1. Chiamato delta
dai pitagorici e dai platonici per lanaloga
forma con la lettera maiuscola greca, va meditato
in grado dapprendista come principio e fine
del viatico: sintetizzando il rapporto tra lUno
(il vertice, costituito da un solo punto) e il
molteplice (la base, di n punti), indica sia il
percorso cosmogonico originario che conduce alla
molteplice varietà delluniverso, sia il
percorso inverso, fine delliniziazione, che
riconduce il molteplice allUno, secondo il
motto massonico: «riunire ciò chè
sparso».
2. «Il principio
costituisce più che la metà del tutto»:
ARISTOTELE, Etica nicomachea, Milano
1987, Rusconi, I, 8, 1098B.
3. Con arte della
memoria si indicano quei metodi scaturiti sin da
età antica, quando i libri non erano tascabili,
e lefficace organizzazione del discorso era
fondamentale per il poeta, il retore, il
giureconsulto, il politico. La prima
straordinaria diffusione di questarte
coincide con la stagione democratica ateniese,
quando lefficacia del discorso era
determinante per convincere lareopago. I
famosi sofisti insegnavano a organizzare
efficacemente il discorso e, naturalmente, a
ricordarlo. Il sistema più noto utilizzava
luoghi e immagini: il discorso veniva immaginato
come un percorso entro un tempio o un altro
edificio, reale o immaginario, e in questo luogo
si collocavano immagini associate agli argomenti
del discorso. La trattatista antica ha conservato
diversi testi di arte della memoria, fra cui
Cicerone e Quintiliano. Possiamo distinguere
grosso modo tre fasi nellarte della
memoria: quella antica, fase retorica, in cui la
memoria ha la specifica e limitata, se pur
importante funzione di conservare lordine
del discorso e del sapere; la seconda fase savvia
nel Rinascimento, con Giulio Camillo, Giordano
Bruno e Robert Fludd, in cui larte della
memoria acquista una precisa significazione
ermetica, e invece di conservare il sapere, lo
organizza e lo crea: nella memoria si rispecchia
lordine macro-microcosmico che congiunge luomo
e luniverso. Attraverso la memoria, dunque,
si giunge alla sapienza. La stessa struttura
mnemonica è profondamente diversa: non più per
luoghi e immagini, è organizzata secondo un
criterio cosmogonico che dallUno, centro e
origine di tutte le cose, muove per gradi al
molteplice, posto inevitabilmente in periferia,
al margine della circonferenza; quindi sistemi
radiali e monocentrici. La terza fase, che
possiamo chiamare scientifica, comincia con
Francesco Bacone e vede nella memoria lo
strumento di organizzazione della ricerca nel
campo della filosofia naturale. La mia sintesi
non poteva non essere, data la mole dellargomento,
schematica; per ulteriori approfondimenti si
vedano: YATES F. A., Larte della
memoria, Torino 1972, Einaudi, YATES F. A., Giordano
bruno e la tradizione ermetica, Bari 1985,
Laterza, ROSSI P., Clavis universalis. Arti
della memoria e logica combinatoria da Lullo a
Leibniz, Bologna 1983, Il Mulino, ROSSI P.,
a cura di, La memoria del sapere, Bari
1988, Laterza-SEAT, testi fondamentali sullargomento;
utile anche ROSSI P., Francesco Bacone. Dalla
magia alla scienza, Torino 1974, Einaudi,
per approfondire larte della memoria
baconiana come strumento dindagine
scientifica. Segnalo anche SVIZZERETTO S.,
POZZESI P., Magia della «Tempesta» nel
teatro della memoria, Roma 1986, Atanòr,
non per il saggio dei due autori, che compendiano
non brillantemente i testi che ho già citato,
quanto perché in appendice vi sono stralci di un
interessante testo sulla memoria di Fludd,
ermetista e alchimista inglese che può aver
influenzato la disposizione del tempio nella
massoneria speculativa: i suoi teatri cosmici
della memoria sono retti da due colonne e hanno
sul tetto il cerchio stellato dello zodiaco.
4. G. BRUNO, De
umbris idearum, 1582 (Le ombre delle idee),
Milano 1988, Spirali, p. 41. Lo afferma un suo
personaggio, emanatore di logos (Logifero), in
uno dei suoi testi più ermetici di arte della
memoria che contiene istruzioni e concetti per
creare sistemi concentrici divisi radialmente in
trenta parti. La stessa idea dellombra, che
dà titolo al testo, ha questa funzione perché,
spiega Bruno, è sia luce che tenebra e al
contempo non è né luna, né laltra.
Lombra è per il Nolano il terzo,
necessario polo mediatore degli estremi: essa
esprime in massimo grado la concezione
esistenziale delluomo. Superfluo ricordare
a un iniziato apprendista la funzione simbolica
della luce e delle tenebre nella massoneria. In
De gli eroici furori Bruno afferma che la luce
divina, sempre presente nelle cose, è stata
descritta da Salomone come colei che «batte alle
porte dei nostri sensi».
5. Si veda il
citato ROSSI P., Francesco Bacone. Dalla
magia alla scienza, in particolare i capp.
