molto desidera, è veramente povero. A te (se strengerai il sacco della cupidità) il necessario sarà assai, e poco sarà bastante; ed a lei niente baste, benché ogni cosa con le spalancate braccia apprenda. Tu, chiudendo il desiderio tuo, potrai contendere de la felicità con Giove; quella, amplificando le fimbrie de la concupiscenza, più e più si sommerga al baratro de le miserie. —Conchiuso ch’ebbe Giove l’espedizione di costei, contentissima chiese licenza di far il suo camino; e la Ricchezza fece segno di volersi un’altra volta accostar, per sollicitar il conseglio con qualche nuova proposta; ma non gli fu lecito di giongere più paroli.
—Via, via! li disse Momo. Non odi quanti ti chiamano, ti cridano, ti priegano, ti sacrificano, ti piangono, e con sì gran voti e stridi, che ormai hanno tutti noi altri assorditi, ti appellano? E tu ti vai tanto trattenendo e strafuggendo per queste parti? Va via presto, a la mal’ora, se non ti piace andar a la buona. —Non t’impacciar di questo, o Momo, li disse il padre Giove, lascia che si parta e vada, quando gli pare e piace. —Ella mi par in vero, disse Momo, cosa degna di compassione ed una specie d’ingiustizia a riguardo de chi non vi provede, e puote, che questa meno vada a chi più la chiama e richiama, ed a chi più la merita, meno s’accosta. —Voglio, disse Giove, quel che vuole il fato.
Saul. — Fanne altrimente, dovea dire Momo.
Sofia — Io voglio, ch’al rispetto de le cose là basso questa sia sorda: e che giamai, per esser chiamata, risponda o vegna; ma, guidata più da la sorte e la fortuna, vada a la cieca ed a tastoni ad comunicarsi a colui, che verrà a rancontrarsegli tra la moltitudine. —Quindi averrà, disse Saturno, che si comunicarà più presto ad uno de gran poltroni e forfanti, il numero de quali è come l’arena che ad alcuno che sia mediocremente uomo da bene: e più tosto ad uno di questi mediocri che sono assai, che ad uno de più principali che son pochissimi; e forse mai, anzi certamente mai a colui che è più meritevole che gli altri, ed unico individuo.
Saul. — Che disse Giove a questo?
Sofia — Cossì bisogna che sia; è donata dal fato questa condizione a la Povertà, che la sia chiamata con desiderio da rarissimi e pochissimi, ma che ella si comuniche e si presente a gli assaissimi e moltitudine più grande; la Ricchezza, per il contrario, chiamata, desiderata, invocata, adorata ed aspettata da quasi tutti, vada a far copia di sé a rarissimi, e quei che manco la coltivano ed aspettano. Questa sia sorda a fatto, che da quantunque grande strepito e fragore non si smuova e sia dura e salda che a pena tirata da rampini ed argani si approssime a chi la procaccia; e quella auritissima, prestissima, prontissima, che ad ogni minimo sibilo, cenno, da quantunque lontana parte chiamata, subito sia presente: oltre che per l’ordinario la si trova a la casa ed a te spalli de chi non solo non la chiama, ma ed oltre con ogni diligenza da lei s’asconde.
—Mentre la Ricchezza e la Povertà cedevano al luogo: —Olà, disse Momo, che ombra è quella familiare a que’ dua contrarii, e che è con la Ricchezza e che è con la Povertà? Io soglio vedere d’un medesimo corpo ombre diverse; ma de diversi corpi medesima ombra, non giamai, che io abbia notato, eccetto ch’adesso. —A cui rispose Apollo: —Dove non è lume, tutto è un’ombra; ancor che sieno diverse ombre, se son senza lume, si confondeno e sono una: come quando son molti lumi senza che qualche densità di corpo opaco se gli oppona o interpona, tutti concorreno a far un splendore. -Qua non mi par che debbia esser cossì: disse Momo; perché, dove è la Ricchezza, ed è a fatto esclusa la Povertà, e dove è la Povertà, suppositalmente distinta da la Ricchezza, non come doi lumi concorrenti in un soggetto illuminabile, si vede quella essere un’ombra che è con l’una e con l’altra. -Guardala bene, o Momo, disse Mercurio, e vedrai che non è un’ombra. —Non dissi che è ombra, rispose Momo, ma che è gionta a quelli doi numi, come una medesima ombra a doi corpi. Oh adesso considero; la mi par la Avarizia, che è una ombra: è le tenebre che sono della Ricchezza, ed è le tenebre che sono de la Povertà. —Cossì è, disse Mercurio: è ella figlia e compagna della Povertà, nemicissima de la sua madre, e che quanto può la fugge; inamorata ed invaghita de la Ricchezza, alla quale, quantunque sia giunta, sempre sente il rigor de la madre che la tormenta: e benché li sia appresso, li è lungi, e benché li sia lungi, li è appresso, perché, se si gli discosta, secondo la verità gli è intrinseca, e gionta secondo l’esistimazione. E non vedi che essendo gionta e compagna de la Ricchezza, fa che la Ricchezza non sia Ricchezza, e lunghi essendo da la Povertà, fa che la Povertà non sia Povertà? Queste tenebre, questa oscurità, questa ombra è quella che fa la Povertà esser mala e la Ricchezza non esser bene; e non si trova senza malignar l’una de le due, o ambe due insieme; rarissime volte né l’una né l’altra: e questo è quando sono da ogni lato circondate dalla luce della raggione ed intelletto. —Qua dimandò Momo a Mercurio, che li facesse intendere come quella faceva la Ricchezza non essere ricchezze. A cui rispose, che il ricco avaro è poverissimo; perché l’avarizia non è dove sono ricchezze, se non vi è anco la Povertà; la quale non men veramente se vi trova per virtù de l’affetto, che ritrovar si possa per virtù d’effetto; di sorte che questa ombra, al suo marcio dispetto, mai si può discostare da la madre più che da se stessa.
Mentre questo dicevano, Momo, il quale non è senza buonissima vista (benché non sempre vegga a la prima), con avere messo più d’attenzione: —O Mercurio, disse, quello ch’io ti dicevo essere come un’ombra, adesso scorgo che son tante bestie insieme insieme; perché la veggio canina, porcina, arietina, scimica, orsina, aquilina, corvina, falconina, leonina, asinina, e quante nine e nine bestie giamai fûro; e tante bestie è pur un corpo. La mi par certo il pantamorfo de gli animali bruti. —Dite meglio, rispose Mercurio, che è una bestia moltiforme; la pare una, ed è una; ma non è uniforme, come è proprio de vizii de aver molte forme, percioché sono informi e non hanno propria faccia, al contrario de le virtudi. Qualmente vedi essere la sua nemica liberalitade, la quale è semplice ed una; la giustizia è una e semplice; come ancora vedi la sanità essere una, e gli morbi innumerabili. —Mentre Mercurio diceva questo, Momo gl’interruppe il raggionamento, e gli disse: —Io veggio, che la ha tre teste in sua mal’ora; pensavo, o Mercurio, che la vista mi fusse turbata, quando di questa bestia sopra un busto scorgevo uno ed uno ed un altro capo; ma, poi che ho voltato l’occhio per tutto, e visto che non è altro che mi paia similmente, conchiudo che non è altrimente che come io veggio. —Tu vedi molto bene, rispose Mercurio. Di quelle tre teste l’una è la illiberalità, l’altra è il brutto guadagno, l’altra è la tenacità. —Dimandò Momo, se quelle parlavano; e Mercurio rispose che sì, e che la prima dice: Meglio esser più ricco che esser stimato più liberale e grato; la seconda: Non ti morir di fame per esser gentiluomo; la terza dice: Se non mi è onore, mi è utile. —E pur non hanno più che due braccia? disse Momo. —Bastano le due mani, rispose Mercurio, de le quali la destra è aperta aperta, larga larga, per prendere; l’altra è chiusa chiusa, stretta stretta, per tenere, e porgere come per distillazione e per lambicco, senza raggione di tempo e loco, come ancor senza raggione di misura. —Accostatevi alquanto più a me, tu, Ricchezza e Povertà, disse Momo, a fin che io possa meglior vedere la grazia di questa vostra bella pedissequa. —Il che essendo fatto, disse Momo: —È un volto, son più volti; è una testa, son più teste; è femina, è femina; ha la testa molto picciola, benché la faccia sia più che mediocre; è vecchia, è vile, è sordida, ha ’l viso rimesso, è di color nero; la veggio rugosa, ed ha capelli retti ed adri, occhi attentivi, bocca aperta ed anelante, e naso ed artigli adunchi; (maraviglia) essendo un animal pusillo, ha il ventre tanto capace e voraginoso, imbecille, mercenario e servile, ch’il volto drizzato a le stelle incurva. Zappa, s’infossa; e per trovar qualche cosa, s’immerge al profondo de la terra, e dando le spalli a la luce, a gli antri tende ed a le grotte, dove giamai giunse differenza del giorno e de la notte; ingrata, a la cui perversa speranza giamai fia molto, assai o bastante quel che si dona, e che quanto più cape tanto si fa più cupa: come la fiamma che più vorace si fa quanto è più grande. Manda, manda, scaccia, scaccia presto, o Giove, da questi tenimenti la Povertà e la Ricchezza insieme, e non permettere che s’accostino alle stanze de dei, se non vegnono senza questa vile ed abominevol fiera! —Rispose Giove: —Le vi verranno addosso ed appresso, come voi vi disporrete a riceverle. Per il presente se ne vadano con la già fatta risoluzione, e venemo noi presto al fatto nostro di determinare il nume possessor di questo campo.
