Bibliografia
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V. Perone, I profeti dellIlluminismo. Laterza, Bari 1990.
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La gioventù
Lilluminista Antonio Genovesi descrive Raimondo di Sangro, settimo principe
di Sansevero, come un «Signore di corta statura, di gran capo, di bello e gioviale
aspetto, filosofo di spirito, molto dedito nelle meccaniche, di amabilissimo e dolcissimo
costume, studioso e ritirato, amante la conversazione di uomini di lettere».
Raimondo nasce il 30 gennaio 1710 a Torremaggiore, in provincia di Foggia, da Antonio di
Sangro e da Cecilia Gaetani dAragona, famiglie di antichissimo lignaggio. Sia i
Sansevero che i Gaetani vantavano ascendenze al medio evo, uneredità che li poneva
in una posizione di autonomia rispetto alle varie dominazioni succedutesi a Napoli. La
personalità di Raimondo fu influenzata dalle vicende dei genitori. La madre Carlotta era
morta quando il Principe aveva un anno; era figlia di Aurora Sanseverino e Nicola Gaetani,
intellettuali, mecenati di filosofi e di artisti come Vico e Solimena, fautori dello
sviluppo di un pensiero rinnovatore che i primi del 1700 poteva apparire rivoluzionario.
Il ramo paterno, di tradizione militare, annoverava numerosi condottieri al servizio
dellesercito spagnolo lungo tutto larco del vicereame. Ma è soprattutto nel
periodo asburgico (1705-1734), dopo la morte di Carlo II di Spagna, che la famiglia di
Sangro divenne particolarmente potente. Il nonno, Paolo di Sangro, si era guadagnato il
titolo di Grande di Spagna, di prima categoria, per sé e per i suoi discendenti maschi,
oltre a tutti gli incarichi ufficiali presso la corte.
La figura del nonno paterno ha un ruolo fondamentale nella formazione di Raimondo, poiché
è alle sue cure, cui era stato affidato da piccolissimo, che si deve lo sviluppo
intellettuale del Principe e il suo amore per la ricerca. Raimondo era stato mandato a
Roma a studiare presso i Gesuiti dove era entrato in contatto con una cultura orientata
sia in senso umanistico che scientifico. Per entrambe le branche del sapere Raimondo aveva
manifestato interesse ed inclinazione.
Le meraviglie
Nel 1729 si manifestò la vivacità dello spirito di Raimondo: presso il Collegio
dei gesuiti si voleva organizzare un festeggiamento per la nascita della figlia di Carlo
VI dAustria, Principessa Maria Amalia. Il cortile del Seminario avrebbe ospitato le
rappresentazioni in programma. Occorreva un palco mobile adatto per il teatro ma
smontabile per far posto alle giostre. Gli ingegneri avevano proposto soluzioni piuttosto
complesse che prevedevano lintervento di numerosi uomini di fatica.
Il diciottenne Sansevero presentò un progetto che si rivelò il più funzionale di tutti:
«con argani, ruote e corde, tutto nascosto alla vista degli spettatori, senza neppure
apparirvi uomo che le tirasse, si vide subitamente ritirare il gran palco; quando
dovettesi dar luogo per la Cavalleria, e quindi, sollevandosi nel mezzo, e restringendosi
luna metà e laltra nel terreno, pendenti a forma di libro, rimase in pochi
istanti tutto ristretto e ridotto nel picciol spazio di tre soli palmi..».
Lepisodio è testimonianza di due aspetti del suo «personaggio», oltre che
dellingegno del principe. Benché nobile, non disdegnava applicarsi a
unattività per così dire tecnologica, impegnando la sua fertile mente
nellideazione di un apparato da festa. Con unaltra eccezione soltanto, il duca
Ferdinando Sanfelice, fratello del famoso cardinale Antonio e architetto di alcuni dei
palazzi più belli del rococò campano, mai nessun nobile napoletano aveva ritenuto
convenevole dedicarsi ad arti cosiddette «meccaniche».
Raimondo rompe questa barriera di «casta» mettendosi su una strada che lo porterà a
fare i più diversi esperimenti, talvolta anche con ricadute utili al viver quotidiano:
inventare ad esempio una specie di stoffa impermeabile e finanche un modo più semplice
per stagnare le pentole di rame.