VI. 5 e VI. 6, sulla dottrina delle tabulae e la
mnemotecnica baconiana. Già Aristotele nellEtica
nicomachea aveva introdotto luso delle
tavole per stabilire difetti ed eccessi nella
virtù. Spiaccia o no ma per intendere il sistema
etico massonico è necessario approfondire questo
testo aristotelico. La virtù è il fine dellattività
umana e sociale, della polis: «il bene è ciò
verso cui ogni cosa tende» (I, 1, 1094A; il bene
«praticabile») e tutte le attività che
coordinano le altre in vista di questo fine
Aristotele le chiama «architettoniche»:
parafrasandolo, si direbbe che si tratta di
«innalzare templi alla virtù». La virtù è
superiore, ma anchessa è imperfetta
-spiega Aristotele: «è possibile che chi
possiede la virtù si trovi in stato di sonno»
(I, 1, 1096A). Per lo Stagirita la virtù deve
tendere al mezzo: in ogni attitudine umana la
virtù consiste nellevitare eccesso e
difetto: «se i buoni artefici
lavorano
tenendo di mira il mezzo, e se la virtù è più
esatta e migliore di ogni arte, come anche la
natura, essa dovrà tendere costantemente al
mezzo» (II, 6, 1106B). Se quindi lobiettivo
è «dinnalzare templi alla virtù», è
inevitabile che si giunga a conquistarla solo in
camera di Maestro, la camera di mezzo. E ciò
spiega perché la camera di maestro della
massoneria azzurra sia definita così, malgrado
sia finale. Tornando a Bacone, le sue
tavole rovesciano la metodica deduttiva di
Aristotele, sì da consentirci di vedere lorigine
della tavola massonica in termini aristotelici
sul piano delletica, e baconiana sul piano
della metodologia di ricerca.
6. Dopo la
compilazione delle tavole, Bacone intendeva
trattare i nove aiuti allintelletto, che
avrebbero dovuto perfezionare il lavoro ottenuto
con le tavole: un ulteriore esempio dellorganizzazione
geometrica del pensiero e della ricerca.
7. Ashmole era
stato iniziato il 16 ottobre 1646 in una loggia
del Lancashire, a Warrington, loggia che in tempi
di repubblica cromwelliana, aveva fratelli sia
monarchici, come Ashmole, che repubblicani come
suo cugino Manwaring: concretissimo esempio dellantica
tolleranza massonica. Moray era stato iniziato
nella loggia di Edimburgo, in Scozia, il 20
maggio 1641. Le logge erano già operanti al
momento della loro iniziazione. Cfr. YATES F. A.,
Lilluminismo dei Rosacroce. Uno stile
di pensiero nellEuropa del Seicento,
Torino 1976, Einaudi, alle pp. 247 e 248, nel
cap. Rosacrocianesimo e massoneria. Sappiamo
anche degli interessi di Ashmole per la
letteratura rosacrociana e per lalchimia;
alla sua penna dobbiamo una delle più importanti
antologie degli alchimisti inglesi, il Theatrum
chemicum britannicum, che Newton, afferma il suo
biografo Manuel, «lesse e rilesse più volte
attentamente» (MANUEL F. E., A portrait of
Isaac Newton, Cambridge 1968, pp. 160-190).
8. «La Royal
Society ebbe molti nemici in quei primi anni; non
appariva chiaro quale fosse la sua posizione
religiosa
La regola di non discutere nelle
riunioni questioni religiose, devessere
sembrata una saggia precauzione e linsistere
nei primi anni sulla sperimentazione, sulla
raccolta e la verifica dei dati scientifici,
secondo i principî di Bacon, guidò gli sforzi
della società»: YATES F. A., Lilluminismo
dei Rosacroce
, cit., p. 224.
9. Sprat, lo
storico della Royal Society, cita Wren tra i
protagonisti nelle riunioni dorganizzazione
della società. Che Wren fosse Gran Maestro della
massoneria operativa è affermato, senza
indicazione di fonti, da FAGIOLO M., Architettura
e massoneria, cit., scheda 40 (la fonte di
Fagiolo è molto probabilmente Quirico Filopanti,
Dio liberale, testo in cui lautore
definisce Wren «Presidente della Frammassoneria
inglese»: ma A. Reghini, I numeri sacri
nella tradizione pitagorica massonica, Roma
1988, p. 129, definisce la sintesi scientifica e
storica di Filopanti «molto fantasiosa»). Nel
testo di Fagiolo si afferma che la cattedrale di
S. Paolo, a Londra, è stata inaugurata con
«rito massonico». Wren (1632-1723), oltre che
architetto era anche fisico. Dedicatosi agli
studi scientifici, divenne uno dei maggiori
matematici e astronomi del tempo: incarna lideale
architetto vitruviano. Dopo il grande incendio
del 1666 Wren Fece parte della commissione per la
ricostruzione della City di Londra e progettò un
razionale piano regolatore, di evidente orma
vitruviana, che tuttavia non fu realizzato; ebbe
comunque lincarico di sovrintendere alla
ricostruzione delle chiese della City devastate
dal fuoco: un cospicuo gruppo si rifà allo
schema basilicale secondo Vitruvio o ad altre
fonti romane. A Greenwich iniziò nel 1696 il
grandioso complesso del Royal Hospital. Modificò
il progetto iniziale per consentire la vista,
nella distanza, della Queens House di Inigo
Jones. Il progetto delledificio per il
primo museo pubblico darte del mondo,
organizzato da Elias Ashmole, reca la firma di
Wren.
