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1
Denis Roman, Réflexions d’un chrétien sur la Franc-Maçonnerie,
Études Traditionnelles, Paris, 1995 p. 64
2
Rev. John T. Lawrence,Highways and
by-ways of Freemasonry p.
170, cit. in: Denis Roman, Op. cit.,
nota 26, p. 64.
3
Denis Roman, Op. cit.,p. 65. Per inciso va rilevato come tale passaggio
suggerisca l’esistenza di massoni « accettati » - estranei
pertanto al mestiere muratorio strictu
sensu – ben prima di quanto non si supponga…
4
In Giappone, templi e case sono stati prevalentemente costruiti in legno e
questo fino ad un epoca relativamente recente. Il termine “carpentiere”,
cui fanno riferimento i testi medievali, è riferito principalmente ai
costruttori degli edifici (in legno) e deve intendersi come sinonimo di
architetto (cfr. nota 23, p. 132, M. Musashi, Il
Libro dei Cinque Anelli, Ed. Mediterranee,
Roma, 1984).
5
M. Musashi, Il Libro dei Cinque Anelli,
Ed. Mediterranee, Roma, 1984, p. 46. Più oltre Musashi specifica il
paragone e mette in relazione il “Maestro Carpentiere” e il “Condottiero”:
“Il maestro carpentiere studia le misure dei templi e i progetti delle
case e provvede alla loro costruzione. Il capo di un clan militare agisce in
maniera analoga”.
6
Bibliografia su simboli cavallereschi in Mass
7
“Sole fermati in Gabaon, e tu, luna, sulla valle di Aialon” Giosuè,10,12
e ssg.
8 Denis Roma, Réflexions
d’un chrétien sur la Franc-Maçonnerie, Éditions
Traditionnelles, Paris, 1995, p. 71 e ssg.
10
Non è evidentemente un caso che i due termini latini – miles, soldato e limes,
confine, limite – siano l’uno l’anagramma dell’altro. La definizione
dei confini spazio temporali è l’operazione sacra tramite la quale si “ritaglia”
il tempio e lo si enuclea dal caos delle tenebre circostanti. Ĕ del
tutto naturale che i confini tra i due ambiti sanciscano una serie
indefinita di antinomie - ordine/chaos, luce/tenebre, sacro/profano –
irrisolvibili nell’ambito della manifestazione. Il guerriero vigila
affinché tra i due domini permanga la necessaria separazione, adoperandosi
attivamente in quell’incerta e pericolosissima terra di nessuno che è
rappresentata dalla linea di confine. Ad esigenze di questo ordine
rispondono – tanto nel dominio visibile quanto nell’ambito del mondo
intermedio – i “valli” difensivi costruiti dalle comunità
tradizionali (vallo di Adriano, Grande Muraglia cinese) e quelli volti ad
impedire l’infiltrazione degli elementi demoniaci ed apocalittici, di cui
il prototipo è il muro di Gog e Magog, la cui erezione viene attribuita dal
Corano ad Alessandro Magno (“Il Bicorne”). Ĕ rilevante sottolineare
come il soprannome dato al condottiero macedone ponga l’accento sulle sue
qualità di “capo guerriero” (cui fa riferimento il simbolo del
copricapo con due corna, cfr. R. Guénon, Simboli
della Scienza Sacra, Adelphi, Milano, 1975, p. 170 e ssg.), quasi a
voler rimarcare come tale funzione spetti per diritto/dovere agli ksathriya.
Dello stesso muro ne parla, in termini identici, la tradizione cattolica e
quella della comunità degli esseni (cfr., M. Bizzarri, Il
dialogo tra le genti del Libro alla luce del simbolismo apocalittico,
Arkete, Atanor, Roma, 1999, n. 1, p. 65 e ssg.). In ambito massonico va
rilevato come esistano due una figure – il copritore interno ed esterno
della Loggia – sempre armate di spada, elettivamente preposte alla guardia
dell’ingresso del Tempio: la loro funzione è quella di accertarsi che
nessuno esca, se non debitamente autorizzato, ma più ancora che non entri
nessuno che sia estraneo all’Ordine. a da sé che tale considerazione è
suscettibile di estensioni in domini che differiscono alquanto da quello del
piano materiale. Non a caso tale ruolo viene assolto da Fr.. di lunga e
provata esperienza (nel Rito Scozzese è in genere l’ex Maestro Venerabile
che presiede all’ufficio di copritore interno) a riprova del fatto che si
tratta di un ruolo tutt’altro che secondario.
11
D. Roman, Op. cit. , p. 72.
14
I “cavalieri” potevano tuttavia acquisire lo status senatoriale, ma solo
dopo aver rinunciato al “cavallo” e, con questo, alle prerogative
proprie del loro Ordine.
15
Gli appartenenti alla classe guerriera erano sotto la potestà del dio Marte
e come tali potevano avere accesso ad una serie di realtà – come le armi
e lo stesso cavallo – che i sacerdoti ed in particolare il Flamen dialis, non potevano neanche nominare; a differenza degli ksatryia,
i detentori del potere temporale romano – consoli, dittatori – traevano
la loro legittimazione direttamente da Giove Ottimo Massimo la cui potestà
veniva integrata e sancita da Marte, cioè, detto in altri termini,
custodita e protetta dalla casta militare. A riprova della incompatibilità
delle cariche sacerdotali con l’appartenenza alla classe guerriera, va
ricordato come il dittatore, al pari del sacerdote di Giove,
non poteva avere alcun rapporto con i cavalli e fosse costretto a
nominare un magister equitum “un
capo dei cavalieri , quasi che lui stesso non potesse avere rapporti diretti
con la cavalleria” ; come tale il magister
integrava il dictator, così come
l’epulum Iovi – la
celebrazione di Giove Ottimo Massimo - che si teneva alle Idi, veniva integrata
il giorno successivo dalla equorum
probatio. (su questa tema, cfr. D. Sabatucci,
Op. cit. , p. 308 e ssg.).