Ed ecco, mentre il padre degli dei si volta in circa, da per se medesima impudentemente e con una non insolita arroganza si fece innante la Fortuna, e disse: —Non è bene, o Dei consulari, e tu, o gran sentenziator Giove, che, dove parlano e possono essere tanto udite la Povertà e Ricchezza, io sia veduta come pusillanime tacere per viltade, e non mostrarmi, e con ogni raggione risentirmi. Io, che son tanto degna e tanto potente, che metto avanti la Ricchezza, la guido e spingo dove mi pare e piace, d’onde voglio la scaccio e dove voglio la conduco, con oprar la successione e vicissitudine de quella con la Povertade; ed ognun sa che la felicitade di beni esterni non si può riferir più alla Ricchezza, come a suo principio, che a me; sicome la beltà della musica ed eccellenza de l’armonia da qualcuno non si deve più principalmente referire alla lira ed instrumento, che a l’arte ed a l’artefice che le maneggia. Io son quella dea divina ed eccellente, tanto desiderata, tanto cercata, tanto tenuta cara, per cui per il più de le volte è ringraziato Giove, dalla cui mano aperta procede la ricchezza, e dalle cui palme chiuse tutto il mondo plora, e si metteno sozzopra le citadi, regni ed imperii. Chi mai offre voti alla Ricchezza o alla Povertà? chi le ringrazia mai? Ognuno che vuole e brama quelle, chiama me, invoca me, sacrifica a me; chiunque viene contento per quelle, ringracia me, rende mercé alla Fortuna, per la Fortuna pone al foco gli aromati, per la Fortuna fumano gli altari. E che sono una causa, la quale quanto son più incerta tanto sono più veneranda e formidanda, e tanto son desiderabile ed appetibile quanto mi faccio meno compagna e familiare; perché ordinariamente nelle cose meno aperte, più occolte e maggiormente secrete si trova più dignità e maestade. Io che col mio splendore infosco la virtude, denigro la veritade, domo e dispreggio la maggior e meglior parte di queste dee e dei che veggio apparecchiati e messi come in ordine per prendersi piazza in cielo; ed io che ancor qua, in presenza di tale e tanto senato, sola metto terrore a tutti; perché (benché non ho la vista che mi serva) ho pur orecchie, per le quali comprendo, ad una gran parte de loro, battere e percuotersi gli denti per il timore che concepeno dalla mia formidabile presenza; quantunque con tutto ciò non perdano l’ardire e presunzione di mettersi avanti, a farsi nominare, dove prima non è stato disposto della mia dignitade; che ho sovente, e più che sovente, imperio sopra la Raggione, Veritade, Sofia, Giustizia ed altri numi; li quali, se non vogliono mentire di quello che è a tutto l’universo evidentissimo, potranno dire se possono apportar computo del numero de le volte che le ho buttate giù da le catedre, sedie e tribunali loro, ed a mia posta le ho reprimute, legate, rinchiuse ed incarcerate. Ed anco per mia mercé poi ed altre volte hanno potuto uscire, liberarsi, ristabilirse e riconfirmarse, mai senza timore delle mie disgrazie. -Momo disse: —Comunemente, o cieca madonna, tutti gli altri dei aspettano la retribuzion di queste sedie per l’opre buone ch’han fatte, facciono e posson fare: e per tali il senato s’è proposto di premiar quelli; e tu, mentre fai la causa tua, ne ameni la lista e processo di que’ tuoi delitti per gli quali non solo dereste esser bandita dal cielo, ma e da la terra ancora. —Rispose la Fortuna, che lei non era men buona che altri boni; e che la fusse tale, non era male; perché, quanto il fato dispone, tutto è bene; e se la natura sua fusse tale, come de la vipera, che è naturalmente velenosa, in questo non sarrebe sua colpa, ma o de la natura, o d’altro, che l’ha talmente instituita. Oltre che nessuna cosa è absolutamente mala; perché la vipera non è mortale e tossicosa a la vipera; né il drago, il leone, l’orso a l’orso, al leone, al drago; ma ogni cosa è mala a rispetto di qualch’altro; come voi, dei virtuosi, siete mali ad riguardo de viziosi, quei del giorno e de la luce son mali a quei de la notte ed oscuritade: e voi tra voi siete buoni, e lor tra loro son buoni; come aviene anco ne le sette del mondo nemiche, dove gli contrarii tra essi se chiamano figli de dei e giusti; e non meno questi di quelli, che quelli di questi, li più principali e più onorati chiamano peggiori e più riprovati. Io, dunque, Fortuna, quantunque a rispetto d’alcuni sia reproba, a rispetto d’altri son divinamente buona; ed è sentenza passata della maggior parte del mondo, che la fortuna de gli omini pende dal cielo; onde non è stella minima né grande, che appaia nel firmamento, da cui non si dica ch’io dispenso. —Qua rispose Mercurio, dicendo che troppo equivocamente era preso il suo nome: perché tal volta per la Fortuna non è altro che uno incerto evento de le cose; la quale incertezza a l’occhio de la providenza è nulla, benché sia massima a l’occhio de mortali. —La Fortuna non udiva questo, ma seguitava, ed a quel ch’avea detto, aggiunse che gli più egregii ed eccellenti filosofi del mondo, quali son stati Empedocle ed Epicuro, attribuiscono più a lei che a Giove istesso, anzi che a tutto il concilio de dei insieme. -Cossì tutti gli altri, diceva, e me intendeno Dea, e me intendeno celeste Dea, come credo che non vi sia novo a l’orecchie questo verso, il quale non è putto abecedario che non sappia recitare: Te facimus, Fortuna, deam, caeloque locamus.
E voglio ch’intendiate, o Dei, con quanta verità da alcuni son detta pazza, stolta, inconsiderata, mentre son essi sì pazzi, sì stolti, sì inconsiderati che non sanno apportar raggione de l’esser mio; ed onde trovo di que’ che son stimati più dotti che gli altri, quali in effetto dimostrano e conchiudeno il contrario, per quanto son costretti dal vero; talmente mi dicono irrazionale e senza discorso, che non per questo m’intendeno brutale e sciocca, atteso che con tal negazione non vogliono detraermi, ma attribuirmi di vantaggio; come ed io tal volta voglio negar cose piccole per concedere le maggiori. Non son, dunque, da essi compresa come chi sia ed opre sotto la raggione e con la raggione; ma sopra ogni raggione, sopra ogni discorso ed ogni ingegno. Lascio che pur in effetto s’accorgeno e confessano, ch’io ottegno ed esercito il governo e regno massime sopra gli razionali, intelligenti e divini: e non è savio che dica me effettuar col mio braccio sopra cose prive di raggione ed intelletto, quai sono le pietre, le bestie, gli fanciulli, gli forsennati ed altri che non hanno apprensione di causa finale e non possono oprare per il fine. —Te dirò, disse Minerva, o Fortuna, per qual caggione ti dicono senza discorso e raggione. A chi manca qualche senso, manca qualche scienza, e massime quella che è secondo quel senso. Considera di te, tu ora essendo priva del lume de gli occhi, li quali son la massima causa della scienza. —Rispose la Fortuna, che Minerva o s’ingannava lei, o voleva ingannar la Fortuna; e si confidava di farlo, perché la vedea cieca: -Ma, quantunque io sia priva d’occhio, non son però priva.d’orecchio ed intelletto, —gli disse.
Saul. — E credi che sia vero questo, o Sofia?
Sofia — Ascolta, e vedrai come sa distinguere, e come non gli sono occolte le filosofie e, tra l’altre cose, la Metafisica d’Aristotele. —Io, diceva, so che si trova chi dica la vista essere massimamente desiderata per il sapere; ma giamai conobbi sì stolto che dica la vista fare massimamente conoscere. E quando alcuno disse, quella essere massimamente desiderata, non voleva per tanto, che quella fusse massimamente necessaria, se non per la cognizione di certe cose: quai sono colori, figure, simmetrie corporali, bellezze, vaghezze ed altre visibili che più tosto sogliono perturbar la fantasia ed alienar l’intelletto; ma non che fusse necessaria assolutamente per le tutte o megliori specie di cognizione, perché sapea molto bene che molti, per dovenir sapienti, s’hanno cavati gli occhi; e di quei che o per sorte o per natura son stati ciechi, molti son visti più mirabili, come ti potrei mostrar assai Democriti, molti Tiresii, molti Omeri e molti come il Cieco d’Adria. Appresso credo che sai distinguere, se sei Minerva, che, quando un certo filosofo Stagirita disse che la vista è massimamente desiderata per il sapere, non comparava la vista con altre specie di mezzi per conoscere, come con l’udito, con la cogitazione, con l’intelletto; ma facea comparazione tra questo fine de la vista, che è il sapere, e altro fine, che la medesima si possa proponere. Però, se non ti rincresce d’andar sin ai campi Elisii a raggionar con lui (se pur non ha indi fatta partenza per altra vita, e bevuto de l’onde di Lete), vedrai che lui farà questa chiosa: Noi desideramo la vista massime per questo fine di sapere; e non quell’altra: Noi desideramo tra gli altri sensi massime la vista per sapere.
