Difesa della Massoneria
In risposta a un opuscolo dal titolo “Massoneria dissezionata”
1730
Traduzione di Luca Ferruzzi
da Early masonic Catechisms
ed. by H. Carr, 1963

 

Rarus Sermo illis, E magna Libido Tascendi 1
Juv. Sat. 2

(Londra, Stampato per J. Roberts, nei pressi dello Oxford-Arms, in Warwick-Lane. MDCCXXXI) 2
Questo libretto anonimo, delle dimensioni di otto pollici per dieci e mezzo, è edito in risposta alla Massoneria Dissezionata del Prichard. Esso venne pubblicizzato nel Daily Post del 15 dicembre 1730, con la dicitura d’esser stato pubblicato in quello stesso giorno, mentre porta, invece, la data del 1731 sul frontespizio (vedasi la sua riproduzione in A.Q.C. xxvi, p. 240 e seguenti, così come in Misc. Lat., i, 45).
Fino al 1913, anno in cui una copia di quel lavoro venne assicurata alla Biblioteca della Gran Loggia, esso era noto solo per mezzo di ristampe apparse nelle Costituzioni del 1738 dell’Anderson (dove vien detto che quel libello fu pubblicato nel 1730), e nella seconda edizione del Pocket Companion for Free-Masons di Smith, del 1738.
La ristampa dell’Anderson manca delle citazioni originali in latino, dandone solamente le relative traduzioni in inglese; la ristampa dello Smith le riporta invece ambedue.
Esso venne attribuito dall’Oliver ad Anderson, e da Gould dapprima provvisoriamente al Dott. Wm. Warburton, Vescovo di Gloucester, mentre successivamente e in forma più definita, a Martin Clare, che indubbiamente ebbe a preparare una risposta al Prichard.
La lettura del discorso del Fratello Clare in relazione al Prichard è riportata come argomento presente nei verbali della Loggia n. 73 di Lincoln, datati 2 ottobre 1733.
Wonnacot, nel discuterne l’evidenza in A.Q.C., xxviii, 80-86, dimostrò che l’identificazione del “Discorso” con la Difesa della Massoneria non è cosa certa.
Essa è stata riprodotta dallo Smith in Q.C.A.., i, nelle Ristampe del Leics, i, e dall’Anderson in Q.C.A.., vii. La nostra ristampa è tratta dalla riproduzione foto-litografica apparsa nelle Ristampe del Leics.

 

1 Nella pubblicazione originale dello Smith si legge: tacendias.
2 Ciò non appare nella ristampa dello Smith: Noi lo abbiamo interpolato dal frontespizio della pubblicazione originale, così come riprodotto in A.Q.C., xxvi.
3 De Obligatione Juramenti, Praelectio 3, Sect. 15.
4 Praelect. 5. Sect. 12.
5 Praelect. 4. Sect. 11.
6 Praelect. 3. Sect. 15.
7 Imagines Deorum qui ab antiquis colebantur, à Vincentio Chartario.
8 Jamblichus Vit. Pythag. Porphyrius. Laertius Vit. Pythag. Clem. Alex. Stromat.
9 Proclus in Euclid. Lib. 2. Def. 2.
10 Proclus in Euclid. Lib. 2. Def. 34.
11 Clem. Alexand. Strom. 5.
12 Philo de Vitâ Contemplativâ. Joseph. Antiq. Lib. 8. Cap. 2.
13 Collier, Dictionary on the Word Cabale. Basnage’s History of the Jews, Capitolo sulla Cabala.
14 Samm’s History of Britain, B. I. Chap. 4. Cesare: Commenti, libro 6.
15 Idillio. (Il verso in Idillio ii. 43, dovrebbe leggersi ez triV apoVpendw cai triV tade pstnia jwnew)
16 Ovidio, Metamorfosi. Libro 7.
17 Virgil. Ecl. 8.
18 Ecl. 8.
19 Virg. Æn. Lib. 4.
20 Alexand. Ab alexandro, lib. 5. Cap. 10.
21 Ecclesiasti, cap. 12. Ver. 3, 4, 6.
22 Bp. Patrick, Dr. Smith, Forsterus, Melancthon, Etc. in Eccl. IV. Massoneria Dissezionata, p. 18.
23 Chartarius in lib. Ut supra.
24 Eneide, 4.
25 Eneide, 1.
26 In Vit. Pyth.
27 La Massoneria Dissezionata, p. 21.
28 Pignorius in Mens. Isiac.
29 Lib. 8.
30 La Massoneria Dissezionata, p. 27.
31 Eneide, 6.
32 Eneide, lib. 3.
33 Eneide III II. 27-38, omesso nell’originale.
34 Così nell’originale: si legga aures.
35 In Euterpe.
36 Metamorfosi, lib. 15.

