Bibliografia
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Si parla molto
d'unificazione dell'Europa e dei problemi che ciò
comporterà al nostro e agli altri paesi del Vecchio
Continente, ma raramente ci si riferisce agli uomini di
pensiero che nel passato anche remoto l'hanno concepita e
progettata. In epoca greca i criterî di differenziazione
culturali, morali e politici dell''Europa' dal resto del
mondo si basano principalmente sulla libertà politica
delle genti greche in contrapposizione alla tirannide
asiatica. V'è da aggiungere poi la barbarie dei
costumi e la capacità militare, assai superiore nei popoli
'europe'» in quanto combattono per sé e non per un padrone.
Questo concetto di 'Europa' libera e Asia schiava si
trasferirà per secoli nel mondo romano, e oltre, prendendo
forma nel conflitto fra Augusto e l'Egitto di Cleopatra.
L'idea
'europeista' viene completamente accantonata nel periodo
medioevale durante il quale il binomio Romano-Barbaro muta
nel binomio Cristiano-Pagano; il termine 'Europa' è solo un
termine geografico ed il complesso dei valori culturali e
morali è riassunto con il termine «christianitas», il
vocabolo europaeus verrà utilizzato per la prima
volta solo nel XV secolo da Enea Silvio Piccolomini. Tutto il
pensiero politico medioevale gravita attorno alla
«christianitas» che esaudisce totalmente i desideri
d'unità dei popoli, sia sotto l'aspetto temporale con
l'Imperatore, sia sotto l'aspetto spirituale con il Papa.
Progressivamente con l'esaurirsi del Medioevo anche l'aspetto
geografico dell'Europa s'incomincia a modificare. Infatti la
Germania e l'Ungheria, non più barbare, entrano di diritto a
far parte del mondo civile, ovvero cristiano, e al tempo
stesso il mondo greco bizantino sfuma progressivamente verso
Oriente; l'asse portante dell'Europa si sposta verso
Occidente e vi rimarrà con poche oscillazioni di
assestamento nei secoli successivi. Solo nel pensiero di Enea
Silvio Piccolomini troviamo un grande amore per i valori
della cultura europea, intesi come tradizione
classica; il papa senese intravede un'Europa elitaria,
assemblea di umanisti tesi all'analisi del pensiero e
dell'arte classica, concetto che ritroveremo più tardi, con
lievi modifiche, in Voltaire.
L'Umanesimo
rimarrà ancorato ai vecchi concetti per quanto riguarda la
stretta connessione fra cultura e religione, infatti
l'Europeo è ancora il «cristiano». Solo con Voltaire si
riuscirà a superare questa concezione: per il grande
pensatore la «republique literaire», comunità di
dotti al di sopra dei nazionalismi, si forma «malgre' les
guerres et les religions differentes» ed è il primo a
individuare nella religione un forte deterrente per la
creazione d'una struttura di pensiero sovranazionale.
Machiavelli
abbandona definitivamente il concetto unificatore di
«christianitas» e il pensatore in varie opere coglie le
diversità fra l'Europa e il mondo asiatico, sia durante
l'epoca classica che durante il Rinascimento stesso. È
chiaro che i sistemi politici dell'Europa e dell'Asia
divergono nettamente e la diversità è esaltata nettamente
nel nostro continente dallo sviluppo della virtù,
ovvero della capacità d'imprendere e creare. Però in
Machiavelli questo particolare senso della libertà è
asservito al miglioramento strutturale e funzionale dello
Stato, mentre in Montesquieu e Voltaire la libertà sarà
intesa come rivolta dell'individuo contro l'azione politica
del governo centrale. Machiavelli ribadisce la necessità di
una molteplicità di stati, cioè di molte virtù
individuali, ed in questa realtà, in Italia prima ed in
Europa poi, nasce la dottrina dell'equilibrio fra gli stati.
