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2
Babele qui prefigura la “Babilonia devastatrice” del re Nabuccodonosor e
non a caso sorge sulla stessa area che, seppure in origine doveva
costituire un omphalos, luogo privilegiato di comunicazione con le
realtà superiore, sarebbe finito con il diventare il centro — simbolico e
non — delle “forze ostili a Dio” (Manfred Lurker, Dizionario delle
immagini e dei simboli biblici, Mondadori, 1994, p. 25). Nella
tradizione sumera la torre è conosciuta come Etemenenanki (“casa
della fondazione del cielo e della terra”) si elevava al centro della
stessa città di Babel (Babilonia) nel complesso centrale del tempio
chiamato Esagila, cioè “casa che leva il capo in alto”.
L’etimologia del termine — Bab El — significa propriamente “casa
di Dio” (in accadico: Bab—ili, “cancello di Dio”) ed è da mettere
in rapporto ad un altro omphalos, quello descritto nell’episodio di
Giacobbe (Genesi, 28, 10—24). L’interpretazione che vuole far
derivare Babele da —Babal (“luogo della confusione”) è venuta
imponendosi solo in epoca medievale, in ciò fuorviati dalla lettura
dell’ultimo versetto del paragrafo biblico. Va rilevato come il ricordo di
questo evento — che come tutti gli eventi simbolici si offre ad una
pluralità di interpretazioni su piani diversi — si è perpetuato
anche tramite i tarocchi, dove l’arcano XVI non a caso raffigura una
“torre che crolla” e che, in molte versioni del mazzo di carte, viene
giustappunto definito come “La maison de Dieu”.
3 Genesi, 11, 1 e ssg. (il corsivo è nostro)
4
L’episodio della Torre sembra infatti contrastare con un passo precedente
(Genesi, 10, 5 e 20) in cui la “dispersione” delle nazioni,
ciascuna con una propria “parola”, viene ricondotta alla diaspora della
discendenza di Noè ed in particolare a quella di Javan, figlio di Gomer,
figlio di Jafet. A nostro avviso è probabile che la collocazione del
racconto in questione possa essere ulteriormente “retrodatata” ad un
momento di poco anteriore a quello del Diluvio nella misura in cui
l’episodio di Babele narra delle ultime, nefaste gesta dei discendenti dei
Giganti, tra cui viene annoverato Nemrod, della stirpe degli “eroi
decaduti”, una volta cari a Dio e quindi divenuti in seguito “ribelli”. Su
questo complesso ed affascinante tema si veda l’ampia disquisizione di
Bernard Teyssèdre, L’orgoglio di babele e l’usura del Tempo in:
Nascita del Diavolo, ECIG, Genova, 1992, p. 355 e ssg.
5
René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Adelphi,
Milano, 1988.
6
La tradizione islamica specifica che, su richiesta di Jafet, Noè si
sarebbe rivolto a Dio e “Gabriele gli portò, da parte dell’Altissimo, un
nome ineffabile che Noè scolpì su una pietra” (Mirkhond, La
Bibbia vista dall’Islam, Luni, 1996, p. 37).
7
Titus Burckhardt, Fondamenti dell’Arte cristiana in: L’Arte
sacra in Oriente e in Occidente, Rusconi, Milano, 1990, p. 41 e ssg.
8 S. Bernardo, Sermone sulla dedica delle Chiese cit. in Jean
Tourniac, Symbolisme Maçonnique et Tradition Chrétienne , Dervy,
Paris, 1993, p. 171, nota 59.
San Bernardo
tornerà sull’argomento nel De Laude Novae Militiae ad milites Templi
dove sottolineerà come i monaci—guerrieri “abitino veramente il Tempio di
Gerusalemme, e per quanto non sia lo stesso di quello antico e molto
venerato di Salomone — per quanto attiene alla sua costruzione — non è
inferiore al primo in rapporto alla Gloria
e che ne fa
la più regolare delle dimore” (cfr. L’Ordre du Temple: Les textes
fondateurs, G. Trédaniel, Paris, 1991, p. 26 e ssg.), un’espressione
che ricorda la definizione stessa di Loggia come “luogo il più illuminato
e il più regolare”.
9
Nel già ricordato episodio di Giacobbe (Genesi, 28, 10—24) il
fondatore di Israele sottolinea volutamente la scelta del materiale,
quando specifica che: “questa pietra, che io ho eretta come stele,
sarà una casa di Dio”.
10
Non è evidentemente un caso che, nel corso della cattività egizia, il
faraone imponga agli israeliani di fabbricare mattoni (“resero loro
amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla”, cfr.
Esodo,1,14), il che lascia pensare ad un “impiego” anti—tradizionale
delle conoscenze architettoniche, come del resto bene si evidenzia dal
racconto biblico, nel corso del quale i “costruttori” — sotto la guida di
Mosè — finiranno con l’abbandonare l’impresa in ciò segnando la fine del
Faraone e della civiltà tradizionale egiziana.
11
Cfr. Genesi, 49, 24; Deuteronomio XXXII, 4;15; 18; 30;31;
1 Samuele II,2; 2 Samuele, XXII, 2; 3; 32; 47; XXIII, 3;
Salmi (numerazione della Vulgata): 18, 15; 30, 4; 41, 10; 61, 7; 72,
26; 77, 35; 88, 27; 91, 16; 93, 22; 94, 1; 143, 1; Isaia, 26, 4;30,
29; 44, 8;Abacuc, 1,12.
12
Il termine acquisisce anche un chiaro significato “protettivo”, come del
resto è bene espresso dalla preghiera ebraica (la Titbarak tzurenu,
recitata tre volte al dì nel corso della Shema’, la professione di
fede di Israele): “Sia Tu benedetto, o nostra Roccia...Creatore della Santa esistenza ...
Creatore degli spiriti officianti celesti”.
13
Non a caso il Salvatore assegnerà a Simone il nome di Pietro, per meglio
esplicitare che su quella “pietra viva” Egli edificherà la Chiesa futura.
15
Sul concetto tradizionale ed etimologico di “santo” cfr. Mariano Bizzarri,
Il Tempio Romano in: Il Tempio, a cura di M. Bianca, Atanor,
Roma, 1999, p. 91 e ssg.
16
René Guénon, La pietra angolare in: Simboli della Scienza Sacra,
Adelphi, Milano, 1990, p. 238 e ssg.
17
Alcune tribù dello Zambesi credevano che il dio Nyase, asceso al cielo per
mezzo di una tela di ragno, incolleriti per il distacco del “cielo”,
decisero di costruirsi una torre fatta di stuoie impilate per raggiungerlo
e ucciderlo. Le stuoie non resistettero ela Torre, “ovviamente”, crollò. E
così i Wangongomin del Congo, narrano di come i loro predecessori avessero
piantato un palo sopra l’altro per giungere fin sulla Luna. I pali
cedettero causando una generale carneficina.
