Proposto da Giove, effettuato dal Conseglio, revelato da Mercurio, recitato da Sofia, udito da Saulino, registrato dal Nolano;
DIVISO IN TRE DIALOGI, SUBDIVISI IN TRE PARTI
CONSECRATO AL MOLTO ILLUSTRE ED ECCELLENTE CAVALLIERO sig. FILIPPO SIDNEO
STAMPATO IN PARIGI M.D.LXXXIIIII
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Dialogo terzo
Sofia — Non fia mestiero, Saulino, di farti intendere per il particolare tutti que’ propositi che tenne la Fatica, o Diligenza, o Sollecitudine, o come la volete chiamare (perché ha più nomi che non potrei farti udire in una ora); ma non voglio passar con silenzio quello che successe subito che colei con le sue ministre e compagne andò a prendersi il loco là dove dicevamo essere il negocioso Perseo.
Saul. — Dite, che io vi ascolto.
Sofia — Subito (perché il sprone dell’Ambizione sovente sa spingere ed incitar tutti eroici e divini ingegni, sin a questi dei compagni Ocio e Sogno) avenne che non ociosa e sonnacchiosamente, ma solleciti e senza dimora, non sì tosto la Fatica e Diligenza disparve, che essi vi furono visti presenti. Per il che disse Momo: —Liberaci, Giove, da fastidio, perché veggio aperto che ancora non mancaranno garbugli dopo l’espedizione di Perseo, come n’abbiamo avuti tanti dopo quella d’Ercole. —A cui rispose Giove: —L’Ocio non sarrebe Ocio, ed il Sonno non sarrebe Sonno, se troppo a lungo ne dovessero molestare per troppa diligenza o fatica che debbano prendere; perché quella è discostata da qua, come vedi; e questi son qua solo in virtù privativa che consiste nell’absenza de la lor opposita e nemica. —Tutto passarà bene, disse Momo, se non ne faranno tanto ociosi e lenti, che per questo giorno non possiamo definire di quello che si deve conchiudere circa il principale. —Cominciò, dunque, l’Ocio in questa maniera a farsi udire: —Cossì l’Ocio, o dei, è talvolta malo, come la Diligenza e Fatica è più de le volte mala: cossì l’Ocio il più de le volte è conveniente e buono, come le sue volte è buona la Fatica. Non credo dunque, se giustizia tra voi si trova, che vogliate negarmi equale onore, se non è debito che mi stimiate manco degno. Anzi per raggione mi confido di farvi capire (per causa di certi propositi che ho udito allegare in lode e favore della diligenza e negocio) che quando saremo posti nel bilancio della raggionevole comparazione, se l’Ozio non si trovarà equalmente buono, si convencerà di gran vantaggio megliore, di maniera che non solo non la mi stimarete equalmente virtude, ma, oltre, contrariamente vizio.
Chi è quello, o dei, che ha serbata la tanto lodata età de l’oro? chi l’ha instituta, chi l’ha mantenuta, altro che la legge de l’Ocio, la legge della natura? Chi l’ha tolta via? chi l’ha spinta quasi irrevocabilmente dal mondo, altro che l’ambiziosa Sollecitudine, la curiosa Fatica? Non è questa quella ch’ha perturbato gli secoli, ha messo in scisma il mondo e l’ha condotto ad una etade ferrigna e lutosa ed argillosa, avendo posti gli popoli in ruota ed in certa vertigine e precipizio, dopo che l’ha sullevati in superbia ed amor di novità, e libidine de l’onore e gloria d’un particolare? Quello che, in sustanza, non dissimile a tutti, e tal volta, in dignitade e merito, è infimo a que’ medesimi, con malignitade è stato forse superiore a molti, e però viene ad essere in potestà di evertere le leggi de la natura, di far legge la sua libidine, a cui servano mille querele, mille orgogli, mille ingegni, mille sollecitudini, mille di ciascuno de gli altri compagni, con gli quali cossì boriosa è passata avanti la Fatica; senza gli altri che sotto le vesti di que’ medesimi coperti ed occolti non son apertamente giti, come l’Astuzia, la Vanagloria, il Dispreggio d’altri, la Violenza, la Malizia, la Fizione e gli seguaci loro che non son passati per la presenza vostra; quai sono Oppressione, Usurpazione, Dolore, Tormento, Timore e Morte; li quali son gli executori e vendicatori mai del quieto Ocio, ma sempre della sollecita e curiosa Industria, Lavoro, Diligenza, Fatica; e cossì di tanti altri nomi, di quanti, per meno essere conosciuta, se intitula, e per quali più tosto si viene ad occoltare che a farsi sapere.
Tutti lodano la bella età de l’oro, ne la quale facevo gli animi quieti e tranquilli, absoluti da questa vostra virtuosa dea; a gli cui corpi bastava il condimento de la fame a far più suave e lodevol pasto le ghiande, li pomi, le castagne, le persiche e le radici, che la benigna natura administrava, quando con tal nutrimento meglio le nutriva, più le accarezzava e per più tempo le manteneva in vita, che non possano far giamai tanti altri artificiosi condimenti ch’ha ritrovati l’Industria ed il Studio, ministri di costei; li quali, ingannando il gusto ed allettandolo, amministrano come cosa dolce il veleno; e mentre son prodotte più cose che piaceno al gusto, che quelle che giovano al stomaco, vegnono a noiar alla sanità e vita, mentre sono intenti a compiacere alla gola. Tutti magnificano l’età de l’oro, e poi stimano e predicano per virtù quella manigolda che la estinse, quella ch’ha trovato il mio ed il tuo: quella ch’ha divisa e fatta propria a costui e colui non solo la terra (la quale è data a tutti gli animanti suoi), ma, ed oltre, il mare, e forse l’aria ancora. Quella, ch’ha messa la legge a gli altrui diletti, ed ha fatto che quel tanto che era bastante a tutti, vegna ad essere soverchio a questi e meno a quell’altri; onde questi, a suo mal grado, crapulano, quelli altri si muoiono di fame. Quella ch’ha varcati gli mari, per violare quelle leggi della natura, confondendo que’ popoli che la benigna madre distinse, e per propagare i vizii d’una generazione in un’altra; perché non son cossì propagabili le virtudi, eccetto se vogliamo chiamar virtudi e bontadi quelle che per certo inganno e consuetudine son cossì nomate e credute, benché gli effetti e frutti sieno condannati da ogni senso e ogni natural raggione. Quai sono le aperte ribaldarie e stoltizie e malignitadi di leggi usurpative e proprietarie del mio e tuo; e del più giusto, che fu più forte possessore; e di quel più degno, che è stato più sollecito e più industrioso e primiero occupatore di que’ doni e membri de la terra, che la natura e, per conseguenza, Dio indifferentemente donano a tutti.
Io forse sarò men faurita che costei? Io, che col mio dolce che esce dalla bocca della voce de la natura, ho insegnato di viver quieto, tranquillo e contento di questa vita presente e certa, e di prendere con grato affetto e mano il dolce che la natura porge, e non come ingrati ed irreconoscenti neghiamo ciò che essa ne dona e detta, perché il medesimo ne dona e comanda Dio, autor di quella a cui medesimamente verremo ad essere ingrati. Sarà, dico, più favorita costei, che, sì rubella e sorda a gli consegli, e ritrosa e schiva contra gli doni naturali, adatta li suoi pensieri e mani ad artificiose imprese e machinazioni, per quali è corrotto il mondo e pervertita la legge de la nostra madre? Non udite come a questi tempi, tardi accorgendosi il mondo di suoi mali, piange quel secolo, nel quale col mio governo mantenevo gaio e contento il geno umano, e con alte voci e lamenti abomina il secolo presente, in cui la Sollecitudine ed industriosa Fatica, conturbando, si dice moderar il tutto con il sprone dell’ambizioso Onore?
O bella età de l’oro
Non già perché di latte
Se ’n corse il fiume e stillò mèle il bosco;
Non perché i frutti loro
Diêr da l’aratro intatte
Le terre, e gli angui errar senz’ira e tòsco;
Non perché nuvol fosco
Non spiegò allor suo velo,
E ’n primavera eterna,
Ch’ora s’accende e verna,
Rise di luce e di sereno il cielo,
Né portò peregrino
O guerra o merce a l’altrui lidi il pino:
Ma sol perché quel vano
Nome senza soggetto,
Quel idolo d’errori, idol d’inganno,
Quel che dal volgo insano
Onor poscia fu detto
Che di nostra natura il feo tiranno,
Non meschiava il suo affanno
Fra le liete dolcezze
De l’amoroso gregge;
Né fu sua dura legge
Nota a quell’alme in libertade avezze,
Ma legge aurea e felice,
Che Natura scolpì: S’ei piace, ei lice.
Questa, invidiosa alla quiete e beatitudine, o pur ombra di piacere che in questo nostro essere possiamo prenderci, avendo posta legge al coito, al cibo, al dormire, onde non solamente meno delettar ne possiamo, ma per il più sovente dolere e tormentarci; fa che sia furto quel che è dono di natura, e vuol che si spregge il bello, il dolce, il buono; e del male amaro e rio facciamo stima. Questa seduce il mondo a lasciar il certo e presente bene che quello tiene, ed occuparsi e mettersi in ogni strazio per l’ombra di futura gloria. Io di quel che con tanti specchi, quante son stelle in cielo, la verità dimostra, e quel che con tante voci e lingue, quanti son belli oggetti, la natura di fuore intona, vegno da tutti lati de l’interno edificio ad.esortarlo:
Lasciate l’ombre ed abbracciate il vero.
Non cangiate il presente col futuro.
Voi siete il veltro che nel rio trabocca,
Mentre l’ombra desia di quel ch’ha in bocca.
Aviso non fu mai di saggio o scaltro
Perder un ben per acquistarne un altro.
A che cercate sì lungi diviso
Se in voi stessi trovate il paradiso?
Anzi, chi perde l’un mentre è nel mondo
Non speri dopo morte l’altro bene.
Perché si sdegna il ciel dar il secondo
A chi il primero don caro non tene;
Cossì credendo alzarvi, gite al fondo;
Ed ai piacer togliendovi, a le pene
Vi condannate; e con inganno eterno,
Bramando il ciel, vi state ne l’inferno.
Qua rispose Momo, dicendo che il conseglio non aveva tanto ocio, che potesse rispondere a una per ciascuna de le raggioni che l’Ocio, per non aver avuta penuria d’ocio, ha possute intessere ed ordinare. Ma che per il presente si servisse de l’esser suo, con andar ad aspettar per tre o quattro giorni; perché potrà essere che, per trovarsi gli dei in ocio, potessero determinar qualche cosa in suo favore; il che adesso è impossibile. Soggionse l’Ocio: -Siami lecito, o Momo, di apportar un altro paio di raggioni, in non più termini che in forma di un paio di sillogismi, più in materia efficaci che in forma. De quali il primo è questo: al primo padre de gli uomini, quando era buon omo, ed a la prima madre de le femine, quando era buona femina, Giove gli concese me per compagno; ma, quando devenne questa trista e quello tristo, ordinò Giove che se gli aventasse quella per compagna, a fin che facesse a costei sudar il ventre ed a colui doler la fronte.
Saul. — Dovea dire: sudar a colui la fronte, e doler a colei il ventre.
Sofia — Or considerate, dei, disse, la conclusione che pende da quel che io fui dechiarato compagno de l’Innocenza, e costei compagna del peccato. Atteso che, se il simile s’accompagna col simile, il degno col condegno, io vegno ad esser virtude e colei vizio, e per tanto io degno e lei indegna di tal sedia. Il secondo sillogismo è questo: Li dei son dei, perché son felicissimi; li felici son felici, perché son senza sollecitudine e fatica: fatica e sollecitudine non han color che non si muoveno ed alterano; questi son massime quei ch’han seco l’Ocio; dunque gli dei son dei, perché han seco l’Ocio.
Saul. — Che disse Momo a questo?
Sofia — Disse che, per aver studiato logica in Aristotele, non aveva imparato di rispondere a gli argumenti in quarta figura.
Saul. — E Giove che disse?
Sofia — Che di tutto, che lei avea detto e lui udito, non si ricordava altro che l’ultima raggione circa l’essere stato compagno del buono uomo e femina; intorno alla quale gli occorreva, che gli cavali non pertanto son asini, perché si trovano in compagnia di quelli, né giamai la pecora è capra tra le capre. E soggionse che gli dei aveano donato a l’uomo l’intelletto e le mani, e l’aveano fatto simile a loro, donandogli facultà sopra gli altri animali; la qual consiste non solo in poter operar secondo la natura ed ordinario, ma, ed oltre, fuor le leggi di quella; acciò, formando o possendo formar altre nature, altri corsi, altri ordini con l’ingegno, con quella libertade, senza la quale non arrebe detta similitudine, venesse ad serbarsi dio de la terra. Quella certo, quando verrà ad essere ociosa, sarà frustratoria e vana, come indarno è l’occhio che non vede, e mano che non apprende. E per questo ha determinato la providenza, che vegna occupato ne l’azione per le mani, e contemplazione per l’intelletto; de maniera che non contemple senza azione, e non opre senza contemplazione. Ne l’età dunque de l’oro per l’Ocio gli uomini non erano più virtuosi che sin al presente le bestie son virtuose, e forse erano più stupidi che molte di queste. Or essendo tra essi per l’emulazione d’atti divini ed adattazione di spirituosi affetti nate le difficultadi, risorte le necessitadi, sono acuiti gl’ingegni, inventate le industrie, scoperte le arti; e sempre di giorno in giorno, per mezzo de l’egestade, dalla profundità de l’intelletto umano si eccitano nove e maravigliose invenzioni. Onde sempre più e più per le sollecite ed urgenti occupazioni allontanandosi dall’esser bestiale, più altamente s’approssimano a l’esser divino. De le ingiustizie e malizie che crescono insieme con le industrie, non ti devi maravigliare; perché, se gli bovi e scimie avessero tanta virtù ed ingegno, quanto gli uomini, arrebono le medesime apprensioni, gli medesimi affetti e gli medesimi vizii. Cossì tra gli uomini quei ch’hanno del porco, de l’asino e del bue, son certo men tristi, e non sono infetti di tanti criminosi vizii; ma non per ciò sono più virtuosi, eccetto in quel modo con cui le bestie, per non esser partecipi di altretanti vizii, vegnono ad esser più virtuose de loro. Ma noi non lodiamo la virtù de la continenza nella scrofa, la quale si lascia chiavare da un sol porco ed una volta l’anno; ma in una donna la quale non solo è sollecitata una volta dalla natura per il bisogno de la generazione, ma ed ancora dal proprio discorso più volte per l’apprensione del piacere, e per esser ella ancor fine degli suoi atti. Oltre di ciò non troppo, ma molto poco lodiamo di continenza una femina o un maschio porcino, il quale per stupidità e durezza di complessione avien che di rado e con poco senso vegna sollecitato da la libidine, come quell’altro che per esser freddo e maleficiato, e quell’altro per esser decrepito; altrimente deve esser considerata la continenza, la quale è veramente continenza e veramente virtù in una complessione più gentile, più ben nodrita, più ingegnosa, più perspicace e maggiormente apprensiva. Però per la generalità de regioni a gran pena è virtù ne la Germania, assai è virtù ne la Francia, più è virtù ne l’Italia, di vantaggio è virtù nella Libia. Là onde, se più profondamente consideri, tanto manca che Socrate revelasse qualche suo difetto, che più tosto venne a lodarsi tanto maggiormente di continenza, quando approvò il giudicio del fisionomista circa la sua natural inclinazione al sporco amor di gargioni. Se dunque, Ocio, consideri quello che si deve considerar da questo, trovarai che non per tanto nella tua aurea etade gli uomini erano virtuosi, perché non erano cossì viziosi, come al presente; atteso che è differenza molta tra il non esser vizioso e l’esser virtuoso; e non cossì facilmente l’uno si tira da l’altro, considerando che non sono medesime virtudi dove non son medesimi studi, medesimi ingegni, inclinazioni e complessioni. Però, per comparazione da pazzi ed ingegni cavallini, aviene che gli barbari e salvatici si tegnon megliori che noi altri dei, per non esser notati di que’ vizii medesimi; per ciò che le bestie, le quali son molto meno in tai vizii notabili che essi, saranno per questo molto più buone che loro. A voi dunque, Ocio e Sonno, con la vostra aurea etade converrà bene che non siate vizii qualche volta ed in qualche maniera; ma giamai ed in nessun modo che siate virtudi. Quando dunque tu, Sonno, non sarai Sonno, e tu, Ozio, sarai Negocio, allora sarete connumerati tra virtudi ed essaltati. —Qua il Sonno si fece un passetto avanti, e si fricò alquanto gli occhi per dire ancora lui qualche cosetta ed apportar qualche picciolo proposito avanti il Senato, per non parer d’esservi venuto in vano. Quando Momo il vedde cossì suavemente rimenarsi pian pianino, rapito dalla grazia e vaghezza de la dea Oscitazione, che, come aurora avanti il sole, precedeva avanti a lui, in punto di voler far ella il prologo; e non osando di scuoprir il suo amor in conspetto de gli dei, per non essergli lecito di accarezzar la fante, fece carezze al signore in questa foggia (dopo aver gittato un caldetto suspiro), parlando per lettera, per fargli più riverenza ed onore:
Somne, quies rerum, placidissime somne deorum,
Pax animi, quem cura fugit, qui corpora duris
Fessa ministeriis mulces reparasque labori.