16
A tale proposito il Guénon (Autorità
spirituale e potere temporale, Luni, Torino, 1995, p. 82, nota 2)
suggerisce che questa apparente “anomalia” – per la quale “uno
Ksatriya eserciti, oltre la propria, la funzione di un Brahmano” possa
essere legittimata da un qualche “carattere particolare” posseduto dalla
tradizione romana. L’osservazione non potrebbe essere più puntuale,
ancorché essa vada “rovesciata”: l’Imperatore è infatti
primariamente un sacerdote che assume anche
le funzioni regali. Ciò è tra l’altro attestato dal fatto che sarà
il Pontifex Maximus ad
appropriarsi dell’edificio – la Regia – che una volta ospitava i Re di Roma.
17 A. Cattabiani, Op.
Cit., p. 231.
18
Citato in D. Sabbatucci, La religione
di Roma antica, Il Saggiatore, Milano, 1988, p. 175.
19
Così come lo conosciamo il rito è quello pervenutoci dopo la restauratio
augustea che, non a caso, vedeva in questo una delle cerimonie più
importanti dell’Urbe e del culto di Marte. Sotto aspetti formali
differenti, il medesimo cerimoniale è stato ripreso dalla Chiesa Cattolica
che lo ha incorporato nelle Litanie minori. L’assimilazione è avvenuta intorno al V° sec.
d.C., ad opera del vescovo di Vienne (Francia) che, sarebbe stato
santificato con il nome di S. Mamerto,
un nome che non ci sembra affatto casuale e che ci riporta, ancora una
volta, a Marte, ed alla sopravvivenza degli elementi autenticamente
tradizionali nella religione cristiana.
20
La funzione guerriera trasposta nel dominio della produttività agraria si
riferisce precipuamente alla funzione mitigatrice esplicata nei confronti
delle energie ctonie che devono essere neutralizzate e piegate, un’operazione
che ha un corrispettivo sul piano iniziatico dove l’adepto è chiamato a
governare ed addomesticare energie che, se prive di controllo, lo
perderebbero irrimediabilmente. E’ in questa prospettiva che deve essere
letto il racconto mitologico che narra di come il Santo ferisca con una
Lancia il Drago (espressione delle forze creative e telluriche incontrollate
nella loro essenza femminile) e quindi inviti la Figlia del Re a condurlo al
villaggio con un guinzaglio
. Il Drago è la bestia che
impedisce ai contadini di avventurarsi fuori dalle mura e di coltivare
quindi il terreno ed anzi sottrae all’economia del borgo “due pecore al
giorno”. Qui S. Giorgio non solo ricorda Horus (il Sole) che sconfigge il
coccodrillo Sobek (le tenebre), ma simboleggia il principio guerriero che
rende fruttifera la terra (Dea Madre) dopo averne piegato e neutralizzato le
energie nella loro valenza negativa (il Drago).
21
La purificazione, denominata “lustrazione” (lustratio)
nel rito romano assumeva spiccatamente I tratti di un esorcismo (quindi di
una “guerra”) volta a scongiurare e dominare le potenze malefiche.
22
La regalità, intesa qui come
esercizio della specifica funzione ordinatrice demandata alla casta dei
guerrieri, è del resto significata visibilmente e dallo scudo (immagine del
Mondo su cui il Rex è chiamato
ad esercitare il proprio Potere) e dalla Lancia (simbolo assiale che
ricollega la Terra al Cielo o, in altre parole, l’esercizio della
Regalità al mandato celeste ricevuto). Va ricordato che Numa, re di Roma,
riceve appunto da Giove lo scudo, l’ancile
– il mondo – su cui è chiamato a regnare.
23
D. Sabbatucci, Op. Cit., p. 89 la
sottolineatura è nostra.
24 D. Sabbatucci, Op.
Cit., p. 89.
25
Con buona pace di chi vede nella religione romana un politeismo confuso
(definito pagano da chi non ha la minima cognizione del sapere
tradizionale), va ricordato che le diverse rappresentazioni delle divinità
si riassumono nella triade arcaica, successivamente trasformata in quella
post-augustea (Giove, Minerva e Giunone), quali epifanie di un unico
principio trascendentale. Scrive al riguardo Varrone: “Egli
Giove è l’anima del mondo che governa con il movimento e la
ragione…gli altri Dei sono membra, parti, potenze dell’unico
Dio: egli stesso è tutti loro; l’Uno e il Tutto sono la stessa cosa.”
(cit. In: H. Cancik, La Religione Romana, in: Storia
delle Religioni, a cura di G. Filoramo, Laterza, vol. I, 1994, p. 402).
26
La funzione di governo, propria dei guerrieri (gli Ksatriya indù) deve essere concepita in senso tradizionale come
quell’insieme di operazioni (Riti, Leggi, cerimonie, etc..) atte ad
assicurare l’armonia dello Stato in conformità con quella dell’Universo,
sì da permettere ai membri della comunità di ritrovare, in ogni attività
il collegamento con un principio di ordine superiore.
27 I Salii erano
un ordine sacerdotale composto da due gruppi di dodici persone: I salii
palatini (devoti a Marte) e i salii
Collini o Agonenses (devoti
a Quririno).
28
Nel corso della processione si percuotevano gli ancilia e venivano intonati canti (axamenta) ed inni (versus),
codificati in latino arcaico sin dal IV° secolo a.C. Alcune testimonianze
ricordano come nel corso del pellegrinaggio un uomo vestito con pelle di
capra e denominato Mamurio
venisse sospinto via e battuto con dei bastoncini. La cultura moderna ha
assorbito quest’elemento del rito, cogliendone solo uno degli aspetti
minori, identificato nella cacciata dell’anno vecchio che, in conformità
con il calendario attuale, viene collocato a gennaio. Mamurio sarebbe l’equivalente
della “vecchiaccia” arsa in piazza subito dopo l’anno nuovo (in
coincidenza con l’Epifania). È invece probabile che nella Tradizione
romana la “cacciata” dell’anno vecchio evocasse un esorcismo inerente
lo spodestamento del Dio che, prima dell’avvento restauratore di Giove,
aveva dominato sulla Terra. In effetti la cerimonia dei Salii era preceduta
in febbraio dai Lupercalia, un
rito in cui i giovani rampolli delle gentes
Fabia e Quintiliana percorrevano le strade della città percuotendo con
strisce di pelle d’animale chiunque incontrassero. I Lupercalia
esprimono, come nel Carnevale moderno, il
lato oscuro del Lupo, la forza e l’irrequietezza del dio Fauno prima
della sua sottomissione a Marte-Giove, in una parola ricreano il disordine delle origini che in questo caso è il disordine pre-romano.