18
La parola Nimrod deriva dal termine ebraico namar , che al pari
dell’arabo nimr, significa “animale chiazzato”, una caratteristica
comune alla tigre, al leopardo ed al giaguaro, animali tutti gravidi di
numerose implicazioni simboliche che rinviano alla hybris
prometeica e che non sono senza rapporto con la bestia che “di pel
maculato era coverta” cui accenna Dante (Inferno, I, 32).
L’etimologia sembra così rafforzare la definizione di “cacciatore” che è
quella con la quale la Bibbia caratterizza il re babilonese; del resto
questi animali sono “come l’orso della tradizione nordica, un simbolo
dello Kshatryia; e la fondazione di Ninive e dell’impero assiro da
parte di Nimrod sembra in effetti corrispondere a una rivolta degli
Kshatryia contro l’autorità della casta sacerdotale” (R. Guénon,
Simboli etc..., Op. cit., p. 127). Nella tradizione islamica Nimrod,
discendente di prodi guerrieri, dopo aver lungamente e saggiamente
governato, verrà “pervasi dallo spirito di Satana” e si opporrà
direttamente ad Abramo. La leggenda specifica con puntigliosità le misure
(60 x 40 x 60) sulla base delle quali il sovrano cercherà di edificare la
torre che si schianterà al suolo; sarebbe alquanto interessante sviluppare
alcune considerazioni inerenti la simbologia numerica presentata da tale
costruzione in opposizione a quelle che saranno invece le misure
“corrette” (60 x 20 x 30, cfr., 1 Re, 6,2) del futuro Tempio di
Salomone (cfr. Mirkhond, Op. cit., p. 42 e ssg.)
20
I primi catechismi muratori, a cura di W. De Donatis, Bastogi,
Foggia, 2001, p. 66.
21
I primi catechismi muratori, a cura di W. De Donatis, Bastogi,
Foggia, 2001, p. 71 e ssg. Va rilevato che per il Manoscritto Kevan
(Ibidem, p. 62) la “parola” è annoverata tra le Luci maggiori della
Loggia.
22
Secondo altre tradizioni, peraltro recepite nella leggenda del XIII grado
Scozzese (Principe del Real Arco), le due colonne sarebbero state
costruite da Enoc. E’ comunque rilevante come, per entrambi i miti,
sarebbero state proprio le colonne i ricettacoli della scienza sacra e ciò
dovrebbe sollecitare insospettate considerazioni circa il complesso
simbolismo che tali elementi rivestono in Massoneria.
23
Popol Vuh, a cura di T. Tentori, TEA, Milano, 1988, p. 7 e ssg.
Tepeu e Gucumatz sono rispettivamente “la Creatrice e il Creatore” possono
essere messi in relazione a Prakriti e Purusha o, in accordo con
l’insegnamento greco, alla Sostanza (il cosiddetto “lato sostanziale” del
principio) ed all’Essenza (il Principio vivificatore propriamente detto).
Su questo tema si leggerà con profitto e per una più ampia disanima di
René Guénon, L’Uomo e il suo divenire secondo il Vedanta, Adelphi,
Milano, 1992)
24
cit. in: Javier Navarrete, Espacio y Tiempo, SA Ed., Madrid, 1992,
p. 14 e ssg.
26
Râ si serve di tre attributi, personificati in Sia, Hu ed Heka (rispettivamente
la conoscenza, il potere di ordinare e la “magia” verbale), per creare il
mondo. I tre attributi verranno quindi “delegati” a Thot.
27
Ciò che propriamente distingue le “lingue sacre” da quelle “profane”, è il
fatto che le prime, in misura inversa rispetto all’ordine con cui
compaiono nella “storia” — esprimono l’essenza delle cose e i loro
rapporti numerici. Su questo carattere si fonda, in ultima istanza, il
metodo cabalistici e quelli correlati (come la gematria).
28
R. Guénon, Simboli etc..., Op. cit. , p. 54. Va rilevato che anche
secondo la Tradizione Romana, “dare nome” alle cose significa “crearle”.
Tale consapevolezza è stata addirittura recepita dal diritto latino dove
si “usa il vocabolo nomen per riferirsi a “tipo di realtà” o
“ragione” (causa) di quel “tipo di realtà”, richiamandosi così all’antica
identità tra il nomen e la res che esso indica. Nomina
verbaque non posita fortuito, sed quadam vi et ratione factam esse” (Giandomenico
Casalino, Il nome segreto di Roma, Il Basilisco, Genova, 1987, p.
23). Ricordiamo che proprio in forza della specifica giurisprudenza
inerente il “segreto” del nome, Valerio Sorano sarà condannato alla pena
capitale per aver inopportunamente divulgato il “nome segreto” di Roma.
29
Giovanni, Prologo, 1—4.
30
E’ alquanto significativo che, stando al racconto ebraico, l’inimicizia
tra l’Uomo e Satana sembra nascere proprio in relazione alla condivisione
del potere della “parola”. Samaele — l’angelo ribelle — si rifiuta di
adorare l’Uomo che pure, come ammonisce il Signore — “anche se fatto di
polvere,
Adamo
ti supera in sapienza ed intelligenza”. Messi alla prova solo l’uomo
riuscirà infatti ad assegnare un nome agli animali e questo perché “Dio
mise le cognizioni necessarie nel cuore di Adamo ed egli parlò in
tal modo che alla prima parola di ogni domanda additava l’animale con il
nome esatto” (R. Graves e R. Patai, I Miti Ebraici, TEA, Milano,
1990, p. 101). Non è del resto casuale che Satana, una volta sprofondato
negli abissi e qui incatenato, vedrà le sue labbra “sigillate”, a riprova
di come gli venga precluso il potere di profferire parola.
31
Il fatto che il racconto biblico adduca come giustificazione dell’operato
dei costruttori della Torre una esigenza di carattere escatologico
sollecita interessanti considerazioni che non possono tuttavia trovare
posto in quest’ambito. Sembrerebbe quasi che i “costruttori” avessero una
precisa nozione dei rischi cui andavano incontro e che l’intera loro opera
fosse volta a prevenire un “secondo” diluvio.
32
Non a caso, sul grembiule del IV° grado scozzese compare l’effigie di una
chiave “spezzata”.
33
Cogliamo l’occasione per sottolineare come proprio in forza di queste
considerazioni l’imperativo socratico “conosci te stesso”, acquisisce una
valenza iniziatica insospettata dai più
34
Nella più antica tradizione ebraica la pentecoste celebra la fine del
raccolto ed era altresì conosciuta come la festa delle “sette settimane”,
essendo il giorno che “concludeva” il periodo (49 giorni) necessario a
completare le fasi della raccolta.