 

CAPITOLO I
Tra tutte le straordinarie scoperte dell’Era moderna, nulla è stato accolto con più delizia ed esultanza di alcuni fogli scritti, sembra, in modo imparziale, dal titolo di MASSONERIA DISSEZIONATA.
Il Grande Segreto che così a lungo ha resistito alle tentazioni d’esser divulgato, che né il Danaro, chiave dei cuori, né il Liquore Sincero, che apre l’anima, né la Fame, che dirompe pareti di pietra, né alfin la Sete, quella maligna compagna del Massone Operativo, potettero mai portare alla luce.
Questo Segreto, dicevamo, ha finalmente rotto gli argini dei giuramenti, con grande sollievo degli stomaci delicati, eterno scandalo della Fratellanza, e per il bene del Pubblico, così che mai possa esso essere dimenticato!
Il Proposito essendo, invero, niente di meno che quello di liberare una Coscienza greve, e renderne edotto il mondo, che mai impostura sì ridicola sia apparsa all’umanità; e prevenire infine, che così tanti innocenti possano esser attratti da una società talmente perniciosa!
Che cosa possa aver indotto il Dissezionatore a quel risolvimento, o il Magistrato ad ammetterlo, non sarà, per questa volta, chiarito.
Resta mio dovere, comunque, il partecipare alla gioia del mondo per una scoperta così importante, onorevole e circostanziata! Una grande attesa venne allora a generarsi, e di certo essa verrà meravigliosamente appagata dagli eventi.
Dev’esser così e non può essere altrimenti. Si tratta, come sempre abbiamo supposto, di una madornale fandonia, supportata da nomi grandi e famosi, per sedurre i sempliciotti, che, una volta privati dei loro quattrini, avrebbero tenuta la frode segreta alfine di farvi cadere il prossimo!
Confesso di non essere in grado di seguire questo metodo di ragionamento, né, io credo, sia questo un modo equo di trattare una Società, dando cioè immediatamente l’allarme senza alcun esame preventivo che possa decidere se tali accuse abbiano fondamento alcuno per quanto attiene a ciò che viene presentato quale maligno, o ridicolo mistero.
Questo perché quella stupida accusa di circuir gli imbelli per carpirne il danaro, non può reggere, nel caso in questione, poiché la Fratellanza attuale principalmente consiste di membri distinti ed onorati, di levatura molto superiore a tali sordidi ed ingenerosi proponimenti.
Per una volta, allora, lasciamo che questa Dissezione contenga, invero, tutti i segreti della Frammassoneria; ammettiamo pure che ogni sua parola sia genuina e vera alla lettera, e che l’intero schema sia stato evidenziato: ebbene, anche facendo tutte queste concessioni, e considerando inoltre ogni svantaggio e pregiudizio, non posso ancora far a meno di credere Che l’Umanità sia comunque stata soggetta ad imposizioni ben più ridicole, e che molti siano stati attratti in società ben più perniciose.
Non mi agiterò comunque, in questa occasione, non interessandomi in modo particolare alla verità o alle menzogne della Dissezione, o se tutto ciò possa procurar discredito alla Frammassoneria: tali considerazioni non mi turbano affatto.
Il mio scopo è invece quello di rivolgermi a quella parte seria e sensibile dell’Umanità con pochi ed imparziali commenti a questa Dissezione, senza né da un lato battermi per la reputazione della Massoneria, né dall’altro offrir spunti di riflessione sul Dissezionatore medesimo.
 