Con l’anno nuovo (e per analogia simbolica, con il nuovo ordine inaugurato
ab urbe condita), Fauno diventa il Dio da esorcizzare e scacciare, così
come si scaccia l’anno vecchio. Per il tramite dell’azione cultuale
dei Salii – che segue e quindi
si oppone temporalmente a quella dei Luperci - è ancora Marte – o se si vuole “Giove” nella sua
funzione guerriera – ad esercitare quest’azione
di guerra e a ristabilire un ordinamento terreno conforme alla volontà
del cielo. La concatenazione
delle celebrazioni dei Luperci e
dei Salii rievoca e ri-attualizza
l’intervento di Marte, quale fu alle origini stesse della città. In quel
momento due gemelli, Romolo e Remo, si contendevano il Potere Temporale,
entrambi con pari diritti (sono figli di Marte), entrambi calati in un
contesto che è quello ancora dominato dal disordine (Fauno), dalle
potenzialità non ancora ordinate e quindi potenzialmente distruttive. I Luperci muovono infatti verso Roma partendo da un antro pre-urbano
(il Lupercale) e daranno vita a
due gens (Quintilia e
Fabia), come due sono i gemelli. Uno di questi deve però
morire/scomparire perchè l’esercizio della regalità, una volta tracciato
il solco (ovvero: una volta ordinato, squadrato lo spazio) è indivisibile e
non può essere condiviso. Morirà Remo (cioè un lato
di Romolo) perché violerà la legge su cui, in definitiva, risposa l’ordine
nuovo istituito da Marte (cfr. M. Bizzarri,
Il Dio guerriero dei Romani: il Tempio di Marte Ultore , Sydaco, Roma,
1997).
29
Il lusus troiae – rappresentato
nel corso della equitum probatio (
o equorum probatio) – costituiva una sorta di “carosello” equestre,
pargonato da Virgilio alle “mille vie” del labirinto cretese. Come
suggerisce il Sabbatucci, è “probabile che si trattasse di una prova
iniziatica adottata per essere ammessi, una volta in età, all’ordine
equestre” (D. Sabbatucci, Ibidem,
p. 315). Circa l’importanza del labirinto, sotto il profilo iniziatico e
specificamente in relazione alla via dei guerrieri si veda M. Bizzarri, Il
Labirinto e la chiesa di S. Maria in Trastevere, Sydaco, Roma,1997.
30
Il mese di ottobre era dedicato a Giove e il sacrificio del cavallo
vincitore della gara omonima va messo in relazione alla necessità di
sacrificare (cioè “render sacro”) le energie marziali al “Padre di
tutti gli Dei”: è questo sacrificio che legittima la regalità e ne
accresce il potere, nella misura in cui quest’ultimo viene appunto
ricondotto al suo Principio (cfr. su questo tema Renato del Ponte, La
Religione dei Romani, Rusconi, Milano, 1992, p. 167 e ssg.).
31
D. Sabbatucci, Op. Cit., p. 177. L’edificazione
della città di Roma segna propriamente il passaggio dei popoli italici da
una condizione nomade ad una sedentaria, con la conseguente ed ovvia
istituzione della pratica dell’agricoltura.
32
Alberto Paolo Torri, Le Corporazioni
Romane , Settimo Sigillo, Roma, 1999, p. 30 e ssg. Circa i littori –
guerrieri che precedevano gli alti magistrati recando le dodici verghe unite
a fascio e sormontate dall’ascia bipenne - si veda Guido de Giorgio, La
Tradizione Romana , Ed. Mediterranee, Roma, 1989, p. 195 e ssg.
33 Gérard de Sorval, Initiation Chevaleresque et Initiation Royale, Dervy, Paris, 1985,
p. 34.
34
Basti pensare che uno dei più importanti eroi del ciclo arturiano –
Parsifal – presenta solo indirettamente una discendenza nobiliare e viene
principalmente definito come “il
figlio della Vedova”. Bisogna proprio ricordare che lo stesso appellativo
è tradizionalmente riservato ai Liberi Muratori? Va tra l’altro rilevato
che l’inserimento della cavalleria nella nobiltà
si delinea, in forme diverse da nazione a nazione, solo alla fine del
secolo XII° dato che, fino ad allora, l’appartenenza ad uno dei due
ordini non comportava automaticamente la presenza nell’altro (cfr. Dizionario Enciclopedico del Medioevo, a cura di A. Vauchez, Città
Nuova Ed., Roma, 1998, t. I, p. 367).
35
In questa sede ci limiteremo ad enumerarli, rinviandone la descrizione
dettagliata a testi specifici; nel Rito Scozzese Antico ed Accettato (il
più diffuso tra i Riti di perfezionamento) troviamo così il Maestro eletto
dei Nove (9° grado), il Sublime Cavaliere Eletto dei Dodici (11°), il
Cavaliere d’Oriente (o della Spada, 15°), il Principe RosaCroce o
Cavaliere dell’Aquila e del Pellicano (18°), il Cavaliere Prussiano (21),
il Cavaliere dell’Ascia Reale (22°), il Cavaliere del Serpente di Bronzo
(25°), il Gran Commendatore del tempio (27°), il Cavaliere del Sole
(28°), il Cavaliere di S.Andrea di Scozia (29°) e infine il Cavaliere
Kadosh (30°).
36
Sulla figura del “padrino” – del resto presente anche in Massoneria
– sarebbe necessario sviluppare importanti riflessioni che non possono
trovare collocazione in questa breve nota. Ricordiamo solo come la
responsabilità del “novizio” – o dell’apprendista – e della sua
crescita ricada prevalentemente propria su tale figura che adempie ad una
funzione di tutela e di guida, perlomeno fintantoché il suo pupillo non sia
giunto al grado di Cavaliere o di Maestro.