Non sì tosto ebbe cominciata questa cantilena il dio de le riprensioni (il quale per la già detta caggione s’era dismenticato de l’ufficio suo), che il Sonno, invaghito per il proposito di tante lodi e demulcto dal tono di quella voce, invita a l’udienza il Sopore che gli alloggiava ne gli precordii. Il quale, dopo aver fatto cenno alle fumositadi che faceano residenza nel stomaco, gli montorno tutti insieme sul cervello, e cossì vennero ad aggravarli la testa, e con questo vennero a discioperarsi gli sensi. Or mentre il Ronfo sonavagli li scifoli e tromboni innante, andò trepidando trepidando a curvarsi e dar il capo in seno di madonna Giunone; e da quel chino avenne (perché questo dio va sempre in camicia e senza braghe) che, per essere la camicia troppo corta, mostrò le natiche, il coliseo e la punta del campanile a Momo e tutti gli altri dei ch’erano da quella parte. Or, con questa occasione, ecco venuto in campo il Riso, con presentar a gli occhi del Senato la prospettiva di tanti ossetti, che tutti eran denti; e facendosi udire con la dissonante musica di tanti cachinni, interruppe il filo de l’orazione a Momo. Il qual, non possendosi risentir contra costui, tutto il sdegno suo converse contra il Sonno che l’avea provocato, con non premiarlo al meno di buona attenzione, e di sopragionta con andar ad offrirgli con tanta sollennitade il purgatorio, con la pera e baculo di Giacobbe, come per maggior dispreggio del suo adulatorio ed amatorio dicendi genus. Là onde ben si accorgeva che gli dei non tanto ridevano per la condizion del Sonno, quanto per il strano caso intervenuto a lui, e perché il Sonno era giocatore ed egli era suggetto di questa comedia; e con ciò avendogli la Vergogna d’un velo sanguigno ricoperto il volto: —A chi tocca, disse, di levarci dinanzi questo ghiro? chi fa che sì a lungo questo ludibrioso specchio ne si presente a gli occhi? —In tanto la dea Poltronaria, commossa da la rabbiosa querela di Momo (dio de’ non più volgari ch’abbia il cielo), se mise il suo marito in braccio; e presto, avendolo indi tolto, lo menò verso la cavità d’un monte vicino a gli Cimmerii; e con questi si partiro li suoi tre figli Morfeo, Icilone e Fantaso; che tutti tosto si ritrovorno là dove da la terra perpetue nebbie exalano, caggionando eterno crepuscolo a l’aria: dove vento non soffia, e la muta Quiete tiene un suo palaggio ancora vicino a la regia del Sonno; avanti il cui atrio è un giardino di tassi, faghi, cipressi, bussi e lauri; nel cui mezzo è una fontana, che deriva da un picciol rio, che dal rapido varco del fiume leteo, divertendo dal tenebroso inferno alla superficie de la terra, ivi viene a discuoprirsi al cielo aperto. Qua il dormiglioso dio rimesero nel suo letto, di cui d’ebano le tavole, di piume i strami ed il padiglion di seta di color pardiglio.
In questo mentre, presa avendo licenza il Riso, se partì dal conclave; ed essendo rimesse al suo sesto le bocche e ganasse de gli dei, che poco mancò che non venesse smascellato alcuno di essi, l’Ocio, il qual solo ivi era rimaso, vedendo il giudicio de’ dei non troppo inchinato al suo favore, e desperando di profittar oltre in qualche maniera, se le sue quasi tutte e più principali raggioni non erano accettate, ma, tante quante fûro, di rovescio erano state ributtate a terra, dove per forza de la repulsa altre erano mal vive, altre erano crepate, altre aveano il collo rotto, altre in tutto erano andate in pezzi e fracasso: stimava ogni momento un anno, per pigliar occasione di tôrsi de là di mezzo, prima che forse gli potesse intravenire qualche vituperosa disgrazia simile a quella del suo compagno, per rispetto del quale dubitava che Momo non gli aggravasse le censure contra. Ma quello, scorgendo il spavento, che costui aveva di fatti non suoi: —Non dubitar, povera persona, gli disse; perché io, instituito dal fato advocato de poveri, non voglio mancar di far la causa tua. -E voltato a Giove, gli disse: —Per il tuo dire, o Padre, intorno alla causa de l’Ocio, comprendo che non sei a pieno informato de l’esser suo, della sua stanza e de gli suoi ministri e corte; la qual certamente se verrai a conoscere, facilmente mi persuado che, se non come Ocio lo vuoi incatedrare nelle stelle, almeno come Negocio lo farai alloggiare insieme con quell’altro, detto e stimato suo nemico; con il qual, senza farsi male l’un l’altro, potrà far perpetuo soggiorno. —Rispose Giove, che lui desiderava occasione di poter giustamente contentar l’Ocio, de le cui carezze non è mortale né dio che non soglia sovente delettarsi; però che volentieri l’ascoltarebbe, se gli facesse intendere qualche nervosa causa in suo favore. —Ti par, Giove, disse, che in casa de l’Ocio sia ocio, quanto a la vita attiva, là dove son tanti gentiluomini di compagnia e servitori che si alzano ben per tempo la mattina, per lavarsi tre e quatro volte con cinque o sette sorte d’acqua il volto e le mani, e che col ferro caldo e con l’impeciatura di felce spendeno due ore ad incresparsi e ricciarsi la chioma, imitando la alta e grande providenza, da cui non è capello di testa che non viene ad essere esaminato, acciò di quello secondo la sua raggione vegna disposto? Dove appresso con tanta diligenza si rassetta il giuppone, con tanta sagacità si ordinano le piegature del collaio, con tanta moderanza s’affibiano gli bottoni, con tanta gentilezza s’accomodano gli polsi, con tanta delicatura si purgano e si contemprano le unghie, con tanta giustizia, moderanza ed equità s’accopulano le braghe col giubbone, con tanta circonspezione si disponeno que’ nodi de le stringhe; con tanta sedulità si menano e rimenano le cave palme, per far andar a sesto la calzetta; con tanta simmetria vanno a proporzionarsi gli termini e confini dove l’orificii de cannoni de le braghe s’uniscono a le calzette in circa la piegatura de le ginocchia, con tanta pazienza si comportano gli artissimi legami o garrettiere, perché non diffluiscano le calzette a far le pieghe e confondere la proporzione di quelle con le gambe; dove col polso della difficultade dispensa e decerne il giudicio, che, non essendo leggiadro e convenevole che la scarpa s’accommode al piede, vegna il piede largo, distorto, nodoso e rozzo, al suo marcio dispetto, ad accomodarsi con la scarpa stretta, dritta, tersa e gentile? Dove con tanta leggiadria si muoveno gli passi, si discorre, per farsi contemplare, la cittade, si visitano ed intertegnono le dame, si balla, si fa de capriole, di correnti, di branli, di tresche; e quando altro non è che fare, per essersi stancato ne le dette operazioni, ad evitar l’inconveniente di commettere errori, si siede a giocare di giuochi da tavola, ritrandosi da gli altri più forti e faticosi: ed in tal maniera s’evitano tutti li peccati, se quelli non son più che sette mortali e capitali, perché, come disse un Genoese giocatore: —Che Superbia vuoi tu ch’abbia un uomo il quale, avendo perduti cento scudi con un conte, si mette a giocar per vencere quattro reali ad un famiglio? Che Avarizia può aver colui a cui mille scudi non durano otto giorni? Che Lussuria ed Amor cupidinesco può trovarsi in quello il quale ha messa tutta l’attenzion del spirto al giocare? Come potrai arguire d’Ira colui, che per tema ch’il compagno non si parta dal giuoco comporta mille ingiurie, e con gentilezza e pazienza risponde ad un orgoglioso che gli è avanti? Per qual modo può esser goloso chi mette ogni dispendio e applica ogni sollecitudine a l’esercizio suo? Che Invidia può essere in costui per quel ch’altri possieda, se getta via e par che spreggie il suo? Che Accidia può essere in quello che cominciando da mezo giorno, e tal volta da la mattina, insino a meza notte, mai cessa di giuocare? E vi par che faccia in questo mentre star in ocio gli servitori, e quelli che gli denno assistere, e quelli che gli denno administrare? al tempio, al mercato, a la cantina, a la cocina, a la stalla, al letto, al bordello? E per farvi vedere, o Giove, e voi altri dei, che in casa de l’Ozio non mancano de persone dotte e literate, occupate a studii, oltre quelle occupate a’ negocii, de’ quali abbiamo detto: pare a voi, che in casa de l’Ocio si stia in ocio quanto a la vita contemplativa, dove non mancano grammatici che disputano di chi è stato prima, il nome o il verbo? Perché l’adiettivo accade che si pona avanti ed appresso al sustantivo? Onde ne la dizione alcuna copula, quale, verbigrazia, et, si pone innanzi ed alcun’altra, quale per essempio, que, si pone a dietro? Come lo e e d con la giunta de temone e scissione del d per il mezzo, viene a far comodamente il ritratto di quel nume di Lampsaco, che per invidia commise l’asinicidio? Chi l’autore a cui legitimamente deve referirsi il libro della Priapea, il Maron mantuano, o pur il sulmonese Nasone? Lascio tanti altri bei propositi simili, e più gentili che questi.
Dove non mancano dialettici che inquireno se Crisaorio, che fu discepolo di Porfirio, avea bocca d’oro per natura, o per riputazione, o solamente per nomenclatura; se la Periermenia deve passar avanti, o venir appresso, o pur, ad libitum, mettersi innanzi ed a dietro de le Categorie; se l’individuo vago deve esser messo in numero e posto in mezzo, come un sesto predicabile, o pur essere come scudiero de la specie e caudatario del geno; se, dopo esser periti in forma sillogistica, doviamo per la prima applicarne al studio della Posteriore, dove si complisce l’arte giudicativa, o ver subito dar su la Topica, per cui si mette la perfezion de l’arte inventiva; se bisogna pratticar le captiuncule ad usum vel ad fugam vel in abusum: se gli modi, che formano le modali, son quattro, o quaranta, o quattrocento; non voglio dire mille altre belle questioni.
Dove son gli fisici che dubitano se de le cose naturali può essere scienza; se lo suggetto è ente mobile o corpo mobile, o ente naturale o corpo naturale; se la materia ave altro atto che entitativo; dove consiste la linea de la coincidenza del fisico e matematico; se la creazione e produzione de niente è o non; se la materia può essere senza la forma; se più forme sustanziali possono essere insieme; ed altri innumerabili simili quesiti circa cose manifestissime, se non con disutile investigazioni son messe in questione. Dove gli metafisici si rompeno la testa circa il principio dell’individuazione; circa il suggetto ente, in quanto ente; circa il provar che gli numeri aritmetrici e magnitudini geometriche non son sustanza de le cose; circa le idee, se è vero ch’abbiano l’essere subsistenziale da per esse; circa l’essere medesimo o diverso subiettivamente ed obbiettivamente; circa l’essere ed essenzia; circa gli accidenti medesimi in numero in uno o più suggetti; circa l’equivocazione, univocazione ed analogia de lo ente; circa la coniunzione de le intelligenze a li orbi stelliferi, se la è per modo di anima o pur per modo di movente; se la virtù infinita possa essere in grandezza finita; circa la unità o pluralità de primi motori; circa la scala del progresso finito o infinito in cause subordinate; e circa tante e tante cose simili, che fanno freneticar tante cuculle, fanno lambiccar il succhio de la nuca a tanti protosofossi.
Qua disse Giove: —O Momo, mi par che l’Ocio t’abbia guadagnato o subornato, che cossì ociosamente spendi il tempo ed il proposito. Conchiudi, perché è ben definito appresso di noi di quel che doviamo far di costui. —Lascio dunque, soggionse Momo, de referir tanti altri negociosi innumerabili che sono occupati in casa di questo dio: come è dir tanti vani versificatori ch’al dispetto del mondo si vogliono passar per poeti, tanti scrittori di fabole, tanti nuovi rapportatori d’istorie vecchie, mille volte da mille altri a mille doppia megliormente referite. Lascio gli algebristi, quadratori di circoli, figuristi, metodici, riformatori de dialettiche, instauratori d’ortografie, contemplatori de la vita e de la morte, veri postiglioni del paradiso, novi condottier di vita eterna novamente corretta e ristampata con molte utilissime addizioni, buoni nuncii di meglior pane, di meglior carne e vino, che non possa esser il greco di Somma, malvagia di Candia e asprinio di Nola. Lascio le belle speculazioni circa il fato e l’elezione, circa l’ubiquibilità d’un corpo, circa la eccellenza di giusticia che si ritrova ne le sanguisughe. —Qua disse Minerva: —Se non chiudi la bocca a questo ciancione, o padre, spenderemo in vani discorsi il tempo, e per il giorno d’oggi non sarà possibile di espedire il nostro principal negocio. —Però disse il padre Giove a Momo: —Non ho tempo di raggionar circa le tue ironie. Ma, per venire alla tua ispedicione, Ocio, ti dico, che quello che è lodevole e studioso Ocio, deve sedere e siede nella medesima catedra con la Sollecitudine, per ciò che la fatica deve maneggiarsi per l’ocio, e l’ocio deve contemperarsi per la fatica. Per beneficio di quello questa fia più raggionevole, più ispedita e pronta, perché difficilmente dalla fatica si procede a la fatica. E sì come le azioni senza premeditazione e considerazione non son buone, cossì senza l’ocio premeditante non vagliono. Parimente non può essere suave e grato il progresso da l’ocio a l’ocio, percioché questo giamai è dolce se non quando esce dal seno della fatica. Or fia dunque giamai, che tu Ocio, possi esser grato veramente, se non quando succedi a degne occupazioni. L’ocio vile ed inerte voglio che ad un animo generoso sia la maggior fatica che aver egli possa, se non se gli rapresenta dopo lodabile esercizio e lavoro. Voglio che ti aventi come signore alla Senettute, ed a colei farai spesso ritorcer gli occhi a dietro; e se la non ha lasciati degni vestigii, la renderai molesta, triste, suspetta del prossimo giudicio dell’impendente staggione che l’amena a l’inexorabile tribunal di Radamanto, e cossì vegna a sentir gli orrori della morte prima che la vegna.
Saul. — Ben disse a questo proposito il Tansillo:
Credete a chi può farven giuramento,
Che stato tristo non ha il mondo ch’aggia
Pena che vada a par del pentimento;
Poi ch’il passato non è chi riaggia.
E benché ogni pentir porti tormento,
Quel che più ne combatte e più ne oltraggia
E piaghe stampa che curar non lece,
È quand’uom poteo molto, e nulla fece.
Sofia — Non meno, disse Giove; anzi più voglio che sia triste il successo dell’inutili negocii, de li quali alcuni ha recitati Momo che si trovano nella stanza de l’Ocio; e voglio che s’impiomba l’ira de’ dei contra que’ negociosi ocii ch’hanno messo il mondo in maggior molestie e travagli che mai avesse possuto mettere negocio alcuno. Que’, dico, che vogliono convertere tutta la nobiltà e perfezione della vita umana in sole ociose credenze e fantasie, mentre talmente lodano le sollecitudini ed opre di giustizia, che per quelle dicano l’uomo non rendersi (benché si manifeste) megliore; e talmente vituperano gli vizii e desidie, che per quelli dicano gli uomini non farsi meno grati a que’ dei a’ quali erano grati, con tutto che ciò, e peggio, esser dovea. Tu, Ocio inerte, disutile e pernicioso, non aspettar che della tua stanza si dispona in cielo e per gli celesti dei; ma nell’inferno per gli ministri del rigoroso ed implacabile Plutone.