10. Vitruvio (sec.
I a.C.), architetto e trattatista romano. Fu
autore del De Architectura, in dieci
libri, dedicato ad Augusto, il più celebre
trattato del genere nellantichità e lunico
pervenutoci: sullesempio di analoghi testi
greci, lopera svolge lintera
problematica architettonica, dalla struttura
della città ai materiali da costruzione. Nel
Medioevo accomunato ai testi che trattavano il
simbolismo numerico, come il Somnium
Scipionis di Cicerone e i trattati sulla
musica di Agostino e Boezio (RYKWERT J., La
casa di Adamo in paradiso, Milano 1976,
Mondadori, p. 119), dopo la riscoperta di Poggio
Bracciolini del 1414 il testo vitruviano godette
nel Rinascimento di enorme fortuna, testimoniata
dalle numerose edizioni, spesso illustrate, e
costituì imprescindibile modello per la
trattatistica architettonica, dallAlberti
al Palladio.
11. James ANDERSON,
Le costituzioni dei liberi muratori,
1723, Foggia 1974, Bastogi, p. 77. Il pastore in
questo caso citava Colin Campbell senza
menzionarlo, il primo trattato che è allorigine
della riscoperta di Vitruvio e Palladio. Lo
Scozzese Campbell, nel suo Vitruvius
britannicus del 1715, affermava che
«Palladio ha superato tutti quelli venuti prima
di lui», ma che «glItaliani sono
completamente attratti da capricciose
decorazioni»; invece «Palladio e il nostro
architetto Inigo Jones hanno mostrato la via da
seguire».
12. Mi riferisco a
Joan de Laet, M. Vitruvii Pollionis De
Architectura libri decem cum notis
Guglielmi
Philandri integris, Danielis Barbari
excerptis...; Praemittuntur Elementa
Architecturae collecta ab illustri viro Enrico
Wottono eequite anglo...;, Amsterdam 1649.
Daniele Barbaro, veneziano, era lautore
della fondamentale edizione del 1556 realizzata a
quattro mani con Andrea Palladio. Ambasciatore
veneziano in Inghilterra, noto per la sua
relazione sugli inglesi, era dimpostazione
aristotelica. Il suo commento a Vitruvio è
amplissimo. Henry Wotton, ambasciatore inglese a
Venezia, poeta e intimo amico del neoplatonico
John Donne, era un fervente cultore di Vitruvio e
anchegli legato al principe palatino ed
Elisabetta Stuart, i protettori del pensiero
rosacrociano.
13. In WITTKOWER
R., Principî architettonici nelletà
dellUmanesimo, Torino 1979, Einaudi,
p.70. Sulla virtù vedi anche nota 6.: laristotelismo
di Barbaro e Palladio è lorigine di questa
concezione, certamente derivata dall«Accademia
della virtù», fondata a Roma da Claudio Tolomei
con lo scopo di chiarire i passi incerti di
Vitruvio. Nel 1547 Tolomei è a Padova e viene
pubblicato contemporaneamente a Venezia il
programma della sua accademia vitruviana.
14. Palladio
risulta iscritto alla corporazione dei muratori
vicentini dallaprile 1524. Nel 1542 è
ancora definito «lapicida». Dal 1545 in poi è
chiamato regolarmente architetto. Cfr. WITTKOWER,
op. cit., p. 62.
15. Sua è la famosa
poesia «alla Sua Signora, la regina di
Boemia», in cui paragonò Elisabetta Stuart, la
protettrice di ermetisti e alchimisti dimpronta
rosacrociana, alla rosa. Fu scritta a Greenwich
dove Inigo Jones costruì, probabilmente in suo
onore, la Queens House. Quando lì
Cristopher Wren edificò il Royal Hospital,
modificò il progetto originario perché si
vedesse la Queens House: duplice omaggio
allarchitetto, e alla regina.
16. YATES F. A., Lilluminismo
dei Rosa Croce, Torino 1976, Einaudi, p. 15.
17. «Il monumento
principale che riassunse in parte le idee
massoniche e neoplatoniche fu leroico
rifacimento della facciata di S. Paolo da parte
di Inigo Jones, che ne fece una grande chiesa
metropolitana e un adeguato contrappeso augusteo
(cioè vitruviano, N.d.A.) al progettato palazzo
reale, di cui la Banqueting Hall costituì una
prima parte e rispetto al quale il Covent Garden
sarebbe stato il terzo polo». Cfr. RYKWERT J., The
First Moderns, Cambridge 1980. Evidente, per
chi leggerà il seguito, che la triade sia
concepita in modo da comprendervi i tre generi
dellarchitettura vitruviana: la defensio,
in questo caso lautorità governativa, la
religio, lautorità religiosa, e la
opportunitas, che concerne gli edifici pubblici
come i teatri -che Vitruvio tratta per primi in
questo gruppo- qual è il Covent Garden. Non
ancora completato il progetto, lincendio
del 1666 distruggerà ciò che aveva realizzato
Inigo Jones. Toccherà a Wren ricostruire la
cattedrale di S. Paolo. E nel suo piano, non
attuato, oltre a strutture vitruviane inserirà
incroci che in pianta si rivelano come intrecci
di squadra e compasso.
18. Fra i tanti
FAGIOLO, op. cit.: «Nel 1723 il palladianesimo
diviene, per dir così, lArchitettura di
Stato della Massoneria»; meno decisa, più
precisa la YATES, Lilluminismo
, op.
cit., p. 252: «sembra probabile -e questo punto
viene normalmente messo in rilievo dagli storici
massoni- che la massoneria «speculativa», e il
suo graduale distinguersi dalla massoneria
«operativa», iniziasse con il risvegliarsi dellinteresse
per Vitruvio e per larchitettura
classica».
19. ANDERSON J., The
Constitutions of the FreeMasons Containing the
History, Charges, Regulations,etc., of that Most
Ancient
Fraternity, Londra 1723.