37
La fase della preparazione prevedeva un digiuno (di sette giorni), una
veglia d’armi (in solitudine, in una cappella, con la spada posta sull’altare),
un bagno purificatore all’alba dell’ultimo giorno, la vestizione con una
tunica bianca ed un mantello rosso. In origine i candidati alla iniziazione
massonica dovevano digiunare – con la mente e con il corpo – nei tre
giorni precedenti il loro ricevimento; la “veglia” è
di fatto sostituita dalla permanenza nel gabinetto di riflessione. In quanto
all’abbigliamento, va ricordato che il recipiendario deve essere “svestito”
prima di entrare nel tempio dove, al termine della cerimonia, riceverà
guanti, grembiule e, secondo taluni rituali, la clamide o il mantello.
38 La “vestizione” del
Cavaliere è appunto detta adoubement (“addobbamento”),
in francese.
39
“Tutto ciò che indossa il Sacerdote per dire messa ha un significato che
è in relazione con il suo ufficio. E poiché l’ufficio del Prete è
simile a quello del Cavaliere, l’Ordine della Cavalleria richiede tutto
ciò di cui il Cavaliere abbisogna per esercitare la sua professione”
(Raimondo Lullo, Libro dell’Ordine
della Cavalleria, Arktos, Milano, 1994, p. 199).
41 Efesini,
6, 11 (il corsivo è nostro).
42
Contrariamente a quanto avviene nel Mondo Moderno, in un contesto
Tradizionale la disponibilità delle armi è strettamente ed esclusivamente
riservata a quanti possiedano le qualificazioni necessarie affinché gli
strumenti “di morte” non vengano impropriamente rivolti contro la “vita”.
Non solo la Tradizione disciplina l’accesso, ma altresì limita il ricorso
al combattimento che è “giustificato” solo da considerazioni rigorose
su cui torneremo appresso.
43
Va ricordato che nei rituali di Bristol e in quelli di derivazione irlandese
e francese, i massoni dispongono in Loggia di una spada, ancorché il suo
uso sia limitato alle procedure connesse all’iniziazione di un neofita. Il
Jones, che peraltro è bene informato, non riesce a coglierne il
significato, ma ricorda come proprio questo fosse uno dei punti contestati
dagli Antichi ai Moderni, accusati di aver stravolto regole e rituali (cfr.
Bernard E. Jones, Guida e Compendio
per i Liberi Muratori , Atanor, Roma, 1995, p. 199). A nostro giudizio
il permanere della spada tra gli “attrezzi” simbolici del muratore non
fa che riconfermare quell’eredità di simboli e dottrine cavalleresche di
cui la Massoneria ha beneficiato nella sua qualità di “arca dei simboli”.
44
La via del guerriero non si esaurisce certo solo nella maestria delle armi e
del combattimento, ancorché queste acquisizioni siano indispensabili.
Occorre, invero, conoscere e sviluppare altre “arti”, specialmente
quelle inerenti la poesia o il disegno. Questo aspetto è ben presente nella
tradizione occidentale, dove molti illustri cavalieri erano altresì poeti e troubadours. Nella tradizione
giapponese, dove l’Arte del Samurai è denominata Hejo (letteralmente “strategia”), viene specificato che
esistono “molte vie, quella di Budda …, quella di Confucio, quella dei
medici per la guarigione dei malati, la via della woka
per i poeti, la via delle cerimonie rituali, la via del tiro con l’arco e
altre ancora. Ciascuno però segue la propria via secondo il suo talento.
Pochi, però, si dedicano all’Hejo.
Il guerriero dovrebbe seguire due vie: quella della spada e quella del
pennello” (M. Musashi, Il Libro dei Cinque Anelli,
Ed. Mediterranee, Roma, 1984, p. 43). Un’ulteriore riprova del carattere
sacro che riveste la via del guerriero lo si evince dal fatto che, nella
tradizione cino-nipponica, la sala di addestramento del ryu scuola militare,veniva chiamata
dojo,
un termine preso a prestito dal buddismo e con il quale, nei monasteri e nei
conventi, si ignava comunemente il locale adibito alla meditazione e ad
altri esercizi spirituali.
45
Il termine futuwwah, di chiara
provenienza sufi, indica
inequivocabilmente la “cavalleria spirituale”, esempio di eccellenza e
nobiltà di comportamento, vera e propria “via iniziatica”
caratterizzata dalla totale e sincera adesione all’ordine divino cui ci si
conforma e che, in ogni modo, si difende e si custodisce; il termine è in
rapporto di derivazione etimologica con fata (pl. maschile fityan,
femminile fatayat cioè “giovane nel pieno vigore” (cfr. Ibn
al-Husayn as-Sulami, Kitab af-futuwah,
Atanor, Roma, 1989). I Cavalieri – i fityan – possiedono “le proprie
dimore spirituali, i propri gradi gerarchici e i segreti dei loro poli che
ne fanno l’élite degli uomini di Dio, i malamiyya“
(Denis Gril, Le fondement divin de la
futuwwa selon Ibn ‘Arabi, La Règle d’Abraham, 1996, n. 2, p. 2-24).
46
Siete Partidas, cit. in: Raimondo
Lullo, Libro dell’Ordine della Cavalleria, introduzione di F. Cardini, Arktos, Milano, 1994, p. 189,
nota 11 (il corsivo è nostro).
47 Jean Tourniac, Principes et problèmes spirituels du Rite Ecossais Rectifié,
Dervy, 1985, p.111 e ssg.
48 Gérard de Sorval, Op. cit. ,p. 41.
49
Le chevalier au cygne,vv.
