1.
Maruzzi consultò
gli Archives de Bourgogne della loggia zurighese Modestia cum
Libertate, e pubblicò Notizie e documenti sui liberi muratori in
Torino nel sec. XVIII, ripubblicato nel 1990 col titolo La
Stretta Osservanza e il Regime Scozzese Rettificato in Italia nel
secolo XVIII (d’ora in poi «MSO»).
2. Il capitolo di Verona era
costituito da dodici Fratelli. Cfr. Matricula Specialis Magni
Priorat: Italiae. Capitul: des Prioratus von Italien, e Dritte
Balley, die Lombardische genannt, in «Archives de Bourgogne», AdB,
presso la Modestia cum Libertate di Zurigo (MSO, pp. 302–04).
3.
Cfr. MSO, p. 162, da Allgemeines Handbuch der Freimaurerei,
Leipzig, 1863–79, I3 385 a.
4. Cfr. Tableaux du + Prefectural de Verone senat à Paoue, in AdB
(MSO, p. 162 e p. 316)
5. Gabriele Rossi–Osmida, Venezia maggio 1785, in «Hiram», n.
3, marzo 1988. p. 82.
6. Joseph de Maistre, La Franc–Maçonnerie. Mémoire au Duc de
Brunswick, L’Harmattan 1993, p. 69.
7. Antoine Faivre, Accès de l’ésotérisme occidental,
cit. in Jean Ursin, Création et histoire du Rite Ecossais Rectifié,
Dervy 1994, p. 177.
8. Regle Maçonnique à l’usage des Loges réunies et
rectifiées approuvée au Convent Général del Wilhelmsbad en 5782, art.
II, in Jean Tourniac, Principes et problèmes spirituels du Rite Écossais
Rectifié et de sa chevalerie templière, Dervy 1969, p. 274 sgg..
9. Hugues d’Aumont, Templiers & Chevalerie spirituelle des
hauts grades maçonniques, Trédaniel 1996, p. 66.
|
Le principali notizie sul
Rettificato italiano nel Settecento le dobbiamo a Pericle Maruzzi
1, Eques a
Tribus Baculis, che raccolse preziosi documenti, come il
Codice massonico delle Logge riunite e rettificate di
Francia, e manoscritti vergati dalla mano di Willermoz. Nel capitoletto sulle logge rettificate del Veneto
(pp. 103–107), Maruzzi informa che Eques a Ceraso, ossia il barone von Waechter, insediò la
Prefettura di «Verona» il 17 gennaio del 1778
2.
Nel pie’ di lista del 1778 della Loggia padovana Amore del prossimo risultano
iscritti quattro veneziani: il marchese Michele Sessa, l’avvocato Antonio
Gini, il maggiore Domenico Gasperoni, tutti maestri, e l’apprendista Matteo
Dandolo.
La
prefettura di «Verona», composta inizialmente dalle Logge Amore del
prossimo e I veri amici, diede patente alla Beneficenza di
Corfù e alla Fedeltà di Venezia nel 1780
3,
anno in cui la Prefettura di «Verona» aderì al Regime Rettificato (MSO, p. 161).
È probabile che la Fedeltà di Venezia sia stata costituita da
Michele Sessa,
componente della Prefettura di «Verona» col titolo di Eques Michael a
Leone e maestro dei Novizi 4.
Cinque anni dopo la fondazione, nel 1785, la Fedeltà e le altre
logge rettificate furono chiuse: Maruzzi ne dà notizia in maniera
lapidaria. La storia del Rettificato nell'Italia del Settecento, e soprattutto
in Veneto, si arresta qui.
La
storia ha tuttavia un seguito d’estremo interesse, sebbene ancora
sepolto. Nel terzo numero dell’Hiram del 1988 Rossi Osmida dà
notizia d’un documento, da lui personalmente acquistato presso la
libreria antiquaria
«Concarieva Zalosba» di Lubiana, proveniente da un ufficiale della
polizia austriaca in forza a Venezia nel 1860.