20. CASTELL R., M.
Vitruvii Pollionis De Architectura libri decem,
cum anglica versione et variorum commentariis tam
editi, quam Inigo Jones et aliorum ineditis,
multisque figuris et iconibus
, Londra
1730.
21. VITRUVIO MARCO
POLLIONE, Dellarchitettura, libri
I-X, Milano 1829, trad. Di Carlo Amati, I, I, 11.
Do di seguito ampî stralci sullarchitettura
e larchitetto: «Larchitettura è una
scienza chè adornata da più dottrine.
Ella nasce dallesperienza non meno che dal
raziocinio. Chi fa professione di Architetto
bisogna che sia uomo di talento, e riflessivo
nella dottrina: perché né talento senza
disciplina, né disciplina senza talento non
possono rendere perfetto unartefice. Sia
perciò egli letterato, esperto nel disegno,
erudito nella geometria, e non ignorante dottica,
istruito nellaritmetica, siangli note non
poche istorie, abbia udito con diligenza i
filosofi, sappia di musica, non ignori la
medicina, abbia cognizione delle leggi dei
giurisprudenti, intenda lastronomia e i
moti del cielo (I, I, 7 quindi enumera le
ragioni). La Filosofia poi fornisce lArchitetto
danimo grande, e fa chegli non sia
arrogante e, ciò che maggiormente importa, che
egli non sia avaro (tronco della vedova,
metalli); perché non può degnamente farsi niunopera
se non da chi sia sincero e incorrotto. Non sia
egli parziale, né abbia lanimo dedito a
ricevere doni, ma con gravità sostenga il
proprio decoro
(I, I, 9). Gli Antichi
primieramente non commettevano opere se non ad
Architetti di buona famiglia: quindi sinformavano
se fossero onestamente educati (liberi e di buoni
costumi). Ancora i medesimi artefici non altri
ammaestravano se non i proprî figlioli, o
congiunti, e li formavano uomini probi, a
quali senza tema veruna affidar si potesse il
danaro in cosa di sì grande importanza (VI,
pref. 167).
22. Le immagini di
uomini ad arti distesi inscritti nel cerchio,
così diffuse in età rinascimentale, inclusa
quella di Leonardo, sono di origine vitruviana. Tra i tanti
esempî, Vitruvio descrive le fasi di
realizzazione di unabitazione privata,
mostrando concretamente di applicare le seguenti
tre triadi di concetti, che parecchio hanno a che
fare con la tavola tripartita:
Firmitas
|
Venustas
|
Utilitas
|
Symmetria
|
Eurythmia
|
Decor
|
Ordinatio
|
Dispositio
|
Distributio
|
In primo luogo, spiega,
si stabiliscono i criteri proporzionali
(ordinatio o composizione dei singoli elementi);
poi si passa allesecuzione della pianta in
larghezza e lunghezza (e questa è la
dispositio); ciò fatto si provvede al decor (che
è come dire distributio).
23. Qui si
chiarisce il rapporto micro-macrocosmico tra uomo
e universo, in cui la città è il terzo, mediano
polo: «sembra esser composta armonicamente la
macchina di questo Mondo per lobliquità
del Zodiaco, e con molta consonanza mediante glinflussi
del Sole» ( VI, I, 169). Dunque determinare lassetto
urbanistico della città, disposta sui punti
cardinali, rispecchia «larmonia del
zodiaco».
|
Il rituale d’apertura dei lavori in grado d’apprendista ha un
incedere solenne, maestoso, e non potrebbe essere altrimenti: pone le
basi, le fondamenta
dell’opera massonica anche per i gradi successivi. Chi ben comincia è
a metà dell’opera. A ripensarci, è evidente il sapore massonico di
questo adagio, sia sul piano rigorosamente operativo, in cui salde
fondamenta garantiscono la durata d’un edificio, sia sul piano
iniziatico, in cui il cominciamento del cammino è conditio sine qua non.
Anche all’osservatore più distratto non può sfuggire il valore che
nel rituale d’apertura è attribuito al tre: tre le domande del
testamento a cui il profano deve rispondere, tre l’età simbolica dell’apprendista,
tre i colpi di maglietto e della batteria, tre le luci e i gioielli di
loggia, tre volte si nomina lo zenit, acme del percorso solare; tre i
principî guida dell’opera: la saggezza, la forza, la bellezza; tre
volte ripetuti i divieti di parlare di politica e religione, tre volte
ripetuta la concessione della parola; il delta luminoso, infine,
alle spalle del Maestro Venerabile 1.
Meno evidente invece la tripartizione che organizza e ritmicamente
scandisce le fasi dell’apertura. Tre volte ci si pone all’ordine: 1)
dopo la copertura del tempio, per verificare che tutti siano liberi
muratori; 2) al momento di consacrare il tempio, con l’apertura del
libro sacro e la sovrapposizione di squadra e compasso; 3) alla vera e
propria apertura dei lavori. Non a caso ci si pone all’ordine tre
volte: per scandire con la massima solennità le tre fasi d’apertura
dei lavori. Nella prima fase il Maestro Venerabile si accerta che l’officina
abbia consapevolezza dei proprî doveri: e sono nove i doveri
menzionati, multiplo di tre, come la triplice batteria. Quindi si
accerta che vi siano le condizioni idonee, nel tempo e nel fine: e ne
enumera tre . La seconda fase riguarda la consacrazione del tempio, e la
triplice comunicazione dei divieti che comporta. L’ultima, che vede la
vera e propria apertura dei lavori, ribadita dai principî che la devono
guidare: saggezza, forza, bellezza.