La «meraviglia» che quel «portento» aveva destato nei presenti, ci introduce in
quellatmosfera di «magia», ricercata dal principe stesso, che finirà per
accompagnare il suo personaggio, ingigantita e deformata dalla supertizione del popolo:
unaura alimentata da un lato dallorgogliosa certezza della propria
superiorità e dallaltro amplificata dalla mediocrità di interlocutori capaci di
scambiare per portenti le sue conoscenze e le sue realizzazioni nel campo della scienza e
della tecnica.
A quellepoca infatti queste discipline erano coltivate da pochissimi uomini, e
spesso a rischio della propria incolumità personale: non soltanto perché essi
conducevano degli esperimenti potenzialmente pericolosi per la quasi totale assenza di
conoscenze e di metodiche sperimentali, ma soprattutto perché, indagando il mondo della
natura, questi pionieri venivano a trovarsi in conflitto con le «verità assolute» della
Chiesa.
Unulteriore prova del desiderio di «meravigliare» furono le ricerche condotte dal
principe nel campo della pirotecnica, mettendo a punto metodi e formulazioni fino ad
ottenere i più vividi e brillanti colori che mai si erano visti nel reame. Anche in
questa disciplina però Raimondo non si dedicava con lo spirito dello stregone ma con
laccanimento e la logica dello scienziato, annotando i passi e i risultati di volta
in volta raggiunti. Dopo gli studi romani Raimondo riprende a Napoli intorno al 1730 le
sue ricerche e i suoi esperimenti, realizzando una serie dinvenzioni di pratico
utilizzo.
La Cappella San Severo
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dettagli)
Il nome di Raimondo di Sangro è legato ad uno dei monumenti più famosi di Napoli, la
cappella sepolcrale di famiglia per la cui realizzazione occorsero circa trentanni.
Vi presero parte artisti di levatura europea che sotto la guida e lo stimolo del Principe
riuscirono a esprimere il pensiero del committente in maniera unica e sorprendente.
Naturalmente Raimondo fu anche un intelligente ed esigentissimo committente. Prima di
dedicare il suo ingegno e le sue energie alla Cappella, egli sera adoperato fin dal
1735 per il rifacimento di alcune parti del palazzo avito in piazza San Domenico Maggiore,
forse cogliendo loccasione dellarrivo a Napoli della cugina Carlotta Gaetani
dAragona, che egli aveva sposato per procura cinque anni prima.
Un documento dellepoca recita che il 19 febbraio furono pagati «quaranta ducati a
Don Raimondo di Sangro e per esso a Gaetano Spallino capomastro fabbricatore del grezzo di
pozzolana lapillo et acqua comprata per servizio di detto Suo palazzo, e piombo comprato
per coprire lappennato del balcone della camera della Fenice».
La testimonianza è utile non solo per ricostruire la cronologia degli interventi di
restauro sul palazzo Sansevero, ma anche perché ci fa conoscere lesistenza di
unambiente che era utilizzato da Raimondo per i suoi esperimenti di chimica: la
«camera della fenice». Uccello sacro e favoloso degli egiziani, la fenice è un simbolo
alchemico: combinazione ideale di significati per il giovane aristocratico, desideroso di
avvolgere in un alone di mistero la sua attività scientifica. Lo conferma un passaggio
della Breve nota di quel che si vede in casa del Principe di Sansevero, una guida
che si vendeva già nel 1766:
In una stanza dun altro Appartamento, che chiamano della Fenice, il
quale sta tutto in fabbrica, per renderlo meglio diviso e comodo, si veggono due macchine
anatomiche, o, per meglio dire, due scheletri , dun
maschio (a sinistra), e duna femmina,
ne quali si osservano tutte le vene de corpi umani, fatte per iniezione, che,
per essere tutti intieri, e, per diligenza, con cui sono stati lavorati, si possono dire
singolari in Europa. Oltre a tutte le visceri, e le parti interiori del corpo, colla
apertura del cranio, si osservano tutti vasi sanguigni della testa; e
collaprirsi la bocca, si veggono i vasi della lingua. Mirabile poi la delicatezza
colla quale e stato lavorato il corpicciuol dun Feto che morì in un colla
Madre, la quale sta in piedi e si fa girare dogni intorno, per osservarsene tutte le
parti. Le dette due macchine, o scheletri, son opera del Signor Domenico Giuseppe Salerno,
Medico Anatomico Palermitano.
La Massoneria
Il principe aderì alla Massoneria nel 1744 e fino al 1751, anno in cui Benedetto
XIV e Carlo III di Borbone tentarono di porre fine alla attività delle logge napoletane.