5727-28. Non si capisce come mai un autore tanto attento e
profondo come l’Allegra (cfr. a cura di
G. Allegra, Raimondo Lullo, Libro
dell’Ordine della Cavalleria, introduzione di F. Cardini, Arktos,
Milano, 1994, p. 181, nota 2) abbia potuto erroneamente collocare in
corrispondenza di questa data – il 24 giugno – il rito della Transvectio
equitum e addirittura accomunarlo a quello della equitum
probatio, due ricorrenze di grande importanza nell’ambito della
ritualità guerriera dell’antica Roma, che erano nettamente distinte l’una
dall’altra, tanto che la prima veniva celebrata il 15 di luglio (a
commemorazione della vittoria riportata durante la battaglia del lago
Regillo), mentre l’altra non aveva di fatto una scadenza fissa ma veniva
determinata di volta in volta (cfr. Dario Sabbatucci, La
Religione di Roma antica, Il Saggiatore, Milano, 1988, p. 239 e ssg).
50
Alfredo Cattabiani, Calendario,
Rusconi, Milano, 1988, p. 241. Circa i rapporti tra S. Giovanni e l’iniziazione
(massonica) si veda di Paul Naudon,
Le Logge di San Giovanni , Atanor, Roma, 1997.
51
Ci riferiamo non solo ai ben noti rapporti intercorrenti tra Templari e
Assashin (i cavalieri musulmani di obbedienza sciitica), ma altresì alle
indubbie relazioni di cooperazione e mutua assistenza che sussistevano –
soprattutto nelle regioni a ridosso dei Pirenei – tra cavalieri franchi e
Mori. Valga per tutti il celebre esempio del Cid Campeador, che, per molti
versi, ha rappresentato un modello ed un ideale della cavalleria cristiana.
Per altro verso, il poema di Ugo di Tiberiade – Ordine
de Chevalerie – sorta di compendio dei significati simbolici inerenti
la vestizione del cavaliere, viene dedicato ed indirizzato esplicitamente al
Saladino, un “non cristiano”, ma pur sempre un “cavaliere”…
52
Nel Perceval di Chrétien de
Troyes si legge di come “l’ermite, en grand secret, lui dit à l’oreille
une certaine prière qu’il lui répète jusqu’à ce qu’il la sache, et
cette prière contenait beacoup des noms du Seigneur Dieu parmi les plus
puissants et que nulle bouche humaine ne doit prononcer. Quand la prière
fut apprise, il lui interdit de redire ces noms à moins de grand
péril. Una traccia di queste invocazioni
segrete è, tra l’altro, rinvenibile sull’iscrizione apposta sullo scudo
del guerriero templare ritratto nel dipinto di Van Eyck, l’Agnello
mistico, dove si può leggere: D(eus) FORTIS ADONAI sabato v(erus) EM
(Manuel) IHC XP AGLA.
53
Yoshitaro Yamashita, The influence of
Shinto and Buddhism in Japan ,Transactions and Proceedings of the Japan
Society, London, 1895, cit. in M. Musashi, Op.
cit., p. 140, n. 47.
54
Pascal Gambirasio,Travaux de la Loge nazionale de recherches Villard de Honnecourt ,
Ét. Traditionnelles, Paris, vol. 4, 1982, p. 206.
55 Gérard de Sorval, Op. cit., p. 47
56
Luca, 9,23-26. Il “rinnegare se
stesso” è simbolicamente adombrato proprio dalla “collata”, dove il
“cambio della testa” equivale al “cambio del nome” che, come noto,
viene imposto a quanti sono introdotti nella vita monastica. Si tratta,
insomma, di “deporre” il corpo vecchio per indossarne uno nuovo,
prefigurazione del Sé che attende al termine della quête
iniziatica.
58
Si veda al riguardo il giuramento prestato da Parsifal (cfr. Wolfram von
Eschembach, Parzifal, TEA, Milano,
1980, p. 230 e ssg.). La stessa regola vale a tutt’oggi per i “pellegrini”
che visitano il Monte Athos: è loro dovuta ospitalità, ma questa non va
oltre le 25 ore, dato che, al pari del cavaliere, il viandante non può
soffermarsi nello stesso monastero per più di una sera consecutivamente.
59 Dominique Visieux, L’Iniziazione
cavalleresca e il mito di Artù, Mediterranee, Roma, 1981, p. 37.
60 Gérard de Sorval, Op. cit., p. 48
61
È sorprendente come, nel corso degli ultimi vent’anni, in un crescendo
che decorre parallelamente all’incedere del Kali Yuga, il cinema abbia
sostanzialmente abbandonato il genere avventuroso-eroico, preferendogli le
storie anonime e disgustose di veri e propri anti-eroi, dalla personalità
schizoide, dalla sessualità ambigua e dalla morale non di rado discutibile.
C’è qui non solo un intento diseducativo (dato che resta pur sempre vero
l’ammonimento del Foscolo per il quale: “ad egregie cose, o Pindemonte,
spingono l’urne de’ forti”), ma già la prefigurazione di quell’umanità
corrotta e
corruttrice di cui si parla nell’Apocalisse sinottica: “Il fratello
consegnerà a morte il fratello, il padre il figlio e i figli insorgeranno
contro i padri e li metteranno a morte” (Marco,
13,12).
62 Raimondo Lullo, Libro
dell’Ordine della Cavalleria, Arktos, Milano, 1994, p. 201
63 M. Musashi, Il
Libro dei Cinque Anelli, Ed. Mediterranee, Roma, 1984, p. 118.
64
Contrariamente a quanto ritiene una pubblicistica disinformata e
disinformante, per “infedele” l’Islam considera chi non riponga la
propria fede in un Dio unico. Cristiani ed Ebrei sono considerati “cugini”
dei musulmani, ed accomunati insieme a quest’ultimi tra le “genti del
Libro”, cui appunto è rivolta la parola di Dio, sotto forma di Thorà,
Bibbia o Corano.