Saul. — È maraviglia, o Sofia, che la Fortuna sappia discorrere meglio, e meglio intender gli testi che Minerva, la quale è soprastante a queste intelligenze.
Sofia — Non ti maravigliare; perché, quando profondamente considerarai, e quando pratticarai e conversarai ben bene, trovarai che li graduati dei de le scienze e de l’eloquenze e de gli giudizii non sono più giudiziosi, più savi e più eloquenti de gli altri. Or, per seguitare il proposito della causa sua, che faceva la Fortuna nel senato, disse, parlando a tutti: —Niente, niente, o dei, mi toglie la cecità, niente che vaglia, niente che faccia alla perfezione de l’esser mio; per ciò che, s’io non fusse cieca, non sarei Fortuna, e tanto manca che per questa cecità possiate disminuire o attenuar la gloria di miei meriti, che da questa medesima prendo argumento della grandezza ed eccellenza di quelli: atteso che da quella verrò a convencere ch’io sono meno astratta da gli atti della considerazione, e non posso esser ingiusta nelle distribuzioni. —Disse Mercurio a Minerva: —Non arrai fatto poco, quando arrai dimostrato questo. —E soggionse la Fortuna: —Alla mia giustizia conviene essere tale; alla vera giustizia non conviene, non quadra, anzi ripugna ed oltraggia l’opra de gli occhi. Gli occhi son fatti per distinguere e conoscere le differenze (non voglio per ora mostrar quanto sovente per la vista sono ingannati quei che giudicano); io sono una giustizia che non ho da distinguere, non ho da far differenze; ma come tutti sono principalmente, realmente e finalmente uno ente, una cosa medesima (perché lo ente, uno e vero son medesimo), cossì ho da ponere tutti in certa equalità, stimar tutti parimente, aver ogni cosa per uno, e non esser più pronta a riguardare, a chiamar uno che un altro, e non più disposta a donar ad uno che ad un altro, ed essere più inclinata al prossimo che al lontano. Non veggio mitre, toghe, corone, arti, ingegni; non scorgo meriti e demeriti; perché, se pur quelli si trovano, non son cosa da natura altra ed altra in questo ed in quello, ma certissimamente per circostanze ed occasione, o accidente che s’offre, si rancontra e scorre in questo o in quello; e però, quando dono, non vedo a chi dono; quando toglio, non vedo a chi toglio: acciò che in questo modo io vegna a trattar tutti equalmente e senza differenza alcuna. E con questo certamente io vegno ad intendere e fare tutte le cose equali e giuste, e giusta —ed equalmente dispenso a tutti. Tutti metto dentro d’un’urna, e nel ventre capacissimo di quella tutti confondo, inbroglio ed exagito; e poi, zara a chi tocca; e chi l’ha buona, ben per lui, e chi l’ha mala, mal per lui! In questo modo, dentro l’urna de la Fortuna non è differente il più grande dal più picciolo; anzi là tutti sono equalmente grandi ed equalmente piccioli, perché in essi s’intende differenza da altri che da me: cioè prima che entrino ne l’urna, e dopo che esceno da l’urna. Mentre son dentro, tutti vegnono dalla medesima mano, nel medesimo vase, con medesima scossa isvoltati. Però, quando poi si prendeno le sorti, non è raggionevole che colui, a chi tocca mala riuscita, si lamente o di chi tiene l’urna, o de l’urna, o de la scossa, o di chi mette la mano a l’urna; ma deve, con la meglior e maggior pazienza ch’ei puote, comportar quel ch’ha disposto e come ha disposto, o è disposto il Fato: atteso che, quanto al rimanente, lui è stato equalmente scritto, la sua schedula era uguale a quella de tutti gli altri, è stato parimente annumerato, messo dentro, scrollato. Io dunque, che tratto tutto il mondo equalmente, e tutto ho per una massa, di cui nessuna parte stimo più degna ed indegna de l’altra, per esser vase d’opprobrio; io che getto tutti nella medesima urna della mutazione e moto, sono equale a tutti, tutti equalmente remiro, o non remiro alcuno particulare più che l’altro, vegno ad esser giustissima ancor ch’a tutti voi il contrario appaia. Or che a la mano, che s’intrude a l’urna, prende e cava le sorti, per chi tocca il male, e per chi tocca il bene, occorra gran numero d’indegni e raro occorrano meritevoli: questo procede dalla inequalità, iniquità ed ingiustizia di voi altri, che non fate tutti equali, e che avete gli occhi delle comparazioni, distinzioni, imparitadi ed ordini, con gli quali apprendete e fate differenze. Da voi, da voi, dico, proviene ogni inequalità, ogni iniquitade; perché la dea Bontade non equalmente si dona a tutti; la Sapienza non si communica a tutti con medesima misura; la Temperanza si trova in pochi; a rarissimi si mostra la Veritade. Cossì voi altri numi buoni siete scarsi, siete parzialissimi, facendo le distantissime differenze, le smisuratissime inequalitadi e le confusissime sproporzioni nelle cose particolari. Non sono, non son io iniqua, che senza differenza guardo tutti, ed a cui tutti sono come d’un colore, come d’un merito, come d’una sorte. Per voi aviene, che, quando la mia mano cava le sorti, occorrano più frequentemente, non solo al male, ma ancora al bene, non solo a gl’infortunii, ma ancora a le fortune, più per l’ordinario gli scelerati che gli buoni, più gl’insipidi che gli sapienti, più gli falsi che gli veraci. Perché questo? perché? Viene la Prudenza e getta ne l’urna non più che doi o tre nomi; viene la Sofia e non ve ne mette più che quattro o cinque; viene la Verità e non ve ne lascia più che uno, e meno, se meno si potesse: e poi di cento millenarii che son versati ne l’urna, volete che alla sortilega mano più presto occorra uno di questi otto o nove, che di otto o novecento mila. Or fate voi il contrario! Fa’, dico, tu, Virtù, che gli virtuosi sieno più che gli viziosi; fa’ tu, Sapienza, che il numero de savii sia più grande che quello de stolti; fa’ tu, Verità, che vegni aperta e manifesta a la più gran parte: e certo certo a gli ordinarii premii e casi incontraranno più de le vostre genti che de gli loro oppositi. Fate che sieno tutti giusti, veraci, savii e buoni; e certo certo non sarà mai grado o dignità ch’io dispense, che possa toccare a buggiardi, a iniqui, a pazzi. Non son, dunque, più ingiusta io che tratto e muovo tutti equalmente, che voi altri che non fate tutti equali. Tal che, quando aviene che un poltrone o forfante monta ad esser principe o ricco, non è per mia colpa, ma per iniquità di voi altri che, per esser scarsi del lume e splendor vostro, non lo sforfantaste o spoltronaste prima, o non lo spoltronate e sforfantate al presente, o almeno appresso lo vegnate a purgar della forfantesca poltronaria, a fine che un tale non presieda. Non è errore che sia fatto un prencipe, ma che sia fatto prencipe un forfante. Or essendo due cose, cioè principato e forfantaria, il vizio certamente non consiste nel principato che dono io, ma ne la forfanteria, che lasciate esser voi. Io perché muovo l’urna e caccio le sorti, non riguardo più a lui che ad un altro; e però non l’ho determinato prima ad esser principe o ricco (benché bisogna che determinatamente alla mano uno occorra tra tutti gli altri); ma voi, che fate le distinzioni, con gli occhi mirando e communicandovi a chi più ed a chi meno, a chi troppo ed a chi niente, siete venuti a lasciar costui determinatamente forfante e poltrone. Se dunque, la iniquità consiste non in fare un prencipe, e non in arricchirlo, ma in determinare un suggetto di forfantaria e poltronaria, non verrò io ad essere iniqua, ma voi. Ecco dunque, come il Fato m’ha fatto equissima, e non mi può aver fatta iniqua, perché mi fa essere senz’occhi, a fin che per questo vegna a posser equalmente graduar tutti. —Qua soggionse Momo dicendo: -Non ti diciam iniqua per gli occhi, ma per la mano. —A cui quella rispose: —Né meno per la mano, o Momo; perché non son più io causa del male, che le prendo come vegnono, che quelli che non vegnono come le prendo: voglio dire, che non vegnono cossì senza differenza come senza differenza le piglio. Non son io causa del male, se le prendo come occorreno; ma essi che mi se presentano quali sono, ed altri che non le fanno essere altrimente. Non son perversa io, che cieca indifferentemente stendo la mano a quel che si presenta chiaro o oscuro, ma chi tali le fa, e chi tali le lascia, e me l’invia. —Momo suggionse: —Ma, quando tutti venessero indifferenti, uguali e simili, non mancareste per tanto ad essere pur iniqua: perché, essendo tutti equalmente degni di prencipato, tu non verrai a farli tutti prencipe, ma un solo tra quelli. —Rispose sorridendo la Fortuna: -Parliamo, o Momo, de chi è ingiusto, e non parliamo de chi sarrebe ingiusto. E certo, con questo tuo modo di proponere o rispondere, tu mi pari assai a sufficienza convitto, poiché da quel che è in fatto, sei proceduto a quel che sarrebe; e da quel che non puoi dire ch’io sono iniqua, vai a dire ch’io sarrei iniqua. Rimane dunque, secondo la tua concessione, ch’io son