CAPITOLO II
L’Obiezione più grande che ha recato offesa alla parte migliore degli uomini è la copia del Giuramento, così come esso appare nella Dissezione. Dovrebbe invero esser motivo d’ammirazione che così tante persone di grande pietà, stretta coscienza e carattere senza macchia abbiano inteso sottoporsi ad un obbligo così solenne, sotto pene così terribili e formidabili per un obiettivo così vano ed insignificante.
Per ovviare a quest’obiezione vorrei quindi osservare che il fine, la Morale e lo scopo della Massoneria, così come essa viene descritta nella Dissezione, non sembra poi così inutile e di minor importanza come ci si potrebbe a tutta prima immaginare.
Il vero scopo della Massoneria, così come confessato dal Dissettore, è quello di soggiogare le nostre passioni, e non di fare semplicemente ciò che ci aggrada; di compiere diuturni progressi in arti nobili, promuovere la Moralità, la Carità, la Fratellanza, la ricerca del buono e l’Umanesimo.
Questa sembra esser la sostanza… lasciamo poi che la forma, o veicolo, permanga indefinito.
Per quanto poi attiene alla terminologia presa dall’Architettura, dalla Geometria e dalla Matematica, termini che ritroviamo attraverso tutta la Dissezione, sarebbe invero ben strano che una società che in tal guisa si denominasse potesse esistere senza farne cenno alcuno, sebbene essi appaiano, perlomeno al sottoscritto, di natura piuttosto tecnica e formale (forse a causa di lunga tradizione) piuttosto che connessi in modo essenziale al Gran Disegno.
Dov’è allora l’empietà, l’immoralità o la follia per la quale un certo numero di uomini si unirebbero in una società il cui scopo principale è quello di migliorarsi nella lodevole abilità e nella conoscenza, promuovere la beneficenza universale e le virtù sociali della vita umana sotto l’obbligo solenne di un giuramento?
E tutto ciò in quella forma, con quelle restrizioni segrete e quelle cerimonie innocenti che essi reputano giuste? Questo tipo di libertà viene liberamente concesso ad ogni altra società, senza alcuna accusa o riflessione.
Un Apprendista è obbligato a ben custodire i Segreti del proprio Maestro. Anche l’uomo libero viene obbligato a considerare l’interesse della società per la quale egli lavora e a non prostituire a comune i misteri della propria professione. Comitati segreti e consigli privati solennemente vengono spronati a non pubblicizzare all’esterno i propri dibattiti e le risoluzioni.
Sembra quindi che vi sia qualcosa di simile alla Massoneria, così come questa viene descritta dal Dissettore in tutte le società regolari di qualsivoglia denominazione. Esse vengono tutte tenute assieme da una sorta di cemento: da legami e leggi che sono peculiari per ciascuna di loro, dalle più alte alle piccole associazioni ed alle riunioni notturne e private di vicinato.
Vi sono giuramenti richiesti, e talvolta obblighi solenni alla segretezza. Vi sono un Maestro, due Sorveglianti, ed un certo numero di Assistenti, a formare ciò che il Dissettore potrà definire (se a lui così parrà) una Loggia perfetta, in tutte le Compagnie Commerciali della Città.
Vi è il grado di Apprendista Ammesso, maestro nel suo Lavoro, o Compagno di Mestiere, e di Maestro, in tutte le suddette Compagnie. Vi sono Costituzioni ed Ordini, e ranghi successivi e graduali, secondo le diverse regole e limiti d’ammissione.
Ma, si replica, anche se lo scopo generale della Massoneria può essere lodevole, o perlomeno innocente, perché esso non potrebbe esser perseguito lo stesso senza la solennità di un giuramento specialmente se sottoposto a tali terribili punizioni?
In risposta osserverò che la questione non risiede nel fatto che lo scopo della Massoneria possa o meno esser perseguito senza un giuramento, ma piuttosto se, nel caso in questione, un giuramento possa esser legale e possa venir eseguito in tutta coscienza.
E per risolvere questa difficoltà vorrei qui introdurre l’opinione del Vescovo Sanderson, il più giudizioso casista che mai abbia trattato l’argomento dei giuramenti 3.
Cum res nullo aut praecepto, aut interdicto divino vel humano legitimite ita determinata est, quin ut possit quisque pro suo arbitrio facere vel non facere, prout ipsi visum fuerit expedire, quod vult faciat, non peccat, I Cor. 7. 36. Ut si Caius juret se Titio fundum venditurum aut daturum mutuo centrum, respondentum breviter, juramentum in hoc casu E licitum esse E obligare”.
E cioè:
“Se taluna cosa non è determinata né da precetto, né vietata da legge divina o umana, allora ogni uomo pro hic & nunc potrà o meno farla a proprio piacimento; lasciate, se non vi è peccato, che egli faccia ciò che vuole, I Cor. 7. 36. Così se Caio giurerà di voler vendere il proprio campo a Tizio, o di prestargli cento corone: la risposta è breve. Un giuramento in questo caso è sia legale che vincolante”.
Vorrei ora conoscere qual precetto, di natura divina o umana, è mai stato determinato sul contenuto della Dissezione, e se non sia lo scopo generale della Massoneria almeno di eguale beneficio ed importanza al pubblico d’un uomo che promette in prestito cento corone.
La risposta a queste domande è ovvia, così come la conseguenza diretta: e cioè che un giuramento effettuato nei riguardi della Massoneria è quantomeno giustificato e legale.
Per quanto invece attiene al terrore delle Punizioni, ecco che l’opinione corrente, in quell’occasione, viene comunemente tratta in inganno poiché la solennità del giuramento niente aggiunge agli obblighi contratti o, in altre parole, il giuramento sarebbe egualmente vincolante anche senza punizione alcuna.
A questo riguardo, lo stesso casista in precedenza riportato adopera l’espressione seguente 4:
Non magis obligat solenne Juramentum ex se naturâ suâ, quam simplex, quia obligatio Juramenti exurgit præcise ex eo quod Deus Testis E Vindex non minus in simplici Juramento quam in solenni E corporali,; nam illa invocatio fit præcise per prolationem verborum quæ eadem est in simplici E solenni, E non per aliquem mutum corporalem aut signum concomitans, in quibus consist Juramenti solennitas”.
Ovvero:
“Un giuramento solenne in se stesso e per sua natura non fa scaturire obblighi maggiori di un giuramento più semplice, essendo che l’obbligo di un giuramento deriva precisamente da ciò, e cioè che Dio vi venga invocato come testimone e vendicatore, così nel giuramento semplice come nel solenne e corporale, poiché l’invocazione precisamente è fatta a mezzo della pronuncia delle Parole, che sono le medesime sia nel semplice che nel solenne, e non per mezzo di mozioni del corpo o segno concomitante, in cui la solennità del giuramento consiste”.
Scrivendo poi io per lettori intelligenti, non mi dilungherò inutilmente nello spiegar la citazione.
Inoltre, Se il giuramento della Dissezione fosse allora proferito da ogni Massone al momento della propria ammissione, nessun membro della fratellanza oserebbe violare in alcun caso quell’obbligo senza incorrere nella colpa di spergiuro, in siffatto caso supponendo che la Massoneria sia più futile e indifferente di quanto possa apparir nella Dissezione medesima.
E quindi se la condotta del Dissettore ha provocato sconcerto nella coscienza di qualche membro della Fratellanza sulla necessità di osservare quel giuramento, inducendolo a prenderne alla leggera la sua forza, io spero che egli desista per tempo da tale atteggiamento, acciocché non divenga spergiuro. Tale caso potrà essere allora così trattato 5:
Juramentum ultro præstitum vel maxime obligat cum nullum vinculum arctius obliget quam quod sponte susceptum est”.
Ovvero:
“Il Giuramento volontario è ancor più vincolante proprio per il fatto di esser volontario, poiché non vi è obbligo più forte di quello che volontariamente assumiamo su noi stessi”.
Ed altrove il Casista è ancor più particolareggiato 6:
Cum res aut ob sui levitatem indigna est viri prudentis deliberatione, nec cassâ nuce interest feceritne an non fecerit, ut levare festucam de terrâ, fricare barbam, Ec. Aut ob parvitatem materiæ non est multum æstimabilis, ut dare pomum puero, aciculam commodare, Ec. Obligare Juramentum in re vel levissimi momenti constat, quia in re gravi E levi eadem est veritatis E falsitatis ratio; E quia omnis jurans tenetur facere totum quod promisit, quatenus potest E licet; sed dare puero pomum E possibile est E licitum, ergo tenetur præstare, ubi uratum est debet impleri”.
E cioè a dire:
“Se la materia è talmente insignificante da non esser degna delle deliberazioni di un saggio, o se non ha alcuna importanza il fatto ch’essa venga trattata o meno, così come togliere un’erbaccia da terra, o strofinarsi la barba, oppure la materia è di sì poco conto da non esser tenuta in stima alcuna, così come dare una mela ad un ragazzo, o prestare uno spillo, allora il giuramento è vincolante anche in materie di poco conto, poiché cose importanti o banali comandano simile rispetto in relazione alla verità ed alla falsità; inoltre, la parte che profferisce giuramento si è impegnata a compiere ogni cosa promessa al meglio delle proprie capacità e fintanto che non si infranga la legge: Dare una mela ad un ragazzo è sia possibile che legale, quindi colui che compie tale giuramento è poi tenuto obbligato a compier l’atto, dovendo quindi egli tener fede al giuramento.
 
