Relazione tenuta al
convegno L’Altra Sapienza
dell’11 dicembre 1999,
organizzato dalla Associazione Alpi marittime
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Ringrazio
anzitutto vivamente gli amici dell'Associazione Culturale "Alpi
marittime" per avermi invitato a tenere questa introduzione, peraltro
molto impegnativa, mirata a tratteggiare una sintesi storica del novecento,
anche se molte ne sono già
state abbozzate negli anni
passati, a cominciare da quella che vede il Novecento come "secolo
breve" proveniente da uno
storico inglese che, probabilmente, utilizza questa definizione anche perché
si tratta del secolo in cui la Gran Bretagna ha perduto il suo impero,
oltreché per la sua personale inclinazione a identificarlo con la (per la
noi tragedia, per lui epopea) vicenda della Terza Internazionale comunista e
derivati. Un secolo pieno di delusioni, di amarezze, di riflessioni e di
attese -forse- di una riorganizzazione planetaria che restituisca alla
"città”, alla “persona”, una qualche forma di dominio globale
sulle proprie sorti.
Ma accanto a questa vi sono tante altre definizioni. Ad esempio quella di
“secolo della distruzione”, “secolo dell’odio”, secolo "sterminato", come ha scritto Marcello
Veneziani, o secolo addirittura "innominabile", come un gruppo di
studiosi , manifestamente “ingenui” e ripiegati sul breve periodo, ha
ritenuto di dire.
Non proporrò alcuna definizione, ma tenterò di individuare alcune tappe,
alcuni momenti di questo percorso che -d'intesa coi promotori dell'incontro
di oggi- abbiamo fissato tra i due termini di "progresso" e di
"dissoluzione".
Siamo normalmente portati a credere che il termine "progresso"
significhi cammino con una
valenza necessariamente positiva, dal valore costruttivo, e gli attribuiamo
il significato di una marcia da una situazione di tenebre ad un momento di
luce. Ma vi sono altre interpretazioni: Giacomo Leopardi col termine
"progresso" intende semplicemente il corso del tempo, il passare degli anni che si susseguono l'uno dopo
l'altro, che procedono ma non conducono necessariamente al miglioramento
dell'uomo.
Dissoluzione significa invece "destrutturazione", distruzione
dell'esistente: procedimento di
carattere peggiorativo, secondo un'interpretazione prevalente che riecheggia
l'altra valenza: "dissolutezza", in quanto passa attraverso
l’eliminazione
dell'ordine ed è quindi momento negativo.
Con tutta evidenza, queste percezioni dei termini di “progresso” e di
“dissoluzione” riflettono la cultura dell’Otto-Novecento e sono del
tutto separate dagli orizzonti del neoplatonismo e delle sue proiezioni nel
pensiero odierno.
Il Novecento è un'epoca complessa che si apre con grandi illusioni, con
empiti di generosità straordinaria soprattutto in Europa, o in Occidente
che dir si voglia, ma che si chiude in modo malinconico, dopo molteplici
passaggi tragici (ma non peggio d’altri secoli, per chi li conosca).
All'inizio del secolo abbiamo un quindicennio, dal 1898 al 1914, di grande
fervore intellettuale e di certezza della possibilità, da parte dell'uomo,
di costruire il proprio mondo di valori inteso come libertà dell'individuo.
E' una eredità della Rivoluzione francese e dell'Illuminismo. In questo
periodo –nel quale le potenze
europee riconoscono la possibilità di conquista degli spazi afro-asiatici
senza necessariamente combattersi, senza precipitare in un conflitto fra le
stesse potenze nell'ambito dell'Europa- nasce, a livello continentale, un
progetto di affermazione dei valori individuali, conciliati con il concetto
di nazione affermato dalla Rivoluzione francese. Quel disegno attua un
processo di "alta pedagogia": si vuole formare l'uomo secondo un
certo modello euro-occidentale: il “bianco-adulto”. Le donne, i bambini,
gli anziani “non operativi” (poco più che 55/60enni, all’epoca)
contano per nulla.