giusta, ma sarrei ingiusta; e che voi siete ingiusti, ma sarreste giusti. Anzi, a quel ch’è detto aggiongo, che non solamente non sono, ma né pure sarrei men giusta allora, quando voi m’offressi tutti uguali; perché, quanto a quello che è impossibile, non s’attende giustizia né ingiustizia. Or non è possibile che un principato sia donato a tutti; non è possibile che tutti abbiano una sorte; ma è possibile ch’a tutti sia ugualmente offerta. Da questo possibile séguita il necessario, cioè che de tutti bisogna che riesca uno; ed in questo non consiste l’ingiustizia ed il male; perché non è possibile che sia più ch’uno; ma l’errore consiste in quel che séguita, cioè che quell’uno è vile, che quell’uno è forfante, che quell’uno non è virtuoso; e di questo male non è causa la Fortuna che dona l’esser prencipe ed esser facultoso; ma la dea Virtù che non gli dona, né gli donò esser virtuoso. —Molto eccellentemente ha fatte le sue raggioni la Fortuna, disse il padre Giove, e per ogni modo mi par degna d’aver sedia in cielo; ma ch’abbia una sedia propria, non mi par convenevole, essendo che non n’ha meno che sono le stelle; perché la Fortuna è in tutte quelle non meno che ne la terra, atteso che quelle non manco son mondi che la terra. Oltre, secondo la generale esistimazion de gli uomini, da tutte si dice pendere la Fortuna: e certo, se avessero più copia d’intelletto, direbono qualche cosa di vantaggio. Però (dica Momo quel che gli piace), essendo che le tue raggioni, o Dea, mi paiono pur troppo efficaci, conchiudo che, se non offriranno in contrario de la tua causa altre allegazioni, che vagliano più di queste sin ora apportate, io non voglio ardire di definirti stanza, come già volesse astrengerti o relegarti a quella; ma ti dono, anzi ti lascio in quella potestà che mostri avere in tutto il cielo: poi che per te stessa tu hai tanta autorità, che puoi aprirti que’ luoghi che son chiusi a Giove istesso insieme con tutti gli altri dei. E non voglio dir più circa quello per il che ti siamo tutti insieme ubligati assai assai. Tu, disserrando tutte le porte, ed aprendoti tutt’i camini e disponendoti tutte le stanze, fai tue tutte le cose aliene; e però non manca che le sedie che son degli altri, non siano pur tue; per ciò che quanto è sotto il fato della mutazione, tutto tutto passa per l’urna, per la rivoluzione e per la mano de l’eccellenza tua.

Terza parte del secondo dialogo


Talmente, dunque, Giove negò la sedia d’Ercole a la Fortuna, che a suo arbitrio lasciò e quella ed altre tutte che sono ne l’universo. Dalla qual sentenza, comunque se sia, non dissentirno gli dei tutti; e la orba dea, vedendo la determinazion fatta citra ogni sua ingiuria, si licenziò dal Senato dicendo: —Io, dunque, me ne vo aperta aperta ed occolta occolta a tutto l’universo; discorro gli alti e bassi palaggi, e non meno che la morte so inalzar le cose infime e deprimere le supreme; ed al fine, per forza di vicissitudine, vegno a far tutto uguale, e con incerta successione e raggion irrazionale, che mi trovo (cioè sopra ed estra le raggioni particolari), e con indeterminata misura volto la ruota, scuoto l’urna, a fine che la mia intenzione non vegna incusata da individuo alcuno. Su, Ricchezza, vieni a la mia destra, e tu, Povertà, a la mia sinistra: menate vosco il vostro comitato; tu, Ricchezza, li ministri tanto grati, e tu, Povertà, gli tuoi tanto noiosi alla moltitudine. Seguiteno, dico, prima il fastidio e la gioia, la felicità ed infelicità, la tristizia, l’allegrezza; la letizia, la maninconia; la fatica, il riposo; l’ocio, l’occupazione; la sordidezza, l’ornamento. Appresso l’austerità, le delicie; il lusso, la sobrietà; la libidine, l’astinenza; l’ebrietà, la sete; la crapula, la fame; l’appetito, la sacietade; la cupidiggia, il tedio e saturità; la pienezza, la vacuità; oltre il dare, il prendere; l’effusione, la parsimonia; l’investire, il dispogliare; il lucro, la iattura; l’introito, l’exito; il guadagno, il dispendio; l’avarizia, la liberalitade, con il numero e misura, eccesso e difetto; equalitade, inequalitade; debito, credito, dopoi sicurtà, suspizione; zelo, adulazione; onore, dispreggio; riverenza, scherno; ossequio, dispetto; grazia, onta; agiuto, destituzione; disconforto, consolazione; invidia, congratulazione; emulazione, compassione; confidenza, diffidenza; dominio, servitù; libertà, cattività; compagnia, solitudine. Tu, Occasione, camina avanti, precedi gli miei passi, aprime mille e mille strade, va incerta, incognita, occolta, percioché non voglio che il mio advenimento sia troppo antiveduto. Dona de sghiaffi a tutti vati, profeti, divini, mantici e prognosticatori. A tutti quei che si attraversano per impedirne il corso nostro, donagli su le coste. Togli via davanti gli miei piedi ogni possibile intoppo. Ispiana e spianta ogni altro cespuglio de dissegni che ad un cieco nume possa esser molesto, onde comodamente per te, mia guida, mi fia definito il montare o il poggiare, il divertir a destra o a sinistra, il movere, il fermare, il menar ed il ritener de passi. Io in un momento ed insieme insieme vo e vegno, stabilisco e muovo, assorgo e siedo, mentre a diverse ed infinite cose con diversi mezzi de l’occasione stendo le mani. Discorremo dunque da tutto, per tutto, in tutto, a tutto: quivi con dei, ivi con gli eroi; qua con uomini, là.con bestie.
Or essendo finita questa lite e donato spaccio alla Fortuna, voltato Giove a gli dei: —Mi par, disse, che in loco d’Ercole debba succedere la Fortezza, perché da dove è la verità, la legge, il giudicio, non deve esser lunghi la fortezza; perché constante e forte deve essere quella voluntà che administra il giudicio con la prudenza, per la legge, secondo la verità: atteso che come la verità e la legge formano l’intelletto, la prudenza, il giudicio e giustizia regolano la voluntà; cossì la constanza e fortezza conducono a l’effetto. Onde è detto da un sapiente: Non ti far giudice, se con la virtude e forza non sei potente a rompere le machine de l’iniquitade. —Risposero tutti gli dei: —Bene hai disposto, o Giove, che Ercole sin ora sia stato come tipo de la fortezza che dovea contemplarsi ne gli astri. Succedi tu, Fortezza, con la lanterna de la raggione innante, perché altrimente non sareste fortezza, ma stupidità, furia, audacia. E non sareste stimata fortezza, né men sareste; perché per pazzia, errore ed alienazion di mente verreste a non temere il male e la morte. Quella luce farà che non ardisci dove si deve temere: atteso che tal cosa il stolto e forsennato non teme che, quanto uno è più prudente e saggio, deve più paventare. Quella farà che dove importa l’onore, l’utilità publica, la dignità e perfezione del proprio essere, la cura delle divine leggi e naturali, ivi non ti smuovi per terrori che minacciano morte; sie presta ed ispedita dove gli altri son torpidi e tardi; facilmente comporti quel ch’altri difficilmente; abbi per poco o nulla ciò che altri stimano molto ed assai. Modera le tue male compagne: e quella che ti viene a destra con le sue ministre, Temeritade, Audacia, Presunzione, Insolenzia, Furia, Confidenzia; e quella, che ti vien alla sinistra con la Povertà di spirto, Deiezione, Timore, Viltade, Pusillanimitade, Desperazione. Conduci le tue virtuose figlie, Sedulità, Zelo, Toleranza, Magnanimità, Longanimità, Animosità, Alacrità, Industria, con il libro del catalogo delle cose che si governano con Cautela, o con Perseveranza, o con Fuga, o con Sufferenza; ed in cui son notate le cose ch’il forte non deve temere: cioè quelle che non ne fanno peggiore, come la Fame, la Nudità, la Sete, il Dolore, la Povertà, la Solitudine, la Persecuzione, la Morte; e de l’altre cose che, per ne rendere peggiori, denno essere con ogni diligenza fuggite: come l’Ignoranza crassa, l’Ingiustizia, l’Infidelità, la Buggia, l’Avarizia e cose simili. Cossì contemperandoti, non declinando a destra ed a sinistra, e non allontanandoti da tue figlie, leggendo ed osservando il tuo catalogo, non facendo estinto il tuo lume, sarai sola tutela de Virtudi, unica custodia di Giustizia e torre singulare de la Veritade; inespugnabile da’ vizii, invitta da le fatiche, constante a gli perigli, rigida contra le voluttadi, spreggiatrice de la Ricchezza, domitrice della Fortuna, triomfatrice del tutto. Temerariamente non ardirai, inconsultamente non temerai; non affettarai gli piaceri, non fuggirai gli odori; per falsa lode non ti compiacerai, e per vituperio non ti sgomentarai; non t’inalzarai per le prosperitadi, non ti dismetterai per le adversitadi; non t’impiombarà la gravità de fastidii, non ti sulleverà il vento de la leggerezza; non ti farà gonfia la ricchezza, e non ti confondarà la povertade: spreggiarai il soverchio, arrai poco senso del necessario. Divertirai da cose basse, e sarai sempre attenta ad alte imprese.