Si tratta d’una minuta cancelleresca del 7 maggio 1785 per un inventario
d’oggetti rinvenuti durante una chiusura forzata d’una
Loggia veneziana, e la lista dei presenti: «il documento, redatto nella tipica grafia
cancelleresca di fine Settecento, consta di due facciate: la prima è
dedicata all’inventario degli oggetti reperiti, requisiti e
“abbruciati”; la seconda riporta una lista
di 36 affiliati che
evidenzia la presenza di 10 patrizi veneti accanto a 26 borghesi» 5.
La vicenda si conclude con un rogo delle suppellettili e la chiusura
definitiva della Loggia.
Rossi Osmida, dopo aver tratteggiato l’interessante profilo d’alcuni degli
affiliati patrizi, giunge a conclusioni probabilmente affrettate: «per quanto
attiene la lista degli oggetti, è già possibile intravedere un legame
di questa loggia sia con il lavoro alchemico (la nave, la canfora, la
corona) sia, e soprattutto, con un Rito Egizio» (ibidem).
Sicuramente Rossi Osmida, che aveva da poco aperto una camera del Rito
di Memphis e Misraim a Venezia, è giunto alla sua
conclusione sedotto da «una piramide a tre lati con fiammole dipinte, e
varj geroglifici» descritta nell’inventario del 1785.
Tuttavia la piramide è l’unico oggetto «egizio» tra i tanti sequestrati,
mentre tutti gli altri oggetti menzionati nell’inventario
suonano familiari a chi abbia un po' di dimestichezza col regime Rettificato.
Anzitutto conviene menzionare i «quadretti». Sul primo, cui spetta l’apertura,
era trascritto il motto «Adhuc stat», divisa che distingue il primo
grado del regime. L’inventario aggiunge che vi
era raffigurato un «pezzo di colonna». Nell’inventario redatto nel maggio
del 1785 si ricorda anche un altro quadretto raffigurante una squadra e il
motto «dirigit obliqua», divisa del secondo grado rettificato. Oltre questi quadretti è menzionato uno specchio
su cui era scritto «se avete un vero desiderio, se avete
coraggio ed intelligenza, tirate questa cortina, e apprenderete a conoscervi» (a
sinistra un disegno attribuito a una loggia del «Rio Marin», ma da riferire
alla veneziana Fedeltà, in cui entro il riquadro d'uno specchio è
scritta la frase riportata anche nell'inventario).
Un terzo quadretto che faceva mostra di sé nella loggia veneziana raffigurava
un nave in burrasca, accompagnata dal motto «in silenzio & spe
fortitudo mea», divisa del grado di maestro nel regime rettificato. La piramide triangolare –e non quadrata– che in Rossi
Osmida ha evocato suggestioni di riti egizî, forse andava accompagnata dalla
«tabella di latta col motto “depone aliena”», altro simbolo del
terzo grado. Su questa piramide
triangolare era inciso «tria formant». (a sinistra un disegno
attribuito a una Loggia del «Rio Marin», ma molto probabilmente sequestrato
alla loggia fedeltà, con i motti «tenebre eam non comprehenderunt» e
«depone aliena»).
Basta soffermarsi su questi oggetti per rendersi conto che l’inventario del
1785 elenca con precisione tutti gli arredi necessari a una Loggia che lavori
al rito rettificato. Rossi Osmida s’è concentrato sui personaggi più noti,
come Alvise Mocenigo, o Alvise Querini, o il fratello di Pindemonte.
Ma la riprova definitiva che la loggia sorpresa dalle guardie era la Loggia
veneziana Fedeltà all’obbedienza della Prefettura di «Verona» ce
la dà il nome del «Venerabile», Michele Sessa, noto come Eques Michael a
Leone (cioè «Michele veneziano») e maestro dei novizi, compito che seppe
assolvere egregiamente se la Fedeltà, nel momento in cui fu sorpresa
intenta nei suoi lavori, contava su trentasei Fratelli presenti.
E il secondo menzionato nell’inventario del 1785 è il maggiore Domenico
Gasperoni, il secondo dei Veneziani nel pie’ di lista della padovana
Amore del prossimo, immediatamente dopo Michele Sessa. Non è arduo trarre
le conclusioni. I Veneziani Sessa e Gasperoni, tra i fondatori della
Prefettura di «Verona» nel 1778, nel 1780 fondano la Fedeltà (vedi
nota 3) all’Oriente di Venezia, e la sviluppano sin quando non incorrono
nella repressione del maggio 1785.