65
Letteralmente Hagakurè significa “nascosto tra le foglie” e ciò
rinvia, tra le altre possibilità, al fatto che il guerriero compie il
proprio dovere in assoluta umiltà, rimanendo in ombra e quindi, “nascosto
tra le foglie”. Tutto questo evoca fin troppo facilmente il detto
occidentale per il quale “l’iniziato è come il sale nella minestra: c’è,
deve necessariamente esserci, ma non si vede”. Invero, questo
atteggiamento è non solo in relazione al principio di “mortificazione”
dell’Ego, ma riflette altresì una prudente circospezione quanto mai
necessaria, soprattutto nei tempi moderni. Al cavaliere spetta infatti un
compito cui nessuno vuole assolvere in “tempo di guerra”, e che nessuno
apprezza “in tempo di pace”: difatti, è sempre difficile il doversi
specchiare nelle virtù che non si possiedono, ed è per sfuggire curiosità
insane o facili maldicenze che il guerriero, agli occhi del profano,
preferisce occultarsi. Del resto, non è per acquisire facili benemerenze
mondane o conquistare “glorie personali” che si intraprende una via
dove, come in Massoneria, tutto è svolto “alla Gloria del Grande
Architetto”.
66 Raimondo Lullo, Libro
dell’Ordine della Cavalleria, introduzione di F. Cardini, Arktos,
Milano, 1994, p. 19.
67
“Principio essenziale del bushi
guerriero è la morte, che egli deve avere sempre presente, giorno e notte,
dall’alba del primo giorno dell’anno sino all’ultimo momento dell’ultimo
giorno. Se questo concetto si radicherà in voi potrete assolvere pienamente
i vostri doveri … e risolvere qualsiasi problema. … affrontate ogni
giorno della vostra esistenza come se fosse l’ultimo .. non accarezzate
mai la fallace illusione di una lunga vita, finireste con l’abbandonarvi
ad ogni sorta di dissipazione e concludereste i vostri giorni nella più
nera disgrazia” (Daidoshi Isan, Budo
Shoshin Shu).
68
Bagavad Gita (Il Canto del Beato),
a cura di Michele C. del Re, Atanor, Roma, 1996, II, 31-35. A proposito del
concetto di Dharma, il del Re
ricorda giustamente (nota 5, p. 66) che si intende “giustizia o, talvolta,
legge; svadharma è tradotto con
dovere … il suo senso proprio è mantenimento, statuto, derivando dalla
radice indoeuropea “dhar”. Sembra che a questa radice “dhar” .. si
ricolleghi il termine latino firmus,
fermo, saldo. La legge è quindi ciò che tiene saldamente, è quello che è
stabilito solidamente”.
69
Raimondo Lullo, Libro dell’Ordine
della Cavalleria, introduzione di F. Cardini, Arktos, Milano, 1994, p.
7.
70
La guerra, nelle società tradizionali, non solo non è mai fine a se
stessa, ma generalmente prescinde da quelle giustificazioni di carattere
economico e politico cui ci ha ormai assuefatto l’interpretazione marxista
della storia e che – in buona parte – trovano comunque un fondamento
nelle vicende dell’era moderna. La guerra è innanzitutto atto riparatore
di una ingiustizia e come tale finisce con l’essere vissuta alla stregua
di una ordalia nel corso della quale si manifesta il volere divino. Non a
caso nella Roma antica le dichiarazioni di ostilità erano demandate ad un
apposito collegio sacerdotale – i fetiales,
scelti tra patrizi e plebei in numero di venti – che solo dopo aver
esperito ogni possibile conciliazione ed aver constatato l’ingiustizia
perpetrata ai danni del popolo romano, “si recavano di persona presso i
popoli colpevoli .. e dopo aver chiamato a testimoni gli dei ed aver
invocato molte e terribili maledizioni su di sé e sulla propria patria, nel
caso li accusassero ingiustamente, , dichiaravano loro la guerra. Se i
feriali lo vietavano o non davano la loro approvazione, nessun romano,
soldato o re che fosse, poteva legittimamente prendere le armi; ma l’autorità
doveva prima ricevere da essi il permesso di iniziare la guerra, che veniva
giudicata giusta e solo allora prendere le misure necessarie” (Plutarco, Numa, 12,7 e ssg.).
71
G. de Sorval, Op. cit., p. 48.
72
L’analisi di questo simbolo primo dei Templari ci porterebbe molto
lontano, esorbitando dagli intenti di queste brevi note. Basti qui ricordare
che la duplice figura di cui è questione rinvia alle coppie omologhe
Castore e Polluce, i due San Giovanni, Eurialo e Niso, ipostasi di principi
complementari riassumibili per un verso, nell’endiadi di
fortezza-saggezza, e per l’altro, nell’associazione complementare dei
due elementi fuoco ed acqua, al cui simbolismo, del resto, rinvia lo stesso
cavallo.
73
Documento di una Loggia del Rito Scozzese Antico ed Accettato; comunicazione
personale di Jean Reyor (cfr. Jean Reyor, Aperçus
sur l’initiation, Arché, Milano, 1988, p. 23, t. I).
74
Jean Reyor, Aperçus sur l’initiation,
Arché, Milano, 1988, t. I, p. 60. ). Il Reyor, un autore che non di rado ci
lascia alquanto perplessi per la radicalità delle conclusioni cui giunge
commentando Guénon – rileva al riguardo che è in forza di tali
considerazioni che è possibile interpretare alcune delle fasi meno chiare
della vita del grande maestro
|
|
La
Massoneria, per la sua stessa vocazione escatologica ed ecumenica, si
caratterizza, in questa fase del Kali Yuga,
come una vera e propria “Arca vivente” dei Simboli e delle Tradizioni: una
funzione rigorosamente “apocalittica” che le ha permesso di collocarsi al
crocevia della Storia e di incorporare elementi rituali, dottrinali e simbolici
di altre vie iniziatiche, soprattutto quelli inerenti la “via cavalleresca”
(via del Guerriero o Via Regale). Questo specifico carattere cavalleresco
informa di sé molti dei gradi di perfezionamento (soprattutto nel Rito Scozzese
e in quello Rettificato). Tuttavia, è pur vero che tale aspetto è uno di
quelli meno conosciuti e più soggetto ad interpretazioni errate e fuorvianti,
per cui è necessario inquadrare correttamente il senso e la portata di quegli
aspetti “Guerrieri” che, già a partire dal simbolismo proprio ai gradi
azzurri, informano la via iniziatica cui la Libera Muratoria schiude le porte.