Le prime logge napoletane si erano formate dopo lintroduzione dei principi massonici
nel regno, al tempo del vicereame, dalla fine del 600, da parte di elementi del ceto
militare austriaco. Ma la fonte attendibile più datata è un manoscritto conservato
nellarchivio della Società Napoletana di Storia Patria, redatto nella prima metà
del 700 in cui si parla di logge attive a Napoli fra il 1749 e il 51.
In un analogo manoscritto il Principe di Belmonte si riferisce alle logge napoletane: «I
Liberi Muratori sin dal tempo di Carlo III si erano introdotti a Napoli, ma vi si
mantenevano in maniera nascosta, e ristretti fra solo forestieri, che sotto un altro
pretesto si radunavano. Da principio vi furono ammessi un piemontese, di mestiere
acquavitaro, ed un francese, mercante di drappi. Costoro, conosciuti a fondo i principi
della società, pensarono di erigere una loggia separata. Infatti lanno 1745
eseguirono un tale immaginato disegno».
Il Principe di Belmonte era una figura di primo piano della massoneria siciliana alla fine
del Settecento e numerosi suoi documenti sono conservati nella Biblioteca di Palermo. La
matrice massonica militare era stata introdotta nel regno da Felice Gassola, massone
piacentino affiliato ad una loggia in Inghilterra e giunto nella capitale del regno con
lesercito di Carlo di Borbone. Questi entrò presto in contatto con il Principe di
Sangro; si trovano tracce di questo rapporto nelle pagine scritte da Pietro Napoli
Signorelli, allievo di G. B. Vico, che ha lasciato opere ricchissime di notizie sulla
cultura napoletana dellepoca.
Egli ricorda: «....una carta per cartocci dartiglieria che si converte subito in
carbole senza rimanervi favilla veruna accesa.... era questa invenzione inglese che si
servava a Londra gelosamente. Re Carlo, nel 1745, ne ordinò che se ne facesse copiosa
provvisione per servirsene di campagna. Il Principe Sansevero, ad insinuazione del
piacentino Gazzola, general comandante lartiglieria, vi riflette, stima di essersi
apposto nel trovare la mistura opportuna e dopo giorni uno presenta al Re sei fogli di una
carta da lui fatta che alle pruova riuscirono al meglio della carta inglese».
Nel 1744 Raimondo aveva avuto modo di conoscere il Gazzola durante la campagna contro gli
austriaci che tentavano la riconquista di Napoli. Nella battaglia di Velletri Raimondo
poté dare prova del proprio valore e della fedeltà alla casa di Borbone che regnava su
Napoli dal 1734. Il filone massonico di origine «militare» e quello di origine
«borghese» furono fusi in uno proprio da Raimondo di Sangro, mercé la collaborazione
del Gazzola che, attraverso i suoi contatti inglesi, lo propose e ne ottenne
lelevazione al grado di «Gran Maestro delle Logge Napolitane». Ma un altro
personaggio aveva lavorato per la riunificazione delle logge: Francesco Zelaja, alfiere
militare che aveva capito che per salvare le logge bisognava metterle sotto la protezione
di un personaggio intoccabile come il Principe di Sansevero.
I primi del 1740 verano due anime massoniche nel regno di Napoli: una formata dai
ranghi più elevati della gerarchia militare insieme ai nobili legati alla corte, ed una
seconda che accoglieva gran parte dei commercianti, inglesi e francesi, che commerciavano
con il regno, ed anche ufficiali di basso rango. La maggioranza di coloro che componevano
questa seconda «ala» borghese delle logge partenopee era di religione calvinista, ed era
questa ala che era guidata dallo Zelaja.
A partire dal momento del riconoscimento di Raimondo come Gran Maestro di tutte le logge
napoletane, il nostro Principe si tuffa nella politica del regno, avvicinandosi al Re di
cui gode la stima e collaborando alla ristrutturazione dellesercito, anche
attraverso linvenzione di macchine da guerra, del tutto nuove per lepoca. Tale
attività la mantenne fino al 1751 anno in cui, cedendo alle pressioni vaticane che,
pressanti, preludevano ad uno scontro armato, Carlo III di Borbone dovette con un editto
cancellare le logge napoletane e bandire la massoneria dal regno. Raimondo di Sangro
abiurò.
Tale gesto da alcuni fu interpretato come atto di vigliaccheria, da altri come unico atto
possibile per salvare i fratelli, disciogliendo lordine. Il progetto del di Sangro
era di far risorgere la nobiltà napoletana, spesso accusata di essere dedita solo alla
vita di corte, alla caccia, e di essere legata solo ai propri privilegi feudali.