—Or, che ordine si prenderà per la mia Lira? —disse Mercurio. A cui rispose Momo: —Abbila per teco per tuo passatempo, quando ti trovi in barca o pur quando ti trovarai nell’ostarie. E se fai elezione di farne qualche presente, donandola a chi più meritevolmente si conviene, e non vuol andar troppo vagando per cercarlo, vattene a Napoli, a la piazza de l’Olmo; over in Venezia in piazza di S. Marco, circa il vespro: perché in questi doi luoghi compariscono gli corifei di color che montano in banco; ed ivi ti potrà occorrere quel megliore a cui iure meriti la si debbia. —Dimandò Mercurio: —Perché più tosto a megliori di questa che di altra specie? —Rispose Momo, che a questi tempi la lira è dovenuto principalmente instrumento da chiarlatani, per conciliarsi e trattenersi l’udienza, e meglior vendere le sue pallotte ed albarelli, come la rebecchina ancora è fatto instrumento da ciechi mendicanti. Mercurio disse: —E in mia potestà di farne quel che mi piace? —Cossì è, disse Giove; ma non già per ora di lasciarla star in cielo. E voglio (se cossì pare ancor a voi altri del conseglio) che in luogo di questa sua lira de le nove corde succeda la gran madre Mnemosine con le nove Muse, sue figlie. —Qua fêrno un chino di testa gli dei tutti in segno di approvazione; e la Dea promossa con le sue figlie rese le grazie. L’Aritmetrica, la quale è primogenita, disse che le ringraziava per più volte che non concepe individui e specie di numeri, ed oltre per più millenarii de millenarii che mai possa con le sue addizioni apportar l’intelletto; la Geometria più che mai forme e figure formar si vagliano, e che atomi possa mai incorrere per le fantastiche resoluzioni di continui; la Musica più che mai fantasia possa combinar forme di concenti e sinfonie; la Logica più che non fanno absurdità li suoi gramatici, false persuasioni i suoi retorici, e sofismi e false demostrazioni i dialettici; la Poesia più che, per far correre le lor tante favole, non hanno piedi quanti han fatti e son per far versi i suoi cantori; la Astrologia più che contegna stelle l’inmenso spacio dell’eterea regione, se più dir si puote; la Fisica tante mercé li rese, quante possono essere prossimi e primi principii ed elementi nel seno de la natura; la Metafisica più che non son geni d’idee e specie de fini ed efficienti sopra gli naturali effetti, tanto secondo la realità che è ne le cose, quanto secondo il concetto representante; l’Etica, quanti possono essere costumi, consuetudini, leggi, giustizie e delitti in questo ed altri mondi de l’universo. La madre Mnemosine disse: —Tante grazie e mercé vi rendo, o dei, quanti esser possono particolari suggetti a la memoria ed a l’oblio, alla cognizione ed ignoranza. —Ed in questo mentre Giove ordinò alla sua primogenita Minerva, che gli porgesse quella scatola che teneva sotto il capezzal del letto; ed indi cacciò nove bussole, le quali contegnono nove collirii che son stati ordinati per purgar l’animo umano, e quanto alla cognizione e quanto alla affezione. E primamente ne donò tre alle tre primiere, dicendogli: —Eccovi il meglior unguento con cui possiate purgar e chiarir la potenza sensitiva circa la moltitudine, grandezza ed armonica proporzione di cose sensibili. —Ne dié uno a la quarta, e disse: —Questo servirà per far regolata la facultà inventiva e giudicativa. —Prendi questo, disse a la quinta, che con suscitar certo melancolico appulso è potente ad incitar a delettevole furore e vaticinio. —Donò il suo a la sesta, mostrandogli il modo, con cui mediante quello aprisse gli occhi de mortali alla contemplazion di cose archetipe e superne. La settima ricevé quello per cui meglio vien riformata la facultà razionale circa la contemplazion de la natura. La ottava, l’altro non meno eccellente che promove l’intelletto all’apprension di cose sopranaturali, in quanto che influiscono ne la natura e sono in certo modo absolute da quella. L’ultimo, più grande, più precioso e più eccellente, dié in mano de l’ultimogenita; la quale, quanto è posterior de l’altre tutte, tanto è più che tutte l’altre degna; e gli disse: —Ecco qua, Etica, con cui prudentemente, con sagacità, accortezza e generosa filantropia saprai instituir religioni, ordinar gli culti, metter leggi ed esecutar giudicii; ed approvare, confirmare, conservar e defendere tutto il che è bene instituito, ordinato, messo ed esecutato, accomodando quanto si può gli affetti ed effetti al culto de dei e convitto de gli uomini.
—Che faremo del Cigno? —dimandò Giunone. Rispose Momo: -Mandiamolo in nome del suo diavolo a natar con gli altri, o nel lago di Pergusa, o nel fiume Caistro, dove arrà molti compagni —Non voglio cossì, disse Giove; ma ordino che nel becco sia marcato del mio sigillo e messo nel Tamesi; perché là sarà più sicuro ch’in altra parte, atteso che per la tema di pena capitale non mi potrà essere così facilmente rubbato. —Saviamente, suggionsero gli dei, hai provisto, o gran padre; —ed aspettavano che Giove determinasse del successore. Onde séguita il suo decreto il primo presidente, e dice: —Mi par molto convenevole che vi sia locata la Penitenza, la qual tra le virtudi è come il cigno tra gli ucelli: perché la non ardisce, né può volar alto per il gravor dell’erubescenza ed umile recognizion di se stessa, si mantiene sommessa; però, togliendosi a l’odiosa terra, e non ardendo de s’inalzare al cielo, ama gli fiumi, s’attuffa a l’acqui, che son le lacrime della compunzione nelle quali cerca lavarsi, purgarsi, mondarsi, dopo ch’a sé nel limoso lido de l’errore insporcata dispiacque, mossa dal senso di tal dispiacere, è incorsa la determinazione del corregersi, e, quanto possibil fia, farsi simile alla candida innocenza. Con questa virtù risaleno l’anime che son ruinate dal cielo ed inmerse a l’Orco tenebroso, passate per il Cocito de le voluttadi sensitive, ed accese dal Periflegetonte de l’amor cupidinesco ed appetito di generazione; de quali il primo ingombra il spirto di tristizia, ed il secondo rende l’alma disdegnosa; come per rimembranza de l’alta ereditade ritornando in se medesima, dispiace a se medesima per il stato presente; si duole per quel che si delettò e non vorrebe aver compiaciuto a se stessa: ed in questo modo viene a poco a poco a dispogliarsi dal presente stato, attenuandosegli la materia carnale ed il peso de la crassa sustanza; si mette tutta in piume, s’accende e si scalda al sole, concepe il fervido amor di cose sublimi, doviene aeria, s’appiglia al sole e di bel nuovo si converte al suo principio. —Degnamente la Penitenza è messa tra le virtudi, disse Saturno; perché, quantunque sia figlia del padre Errore e de l’Iniquitade madre, è nulladimeno come la vermiglia rosa che da le adre e pungenti spine si caccia; è come una lucida e liquida scintilla che dalla negra e dura selce si spicca, fassi in alto e tende al suo cognato sole. —Ben provisto, ben determinato! —disse tutto il concilio de gli dei. —Sieda la Penitenza tra le virtudi, sia uno de gli celesti numi!