CAPITOLO III
Avendo sollevato il gravame della grande obiezione, lo scopo di questo capitolo è quello di rimuovere l’imputazione, spesso mossa con grande sicurezza, secondo la quale I principi, e l’intero contesto della Frammassoneria sono di natura sì debole e ridicola da poter interessare solo le menti più semplici.
Ed ora, dicono Gli Allegri Gentiluomini, ciò appare esser provato senza dubbio dalla Dissezione, che non scopre niente se non un incomprensibile mucchio di parole in gergo, senza senso comune o alcuna connessione.
Io confesso essere di diversa opinione, sebbene lo schema della Massoneria, così come rivelato dal Dissettore, potrebbe sembrare dar luogo ad eccezioni; né tale schema mi è chiaro o comprensibile a prima vista qualora mi limiti a far uso soltanto della costruzione letterale delle parole.
Per quanto ne sappia, il sistema, così come praticato nelle Logge regolari, può presentare ridondanze o difetti, causati da indolenza o ignoranza dei membri più antichi. Invero, considerando la grande oscurità e le tenebre attraverso le quali i Misteri sono passati, i molti secoli ai quali essi sono sopravvissuti, e le molte nazioni, e linguaggi, sette e partiti che essi hanno attraversato, noi dovremmo piuttosto meravigliarci che siano arrivati al giorno d’oggi senza molte più imperfezioni.
In breve, mi sento portato a pensare che la Massoneria, così come essa viene oggi spiegata, ha talvolta perduto la propria originale purezza: essa ha corso per lungo tempo in acque limacciose così come se stesse scorrendo nel sottosuolo. A dispetto però della molta ruggine che la massoneria possa aver contratto e della luce sinistra che le regala il Dissettore, essa ancora conserva, se ho ragione, molta della struttura originaria.
Le fondamenta sono ancora intiere, e le colonne basilari dell’edificio potranno tutt’ora esser scoperte tra le molte macerie, sebbene la superstruttura possa apparire coperta di muschio e d’edera, e le pietre divelte dal trascorrere del tempo.
E così come il busto di eroe antico è di grande valore per il ricercatore, anche se privo dell’occhio, del naso o della mano destra, così la Massoneria, con tutte le sue macchie e disgrazie, invece d’apparir ridicola dovrebbe, almeno nella mia umile opinione, esser accolta con stima e candore, se non altro in venerazione della sua antichità.
Fui estremamente contento di scoprire che il Dissettore facesse risalire le origini della massoneria come provenienti da Oriente, paese sempre famoso per insegnamenti di natura simbolica sostenuti dalla segretezza. Non potrei quindi far a meno di pensare agli antichi egizi, i quali celavano i principali misteri della loro religione con segni e simboli detti geroglifici.
Tale era la considerazione nella quale essi tenevano il silenzio e la segretezza, da aver una deità detta Arpocrate che essi rispettavano e tenevano in grande onore e venerazione particolare. Un erudito autore 7 ha descritto quell’idolo come segue:
Harpocrates silentii Deus effingebatur, Dextrâ prope cor admotâ pelle anteriùs indutus, quæ oculis atque auribus pluribus erat distincta, ut eo intelligeremus multa videnda atque audienda, sed loquendum parum”.
Ovvero:
“Arpocrate, dio del silenzio, veniva rappresentato con la mano destra posata in prossimità del cuore, coperta da pelle, pieno d’occhi ed orecchie, a significare che molte cose possono esser viste ed udite, ma ben poco bisogna dire”.
E tra gli egizi stessi, la loro grande dea Isis (così come Minerva era dea della forza e della saggezza tra i greci) aveva sempre l’immagine d’una sfinge posta all’entrata dei templi ad essa dedicati, “quia arcana sub sacris integumentis tegi debent, ut a promisquo vulgo non secus atque Ænigmata a Sphinge proposita ignorentur”. O “Così che i loro segreti potessero esser conservati sotto sacri ripari, ed esser quindi guardati dalla conoscenza del volgo così come gli enigmi della sfinge”.
A cagione dei propri viaggi in Egitto, Pitagora si istruì nei misteri di quel paese, e qui egli gettò le fondamenta di tutto il proprio sapere simbolico. I molti scrittori 8 che hanno parlato di quel filosofo, spiegandone la setta e le istituzioni, mi hanno interamente convinto che la Frammassoneria, così come pubblicata dal Dissettore, di molto si avvicina alla vecchia disciplina pitagorica dalla quale, ne sono convinto, essa possa, in talune circostanze, giustamente far discendere le proprie origini. Per esempio:
Al momento dell’ammissione di un discepolo egli era tenuto, per mezzo di un solenne giuramento a celare i misteri al volgo e ai non iniziati.
Le loro dottrine principali e più efficaci, secondo Giamblico, venivano perfino tenute segrete agli stessi membri. Esse non erano giammai messe per iscritto, e confidate solo a memoria ai loro successori, ai quali essi le consegnavano a guisa di Misteri degli Dei.
Essi comunicavano l’un l’altro a mezzo di segni, e disponevano di particolari parole, ricevute al momento dell’ammissione, che venivano conservate dalla setta con grande riverenza e distinzione perché (e questo è il giudizioso commento di Laerzio) allo stesso modo secondo cui i generali fanno uso di Parole d’Ordine per distinguere i loro soldati dagli altri, è giusto comunicare all’iniziato segni e parole particolari quali marchi distintivi d’una società.