35
Gershom Scholem,Il Nome di Dio e la teoria cabalistica del linguaggio,
Adelphi, Milano, 1998, p. 37. Lo Scholem cita al riguardo un testo della
tradizione talmudica, il Simmuse Torah (“Applicazioni teurgiche
della Torah”). Peraltro lo stesso testo biblico, nel corso del fin troppo
noto episodio del roveto ardente (Esodo, 3, 13—16) insiste neanche
troppo velatamente sulla rivelazione del Nome (“Io sono colui che è”) e
sugli “attributi” per mezzo dei quali dovrà invece essere conosciuto ed
invocato dal popolo d’Israele (“Il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo,
il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”). Del resto non a tutti è dato
“ascoltare” direttamente la Parola di Dio — a riprova del suo carattere
esoterico — tant’è che il testo biblico così specifica: “Poi il Signore
disse a Mosè: “Scendi, scongiura il popolo di non irrompere verso il
Signore per vedere altrimenti ne cadrà una moltitudine”
...
Allora
gli ebrei
dissero a Mosè: “parla tu a noi e noi ascolteremo, ma non ci parli Dio
altrimenti moriremo” (Esodo, 19,21 e 20, 19). In un testo apocrifo,
L’apocalisse di Baruc, si specifica come Dio abbia rivelato ad
Adamo, Abramo e Mosè (una triade che ricompare nella leggenda massonica
annessa agli Antichi Doveri), “il modello della tenda e di tutti i suoi
vasi” (cfr. Apocalisse siriaca di Baruc in: Apocrifi dell’Antico
Testamento, a cura di P. Sacchi, TEA, Milano, 1991, vol. I, p. 285),
dove la rivelazione ha per evidente oggetto un qualche segreto
“costruttivo” (la “tenda”) e significati che riguardano da vicino il
“mistero” del Graal (“i vasi”).
36
Benno Jacob, Im Namen Gottes. Eine sprachliche und
religionsgeschichtliche Untersuchung zum Alten und Neuen Testament,
Berlin, 1903, p. 64.
37
Gerhard von Rad, Teologia dell’Antico testamento, Paideia, Brescia,
1972, p. 185.
38
G. Scholem, Op. cit., p. 19.
39
L’analisi del linguaggio teologico. Il nome di Dio, a cura di E.
Castelli, in: Archivio di Filosofia, II—III Cedam, Padova, 1969, p.
155 e ssg per quanto attiene alle fonti di tali affermazioni.
40
La Tradizione coranica accredita Salomone di poteri soprannaturali,
trasmessigli da Dio e, cosa rimarchevole, tra questi vi è la capacità di
comprendere la “lingua degli uccelli”: “E Salomone disse: ...
ci è stato insegnato il linguaggio degli uccelli e ci è stata data parte
di ogni cosa” (Corano, XXVII, 16).
41
La conoscenza della “Lingua degli Uccelli” comporta la reintegrazione nel
centro — il “paradiso terrestre” — dello stato umano, dove si stabilisce
la comunicazione effettiva con gli stati superiori (“angelici”), e, di
fatto, la conquista della immortalità iniziatica, tema chiaramente
adombrato nel Flauto Magico di Mozart. Su questo tema si veda: R.
Guénon, La lingua degli Uccelli in: Simboli etc..., Op. cit. ,
p. 57 e ssg.
42
Le relazioni che Salomone contrasse con il dominio della “magia”,
adombrate nel racconto biblico e riprese nei testi apocrifi, sembrano aver
sostenuto un certo ruolo sul processo di degenerazione che caratterizzò
gli ultimi tempi del regno (cfr. Corano, XXXVIII, 35—38). Il Talmud
(cfr. il trattato Gittim, 68a—b) fa riferimento all’uso di “parole
di potere” per mezzo delle quali Salomone costrinse Asmodeo a prestargli
la sua opera e fu solo così che “gli operai di Salomone furono in grado di
spaccare le pietre per la costruzione del Tempio di Gerusalemme senza
avvalersi di strumenti in ferro, il cui utilizzo era proibito” (Ronald H.
Isaacs, Lungo la Scala di Giacobbe, ECIG, Genova, 2000, p. 111).
43
G. Scholem, Op. cit. , p. 22.
45
Salvatore Farina, Il Libro completo dei rituali Massonici, Atanor,
Roma, 1970.
47
Tale considerazione vale beninteso se riferita al sistema scozzese. Le
considerazioni da fare circa il Rito Rettificato sarebbero invero diverse
e complesse e per queste rinviamo al testo di Jean Tourniac Principes
et problémes spirituels du Rite ècossais rectifiè, Dervy, Paris, 1969.
48
A nostro avviso è alquanto probabile che anche la rivelazione fatta a Mosè
sul Sinai sia alla fine risultata “non integrale”: va infatti
sottolineato come il racconto biblico evidenzi come Mosè abbia “rotto” le
tavole della rivelazione e queste non furono tutte sostituite (cfr.
Esodo, 32, 19).
49
Guénon ricorda che tale “caratteristica” fosse in effetti tra quelle
distintive dei “veri Rosa—Croce” (Renè Guénon, Il dono delle lingue
in: Considerazioni sulla via Iniziatica, Milano, Bocca, 1949, p.
310 e ssg).
50
Atti degli Apostoli,
2,1—5.
51
Giovanni, XIV, 23—27 (il corsivo è nostro). Va sottolineato come le
specificazioni evidenziate nel testo racchiudano indicazioni di carattere
squisitamente “operativo”, strettamente inerenti l’utilizzo di un
determinato “Nome” divino al fine di ottenere quella speciale benedizione
che consente di conoscere le “cose nascoste”.
52
Segnaliamo come questo costituisca il fondamento effettivo della “cattolicità”,
cioè letteralmente della “universalità”, del messaggio del Cristo, che
pertanto non viene esclusivamente rivolo al “popolo di Israele”.
53
Nel suo complesso la ritualità e la simbologia del Sacro Arco Reale di
Gerusalemme — il “completamento” del grado di Maestro — è interamente
incentrata sul tema della “Parola” trasmessa a Mosè e ritrovata durante la
ricostruzione del Tempio. Il grado ha ben chiaro come si tratti di una
“conoscenza sacra” rivelata (“ ...
se all’Eterno non fosse piaciuto di iniziarlo
l’uomo
alla luce e alla immortalità rivelandogli il Suo Santo Volere e la Sua
Parola”), capace di dischiudere prospettive di realizzazione insospettate
(“Nel principio era la Parola. Questa è la chiave dell’allegoria”). La
complessità del tema e del grado ci vieta di trattarne nell’ambito così
limitato del presente saggio e si rinvia al testo di Bernard E. Jones,
Il Libro dei liberi muratori del Sacro Arco Reale , Atanor, Roma,
1988.