Riscattarla quindi dal letargo per aprirla ai fermenti innovatori che in Europa si
facevano sentire.
Convinto seguace di Bayle, Shaftesbury, Collins e Toland, da cui aveva mutuato i principi
di tolleranza religiosa e di libertà di pensiero, il Principe non può fare a meno di
coinvolgere nel proprio progetto i magistrati con i quali i nobili rivaleggiavano «negli
affari del Regno» procurando grave disagio alla corona, al regno intero, ed offrendo
allestero motivo di discredito per il Regno di Napoli, terzo regno del mondo
conosciuto. Questo aprirsi di Raimondo alla borghesia, questo considerare «nobili»
coloro i quali mostrano ingegno, virtù, ed onestà, e di certo dovuto
allevolversi del suo pensiero massonico.
In unallocuzione in loggia ad alcuni apprendisti, (1754) Raimondo afferma:
Sono molto lusingato di potervi dare questo titolo, e di poter col tempo rivelarvi
tutte le gloriose prorogative che esso comporta. Accettati, per il vostro medesimo
desiderio e per un suffragio che vi assicurano le vostre qualità personali, nella nostra
rispettabile società, dopo aver sfidato i pregiudizi del secolo, le opinioni del profano,
dopo aver superato con costanza precisa le prove differenti che vi hanno condotto
nellaugusto santuario della massoneria, è infine giusto che vi metta a parte della
luce che avete cercato con tanta cura, e non contento di aver colpito i vostri occhi con
il vivo fulgore dei suoi raggi, che io vi riscaldi il cuore, lo animi, illumini la vostra
anima e il vostro spirito, svelandovi i misteri delle nostre logge, facendovi conoscere il
vero oggetto dei lavori, lo scopo vero della nostra associazione, le regole per la nostra
condotta ed i principi della nostra morale.
Tutto ciò che facciamo è relativo alla virtù, è il suo tempio che noi costruiamo, e i
semplici e grossolani strumenti di cui facciamo uso non sono che i simboli
dellarchitettura spirituale di cui ci occupiamo. Voi vedrete, fratelli, avanzando
nei gradi dellOrdine, cosa che il vostro zelo meriterà senza dubbio, fino a che
punto lallegoria ne sia sottilmente sostenuta: io posso, per adesso, rivelarvi solo
quei segreti ai quali lo stato di apprendista vi permette di essere iniziati: non
traccerò la storia della nostra origine; consultate i libri santi, voi la troverete
allepoca della sublime costruzione che consacrò con la saggezza del più grande dei
re, un magnifico monumento alla gloria e al culto dellEterno. ...
Questa breve spiegazione, fratelli, dissipa il prestigio che vi ha potuto preoccupare
prima di conoscervi... noi non ci lasciamo ingannare né dai nostri principi, né dai
nostri sentimenti: riuniti dallo stesso zelo noi siamo fratelli e ne facciamo gloria...
Opere simili di una stessa provvidenza, siamo tutti uguali, la nascita, i ranghi, la
fortuna non ci fanno uscire da questo giusto livello... Uomini semplici, modesti nei
piaceri, essenziali nelle amicizie, fermi negli impegni, puntuali nei doveri, sinceri
nelle promesse.
Vi sono già presenti quei fermenti che porteranno al 1789, anche se in maniera
elitaria, ma con la consapevolezza che il processo Illuministico avrebbe sconvolto la
società e la politica. La conoscenza del pensiero dellepoca, da parte di Raimondo,
è dimostrata dalla sua biblioteca: 1600 volumi circa con opere autografe di Pierre Bayle,
Denis Diderot, Montesquieu, Voltaire, Condillac, Rousseau, e tanti altri. Innumerevoli le
opere a carattere tecnico-scientifico. Lunico testo di carattere cabalistico era
Il
Conte di Gabalis, scritto dallabate francese Villars de Mountfauçon, che il
Principe aveva nelledizione originale francese del 1742 e in una edizione tradotta
in Italiano da lui stesso e pubblicata nel 1752.