La dottrina
dell'equilibrio europeo è variamente interpretata nel corso
dei due secoli successivi in funzione delle necessità
politiche; Voltaire al riguardo dice che «tra i principi di
diritto pubblico e di politica, tipici dell'Europa e
sconosciuti alle altre parti del mondo, vi è quello saggio,
di mantenere fra i vari stati una bilancia uguale di poteri,
a mezzo di incessanti trattative diplomatiche, anche durante
le guerre». All'ampliamento dei confini geografici del mondo
conosciuto corrisponde un ampliamento dei confini della
coscienza portando alla luce nuovi territorî e nuove
metodologie di indagine corredate di maggiore autocritica e
scientificità. Gli Europei sono spinti a confrontarsi con
nuove popolazioni, nuovi mondi, culture aliene e nel
confronto si tenderà sempre più ad esaltare gli aspetti
culturali, politici e di costume piuttosto che il ristretto
aspetto religioso: ormai l'Europa non è più la culla unica
del cristianesimo che viene trapiantato, spesso brutalmente,
in America ed in Asia. Tra questi fattori favorevoli alla
formazione d'una coscienza europea si inseriscono anche
tendenze contrarie che prendono vita da un diffuso
malcontento verso taluni aspetti dalla vita europea, quali i
sistemi politici, le guerre continue che devastano il
continente, la corruzione dilagante. Quest'avversione si
manifesta attraverso taluni scrittori fra il Cinque e il
Seicento (Montaigne, Thomas More, Campanella), ma culminerà
nel Settecento con Rousseau ed il mito del «buon
selvaggio», dove gli altri continenti e i popoli che li
abitano sono visti come l'Eden primigenio incorrotto in
contrasto con un'Europa di nome cristiana ma di fatto priva
di valori morali.
È necessario
notare che se dal Seicento in poi si osteggia il modus
operandi europeo in contrapposizione alla purezza dei
selvaggi, mai sorge il dubbio sul versante religioso, e
unanimemente gli scrittori dell'epoca, cattolici o
protestanti, considerano positivo l'avvicinamento dei
selvaggi alla «vera» religione. Bisognerà attendere
l'Illuminismo, con Boulainvilliers, Montesquieu e Voltaire,
per invertire il concetto di cristianesimo come valore
unificante dell'Europa e condannare la religione cristiana
europea come fonte di fanatismo ed intolleranza. Montesquieu
in una delle sue maggiori opere, del 1721, pur riconoscendo
la superiorità politica e culturale dell'Europa rispetto
agli altri, mette in luce il punto debole incarnato dal
papismo, dal fanatismo religioso, dallo spirito teologico che
impaccia la scienza e contraddice la filosofia.
La visione
dell'Europa diviene sempre più definita nel lavoro principe
di Montesquieu, l'Esprit des lois del 1748, in cui
analizza in maniera più equilibrata i raffronti fra Europa e
Asia e ricerca le radici storiche dell'assetto europeo fin
dalle poleis greche. Aggiunge inoltre un tratto
nuovo al disegno complessivo, ovvero il riconoscimento
dell'apporto del senso di libertà proprio delle genti
germaniche, che genera alla lunga quel governo ben
equilibrato, la monarchia costituzionale, in cui i tre poteri
(esecutivo, legislativo e giudiziario) sono separati a
garanzia assoluta della libertà politica. Montesquieu nell'Esprit
des Lois espone un concetto sulla religione contrastante
con le posizioni radicali giovanili espresse nelle Lettres
persanes: il cristianesimo che promette la felicità
ultraterrena produce anche la felicità terrena ed è la
religione che più si confà ai governi equilibrati, in
contrasto con l'islamismo e la religione cinese. Senza dubbio
questa è una considerazione discutibile ma è interessante
notare incidentalmente quanta parte abbia e abbia avuto la
religione nello scardinare i regimi dell'Europa orientale e
dell'Unione Sovietica, basati sul materialismo marxista, che
possono essere assimilati a quei governi dispotici asiatici
da cui l'Europa fin dai suoi primordi ha sempre preso le
distanze. Montesquieu non s'arresta all'esplorazione delle
differenze culturali o politiche e mette in luce le
differenze tra Europa e Asia anche sotto l'aspetto economico:
gli stati totalitari si isolano in sè rifiutando gli scambi
economici, mentre le nazioni libere fondano la propria
esistenza sull'attività imprenditoriale nei campi
industriale e commerciale, e quanto ciò sia vero l'abbiamo
notato nella storia del Giappone e più recentemente nella
storia degli stati dell'Europa orientale (si pensi alla
recente riapertura della Borsa di Budapest dopo 42 anni).
Nel pensiero di
Voltaire ritroviamo gli stessi toni sul rapporto tra gli
Europei e gli altri popoli ma, diversamente da Montesquieu,
il filosofo focalizza la propria attenzione sull'aspetto
letterario e culturale piuttosto che su quello politico. Per
esprimere sinteticamente il pensiero di Voltaire ecco un
brano particolarmente significativo: «...Si è vista una
repubblica letteraria stabilita insensibilmente in Europa,
malgrado le guerre e malgrado le religioni diverse. Tutte le
scienze, tutte le arti hanno così ricevuto dei soccorsi
reciproci; le accademie hanno costituito questa repubblica
... i veri scienziati in ogni ramo hanno stretto i legami di
questa grande società degli spiriti, ovunque
diffusa, e sempre indipendente. Questi legami durano tuttora;
essi sono una delle consolazioni ai mali che l'ambizione e la
politica spargono sulla terra».