Gli europei hanno la responsabilità di aver organizzato il pianeta. Il
pianeta è stato conosciuto grazie agli europei, che hanno costruito la
consapevolezza dell'unitarietà del globo terrestre. Di qui il
"fardello dell'uomo bianco", di cui parla il -non a caso- massone Kipling, consapevolezza che deriva anche dal
fatto che gli europei sono i depositari di tutto il sapere possibile, come
veniva inteso nell'Ottocento. Sono i depositari della geografia, sono coloro
che scrivono le storie universali. Soprattutto i tedeschi, poi i francesi.
Infine ci proveranno anche gli italiani, in tono minore, quasi intimiditi,
in quanto meno consapevoli di un loro ruolo egemonico e dominante a livello
europeo e dimentichi del proprio passato. Fra gli italiani saranno solo i
cultori di linguistica ad avere una concezione universale dell'uomo e a
proporre una interpretazione unitaria del cammino umano. Penso, per esempio, a Graziadio Isaia Ascoli, a quell'Alfredo
Trombetti, che insegnò anche nel liceo di Cuneo prima di passare
all'università di Bologna, e che ha dato un contributo fondamentale alla
concezione unitaria delle lingue, fondamento della concezione unitaria dell'uomo e del suo cammino.
In questo periodo la visione che si ha dell'individuo è quella di un uomo
depositario di diritti, cioè di un uomo che rivendica la sua libertà
di iniziativa. Egli si muove al di fuori dei confini del proprio Paese,
esplorando spazi che prescindono dai confini statuali.
Pertanto l'uomo si riorganizza nell'àmbito di nuove entità: leghe per la
pace, società per la conoscenza economica, geografica, storica del mondo.
Gruppi che dilatano la libertà individuale facendo sì che le associazioni,
nuovo soggetto della storia, siano il riparo per la libertà del singolo.
Tali associazioni hanno l’obbiettivo di tutelare l'individualità.
E' questo un aspetto importante, e va sottolineato, perché verrà distrutto
subito dopo. Verrà sostituito da una diversa concezione, quella della
funzione delle associazioni in relazione con gli Stati e con la comunità
internazionale. Questa svolta, drammatica, si determina dal 1914 al 1945,
cioè durante la nuova "guerra
dei trent'anni", che capovolge il senso di libertà dell'uomo affermato
nel quindicennio d’inizio secolo e che arrivava dalla Grande Rivoluzione.
L'uomo si riconosce adesso all'interno della società: viene strutturato il
suo corpo attraverso la caserma, viene messo in divisa. Alle spalle di
questo processo di coazione, di spersonalizzazione dell'individuo e della
sua identificazione con una dimensione che lo sovrasta, vi è la concezione
naturalistica della specie umana: originariamente liberatoria e
progressistica, ora massificante e totalitaria. L'uomo non è più
individualità, soggetto di diritti. Retrocede ad appartenente a una etnìa.
Alle sue spalle non vi è più una tradizione di carattere spirituale o
giuridico o culturale, bensì un dato naturalistico: c'è il francese, c'è
l'italiano, c'è il tedesco, e questa è la "datità" del singolo.
Non solo. Gli “economati” degli eserciti in lotta ritengono di poter
fissare quante calorie occorrano al “combattente”: uno fra tutti. Il
totalitarismo non nasce nell’ottobre 1917, nell’ottobre 1922 o nella
Germania del 1931-33. E’ già lì. Nelle “statistiche”.
Ciascuno è anzitutto una natura, una parte dell'umanità necessariamente
contrapposta alle altre. Ed ecco allora la "guerra dei
trent'anni", che è anzitutto una guerra per l'affermazione della
concezione “sociale” dell’uomo. La Francia, che è la patria dei
diritti, diventerà in realtà la grande acceleratrice dell'organizzazione
dei sindacati, dei partiti, e l'uomo non esisterà se non all'interno di una
struttura che lo sovrasta.
E questa è la forma occidentale di "vestizione" di un problema
che viene risolto in un'altra parte del mondo -L'Unione delle Repubbliche
Socialiste Sovietiche- con la costrizione nell'ambito di una gabbia che
conduce l'uomo a identificarsi con una ideologia, e lì gli si insegna che
cosa è il progresso. Il progresso sono i piani quinquennali che vanno
realizzati schiacciando le individualità, annullando le singole personalità,
sterminando i milioni di “refrattari”, “dissenzienti”,
“a-sociali”.