Or non voglio riferire quanto ociosamente si portava l’Ocio nel caminarsene via, e con quante spuntonate incitato a pena si sapea muovere, se non che constretto dalla dea Necessitade, che gli dié de’ calci, se rimosse da là, lamentandosi del conseglio, che non gli avea voluto concedere alcuni giorni di tempo e di termine, per partirsi dalla loro conversazione.
Seconda parte del terzo dialogo
Sofia — Allora Saturno fece instanza a Giove, che nel disponere delle altre sedie fusse più ispedito, perché la sera s’approssimava; e che solamente s’attendesse al negocio principale di levare e mettere; e quanto a quello ch’appartiene a l’ordine con cui le virtù di dee ed altri si debano governare, si determinarà verso la più prossima festa principale, quando converrà ch’un’altra volta li dei convegnano insieme, che sarà la vigilia del Panteone. Alla cui proposta con un chino di testa fêrno segno tutti gli altri dei di consentire, eccetto la Pressa, la Discordia, l’Intempestività ed altri. —Cossì pare ancora a me, disse l’altitonante. —Su, dunque, soggionse Cerere: dove vogliamo inviar il mio Triptolemo, quel carrettiero che vedete là, quello per cui diedi il pane di frumento a gli uomini? Volete ch’io lo mande alle contrade de l’una e l’altra Sicilia, dove faccia la residenza; come vi ha tre tempii miei, che per sua diligenza ed opra mi fûro consecrati, l’uno nella Puglia, l’altro nella Calabria, l’altro nell’istessa Trinacria? —Fate quel che vi piace del vostro cultore e ministro, o figlia, disse Giove. Alla cui sedia succeda, se cossì pare a voi ancora, dei, la Umanità, che in nostro idioma è detta la dea Filantropia; di cui questo auriga massimamente par che sia stato il tipo. Lascio che lei fu che spinse te, Cerere, ad inviarlo, e che poi guidò lui ad eseguire i tuoi benefìci verso il geno umano. —Cossì è certo, disse Momo; percioché lei è quella per cui Bacco fa ne gli uomini sì bel sangue, e Cerere sì bella carne quale essere non posseva nel tempo de castagne, fave e ghiande. A questa dunque la Misantropia fugga avanti con la Egestade; e come è consueto e raggionevole, de le due ruote del suo carro la sinistra sia il Conseglio, la destra sia l’Aggiuto; e de’ doi mitissimi draghi che tirano il temone, da la sinistra sarà la Clemenzia, da la destra il Favore.
Propose appresso Momo a Mercurio quel che volesse fare del Serpentauro, perché gli parea buono ed accomodato per inviarlo a far il Marso chiarlatano, avendo quella grazia di maneggiar senza timore e periglio un tale e tanto serpente. Propose anco del serpente al radiante Apolline, se lo volea per cosa da servire a’ suoi maghi e malefici, come è dire alle sue Circe e Medee per esecutar gli veneficii; o ver lo volea concedere a’ suoi medici, come è dire ad Esculapio per farne tiriaca. Propose oltre a Minerva, se quest’uno gli avesse possuto servire per inviarlo a far vendetta di qualche risorto nemico Laocoonte. —Prendalo chi lo vuole, disse il gran Patriarca; e facciane quel che si voglia, tanto del serpe, quanto de l’Ofiulco, pur che si tolgano da là; ed in suo luogo succeda la Sagacità, la qual suole vedersi ed admirarsi nel Serpente. —Succeda dunque la Sagacitade, dissero tutti, atteso che non è men degna del cielo che la sua sorella Prudenza; perché dove quella sa comandare e mettere in ordine quel che s’è da fare e lasciare per venire a qualche dissegno, questa sappia prima e poi giudicare per forza di buona intelligenza, che la è; e discaccia la Grossezza, Inconsiderazione ed Ebetudine da le piazze, dove le cose si metteno in dubio o in consultazione. Dalli vasi della sapienza imbeva il sapere, onde concepa e parturisca atti di Prudenza.
Della Saetta, disse Momo, perché io mai fui curioso di saper a chi appartenesse, cioè, se fusse quella con cui Apolline uccise il gran Pitone, o pur quella per cui madonna Venere fece al suo poltroncello impiagar il feroce Marte, che per vendetta poi a quella cruda ficcò un pugnal sotto la pancia in sino a l’elsa; o pur una memorabile con la qual Alcide dismese la Regina de le Stimfalidi; o l’altra per cui l’apro Calidonio dié l’ultimo crollo; o ver sia reliquia o trofeo di qualche trionfo di Diana la castissima. Sia che si vuole, riprendesila il suo padrone, e se la ficche là dove gli piace.
Bene, rispose Giove, tolgasi da là insieme con la Insidia, la Calumnia, la Detrazione, atto de Invidia, e la Maldicenza; ed ivi succeda la buona Attenzione, Observanza, Elezione e Collimazion di regolato intento. E soggionse: De l’Aquila, ucello divino ed eroico e tipo de l’Imperio, io determino e voglio cossì, che vada a ritrovarsi in carne ed in ossa nella bibace Alemagna: dove più che in altra parte si trovarà celebrata in forma, in figura, in imagine ed in similitudine, in tante pitture, in tante statue, in tante celature, quanto nel cielo stelle si possono presentar a gli occhi de la Germania contemplativa. La Ambizione, la Presunzione, la Temeritade, la Oppressione, la Tirannia ed altre compagne e ministre di queste dee non bisogna che le mene seco là dove li bisognarebbe a tutte star in ocio; percioché la campagna non è troppo larga per esse; ma prendano il suo volo lungi da quel diletto almo paese, dove gli scudi son le scudelle, le celate son le pignatte e lavezzi, gli brandi son l’ossa inguainate in carne salata, le trombe son gli becchieri, urcioli e gli bocali, gli tamburi son gli barilli e botte, il campo è la tavola da bere, volsi dir da mangiare; le forterezze, gli baloardi, gli castegli, li bastioni son le cantine, le popine, le ostarie, che son di più gran numero che le stanze medesime. —Qua Momo disse: —Perdonami, gran padre, s’io t’interrompo il parlare. A me pare che queste dee compagne e ministre, senza che vi le mandi, vi si trovano; perché l’Ambizione circa l’essere superiore a tutti in farsi porco; la Presunzione del ventre, che pretende di ricevere non meno di alto che da alto vaglia mandar a basso il gorgazuolo; la Temeritade, con cui vanamente il stomaco tenta digerire quel che or ora, presto presto è necessario di vomire; la Oppressione de sensi e natural calore; la Tirannia della vita vegetativa, sensitiva ed intellettiva regnano più in questa sola che in tutte l’altre parti di questo globo. —È vero, o Momo, soggionse Mercurio; ma tali Tirannie, Temeritadi, Ambizioni ed altre simili cacodee, con le loro cacodemonesse, non son punto aquiline, ma da sanguisughe, pacchioni, sturni e ciacchi. Appresso, per venire al proposito della sentenza di Giove, la mi par molto pregiudiziosa alla condizione, vita e natura di questo regio ucello; il quale, perché poco beve e molto mangia e vora, perché ha gli occhi tersi e netti, perché è veloce nel corso, perché e con la levità de l’ali sue sopravola al cielo ed è abitante di luoghi secchi, sassosi, alti e forti, non può aver simbolo ed accordo con generazion campestre; ed a cui la doppia soma degli bragoni par che a forte contrapeso le impiomba verso il profondo e tenebroso centro; e che si fa gente sì tarda e greve, non tanto inetta a perseguitare e fuggire, quanto buona a tener fermo ne le guerre; e che per la gran parte è soggetta al mal degli occhi, e che incomparabilmente più beve che mangia. —Quel che ho detto, è detto, rispose Giove. Dissi, che vi si presente in carne ed in ossa per veder gli suoi ritratti; ma non già, che vi stia come in prigione, o che manca di trovarsi là, dovunque è in spirito e veritade con altre e più degne raggioni con gli già detti numi: e questa sedia gloriosa lancie a tutte quelle virtudi, de le quali può esser stata vicaria: come è dire, a la dea Magnanimità, Magnificenza, Generosità ed altre sorelle e ministre di costoro.
Or che faremo, disse Nettuno, di quel Delfino? Piacevi ch’io lo metta nel mar di Marseglia, onde per il Rodano fiume vada e rivegna a volte a volte, visitando e rivisitando il Delfinato? —Cossì si faccia presto, disse Momo; perché, a dire il vero, non mi par cosa meno da ridere, se alcuno
Delphinum caelis appinxit, fluctibus aprum,
che se
Delphinum sylvis appinxit, fluctibus aprum.
Vada, dove piace a Nettuno, disse Giove; ed in suo luogo succeda la figurata Dilezione, Affabilità, Officio con gli suoi compagni e ministri. —Dimandò Minerva che il cavallo Pegaseo, lasciando le vinti lucide macchie e la Curiositade, se ne vada al fonte caballino già per molto tempo confuso, destrutto ed inturbidato da bovi, porci ed asini; e veda, se con gli calci e denti possa far tanto che vendiche quel loco da sì villano concorso: a fin che le Muse, veggendo l’acqua del fonte posta in buono ordine e rassettata, non si sdegnino di ritornarvi, e farvi gli lor collegii e promozioni. Ed in questo luogo del cielo succeda il Furor divino, il Rapto, l’Entusiasmo, il Vaticinio, il Studio ed Ingegno con gli lor cognati e ministri, onde eternamente da su l’acqua divina, per lavar gli animi ed abbeverar gli affetti, stille a gli mortali. —Tolgasi, disse Nettuno, questa Andromeda, se cossì piace a voi dei; la quale per la mano de l’Ignoranza è stata avinta al scoglio dell’Ostinazione con la catena di perverse raggioni e false opinioni, per farla traghiuttir dal ceto della perdizione e final ruina, che per l’instabile e tempestoso mare va discorrendo; e sia commessa alle provide ed amiche mani del sollecito, laborioso ed accorto Perseo, ch’avendola indi disciolta e tolta, dall’indegna cattività la promova al proprio degno acquisto. E di quel che deve succedere al suo loco tra le stelle dispona Giove. —Là, rispose il padre de gli dei, voglio che succeda la Speranza, quella che, co’ l’aspettar frutto degno delle sue opre e fatiche, non è cosa tanto ardua e difficile a cui non accenda gli animi tutti, i quali aver possono senso di qualche fine. —Succeda, rispose Pallade, quel santissimo scudo del petto umano, quel divino fundamento de tutti gli edificii di bontade, quel sicurissimo riparo della Veritade; quella che per strano accidente qualsivoglia mai si diffida, perché sente in sé stessa gli semi della propria sufficienza, li quali da quantunque violento polso non gli possono essere defraudati; quella in virtù della quale è fama che Stilbone vencesse la vittoria de’ nemici; quel Stilbone, dico, il quale scampato da le fiamme che gl’incinerivano la patria, la casa, la moglie, i figli e le facultadi, a Demetrio rispose aver tutte le cose sue seco, perché seco avea quella Fortezza, quella Giustizia, quella Prudenza, per quali meglio possea sperar consolazione, scampo e sustegno di sua vita; e per le quali facilmente il dolce di questa sprezzarebbe. —Lasciamo questi colori, disse Momo, e vengasi presto a veder quello che si de’ fare di quel Triangolo o Delta. —Rispose la astifera Pallade: —Mi par degno che sia messo in mano del Cardinal di Cusa, a fin che colui veda, se con questo possa liberar gli impacciati geometri da quella fastidiosa inquisizione della quadratura del circolo, regolando il circolo ed il triangolo con quel suo divino principio della commensurazione e coincidenza de la massima e minima figura: cioè di quella che costa di minimo, e de l’altra che costa di massimo numero degli angoli. Portisi dunque questo trigono con un circolo ch’il comprende, e con un altro che da lui sia compreso; e con la relazione di queste due linee (de quali l’una dal centro va al punto della contingenzia del circolo interno con il triangolo esterno; l’altra dal medesimo centro si tende a l’uno de gli angoli del triangolo) vegna a compirsi quella tanto tempo e tanto vanamente cercata quadratura.
Qua risorse Minerva, e disse: —Ma io, per non parer meno cortese a le Muse, voglio inviar a gli geometri incomparabilmente maggiore e meglior dono, che questo ed altro che sia sin ora donato; per cui il Nolano, al quale fia primieramente revelato, e dalla cui mano venga diffuso alla moltitudine, mi debbia non solamente una, ma cento ecatombi; perché in virtù della contemplazion de l’equità che si trova tra il massimo e minimo, tra l’extimo ed intimo, tra il principio e fine, gli porgo una via più feconda, più ricca, più aperta e più sicura; la quale non solamente dimostre como il quadrato si fa uguale al circolo, ma, ed oltre, subito, ogni trigono, ogni pentagono, ogni exagono, e finalmente qualsivoglia e quantosivoglia poligònia figura; dove non meno fia uguale linea a linea che superficie a superficie, campo a campo, e corpo a corpo nelle solide figure.
Saul. — Questa sarà cosa eccellentissima, ed un tesoro inestimabile per gli cosmimetri.
Sofia — Tanto eccellente e degna, che certo parmi che contrapese a l’invenzione di tutto il rimanente della geometrica facultade. Anzi da qua pende un’altra più intiera, più grande, più ricca, più facile, più esquisita, più breve e niente men certa; la quale qualsivoglia figura poligònia viene ad comensurare per la linea e superficie del circolo; ed il circolo per la linea e superficie di qualsivoglia poligonìa.
Saul. — Vorrei quanto prima intendere il modo.
Sofia — Cossì disse Mercurio a Minerva; a cui quella rispose: —Prima (nel modo che tu fatto hai) dentro questo triangolo descrivo un circolo, che massimo discriver vi si possa; appresso fuor di questo triangolo ne delineo un altro che minimo delinear si possa sin al contatto de gli tre angoli; e quindi non voglio procedere a quella tua fastidiosa quadratura, ma al facile trigonismo, cercando un triangolo che abbia la linea uguale alla linea del circolo, ed un altro che vegna ad ottenere la superficie uguale alla superficie del circolo. Questo sarà uno circa quel triangolo mezzano, equidistante da quello che contiene il circolo, e quell’altro ch’è contenuto dal circolo; il quale lascio, che con il proprio ingegno altri lo prenda cossì, perché mi basta aver mostrato il luogo de’ luoghi. Cossì, per quadrare il circolo, non fia mestiero di prendere il triangolo, ma il quatrangolo che è tra il massimo interno e minimo esterno al circolo. Per pentagonare il circolo, prenderassi il mezzo tra il massimo pentagono contenuto dal circolo e minimo continente del circolo. Similmente farassi sempre, per far qualsivoglia altra figura uguale al circolo in campo ed in linea. Cossì oltre, per essere trovato il circolo del quadrato uguale al circolo del triangolo, verrà trovato il quadrato di questo circolo pare al triangolo di quell’altro circolo, di medesma quantità con questo.
Saul. — In questo modo, o Sofia, si possono far tutte l’altre figure uguali ad altre figure con l’aggiuto e relazione del circolo, che fate misura de le misure. Cioè, se voglio far un triangolo equale al quatrangolo, prendo quel mezzano tra gli doi apposti al circolo, con quel mezzano tra doi quatrangoli apposti al medesimo circolo, o ver ad un altro uguale. Se voglio prendere un quadrato uguale a l’exagono, delinearò dentro e fuori del circolo e questo e quello, e prenderò quel mezzano tra gli doi de l’uno e l’altro.
Sofia — Bene l’hai capito. In tanto che quindi non solamente s’ha la equatura di tutte le figure al circolo, ma ed oltre di ciascuna de le figure a tutte l’altre mediante il circolo, serbando sempre l’equalità secondo la linea e secondo la superficie. Cossì con picciola considerazione o attenzione ogni equalità e proporzione di qualsivoglia corda a qualsivogli’arco si potrà prendere, mentre o intiera, o divisa, o con certe raggioni aumentata viene a constituir poligonìa tale, che in detta maniera da cotal circolo sia compresa, o lo comprenda.