A questa voce generale, prima ch’altro proponesse di Cassiopea, alzò la voce il furibondo Marte, e disse: —Non sia, o dei, chi tolga alla mia bellicosa Ispagna questa matrona che cossì boriosa, altiera e maestrale non si contentò di salir al cielo senza condurvi la sua catedra col baldacchino. Costei (se cossì piace al padre summitonante, e se voi altri non volete discontentarmi a rischio di patir a buona misura il simile, quando mi passarete per le mani) vorrei che, per aver costumi di quella patria, e parer ivi nata, nodrita ed allevata, determiniate che la vi soggiorne. —Rispose Momo: —Non sia chi tolga l’arroganza e questa femina, ch’è vivo ritratto di quella, al signor bravo capitan di squadre. —A cui Marte: —Con questa spada farò conoscere non solamente a te poveraccio, che non hai altra virtude e forza che de lingua fracida senza sale; ma ed oltre a qualsivogli’altro (fuor di Giove, per essere superior di tutti), che sotto quella che voi dite iattanza, dica non si trovar bellezza, gloria, maestà, magnanimità, e fortezza degna della protezion del scudo marziale; e di cui l’onte non son indegne d’esser vendicate da questa orribil punta chi ha soluto domar uomini e dei. —Abbila pur, soggionse Momo, in tua mal’ora teco: perché tra noi altri dei non vi trovarai un altro sì bizzarro e pazzo, che, per guadagnarsi una de queste colubre e tempestose bestie, voglia mettersi a rischio di farsi rompere il capo. —Non te incolerar, Marte, non ti rabbiar, Momo, disse il benigno protoparente. Facilmente a te, dio de la guerra, si potrà concedere liberamente questa cosa, che non è troppo d’importanza, se ne bisogna talvolta, al nostro dispetto, comportar, che con la sola autorità della tua fiammeggiante spada commetti tanti stupri, tanti adulterii, tanti latrocinii, usurpazioni ed assassinii. Va’ dunque, che io insieme con gli altri dei la commettemo in tutto alla tua libidinosa voglia; sol che non più la facci induggiar qua in mezzo a gli astri, vicina a tante virtuose dee. Vada con la sua catedra a basso, e conduca la Iattanzia seco. E ceda il luogo alla Semplicità, la qual declina dalla destra di costei, che ostenta e predica più di quel che possiede, e dalla sinistra della Dissimulazione la quale occolta e finge di non aver quel ch’ave, e mostra posseder meno di quel che si trova. Questa pedissequa de la Veritade non deve lungi peregrinare dalla sua regina, benché talvolta la dea Necessitade la costringa di declinare verso la Dissimulazione, a fine che non vegna inculcata la Simplicità o Veritade, o per evitar altro inconveniente. Questo facendosi da lei non senza modo ed ordine, facilmente potrà essere fatto ancora senza errore e vizio. —Andando la Semplicità per prendere il suo luogo, comparve de incesso sicuro e confidente; al contrario de la Iattanzia e Dissimulazione, le quali caminano non senza tema, come con gli suspiciosi passi e formidoloso aspetto dimostravano. Lo aspetto della Simplicità piacque a tutti gli dei, perché per la sua uniformità in certa maniera rapresenta ed ha la similitudine del volto divino. Il volto suo è amabile, perché non si cangia mai; e però con quella raggione, per cui comincia una volta a piacere, sempre piacerà; e non per suo, ma per l’altrui difetto aviene che cesse d’essere amata. Ma la Iattanzia, la qual suol piacere, per donare ad intendere di possedere più di quel che possiede, facilmente, quando sarà conosciuta, non solo incorrerà dispiacenza, ma ed oltre, talvolta, dispreggio. Similmente la Dissimulazione, per esser altrimente conosciuta, che come prima si volse persuadere, non senza difficultade potrà venir in odio a colui da chi fu prima grata. Di queste dunque l’una e l’altra fu stimata indegna del cielo, e di esser unita a quello che suol trovarsegli in mezzo. Ma non tanto la Dissimulazione, di cui talvolta sogliono servirsi anco gli dei; perché talvolta, per fuggir invidia, biasmo ed oltraggio, con gli vestimenti di costei la Prudenza suole occultar la Veritade.
Saul. — È vero e bene, o Sofia; e non senza spirto di veritade mostrò il Poeta ferrarese, questa essere molto più conveniente a gli omini, se talvolta non è sconvenevole a dei:
Quantunque il simular sia le più volte
Ripreso, e dia di mala mente indici,
Si trova pur in molte cose e molte
Aver fatti evidenti benefici,
E danni, e biasmi, e morte aver già tolte;
Ché non conversiam sempre con gli amici
In questa assai più oscura che serena
Vita mortal, tutta d’invidia piena.
Ma vorrei sapere, o Sofia, in che maniera intendi la Simplicità aver similitudine del volto divino.
Sofia — Per questo, che la non può aggiongere a l’esser suo con la iattanza, e non può suttraere da quello con la simulazione. E questo procede dal non avere intelligenza ed apprensione di se stessa; come quello che è simplicissimo, se non vuol essere altro che semplicissimo, non intende se stesso. Perché quello che si sente e che si remira, si fa in certo modo molto, e, per dir meglio, altro ed altro; perché si fa obietto e potenza, conoscente e conoscibile: essendo che ne l’atto dell’intelligenza molte cose incorreno in uno. Però quella semplicissima intelligenza non si dice intendere se stessa, come se avesse un atto reflesso de intelligente ed intelligibile; ma perché è absolutissimo e semplicissimo lume, solo dunque se dice intendersi negativamente, per quanto non si può essere occolta. La Semplicità dunque, in quanto che non apprende e non commenta su l’esser suo, s’intende aver similitudine divina. Dalla quale a tutta distanza dechina la boriosa Iattanzia. Ma non tanto la studiosa Dissimulazione, a cui Giove fa lecito che talvolta si presente in cielo, e non già come dea, ma come tal volta ancella della Prudenza e scudo della Veritade.
Saul. — Or vengamo ad considerar quel ch’è fatto di Perseo e della sua stanza.
Sofia — Che farai, o Giove, di questo tuo bastardo, che ti fêsti parturire a Danae? —disse Momo. Rispose Giove: -Vada, se cossì piace al senato intiero (perché mi par che qualche nuova Medusa si trova in terra, che, non meno che quella di già gran tempo, è potente di convertere in selce col suo aspetto chiunque la remira), vada a costei non come mandato da un nuovo Polidette, ma come inviato da Giove insieme con tutto il senato celeste; e veda se, secondo la medesima arte, possa superare tanto più orribile quanto più nuovo mostro. —Qua risorse Minerva, dicendo: —Ed io dal mio canto non mancarò d’accomodargli non men commodo scudo di cristallo con cui vegna ad abbarbagliar la vista de le nemiche Forcidi messe in custodia de le Gorgoni; ed io in presenza voglio assistergli, sin tanto che abbia disciolto il capo di questa Medusa dal suo busto. —Cossì, disse Giove, farai molto bene, mia figlia; ed io te impono questa cura, nella qual voglio che t’adopri con ogni diligenza. Ma non vorei che di nuovo faccia, che a danno de gli poveri popoli avenga che per le stille, che scorreranno da le vene incise, vegnano generati nuovi serpenti in terra, dove, a mal grado de miseri, vi se ne ritrovano pur assai e troppo. Però, montato sul Pegaso, che verrà fuori del fecondo corpo di colei, discorra (riparando al flusso de le goccie sanguinose) non già per l’Africa dove di qualche cattiva Andromeda vegna cattivo: dalla quale, avinta in ferree catene, vegna legato di quelle di diamante; ma col suo destriero alato discorra la mia diletta Europa; ed ivi cerca, dove son que’ superbi e mostruosi Atlanti, nemici de la progenie di Giove, da cui temeno che gli vegnan tolte le poma d’oro, che sotto la custodia e serragli de l’Avarizia ed Ambizione tegnono occolte. Attenda ove son altre più generose e più belle Andromede che per violenza di falsa religione vegnono legate ed esposte alle marine belve. Guarde se qualche violento Fineo, constipato dalla moltitudine di perniciosi ministri, viene ad usurparsi i frutti dell’altrui industrie e fatiche. Se qualche numero de ingrati, ostinati ed increduli Polidetti vi presiede, facciasegli a il specchio tutto animoso innante, presentegli agli occhi ove possono remirar il suo fedo ritratto, dal cui orrendo aspetto impetrati perdano ogni perverso senso, moto e vita. -.
—Bene ordinato il tutto, dissero gli dei. Perché è cosa conveniente che gionto ad Ercule, che col braccio della Giustizia e bastone del Giudicio è fatto domator de le corporee forze, compaia Perseo, che, col specchio luminoso della dottrina e con la presentazion del ritratto abominando de la scisma ed eresia, alla perniciosa conscienza de gli malfattori ed ostinati ingegni metta il chiodo, togliendoli l’opra di lingua, di mani e senso.
Saul. — Venite ora, Sofia, a chiarirmi di quello ch’è ordinato a succedere a la piazza onde fece partenza costui.