L'uomo è un ingranaggio nell'ambito di un meccanismo più ampio. Badiamo
bene che lo stesso avviene negli Stati Uniti d'America, soprattutto dopo la
grande crisi del 1929: non esistono i singoli cittadini, esiste il
dirigismo. Bisogna realizzare i piani, bisogna realizzare le grandi
trasformazioni della società. La via americana al progresso diviene anche
una via alla spoliazione dell'individuo della sua identità. Crescono quelle
città che sono, in definitiva, d’impianto sovietico, organizzate in modo
che ciascuno sia un buon "produttore" nell'ambito di uno Stato che
ha come suo obbiettivo generale l'affermazione della dimensione produttiva,
economica, e di dominio a livello planetario. L’uomo fa l’uomo: come
merce, come profitto. Nell’URSS il marxismo produce morte nei corpi. Negli
USA moltiplica alienazione.
A questo punto, quale ruolo hanno le associazioni che precedentemente erano
una tutela dell'individuo, e che quindi –giustissimamente- erano coperte
anche da riservatezza? Se
vogliamo, anche dal segreto, che non è poi neppure una brutta parola: il
segreto fa parte dell'uomo, fa parte di una lunghissima tradizione della
storia umana, del costume. Gli dei vivevano avvolti fra le nubi
inaccessibili.
Ebbene, dal 1914-1915 in poi le associazioni che si impegnano. L'uomo non
entra più nelle associazioni per veder affermata e tutelata la propria
identità; vi entra per un
altro obbiettivo. All'interno della dimensione associativa si spoglia della
sua personalità, e assume i panni del "militante". Le singole
associazioni, anche quelle tradizionali, divengono militanti, diventano
associazioni che "fanno" e quindi si autodichiarano a disposizione
della società. Vogliono essere
circoli di servizio. Anziché coltivare progetti per l’Uomo,
distribuiscono un poco di pane e danno un grigio ricovero a una manciata di
derelitti: copia sbiadita della carità di tutte le religioni del
Mediterraneo. Scoprono questa identità, che risulta non per caso
sostitutiva -ed è una forma di profanazione- di quello che era
l'associazionismo tradizionale, che invece non turbava l'individualità, non
imponeva nulla, era una garanzia di libertà del singolo. Mentre ora,
all'interno di quel corpo -non per caso siamo nella stagione delle
corporazioni, gli anni trenta- il singolo assume valore solo se
"operativo", in funzione dei grandi obiettivi che si ritengono
tali da soddisfare il bisogno di aggregazione dei singoli. E’ un’età
che valorizza ed esalta i ruoli -pensiamo al regime fascista, in cui ogni
persona ha un ruolo, dal capo del governo al caposcala- e le gerarchie, che
prendono talvolta a proprio fondamento anche la corrispondenza tra la qualità
dell'uomo e l'etnìa (punto di riferimento naturalistico di base). Ecco
allora perché, in questa visione secondo la quale si può programmare la
trasformazione dell'umanità, si sogna anche di far sì che si riproducano i
migliori, soprattutto i migliori: alcuni vengono esclusi dal ciclo della
riproduzione perché si ritiene che siano dannosi, altri vengono invece
elevati a rappresentanti della razza, un campione che è l'unico che ha il
diritto di riprodursi.
Alla fine di questa "guerra dei trent'anni", che si conclude
malissimo per tutti malgrado le
illusioni dei vincitori, abbiamo una cesura profonda. Essa coincide con
l’accelerazione verso la fine delle operazioni -che non significava la
pace- e trova il suo compimento nella produzione della bomba atomica,
strumento che per la prima volta mette l'uomo in condizione di distruggere
non gli altri uomini, non il nemico, ma la stessa vivibilità del pianeta, e
quindi di annientare anche sé
medesimo, mettendosi fuori gioco. L’uomo si erge a dio. Con la differenza
che il Dio della Tradizione è creatore. Il nuovo dio è invece il
distruttore. I suoi “sacerdoti” per decenni imporranno riti minori (il
mito dei campi di concentramento) per far dimenticare quella sua suprema
arroganza, il suo satanismo.
E questo è l’approdo straordinariamente suggestivo di un secolo, che a me
pare molto lungo, molto complesso. Alla guerra segue il periodo di
trentacinque anni, dal 1945 al 1980, durante i quali si cerca di organizzare
l'umanità in forma di polarità.