Dopo i fatti del 1751, la repressione, la scomunica ed il tentativo a vuoto
dellInquisizione di tradurlo a Castel SantAngelo, Raimondo si vede costretto a
chiudere la tipografia in cui stampava i manoscritti da lui stesso tradotti, a volte sotto
pseudonimo. Due gesuiti, in particolare, tallonavano da presso il Principe: Innocenzo
Molinari e Francesco Pepe che riferivano ai responsabili superiori dei «servizi»
vaticani circa le opere e le iniziative del Principe. Soprattutto si scagliavano, nei loro
rapporti, contro le opere «pericolosamente scientifiche» che Raimondo stampava e
divulgava: un vero attentato alla dottrina della fede. Terminologia che troviamo ancora in
questi giorni.
Fra le opere editate una in particolare suscitò le ire del papa di turno tanto da
provocare leditto di scomunica e la richiesta destradizione. Si trattava
duna Lettera Apologetica dellEsercitato Accademico della Crusca contenente
la difesa del libro intitolato - Lettere duna peruana - per rispetto alla
supposizione de quipu scritta alla Duchessa di S ***. Lopera, scritta da
Raimondo sotto mentite spoglie, esprimeva simpatie per il deismo inglese, trattava di
cabalismo in maniera scientifica e poneva interrogativi sullorigine e
sullevoluzione delluniverso, arrivando a dubitare delle «verità superiori»
della dottrina cattolica del momento.
Fra laltro egli negava laspetto sovrannaturale del «miracolo» di San
Gennaro, liquefazione del sangue, che invece era da sempre uno degli eventi più attesi
dalla popolazione. Indubbiamente il fenomeno aveva caratteristiche interessanti, ma solo
dal punto di vista scientifico, e Raimondo non si astenne dal sottolinearlo. Il nunzio
apostolico presso il regno, Gualtieri, in una lettera riservata al cardinale Valenti a
Roma, scrive: «mi è stato riferito, con sommo segreto, che il Principe di Sansevero
abbia composto certa materia simile al sangue dellampolla del Santo Gennaro e che,
secondo lintenzione dellaria, comparisce di far li stessi effetti; ciò però
si tiene in gran segreto serbato». Dopo le ipotesi di Gualtieri del 18 Maggio 1751,
cresce intorno al Principe lostilità per le cose incomprensibili da lui realizzate,
che altro non erano che ricerche di spiegazioni razionali e scientifiche a fenomeni
definiti miracoli con superficialità o peggio, mala fede.
Il centro generante le voci ostili, le false accuse e le improbabili informazioni sul
Principe era sempre lo stesso: quel gesuita Francesco Pepe che dal 1742 era riuscito a
diventare il confessore del Re. In tale veste riusciva, goccia a goccia, a instillare nel
Re un sospetto di pericolo per il regno nelle idee di Sansevero. Il fanatismo del Pepe
raggiunse punte incredibili: i suoi fedeli ammalati dovevano curarsi ingoiando immaginette
sacre e bevendo acqua benedetta. E fu sempre Pepe a scrivere e a far pressione su
Benedetto XIV affinché confermasse la condanna sulla massoneria già espressa nel 1738 da
Clemente XII nella bolla In Eminenti.
La goccia che fece traboccare il vaso, nellimmaginario collettivo dei gesuiti
napoletani e i corrispondenti vaticani, furono poche righe di Raimondo nella sua «Lettera
Apologetica...». Con esse il Principe esprimeva il desiderio di «raggiungere i
Beati fra le oneste e ritenute salamandre, abitatrici della regione del fuoco». Fu presto
formulata laccusa di eresia contro di lui e si mossero i primi passi per
lincriminazione formale.
Possiamo comprendere lallegoria contenuta in quelle righe. Nel libro pubblicato
dalla stamperia del Principe, Il Conte di Gabalis; ovvero ragionamenti sulle scienze
segrete tradotti dal francese da una dama italiana, ai quali si e aggiunto infine il
Riccio Rapito, Poema del signor Alessandro Pope. Il pezzo di Pope, anchegli
massone, racconta una storiella circa un ricciolo di capelli rubato da Lord Petre a una
sua innamorata, tale Arabella Fermor; nel brano si fa riferimento ad una cosmogonia
delluniverso fondata sui quattro elementi (terra, acqua, aria e fuoco) e abitato da
gnomi, ondine, ninfe, silfi e salamandre.
Il testo era stato ripreso da un gruppo di massoni inglesi che trovavano interessanti le
interpretazioni che se ne potevano ricavare sotto una luce cabalistica. Il massone Lord
Montague aveva pubblicato ledizione inglese corredando la propria opera con una
serie di rimandi e possibili interpretazioni esoteriche. Quindi Raimondo, accennando alle
salamandre, dichiarava apertamente un suo possibile interesse per una ricerca esoterica
che potesse sconfinare nella cabala e mettere in discussione lordinamento vigente
della dottrina cattolica.