L’inventario non farebbe
che confermare definitivamente quanto scriveva Maruzzi: la chiusura d’almeno
una delle logge rettificate, e a seguito d’una vicenda incresciosa. Ma è
proprio a causa di questa improvvisa «morte» che possiamo farci un'idea dei
principi del rettificato e dell'episodio che vide coinvolta la loggia: nello stesso anno in cui alla Fedeltà era proibita
ogni riunione, il 1785, il tipografo Leonardo Bassaglia pubblicava un libretto
anonimo di 95 pagine e corredato da incisioni, intitolato
Istituzione
riti cerimonie
dell’Ordine de’ Francs-Maçons
ossian Liberi Muratori
Colla descrizione e disegno
in rame della loro Loggia
E insieme un preciso dettaglio
delle funeste loro peripezie
Già
il colophon, alludendo alle «funeste peripezie», si presenta come un
«istant book», un libro concepito proprio a causa della chiusura della fedeltà
e del rogo dei suoi arredi e paramenti.
L’allusione si precisa in apertura del primo capitolo:
«Qualunque avvenimento strepitoso
ha diritto ad eccitar nel pubblico tanto la curiosità d’intenderne
le particolari sue circostanze, quanto a farne parlar tutti liberamente
come loro più piace. Basta perciò ch’ei si sappia una peripezia di
fresco accaduta a una Loggia di Francs-Maçons, che si era non
ho molto stabilita in queste nostre adriatiche regioni, perché
apparisca giustificato il divisamento di compilarne sul momento tutte
quelle notizie, che servir possano a soddisfar il genio de’ curiosi... »
(il corsivo è mio, n.d.a.)
Il lettore è avvertito che
sia pure senza menzionarla si parla della Fedeltà, nata nel 1780 e
chiusa a causa di un episodio eclatante cinque anni dopo, e del rogo che ebbe
sicuramente ampia eco sulla laguna. Ulteriore conferma viene dal placet delle
autorità preposte alla licenza di stampa, dato il 25 e il 27 maggio. Dunque l’opuscolo
è stato approntato in meno d’un mese dalla «funesta peripezia».
Il testo è redatto con abilità, molto probabilmente da un componente della
Loggia Fedeltà o comunque da un Fratello che dietro l’apparenza di
voler denunciare le presunte malefatte della massoneria, in realtà ne difende
i principî e li divulga con ardore.
D’altronde il parere della commissione dei «Riformatori dello studio di
Padova», da cui dipendeva il placet per le stampe, è firmato tra l’altro
da Francesco Morosini e Girolamo Ascanio Giustinian (Ist., p. 95), e
nell’Offina Fedeltà erano presenti al momento dell’irruzione e del
sequestro Alvise Morosini e... Girolamo Giustinian (Cfr. inventario).
Qualora non si tratti d’una omonimia, e Girolamo Giustinian sia la stessa
persona, non solo diviene comprensibile il placet, ma dovremo ipotizzare
ragionevolmente che l’autore dell’omonimo opuscolo possa essere proprio
lui. Certamente un aspetto da approfondire.
Chiunque ne sia stato l’autore, l’opuscolo apre la sua apparente invettiva
contro la massoneria con un elogio dei suoi principî. In primo luogo la
tolleranza:
L’Ordine de’
Francs-Maçons... unisce insieme e colle medesime viste una quantità
grande di persone, senza che la diversità del carattere, della inclinazione,
o della Religione vi rechi alcun ostacolo.
(Il corsivo è mio, n.d.a.)
Il riferimento al primo
punto delle Costituzioni andersoniane è abbastanza palese: «.. la
muratoria diviene il Centro di Unione, e il mezzo per conciliare
sincera amicizia fra persone che sarebbero rimaste perpetuamente distanti».