Vi si rinviene l’eredità del periodo precedente. Se prima avevamo la
Società delle Nazioni -e quindi si acquisiva il termine naturalistico di
"nazione" come
principio fondante dell'umanità- adesso vi saranno le Nazioni Unite. Ancora
una volta l'uomo per "essere", per affermare la propria personalità,
deve stare all'interno del gruppo, le Nazioni Unite, così come
all’interno dei singoli Paesi ci sono gli altri modelli organizzativi
della umanità intesi come struttura coattiva e massificante: i partiti,
soprattutto poi se sono messi insieme in comitati. Un "comitato di
partiti" –pensiamo ai Comitati di Liberazione- garantisce l'ordine più
del singolo partito. Si può
essere in un sindacato, ma non basta. Bisogna stare nelle confederazioni dei
sindacati, e non solo: bisogna stare all'interno delle leghe fra le diverse
confederazioni, e solo a questo punto ci si sente adeguatamente tutelati. E
tutto questo viene spacciato come un mutamento progressistico rispetto
all'epoca precedente, mentre non lo è per nulla. Da questo punto di vista,
l'eredità della "guerra dei trent'anni" e dei totalitarismi di
quel periodo si invera e perpetua nel periodo successivo, nel quale si
ritiene di poter organizzare l'uomo attraverso la "polarità", cioè
attraverso differenziazioni che non sono più etniche, non si fondano più
sull'apprezzamento dei diritti individuali, sibbene sulle grandi ideologie
portanti: da una parte una ideologia in qualche modo a cavallo tra liberismo
e dirigismo, dall'altra una
ideologia convinta di poter continuare a garantire il miglioramento degli uomini attraverso la produzione massificata, i
grandi piani che devono essere adottati per tutti i Paesi cosiddetti
"in via di sviluppo", il cui futuro viene collegato con la
realizzazione di progetti programmati e scanditi nel tempo.
L'organismo che si assume il ruolo e la funzione di regolare il cammino del
mondo, il cammino dell'umanità, è l'Organizzazione delle Nazioni Unite.
Essa si ritiene depositaria di
un concetto di uomo planetario, e quindi si attribuisce la facoltà di
elaborare programmi universali -ad esempio- il famoso "decennio per lo
sviluppo", decidendo che possa esistere un rapporto di identità tra
progresso economico e moralità dell'uomo. Si ritiene che, se si garantisce
all'abitante del Ciad un certo numero in più di calorie e di dollari a
disposizione, gli si garantirà anche una spiritualità diversa. I parametri
soggiacenti a questi grandi piani di sviluppo non tengono minimamente
conto delle tradizioni dei singoli popoli, delle tradizioni delle diverse
aree culturali, e soprattutto non tengono minimamente conto del dato
"religiosità". Si fanno ragionamenti esclusivamente di carattere
socio-economico, identificando quindi l'uomo con il progresso.
Badiamo bene che, da questo punto di vista, gli anni 1945-1980 sono anni di
marxismo inconsapevole e dilagante che impregna di sé sia i sedicenti
partiti cattolici sia anche tanti auto-illusi pseudoliberisti, i quali in
realtà sono dei ferventi marxisti e non lo sanno perché adottano il
principio fondamentale del marxismo: l'uomo fa l'uomo. E' l'uomo che
attraverso la sua azione plasma gli altri uomini. L'uomo non è più qui per
contemplare; è qui per fare, modificare, strutturare. E tutto questo è paleo-marxismo, grezzo ma estremamente
attivo, che è anche il brodo primordiale nel quale confluiscono tutte le
culture degli anni 1945-1980, culture che rinunciano alla propria identità
e assumono quale terreno di confronto, di identificazione e poi, in
definitiva, di azione proprio questa visione, secondo cui -per esempio- le
associazioni possono avere una loro utilità se sono "agenzie
internazionali operative". L’uomo non entra più in una associazione
per veder tutelata la propria identità, per poter dialogare con gli altri,
per poter meditare nella solitudine confortata dalla presenza di altri
eremiti, secondo la tradizione dei monasteri, nei quali il singolo sta nella
comunità senza spartire la propria identità. Un tempo si entrava in un
"club del silenzio", in modo che ciascuno potesse stare zitto a
distanza ravvicinata con gli altri. Era anche questo un modo di coesistenza.