Valga per tutti l’esempio di uno strumento rituale come la cazzuola, il cui
significato ed utilizzo è purtroppo tra quelli più largamente caduti in
disuso. La cazzuola, la cui forma a zig-zag evoca simbolicamente la folgore –
scettro del Dio Onnipotente – costituisce a rigore lo strumento d’elezione
attraverso cui la potenza creatrice del Grande Architetto crea, impasta e plasma il Mondo manifestato. In quanto simbolo dell’atto
creatore la cazzuola veniva considerata nel Medioevo il più significativo dei
simboli dell’Arte Muratoria e, come tale, veniva giustamente raffigurata sui
blasoni delle Gilde costruttrici. Fino ancora agli inizi del 1700 la cazzuola
era utilizzata nel corso delle iniziazioni; in un rituale inglese del 1726 il
recipiendario deve tenere in mano il martello con la sinistra e la cazzuola con
la destra: vi viene del resto specificato che la cazzuola unisce ciò che il
martello divide. Secondo Denis Roman, a cui dobbiamo le considerazioni esposte
in questa nota, è probabile che prima dell’avvento della Massoneria
speculativa, la cazzuola svolgesse il ruolo oggi sostenuto dalla Spada
fiammeggiante durante l’iniziazione, e che proprio in relazione al suo
apparentamento simbolico con la folgore, abbia quindi potuto costituire il
veicolo per mezzo del quale viene trasmessa l’influenza spirituale. Ora, la
sostituzione di uno strumento muratorio con uno proveniente dalla tradizione
cavalleresca, nel quadro di un rito tutt’altro che marginale, testimonia da
sola dell’importanza delle acquisizioni e degli influssi – simbolici,
dottrinali e rituali – che l’istituzione ha ricevuto nel momento in cui ha
aperto le porte ai membri “qualificati” della via cavalleresca. Scrive
Roman:
È
possibile che una tale sostituzione sia stata il frutto dell’entrata degli Kshatryia
nella Massoneria, entrata che ha trasformato quest’ultima organizzazione da
corporativa in organismo a reclutamento “non operativo” e l’arte dei
costruttori in “Arte Reale”. Una tale modificazione doveva aver
necessariamente delle ripercussioni sul simbolismo dell’Istituzione 1
Un’allusione
a tale processo può essere rinvenuta in alcuni passaggi dei rituali inglesi in
cui si sottolinea che
La
reputazione della Massoneria ha raggiunto una tale estensione che i Re hanno
ritenuto non derogare alla loro dignità nel patrocinare la nostra Arte, scambiando
lo scettro con la cazzuola, e fraternizzando con i propri sudditi nelle
nostre assemblee 2
E,
aggiunge Roman:
Si
può dire che se gli Kshatriya
entrando in Massoneria, “deposero” simbolicamente
il loro scettro, così da essere gli “eguali” di coloro che diventavano i
loro fratelli, la Massoneria che li accoglieva nel proprio seno, “perdeva”
la cazzuola e ne riceveva in cambio un insegna reale equivalente: lo scettro o,
più esattamente, la spada fiammeggiante. … La Massoneria aveva senza dubbio,
sin dall’origine, qualche cosa che giustificava la scelta che fecero gli Kshatryia
per effettuarvi il deposito
dell’Arte Reale … la sostituzione della cazzuola ha senza dubbio un senso ed
è verosimilmente legato all’avvenimento capitale della storia nascosta della
Massoneria, avvenimento che la trasformò da organizzazione di mestiere .. in un’organizzazione
aperta a tutti gli uomini “qualificati”. Conoscere le ragioni profonde di
questa rimarchevole trasformazione, permetterebbe sicuramente di prevedere i “destini”
riservati all’Ordine massonico e di acquisire altresì la “chiave” di
lettura di numerosi enigmi storici e non 3.
Sotto questo profilo è ancora più rimarchevole l’insegnamento che ci proviene
dalla tradizione estremo-orientale, dove l’Arte del Guerriero è
esplicitamente messa in relazione a quella del massone, del “carpentiere 4
che costruisce le case”. Scrive al riguardo Musashi, il celeberrimo “maestro
di spada” del Giappone feudale:
La terza via è quella del guerriero …
La quarta via è quella dell’artigiano.
Tra questi, il carpentiere esercita la sua attività servendosi dei propri
utensili, che deve sempre conservare con la massima cura possibile … Mi piace
paragonare l’Hejo l’Arte del
Guerriero all’attività dell’artigiano e più esattamente a quella del
carpentiere che costruisce le case … Userò l’espressione “attività del
carpentiere” per indicare l’Hejo. L’ideogramma cinese del carpentiere significa “grande
schema”, anche i principi dell’Hejo
sono un “grande schema” .. Il maestro è l’ago e il discepolo è il filo.
Per conoscere a fondo è necessario esercitarsi con grande assiduità 5
Il fatto
che tra Massoneria e Cavalleria sussistano strette interconnessioni –
simboliche, rituali e dottrinarie – se pure solleva perplessità nei
conoscitori superficiali dell’Istituzione – quelli, per intenderci, che ne
fanno risalire le origini al 1717 con la costituzione della prima Gran Loggia
inglese – invero non sorprende chi, anche se poco, disponga di un minimo di
conoscenze tradizionali. La ritualità e la simbologia massonica sono di fatto
disseminate di così tanti elementi cavallereschi della più diversa provenienza
che, nel contesto ristretto di questo saggio non sapremmo renderne appieno conto
e per i quali rinviamo ad altri e più dettagliati volumi 6.
Ci basti qui richiamare l’attenzione su alcuni aspetti che, a dispetto di ogni
evidenza, il più delle volte vengono passati sotto silenzio. Ci riferiamo qui
al significato ed al ruolo simbolico che, nella massoneria azzurra dei primi tre
gradi, assunto dalle figure di Salomone e di Giosuè, entrambe legate alla
funzione regale e guerriera.