54
Zorobabele, principe della stirpe di Davide, significa “germoglio di
Babele” e viene correntemente interpretato come “frutto della discendenza
concepita in Babilonia” (qui assimilata a Babele tout court). E’ probabile,
tuttavia che l’esplicito riferimento al luogo dove venne persa per la
prima volta la Parola, sia intenzionalmente rivolto a sottolineare il
ruolo provvidenziale di questo personaggio la cui opera si vuole appunto
“restauratrice” dell’equilibrio compromesso.
55
“Io abiterò in mezzo agli Israeliti; non abbandonerò il mio popolo Israele”
(1 Re,6,13)
56
E’ ancora la Apocalisse siriaca di Baruc (cfr. Op. cit., p.
287), redatta intorno al periodo corrispondente alla caduta del primo
Tempio, che ci informa di come l’Arca e quanto essa conteneva (le Tavole
della Legge e il sacro Vaso) fosse stata “occultata” in attesa della
ricostruzione di Gerusalemme, prossima ormai alla distruzione.
57
Non a caso il rituale del Sacro Arco Reale, ricordando che il “recupero”
concerne propriamente l’insegnamento trasmesso a Mosè, specifica che solo
parte di questo sia stato rinvenuto nel corso degli scavi per
l’edificazione del secondo tempio: “Fummo certi che la nostra scoperta era
una parte del Sacro Volume, da così lungo tempo perduto, promulgato
dal nostro Gran Maestro Mosè ai pienti del Monte Oreb, nel deserto del
Sinai” .
58
Il sapere “segreto” del Cristo è esplicitamente richiamato da numerosi
passi dei Vangeli (Matteo, XIII,10; 34; XIX, 11; Marco, V,
11; 34; Giovanni, XIV, 22), unitamente alla promessa fatta a
Giovanni di preservare la continuità dell’insegnamento iniziatico “fino
alla fine dei tempi” (“Se voglio che egli
Giovanni
rimanga fino a che io non torni, a te, Pietro, che importa?”, cfr.
Giovanni, 21,22). Va altresì ricordato che l’esistenza di una
“scienza segreta” trasmessa dal Cristo ad alcuni apostoli è
continuamente sottolineata da Clemente Alessandrino (cfr. Stromata,
Libri I e V). Resta da determinare in quale misura e per quali percorsi
questa possa essere stata acquisita dalla Massoneria che sembra offrirci
al riguardo testimonianze esclusivamente mitiche e simboliche, che
sarebbe tuttavia sbagliato voler sottovalutare.
59
R. Guénon, Simboli etc..., Op. cit., p. 51 (il corsivo è nostro). Le
ultime relazioni stabili tra l’Occidente ed il Centro erano assicurate
proprio dai Templari, la cui presenza, come ben noto, verrà bruscamente
meno a seguito del complotto ordito da Filippo il Bello nel 1307.
60
Nel XXII° grado del Rito Scozzese i massoni portano sul grembiule
l’emblema di una “tavola rotonda”. Il grado è eminentemente templare dato
che viene incentrato sull’incontro tra Crociati e Drusi, qui considerati
nella loro veste di rappresentanti ufficiali dell’esoterismo islamico, e
fa esplicito riferimento agli indubbi rapporti di mutua collaborazione che,
fino ai primi anni del XIV secolo, furono stabiliti tra rappresentanti
qualificati delle due tradizioni, cristiana (i templari) ed islamica (sufi
e assashin). Su questo tema si veda Ugo Poli, Massoneria
Iniziatica: la via Scozzese, Atanor, Roma, 1988, p. 94 e ssg.
61
Tra i tanti eventi coincidenti con la ricorrenza della Pentecoste merita
di essere segnalato l’arrivo di Galaad (il cavaliere destinato
insieme a Perceval a recuperare il Graal) e l’apparizione
della pietra galleggiante sulle acque su cui è conficcata la spada
di Balin.
62Citato
in J. Navarrete, Op. cit., p. 118.
63
Il Re Amfortas — un tempo legittimo custode del Graal
— è decaduto dai suoi poteri in seguito all’intervento di “un Potere che
proviene dal fiume del Paradiso Terrestre
...
che si rivolta contro colui che non aveva saputo padroneggiare e dirigere”
la conoscenza trasmessagli (cfr. Mario Polia, Il Mistero Imperiale del
Graal, Il Cerchio, Rimini, 1993, p. 69)
64
Questo riassunto schematico dell’epopea è prevalentemente tratto da
Wolfram von Eschembach, Parzifal , TEA, Milano, 1988 (2 voll.). Sui
rapporti tra Graal e Templari si veda: R. Ponsoye, SE , 1989.
65
Sul complesso tema dei rapporti simbolici ed operativi che intercorrono
tra Graal, Parola e Massoneria si veda il nostro precedente
contributo: M. Bizzarri, Mito e Simboli della Cerca del Graal in
Massoneria, Massoneria Oggi, Ottobre—novembre 1996, p. 35 e ssg.
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Il mito della Torre
di Babele
2,
narrato in Genesi subito dopo l’episodio del Diluvio e della
discendenza di Noè, sembra riguardare molto da vicino, e per più di un
motivo, l’esoterismo delle iniziazioni di mestiere, con particolare riguardo
al tema della “parola perduta”. La narrazione biblica, per quanto nota,
merita di essere ricordata ed attentamente studiata, soprattutto in quei
passaggi che ad una prima lettura sembrerebbero superflui e farciti di
specificazioni apparentemente irrilevanti.
“Tutta la terra aveva
una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’Oriente gli
uomini capitarono in una pianura del paese di Sennaar e vi si
stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “venite, facciamoci mattoni e
cuociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da
cemento. Poi dissero. “venite, costruiamoci una città e una torre, la
cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su
tutta la terra”
3.
Il racconto — tra i
più enigmatici dell’Antico Testamento sia per il significato che per la
collocazione cronologica
4
— fa una chiara allusione ad una migrazione verso Occidente — equivalente
sul piano simbolico ad un allontanamento dalla luce (l’Est) della
Tradizione primeva — e alla conseguente sedentarizzazione di un popolo una
volta nomade (“vi si stabilirono”), espressione, sul piano dei cicli, di
quella solidificazione che prefigura l’avvento del “regno della
quantità” e con questo, il termine stesso dell’attuale manvantara
5.
Non a caso il testo sottolinea con evidenza come il popolo in questione —
discendente da Noè per il tramite di Jafet — possedesse una lingua unica e
parole da tutti condivise, forse le stesse che Dio aveva trasmesso al
patriarca dell’Arca, ivi compreso il “nome ineffabile” invocando il quale
Noè avrebbe esercitato il dominio sui quattro elementi
6.
Questo popolo, contravvenendo alla consuetudine, come il testo sembra
suggerire (“Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento”),
impiega mattoni al posto di pietre e bitume in luogo di malta. Come ben noto
il Tempio dei costruttori è — in ogni Tradizione — non solo il riflesso in
terra della divinità, ma, concepito sub specie interioritatis,
riflette la costituzione ternaria stessa dell’iniziato
7
— spirito, anima e corpo — in cui l’edificio sacro vive e si articola.