Ma l’elogio cede il passo all’aperta apologia:
Non havvi secondo i parziali
di questa società, fra tutte le compagnie del mondo, unione di questa
più dolce, più saggia, più vantaggiosa, e nello stesso tempo più speciosa
e singolare. Uniti insieme col dolce nome di fratelli...
(Ist., p. 4. Il corsivo è mio, n.d.a.)
E le accuse? Come sempre la
più antica è rivolta contro la segretezza dell’Ordine, e le cospirazioni
che servirebbe a celare. Il nostro autore la respinge con forza:
Il gran segreto che
osservano scrupolosamente in ciò che fanno nelle loro adunanze... non
mancarono per verità di far concepir de’ sospetti svantaggiosissimi per
tali assemblee, quasichè fosse a temere che... sotto un sigillo inviolabile
di segretezza, potesse per avventura ostare alla costituzione, e intorbidare
la tranquillità dello Stato. Ma... poiché i Socj vantano di portar impresso
nel cuore l’amore del loro ordine e della pace sostenendo che nella
loro Scuola... si può imparare qual rispetto, qual sottomissione, e qual
venerazione debbasi avere per la Religione, pel Principe, e pel Governo.
(Ist., ibidem)
Dunque
sarebbe ridicola cosa il
supporre che nelle loro Loggie potessero aver luogo affari concernenti o la
Religione o il Principato ... (Ist., ibidem)
E con ciò il nostro
appassionato apologeta rintuzza le accuse, certamente risuonate per le calli
della Serenissima, e al contempo afferma con vigore il secondo punto delle Costituzioni
andersoniane, e lo fa proprio: « un muratore è un pacifico
suddito dei poteri Civili... per cui essi (i liberi muratori, n.d.a.)
praticamente risposero ai cavilli dei loro avversari e promossero l’onore
della loro fraternità, che sempre fiorì in tempi di pace».
Obiettivo della massoneria è altrettanto chiaro: riedificazione del Tempio di
Salomone, che non va intesa alla lettera, ma come «opera allegorica che
raffigura una riforma del cuore» (Ist., p. 5). A
evitare interpetazioni letterali, correnti nel mondo massonico ancor oggi, il
nostro autore ribadisce la causa della «riforma»: «la distruzione del
Tempio non rappresenta che la caduta dell’uomo dal primo stato
felice». Questa sottolineatura dell’allegoria del «tempio dell’uomo»
rievoca la memoria di de Maistre al duca di Brunswick (1782), che a proposito
del terzo grado caldeggia la lettura allegorica, e soprattutto la sua
concezione della massoneria come «Science de l’homme par excellence»
6.
Ma il tema è tipico del rito Rettificato, e lo ricordava Faivre: «Car le
Rite Écossais Rectifié réactualize le Temple... Il s’agit pour le maçon
de reconstruire le Temple primitif, d’avant la chute, pour y faire
entrer de nouveaux Dieu et pour que les hommes eux–mêmes piussent y
retourner comme des anfants prodigues, entraînant la nature entière dans
cette assomption» 7.
Prosegue infatti lungo l’assioma allegorico del Rettificato il nostro autore
delle Istituzioni:
Il Tempio di Salomone, la
sua fabbrica e magnificenza, la sua caduta e le sue rovine, il suo
ristabilimento e splendore, non figuravano in questa ultima spiegazione se
non se il Cuore umano formato da Dio medesimo, ricolmo dei più ricchi doni,
e determinato per sua natura al bene, ma poi del tutto corrotto dalla
violenza delle passioni. Si voleva, che quello Cuore deplorabile, serbando
ancora nel suo avvilimento tratti della passata grandezza, dimandasse che la
se rendesse tutta perfetta, qual l’aveva una volta... In questo aspetto
non più avevano i Liberi Muratori da apparir occupati in edifizj puramente
mondani e terreni... Saranno i Liberi Muratori quel popolo fortunato... di
sciogliere l’umano cuore dalle catene di schiavitù sì vergognosa... e di
richiamare nel mondo la prima bella innocenza.