Or definiscasi presto, disse Giove, di quel che vogliamo collocarvi. —Rispose Minerva: —Mi par, che vi stia bene la Fede e Sinceritade, senza la quale ogni contratto è perplesso e dubio, si dissolve ogni conversazione, ogni convitto si destrugge. Vedete a che è ridutto il mondo, per esser messo in consuetudine e proverbio, che per regnare non si osserva fede. Oltre: agl’infideli ed eretici non si osserva fede. Appresso: si franga la fede a chi la rompe. Or che sarà, se questo si mette in prattica da tutti? A che verrà il mondo, se tutte le republiche, regni, dominii, fameglie e particolari diranno, che si deve esser santo col santo, perverso col perverso? e si faranno iscusati d’esser scelerati, perché hanno il scelerato per compagno o vicino? e pensaranno che non doviamo forzarci ad esser buoni assolutamente, come fusseno dei, ma per commoditade ed occasione, come gli serpenti, lupi ed orsi, tossichi e veneni? —Voglio, soggionse il padre, che la Fede sia tra le virtudi celebratissima; e questa, se non sarà data con condizione d’un’altra fede, mai sia lecito di rompersi per la rottura de l’altra, atteso che è legge da qualche Giudeo e Sarraceno bestiale e barbaro, non da Greco e Romano civile ed eroico, che alcuna volta e con certe sorte di genti, sol per propria commoditade ed occasion d’inganno, sia lecito donar la fede, con farla ministra di tirannia e tradimento.
Saul. — O Sofia, non è offesa più infame, scelerosa ed indegna di misericordia, che quella che si fa ad uno per un altro, per causa che l’uno ha creduto a l’altro; e l’uno vegna offeso da l’altro, per avergli porgiuta fede, stimandolo uomo da bene.
Sofia — Voglio dunque, disse l’altitonante, che questa virtù compaia celebrata in cielo, acciò vegna per l’avenire più stimata in terra. Questa si veda nel luogo in cui si vedea il Triangolo, da cui comodamente è stata ed è significata la Fede; perché il corpo triangulare (come quello che costa di minor numero di angoli ed è più lontano da l’esser circulare) è più difficilmente mobile che qualsivoglia altrimente figurato. Cossì viene purgata la spiaggia settentrionale, dove comunmente son notate trecento sessanta stelle: tre maggiori, diece ed otto grandi, ottanta ed una mediocri, cento settanta sette picciole, cinquanta ed otto minori, tredeci minime, con una nebbiosa e nove oscure.
Saul. — Or espediscasi d’apportare brevemente quel che fu fatto del resto.
Sofia — Decerni, o padre, disse Momo, di quel che doviam fare di quel protoparente de li agnelli; quello che primieramente fa da la terra uscire le smorte piante, quello ch’apre l’anno e di novo florido e frondoso manto ricoprisce quella ed invaghisce questo. —Perché dubito, disse Giove, mandarlo con que’ di Calabria, o Puglia, o de la Campania felice, dove sovente dal rigor de l’inverno sono uccisi; né mi par convenevole inviarlo tra gli altri delle Africane pianure e monti, dove per il soverchio calore scoppiano; mi par convenientissimo ch’egli si trove circa il Tamisi, dove ne veggio tanti belli, buoni, grassi, bianchi e snelli. E non son smisurati, come nella regione circa il Nigero; non negri, come circa il Silere ed Ofito; non macilenti, come circa il Sebeto e Sarno; non cattivi, qual circa il Tevere ed Arno; non brutti a vedere, come circa il Tago; atteso che quel luogo quadra alla staggione a cui è predominante, per esservi, più ch’in altra parte, oltre e citra l’Equinoziale, temperato il cielo; ché dalla supposta terra essendo bandito l’eccessivo rigor de le nevi e soverchio fervor del sole, come testifica il perpetuamente verde e florido terreno, la fa fortunata, come di continua e perpetua primavera. Giongi a questo che ivi, compreso dalla protezion de le braccia dell’ampio Oceano, sarà sicuro da lupi, leoni ed orsi, ed altri fieri animali e potestadi nemiche di terra ferma. E perché questo animale tiene del prencipe, del duca, del conduttiero; ha del pastore, del capitano e guida; come vedete in cielo, dove tutti li segni di questo cingolo del firmamento gli correno a dietro; e come scorgete in terra, dove quando lui si balza o si precipita, quando diverte o s’addrizza, quando declina o poggia, viene facilissimamente tutto l’ovile ad imitarlo, consentirgli e seguitarlo; voglio ch’in suo luogo succeda la virtuosa Emulazione, la Exemplarità e buono Consentimento con altre virtudi sorelle e ministre; a le quali contrarii sono il Scandalo, il Male Essempio; che hanno per ministra la Prevaricazione, la Alienazione, il Smarrimento; per guida la Malizia o l’Ignoranza, o l’una e l’altra insieme; per seguace la stolta Credulitade; la qual, come vedete, è orba e tenta il camino tastando col bastone della oscura inquisizione e pazza persuasione; per compagna perpetua la Viltade e Dappocagine; le quali tutte insieme lascino queste sedie e vadano raminghe per la terra.
Bene ordinato —risposero li dei tutti. E dimandò Giunone, che far volesse di quel suo Tauro, di quel suo bue, di quel consorte del santo Presepio. Alla quale rispose: -Se non vuole andar vicino a l’Alpi, alle rive del Po, dico alla metropoli del Piamonte, dove è la deliciosa città di Taurino, denominata da lui, come da Bucefalo Bucefalia, dalle capri l’isole che sono al rimpetto di Partenope verso l’occidente, Corveto in Basilicata da’ corvi, Mirmidonia da le formiche, dal Delfino il Delfinato, da gli cinghiali Aprutio, Ofanto da’ serpenti, ed Oxonia da non so qual altra specie; vada per compagno al prossimo Montone; dove (come testificano le lor carni che per la commodità dell’erbe fresche e delicatura de pascoli vegnono ad essere le più preggiate del mondo) ha gli più bei consorti che veder si possano nel rimanente del spacio de l’universo. —E dimandò Saturno del successore; a cui rispose così: —Per esser questo un animal, che dura alle fatiche, pazientemente laborioso, voglio che sin ora sia stato tipo della Pazienza, Toleranza, Sufferenza e Longanimitade, virtudi in vero molto necessarie al mondo; e quindi seco si partano (benché non mi curo che seco vadano o non vadano) l’Ira, l’Indignazione, il Furore, che sogliono accompagnarsi con questo talvolta stizzoso animale. Qua vedete uscir l’Ira figlia, che è parturita da l’apprension d’Ingiustizia ed Ingiuria; e partesi dolorosa e vendicativa, perché gli par inconveniente ch’il Dispreggio la guate e gli percuota le guance. Come ha gli occhi infocati rivolti a Giove, a Marte, a Momo, a tutti! Come li va a l’orecchio la Speranza de la vendetta, che la consola alquanto e l’affrena, con mostrargli il favor della Possibilitade minacciosa contra il Dispetto, la Contumelia ed il Strazio, suoi provocatori! Là l’Impeto, suo fratello, che gli dona forza, nerbo e fervore; là la Furia sorella, che l’accompagna con le tre sue figlie, cioè Excandescenzia, Crudeltade e Vecordia. O quanto è difficile e molesto di contemprarla e reprimerla! O quanto malaggiatamente può esser concotta e digerita da altri dei, che da te, Saturno; questa, che ha le narici aperte, la fronte impetuosa, la testa dura, gli denti mordaci, le labbia velenose, la lingua tagliente, le mani graffiose, il petto tossicoso, la voce acuta, ed il color sanguigno. —Qua Marte fece instanza per l’Ira, dicendo ch’ella alcuna volta, anzi più de le volte, è virtude necessariissima, come quella che favorisce la Legge, dà forza alla Verità, al Giudicio; ed acuisce l’Ingegno, ed apre il camino a molte egregie virtudi, che non capiscono gli animi tranquilli. A cui Giove: —Che allora, ed in quel modo con cui è virtù, sussista e consista tra quelle, a quali si fa propicia; però mai s’accoste al cielo senza che gli vada innante il Zelo con la lanterna de la Raggione.
E che farremo de le sette figlie d’Atlante, o Padre? -disse Momo. A cui Giove: —Vadano con le sue sette lampe a far lume a quel notturno e merinoziale santo sponsalizio; ed avertiscano d’andar prima che la porta si chiuda e che comincie da sopra a destillar il freddo, il ghiaccio, la bianca neve, atteso che allora in vano alzaranno le voci e picchiaranno, perché gli sia aperta la porta, rispondendogli il portinaio che tiene la chiave: Non vi conosco. Avisatele che saran pazze, se faranno venir meno l’oglio a la lucerna; la qual se fia umida sempre e non mai secca, averrà che non sieno tal volte prive di splendor di degna laude e gloria. Ed in questa region che lasciano, vegna a metter la sua stanza la Conversazione, il Consorzio, il Connubio, la Confraternitade, Ecclesia, Convitto, Concordia, Convenzione, Confederazione; ed ivi sieno gionte a l’Amicizia, perché, dove non è quella, in suo luogo è la Contaminazione, Confusione e Disordine. E se non son rette, non sono esse; perché mai si trovano in verità (benché il più de le volte in nome) tra scelerati; ma hanno verità di Monopolio, Conciliabulo, Setta, Conspirazione, Turba, Congiurazione, o cosa d’altro nome ed essere detestabile. Non sono tra irrazionali e quei che non hanno proponimento di buon fine; non dove è l’ocioso medesimo credere ed intendere; ma dove si concorre a medesima azione circa le cose similmente intese. Perseverano tra buoni; e son brevi ed inconstanti tra perversi, come tra quei de quali dissemo in proposito della Legge e Giudicio, nelli quali non si trova veramente concordia, come color che non versano circa virtuose azioni.
Saul. — Quei non sono concordi per parimente intendere, ma nel parimente ignorare e malignare e nel non intendere secondo diverse raggioni. Quelli non consenteno in parimente oprare a buon fine, ma in far parimente poco caso di buone opre e stimar indegni tutti gli atti eroici. Ma torniamo a noi. Che si fe’ de’ doi giovanetti?
Sofia — Cupido le dimandò per il gran Turco; Febo volea che fussero paggi di qualche principe italiano; Mercurio, che fussero cubicularii de la gran camera. A Saturno parea che servissero per iscaldatoio di qualche vecchio e gran prelato, o pur a lui, povero decrepito. A cui Venere disse: —Ma chi, o barba bianca, le assicura che non gli dii di morso che non li mangi, se gli tuoi denti non perdonano a’ proprii figli, per gli quali sei diffamato per parricida antropofago? —E peggio, disse Mercurio, che è dubio, che per qualche ritrosa stizza che l’assale, non gli piante quella punta di falce su la vita. Lascio che, se pur a questi può esser donato di rimaner in corte de gli dei, non sarà più raggione che toccano a voi, buon padre, che ad altri molti non meno reverendi che vi possono aver aperti gli occhi. —Qua sentenziò Giove, che non permetteva che in posterum in corte de gli dei si admettano paggi o altri servitori che non abbiano molto senno, discrezione e barba. E che questi si mettessero alle sorti, mediante le quali si definisse a chi de gli dei toccasse di farne provisione per qualche amico in terra. —E mentre alcuni instavano che ne determinasse lui, disse che non volea per queste cose gelose generar suspizion di parzialità ne gli lor animi, quasi inchinando più ad una che ad un’altra parte di discordanti.
Saul. — Buono ordine, per riparare a le dissenzioni ch’arrebono possute accadere per questi!
Sofia — Chiese Venere che in luogo succedesse l’Amicizia, l’Amore, la Pace, con gli lor testimoni Contubernio, Bacio, Imbracciamento, Carezze, Vezzi, e gli tutti fratelli e servitori, ministri, assistenti e circonstanti del gemino Cupido. —La dimanda è giusta, —dissero gli dei tutti. -Che si faccia, —disse Giove. Appresso, dovendosi definire del Granchio (il quale, perché appar scottato dall’incendio del foco e fatto rosso dal calor del sole, non si trova altrimente in cielo che se fusse condannato a le pene de l’inferno), dimandò Giunone, come di cosa sua, che ne volesse far il senato; di cui la più gran parte lo rimese al suo arbitrio. E lei disse che, se Nettuno, dio del mare, il comportava, arrebe desiderato che s’attuffasse a l’onde del mare Adriatico, là dove ha più compagni che non ha stelle in cielo. Oltre, che sarà appresso l’onoratissima Republica Veneziana la qual, come fusse anch’ella un granchio, a poco a poco da l’oriente sen va verso l’occidente retrogradando. Consentì quel Dio che porta il gran tridente. E Giove disse, che in loco del Cancro starà bene il tropico della Conversione, Emendazione, Repressione, Ritrattazione, virtudi contrarie al Mal progresso. Ostinazione e Pertinacia; e subito soggionse il proposito del Leone, dicendo: —Ma questo fiero animale guardisi di seguitar il Cancro e di voler là ancora farsegli compagno; perché, se va a Venezia, trovarà ivi un altro, più che lui essere possa, forte; percioché quello non solo sa combattere in terra, ma oltre guerreggia bene in acqua, e molto meglio in aria, atteso che ha l’ali, è canonizato, ed è persona di lettere: però sarà più espediente per lui di calarsene a gli Libici deserti dove trovarà moglie e compagni. E mi par che a quella piazza si debba transferir quella Magnanimità, quella eroica Generositade, che sa perdonar a’ soggetti, compatir a gl’infermi, domar l’Insolenza, conculcar la Temeritade, rigettar la Presunzione e debellar la Suberbia. —Assai bene! —disse Giunone e la maggior parte del concistoro. Lascio di riferire con quanto grave, magnifico e bello apparato e gran comitiva se ne andasse questa virtude; perché al presente, per la angustia del tempo, voglio che vi baste di udire il principale circa la riforma e disposizione delle sedie; essendo che sono per informarvi di tutto il resto quando sedia per sedia vi condurrò vedendo ed essaminando queste corti.
Saul. — Bene, o cara Sofia. Molto mi appaga la tua cortesissima promessa; però son contento, che con la maggior brevità, che vi piace, mi doniate saggio dell’ordine e spaccio dato all’altre sedie e cangiamenti.