Scrive al riguardo S. Bernardo:
“Le pietre sono vive
e dotate di intelligenza; esse prendono parte al consiglio divino, e così
conoscono la Trinità Misteriosa, ed ascoltano parole ineffabili ...
Le pietre aderiscono l’un l’altra grazie a un duplice cemento: una
conoscenza integrale e un amore perfetto ...
Se questo tempio è santo è grazie ai vostri
dei costruttori
corpi, i vostri corpi in ragione della vostra anima e la vostra anima grazie
allo Spirito che le abita.”
8
Questa precisazione
ci permette di rilevare come i “materiali” utilizzati per la costruzione
della Torre fossero a rigore il rovescio stesso di quelli che debbono essere
utilizzati per la costruzione di un edificio sacro
9.
Mattoni
10
al posto di pietre — che devono necessariamente essere squadrate,
lavorate, preparate, purificate — e, al posto dell’amore (fraterno) e
della conoscenza integrale (la gnosi), il bitume, ovvero un “prodotto
del sottosuolo” cioè, per trasposizione analogica, ciò che costituisce l’infraumano.
Il preciso e reiterato riferimento alla “pietra” chiama in gioco non solo
l’evidente simbolismo massonico — per il quale le “pietre” sono gli stessi
iniziati che possono innalzare il tempio “squadrando” se stessi — ma altresì
fornisce un’indicazione preziosa sul senso che deve essere dato alla “parola
perduta”. Specialmente nei Salmi, ma un po’ ovunque nell’Antico Testamento
11,
Dio è infatti chiamato con l’appellativo ebraico di Tsur, cioè “la
Roccia”, a sottolineare, tra gli altri significati, quello di “fondamento”
12.
Ed è proprio perché la Torre non viene edificata sulla “roccia” — cosa che
avverrà invece con la Chiesa del Cristo
13
— che finirà con il crollare miseramente al suolo. Per altro verso chi crede
alla “pietra viva” non resterà “pietra morta”, ma sarà utilizzato
“come pietre vive
per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo ...
Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in
essa non resterà confuso ...
ma per gli increduli, la pietra che i costruttori hanno scartato è
divenuta pietra angolare, sasso d’inciampo e pietra di scandalo”
14
Il passo citato —
essenziale in tutti i suoi “dettagli” — apporta ulteriori delucidazioni
nella misura in cui esplicita come “credendo”, cioè utilizzando
correttamente la “pietra viva” non solo si può edificare l’edificio e
renderlo “santo”
15,
cioè “inviolabile”, ma ci si premunisce dal restare “confusi”, cioè per
l’appunto di ricadere nell’errore consumato in occasione della costruzione
della Torre di Babele. In effetti quella stessa pietra su cui ora si è
chiamati a compiere il proprio dovere muratorio — la pietra d’angolo che
significativamente verrà recuperata con l’Arco Reale — è quella che in
origine era stata scartata dai costruttori . Questa specificazione è
della più rilevante importanza in massoneria dato che sembra indicare come i
costruttori che preferiscono i “mattoni”, scartando le “pietre”, non
dispongono — come suggerito da Guénon — delle conoscenze adeguate per
portare a compimento il progetto architettonico:
“la destinazione di
questa pietra può essere compresa solo da un’altra categoria di costruttori,
che a questo stadio non intervengono ancora: sono coloro che sono passati
dalla squadra al compasso”
16
Queste considerazioni
lasciano intendere come gli artefici della Torre non disponessero
effettivamente di tutte le conoscenze necessarie né della dovuta
legittimità, il che getta una luce alquanto sospetta circa le reali
intenzioni del loro operato. Se, infatti, poniamo a mente che negli intenti
dei suoi realizzatori la Torre si proponeva di usurpare più di una
prerogativa divina, prima tra tutte quella di assegnare nomi alle
cose (“facciamoci un nome”) e di raggiungere il Cielo per spodestarne il
legittimo Sovrano, comprenderemo facilmente che si tratta propriamente di
un’impresa titanica, di chiaro significato controiniziatico, non altrimenti
differente da episodi simili narrati da altre Tradizioni
17
che descrivono questo tentativo come un’appropriazione indebita, compiuto da
Kshatryia rivoltati contro l’autorità sacerdotale ed impersonati nel
mito biblico dal re Nimrod
18.
A nostra opinione il mito descrive la deviazione reale di una tradizione
peraltro regolare — dato che il popolo di Babele deteneva legittimamente le
possibilità racchiuse nel possesso del “nome ineffabile” affidato a Noè —
che aveva tuttavia finito con il piegare la propria scienza sacra a fini,
questi sì!, irregolari e “illegittimi”. È proprio per questo che il progetto
ha possibilità di riuscita. Così infatti continua il racconto biblico:
“Il Signore disse:
“Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è
l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non
sarà loro impossibile. Scendiamo dunque, e confondiamo la loro lingua,
perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li
disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città.”
19
La diaspora darà
luogo alle nazioni della terra ed alla frammentazione della conoscenza sacra
dei costruttori che da allora vagano appunto alla ricerca della “parola”
perduta. Al riguardo i più antichi catechismi sono esemplarmente
significativi e mettono direttamente in relazione la Queste con
l’episodio della Torre di Babele. Il Manoscritto Sloane (1700) ci
propone il seguente dialogo:
“ D
Dove fu data dapprima la parola? R
nella Torre di Babilonia”
20
Ancora più esplicito
è il Manoscritto Dumfries No. 4 (1710), che così si esprime:
“I figli
di Noè
sapevano che Dio si sarebbe vendicato col mondo a causa dei suoi peccati con
il fuoco e con l’acqua; tuttavia essi erano così solleciti del beneficio
della posterità da preferire la scienza
inerente le sette arti liberali
alle loro stesse vite, per cui incisero tale scienza su colonne di
pietra affinché si potessero ritrovare dopo il diluvio ...
poi dopo il diluvio, il gran cacciatore figlio di Cus e Cus, era figlio di
Cam secondo figlio di Noè cacciatore, fu poi chiamato il padre della
saggezza per le sopraddette colonne che egli trovò dopo il diluvio con le
scienze scrittevi sopra e le insegno nella costruzione della Torre di
Babilonia, dove fu chiamato Nimrod che significa “possente dinanzi al
Signore” ... Nimrod professò la muratoria ...
I massoni dovrebbero amarsi l’un l’altro
..
per timore che Dio dovesse renderli muti come già in passato quando confuse
le loro lingue a causa della loro presunzione; questa fu la prima volta in
cui i muratori non ebbero cura della loro arte”
21.