Ciò significa che il tre non è solo un importante simbolo del
grado, ma un fondamentale criterio organizzativo, un sistema concettuale
o filosofico o sapienziale, di cui tutto il rituale d’apertura è
imbevuto; e questo criterio si applica sia ai singoli elementi, come l’età
del grado e così via, sia a tutto l’insieme. In altre parole il
rituale d’apertura ha struttura
triadica o tripartita. È nel rituale d’apertura che si
manifesta, immediatamente, un sistema organizzativo del pensiero: chi
ben comincia è a metà dell’opera; o forse ancora più in là,
come sostiene Aristotele 2.
In tempi in cui le tre Luci non avevano sotto mano il rituale stampato,
e forse per ragioni di sicurezza nemmeno disponevano di un manoscritto,
era assolutamente necessario darsi una struttura mentale per non
dimenticare l’ordine rituale dei lavori, le proprie e le altrui
funzioni, e per istruire l’officina: inevitabile dunque far ricorso
all’arte della memoria 3.
Ed è parecchio stimolante notare che per Giordano Bruno, che il Grande
Oriente d’Italia considera come proprio precursore, «la sede della
mente e della memoria è distinta in tre parti» 4.

Diagramma radiale dell’arte bruniana della memoria.
Dal De umbris
idearum
L’indicazione di Bruno non è rimasta senza seguito. Francesco Bacone, nell’istituire una metodologia di ricerca
sulla natura di tipo induttivo, che si fondi sull’esperienza e sulla
verifica dell’esperienza, pone come fondamento la «dottrina delle tabulae»,
o delle tavole, termine non ignoto ai massoni. La compilazione
delle tavole -così si esprime Bacone- apre la possibilità, da un lato,
di condurre alla «fonte delle cose», e dall’altro di «organizzare e
ordinare i contenuti acquisiti in modo da consentire all’intelletto d’agire
su di essi»; quest’attività organizzativa dei contenuti acquisiti
Bacone la chiama «Ministratio
ad memoriam», organizzazione della memoria 5. In ciò
le tavole, nel metodo baconiano, hanno funzione fondamentale,
soprattutto le tavole di primo grado, che organizzano e dividono
la conoscenza acquisita in tre parti, secondo il metodo di Bruno. Si
avrà così la tabula
presentiae, che raccoglie i casi in cui il fenomeno si manifesta; la Tabula absentiae,
con i casi in cui il fenomeno non si manifesta, e la tabula graduum,
dove rientrano i casi misti, graduali. Riconnettendosi esplicitamente
alla tematica di Bruno della luce, delle tenebre, e dell’ombra, che è
un caso graduale dei due fenomeni, Bacone, principiando l’indagine
della natura dal fenomeno calore, ricovera nella tabula
presentiae il sole e nella tabula absentiae la luna, altre
effigî non sconosciute al tempio massonico
6.
L’ipotesi d’un influsso baconiano, per ciò che riguarda la
consuetudine delle tavole massoniche, ci riconduce alle origini della
metodologia moderna, ai tempi in cui a Londra la Royal Society innalzava
a vessillo di una nuova filosofia sperimentale della natura proprio
Francesco Bacone: correva l’anno 1660. Sappiamo che tra i fondatori
della società figuravano Elias Ashmole e Robert Moray, entrambi massoni
da quasi vent’anni e soci influenti, al punto che Isaac Newton, il
grande personaggio della Royal Society, ha per molto tempo studiato l’antologia
di Ashmole sugli alchimisti inglesi 7.
La Royal Society nasceva in quell’anno dopo una lunga, quasi
ventennale gestazione. Le riunioni che porteranno alla prestigiosa
fondazione cominciano intorno al 1645 per iniziativa di Haak, un tedesco
originario del Palatinato, e di Wilkins, il cappellano del principe
palatino. La Yates ha dimostrato con dovizia di dati come dal matrimonio
del principe palatino con Elisabetta Stuart d’Inghilterra sortisse l’abbondante
letteratura rosacrociana del Seicento. L’Europa protestante vide nel
matrimonio la possibilità di fermare la Controriforma cattolica e la
potenza asburgica dominante. È in quel clima fervido di speranze per
una riforma generale delle arti, delle scienze, della religione, che i
manifesti rosacrociani (1614) destano entusiasmo in tutta Europa. E le
speranze per la riforma universale, brutalmente troncate dalla guerra
dei trent’anni, si concreteranno quarant’anni dopo, almeno per i
territorî scientifici, nel baconianesimo della Royal Society, e nella
sua «dottrina delle tavole». E, per comune intento di superare
definitivamente i conflitti religiosi che avevano devastato l’Europa,
era proibito, nelle riunioni della Royal Society, parlare di religione:
un altro aspetto non ignoto ai massoni 8.
Tra gli altri fondatori della Royal Society appare anche Cristopher
Wren, il famoso architetto della cattedrale di S. Paolo, Gran Maestro
della massoneria operativa 9. La
sintomatica presenza di questo architetto d’influsso
vitruviano-palladiano nella società che vedeva massoni e studiosi d’alchimia
e pensiero rosacrociano ci introduce all’altra fondamentale influenza
sul rituale d’apertura, in particolare sulla sua organizzazione
mnemonica e metodologica tripartita, che proviene dal De Architectura
di Vitruvio.