Ora, invece, dopo l'età delle associazioni militanti (il 1915 e il 1945),
abbiamo la stagione delle grandi agenzie che, governative o non governative,
sono tutte afferenti con con la visione del mondo e dell'uomo che abbiamo
prima descritto facendo riferimento all'Organizzazione delle Nazioni Unite.
Quindi, da una parte le ideologie, dall'altra parte la fondazione delle
società sul sapere.
Il sapere è l'arma attraverso la quale l'uomo modifica, ma è un sapere
meramente scientifico, è un sapere quantitativo, un sapere attuativo. E', a
ben vedere, il sapere di cui si armerà la generazione nuova del 1965-68 per
scardinare la precedente. Il grande evento della contestazione degli anni
Sessanta, e soprattutto della fine degli anni '60, è la contrapposizione
dell'orgoglio giovanile del sapere, secondo il quale la generazione
precedente, che detiene il potere, ha un livello inferiore di capacità
organizzativa e attuativa. Quindi divengono legittime la protesta e la
eliminazione della dirigenza. Alle spalle di coloro che si
auto-attribuiscono il diritto a pronunciare sentenze capitali nei confronti
di quanti detengono il potere, e che quindi un po' gambizzano e un po'
uccidono, un po' scatenano insurrezioni o compiono imprese terroristiche a
livello planetario, vi è questo peccato d'orgoglio originale:
l'auto-attribuzione di un grado di cognizione più elevato. Siccome ormai ci
si è abituati all'idea che chi sa di più ha diritto ad avere più potere,
basta autoproclamarsi depositari di un sapere più elevato per avere diritto
all'epurazione del mondo. Ma chi stabilisce quale sia il sapere più
elevato? Semplice: è colui il quale sta dalla parte del calcio del mitra,
cioè colui che usa la forza per dire "questo è il sapere
giusto": non c'è un arbitro superiore, non c'è un tribunale
internazionale che decida chi abbia ragione. Lo slogan di quei tragici anni
era infatti: “mai più senza fucile”.
C'è quindi il “polarismo”, che però entra in crisi con gli anni 80, e
cioè con lo scudo spaziale, o "scudo stellare", deliberato per la
propria difesa dagli Stati Uniti d'America. Da quel momento in poi si marcia
rapidamente verso la molteplicità dei poli. Non c'è più un bipolarismo o
un tri-polarismo. Abbiamo adesso una molteplicità di punti di riferimento.
Si verifica la perdita del centro.
Che cosa significa "perdita del centro"? Significa che le grandi
aree culturali non hanno più un punto di riferimento significativo. E lo
vedremo soprattutto nel mondo europeo, che per anni -o meglio- per secoli
aveva avuto due capitali: Roma e Parigi, le altre essendo grandi caserme
come Berlino o grandi centri d'affari come Londra. Sennonché due grandi
fari civili come Roma e Parigi, dopo gli anni aperti dall’attentato alla
vita del papa, risultano sfocati, incapaci di fare da centro di riferimento.
La stessa Chiesa Cattolica inizierà il suo complesso sforzo di ricerca di
una propria individualità, di una propria identità: la disperata
propensione al dialogo con la Terza Roma, cioè con la Chiesa Ortodossa, e
poi il tentativo, ancora in corso, di ripercorrere i luoghi fisici della
genesi del Cristianesimo: un gesto emblematico, che però si traduce nella
evidenziazione del ruolo settoriale, non universale, della Chiesa di Roma.
Alla fine di questo ventennio di disgregazione e di perdita del centro,
siamo dunque molto lontani da quell'inizio di Novecento nel quale un uomo
come Giacomo Novicow, un russo di Odessa, predicava agli europei la
creazione degli Stati Uniti d'Europa. Li esortava a dar vita ad una
unitarietà culturale capace di far stare insieme, nell'ambito di una stessa
area geopolitica, le diverse coscienze maturate nel corso della storia.
Novicow invitava gli europei ad annunciare il loro sogno, gli Stati
Uniti d'Europa, da Roma, la città la cui storia di venticinque secoli
avrebbe garantito -egli scriveva- l'immediato successo di una proposta di
questo genere. E sottolineava che ove la Corona, Vittorio Emanuele III,
l'Italia, si fossero fatti promotori di questa grande idea, inevitabilmente
anche le Chiese, prima la cattolica e poi le altre, si sarebbero accodate.