Ma non tutte le
voci sono concordi. Intorno al 1750 comincia a sorgere l'idea
di nazione che prenderà vigore solo cent'anni dopo,
proseguendo fino alle soglie della prima guerra mondiale. Il
timore diffuso è che il cosmopolitismo di Voltaire soffochi
e appiattisca le particolarità etniche e paladino di questa
corrente di pensiero è Rousseau. Egli non disconosce il
fatto che l'Europa sia una realtà civile concreta con una
trama comune, anzi analizza acutamente il percorso sino a lì
compiuto concludendo: «... non si può negare che non sia
stato soprattutto al Cristianesimo che l'Europa deve il
particolare legame che vi è fra i suoi popoli...».
Ma non solo
storici e filosofi hanno accarezzato l'idea d'Europa, anche i
politici l'hanno coltivata: in una lettera del 1824 a
Wellington, Metternich considera l'Europa come una patria
unica e aderisce al pensiero settecentesco in maniera
pressoché integrale. L'europeismo di Metternich è
prettamente settecentesco con il rifiuto netto delle realtà
nazionali ed al tempo stesso fortemente conservatore
rifiutando il concetto di libertà; ed è su questo campo che
avviene lo scontro fra i patrioti liberali ed il sistema
politico reazionario. Il dissidio sembra implacabile, ma uno
degli artefici del nostro Risorgimento riesce a trovare la
sintesi ed il superamento di posizioni diametralmente
opposte.
Mazzini esalta il
concetto di patria, ma lo mette in rapporto con l'umanità;
la patria «è il punto di appoggio della leva che si libra
tra individuo e Umanità». Le sue parole esprimono questa
ricerca di sintesi: «Una grande associazione si formi tra
gli uomini della libertà, a qualunque suolo appartengano,
che richiami ad una unità di norme e di moto gli oppressi di
tutte le contrade. Quando i patrioti d'una terra sapranno
d'essere stretti ad un patto Europeo, quando diranno ad ogni
azione codarda o generosa: i patrioti di tutta Europa ci
contemplano, quando udranno nella zuffa una voce di soccorso
e di conforto dagli altri popoli, saranno più forti
all'impresa. Ad un'associazione siffatta spetta la vittoria
del diritto: il trionfo del principio morale sul materiale,
del principio europeo sul principio asiatico inerte». Al
momento naturalmente l'Umanità si identifica con
l'Europa, quell'Europa di popoli contrapposta all'Europa dei
principi; il sogno del Nostro è l'Italia come realtà
nazionale innestata in un'Europa unita, e genera dopo la
«Giovine Italia» la «Giovine Europa». E le sue parole, in
cui si rispecchiano i più cari concetti della Libera
Muratoria, tratteggiano quella che sembra non essere più una
mera divagazione filosofica: «La Giovine Europa è
l'associazione di tutti coloro i quali, credendo in un
avvenire di libertà, d'uguaglianza, di fratellanza per gli
uomini quanti sono, vogliono consacrare i loro pensieri e le
opere loro a fondare questo avvenire. Costituire l'Umanità
in guisa ch'essa possa avvicinarsi il più rapidamente
possibile, per un continuo progresso, alla scoperta ed
all'applicazione della Legge che deve governarla: tale è la
missione della Giovine Europa. L'associazione della Giovine
Europa rappresenta l'avvenire europeo. Tale avvenire
armonizzerà le sue idee fondamentali dell'epoca nuova:
Patria ed Umanità. L'associazione della Giovine Europa
rappresenterà queste due idee ed il legame che le armonizza.
E` una grande associazione di due gradi, dei quali uno
rappresenta la tendenza nazionale di ciascun Popolo ed
insegna all'uomo ad amare la Patria, l'altro rappresenta la
tendenza comune a tutti i popoli ed insegna all'uomo ad amare
l'Umanità».
Ormai però i
tempi sono maturi perchè il concetto europeo torni
nell'ombra, quasi debba finire di formarsi prima di nascere
intorno alla metà del nostro secolo. Il nazionalismo
spadroneggia dal 1850 fino alla seconda guerra mondiale,
addirittura la società degli spiriti si sfalda sotto
le pressioni nazionalistiche e i suoi ex componenti si fanno
servi dei regimi per disgiungere un paese dall'altro.
Nonostante tutto
la Massoneria coltiva in maniera riservata l'idea europea.