Sofia — Una virtude in abito e gesti niente dissimile a costui, che si chiama Diligenza, over Sollecitudine; la qual ha ed è avuta per compagna da la Fatica, in virtù della quale Perseo fu Perseo, ed Ercole fu Ercole, ed ogni forte e faticoso è faticoso e forte; e per cui il pronepote d’Abante av’intercetto alle Forcidi il lume, il capo a Medusa, il pennato destriero al tronco busto, le sacre poma al figlio di Climene ed Iapeto, la figlia di Cefeo ed Andromeda al Ceto, difesa la moglie dal rivale, revista Argo sua patria, tolto il regno a Preto, restituito quello a Crisio fratello, vendicatosi su l’ingrato e discortese re de l’isola Serifia; per cui, dico, si supera ogni vigilanza, si tronca ogni adversa occasione, si facilita ogni camino ed accesso, s’acquista ogni tesoro, si doma ogni forza, si toglie ogni cattività, s’ottiene ogni desio, si defende ogni possessione, si gionge ad ogni porto, si deprimeno tutti adversarii, si esaltano tutti amici e si vendicano tutte ingiurie; e finalmente si viene ad ogni dissegno. Ordinò dunque Giove, e questo ordine approvâro tutti dei, che la faticosa e diligente Sollecitudine si facesse innante. Ed ecco che la comparve, avendosi adattati gli talari de l’impeto divino con gli quali calpestra il sommo bene populare, spreggia le blande carezze de le voluttadi, che, come Sirene insidiose, tentano di ritardarla dal corso de l’opra che la ricerca ed aspetta. Appigliatasi con la sinistra al scudo risplendente dal suo fervore, che di stupida maraviglia ingombra gli occhi desidiosi ed inerti; compresa con la destra la serpentina chioma di perniciosi pensieri, a’ quai sottogiace quell’orribil capo, di cui l’infelice volto da mille passioni di sdegno, d’ira, di spavento, di terrore, di abominio, di maraviglia, di melancolia e di lugubre pentimento disformato, sassifica ed instupisce chiunque v’affigge gli occhi; montata su quell’aligero cavallo della studiosa perseveranza, con il quale, a quanto si forza, a tanto arriva e giunge, superando ogni intoppo di clivoso monte, ritardamento di profonda valle, impeto di rapido fiume, riparo di siepe densissime e di quantunque grosse ed alte muraglia. Venuta dunque in presenza del sacrosanto senato, udì dal sommo preside queste paroli: —Voglio, o Diligenza, che ottegni questo nobil spacio nel cielo; perché tu sei quella che nutri con la fatica gli animi generosi. Monta, supera e passa con uno spirto, se possibil fia, ogni sassosa e ruvida montagna. Infervora tanto l’affetto tuo, che non solo resisti e vinci te stessa, ma, ed oltre, non abbi senso della tua difficultade, non abbi sentimento del tuo esser fatica; perché cossì la fatica non deve esser fatica a sé, come a se medesimo nessun grave è grave. Però non sarai degna fatica, se talmente non vinci te stessa, che non ti stimi essere quel che sei, fatica; atteso che, dovunque hai senso di te, non puoi essere superiore a te; ma, se non sei depressa o suppressa, vieni al meno ad essere oppressa da te medesima. La somma perfezione è non sentir fatica e dolore, quando si comporta fatica e dolore. Devi superarti con quel senso di voluttà, che non sente voluttà; quella voluttà dico, la quale, se fusse naturalmente buona, non verrebe dispreggiata da molti, come principio di morbi, povertade e biasimo. Ma tu, Fatica, circa l’opre egregie sii voluttà e non fatica a te stessa; vegni, dico, ad esser una e medesima cosa con quella, la quale fuor di quelle opre ed atti virtuosi sia a se stessa non voluttà, ma fatica intolerabile. Su dunque, se sei virtù, non occuparti a cose basse, a cose frivole, a cose vane. Se vuoi esser là dove il polo sublime della Verità ti vegna verticale, passa questo Apennino, monta queste Alpi, varca questo scoglioso Oceano, supera questi rigorosi Rifei, trapassa questo sterile e gelato Caucaso, penetra le inaccessibili erture, e subintra quel felice circolo, dove il lume è continuo e non si veggon mai tenebre né freddo, ma è perpetua temperie di caldo e dove eterna ti fia l’aurora o giorno. Passa dunque tu, dea Sollecitudine o Fatica; e voglio (disse Giove) che la difficultade ti corra avanti e ti fugga. Scaccia la Disaventura, apprendi la Fortuna pe’ capelli; affretta, quando meglio ti pare, il corso della sua ruota; e quando ti sembra bene, figigli il chiodo, acciò non scorra. Voglio che teco vegna la Sanità, la Robustezza, l’Incolumità. Sia tua scudiera la Diligenza e tuo antesignano sia l’Esercizio. Sieguati l’Acquisizione con le munizioni sue, che son Bene del corpo, Bene de l’animo, e, se vuoi, Bene de la fortuna; e di questi voglio che più sieno amati da te quei che tu medesima hai acquistati, che altri che ricevi d’altrui: non altrimente che una madre ama più li figli, come colei che più le conosce per suoi. Non voglio che possi dividerti; perché, se ti smembrarai, parte occupandoti a l’opre de la mente e parte a l’oprazioni del corpo, verrai ad esser defettuosa a l’una e l’altra parte; e se più ti addonarai a l’uno, meno prevalerai ne l’altro verso: se tutta inclinarai a cose materiali, nulla vegni ad essere in cose intellettuali, e per l’incontro. Ordino a l’Occasione, che quando fia mestiero, ad alta voce o con cenno o con silenzio quella chiamatati, o ti esorti, o ti alletti, o ti inciti, o ti sforze. Comando alla Comodità ed Incomodità, che ti avertiscano quando si possano accollare, e quando si denno poner giù le sarcine, como talor quando è necessario transnatare. Voglio che la Diligenza ti toglia ogni intoppo; la Vigilanza ti farà la sentinella guardando circa in circa, a fin che cosa non ti s’appresse all’improviso; che la Indigenza ti averta dalla Sollecitudine e Vigilanza circa cose vane; la quale se non sarà udita da te, succeda al fine la Penitenza, la qual ti faccia esperimentar che è cosa più laboriosa aver menate le braccia vacue, che con le mani piene aver tirati sassi. Tu con gli piedi della Diligenza, quanto puoi, fuggi e ti affretta, pria che Forza maggior intervegna e toglia la Libertade over porga forza ed armi alla Difficultade.
Cossì la Sollecitudine, avendo ringraziato Giove e gli altri, prende il suo camino e parla in questa forma: —Ecco, io Fatica muovo gli passi, mi accingo, mi sbraccio. Via da me ogni torpore, ogni ocio, ogni negligenza, ogni desidiosa acedia, fuori ogni lentezza! Tu, Industria mia, proponite avanti gli occhi della considerazione il tuo profitto, il tuo fine. Rendi salutifere quelle altrui tante calunnie, quelli altrui tanti frutti di malignitade ed invidia, e quel tuo raggionevole timore che ti cacciâro dallo tuo natio albergo, che ti alienaro da gli amici, che ti allontanâro dalla patria, e ti bandîro a poco amichevole contrade. Fa’, Industria mia, meco glorioso quello essilio e travagli, sopra la quiete, sopra quella patria tranquillitade, commoditade e pace. Su, Diligenza, che fai? perché tanto ociamo e dormiamo vivi, se tanto tanto doviamo ociar e dormire in morte? Atteso che, se pur aspettiamo altra vita o altro modo di esser noi, non sarà quella nostra, come de chi siamo al presente; percioché questa, senza sperar giamai ritorno, eternamente passa. Tu, Speranza, che fai, che non mi sproni, che non m’inciti? Su, fa’ ch’io aspetti da cose difficili exito salutare, se non mi affretto avanti tempo e non cesso in tempo; e non far ch’io mi prometta cosa per quanto viva, ma per quanto ben viva. Tu, Zelo, siimi sempre assistente, a fine ch’io non tente cose indegne di nume da bene, e che non stenda le mani a quei negocii che sieno caggione di maggior negocio. Amor di gloria, presentami avanti gli occhi quanto sia brutto a vedere, e cosa turpe di esser sollecito della sicurtà nell’entrata e principio del negocio. Sagacità, fa’ che da le cose incerte e dubie non mi retire, né volte le spalli, ma da quelle pian piano mi discoste in salvo. Tu medesima (acciò ch’io non sia ritrovata da nemici, ed il furor di quelli non mi s’avente sopra) confondi, seguendomi, gli miei vestigi. Tu mi fa menar gli passi per vie distanti da le stanze de la Fortuna, perché la non ha lunghe le mani, e non può occupar se non quelli che gli son vicini, e non essagita se non color che si trovano dentro la sua urna. Tu farai ch’io non tente cosa, se non quando attamente posso; e fammi nel negocio più cauta che forte, se non puoi farmi equalmente cauta e forte. Fa’ ch’il mio lavoro sia occolto e sia aperto: aperto, acciò che non ogniuno il cerca ed inquira; occolto, acciò che non tutti, ma pochissimi lo ritroveno. Perché sai bene che le cose occolte sono investigate, e le cose inserrate convitano gli ladroni. Oltre, quel che appare, è stimato vile, e l’arca aperta non è diligentemente ricercata, ed è creduto poco preggiato quello che non si vede con molta diligenza messo in custodia. Animosità, con la voce del tuo vivace fervore, quando la difficultà mi preme, oltraggia, e resiste, non mancar sovente d’intonarmi a l’orecchio quella sentenza: Tu ne cede malis, sed contra audentior ito.