I pitagorici tenevano in grande considerazione ciò che il Dissettore chiama i quattro principi della Massoneria 9, un punto, una linea, una superficie ed un solido; e particolarmente credevano che un quadrato fosse simbolo appropriato per l’Essenza Divina. Gli dei, essi dicono, che sono autori d’ogni cosa che s’esprime per mezzo della Saggezza, della Forza, e della Bellezza, vengono giustamente rappresentati dalla figura di un quadrato. 10
Molti altri esempi possono esser fatti se non avessi tema di troppo dilungarmi; osserverò soltanto che un falso Fratello di quella setta, un certo Ipparco 11, adirato e deluso, ruppe i legami del proprio giuramento affidando i segreti di quella società alla scrittura, al fine di gettar discredito sulla dottrina.
Venne immediatamente espulso dalla scuola come persona infame e abbandonato al proprio destino, come colui che è morto ad ogni senso di virtù e bontà mentre i Pitagorici, secondo le loro consuetudini, eressero per lui una tomba, come se egli realmente fosse defunto.
La vergogna e la disgrazia che giustamente seguirono a tale violazione del giuramento condussero quel disperato alla disperazione ed alla pazzia, cosi che egli si tagliò la gola, giungendo a darsi la morte con le proprie mani.
La memoria di quell’uomo, anche dopo la morte, era talmente aborrita (cosa che mi sorprese non poco), che quel corpo giacque abbandonato sulle spiagge dell’isola di Samos, non avendo egli avuta altra tumulazione che quella delle sabbie del mare.
Gli Esseni erano, tra gli Giudei, una sorta di Pitagorici, le cui pratiche corrispondevano, per molti versi, con quelle in uso tra la Fratellanza, così come esse sono spiegate nella Dissezione.
Per esempio, Se una persona avesse voluto esser ammessa nella Società, egli avrebbe dovuto passare due gradi di prova prima che potesse diventare Maestro perfetto dei loro Misteri.
Non appena ricevuto nella classe dei Novizi gli veniva consegnata una veste bianca; e dopo che egli fosse rimasto in quel grado abbastanza a lungo per dar prova certa della propria Segretezza e virtù, egli veniva ammesso ad ulteriori conoscenze. Le prove dell’integrità raggiunta e delle buone maniere però ancora continuavano, fino a che egli era alfine ammesso appieno nella Società.
Ma prima che fosse accettato come membro di diritto, egli avrebbe dovuto legarsi per mezzo d’un d’obbligo solenne e far professione di perseguire la giustizia, non errare, aver fede in tutti gli uomini, abbracciar la verità, non macchiarsi di furto né di frode alcuna, non tener celato ai Compagni alcun Mistero, né comunicarne alcuno ai profani, neanche a rischio della propria vita; trasmettere solamente ciò che egli stesso avesse ricevuto, ed agire alfine di preservare il Principio che egli professava.
Essi mangiavano e bevevano alla stessa tavola comune, mentre membri della Fratellanza che arrivavano da altri luoghi venivano colà degnamente ricevuti. Si incontravano, assieme, in Assemblea, con la mano destra posata su quella parte che sta tra il mento ed il petto, e la sinistra lasciata cadere al fianco 12.
I Cabalisti 13, un’altra setta, usavano cerimonie segrete e misteriose. Gli Giudei avevano grande considerazione per quella scienza, e pensavano che per suo tramite sarebbero addivenuti a scoperte straordinarie. Essi dividevano la propria conoscenza in speculativa ed operativa. David e Salomone, si diceva, ne erano maestri e nessuno, a tutta prima ardì di riportarla in forma scritta.
Ai fini della presente trattazione, tuttavia, sembrerebbe che la perfezione di quell’arte consistesse in ciò che il Dissettore chiama l’organizzazione delle singole lettere, e cioè il modo con il quale le lettere che compongono una parola risulterebbero ordinate in taluni modi particolari.
L’ultimo esempio che menzionerò 14 è quello dei Druidi, qui nella nostra stessa nazione. Essi erano gli unici sacerdoti tra gli antichi britanni. Nel corso delle loro solennità erano vestiti in bianco, mentre quelle cerimonie terminavano sempre con un buon festino. Pomponius Mela ci riferisce come la loro scienza si basasse esclusivamente sulla memoria, poiché i Druidi non mettevano nulla per iscritto, ripetendo senza fallo i molti versi ad essi tradizionalmente affidati.
Cesare osserva come quei sacerdoti avessero un capo dotato di potere sovrano: quel presidente comminava una sorta di Scomunica, completa di pene terribili a coloro che divulgavano o profanavano i Misteri.
Lasciamo che il lettore sensibile (se gli aggrada) studi con cura la Dissezione (seppur con le dovute indulgenze per eventuali inesattezze nei tempi, nei luoghi ed altre inesattezze intermedie), comparandola coi particolari delle Collezioni da me precedentemente citati, e se egli non troverà qualcosa di molto simile alla Massoneria (se la Dissezione ne contiene alcuna parte), allora credo che egli debba gioco forza essere completamente cieco o preda del pregiudizio.
 