Era un principio, codesto, condiviso all'inizio del 900 da tutte le
organizzazioni e associazioni che avevano tutelato le individualità, e che
stavano garantendo, talvolta
nel segreto, il rispetto dei diritti individuali.
La proposta di Novicow andava esattamente nella direzione di saldare gli
individui con una forma di statualità liberata dai requisiti oppressivi che
sono tipici dello Stato. Egli diceva infatti che in una Europa di quel
genere si sarebbe automaticamente affermato il principio dell'autonomia
delle diverse regioni e delle singole provincie, sarebbe emersa la moltitudine dei popoli che contrassegnavano la pluralità
dell'umanità. Realtà, dunque, opposta alla falsa democraticità
dell’Unione europea attuale, che arrogantemente s’impanca a demonizzare
le diversità “interne” proprio mentre importa e impone quelle esotiche.
Quello di Novicow era una concetto che si collegava con la grande
proposta di primo Novecento avanzata dalla Federazione Internazionale degli
Studenti "Corda Fratres".
Questi "cuori fratelli" quale proposta fanno? Quella di garantire
la pluralità delle singole identità nazionali, spogliate dal gravame della
loro naturalità coattiva, per farne soggetto promotore di libertà
all'interno dei confini esistenti. Non si devono modificare i confini:
cercare di attuare livelli più elevati di libertà o di sicurezza spostando
i confini significava scatenare le guerre, gettare inevitabilmente i popoli l'uno contro l'altro: inizio di
quelle che sarebbero state le pulizie etniche. I cordafratrini avevano capito perfettamente, cento anni fa, quale sarebbe stato il
percorso dell'Europa e del mondo se si fosse imboccata la strada della
modifica dei confini.
Andavano benissimo gli imperi pluri-etnici, multi-religiosi, gli imperi
ereditati dalla storia: l'impero russo, l'impero asburgico o
austro-ungherese, l'impero germanico con i suoi polacchi, con
l’Alsazia-Lorena, e così via. Ma tentare di spostare il confine di pochi
chilometri avrebbe comportato eccidi a non finire, del tutto inutili, e
avrebbe dato forza inevitabilmente a quella massificazione che diventerà il
protagonista vero della storia del mondo da quel momento in poi. E non per
caso, all'interno della Federazione Internazionale, accanto alle sezioni
degli studenti degli Stati esistenti, si creano le sezioni degli studenti
delle nazioni senza Stato: i finlandesi, i polacchi, i boemi, gli ebrei -che
avranno una loro sezione sionista-. Per dare la possibilità a tutti di
essere rappresentati, ma senza necessariamente spingerli a essere boemi
contro slovacchi, a essere croati contro sloveni, a essere serbi contro
montenegrini. Non per caso questa federazione pone il problema della identità
degli armeni, della libertà degli armeni. O anche dei curdi, che è un
problema posto all'inizio del Novecento e che trova -in quella visione- una
sua soluzione solo se non ci si prefigge di spostare i confini, perché la
modifica comporta inevitabilmente, per l'appunto, eccidi o spostamenti
coatti, o eliminazione fisica.
Alla fine di questo ultimo ventennio -che stiamo per concludere fra pochi
giorni e che ci affaccia all'ultimo anno del secolo- quale bilancio si può
trarre?
Stiamo scoprendo che, in mancanza di un centro di riferimento, in presenza
di una pluralità di poli attorno ai quali si sta riorganizzando
confusamente il mondo, in una situazione cioè di destrutturazione, vi sono
ancora poteri illusori che aspirano alla coazione dell'uomo alla virtù. Noi
per esempio viviamo in uno degli Stati la cui classe dirigente è tra le più
convinte di avere il diritto di far sì che i cittadini siano virtuosi.
Adesso per esempio si stabilisce che, per essere virtuosi, non si dovrà
andare in automobile qualche domenica. Qualche altra volta si stabilirà che
non si può andare il mercoledì. Bisogna cioè che i cittadini dimostrino
la propria virtù con un comportamento pubblico, senza che ci sia alcuna
motivazione minimamente seria, né economica, né sociale, né di nessun
altro genere.