Tu, Consultazion, mi farai intendere quando mi conviene sciôrre o rompere la mal impiegata occupazione; la qual degnamente prenderà la mira non ad oro e facultadi da volgari e sordidi ingegni; ma a que’ tesori che meno ascosi e dispersi dal tempo, son celebrati e colti nel campo de l’eternitade; a fin che non si dica di noi, come di quelli: meditantur sua stercora scarabaei. Tu, Pazienza, confirmami, affrenami ed administrami quel tuo Ocio eletto, a cui non è sorella la Desidia, ma quello che è fratello de la Toleranza. Mi farai declinar dall’inquietudine ed inclinare alla non curiosa Sollecitudine. Allora mi negarai il correre, quando correr mi cale dove son precipitosi, infami e mortali intoppi. Allora non mi farai alzar l’ancora e sciôrre la poppa dal lido, quando aviene che mi commetta ad insuperabile turbulenza di tempestoso mare. Ed in questo mi donarai ocio di abboccarmi con la Consultazione, la quale mi farà guardar prima me stessa; secondo, il negocio ch’ho da fare; terzo, a che fine e perché; quarto, con quai circonstanze; quinto, quando; sesto, dove; settimo, con cui. Amministremi quell’ocio con cui io possa far cose più belle, più buone e più eccellenti che quelle che lascio; perché in casa de l’Ocio siede il Conseglio, ed ivi della vita beata, meglior che in altra parte, si tratta. Indi megliormente si contemplano le occasioni; da là con più efficacia e forza si può uscire al negocio, perché, senza esser prima a bastanza posato, non è possibile di posser appresso ben correre. Tu, Ozio, mi administra, per cui io vegna stimato manco ocioso che tutti gli altri; percioché per tuo mezzo accaderà, che io serva a la republica e defension de la patria più con la mia voce ed esortazione, che con la spada, lancia e scudo il soldato, il tribuno, l’imperatore. Accòstati a me tu, generoso ed eroico e sollecito Timore; e con il tuo stimolo fa’ che io non perisca prima dal numero de gl’illustri che dal numero de vivi. Fa’ che prima che il torpore e morte mi tolga le mani, io mi ritrove talmente provisto che non mi possa togliere la gloria de l’opre. Sollecitudine, fa’ che sia finito il tetto prima che vegna la pioggia; fa’ che si ripare a le fenestre pria che soffieno gli Aquiloni ed Austri di lubrico ed inquieto inverno. Memoria del bene adoperato corso della vita, farai tu che la senettute e morte pria mi tolga che mi conturbe l’animo. Tu, tema di perdere la gloria acquistata ne la vita, non mi farai acerba, ma cara e bramabile la vecchiaia e morte.
Saul. — Ecco qua, o Sofia, la più degna ed onorata ricetta per rimediar alla tristizia e dolor che apporta la matura etade, ed all’importuno terror de la morte che da l’ora, che abbiamo uso di sensi, suol tiranneggiar il spirto de gli animanti. Onde ben disse il nolano Tansillo:
Godon quei, che non son ingrati al cielo,
E ad alte imprese non fur freddi e rudi;
Le staggion liete, allor che neve e gielo
Cadon su i colli d’erbe e di fior nudi,
Non han di che dolersi, ancor che, pelo
Cangiando e volto, cangin vita e studi.
Non ha l’agricoltor di che si doglia,.
Pur ch’al debito tempo il frutto coglia.
Sofia — Assai ben detto, Saulino. Ma è tempo che tu ti retiri; perché ecco il mio tanto amico nume, quella grazia tanto desiderabile, quel volto tanto spettabile da la parte orientale mi s’avicina.
Saul. — Bene dunque, mia Sofia, domani a l’ora solita, se cossì ti piace, ne revederemo. Ed io in questo mentre andarò a delinearmi quel tanto che oggi ho udito da te, a fine che megliormente la memoria de tuoi concetti possa, quando fia bisogno, rinovarmi, e più comodamente per l’avenir far di quella partecipe altrui.
Sofia — Maraviglia, che con più del solito frettolose piume mi viene a l’incontro; non lo veggio venir, secondo la sua consuetudine, scherzando col caduceo e battendo sì vagamente con l’ali l’aria liquidissimo. Parmi vederlo turbatamente negocioso. Ecco, mi rimira, e talmente ha ver’ me conversi gli occhi che fa manifesto l’ansioso pensiero non pender da mia causa.
Merc. — Propizio ti sia sempre il fato, impotente sia contra di te la rabbia del tempo, mia diletta e gentil figlia e sorella ed amica.
Sofia — Che cosa, o mio bel dio, ti fa sì turbato in vista, benché al mio riguardo non mi sei men ch’altre volte liberale di tua tanto gioconda grazia? perché ti ho veduto venir come in posta, e più accinto di andar e passar oltre che disposto de dimorar alquanto meco?
Merc. — La caggion di questo è che sono in fretta mandato da Giove a proveder e riparar a l’incendio che ha cominciato a suscitar la pazza e fiera Discordia in questo Regno Partenopeo.
Sofia — In che maniera, o Mercurio, questa pestifera Erinni s’è da là de le Alpi ed il mare aventata a questo nobil paese?
Merc. — Dalla stolta ambizione e pazza confidenza d’alcuno è stata chiamata; con assai liberali, ma non meno incerte promesse è stata invitata; da fallace speranza è stata commossa; è aspettata da doppia gelosia, la quale nel popolo adopra il voler mantenersi nella medesima libertade in cui è stato sempre, ed il temer di subintrar più arcta servitude; nel prencipe il suspetto di perder tutto, per aver voluto abbracciar troppo.
Sofia — Che cosa è primo origine e principio di questo?
Merc. — La grande avarizia che va lavorando sotto pretesto di voler mantener la Religione.
Sofia — Il pretesto in vero mi par falso; e se non m’inganno, è inexcusabile: perché non si richiede riparo o cautela dove nessuna ruina o periglio minaccia, dove gli animi son tali quali erano, ed il culto di quella dea non cespita in queste come in altre parti.
Merc. — E quando ciò fusse, non tocca a l’Avarizia, ma alla Prudenza e Giustizia di rimediarvi; perché ecco, che quello ha commosso il popolo a furore, ed a la occasione pare aver tempo d’invitar gli animi rubelli a non tanto defendere la giusta libertà, quanto ad aspirar ad ingiusta licenza, e governarsi secondo la perniciosa e contumace libidine, a cui.sempre fu prona la moltitudine bestiale.
Sofia — Dimmi, se non ti è grave, in che maniera dite che l’Avarizia vuol rimediare?
Merc. — Aggravando gli castighi de delinquenti, di sorte che della pena d’un reo vegnano equalmente partecipi molti innocenti, e tal volta gli giusti; e con ciò vegna a farsi sempre più e più grasso il prencipe.
Sofia — È cosa naturale che le pecore ch’hanno il lupo per governatore, vegnano castigate con esser vorate da lui.
Merc. — Ma è da dubitare che qualche volta sia sufficiente la sola cupa fame ed ingordiggia del lupo a farle colpevoli. Ed è contra ogni legge, che per difetto del padre, vegnano multati gli agnelli e la madre.
Sofia — È vero che mai ho trovato tal giudizio se non tra’ fieri barbari, e credo che prima fusse trovato tra’ Giudei, per esser quella una generazione tanto pestilente, leprosa e generalmente perniciosa, che merita prima esser spinta che nata. Sì che, per venire al nostro proposito, questa è la caggione che ti tien turbato, suspeso, e per cui fia mestiero che subito mi lasci?
Merc. — Cossì è; ho voluto far questo camino per convenirti prima che giunga a le parti, dove ho drizzato il volo, per non farti vanamente aspettare, e non mancar a la promessa che feci ieri. A Giove ho mosso qualche proposito de casi tuoi, e lo veggio più ch’al solito inchinato a compiacerti. Ma per quattro o cinque giorni, ed oggi tra gli altri, io non ho ocio di trattar e conferir teco quello che doviamo negociare in proposito de l’instanza che devi fare; però arai pazienza in questo mentre, atteso che meglio è trovar Giove ed il senato feriante da altri impacci, che in quella maniera che puoi credere che sia al presente.
Sofia — Mi piace l’aspettare, perché con questo che la cosa verrà proposta più tardi, potrà anco megliormente essere ordinata. Ed a dire il vero, io in gran fretta (per non mancar il mio dovero per la promessa che ti avevo fatta di commetterti oggi la richiesta) non ho possuto satisfar a me medesima, atteso che penso che le cose denno essere esposte più per particolare che non ho fatto in questa nota; la quale ecco vi porgo, perché veggiate (se vi occorrerà ocio per il camino) la somma de le mie querele.
Merc. — Io vedrò questa; ma voi farrete bene di servirvi della commodità di questo tempo per far più lungo e distinto memoriale, a fine che si possa a pieno provedere al tutto. Io adesso per la prima, per confondere la forza, voglio andar a suscitar l’Astuzia; acciò che gionta a l’Inganno, dettar possa una lettera di tradimento contra la pretenduta ambiziosa Ribellione; per la qual finta lettera si diverta l’empito maritimo del Turco, ed obste al Gallico furore ch’a lunghi passi da qua de l’Alpi per terra s’avicina. Cossì per difetto di Forza si spinga l’ardire, si tranquille il popolo, s’assicure il prencipe, ed il timore spinga la sete de l’Ambizione ed Avarizia senza bere. E con ciò al fine vegna richiamata la bandita Concordia, e posta nella sua catedra la Pace, mediante la confirmazione dell’antiqua Consuetudine di vivere, con abolizione di perigliosa ed.ingrata Novitade.
Sofia — Va dunque, mio Nume, e piaccia al fato che felicemente vegnano adempiti i tuoi dissegni, perché non vegna la mia nemica guerra a turbar il stato mio, non meno che quel de gli altri.