CAPITOLO IV
Qualsiasi riflessione possa scaturire dalle poche osservazioni che seguiranno in questo capitolo, sia che esse nascano per uno straripar dello spirito, sia che siano dovute ad una cattiva opinione di quanto sto per esporre, non ne vorrò esser preoccupato, lasciandole interamente alla pietà del lettore serio ed accorto.
Solo desidererò ricordargli che, in ogni caso, non ci si potrà aspettar di più di quanto la sua stessa natura possa ammettere.
Nel disporre liberamente di quanto ho scritto, confermerò di aver provato immenso piacere nella collezione di quei documenti, essendomi frequentemente sorpreso alle scoperte che si presentavano di volta in volta all’occhio dell’osservatore.
La conformità tra i riti ed i principi della Massoneria (se ciò che dice la Dissezione è vero) coi molti usi e cerimonie degli Antichi, certo daranno delizia alla persona dotata di gusto e curiosità nello scoprire i resti di antiche consuetudini e saggezza conservati attraverso molte epoche da una Società, senza libri né scritture, ma sol per mezzo della tradizione orale.

I. Il numero tre viene frequentemente menzionato nella Dissezione, ed io trovo che gli Antichi, sia greci che latini, avessero grande venerazione per quello stesso numero. Teocrito 15 così descrive la persona che tratta di Arti Segrete:
EV triV apospendw kai triV tade wstnia jwnw
Tre volte, tre volte io verso, e tre volte ripeto i miei incantesimi.

Verbaque ter dixit 16
Tre volte le parole egli ripete.

Necte tribus Nodis ternos, Amarylli, colores 17
Tre colori in tre nodi uniti.
Lascerò allora che siano gli altri a determinare se tale fantasia debba la propria originalità al numero tre in quanto contenente un inizio, un mezzo e una fine, e quindi sembri significare ogni cosa al mondo, o se la stima che ne avevano i Pitagorici e gli altri filosofi derivi dalla Triade o Trinità, o infine (per non mentovare altre possibili opinioni) a causa della propria attitudine a significare il potere di tutti gli Dei, divisi nelle tre classi di Celesti, Terrestri, e Infernali.
Gli Dei, asserisce Virgilio 18, tenevano quel numero in considerazione particolare.
Numero Deus impare gaudet.
I Numeri dispari piacciono agli Dei.
Si hanno tre Sorelle Fatali, tre Furie, tre nomi ed apparizioni di Diana:
Tria Virginis ora Dianæ 19.
Tre forme diverse ha la casta Diana.
Tre erano i figli di Saturno tra i quali venne diviso l’impero del mondo, e per lo stesso motivo si legge del Fulmen trifidum di Giove, fulmine a forma di tridente, o tridente di Nettuno, assieme a molte altre forme di venerazione che essi ebbero per questo numero particolare.

II. Una cerimonia particolare del Giuramento, così come riportata dal Dissettore, sembra avere molta rassomiglianza con un’altra forma di giuramento che ci viene narrata da un dotto autore 20: in esso la persona che prestava giuramento avrebbe dovuto presentarsi sulle proprie ginocchia scalze, con una spada sguainata puntata alla gola, ed invocare il sole, la luna e le stelle a testimone della verità di ciò che si apprestava a giurare.