(Ist., p. 10)
Dunque il nostro autore
prima compara la rovina del tempio alla caduta dell’uomo: «la distruzione
del Tempio non rappresenta che la caduta dell’uomo dal primo stato
felice»; e infine la ricostruzione del tempio alla restaurazione della
«prima bella innocenza» del cuore, seguendo fedelmente persino i
termini della Regola di Wilhelmsbad.
Nella Regola massonica approvata a Wilhelmsbad nel 1782 la caduta si
condensa nel secondo articolo in accorate esclamazioni: «Homme! Roi du
monde!... Etre degradé! malgré ta grandeur primitive...» , e infine,
nel nono e ultimo articolo, nella prospettiva delle reintegrazione: «ô mon
frère! ... tu recouvreras cette ressemblance divine, qui fut le partage de l’homme
dans son état d’innocence» 8.
Il grado di Scozzese di Sant’Andrea ammonisce: «Vous voyez ici les ruines de
ce temple célèbre que Salomon fit élever à Jérusalem... Le Temple fut
détruit...» 9.
Il
nostro autore, tratteggiati con calore principî e fini dell’Ordine, ovvero
del Regime Rettificato, si sofferma su due mezzi, con discreto anticipo sulle
parole d’ordine della rivoluzione francese, cioè libertà e uguaglianza:
Quanto alla Libertà e
alla Uguaglianza, che sono le prerogative preziose che si attribuisce la
Società... producono l’effetto maraviglioso di adunar in una medesima
Setta i partigiani di qualsisia altra Società, diventando un legame
mirabile e universale che riunisce tutti senza pregiudizio di alcuno... La
prima fa sparire ogni idea importuna e mortificante di superiorità... La
seconda poi produce quella pace deliziosa, quella confidenza così dolce...
incompatibile coll’avarizia... Cotesta indipendenza ... altro non è che
il ristabilimento di quell’età chiamata dai Poeti Età dell’Oro...
Quest’era quel tempo felice, nel quale il cuore libero da ogni passione ne
ignorava fino i più semplici movimenti... e in cui gli uomini uguali e
sudditi delle sole leggi della Natura non ammettevano altre
distinzioni che quelle, cui questa saggia madre aveva posto tra essi, come
quella di un padre verso un figliuolo...
(Ist., p. 13)
Anche in questo caso,
sebbene l’autore attribuisca a «Cromwello» lo stabilimento della
massoneria e dei suoi principî, il modello è la regola di Wilhelmsbad:
«fidèle au voeu de la nature, qui fut l’égalité,
le Maçon rétablit dans ses temples le droit originaires de la famille
humaine» (VIII, I).
A sigillo del Regime Rettificato il nostro autore ha voluto, a fianco del
frontespizio, un’
incisione
(a sinistra) che sintetizza le
‘anime’ dei gradi: Adhuc stat, Dirigit obliqua, In silentio, et
spe fortitudo nostra. E i cinque animali, che
vengono mostrati solo a coloro che hanno un «gusto distinto pel sistema dell’Ordine», cioè gli «Architetti o Scozzesi»
(Ist.,
p. 81).
Dunque Istituzioni
riti e cerimonie..., l’opuscolo stampato nel 1785, è scaturito dalla
«funesta peripezia» occorsa alla Loggia veneziana Fedeltà, aderente
alla Prefettura rettificata di «Verona», ed è stato scritto con il preciso
obiettivo di consegnare la sua eredità ai posteri: consegnare i principî e i
fondamenti del regime Scozzese Rettificato agli
uomini di «cuore».
Grazie all’inventario e alle Istituzioni noi dunque disponiamo di
preziosi elementi per studiare e approfondire il ruolo dell’Italia nella
riforma Rettificata, e proseguire il lavoro di Pericle Maruzzi.
Ma anzitutto abbiamo l’oneroso e al contempo grato compito di vivificare
l’eredità che la Fedeltà ci ha consegnato. Essa, con le sue
vicissitudini analoghe al Tempio di Salomone, la sua edificazione, il suo
splendore, la sua rovina, la sua testimonianza e la sua eredità, costituisce
il cuore della nostra colonna infranta: l’allegoria
che deve nutrire la riedificazione del tempio dell'uomo.
Perit ut
Vivat
|