Sofia — Or, che sarà della Vergine? —dimandò la casta Lucina, la cacciatrice Diana. —Fategli, rispose Giove, intendere se la vuole andare ad esser priora o abbatessa delle suore o monache, le quali son ne’ conventi o monasterii de l’Europa; dico, in que’ luoghi dove non son state messe in rotta e dispersione da la peste; o pur a governar le damigelle de le corti, a fin che non le assalte la gola di mangiar li frutti avanti o fuor de la staggione, o rendersi compagne de le lor signore. —Oh, disse Dittinna, che non puote; e dice che non vuole in punto alcuno ritornar onde è una volta scacciata, e donde è tante volte fuggita. -Il protoparente suggionse: —Tegnasi dunque ferma in cielo, e guardisi bene di cascare, e veda di non farsi contaminare in questo loco. —Disse Momo: —Mi par che la potrà perseverar pura e netta, si perseverarà di esser lungi da animali raggionevoli, eroi e dei, e si terrà tra le bestie, come sin al presente è stata, avendo da la parte occidentale il ferocissimo Leone, e dall’oriente il tossicoso Scorpio. Ma non so come si portarà adesso, dove gli è prossima la Magnanimitade, l’Amorevolezza, la Generositade e Virilitade, che facilmente montandogli a dosso, per raggion di domestico contatto facendoli contraere del magnanimo, amoroso, generoso e virile, da femina la faranno dovenir maschio, e da selvaggia ed alpestre dea, e nume da Satiri, Silvani e Fauni, la convertiranno in nume galante, umano, affabile ed ospitale. —Sia quel che deve essere, rispose Giove; ed intra tanto, gionte a lei nella medesima sedia sieno la Castità, la Pudicizia, la Continenza, Purità, Modestia, Verecundia ed Onestade, contrarie alla prostituta Libidine, effusa Incontinenza, Impudicizia, Sfacciatagine; per le quali intendo la Verginitade esser una de le virtudi, atteso che quanto a sé non è cosa di valore. Perché, quanto a sé, non è virtù né vizio, e non contiene bontà, dignità, né merito; e quando non serve alla natura imperante, viene a farsi delitto, impotenza, pazzia e stoltizia espressa: e se ottempera a qualche urgente raggione, si chiama Continenza, ed ha l’esser di virtù, per quel che participa di tal fortezza e dispreggio di voluttadi: il quale non è vano e frustratorio, ma conferisce alla conversazione umana ed onesta satisfazione altrui. —E che farremo de le Bilancie? —disse Mercurio. —Vadano per tutto, rispose il primo presidente: vadano per le fameglie, acciò con esse li padri veggano dove meglio inchinano gli figli, se a lettere, se ad armi; se ad agricoltura, se a religione; se a celibato, se ad amore; atteso che non è bene che sia impiegato l’asino a volare e ad arare i porci. Discorrano le Academie ed Universitadi, dove s’essamine se quei che insegnano, son giusti di peso, se son troppo leggieri o trabuccanti; e se quei che presumeno d’insegnar in catedra e scrittura, hanno necessità d’udire e studiare: e bilanciandoli l’ingegno, si vegga se quello impenna over impiomba; e se ha della pecora o pur del pastore; e se è buono a pascer porci ed asini o pur creature capaci di raggione. Per gli edificii Vestali vadano a far intendere a questi ed a quelle, quale e quanto sia il momento del contrapeso, per violentar la legge di natura per un’altra sopra- o estra- o contranaturale, secondo o fuor d’ogni raggione e debito. Per le corti, a fin che gli ufficii, gli onori, le sedie, le grazie ed exenzioni corrano secondo che ponderano gli meriti e dignitade di ciascuno; perché non meritano d’esser presidenti a l’ordine, ed a gran torto della Fortuna presiedeno a l’ordine quei che non san reggere secondo l’ordine. Per le republiche, acciò ch’il carrico delle administrazioni contrapesi alla sufficienza e capacità de gli suggetti; e non si distribuiscano le cure con bilanciar gli gradi del sangue, de la nobilitade, de’ titoli, de ricchezza: ma de le virtudi che parturiscono gli frutti de le imprese; perché presiedano i giusti, contribuiscano i facultosi, insegnino li dotti, guideno gli prudenti, combattano gli forti, conseglino quei ch’han giudicio, comandino quei ch’hanno autoritade. Vadano per gli stati tutti, a fin che negli contratti di pace, confederazioni e leghe non si prevariche e decline dal giusto, onesto ed utile commune, attendendo alla misura e pondo della fede propria e de quei con gli quali si contratta; e nell’imprese ed affari di guerra si consideri in quale equilibrio concorrano le proprie forze con quelle del nemico, quello che è presente e necessario con quello che è possibile nel futuro, la facilità del proponere con la difficultà delle exequire, la comodità dell’entrare con l’incomodo dell’uscire, l’inconstanza d’amici con la constanza de nemici, il piacere d’offendere con il pensiero di defendersi, il comodo turbar quel d’altri con il malaggiato conservare il suo, il certo dispendio ed iattura del proprio, con l’incerto acquisto e guadagno de l’altrui. Per tutti gli particulari vadano, acciò ognuno contrapesi quel che vuole con quel che sa; quel che vuole e sa con quel che puote; quel che vuole, sa e puote con quel che deve; lo che vuole, sa, puote e deve con quel che è, fa, ha ed aspetta. —Or, che metteremo dove son le Bilancie? Che sarà in loco della Libra? —domandò Pallade. Risposero molti: -La Equità, il Giusto, la Retribuzione, la raggionevole Distribuzione, la Grazia, la Gratitudine, la buona Conscienza, la Recognizion di se stesso, il Rispetto che si deve a’ maggiori, l’Equanimità che si deve ad uguali, la Benignità che si richiede verso gl’inferiori, la Giustizia senza rigore a riguardo di tutti, che spingano l’Ingratitudine, la Temeritade, l’Insolenza, l’Ardire, l’Arroganza, il poco Rispetto, l’Iniquitade, l’Ingiuria ed altre famigliari di queste. —Bene, bene! —dissero tutti del concistoro. Dopo la qual voce s’alza in piedi il bel crinito Apolline, e disse: —È pur gionta l’ora, o dei, in cui si deve donar degna ispedizione a questo verme infernale che fu la principal caggione dell’orribil caso e crudel morte del mio diletto Fetonte; perché, quando quel miserello dubbioso e timido con gli mal noti destrieri guidava del mio eterno foco il carro, questo pernicioso mostro minaccioso venne a farsegli talmente incontro con la punta della sua coda mortale, che per l’orrendo spavento facendolo di se stesso fuori, li fe’ dalle tenere mani cascar sul tergo de’ cavagli i freni: onde la tanto signalata ruina del cielo, che ancor nella via detta lattea appare arso; il sì famoso danno del mondo, che in molte e molte parti apparve incinerito; e sì fattamente ontoso scorno contro la mia deitade ne seguitasse. È pur vergogna che tanto tempo una simil sporcaria abbia nel cielo occupato il spacio di doi segni.
Vedi, dunque, o Diana, disse Giove, quel che vuoi far di questo tuo animale, il qual vivo è tristo, e morto non serve a nulla. —Permettetemi (se cossì piace a voi), disse la vergine dea, che ritorne a Scio nel monte Chelippio; dove per mio ordine nacque a mal grado del presuntuoso Orione, ed ivi in quella materia di cui fu prodotto, si risolva. Seco si partano la Fraude, la Decepzione, l’Inganno, la perniciosa Finzione, il Dolo, l’Ipocrisia, la Buggia, il Pergiuro, il Tradimento; e quivi succedano le contrarie virtudi, Sincerità, Execuzion di promesse, Osservanza di fede, e le lor sorelle, seguaci e ministre. —Fanne quel che ti piace, disse Momo; perché gli fatti di costui non ti saran messi in controversia, come a Saturno il vecchio quegli de’ doi fanciulli. E veggiamo presto quel che si deve far del figlio Euschemico, che son già tante migliaia d’anni che con tema di mandarla via senza averne un’altra, tiene quella vedova saetta incoccata a l’arco, facendo la mira là dove si continua la coda alla spina del dorso di Scorpione. E certo, se, come lo stimo pur troppo prattico in prender mira, in collimare, come dicono, al scopo che è la metà de l’arte sagittaria, lo potesse ancor stimare non ignorante in quel rimanente circa il tirare e dar di punta al bersaglio, che fa l’altra metà de l’esercizio; donarei conseglio che lo inviassemo a guadagnarsi un poco di riputazione nell’isola Britannica, dove sogliono di que’ messeri, altri in giubbarello ed altri in saio faldeggiante, celebrar la festa del prencipe Artur e duca di Sciardichi. Ma dubito che, mancandogli il verbo principale, per quanto appartiene a donar dentro al segno, non vegna a far ingiuria al mistiero. Per tanto vedete voi altri che ne volete fare; perché (a dir il vero, come la intendo) non mi par comodo ad altro che ad essere spaventacchio degli ucelli, per guardia, verbigrazia, delle fave o de’ meloni. —Vada, disse il Patriarca, dove vuole; donegli pur alcun di voi il meglior ricapito che gli pare; e nel suo luogo sia la figurata Speculazione, Contemplazione, Studio, Attenzione, Aspirazione, Appulso ad ottimo fine, con le sue circonstanze e compagnie.
Qua soggionse Momo: —Che vuoi, padre, che si debba fare di quel santo, intemerato e venerando Capricorno? di quel tuo divino e divo connutrizio, di quel nostro strenuo e più che eroico commilitone contra il periglioso insulto della protervia gigantesca? di quel gran consegliero a guerra, che trovò il modo di examinare quel nemico che da la spelunca del monte Tauro apparve ne l’Egitto formidando antigonista de gli dei? di quello il quale (perché apertamente non arremmo avuto ardire d’assalirlo) ne dié lezione di trasformarci in bestie, a fin che l’arte ed astuzia supplisse al difetto di nostra natura e forze per parturirci onorato trionfo dell’aversarie posse? Ma, oimè, questo merito non è senza qualche demerito; perché questo bene non è senza qualche male aggiunto, forse perché è prescritto e definito dal fato, che nessun dolce sia absoluto da qualche fastidio ed amaro, o per non so qual’altra caggione. —Or che male, disse Giove, ne ha egli possuto apportar, che si possa dir esser stato congionto a quel tanto bene? che indignità, che abbia possuto accompagnarsi con tanto trionfo? —Rispose Momo: —Fece egli con questo, che gli Egizii venessero ad onorar le imagini vive de le bestie, e ne adorassero in forma di quelle; onde venemo ad esser beffati, come ti dirò. —E questo, o Momo, disse Giove, non averlo per male, perché sai, che gli animali e piante son vivi effetti di natura; la qual natura (come devi sapere) non è altro che dio nelle cose.
Saul. — Dunque, natura est deus in rebus.
Sofia — Però, disse, diverse cose vive rapresentano diversi numi e diverse potestadi; che oltre l’essere absoluto che hanno, ottegnono l’essere comunicato a tutte le cose secondo la sua capacità e misura. Onde Idio tutto (benché non totalmente ma in altre più e meno eccellentemente) è in tutte le cose. Però Marte si trova più efficacemente in natural vestigio e modo di sustanza non solo in una vipera e scorpione, ma ed in una cipolla ed aglio, che in qualsivoglia maniera di pittura o statua inanimata. Cossì pensa del Sole nel croco, nel narciso, nell’elitropio, nel gallo, nel leone; cossì pensar devi di ciascuno de gli dei per ciascuna de le specie sotto diversi geni de lo ente, perché sicome la divinità descende in certo modo per quanto che si comunica alla natura, cossì alla divinità s’ascende per la natura, cossì per la vita rilucente nelle cose naturali si monta alla vita che soprasiede a quelle. —È vero quel che dici, rispose Momo: perché in fatto vedo, come que’ sapienti con questi mezzi erano potenti a farsi familiari, affabili e domestici gli dei che per voci, che mandavano da le statue, gli donavano consegli, dottrine, divinazioni ed instituzioni sopraumane; onde con magici e divini riti per la medesima scala di natura salevano a l’alto della divinità, per la quale la divinità descende sino alle cose minime per la comunicazione di se stessa. Ma quel che mi par da deplorare, è che veggio alcuni insensati e stolti idolatri, li quali, non più che l’ombra s’avicina alla nobilità del corpo, imitano l’eccellenza del culto de l’Egitto; e che cercano la divinità, di cui non hanno raggione alcuna, ne gli escrementi di cose morte ed inanimate; che con tutto ciò si beffano non solamente di quei divini ed oculati cultori, ma anco di noi, come di color che siamo riputati bestie; e quel che è peggio, con questo trionfano, vedendo gli lor pazzi riti in tanta riputazione, e quelli de gli altri a fatto svaniti e cassi. —Non ti dia fastidio questo, o Momo, disse Iside, perché il fato ha ordinata la vicissitudine delle tenebre e la luce. —Ma il male è, rispose Momo, che essi tegnono per certo di essere nella luce. —Ed Iside soggionse, che le tenebre non gli sarrebono tenebre, se da essi fussero conosciute. Quelli dunque, per impetrar certi beneficii e doni da gli dei, con raggione di profonda magia passavano per mezzo di certe cose naturali, nelle quali in cotal modo era latente la divinitade, e per le quali essa potea e volea a tali effetti comunicarsi. Là onde que’ ceremoni non erano vane fantasie, ma vive voci che toccavano le proprie orecchie de gli Dei; li quali, come da lor vogliano essere intesi non per voci d’idioma che lor sappiano fengere, ma per voci di naturali effetti, talmente per atti di ceremoni circa quelle volsero studiare di essere intesi da noi: altrimente cossì fussemo stati sordi a gli voti, come un Tartaro al sermone greco che giamai udìo. Conoscevano que’ savii dio essere nelle cose, e la divinità, latente nella natura, oprandosi e scintillando diversamente in diversi suggetti, e per diverse forme fisiche, con certi ordini, venir a far partecipi di sé, dico de l’essere, della vita ed intelletto; e però con gli medesimamente diversi ordini si disponevano alla recepzion de tanti e tai doni, quali e quanti bramavano. Quindi per la vittoria libavano a Giove magnanimo nell’aquila, dove, secondo tale attributo, è ascosa la divinità; per la prudenza nelle operazioni a Giove sagace libavano nel serpente; contra la prodizione a Giove minace nel crocodillo; cossì per altri innumerabili fini libavano in altre specie innumerabili. Il che tutto non si faceva senza magica ed efficacissima raggione.
Saul. — Come dite cossì, o Sofia, se Giove non era nomato in tempo di egizii culti, ma si trovò molto tempo dopo, appresso gli Greci?
Sofia — Non aver pensiero del nome greco, o Saulino; perché io parlo secondo la consuetudine più universale, e perché gli nomi (anco appresso gli Greci) sono apposticci alla divinità: atteso che tutti sanno bene che Giove fu un re di Creta, uomo mortale, e di cui il corpo, non meno che quel di tutti gli altri uomini, è putrefatto o incinerito. Non è occolto qualmente Venere sia stata una donna mortale, la qual fu regina deliciosissima, e sopra modo bella, graziosa e liberale in Ciprio. Similmente intendi de tutti gli altri dei che son conosciuti per uomini.
Saul. — Come, dunque, le adoravano ed invocavano?.
Sofia — Ti dirò. Non adoravano Giove, come lui fusse la divinità, ma adoravano la divinità, come fusse in Giove; perché vedendo un uomo in cui era eccellente la maestà, la giustizia, la magnanimità, intendevano in lui esser dio magnanimo, giusto e benigno; ed ordinavano e mettevano in consuetudine che tal dio, o pur la divinità, in quanto che in tal maniera si comunicava, fusse nominata Giove; come sotto il nome di Mercurio Egizio sapientissimo fusse nominata la divina sapienza, interpretazione e manifestazione. Di maniera che di questo e quell’uomo non viene celebrato altro che il nome e representazion della divinità, che con la natività di quelli era venuta a comunicarsi a gli uomini, e con la morte loro s’intendeva aver compìto il corso de l’opra sua, o ritornata in cielo.
Cossì li numi eterni (senza ponere inconveniente alcuno contra quel che è vero della sustanza divina) hanno nomi temporali altri ed altri in altri tempi ed altre nazioni: come possete vedere per manifeste istorie, che Paulo Tarsense fu nomato Mercurio, e Barnaba Galileo fu nomato Giove, non perché fussero creduti essere que’ medesimi dei; ma perché stimavano che quella virtù divina che si trovò in Mercurio e Giove in altri tempi, all’ora presente si trovasse in questi, per l’eloquenza e persuasione ch’era nell’uno, e per gli utili effetti che procedevano da l’altro.
Ecco dunque come mai furono adorati crocodilli, galli, cipolle e rape; ma gli Dei e la divinità in crocodilli, galli ed altri; la quale in certi tempi e tempi, luoghi e luoghi, successivamente ed insieme insieme, si trovò, si trova e si trovarà in diversi suggetti quantunque siano mortali: avendo riguardo alla divinità, secondo che ne è prossima e familiare, non secondo è altissima, absoluta in se stessa, e senza abitudine alle cose prodotte. Vedi dunque come una semplice divinità che si trova in tutte le cose, una feconda natura, madre conservatrice de l’universo, secondo che diversamente si comunica, riluce in diversi soggetti, e prende diversi nomi. Vedi come a quell’una diversamente bisogna ascendere per la participazione de diversi doni; altrimente in vano si tenta comprendere l’acqua con le reti e pescar i pesci con la pala. Indi ne gli doi corpi che vicino a questo globo e nume nostro materno son più principali, cioè nel sole e luna, intendeano la vita che informa le cose secondo due raggioni più principali. Appresso apprendeano quella secondo sette altre raggioni, distribuendola a sette lumi chiamati erranti; a gli quali, come ad original principio e feconda causa, riduceano le differenze delle specie in qualsivoglia geno: dicendo de le piante, de li animali, de le pietre, de gl’influssi, e di altre ed altre cose, queste di Saturno, queste di Giove, queste di Marte, queste e quelle di questo e di quell’altro. Cossì de le parti, de’ membri, de’ colori, de’ sigilli, de’ caratteri, di segni, de imagini destribuite in sette specie. Ma non manca per questo, che quelli non intendessero una essere la divinità che si trova in tutte le cose, la quale, come in modi innumerabili si diffonde e communica, cossì ave nomi innumerabili, e per vie innumerabili, con raggioni proprie ed appropriate a ciascuno, si ricerca, mentre con riti innumerabili si onora e cole, perché innumerabili geni di grazia cercamo impetrar da quella. Però in questo bisogna quella sapienza e giudizio, quella arte, industria ed uso di lume intellettuale, che dal sole intelligibile a certi tempi più ed a certi tempi meno, quando massima- e quando minimamente viene revelato al mondo. Il quale abito si chiama Magia: e questa, per quanto versa in principii sopranaturali, è divina; e quanto che versa circa la contemplazion della natura e perscrutazion di suoi secreti, è naturale; ed è detta mezzana e matematica, in quanto che consiste circa le raggioni ed atti de l’anima, che è nell’orizonte del corporale e spirituale, spirituale ed intellettuale.