III. Una parte del Catechismo massonico in questa pagina ha fornito il pretesto per grande allegria e ridicolo, essendo stata descritta come materia frivola e gergo tra il più disprezzabile mai utilizzato da uomini dotati di senso comune. Anche La Scatola delle Ossa e la Corda da Traino hanno inoltre causato grande divertimento.
Io credo però debbano esservi alcuni versi nell’ultimo capitolo del libro degli Ecclesiasti che paiono assomigliare a queste forme espressive.
Trascriverò allora quei versi, comprensivi dell’opinione del Dotto al riguardo, senza farvi alcun commento particolare.
“Nel giorno nel quale i Guardiani della Casa tremeranno, e le Macine si fermeranno perché rimaste in poche, e coloro che guarderanno fuori dalle finestre si oscureranno; e le porte delle strade si chiuderanno quando basso sarà il rumore delle macine; ed egli si solleverà al canto dell’Uccello, ed ogni figlia della musica si acquieterà, o la Corda d’Oro s’allenterà per sempre, o la Tazza d’Oro si romperà, o la Brocca si romperà alla fontana, o la Ruota si romperà alla cisterna 21”.
Gli studiosi 22 di tali versetti quasi unanimamente sono dell’opinione che essi andrebbero così spiegati:
I Guardiani della Casa sarebbero le Spalle, le braccia e le Mani di un corpo umano. Le Macine sarebbero i Denti. Coloro che guardano dalle finestre sarebbero i due occhi, mentre per Porte si intenderebbero le Labbra, per strade la bocca; il rumor di Macina sarebbe il suono della voce, la voce d’uccello il canto del gallo, le figlie della musica le due orecchie, la Corda d’Oro la corda della lingua, la scodella d’oro sarebbe la Pia Mater, la brocca alla fontana è il cuore, la fontana di vita, mentre la ruota è la grande Arteria, e la cisterna il ventricolo sinistro del cuore.

IV.Non sarebbe stato possibile aver inventato un segno più significativo d’amore, amicizia, integrità ed onestà che il darsi la mano destra, una cerimonia utilizzata da ogni nazione civile come segno di un cuore sincero e fedele.
Fides, o Fedeltà era una divinità degli antichi, della quale un dotto scrittore 23 ha fornito la descrizione che segue: “Fidei propria sedes in dexterâ manu credebatur, ideo interdum duabus junctis manibus fingebatur, interdum duabus Imagunculis dexteram dexteræ jungentibus, quamobrem apud veteres dextera tanquam res sacra credebatur”. Cioè a dire:
“Residenza acconcia della Fede, o Fedeltà, si pensava esser nella mano destra; e quindi questa divinità veniva talvolta rappresentata da due mani destre congiunte; talora invece da due piccole immagini che si davano la mano destra; di modo che gli antichi consideravano la mano destra come cosa sacra”.
E d’accordo con tutto ciò paiono essere queste espressioni di Virgilio 24: En Dextra Fidesque!”, Come se dar la mano destra fosse segno inseparabile di un cuore onesto.
“--- Cur dextræ jungere Dextram 25
Non datur, E veras audire E reddere voces?”
In ogni contratto ed accordo che si stipulasse (ci dice il Vescovo Potter nel suo Antiquities of Greece) era normale il darsi la mano destra come segno di fede, e ciò veniva fatto o per rispetto per il numero dieci, essendoci, come alcuni dicono, dieci dita nelle due mani, oppure poiché tale congiunzione era segno di amicizia e concordia, cosicchè in ogni incontro amichevole ci si dava la mano come segno d’unione tra le anime.
Lo stesso Pitagora raccomandava ai propri discepoli di far attenzione alle persone alle quali si offre la mano destra, che Giamblico 26 così spiega: Non offrir la destra ad alcuno che non sia stato iniziato, cioè in Forma Mistica, poiché volgo e profano sono entrambi indegni del Mistero.

V 27. A causa della frequenza con la quale il Dissettore fa riferimento al numero sette, subito mi sovvenne degli antichi egizi 28, che tale numero considerarono sacro; in particolar modo essi credettero che nel corso delle loro festività, che si protraevano per sette giorni, i coccodrilli avrebbero persa la loro innata crudeltà.
Anche Leo Afer 29 nella sua descrizione d’Africa, riporta di come, ai suoi giorni, l’abitudine di festeggiare per quel particolar numero di giorni e di notti veniva ancora praticata per propiziarsi le piene del Nilo.
I greci ed i latini egualmente ebbero per quel numero molta venerazione, cosa che poò esser provata da molti esempi.