Nel discorso tenuto a Torino nel 1892 il G.M. Adriano Lemmi
afferma fra l'altro: «...La Massoneria, vigile e previdente,
studia ed opera perchè il diritto internazionale di tutti i
paesi, base e leva della futura ed inevitabile Lega degli
Stati Europei, abbia ... le sue giuste e supreme
rivendicazioni». e durante la prima metà del Novecento
l'economista Giorgio Di Domenico, uno dei ricostruttori della
Massoneria italiana postbellica e gran ministro di stato del
Rito Scozzese Antico e Accettato, elabora, in un'allora
ipotetica Europa unita, la teoria economica dell'Hallesismo
che prevede fra l'altro una moneta comune a tutti i paesi
europei.
Le due guerre
stravolgono il panorama politico ed economico dell'Europa
ottocentesca alterando equilibri e creandone di nuovi;
bisogna attendere la fine della II guerra mondiale per notare
un lieve movimento sul fronte europeista. Il problema della
ripresa economica è assai arduo a causa della pressoché
totale distruzione delle strutture produttive portanti e
della scarsità di valuta causata dall'azzeramento delle
riserve valutarie, oltre alla necessità di importare materie
prime, beni strumentali e generi di prima necessità. Nel
luglio 1944, prevedendo e precorrendo i problemi suddetti,
vengono stipulati gli accordi di Bretton Woods per
l'eliminazione dei vincoli sui cambi e per il riconoscimento
d'una moneta leader rispetto alla quale le altre si sarebbero
impegnate a mantenere un rapporto fisso di cambio. Da quel
momento le transazioni internazionali sono regolate in
dollari USA convertibili in oro a corso fisso (32 $ l'oncia);
il primo passo è compiuto. Nel 1946 le Nazioni Unite
elaborano un progetto di statuto per una Organizzazione del
Commercio Internazionale (International Trade Org, ITO) che
avrebbe generato un accordo multilaterale sugli scambi
commerciali (General Agreement on Tariffs and Trade, GATT).
L'Europa però non è ancora in grado di usufruire appieno di
questi strumenti e solo con il varo dell'«European Recovery
Program» (ERP), meglio noto come 'piano Marshall', si riesce
a dare all'Europa la forza finanziaria per affrontare la
ricostruzione; la conditio sine qua non per la buona
riuscita del Piano è il raggiungimento da parte dei paesi
alleati d'Europa di una preventiva unione fra loro.
Nel periodo tra il
1947 e il 1949 si studia e prepara il varo del Consiglio
d'Europa che avviene con il Trattato di Londra del 5 maggio
1949. Per la prima volta prende forma una struttura
sovranazionale fra Gran Bretagna, Francia, Lussemburgo, Paesi
Bassi, Belgio, Irlanda, Danimarca, Italia, Norvegia, Svezia
ed in seguito Austria, Germania Ovest, Turchia ed Islanda. La
spinta europeista viene però controbilanciata dai paesi che
temono limitazioni ed ingerenze nella propria sovranità;
sono rilevabili due tendenze diverse: la prima, condivisa
dall'Europa continentale e dall'Italia, a costituire
un'unione doganale realizzando poi un «mercato comune» e
infine l'integrazione totale, la seconda tendenza assai più
riduttiva, sostenuta da Gran Bretagna e i paesi scandinavi, a
creare un'area di libero scambio con remote prospettive di
integrazione politica. Ciò porta allo stallo del Consiglio
d'Europa.
Ma i tempi sono
maturi e uomini del livello di Schumann per la Francia,
Adenauer per la Germania, Monnet per l'Olanda, Martino per il
Lussemburgo, Spaak per il Belgio e De Gasperi per l'Italia
promuovono la creazione di una «Piccola Europa» avviando
un'integrazione per settori a partire dalla gestione comune
delle risorse minerarie e della siderurgia mediante la
Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA),
struttura sovranazionale le cui decisioni per la prima volta
hanno il valore di leggi. Alla CECA segue ben presto
l'integrazione nel settore energetico con l'EURATOM e si
tenta anche l'integrazione nel settore agricolo che si mostra
ben presto assai complessa. Il parziale fallimento
dell'integrazione agricola e la remissione della Gran
Bretagna circoscrive ai sei paesi della CECA l'iniziativa
europeista; i negoziati avviati a Bruxelles il 26 giugno 1956
si concludono il 25 marzo 1957 con il Trattato di Roma,
istitutivo della Comunità Economica Europea come oggi la
conosciamo.
È tempo dunque
che l'Italia si volga indietro e che sia conscia, realmente e
non di maniera, dei propri figli che hanno generato e
sviluppato l'idea d'un'Europa unita e al tempo stesso guardi
avanti alla prima meta ormai prossima; per far ciò con
profitto essa deve scrollarsi di dosso il provincialismo e il
malcostume politico che l'impastoia, per prendere il posto
che le spetta di diritto, per antico impegno e cultura,
nell'emiciclo europeo e non essere, come ormai da troppo
tempo, il 'ventre molle' economico e culturale dell'Europa.
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