In Inghilterra Vitruvio 10 conosce
una fortuna straordinaria in quel lasso d’anni che vede il fervore di
riunioni e la fondazione della Royal Society, la fondazione della Gran
Loggia Unita d’Inghilterra nel 1717, e la pubblicazione delle Costituzioni
massoniche di Anderson del 1723. Periodo che i manuali di storia dell’arte
definiscono «palladiano», fenomeno esclusivamente, tipicamente
inglese, tanto che Anderson, nelle Costituzioni, lamenta con
cognizione che «il grande Palladio non fu tuttavia sufficientemente
imitato in Italia» 11.
Il testo di Vitruvio viene riscoperto e pubblicato in Italia nel
Cinquecento: quattro edizioni latine e nove in italiano, senza contare
le copie manoscritte e disegnate da architetti di grande fama. In
Europa, salvo due edizioni cinquecentesche, la prima a consacrare la
fama di Vitruvio tra gli architetti è del 1649, ad Amsterdam. È un’edizione
quanto mai ampia, che raccoglie i commenti di Daniele Barbaro ed Henry
Wotton 12.
Nella concezione di Daniele Barbaro l’architettura «sopra ogni Arte,
significa cioè rappresenta le cose alla virtù» 13.
 |
|
Ritratto di
Daniele Barbaro attribuito a Paolo Veronese. In mano
regge la sua edizione del Vitruvius;
alle sue spalle è il suo trattato sulla prospettiva
|
Il pensiero era condiviso anche dal Palladio, che nel suo trattato
sull’architettura, dove dichiara Vitruvio suo «Maestro e guida»,
aveva posto a frontespizio un tempio con la virtù in trono sulla
sommità: il suo trattato innalza letteralmente «un tempio alla
virtù». Palladio che, giova ricordarlo, aveva compiuto il tradizionale
percorso del maestro muratore 14,
riteneva che l’arte poggiasse su principî universali e perciò
approssimasse alla sapienza. E il suo amico Barbaro sosteneva che
la «virtù consiste nell’applicazione»: la si raggiunge edificando.
Quanto a
Wotton, nei suoi commentarî a
Vitruvio, ricordava che il «Maestro Vitruvio» invitava
a non essere un «Artefice superficiale e
malcerto; ma un uomo che si immerge nelle Cause e
nei Misteri della Proporzione» (corsivi e
maiuscole come nel testo). Henry Wotton è altra persona
legata al movimento rosacrociano che ha origine nel
Palatinato giungendo addirittura a un culto per
Elisabetta, la moglie del principe palatino, che durò
tutta la vita 15.
Ma primo
promotore della riscoperta dellarchitetto e
trattatista romano è Inigo Jones, amico di Wotton,
architetto inglese e massone cui si deve lavvìo
dello stile palladiano che avrà stessa, straordinaria
fortuna anche negli Stati Uniti dAmerica: basti
pensare alla Casa Bianca.
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Inigo Jones sessantenne
ritratto da Anton van Dyck, circa 1640
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Inigo Jones,
in esordio di carriera, viaggiò tra il 1613 e il
14 tra Italia e Nel nostro paese studiò
attentamente Germania. larchitettura antica,
Vitruvio, e naturalmente Palladio; in Germania, dove
lavorò anchegli al servizio del principe palatino,
il protettore dei rosacrociani, ebbe modo di approfondire
gli studî su Vitruvio: stabilendo unintensa
amicizia col vitruviano Salomon de Caus, architetto
francese protestante col quale nascerà un sodalizio che
avrà un determinante seguito in Inghilterra negli anni
Quaranta, nella stagione palladiana. De Caus, che
progettò il giardino del castello di Heidelberg, dove
viveva il principe palatino, connotandolo di una marcata
flessione esoterica ed ermetica, nello stesso giro
danni pubblica Les raisons des forces mouvantes,
fortemente influenzato dai capitoli vitruviani sulla
meccanica. Inigo Jones e Salomon de Caus, «sotto
linflusso della riscoperta di Vitruvio,
coltiveranno quelle discipline che Vitruvio raccomanda
come indispensabili per il vero architetto: le arti e le
scienze basate sul numero e la proporzione, la musica, la
prospettiva, la pittura, la meccanica e così via»
Tornato a Londra Inigo Jones progettò per la 16. città un grandioso
piano articolato significativamente in tre poli,
distrutto purtroppo dallincendio del 1666 esame
attento il progetto di 17. E a un triarticolazione della
città discende dagli attenti, continui studî
vitruviani, durante i quali Inigo Jones si volle perfino
procurare disegni di Palladio sul trattato vitruviano.
A tentare una
sintesi, appare chiaro che il recupero di Vitruvio, del
suo trattato e del suo modus operandi ci riconduce
ogni qual volta, in quellepoca, a persone
direttamente o indirettamente legate al mondo massonico.
Palladio, che è il primo, con Daniele Barbaro, a
riscoprirlo, conobbe ancora le antiche corporazioni
muratorie. Inigo Jones e quindi Cristopher Wren, entrambi
massoni. De Caus e Wotton, di cui non sappiamo se fossero
massoni, sono però legati al rosacrocianesimo che si
sviluppa dal Palatinato, come lo stesso Inigo Jones. E al
rosacrocianesimo dimpronta palatina sono legati
molti esponenti della Royal Society, anchessi
massoni, e lo stesso Wren, Gran Maestro della Massoneria
operativa, architetto vitruviano, cioè cultore di
scienze e perciò promotore della Royal Society.