VI 30. L’Episodio secondo il quale il corpo del Maestro Hiram venne rinvenuto dopo la sua morte sembra per certi versi alludere ad un bellissimo passaggio del sesto libro di Virgilio:
Essendo Anchise morto da qualche tempo, Enea suo figlio teneva il padre defunto in siffatta considerazione che ebbe a consultarsi con la sibilla Cumæa sul modo per poter discendere nell’Ade per poter parlare con l’ombra del padre.
Avendolo quella profetessa incoraggiato nell’avventura, ella lo avvertì che il suo tentativo non sarebbe stato possibile se egli non si fosse prima recato in un certo luogo a svellere un ramo o cespuglio d’oro, ch’egli avrebbe dovuto impugnare alfine di scoprire il luogo nel quale era il padre.
Queste le parole usate:
Latet arbore opaca 31
Aureus E foliis E lento vimine ramus
Junoni infernæ dictus sacer: hunc tegit omnis
Lucus, E obscuris claudunt convallibus umbræ.
Sed non ante datur telluris operta subire,
Auricomos quam quis decerpserit arbore fœtus.
Hoc fibi pulchra suum ferri Proserpina munus
Instituit. Primo avulso, non deficit alter
Aureus, E simili frondescit virga metallo
----------- ipse volens facilisque sequetur.
---------------- Nel vicino boschetto
è un albero che Giunone, regina dello Stige, a sé consacra.
Folta verdura e notte tenebrosa nascondono
cotal pianta felice alla vista dei mortali.
Un sol ramo essa porta, ma magnifico,
dalla scorza duttile e foglie d’oro radioso
ecco che il ramo dalle branche volgari si dovrà svellere
e condurre in dono alla bella Proserpina
ad ottenerne permesso per tentar la sorte.
Il primo avendo utilizzato, un secondo di poi ne nascerà
Sì che il metallo lo stesso posto avrà.
Il buon metallo la mano obbedirà,
con facilità seguendola -------------
 DRYDEN.
Anchise, il gran conservatore del nome troiano, non avrebbe potuto esser scoperto se non per mezzo di un ramo, che con gran facilità da terra fosse stato divelto, né apparentemente avrebbe potuto Hiram, il Gran Maestro della Massoneria, esser trovato senza l’indicazione fornita da un cespuglio che, ci dice il Dissettore, con gran facilità venne sbarbato.
La causa principale della discesa di Enea tra le ombre era da ricercarsi nelle domande che egli avrebbe rivolto al padre suo per ciò che riguarda i segreti del fato che si sarebbe dovuto compiere tra i suoi discendenti; così come sembra che il motivo per il quale così diligentemente i Fratelli si posero alla ricerca del loro Maestro fosse quello di ricever da lui la Segreta Parola della Massoneria, da esser poi usata per sempre dalla loro Fratellanza a guisa di prova. Ecco poi altri notevoli versetti che seguono:
Prætera jacet exanimus tibi corpus amici,
Hey nescit!

Il corpo del tuo amico giace a te vicino, morto,
Oh, e tu non sai come!
Il corpo a cui ci si riferisce era quello di Miseno, assassinato e seppellito Monte sub aerio (Sotto un’alta collina) così come, ci dice il Dissettore, il Maestro Hiram. Ma vi è, in Virgilio, un’altra storia, che molto si avvicina al caso di Hiram, che così narra:
Priamo Re di Troia, agli inizi della guerra di Troia affidò il proprio figlio Polidoro alla protezione di Polinestore, Re di Tracia, ed a lui lo mandò, con gran somma di danaro; dopo la caduta di Troia i traci, per cupidigia, uccisero il giovane principe, seppellendolo in gran segreto.
Essendo Enea arrivato in quel luogo ed incidentalmente avendo sbarbato un cespuglio che si trovava a lui vicino, sulla scarpata di una collina, ebbe a scoprire il corpo di Polidoro.
Forte 32 fuit juxta tumulus quo cornea summo
Virgulta, E densis hastilibus horrida Myrtys
Accessi, viridemque ab humo convellere sylvam
Conatus, ramis tegerem ut frondentibus aras:
Horrendum, E dictu video mirabile monstrum
33.
Eloquar an sileam? Gemitus lacrymabilis Imo
Auditur tumulo, E vox reddita fertur ad autres
34:
Quid miserum, Ænea, laceras? Jam parce sepulto.

Non lontano eravi, in vista, un alto monte
dalle pendici coperte di mirti e cornioli.
Colà, mentre tagliavo frasche silvane
ad ombreggiar di verde il nostro altare
estrassi una pianta e con orrore
scopersi un prodigio sì strano e fatale.
A stento la vista oso narrare, che dal ventre
della terra ferita, dalle caverne di tomba,
lugubre lamento d’anima in pena
rinnovellommi il terrore, e poscia queste terribili parole udii:
perché il mio sepolto corpo in cotal guisa laceri?
Deh, risparmia all’amico le membra.
DRYDEN
Le similitudini tra queste due relazioni essendo così precise, che non vi è bisogno di alcun altra aggiunta.

VII. Ci è stato narrato che i Fratelli posero un rametto di Cassia al capo della tomba di Hiram, occorrenza che fa riferimento all’antica abitudine in uso nei paesi d’oriente d’imbalsamare il morto, operazione nella quale sempre si usava la cassia, in special modo per la preparazione della testa e l’essiccazione del cervello, come Erodoto 35 ci spiega in maniera dettagliata.
I legni profumati, così come i profumi ed i fiori usati nelle tombe dei defunti, così frequentemente si ritrovano nei poeti antichi che sarebbe qui tedioso il mentovarli. Ovidio così descrive la morte della fenice
Ilicis in ramis tremulæve cacumina palmæ
Unguibus E pando nidum sibi construit ore.
Quo simul ac Casias, E Nardi lenis aristas,
Quassaque cum fulva substravit Cinnama Myrrha
Se super imponit, finitque in odoribus ævum.


Su albero ombroso essa riposa
E sul più alto ramo, col becco e con gli artigli
Il proprio nido funebre   prepara,
con balsamo, acacia, nardo, mirro e cinnamomo
ed infine sulla fragrante pila ella giace
e consumando l’effluvio termina i suoi giorni.