Questo passaggio è
della più grande importanza, non solo perché mette in relazione la perdita
della “parola” con l’episodio di Babele, ma altresì perché esplicitamente
riconosce in Nimrod — espressione ad un tempo dei guerrieri (“gran
cacciatore”) e dei costruttori (“professava la muratoria”) — incarnazione
delle due vie rajasiche (la via del guerriero e quella di mestiere) che si
fonderanno nella Massoneria — il depositario della scienza antediluviana
preservata dalla catastrofe da Noè e dai suoi figli
22.
La “ricerca della
parola”, il “segreto dei costruttori”, costituirà da allora il tema
dominante del pellegrinaggio massonico che, non potendo offrire di meglio ai
suoi affiliati, si “contenterà” di suggerire loro “misteri sostitutivi”,
come esplicitamente confessa il rituale Emulation del terzo grado:
“M.V. Fr. II° Sorv.,
da dove venite?
II° Sorv. : da
Occidente, dove siamo stati in cerca dei misteri genuini di un
Maestro Muratore.
M.V. : Fr. I° Sorv.,
li avete trovati?
I° Sorv.: no, M.V.,
ma portiamo con noi alcuni misteri sostitutivi che siamo ansiosi di
comunicare per la vostra approvazione”
La parola “perduta” è
veramente smarrita una volta per tutte o — seppure gelosamente serbata — è
ancora in possesso di qualcuno? E quale ordine di segreto — per quanto possa
essere incomunicabile, inesprimibile, ineffabile — riguarda concretamente?
Il potere della parola
Si racconta come il
cardinale Polignac, personaggio di un’opera di Diderot, osservando in gabbia
un orango del re, abbia esclamato: “Parla e ti battezzo!”, evidenziando così
come la mancanza della parola fosse l’unica cosa che sembrava differenziarlo
dagli uomini. Beninteso l’orango non parlò e... rimase dunque in gabbia.
L’aneddoto rimarca — qualora ce ne fosse bisogno — come la parola,
prima ancora che espressione di una possibilità pertinente l’ambito
neurofisiologico, sia coestensiva ad una funzione di carattere spirituale, e
permetta all’uomo — figura centrale della creazione nel grado di esistenza
che gli è proprio — l’accesso a realtà superiori. Nei tempi che le
tradizioni descrivono come “età dell’oro” la parola doveva essere anche
qualcosa di più: linguaggio essenziale — capace cioè di giungere alla
“essenza” delle cose — portatore di vita, quindi creatore in una dimensione
atemporale in cui tutto, ivi compreso il tempo, veniva iniziato.
Tempi dove tutto, cosmo e creature, partecipava al respiro degli dei. Quella
parola era parola di verità per eccellenza, stante la perfetta
corrispondenza tra la volontà intelligente che manifestava e il suo
plasmarsi formale nella realtà indifferenziata della substantia
primigenia — corrispondente alla Prakriti indù — senza che il
processo subisse deviazioni o fosse oggetto di equivoci ed incomprensioni.
La nozione di parola fecondante, di verbo portatore di germe della creazione
che si colloca al suo inizio come prima manifestazione divina, prima di
qualunque forma, si ritrova nelle concezioni cosmogoniche della maggior
parte dei popoli. Nel libro sacro dei Quiché, la narrazione comincia
proprio con il sottolineare il ruolo costruttivo del linguaggio:
“V’erano solo
immobilità e silenzio nell’oscurità ...
Poi venne la Parola. Tepeu e Gucumatz s’incontrarono nella
notte e parlarono insieme ...
si trovarono d’accordo, unirono le loro parole e i loro pensieri ...
Allora essi decisero della creazione.”
23
Non altrimenti è
detto in un antico testo di Teologia Menfita (2400 a.C.):
“Ma ecco che il cuore
e la lingua hanno potere sulle altre membra, per il fatto che l’uno sta nel
corpo e l’altra nella bocca di tutti gli dei ...
l’uno concepisce, l’altra decreta ciò che si vuole ...
così si crea ogni lavoro e ogni arte”.
24
Ancor più chiaramente
può leggersi in un papiro del III° secolo a.C., dove il maestro delle cose
create, Khepri — la cui etimologia significa propriamente “colui che forma
se stesso” — esclama:
“Tutte le cose
vennero create dopo la mia formazione. Numerose sono le forme che provengono
dalla mia bocca”
25
Un ruolo eminente
nella mitologia che riconduce la genesi al potere creatore della parola è
sostenuto dal dio Thot, l’Ermete greco che riguarda molto da vicino la
Tradizione massonica. Thot, primo aiutante di Râ
26,
ne rappresenta la saggezza, in quanto si identifica con il cuore stesso del
Dio, e la capacità di ordinare l’universo, dato che egli è “la lingua stessa
di Râ
“.
Nell’ambito del
linguaggio —lingua sacra per eccellenza
27— cui fa riferimento il mito esiste una assoluta identità tra il nome e la
cosa nominata, perché il nome è l’essenza stessa di ciò che nomina. In
quest’ambito nessuna parola è banale o tantomeno convenzionale, definita
cioè in relazione ad usi e consuetudini puramente umane. Questa
caratteristica giustifica l’esistenza di una “lingua sacra” e di una scienza
delle lettere, intesa come sapienza metafisica (se riferita all’ambito
spirituale), come potenza cosmogonica (quando rapportata al mondo della
manifestazione), e, se riferita al dominio puramente umano, come
“conoscenza delle virtù
cioè dei poteri
dei nomi e dei numeri, in quanto esprimono la natura di ogni essere,
conoscenza che permette, a titolo di applicazione, di esercitare per mezzo
di essi, e per effetto di tale corrispondenza, un’azione di ordine “magico”
sugli esseri stessi e sugli avvenimenti che li concernono”
28.
Un uso improprio di tale gnosi non è sicuramente stato estraneo alla rovina
di Babele e rende ragione a sufficienza dell’importanza accordata al “verbo”
in tutte le comunità iniziatiche, come ben sa ogni Libero Muratore, uso a
veder aperto in Loggia il Volume della Legge Sacra, aperto sul Prologo di S.
Giovanni:
“In principio era il
Verbo,
e il verbo era presso
Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio
presso Dio:
tutto è stato fatto
per mezzo di lui,
e senza di lui nulla
è stato fatto di tutto ciò che esiste”
29
La divinità possedeva
in esclusiva il potere di nominare ed in virtù di questo veniva dato
significato alle cose e un destino alle creature. Una facoltà che, come
narrano le leggende ebraiche, venne condivisa con Adamo cui fu consentito di
“dare” un nome ad animali e piante
30,
un potere che i costruttori di Babele sembrano invece volersi arrogare in
modo irregolare quando, per evitare di doversi disperdere
31,
pretendono “farsi un nome” da soli.