Or, per tornare al proposito donde siamo dipartiti, disse Iside a Momo, che gli stupidi ed insensati idolatri non aveano raggione di ridersi del magico e divino culto degli Egizii; li quali in tutte le cose ed in tutti gli effetti, secondo le proprie raggioni di ciascuno, contemplavano la divinità; e sapeano per mezzo delle specie che sono nel grembo della natura, ricevere que’ beneficii che desideravano da quella; la quale come dal mare e fiumi dona i pesci, da gli deserti gli salvatici animali, da le miniere gli metalli, da gli arbori le poma; cossì da certe parti, da certi animali, da certe bestie, da certe piante porgono certe sorti, virtudi, fortune ed impressioni. Però la divinitade nel mare fu chiamata Nettuno, nel sole Apolline, nella terra Cerere, ne gli deserti Diana; e diversamente in ciascuna de le altre specie, le quali, come diverse idee, erano diversi numi nella natura, li quali tutti si referivano ad un nume de’ numi e fonte de le idee sopra la natura.
Saul. — Da questo parmi che derive quella Cabala de gli Ebrei, la cui sapienza (qualunque la sia in suo geno) è proceduta da gli Egizii appresso de quali fu instrutto Mosè. Quella primieramente al primo principio attribuisce un nome ineffabile, da cui secondariamente procedeno quattro, che appresso si risolveno in dodici; i quali migrano per retto in settantadoi, e per obliquo e retto in cento quarantaquattro; e cossì oltre, per quaternarii e duodenarii esplicati, in innumerabili, secondo che innumerabili sono le specie. E talmente, secondo ciascun nome (per quanto vien commodo al proprio idioma), nominano un dio, un angelo, una intelligenza, una potestà, la quale è presidente ad una specie; onde al fine si trova che tutta la deità si riduce ad un fonte, come tutta la luce al primo e per sé lucido, e le imagini che sono in diversi e numerosi specchi, come in tanti suggetti particulari, ad un principio formale ed ideale, fonte di quelle.
Sofia — Cossì è. Talmente dunque quel dio, come absoluto, non ha che far con noi; ma per quanto si comunica alli effetti della natura, ed è più intimo a quelli che la natura istessa; di maniera che se lui non è la natura istessa, certo è la natura de la natura; ed è l’anima de l’anima del mondo, se non è l’anima istessa: però, secondo le raggioni speciali che voleano accomodarsi a ricevere l’aggiuto di quello, per la via delle ordinate specie doveano presentarsegli avanti: come chi vuole il pane, va al fornaio; chi vuole il vino, al cellaraio; chi appete gli frutti, va al giardiniero; chi dottrina, al mastro; e cossì va discorrendo per tutte l’altre cose: in tanto che una bontà, una felicità, un principio absoluto de tutte ricchezze e beni, contratto a diverse raggioni, effonde gli doni secondo l’exigenze de particulari.
Da qua puoi inferire, come la sapienza de gli Egizii, la quale è persa, adorava gli crocodilli, le lacerte, li serpenti, le cipolle; non solamente la terra, la luna, il sole ed altri astri del cielo; il qual magico e divino rito (per cui tanto comodamente la divinità si comunicava a gli uomini) viene deplorato dal Trimegisto, dove, raggionando ad Asclepio, disse: —Vedi, o Asclepio, queste statue animate, piene di senso e di spirito, che fanno tali e tante degne operazioni? Queste statue, dico, prognostricatrici di cose future, che inducono le infirmitadi, le cure, le allegrezze e le tristizie, secondo gli meriti ne gli affetti e corpi umani? Non sai, o Asclepio, come l’Egitto sia la imagine del cielo, e per dir meglio, la colonia de tutte cose che si governano ed esercitano nel cielo? A dir il vero, la nostra terra è tempio del mondo. Ma, oimè, tempo verrà che apparirà l’Egitto in vano essere stato religioso cultore della divinitade; perché la divinità, remigrando al cielo, lasciarà l’Egitto deserto; e questa sedia de divinità rimarrà vedova da ogni religione, per essere abandonata dalla presenza de gli dei, perché vi succederà gente straniera e barbara senza religione, pietà, legge e culto alcuno. O Egitto, Egitto, delle religioni tue solamente rimarranno le favole, anco incredibili alle generazioni future, alle quali non sarà altro, che narri gli pii tuoi gesti, che le lettere sculpite nelle pietre, le quali narraranno non a dei ed uomini (perché questi saranno morti, e la deitade sarà trasmigrata in cielo), ma a Sciti ed Indiani, o altri simili di salvaggia natura. Le tenebre si preponeranno alla luce, la morte sarà giudicata più utile che la vita, nessuno alzarà gli occhi al cielo, il religioso sarà stimato insano, l’empio sarà giudicato prudente, il furioso forte, il pessimo buono. E credetemi che ancora sarà definita pena capitale a colui che s’applicarà alla religion della mente; perché si trovaranno nove giustizie, nuove leggi, nulla si trovarà di santo, nulla di relligioso: non si udirà cosa degna di cielo o di celesti. Soli angeli perniciosi rimarranno, li quali meschiati con gli uomini forzaranno gli miseri all’audacia di ogni male, come fusse giustizia; donando materia a guerre, rapine, frodi e tutte altre cose contrarie alla anima e giustizia naturale: e questa sarà la vecchiaia ed il disordine e la irreligione del mondo. Ma non dubitare, Asclepio, perché, dopo che saranno accadute queste cose, allora il signore e padre Dio, governator del mondo, l’omnipotente proveditore, per diluvio d’acqua o di fuoco, di morbi o di pestilenze, o altri ministri della sua giustizia misericordiosa, senza dubbio donarà fine a cotal macchia, richiamando il mondo all’antico volto.
Saul. — Or tornate al proposito che tenne Iside con Momo.
Sofia — Or, al proposito di calumniatori del culto egizio, li recitò quel verso del poeta:
Loripedem rectus derideat, Aethiopem albus.
Le insensate bestie e veri bruti si ridono de noi dei, come adorati in bestie e piante e pietre, e de gli miei Egizii che in questo modo ne riconoscevano; e non considerano che la divinità si mostra in tutte le cose; benché per fine universale ed eccellentissimo in cose grandi e principii generali; e per fini prossimi, comodi e necessarii a diversi atti della vita umana, si trova e vede in cose dette abiettissime, benché ogni cosa, per quel che è detto, ha la divinità latente in sé; perché la si esplica e comunica insino alli minimi e dalli minimi secondo la lor capacità; senza la qual presenza niente arrebe l’essere, perché quella è l’essenza de l’essere del primo sin all’ultimo. A quel che è detto, aggiongo, e dimando: Per qual raggione riprendeno gli Egipzii in quello nel che essi ancora son compresi? E per venire a coloro che da noi o fuggirono, o fûrno come leprosi scacciati a gli deserti, non sono essi, nelle loro necessitati, ricorsi al culto egizio, quando ad un bisogno mi adorarono nell’idolo d’un vitello d’oro; e ad un’altra necessità, s’inchinorno, piegâro le ginocchia ed alzâro le mani a Theuth in forma del serpente di bronzo, benché per loro innata ingratitudine, dopo impetrato favore dell’uno e l’altro nume, ruppero l’uno e l’altro idolo? Appresso, quando si hanno voluto onorare con dirsi santi, divini e benedetti, in che maniera han possuto farlo eccetto con intitularsi bestie, come si vede dove il padre de dodici tribù, per testamento donando a’ figli la sua benedizione, le magnificò con nome di dodici bestie? Quante volte chiamano il lor vecchio dio risvegliato Leone, Aquila volante, Fuoco ardente, Procella risonante, Tempesta valorosa; ed il novamente conosciuto da gli altri lor successori Pellicano insanguinato, Passare solitario, Agnello ucciso. E cossì lo chiamano, cossì lo pingono, cossì l’intendeno, dove lo veggio in statua e pittura con un libro, non so se posso dire, in mano, che non può altro che lui aprirlo e leggerlo. Oltre, tutti quei che son per credergli deificati, non son chiamati da lui, e si chiamano essi ancor gloriandosi, pecore sue, sua pastura, sua mandra, suo ovile, suo gregge? Lascio che gli medesimi veggio significati per gli asini: per la femina madre, il popolo giudaico; e l’altre generazioni che se gli doveano aggiongere, prestandogli fede, per il polledro figlio. Vedete, dunque, come questi divi, questo geno eletto vien significato per sì povere e basse bestie; e poi si burlano di noi che siamo presentati in più forti, degne ed imperiose altre?
Lascio che tutte le generazioni illustri ed egregie mentre per gli lor segni ed imprese vogliono mostrarsi ed essere significate, ecco le vedi aquile, falconi, nibbii, cuculi, civette, nottue, buboni, orsi, lupi, serpi, cavalli, buovi, becchi; e tal volta, perché manco si stimano degni de farsi una bestia intiera, ecco vi presentano un pezzo di quella, o una gamba, o una testa, o un paio di corna, o una coda, o un nerbo. E non pensate che, se si potessero trasformare in sustanza di tali animali, non lo farrebono volentiera; atteso, a qual fine stimate che pingono nel suo scudo le bestie quando le accompagnano col suo ritratto, con la sua statua? Pensate forse che vogliono dire altro eccetto: Questo, questo, di cui, o spettatore, vedi il ritratto, è quella bestia, che gli sta vicina e compiuta; overo: Se volete saper chi è questa bestia, sappiate che la è costui di cui vedete qua il ritratto e qua scritto il nome. Quanti sono, che per meglior parere bestie, s’impellicciano di lupo, di volpe, di tasso, di caprone, di becco, onde, ad essere uno di cotai animali, non par che gli manca altro che la coda? Quanti sono che per mostrar quanto hanno dell’ucello, del volatile e far conoscere con quanta leggerezza si potrebono sullevare alle nubi, s’impiumano il cappello e la barretta?
Saul. — Che dirai de le dame nobili, tanto de le grandi, quanto di quelle che voglion far del grande? non fanno elle più gran caso delle bestie che de proprii figli? Eccole, quasi dicessero: —O figlio mio, fatto a mia imagine: se come ti mostri uomo, cossì ti mostrassi coniglio, cagnolina, martora, gatto, gibellino; certo, si come ti ho commesso a le braccia de la serva, de la fante, de questa ignobile nutriccia, di questa sugliarda, sporca, imbreaca, che facilmente, infettandoti di lezzo, ti farà morire; perché conviene anco che dormi con ella; io, io sarei quella che medesima ti portarei in braccio, ti sostenerei, lattarei, pettinarei, ti cantarei, ti farei di vezzi, ti baciarei, come fo a quest’altro gentile animale, il qual non voglio che si domestiche con altro che con me; non permetterò che sia tocco da altro che da me; e non lasciarò star in altra camera e dormir in altro letto che nel mio. Questo se averrà che la cruda Atropo mi tolga, non patirò che vegna sepolto come tu, ma gl’imbalsimarò, gli perfumarò la pelle; ed a quella, come a divina reliquia, dove mancano li membri de la fragil testa e piedi, io vi formarò la figura in oro smaltato ed asperso di diamanti, di perle e di rubini. Cossì, dove bisognarà onoratamente comparire, il portarò meco, ora avolgendomelo al collo, ora me l’accostando al volto, a la bocca, al naso; ora me l’appoggiarò al braccio; ora, dismettendo il braccio perpendicolarmente in giù, lo lasciarò ir prolungato verso le falde, a fin che non sia parte di quello che non sia messa in prospettiva. —Onde aperto si vede, quanto con più sedula cura queste più generose donne sono affette circa una bestia che verso un proprio figlio, per far vedere quanta sia la nobilità di quelle sopra questi, quanto quelle sono più onorabili che questi.
Sofia — E per tornare a più seriose raggioni, quelli che sono, o si tegnono più gran prencipi, per far con espressi segni evidente la loro potestà e divina preeminenza sopra gli altri, s’adattano in testa la corona; la quale non è altro che figura di tante corna, che in cerchio gl’incoronano, id est gl’incornano il capo. E quelle quanto son più alte ed eminenti, tanto fanno più maestrale representazione, e son segno di maggior grandezza: onde è geloso un duca che un conte o marchese mostre una corona cossì grande come lui; maggiore conviene al re, massima a l’imperatore, triplicata tocca al papa, come a quello sommo patriarca che ne deve aver per lui e per li compagni. Li pontefici ancora sempre hanno adoperata la mitra acuminata in due corna; il duce di Venezia compare con un corno a mezza testa; il gran Turco da fuor del turbante lo fa uscir alto e diritto in forma rotonda piramidale: il che tutto è fatto per donar testimonio della sua grandezza, con accomodarsi con la meglior arte questa bella parte in testa, la quale alle bestie ha conceduta la natura: voglio dir, con mostrar di aver de la bestia. Questo nessuno avanti, né alcuno da poi ha possuto più efficacemente esprimere, che il duca e legislatore del popolo giudeo. Quel Mosè dico, che in tutte le scienze de gli Egizii usci addottorato da la corte di Faraone; quello che nella moltitudine di segni vinse tutti que’ periti nella maggia; in che modo mostrò l’eccellenza sua, per esser divino legato a quel popolo, e representator de l’autorità del dio d’Ebrei? vi par che, calando giù del monte Sina con le gran tavole, venesse in forma d’un uomo puro, essendo che si presentò venerando con un paio di gran corna, che su la fronte gli ramificavano? Avanti la cui maestral presenza mancando il cuore di quel popolo errante ch’il mirava, bisognò che con un velo si cuoprisse il volto; il che pure fu fatto da lui per dignità e per non far troppo familiare quel divino e più che umano aspetto.
Saul. — Cossì odo ch’il gran Turco, quando non porge familiare udienza, usa il velo avanti la sua persona. Cossì ho visto io gli Religiosi di Castello in Genova mostrar per breve tempo e far baciar la velata coda, dicendo: —Non toccate, baciate; questa è la santa reliquia di quella benedetta asina, che fu fatta degna di portar il nostro Dio dal monte Oliveto a Jerosolima. Adoratela, baciatela, porgete limosina: Centuplum accipietis, et vitam aeternam possidebitis.
Sofia — Lasciamo questo, e venemo al nostro proposito. Per la legge e decreto di quella nazion eletta nessuno si fa re se non con dargli de l’oglio con un corno in testa; e dal sacrato corno è ordine che esca quel regio liquore, perché appaia quanta sia la dignità de le corna, le quali conservano, effondeno e parturiscono la regia maestade. Or se un pezzo, una reliquia d’una bestia morta è in tanta riputazione, che devi pensar d’una bestia viva e tutta intiera, che non ha le corna improntate, ma per eterno beneficio di natura? Séguito il proposito secondo la mosaica autoritade, la quale nella legge e scrittura sempre non usa altre minacce che questa, o simili a questa: Ecco, popolo, mio, che dice il nostro Giova. Spuntarò il vostro corno, o transgressori di miei precetti, o prevaricatori della mia legge, fiaccarò, dileguarò le vostre corna. Ribaldi e scelerati, vi scornarò ben io. Cossì per l’ordinario non usa altre promesse che questa, o simili a questa: Te incornarò certo; per mia fede, per me stesso ti giuro che ti adaptarò le corna, popolo mio eletto. Popolo mio fedele, abbi per fermo che non arranno male le tue corna; di quelle non si scemarà nulla. Generazione santa, figli benedetti, inalzarò, magnificarò, sublimarò le corna vostre, perché denno essere exaltate le corna de’ giusti. Da onde appare aperto, che ne le corna consiste il splendor, l’eccellenza e potestade, perché son cose da eroi, bestie e dei.
Saul. — Onde aviene che è messo in consuetudine di chiamar cornuto uno, per dirlo uomo senza riputazione, o che abbia perso qualche riputata specie di onore?