Sono in corso grandi manovre di appropriazione degli individui da parte del
potere: un potere che peraltro non ha neppure più il controllo della
scienza, un potere che è semplicemente una somma di arbitrii e che
comunque, nel caso specifico di cui parliamo, tra l'altro, non è neppure
depositario di una forza militare degna di questo nome, talché il capo
dell’esecutivo dialoga con un colonnello.
Conclusione. Dopo l'età delle grandi illusioni di primo novecento, dopo la
"guerra dei trent'anni", dopo il periodo del polarismo e in
presenza della mancanza di centro attualmente prevalente, protagonista
incombente della storia non è più l'uomo: è ciò che l'uomo ha creato, è
ciò che l'uomo -purtroppo- ha prodotto nella sua fase ipermarxista, durata,
a ben vedere, la più parte dell'intero secolo. Vero protagonista è la
bomba atomica, è la possibilità della distruzione totale dell'uomo e
dell'umanità per iniziativa di qualche folle. Ormai le classi dirigenti che
nel mondo ne hanno il dominio, la disponibilità, sono numerosissime. Il suo impiego bellico può avvenire anche per un
banale incidente, capace di scatenare una serie di meccanismi
incontrollabili da parte dei potenti.
Ecco che allora si pone un problema di riorganizzazione del sapere, di
riorganizzazione delle identità nazionali, di riorganizzazione dei poteri.
Ed è probabilmente in quest'ambito che il ruolo delle associazioni da
sempre preoccupate dei destini dell'uomo e della sorte dell'umanità tornano
ad avere un ruolo di primissimo piano, ed è per questo motivo ancora che
ritengo valga la pena di trovarsi insieme a riflettere sul rischio di
scomparsa dell'umanità e sull’impossibilità, da parte dei singoli, di
avere una qualsiasi tutela del proprio futuro.
Rispetto al passato –e in ispecie all’Ottocento- il secolo venturo ha
comunque un’illusione in meno. E’ crollata l’illusione di far
coincidere scienza e potere politico, sapere e diritti. Le masse hanno
diritto a essere come le vogliono quanti rimangono depositari della scienza,
e debbono rimanere precluse dall’accesso alle soglie del sapere, giacché
quest’ultimo ha rivelato nei fatti la sua pericolosità. Lo stesso vale
per quella forma di sapere concentrato che è il danaro. Perciò se è
normale che ciascuno ne abbia una certa quantità, solo un’élite
circoscritta e rigorosamente selezionata dovrà poterne regolare
l’altrimenti esplosiva e incontrollabile circolazione. Quanto meno ci si
è liberati dal mito della “democrazia”: una fiaba ottocentesca, oggi
improponibile e persino “immorale”.
Il rischio della deflagrazione è, a conclusione, incombente. Esso è
tanto più imminente, anzi probabile, quanto più si accentua la
consapevolezza della mancanza del centro, quanto più si radichi la
percezione della “dissoluzione”. La tentazione di accelerare l’avvento
del Bene con il temporaneo trionfo del Male guadagna terreno. Perciò
consideriamo grave errore culturale, un vero e proprio attentato allo
spirito critico, identificare il male con un unico (e per quanto grave)
episodio del nostro lunghissimo secolo di orrori. Si rischia di ritenere che
il peggio sia passato, mentre il pessimo è tuttora incombente: quel peccato
supremo d’orgoglio che per due volte ha acceso il suo lampo su due città
del Giappone, che si è già rivelato in tutta la sua nefasta grandezza e
nondimeno è poi stato moltiplicato e stivato a preparazione dell'ultima
"danza macabra” dell’umanità.
P.S. Sia consentita un’osservazione aggiuntiva, maturata nell’intervallo
tra l’esposizione e la pubblicazione di questi appunti per la riflessione,
raccolti nella forma in cui vennero enunciati. A conferma della pressoché
totale mancanza di centro della cultura oggi prevalente, sta il modo nel
quale venne proposta e consumata la celebrazione della (peraltro errata)
fine del secondo Millennio e l’inizio del Terzo: quasi inesistente ogni
riferimento cristologico, alla Rivelazione, al Verbo; a conferma, appunto,
del marxismo dominante. L’uomo continua a fare l’uomo. O, quanto meno,
un po’ di fuochi artificiali e di chiasso. Così accecato e assordato si
dispensa dall’interrogarsi sulla propria identità. Dunque, non Dio ma
l’uomo è morto.
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