Raimondo si stava riferendo a uno studio che aveva in corso su unanalisi effettuata
da uno scienziato e letterato: Antonio Conti. Questi aveva tentato dinterpretare e
comparare i diversi aspetti delle cosmologie esistenti: egiziana, greca, cristiana. Le
religioni «pagane» avevano sempre preso atto duna realtà fisica
delluniverso conosciuto, tentato studi e misurazioni e solo in seguito si erano
poste il problema se ci potesse essere una interpretazione religiosa di quanto disponibile
sotto i propri occhi. Viceversa la religione cristiana aveva fatto derivare quanto
esisteva di materiale da una legge divina imperscrutabile, dogmatica e non discutibile.
Daltra parte lo stesso Raimondo non poteva rimanere insensibile alla dottrina
Newtoniana che tentava, riuscendovi in gran parte, a dare risposte scientifiche alle
osservazioni sulluniverso. Quando parla quindi di salamandre, ondini, etc., non fa
altro che esprimere un suo dubbio personale circa le cosiddette «verità rivelate», e un
interesse verso quella «filosofia naturale» - poi fisica - che si affacciava sul mondo
grazie a Newton.
Leditoria: I viaggi di Ciro
Una delle ultime opere pubblicate dalla stamperia Sansevero fu una traduzione di
un libro dello scozzese Michel Ramsay, I Viaggi di Ciro,
licenziato nel 1753. Michel Ramsay, nel 1730,
aveva aderito alla Comunione Massonica e il 17 marzo di quellanno era stato
affiliato alla loggia «The Horn», la stessa in cui poi sarebbe entrato
Montesquieu. Ramsay era il rappresentante a Parigi della casa Stuart, deposta dal trono
inglese. Egli riteneva che la massoneria inglese, fortemente simpatizzante per la casa
regnante degli Hannover, dovesse indirizzarsi più verso la componente aristocratica e
culturale, e riteneva che alla guida di essa dovesse porsi Luigi XV, lIlluminato. Il
re di Francia, non risulta se massone o meno, aveva permesso linsediarsi di una
loggia nella corte di Versailles in cui pare fosse affiliato il marchese de Marigny,
fratello della Pompadour.
Il libro di Ramsay fu ritenuto per lungo tempo una pietra miliare della massoneria
universale e la sua traduzione in italiano non poteva certo mancare nella biblioteca di
Raimondo. Egli aveva commissionato la traduzione ad Annibale Antonini, giureconsulto, che
aveva a lungo viaggiato in Olanda, Germania e Scozia, per poi fermarsi in Francia dove, a
Parigi, era entrato in contatto con il gruppo dei filosofi e dei letterati.
Un filo ideologico lega questi massoni attivi in Francia, Scozia e Napoli; ovvero Marigny,
Ramsay e Raimondo. La traduzione di questo libro, illustrato con opere di Nicholas Cochin
(autore del frontespizio della Encyclopédie), rappresenta una riflessione, quasi
un progetto, indicata a Ciro per il suo viaggio alla ricerca della sapienza, della
saggezza; punto di partenza per la formazione dun grande sovrano che volesse
governare con spirito illuminato. Lo stesso Cochin illustra lopera attraverso una
simbologia elaborata con attributi prettamente esoterici, particolarmente graditi al
Principe. La sua illustrazione della Encyclopédie doveva aver particolarmente
colpito Raimondo, perchè si ritrova il motivo della ricerca della verità velata da
svelare in tutta la Cappella Sansevero. Lo stesso Cochin tratteggia lessenza della
cappella:
Sotto un tempio ionico, Santuario della Verità, si vede la Verità avvolta in un velo,
raggiante di luce che allontana e disperde le nuvole. A destra la Ragione e la Filosofia
badano a sollevare e strappare il velo. Ai suoi piedi, la teologia, in ginocchio, riceve
la luce dallalto.
Ce nera abbastanza, per i zelanti gesuiti, da sentire compromessa lintera
impalcatura del cattolicesimo. Costretto quindi al silenzio, Raimondo di Sangro non trovò
altra maniera di dialogare con il mondo intelligente che quello di scrivere il proprio
testamento spirituale nella Cappella, da lasciare a quella parte di mondo che, animata
dalla sete della conoscenza, avrebbe profuso sforzi ed energia per interpretarlo.
E quel silenzio imposto, ancor oggi, stenta a essere rimosso.
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