Dopo la caduta della
Torre di Babele l’uomo perde la conoscenza del linguaggio essenziale che
torna ad essere, per così dire, monopolio esclusivo della divinità. Non per
questo l’Universo perde di significato, ma è l’uomo a perderne la chiave
32,
pur serbandone vivo il ricordo, quel ricordo che alimenta incessantemente la
Queste dell’iniziato. La distanza che separa i popoli della diaspora
da Babele è incommensurabile: l’uomo, perduta la lingua originaria, perde
con questa la sua identità una volta direttamente espressa e
significata dal proprio nome
33,
la cui risonanza si poneva in correlazione armonica con l’intero creato
individuando, per ciascuna persona, l’esatta collocazione e destino. Dovrà
ora agire per conseguire quella conoscenza e così acquisire l’identità che
la perdita del nome originale gli tolse. Occorre “farsi” un nome e come dice
Thiebaut:
“ripetendo un nome ...
la ragione e il significato dell’uomo non sono più immediati. L’identità di
chi porta quel nome non appare già insita nel racconto del suo nome, ma solo
nell’esercizio della propria identità attraverso gli atti della vita. ...
dobbiamo ...
dimostrare con le nostre azioni, come Don Chisciotte, che siamo chi diciamo
di essere”
Il
segreto dei costruttori
È possibile che la
“parola” persa a Babilonia riguardasse da vicino quella che era propriamente
la “conoscenza sacra” dei costruttori. A seguito della “confusione” la Torre
non verrà infatti completata e finirà con il crollare. Tuttavia la parola
verrà ridata e — del tutto verosimilmente — ripersa due volte. In entrambe
l’occasione è quella della Pentecoste. La termine con cui si definisce il
“cinquantesimo giorno”
34
della fuoriuscita degli ebrei dalla terra d’Egitto ed in origine coincide
con la promulgazione della Legge trasmessa da Dio sul monte Sinai. Insieme
alla legge — alla Torah — “Mosè riceve anche le segrete combinazioni
di lettere — i Nomi — che nel loro insieme costituiscono un altro aspetto,
assolutamente esoterico di essa”
35.
Da quel momento, l’invocazione rituale e segreta del Nome, una volta
all’anno, compiuta dal Gran Sacerdote nell’intimità del sancta sanctorum,
finirà con il costituire il perno attorno a cui ruota l’attività cultuale
dell’intera comunità. E questo a dispetto degli sforzi messi in essere per
evitare che “qualcuno” potesse avere “l’impressione che la parola avesse un
potere intrinseco, che la formula prescritta possedesse effetti magici di
per se stessa”
36.
È alquanto rilevante sottolineare come
“tutto un complesso
apparato cultuale, un sistema di riti e di prescrizioni circondava quel Nome
per tutelarne la conoscenza e soprattutto per circoscriverne l’uso
consentito ad Israele. L’aver ricevuto in consegna una realtà così sacra
poneva Israele di fronte ad un compito immane, che consisteva non ultimo,
nel respingere le tentazioni connesse alla sua presenza”
37
È in questo senso che
deve essere intesa la “santificazione del Nome”, l’operazione per il tramite
della quale il “Nome” veniva per l’appunto reso inviolabile. Questa
insistenza lascia pensare, come suggerito autorevolmente da più parti, che
“in Israele qualcuno abbia conosciuto la tentazione di abusarne per pratiche
magiche oscure e addirittura pericolose per la comunità”
38.
A nostro avviso lo stesso mito di Hiram — ucciso proprio per non aver voluto
rivelare la “parola” a quei compagni traditori che prefigurano l’apostasia
della controiniziazione — può essere letto alla luce di queste
considerazioni, ponendo mente al fatto che il “Tetragramma e tutte le sue
perifrasi erano posti nell’Arca dell’Alleanza”
39
e questa, a sua volta, era ospitata all’interno del Tempio di Salomone
40,
nel “cuore” dell’edificio costruito dal “capostipite” della moderna
massoneria. Non è peraltro impossibile che — in questo periodo — la
tentazione di usare il “nome” in modo “improprio” sia stata tanto forte da
indurre in tentazione proprio alcuni membri della comunità dei costruttori
mentre, per altro verso, lo stesso Salomone — che aveva avuto il beneficio
di apprendere “la lingua degli uccelli”
41
— sembra aver fatto ricorso al potere della “parola” per portare a termine
l’ambizioso programma architettonico che si era prefisso
42.
Fatto è che, da questo momento, stante le fonti bibliche
“ ...
il Nome, con il quale Dio nomina se stesso e può essere invocato, si sottrae
alla sfera acustica e diviene impronunciabile. In un primo tempo è ancora
permesso pronunciarlo in alcune circostanze rare e particolari, come
all’interno del Tempio ...
ma in seguito, soprattutto dopo la distruzione del Tempio, esso diviene
assolutamente impronunciabile
..
esso può essere richiamato, ma non più profferito”
43
tanto che la frase
conclusiva della preghiera ebraica quotidiana fa esplicito riferimento alla
promessa messianica per cui arriverà un giorno in cui “Dio sarà uno e unico
sarà il Suo Nome”
44.
Del pari, in forza del parallelismo cronologico che intercorre tra la
vicenda di Hiram e il destino del Tempio di Salomone, con la scomparsa del
Maestro costruttore, finisce con l’essere smarrita anche la scienza sacra.
Giustappunto il rituale del IV° grado scozzese ricorda che i massoni entrano
ora:
“ ...
in un tempio che fu radioso: i cattivi lo hanno gettato nelle tenebre e nel
lutto ...
la parola di vita è perduta”
45
Sul tema della
ricerca della “parola” insisterà la leggenda dei gradi scozzesi XIII° e
XIV°, ma è solo con il XVIII° — Principe RosaXCroce
— che la “parola” verrà ritrovata, ancorché il rituale si premuri di
specificare che si tratta in realtà soltanto di un “mistero sostituito”.
“ I Cavalieri
d’Oriente e d’Occidente, erranti nei boschi e per le montagne, fin
dall’epoca della distruzione del Tempio, sofferenti per la Parola
perduta
— non hanno mai dismesso la loro cerca e fintantoché la Parola non
sarà stata ritrovata, saremo costretti a vagare tra le tenebre ed il lutto”
46
È significativo che
il più “cristiano” dei gradi di perfezionamento
47
sancisce il ritrovamento — seppure parziale
48
— dei segreti persi con la morte di Hiram, proprio in concomitanza con la
celebrazione della passione di Cristo e della sua resurrezione, attribuendo
ai RosaXCroce
quel privilegio — il “dono delle lingue” — che fu condiviso dai discepoli di
Gesù
49.
Sul piano della tradizione religiosa è in effetti in corrispondenza della
festività della Pentecoste che lo Spirito Santo discenderà sul capo degli
Apostoli per infondere loro — di nuovo — il “dono delle lingue”, rivelando
ciò che “era nascosto”.
“Mentre il giorno di
Pentecoste stava per finire, si trovarono tutti
gli apostoli
insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso un rombo, come di
vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano.
Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono
su ciascuno di loro, ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e
cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro potere di
esprimersi”
50
L’avvenimento era
stato, del resto, fin troppo chiaramente anticipato dal passo in cui la
rivelazione di una “scienza sacra” veniva messa esplicitamente in relazione
con la Parola:
“Se uno mi ama,
ascolterà la mia Parola ...
la Parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre mio ...
Ma il Paracleto, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio
nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà ciò che vi ho detto”
51
La discesa dello
Spirito comporta la restituzione dell’unità originaria
52
e chiude, in qualche modo, la frattura di quell’alleanza che per ben tre
volte (con Noè, con Mosè ed infine con Gesù) il Dio degli ebrei ha rinnovato
con il suo popolo, mettendo quest’ultimo di nuovo in condizione di
partecipare dell’essenza di tutte le cose. È invero singolare che, sulla
base della leggenda che fa da sfondo al rituale del Sacro Arco Reale
53
— peraltro incorporato dal Rito Scozzese nell’ambito del XIII° grado (Cavaliere
del Real Arco) — la Parola venga invece ad essere ritrovata nel corso
della ricostruzione del Tempio, dopo la cattività di Babilonia, da parte di
Zorobabele
54.
In questo caso la Parola — esplicitamente identificata al “Nome” nascosto di
Dio — viene sì recuperata, ma resta “indicibile”, e cioè impronunciabile, in
accordo con quanto ci narra la storia exoterica d’Israele che, dopo la
distruzione del Tempio di Salomone, attesta come non solo non si sappia più
come pronunciare il nome “ineffabile”, ma altresì il fatto che l’Arca che lo
conteneva — la Shekinah — e che testimoniava la presenza immanente
di Dio presso il suo popolo
55,
sia ormai stata occultata
56.
È quindi possibile che l’episodio inerente la ricostituzione del secondo
tempio faccia riferimento ad un recupero parziale
57
di quella conoscenza che nella sua integralità verrà riacquistata solo con
la venuta del Cristo, la “pietra d’angolo”. È rilevante come entrambi i
gradi massonici sopra ricordati insistano su quello ruolo “provvidenziale”
del Cristo e, implicitamente, sulla importanza della “scienza segreta”
58
trasmessa dal suo insegnamento: la figura di Gesù, infatti, sia come “pietra
angolare”, sia come “univa vera Pietra Filosofale”, assume un ruolo centrale
quale filo rosso conduttore del mito soggiacente tanto all’Arco Reale,
quanto al XVIII° grado.
La conoscenza sacra
finirà tuttavia con l’essere di nuovo smarrita — come del resto già lascia
presagire la leggenda del XVIII° grado — e la Queste dovrà riprendere.
I motivi di questo ultimo occultamento sono probabilmente in relazione con
crisi dell’Ordine Templare e non sono forse estranei alla stessa partenza
dei RosaXCroce
dall’Europa. Esiste infatti una relazione di reciproca interdipendenza tra
la conoscenza della “lingua sacra” — nell’ambito della quale si colloca
l’uso stesso della “Parola” — e il collegamento effettivo con un centro
iniziatico.
“La Parola è perduta
— scrive Guénon — o piuttosto nascosta agli uomini dell’età oscura,
allo stesso modo che il centro Supremo è divenuto invisibile ed
inaccessibile ad essi”
59
Elementi a sostegno
di quest’ipotesi provengono dal ciclo di racconti arturiani, dove la
Pentecoste svolge un ruolo affatto secondario, dato che in occasione di tale
ricorrenza si determinano avvenimenti della più rilevante importanza.
Nel corso di una
festa della Pentecoste, Artù, al cospetto dei principi bretoni ed inglesi,
dimostra di essere il re prescelto traendo dalla pietra la spada
Excalibur. Quindi, a partire dalla costituzione della Tavola Rotonda —
la stessa a cui viene ammesso il Cavaliere dell’Ascia Reale nel Rito
Scozzese
60
— la riunione annuale dei cavalieri verrà celebrata sempre in coincidenza
con la Pentecoste, a cui finiranno con l’essere correlate le avventure
“iniziatiche” che costituiscono l’oggetto dei resoconti dei membri
dell’ambito consesso
61.
Lo stesso Graal comparirà — per l’ultima volta — dinanzi agli
attoniti cavalieri durante la celebrazione pentecostale e viene descritto da
Thomas Malory con termini che non si discostano da quelli rievocati nel
libro dell’Esodo:
“... udirono il fruscio e il fragore del tuono, e poi un raggio di sole, sette
volte più luminoso del giorno ...
e furono tutti illuminati dalla grazia dello Spirito Santo”
62
per essere infine
abbagliati dalla presenza del Sacro Calice, vero e proprio ricettacolo della
Parola, Verbo divino. Sappiamo poi di come, a causa del coup douleureux,
il Re Amfortas
63
sia stato privato della salute e il suo Regno della prosperità: la terra di
Artù è diventata una gasteland e la Tavola Rotonda, a causa delle
manchevolezze del Sovrano, sia ormai privata della “visione beatifica”. Il
Graal sarà alla fine recuperato da un “figlio della vedova” —Perceval— che si guarderà tuttavia bene dal riconsegnarlo a Re Artù e
lo trasporterà invece in Oriente, così come in Oriente finiranno con il
trasferirsi i Rosa Croce
64.
È proprio nel corso del Medioevo che la “Parola perduta” finirà con
l’identificarsi con il Graal stesso, soprattutto nell’ambito
dell’esoterismo massonico
65.
L’Occidente sarà così privato della “Parola di Dio”. La divinità custodirà
il silenzio, lasciando l’uomo nuovamente nella condizione di orfano della
Parola. La Terra resterà desolata, in balia degli effetti del Colpo
Doloroso, mentre gli uomini cercano affannosamente il “ponte” che li
traghetti oltre gli abissi dell’incomprensione e dell’impotenza, quella
frattura che separa il linguaggio dal suo referente essenziale. Una speranza
sola viene offerta, e questo bene viene esplicitato nell’ambito del XXX°
grado del Rito Scozzese (Cavaliere Kadosh), dove, abbattute le
colonne, i massoni—templari sono chiamati a confrontarsi con una scala:
la stessa che Giacobbe vide innalzarsi da Beth—El, al di sopra di una pietra, e da cui scendevano e salivano gli Angeli: così il massone,
per mezzo delle sette virtù liberali, da quella stessa pietra saprà
ripartire e rinnovare la Queste del Nome.
Il Nome, cioè la
Parola che fu, che è e che sempre sarà dato che, come narra il Rituale del
Sacro Arco Reale, “Egli è, ciò che Egli era, ed era ciò che Egli è, e
rimarrà allo stesso tempo ciò che Egli era e ciò che Egli è, in perpetuo”
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