Infatti
molti storici sostengono che il palladianesimo
angloamericano sia, di fatto, lo stile architettonico
della Massoneria 18. Daltronde
unattenta lettura delle Costituzioni di
Anderson del 1723, sceverando mito da storia, conduce
nella medesima direzione. Il primo architetto storico
menzionato da Anderson è Vitruvio, «padre di tutti gli
autentici architetti». Seguono a ruota, tra le figure
storiche di «autentici architetti» Palladio e Inigo
Jones, «Grande Maestro Muratore»: «al tempo di
Augusto, sotto il cui regno nacque il Messia, Grande
Architetto della Chiesa, visse Vitruvio, il Padre di
tutti gli Autentici Architetti fino a oggi
il Grande
Palladio non fu tuttavia sufficientemente imitato in
Italia, ma giustamente esaltato dal nostro Grande Maestro
Muratore Inigo Jones» . Chiude la carrellata Cristopher
Wren, cui spettano lodi e menzioni 19.
Non è
dunque un caso se la prima edizione londinese del De
Architectura di Vitruvio esca qualche anno dopo le Costituzioni
di Anderson, con i commenti di Barbaro, Wotton e
naturalmente Inigo Jones, citato anche nel titolo 20; e nel giro di poco
tempo, dopo una totale assenza nel mercato librario, si
registrano ben cinque edizioni di cui una replicata
lanno successivo, cosa, a quei tempi, da best
seller.
È da
immaginare che persone così autorevoli, architetti e
scienziati, soci della Royal Society, urbanisti,
trattatisti e poeti, difficilmente in officina si siano
limitati a portare la «bavetta rialzata». È da
immaginare che abbiano contribuito attivamente alla
edificazione della massoneria speculativa almeno quanto
hanno contribuito alledificazione della città,
come voleva Vitruvio, e alla diffusione del suo stile. È
da immaginare che abbiano plasmato il lavoro di loggia
come plasmavano le fasi di progettazione e realizzazione
architettoniche. È da immaginare insomma che abbiano
introdotto loro, nel rituale, non solo le copiose
citazioni da Vitruvio, ma la stessa struttura concettuale
del «padre di tutti gli autentici architetti».
A un primo
esame del testo vitruviano ci si imbatte nellormai
familiare sistematizzazione logico-geometrica del
pensiero per progressioni triadiche, prima delle quali
divide le parti dellarchitettura in aedificatio,
o costruzione, gnomica, o larte di misurare
il tempo per la realizzazione dorologi, e la machinatio,
o meccanica. La aedificatio a sua volta si
suddivide in tre generi: defensio, o architettura
militare, religio, o edilizia religiosa, e opportunitas,
le costruzioni di pubblica utilità. La aedificatio è
governata in tutti i suoi generi da tre concetti: la firmitas,
la venustas, la utilitas. E qui troviamo i
primi concetti a noi consueti: firmitas, che si
traduce correntemente in solidità, è
criterio essenziale per il fondamento dellopera; il
rituale ne dispiega le valenze recitando: «la forza lo
renda saldo»; la venustas è propriamente la
bellezza - «la bellezza lo irradi e lo compia»; quanto
allutilitas, Vitruvio specifica che
«richiede che la costruzione risponda allo scopo». Qui
giova ricordare che per Palladio, il maestro indiscusso
degli architetti inglesi, «larte si avvicina alla
sapienza», e questo deve essere il suo scopo. Ed ecco il
rituale auspicare che «la sapienza illumini il nostro
lavoro». Se scopo dellapertura dei lavori è
dinnalzare «templi alla virtù», come volevano
Barbaro e Palladio sulla scia di Aristotele, e dunque
lavorare nel campo della aedificatio, allora i
lavori devono vitruvianamente essere governati da utilitas,
firmitas e venustas: sapienza, forza e
bellezza.
Per Palladio
larte si avvicina alla sapienza, ma la sua era
sintesi del pensiero vitruviano, non escogitazione
autonoma. Per Vitruvio larchitetto è uomo che si
muove a suo agio sia per esperienza che per raziocinio,
versato in molti campi e discipline; lanimo nutrito
dalla filosofia, evita larroganza e la parzialità,
deve cioè essere tollerante. È evidente che tale
perfezione etica e filosofica non può essere raggiunta
che da «coloro che fin dalletà puerile salgono
per questi gradi di dottrine». Ma la ragione della
necessità di essere versato nello scibile umano, oltre
la pratica che porta larchitetto a dover costruire
opere per le più svariate funzioni, è che solo
linsieme delle discipline conduce a una «scienza
universale»: alla sapienza. Solo le disparate
discipline, nel loro insieme, ricostruiscono,
luniverso intero. E questo Vitruvio lo spiega con
il principio di corrispondenza tra microcosmo,
luomo, e il macrocosmo, luniverso: «Io non
penso che taluni possano a ragione chiamarsi così di
subito Architetti, se non coloro che fin dalletà
puerile salendo per questi gradi di dottrine,
e nutriti della cognizione di molte scienze e arti,
giugneranno al più alto colmo
dellArchitettura
tutte le scienze hanno fra
loro una corrispondenza e una comunicazione: perché la scienza
enciclopedica, ossia universale, è, a guisa di un
corpo intero, composta da tutti questi
membri» 21. Credo che questa
descrizione dellarchitetto sapiente, tollerante,
riflessivo e attivo, inserito nel cerchio cosmico 22, si attagli abbastanza
a ciò che dovrebbe essere il massone, e certamente la
sapienza deve illuminare il lavoro dentrambi.