Sofia — Onde aviene che alcuni ignoranti porcini alle volte ti chiamano filosofo (quale, se è vero, è più onorato titolo che possa aver un uomo), e te lo dicono come per dirti ingiuria o per vituperarti?
Saul. — Da certa invidia.
Sofia — Onde aviene che alcun pazzo e stolto tal volta da te vien chiamato filosofo?
Saul. — Da certa ironia.
Sofia — Cossì poi intendere che, o per certa invidia o per certa ironia, aviene che quei che sono, o che non sono onorati e magnifici, vegnono nomati cornuti. Conchiuse dunque Iside per il Capricorno, che, per aver egli le corna e per esser egli una bestia, ed oltre aver fatti dovenir gli dei cornuti e bestie (il che contiene in sé gran dottrina e giudicio di cose naturali e magiche circa le diverse raggioni con le quali la forma e sustanza divina o s’immerge, o si explica, o si condona per tutti, con tutti e da tutti suggetti), è un dio non solamente celeste, ma, ed oltre, degno di maggiore e meglior piazza che non è questa. E per quello che gli più vili idolatri, anzi gli vilissimi de la Grecia e de l’altre parti del mondo, improperano a gli Egizii, risponde per quel che è detto, che se pur si commette indignità nel culto, il quale è necessario in qualche maniera; e se peccano quei che per molte commoditadi e necessitadi, in forme de vive bestie, vive piante, vivi astri, ed inspiritate statue di pietre e di metallo (nelle quali non possiamo dir che non sia quello che è più intimo a tutte le cose, che la propria forma di esse), adororno la deità una e semplice ed absoluta in se stessa, multiforme ed omniforme in tutte le cose; quanto incomparabilmente peggiore è quel culto, e più vilmente peccano quei che senza commodità e necessità alcuna, anzi fuor d’ogni raggione e dignità, sotto abiti e titoli ed insegne divine adorano le bestie e peggiori che bestie?
Gli Egizii, come sanno i sapienti, da queste forme naturali esteriori di bestie e piante vive ascendevano e (come mostrano gli lor successi) penetravano alla divinità; ma loro da gli abbiti magnifici esterni de gli lor idoli (ad altri accomodandogli al capo gli dorati raggi apollineschi, ad altri la grazia di Cerere, ad altri la purità di Diana, ad altri l’aquila, ad altri il scettro e folgore di Giove in mano) descendeno poi ad adorar in sustanza per dei quei che a pena hanno tanto spirito quanto le nostre bestie; perché finalmente la loro adorazione si termina ad uomini mortali, dappoco, infami, stolti, vituperosi, fanatici, disonorati, infortunati, inspirati da genii perversi, senza ingegno, senza facundia e senza virtude alcuna; i quali vivi non valsero per sé, e non è possibile che morti vagliano per sé o per altro. E benché per lor mezzo è tanto instercorata ed insporcata la dignità del geno umano, che in loco di scienze è imbibito de ignoranze più che bestiali, onde è ridotto ad esser governato senza vere giustizie civili, tutto è avenuto non per prudenza loro, ma perché il fato dona il suo tempo e vicissitudine a le tenebre. E soggionse queste paroli, voltata a Giove: —E mi dolgo di voi, o padre, per molte bestie, che, per esser bestie, mi par che facci indegne del cielo, essendo però, come ho mostrato, tanta la dignità di quelle. —A cui il summitonante: —Te inganni, figlia, che per esser bestie. Se gli altri dei sdegnassero l’esser bestie, non sarrebono accadute tante e tali metamorfosi. Però non possendo, né dovendovi rimanere in ipostatica sustanza, voglio che vi rimagnano in ritratto, il qual sia significativo, indice e figura de le virtudi che in que’ luoghi si stabiliscono. E quantunque alcune hanno espressa significazione di vizio, per essere animali atti alla vendetta contra la specie umana, non sono però senza virtù divina in altro modo favorevolissime a quella medesima ed altre, perché nulla è absolutamente, ma, per certo rispetto, malo, come l’Orsa, il Scorpione ed altri: questo non voglio che ripugne al proposito, ma lo comporte nel modo che hai possuto aver visto e vedrai. Però non curo che la Verità sia sotto figura e nome de l’Orsa, la Magnanimità sotto quel de l’Aquila, la Filantropia sotto quel del Delfino, e cossì de gli altri. E per venire alla proposta del tuo Capricorno, tu sai quel ch’ho detto da principio, quando feci l’enumerazione di quei che doveano lasciar il cielo; e credo che ti ricordi lui essere uno de gli riservati. Godasi dunque la sua sedia, tanto per le raggioni da te apportate, quanto per altre molte non minori, che apportar si potrebono. E con lui, per degni rispetti, soggiorne la Libertà di spirito a cui talvolta amministra il Monachismo (non dico quello de cocchiaroni), l’Eremo, la Solitudine, che sogliono parturir quel divino sigillo ch’è la buona Contrazione.
Appresso dimandò Teti di quel che volea far de l’Aquario. -Vada, rispose Giove, a trovar gli uomini, e sciôrgli quella questione del diluvio, e dechiarare come quello ha possuto essere generale, perché s’apersero tutte le cataratte del cielo; e faccia che non si creda oltre quello esser stato particolare, perché è impossibile che l’acqua del mare e fiumi possa gli ambi doi emisferi ricuoprire, anzi né pur un medesimo citra ed oltre i Tropici o l’Equinoziale. Appresso faccia intendere come questa riparazion del geno traghiuttito da l’onde fu da l’Olimpo nostro de la Grecia, e non da gli monti di Armenia, o dal Mongibello di Sicilia, o da qualch’altra parte. Oltre che le generazioni de gli uomini si trovano in diversi continenti non a modo con cui si trovano tante altre specie d’animali usciti dal materno grembo de la natura, ma per forza di transfretazione e virtù di navigazione, perché, verbigrazia, son stati condotti da quelle navi che furono avanti che si trovasse la prima; perché (lascio altre maladette raggioni da canto, quanto a gli Greci, Druidi e tavole di Mercurio, che contano più di vinti mila anni non dico de lunari, come dicono certi magri glosatori, ma di que’ rotondi simili a l’annello, che si computano da un inverno a l’altro, da una primavera a l’altra, da uno autunno a l’altro, da una staggione a l’altra medesima) è frescamente scuoperta una nuova parte de la Terra che chiamano Nuovo Mondo, dove hanno memoriali di diece mila anni e più, gli quali sono, come vi dico, integri e rotondi, perché gli loro quattro mesi son le quattro staggioni, e perché, quando gli anni eran divisi in più pochi, erano anco divisi in più grandi mesi. Ma lui, per evitar gl’inconvenienti che possete da per voi medesimi considerare, vada destramente a mantenir questa credenza, trovando qualche bel modo di accomodar quelli anni; e quello che non può glosare ed iscusare, audacemente nieghi, dicendo che si deve porgere più fede a gli dei (de quali portarà le lettere patente e bolle) che a gli uomini, li quali tutti son buggiardi. —Qua aggionse Momo dicendo: —E ’l mi par meglio di scusarla in questa maniera con dire, verbigrazia, che questi de la terra nova non son parte de la umana generazione, perché non sono uomini, benché in membra, figura e cervello siano molto simili a essi; ed in molte circonstanze si mostrano più savii ed in trattar gli lor dei manco ignoranti. —Rispose Mercurio che questa era troppo dura a digerire. —Mi par che quanto appartiene alle memorie di tempi, si può facilmente provedere con far maggiori questi, o minori quelli anni; ma penso che sia conveniente trovar alcuna gentil raggione, per qualche soffio di vento, o per qualche trasporto di balene ch’abbiano inghiuttite persone di un paese, e quelle vive andate a vomire in altre parti ed altri continenti. Altrimente noi dei greci saremo confusi; perché si dirà che tu, Giove, per mezzo di Deucalione non sei riparator de gli uomini tutti, ma di certa parte solamente. —Di questo e del modo di provedere si parlarà a più bell’agio, —disse Giove. Aggiunse alla commissione di costui, che debba egli definire circa la controversia se lui è stato sin ora in cielo per un padre di Greci, o di Ebrei, o di Egizii o di altri, e se ha nome Deucalione, o Noemo, o Otrio, o Osiri. Finalmente determine se lui è quel patriarca Noè, che, imbreaco per l’amor di vino, mostrava il principio organico della lor generazione a’ figli, per fargli intendere insieme insieme dove consistea il principio ristorativo di quella generazione assorbita ed abissata da l’onde del gran cataclismo, quando doi uomini maschii ritrogradando gittâro gli panni sopra il discuoperto seno del padre; o pur è quel tessalo Deucalione, a cui, insieme con Pirra sua consorte, fu mostrato ne le pietre il principio della umana riparazione; là onde de doi uomini, un maschio e una femina, retrogradando le gittavano a dietrovia al discuoperto seno della terra madre? Ed insegne di questi doi modi de dire (perché non possono esser l’uno e l’altro istoria) qual sia la favola e qual sia la istoria; e se sono ambi doi favole, qual sia la madre e quale sia la figlia; e veda se potrà ridurle a metafora di qualche veritade degna d’essere occolta. Ma non inferisca che la sufficienza della magia caldaica sia uscita e derive da la cabala giudaica; perché gli Ebrei son convitti per escremento de l’Egitto, e mai è chi abbia possuto fingere con qualche verisimilitudine, che gli Egizii abbiano preso qualche degno o indegno principio da quelli. Onde noi Greci conoscemo per parenti de le nostre favole, metafore e dottrine la gran monarchia de le lettere e nobilitade, Egitto, e non quella generazione la quale mai ebbe un palmo di terra che fusse naturalmente o per giustizia civile il suo; onde a sufficienza si può conchiudere che non sono naturalmente, come né per lunga violenza di fortuna mai furono, parte del mondo.
Saul. — Questo, o Sofia, sia detto da Giove per invidia; perché quindi degnamente son detti e si dicono santi, per essere più tosto generazion celeste e divina che terrestre ed umana; e non avendo degna parte di questo mondo, vegnono approvati da gli angeli eredi di quell’altro, il quale tanto è più degno quanto non è uomo, o grande o picciolo, o savio o stolto, che per forza o di elezione o di fato non possa acquistarlo, e certissimamente tenerlo per suo.
Sofia — Stiamo in proposito, o Saulino.
Saul. — Or dite, che cosa volse Giove che succedesse a quella piazza?
Sofia — La Temperanza, la Civilità, la Urbanitade, mandando giù la Intemperanza, l’Eccesso, l’Asprezza, Selvaticia, Barbaria.
Saul. — Come, o Sofia, la Temperanza ottiene medesima sedia con l’Urbanitade?
Sofia — Come la madre può coabitar con la figlia; perché per l’Intemperanza circa gli affetti sensuali ed intellettuali si dissolveno, disordinano, disperdeno ed indiluviano le fameglie, le republiche, le civili conversazioni ed il mondo; la Temperanza è quella che riforma il tutto, come ti farò intendere, quando andaremo visitando queste stanze.
Saul. — Sta bene.
Sofia — Or, per venire alli Pesci, si alzò in piedi la bella madre di Cupido, e disse: —Vi raccomando con tutto il mio core (per il ben che mi volete ed amor che mi portate, o dei) li miei padrini, li quali al lido del fiume Eufrate versâro quel grand’ovo che covato dalla colomba ischiuse la mia misericordia. —Tornino dunque là dove erano, disse Giove; ed assai li baste di esser stati qua tanto tempo, e che se gli confirme il privilegio che gli Siri non le possano mangiar senza essere iscomunicati; e guardinsi che di nuovo non vegna qualche condottiero Mercurio, che, togliendoli le ova interiori, forme qualche metafora di nuova misericordia per sanar il mal de gli occhi di qualche cieco; perché non voglio che Cupido apra gli occhi, atteso che, se cieco tira tanto diritto ed impiaga tanti quanti vuole, che pensate farrebe, se avesse gli occhi tersi? Vadino dunque là e stiano in cervello per quel ch’ho detto. Vedete come da per se medesimo il Silenzio, la Taciturnità, in forma con cui apparve ne l’Egitto e Grecia il simulacro di Pixide, con l’indice apposto alla bocca, va a prendere il suo loco. Or lasciatelo passar, non gli parlate, non gli dimandate nulla. Vedete come da quell’altro canto si spicca la Ciarla, la Garrulità, la Loquacità con altri servi, damigelle ed assistenti. —Soggionse Momo: —Tolgasi ancora alla mal’ora quella chioma detta gli Crini di Berenice, e sia portata da quel Tessalo a vendere in terra a qualche calva principessa. —Bene! —rispose Giove. —Or vedete purgato il spacio del signifero, dove son prese trecento quaranta sei stelle notabili: cinque massime, nove grandi, sessanta quattro mediocri, cento trentatré picciole, centocinque minori, vintisette minime, tre nebbiose. –
Terza parte del terzo dialogo.
Or ecco, come s’offre da essere ispedita la terza parte del cielo, disse l’altitonante: la parte detta australe, detta meridionale, dove prima, o Nettuno, ne si presenta quel tuo grande animalaccio. —Il Ceto, disse Momo, se non è quello che servì per galea, per cocchio o tabernaculo al profeta di Ninive, e questo a lui per pasto, medicina e vomitorio, se non è il trofeo del trionfo di Perseo, se non è il protoparente di Ianni de l’Orco, se non è la bestiazza di Cola Catanzano, quando descese a gli inferi: io, benché sia uno de’ gran secretarii della republica celestiale, non so qual mal’ora egli si sia. Vada, se cossì piace a Giove, in Salonicca; e veda se può servir per qualche bella favola a la smarrita gente e popolo della dea Perdizione. E perché, quando questo animale si scuopre sopra l’alto bogliente e tempestoso mare, annunzia la futura tranquillità di quello, se non in quel medesimo giorno, in uno di quei che vegnono appresso: però mi par che, nel suo grado, debba esser stato buon tipo della tranquillità del spirito. —È bene, disse Giove, che questa soprana virtù, detta Tranquillità de l’animo, appaia in cielo, se la è quella che salda gli uomini contra la mondana instabilità, le rende constanti contra l’ingiurie della fortuna, le mantiene rimossi dalla cura de le administrazioni, le conserva poco studiosi de novitadi, le fa poco molesti a nemici, poco gravi ad amici ed in punto suggetti a vana gloria; non perplessi per la varietà di casi, non irresoluti a gli rancontri de la morte. —Appresso dimandò Nettuno: —Che farrete, o dei, del mio favorito, del mio bel mignone, di quell’Orione dico, che fa, per spavento (come dicono gli etimologisti), orinare il cielo?
Qua, rispose Momo: —Lasciate proponere a me, o dei. Ne è cascato, come è proverbio in Napoli, il maccarone dentro il formaggio. Questo, perché sa far de maraviglie, e, come Nettuno sa, può caminar sopra l’onde del mare senza infossarsi, senza bagnarsi gli piedi; e con questo consequentemente potrà far molte altre belle gentilezze; mandiamolo tra gli uomini; e facciamo che gli done ad intendere tutto quello che ne pare e piace, facendogli credere che il bianco è nero, che l’intelletto umano, dove li par meglio vedere, è una cecità; e ciò che secondo la raggione pare eccellente, buono ed ottimo, è vile, scelerato ed estremamente malo; che la natura è una puttana bagassa, che la legge naturale è una ribaldaria; che la natura e divinità non possono concorrere in uno medesimo buono fine, e che la giustizia de l’una non è subordinata alla giustizia de l’altra, ma son cose contrarie, come le tenebre e la luce; che la divinità tutta è madre di Greci, ed è come nemica matrigna de l’altre generazioni; onde nessuno può esser grato a’ dei altrimente che grechizando, idest facendosi Greco: perché il più gran scelerato e poltrone ch’abbia la Grecia, per essere appartenente alla generazione de gli dei, è incomparabilmente megliore che il più giusto e magnanimo ch’abbia possuto uscir da Roma in tempo che fu republica, e da qualsivoglia altra generazione, quantunque meglior in costumi, scienze, fortezza, giudicio, bellezza ed autorità. Perché questi son doni naturali e spreggiati da gli dei, e lasciati a quelli che non son capaci de più grandi privilegii: cioè di que’ sopranaturali che dona la divinità, come questo di saltar sopra l’acqui, di far ballare i granchi, di far fare capriole a’ zoppi, far vedere le talpe senza occhiali ed altre belle galanterie innumerabili. Persuaderà con questo che la filosofia, ogni contemplazione ed ogni magia che possa fargli simili a noi, non sono altro che pazzie; che ogni atto eroico non è altro che vegliaccaria; e che la ignoranza è la più bella scienza del mondo, perché s’acquista senza fatica e non rende l’animo affetto di melancolia. Con questo forse potrà richiamare e ristorar il culto ed onore ch’abbiamo perduto, ed oltre avanzarlo, facendo che gli nostri mascalzoni siano stimati dei per esserno o Greci o ingrecati. Ma con timore, o dei, io vi dono questo conseglio; perché qualche mosca mi susurra ne l’orecchio: atteso che potrebbe essere che costui al fine trovandosi la caccia in mano, non la tegna per lui, dicendo e facendoli oltre credere, che il gran Giove non è Giove, ma che Orione è Giove; e che li dei tutti non sono altro che chimere e fantasie. Per tanto mi par pure convenevole che non permettiamo, che per fas et nefas, come dicono, voglia far tante destrezze e demostranze, per quante possa farsi nostro superiore in riputazione.