Vi sono altre
triadi concettuali che costellano il trattato vitruviano:
ordinatio dispositio e distributio, symmethria
eurythmia e decor, che a loro volta si
diramano in ulteriori progressioni triadiche. Ma è da
notare che non si tratta solo di astrazioni.
Tuttaltro: si tratta di momenti concretamente
operativi, legati intimamente alla prassi del cantiere 23. Ma il rituale di
apertura mostra di seguire la stessa scansione che nel
trattato di Vitruvio ha la aedificatio, o
costruzione, per la semplicissima ragione che i lavori si
aprono per costruire. Tenendo presente che il trattato
procede con una visione complessiva, universale: con una
visione urbanistica di realizzazione della città come
immagine del mondo.
Perciò la
prima parte del trattato affronta la defensio, o
larchitettura di difesa, soprattutto mura e torri.
Che è quanto il rituale affronta con i primi due doveri:
la copertura del tempio, prima, e la verifica che chi si
trova dentro sia libero muratore. Dopo la costruzione
delle mura, va suddiviso lo spazio interno della città
«secondo gli aspetti del cielo», cioè orientando la
città secondo i quattro punti cardinali: «Innalzate
tutto allintorno le mura, rimane ad effettuarsi la distribuzione
interna del suolo, e la direzione delle piazze, non
che dei capi delle strade giusta gli aspetti del
Cielo». Il metodo è il seguente: «Circa
unora prima di mezzogiorno si segni, su un
piano di marmo a livello, posto al centro della
città, con uno gnomone, lestremità
dellombra; parimenti, dopo mezzogiorno
»:
si giunge così allindividuazione dei punti
cardinali.
E qui il
rituale prescrive che il Venerabile, dopo essersi
accertato della posizione dei due Sorveglianti, cioè a
sud e occidente, e della propria a oriente, chieda a che
ora sia consuetudine aprire i lavori e che ora sia in
quel momento; e riceve per due volte la risposta:
«mezzogiorno». Così, anche il «piano di marmo posto
al centro della città», ricorda non poco il quadro di
loggia.
A questo
punto la fase successiva del trattato vitruviano investe
la religio o larchitettura religiosa.
Vitruvio indica chiaramente che il tempio abbia il lato
minore la metà del maggiore, come lideale tempio
massonico, e che sia disposto con la cella sacra a
oriente: «I sacri templi deglIddii immortali
debbono situarsi in modo che siano rivolti a
quellaspetto a essi conveniente
leffigie
riguardi verso Occidente, così che quelli che vanno
allaltare per farvi immolazioni e sagrifizj,
guardino lOriente». Il rituale segue la stessa
scansione: il primo Sorvegliante, come «quelli che vanno
allaltare a farvi immolazioni e sagrifizî»,
procede verso loriente, apre il libro sacro e vi
sovrappone squadra e compasso. Laccensione delle
tre luci e le tre invocazioni, che seguono la
consacrazione del tempio, abbiamo già visto coincidono
con i principî vitruviani della utilitas, firmitas
e venustas.
Il
trattato di Vitruvio affronta, dopo gli edifici
religiosi, quelli di pubblica utilità, che riguardano la
cittadinanza intera e lex Venerabile, al termine
delle tre invocazioni, ricorda che il fine dei lavori è
«di pubblica utilità», è per «il bene
dellumanità».
Il
trattato di Vitruvio getta luce anche su altri aspetti
del rituale che sono stati oggetto di estenuanti, e
contrastanti, disamine simbologiche. Per esempio le tre
età massoniche -tre, cinque, sette- corrispondono alle
possibili tipologie del tempio. Tre sono gli ordini,
cinque le specie di intercolumni e sette i generi
planimetrici di templi. I tre ordini concernono la
tipologia della colonna, le sue proporzioni e il suo
ornamento, e ciò si attaglia allApprendista, che
deve lavorare su se stesso, sulla pietra grezza, in
solitudine e silenzio. Le cinque specie di intercolumni
(letteralmente: ciò che sta tra le colonne)
concernono invece i rapporti tra le colonne:
cominciano a collegare, direbbe Vitruvio, le varie
«membra» del tempio, come in grado di Compagno, il cui
etìmo richiama appunto la condivisione. Mentre i sette
generi planimetrici si attagliano alla figura del
Maestro, che ha finalmente raggiunto una visione globale
e non lavora più sulla pietra, ma sul progetto. E
infatti i tre gradi sono distinti da pietra grezza,
pietra cubica, e tavola tripartita.
Spero di
essere riuscito a restituire una minima parte
dellimportanza che alle origini della massoneria
speculativa si attribuiva al rituale dapertura, col
suo vigoroso impulso alledificazione: chi
ben comincia è a metà dellopera. E lavvìo
non può che riguardare il comportamento, cioè
letica: «innalzare templi alla virtù».
È
comprensibile che chi conosceva bene il trattato di
Vitruvio, come accadeva a Inigo Jones e ai suoi amici,
difficilmente dimenticasse lordine di apertura dei
lavori e daltro canto chi cominciava a
impratichirsi nel rituale si trovava agevolato nello
studio dellarchitetto romano. Ma non è solo
funzione utilitaristica. Il rituale dapertura ci si
presenta, sotto langolazione vitruviana, come un
vero, grandioso progetto di costruzione della città
ideale, centrato su una rigorosa struttura di pensiero
tanto teorica quanto operativa, che tante menti ha
impegnato, dalla Città del
Sole di Tommaso Campanella
alla Nuova Atlantide di Francesco Bacone: per il
bene dellumanità.
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