Qua rispose la savia Minerva: —Non so, o Momo, con che senso tu dici queste paroli, doni questi consegli, metti in campo queste cautele. Penso ch’il parlar tuo è ironico; perché non ti stimo tanto pazzo che possi pensar che gli dei mendicano con queste povertadi la riputazione appresso gli uomini; e, quanto a questi impostori, che la falsa riputazion loro, la quale è fondata sopra l’ignoranza e bestialità de chiunque le riputa e stima, sia lor onore più presto che confirmazione della loro indignità e sommo vituperio. Importa a l’occhio della divinità e presidente verità, che uno sia buono e degno, benché nessuno de mortali lo conosca; ma che un altro falsamente venesse sino ad essere stimato dio da tutti mortali, per ciò non si aggiongerà dignità a lui, perché solamente vien fatto dal fato instrumento ed indice per cui si vegga la tanto maggiore indignità e pazzia di que’ tutti, che lo stimano, quanto colui è più vile, ignobile ed abietto. Se dunque si prenda non solamente Orione il quale è Greco ed uomo di qualche preggio; ma uno della più indegna e fracida generazion del mondo, di più bassa e sporca natura e spirito, che sia adorato per Giove: certo mai verrà esso onorato in Giove, né Giove spreggiato in lui: atteso che egli mascherato ed incognito ottiene quella piazza o solio, ma più tosto altri verranno vilipesi e vituperati in lui. Mai dunque potrà un forfante essere capace di onore per questo, che serve per scimia e beffa di ciechi mortali con il ministero de genii nemici..
Or sapete, disse Giove, quel che definisco di costui, per evitar ogni possibile futuro scandalo? Voglio che vada via a basso; e comando che perda tutta la virtù di far de bagattelle, imposture, destrezze, gentilezze ed altre maraviglie che non serveno di nulla; perché con quello non voglio che possa venire a destruggere quel tanto di eccellenza e dignità che si trova e consiste nelle cose necessarie alla republica del mondo; il qual veggio quanto sia facile ad essere ingannato, e per conseguenza inclinato alle pazzie e prono ad ogni corrozione ed indignità. Però non voglio che la nostra riputazione consista nella discrezione di costui o altro simile; perché, se pazzo è un re, il quale a un suo capitano e generoso duca dona tanta potestà ed autorità per quanta quello se gli possa far superiore (il che può essere senza pregiudicio del regno, il quale potrà cossì bene, e forse meglio, esser governato da questo che da quello); quanto più sarà insensato e degno di correttore e tutore, se ponesse o lasciasse nella medesima autorità un uomo abietto, vile ed ignorante, per cui vegna ad essere invilito, strapazzato, confuso e messo sotto sopra il tutto; essendo per costui posta la ignoranza in consuetudine di scienza, la nobilità in dispreggio e la villania in riputazione!
Vada presto, disse Minerva; ed in quel spacio succeda la Industria, l’Esercizio bellico ed Arte militare; per cui si mantegna la patria pace ed autoritade; si appugneno, vincano e riducano a vita civile ed umana conversazione gli barbari; si annulleno gli culti, religioni, sacrificii e leggi inumane, porcine, salvatiche e bestiali; perché ad effettuar questo tal volta per la moltitudine de’ vili ignoranti e scelerati, la quale prevale a’ nobili sapienti e veramente buoni, che son pochi, non basta la mia sapienza senza la punta de la mia lancia, per quanto cotali ribaldarie son radicate, germogliate e moltiplicate al mondo. —A cui rispose Giove: —Basta, basta, figlia mia, la sapienza contra queste ultime cose, che da per sé invecchiano, cascano, son vorate e digerite dal tempo, come cose di fragilissimo fondamento. —Ma in questo mentre, disse Pallade, bisogna resistere e ripugnare, a fin che con la violenza non ne destruggano prima che le riformiamo.
Venemo, disse Giove, al fiume Eridano; il quale non so come trattarlo; e che è in terra e che è in cielo, mentre le altre cose, de le quali siamo in proposito, facendosi in cielo, lasciâro la terra. Ma questo e che è qua, e che è là; e che è dentro, e che è fuori; e che è alto, e che è basso; e che ha del celeste, e che ha del terrestre; e che è là, ne l’Italia, e che è qua, nella region australe; or non mi par cosa a cui bisogna donare, ma a cui convegna che sia tolto qualche luogo. —Anzi, disse Momo, o Padre, mi par cosa degna (poi che ha questa proprietade l’Eridano fiume di posser medesimo esser suppositale- e personalmente in più parti) che lo facciamo essere ovunque sarà imaginato, nominato, chiamato e riverito: il che tutto si può far con pochissima spesa, senza interesse alcuno, e forse non senza buon guadagno. Ma sia di tal sorte, che chi mangiarà de suoi pesci imaginati, nominati, chiamati e riveriti, sia come, verbigrazia, non mangiasse; chi similmente beverà de le sue acqui, sia pur come colui che non ha da bere; chi parimente l’arà dentro del cervello, sia pur come colui che l’ha vacante e vodo; chi di medesima maniera arà la compagnia de le sue Nereidi e Ninfe, non sia men solo che colui che è anco fuor di se stesso. —Bene! disse Giove; qua non è pregiudizio alcuno, atteso che per costui non averrà che gli altri rimagnano senza cibo, senza da bere, senza che gli reste qualche cosa in cervello e senza compagni, per essere quel lor mangiare, bere, averlo in cervello e tenere in compagnia, in imaginazione, in nome, in voto, in riverenza; però sia, come Momo propone, e veggio che gli altri confirmano. Sia dunque l’Eridano in cielo, ma non altrimente che per credito ed imaginazione. Là onde non impedisca, che in quel medesimo luogo veramente vi possa essere qualch’altra cosa di cui in un altro di questi prossimi giorni definiremo; perché bisogna pensare sopra di questa sedia, come sopra quella de l’Orsa maggiore.
Provediamo ora a la Lepre, la qual voglio che sia stata tipo del timore per la Contemplazion de la morte; ed anco, per quanto si può, de la Speranza e Confidenza, la quale è contraria al Timore: perché in certo modo l’una e l’altra son virtudi, o almeno materia di quelle, se son figlie della Considerazione e serveno a la Prudenza. Ma il vano Timore, Codardiggia e Desperazione vadano insieme con la Lepre a basso a caggionare il vero inferno ed Orco de le pene a gli animi stupidi ed ignoranti. Ivi non sia luogo tanto occolto in cui non entre questa falsa Suspettazione ed il cieco Spavento de la morte, aprendosi la porta d’ogni rimossa stanza mediante gli falsi pensieri che la stolta Fede ed orba Credulitade parturisce, nutrisce ed allieva; ma non già (se non con vane forze) s’accoste dove l’inespugnabil muro della filosofica contemplazion vera circonda, dove la quiete de la vita sta fortificata e posta in alto, dove è aperta la verità, dove è chiara la necessitade de l’eternità d’ogni sustanza; dove non si dee temer d’altro che d’esser spogliato dall’umana perfezione e giustizia, che consiste nella conformità de la natura superiore e non errante. —Qua disse Momo: —Intendo, o Giove, che chi mangia la lepre, si fa bello; facciamo dunque che chiunque mangiarà di questo animal celeste, o maschio o femina ch’egli sia, da brutto dovegna formoso, da disgraziato grazioso, da cosa feda e dispiacevole piacevole e gentile; e fia beato il ventre e stomaco che ne cape, e digerisce, e si converte in essa. -Sì; ma non voglio, disse Diana, che de la mia lepre si perda la semenza. —Oh, io ti dirò, disse Momo, un modo con cui tutto il mondo ne potrà e mangiare e bevere senza che la sia mangiata e bevuta, senza che sia dente che la tocche, mano che la palpe, occhio che la vegga e forse ancora luogo che la capisca.
Di questo, disse Giove, ne raggionarete poi. Ora venendo a questo Cagnazzo che gli corre appresso, mentre per tante centinaia d’anni l’apprende in spirito, e per tema di perdere la materia d’andar più cacciando, mai viene quell’ora che la prenda in veritade, e tanto tempo gli va latrando a dietro, fingendosi le risposte. —Di questo mi son lamentato sempre, o padre, disse Momo, che hai mal dispensato, facendo che quel can mastino che fu messo a perseguitar la tebana volpe, l’hai fatto montare al cielo, come fusse un levriero alla coda d’una lepre, facendo rimaner là giù la volpe trasmutata in sasso. —Quod scripsi, scripsi, disse Giove. —E questo, disse Momo, è il male: che Giove ha la sua volontà per giustizia, ed il suo fatto per fatal decreto, per far conoscere ch’egli ave absoluta autoritade, e per non donar a credere ch’egli confesse di posser fare, o aver fatto errore, come soglion fare altri dei, che, per aver qualche ramo de discrezione, tal volta si penteno, si ritrattano e corregono. —Ed ora, disse Giove, che pensi che sia quel che facciamo adesso, tu, che da un particolare vuoi inferir la sentenza generale? -Si escusò Momo che lui inferiva in generale in ispecie, cioè in cose simili; non in genere, cioè in tutte le cose.
Saul. — La chiosa fu buona, perché non è il simile dove è altrimente.
Sofia — Ma soggionse: —Però, padre santo, poi che hai tanta potestà che puoi fare di terra cielo, di pietre pane e di pane qualch’altra cosa, finalmente puoi fare sin a quel che non è, né può esser fatto; fa’ che l’arte di cacciatori, idest la Venazione, come è una maestrale insania, una regia pazzia ed uno imperial furore, vegna ad essere una virtù, una religione, una santità; e che grande sia onore a uno per esser carnefice, ammazzando, scorticando, squartando e sbudellando una bestia salvaggia. Di ciò benché convenerebbe a Diana di priegarti, tutta via io la dimando, per esser talvolta cosa onesta che, in caso d’impetrar beneficio e dignitade, più tosto s’interpona un altro, che quel medesimo, a chi spetta, vegna per se medesimo a presentarsi, introdursi e proporsi: atteso che con suo maggior scorno gli verrebe negato, e con minor suo decoro gli sarrebe conceduto quel che cerca. —Rispose Giove: -Benché, come l’esser beccaio debba essere stimata un’arte ed esercizio più vile che non è l’esser boia (come è messo in consuetudine in certe parti d’Alemagna), perché questa si maneggia pure in contrattar membri umani, e talvolta administrando alla giustizia; e quello ne gli membri d’una povera bestia, sempre amministrando alla disordinata gola, a cui non basta il cibo ordinato dalla natura, più conveniente alla complessione e vita dell’uomo (lascio l’altre più degne raggione da canto); cossì l’esser cacciatore è uno esercizio ed arte non meno ignobile e vile che l’esser beccaio; come non ha minor raggion di bestia la salvatica fiera che il domestico e campestre animale. Tutta volta mi pare e piace, per non incusare, ed a fine che non vegna incusata di vituperio la mia figlia Diana, ordino che l’essere carnefice d’uomini sia cosa infame; l’esser beccaio, idest manigoldo d’animali domestici, sia cosa vile; ma l’esser boia di bestie salvatiche sia onore, riputazion buona e gloria. -Ordine, disse Momo, conveniente non a Giove quando è stazionario o diretto, ma quando è retrogrado. Mi maravigliavo io, quando vedevo questi sacerdoti de Diana, dopo aver ucciso un daino, una capriola, un cervio, un porco cinghiale o qualch’altro di questa specie, inginocchiarsi in terra, snudarsi il capo, alzar verso gli astri le palme; e poi con la scimitarra propria troncargli la testa, appresso cavargli il cuore prima che toccar gli altri membri; e cossì successivamente con un culto divino adoprando il picciolo coltello, procedere di mano in mano a gli altri ceremoni; onde appaia con quanta religione e pie circonstanze sa far la bestia lui solo che non admette compagno a questo affare, ma lascia gli altri con certa riverenza e finta maraviglia star in circa a remirare. E mentre lui è tra gli altri l’unico manigoldo, si stima essere a punto quel sommo sacerdote a cui solo era lecito di portare il Semammeforasso, e ponere il piè entro in Santasantoro. Ma il male è che sovente accade che, mentre questi Atteoni vanno perseguitando gli cervi del deserto, vegnono dalla lor Diana ad esser convertiti in cervio domestico, con quel rito magico soffiandogli al viso, e gittandogli l’acqua de la fonte a dosso, e dicendo tre volte:
Si videbas feram,
Tu currebas cum ea,
Me, quae iam tecum eram,
Spectes in Galilea;
over, incantandolo per volgare, in questa altra maniera:
Lasciaste la tua stanza
E la bestia seguitaste;
Con tanta diligenza
A dietro gli corresti,
Che medesimo in sustanza
Compagno te gli festi. Amen.
Cossì dunque, conchiuse Giove, io voglio che la venazione sia una virtù; atteso a quel che disse Iside in proposito de le bestie; ed oltre, perché con tanto diligente vigilanza, con sì religioso culto s’incerviano, incinghialano, inferiscono ed imbestialano. Sia, dico, virtù tanto eroica che quando un prencipe perseguita una dama, una lepre, un cervio o altra fiera, faccia conto che le nemiche legioni gli corrano avanti; quando arà preso qualche cosa, sia a punto in quel pensiero, come avesse alle mani cattivo quel prencipe o tiranno di cui più teme: onde non senza raggione vegna a far que’ bei ceremoni, rendere quelle calde grazie e porgere al cielo quelle belle e sacrosante bagattelle. —Ben provisto per il luogo del cane cacciatore, disse Momo; il quale sarà bene d’inviarlo in Corsica o in Inghilterra. Ed in suo luogo succeda la Predicazione della verità, il Tirannicidio, il Zelo de la patria e di cose domestiche, la Vigilanza, la Custodia e Cura della republica. Or che farremo, disse, de la Cagnolina? —Allora s’alzò la blanda Venere e la dimandò in grazia a gli dei, perché qualche volta per passatempo suo e de le sue damigelle, con quel vezzoso rimenamento de la persona, con que’ baciotti e con quel gentil applauso di coda, a tempo de le lor vacanze, gli scherze in seno. —Bene, disse Giove; ma vedi, figlia, che voglio che seco si parta l’Assentazione, l’Adulazione tanto amate, quanto perpetuamente odiati Zelo e Dispreggio; perché in quel loco voglio che sia la Domestichezza, Comità, Placabilità, Gratitudine, semplice Ossequio ed amorevole Servitude. —Fate, rispose la bella dea, del resto quel che vi piace; perché senza queste cagnoline non si può vivere felicemente in corte, come in quelle medesime non si può virtuosamente perseverare senza coteste virtudi che tu racconti.
E non sì tosto ebbe chiusa la bocca la dea di Pafo, che Minerva l’aperse dicendo: —Or, a che fine destinate la mia bella manifattura, quel palaggio vagabondo, quella stanza mobile, quella bottega e quella fiera errante, quella vera balena che gli traghiuttiti corpi vivi e sani le va a vomire ne gli estremi lidi de le opposte, contrarie e diverse margini del mare? —Vada, risposero molti dei, con l’abominevole Avarizia, con la vile e precipitosa Mercatura, col desperato Piratismo, Predazione, Inganno, Usura ed altre scelerate serve, ministre e circonstanti |