Giosuè, il generale dell’esercito israelitico che prosegue il viaggio
iniziato con Mosè e giunge a conquistare la “terra dei padri”, è per
antonomasia la quintessenza del combattente. Sarà lui che, dall’altura di
Gabaon, chiederà al Signore di arrestare il corso del Sole e della Luna 7
perché il giorno non tramonti fintantoché le sue truppe non abbiano
annientato gli Amorrei. Come ha ricordato Denis Roman 8,
con il termine “gabaon” numerosi rituali massonici individuano il maestro
libero muratore, tanto che la vedova di un maestro massone veniva chiamata,
perlomeno ancora fino al XVIII° secolo, “gabaonne”, un neologismo francese
coniato coniugando al femminile il nome proprio. Sole e Luna erano stati creati
per costituire “segni per le stagioni, i giorni e gli anni” 9
e costituiscono, nell’ambito temporale, il corrispettivo di quei confini, di
quei limiti (limes) che concorrono a
“costruire” lo spazio e alla cui custodia è giustappunto preposto il
guerriero, il miles 10.
Sole e Luna, bloccati nelle loro rispettive posizioni, sono descritti altresì
ai lati del Cristo in croce e, come tali – rispettivamente a destra e a
sinistra - sono riprodotti ai lati del trono del Maestro Venerabile, quasi a
significare che, colui che si situa tra la squadra e il compasso, al centro
della camera di mezzo, ha ormai raggiunto
quel
punto unico del nostro mondo dove il tempo smette di scorrere , dove le
fantasmagorie della successione sono abolite nella coscienza dell’immutabile
realtà, dove quegli aspetti relativi e contingenti che nominiamo passato e
futuro si stemperano nella “permanente attualità” dell’eterno presente 11
Gabaon
è peraltro la collina su cui Salomone riceverà in sogno la visione di Dio e
dove, posto dinnanzi a scelte diverse, chiederà per sé di ricevere dall’Altissimo,
il dono di un “cuore intelligente” sì da poter “distinguere il bene dal
male”:
Al
Signore piacque che Salomone avesse domandato la saggezza … Dio gli disse:
poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato né una lunga vita, né la
ricchezza, né la morte dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il
discernimento per ascoltare le cause, ecco faccio come tu hai detto .. ti
concedo un cuore saggio ed intelligente … ti concedo anche quanto non hai
domandato, cioè ricchezza e gloria come nessun Re ebbe mai 12
Si
tratta di un passaggio della più grande importanza su cui è bene sottolineare
gli aspetti che più da vicino ci riguardano dato che è proprio dopo questo
prodigio che Salomone, per il tramite dell’architetto Hiram-Abi comincerà la
costruzione di quel Tempio cui si richiamano i massoni sparsi sulla Terra e che
ciascuno di loro è sollecitato a ricostruire sub specie interioritatis.
Va sottolineato che tale opera viene intrapresa da Salomone in quanto Rex,
espressione di quel potere Regale che è appannaggio specifico dei guerrieri
preposti all’azione e quindi al “cominciamento” di qualunque impresa che,
proprio perché si svolge nell’ambito del divenire, rappresenta comunque un
pericolo ed una insidia. Il Maestro Venerabile, nell’occupare il trono che fu
di Salomone, ne eredita legittimamente anche la funzione guerriera e quindi
cavalleresca 13 con tutto ciò che questo
implica in termini di diritti e di doveri. Salomone stabilirà un’indissolubile
alleanza con Hiram-Abif, prefigurazione di quella che, su altri piani, si
stabilirà tra le vie iniziatiche pertinenti il mestiere d’artigiano
costruttore (massoneria) e quello di guerriero (via cavalleresca). Salomone
beneficerà della speciale benedizione divina che gli assicurerà i tre pilastri
della maestria iniziatica: Saggezza, Forza e Bellezza, gli stessi che, adombrati
nelle rispettive ipostasi di Minerva, Ercole e Venere, adornano i templi
massonici e che, come virtù, sono connaturati alla figura del guerriero. Invero
il testo biblico parla di ricchezza e di gloria: la prima, nei popoli antichi,
era di fatto un attributo non disgiungibile dalla Bellezza, mentre, come ci
spiega il Roman, la seconda ha evidenti rapporti con la Forza: la prima è una
“qualità” propria della classe artigianale (date le relazioni strette che
intercorrono tra Arte e Bellezza), la seconda con la classe guerriera. Va
altresì rilevato come la Saggezza (attributo proprio della casta sacerdotale)
sia indissolubilmente legata alla Forza guerriera ed alla Bellezza nella figura
unica di Minerva, dea della Conoscenza, della Guerra e delle Arti, ipostasi
divina delle tre vie iniziatiche (sacerdotale, guerriera e dei mestieri). Non a
caso i collegia
artigianali dell’antica Roma l’avevano prescelta a patrono delle rispettive
corporazioni, in ciò riconfermando gli stretti rapporti che da sempre,
perlomeno in Occidente, sono intercorsi tra la via del guerriero e quella dell’artigiano.
Il mestiere di cavaliere: le funzioni archetipali e
storiche nell’antica Roma
Il guerriero, il “cavaliere”
– nell’accezione che tale funzione ha acquisito nel bacino del
Mediterraneo – è innanzitutto un difensore dell’ordine sacro e un
servitore del Re. Le funzioni proprie della via cavalleresca sono bene
esplicitate dal simbolismo intrinseco alla liturgia dei riti marziali
nell’ambito dell’antica Roma dove, del resto, le origini dell’Ordine
equestre affondano le proprie radici, radici su cui è opportuno
svolgere una breve digressione.
I cavalieri e, per estensione, i “guerrieri” – i milites
– romani sono preposti alla tutela di quell’ordine cosmico che si
riflette in terra nell’imperium Romae.
Come tali sono strettamente subordinati al potere sacerdotale nelle cui
mani si accentra non solo l’esecuzione dei riti, ma altresì la guida
politica dell’Urbe. L’ordine equestre era formato da membri
provenienti da 18 centurie (delle 193 in cui era stata ridistribuita la
popolazione romana dopo la riforma serviana), a cui lo stato affidava il
“cavallo pubblico”, ne sosteneva cioè le spese affinché potessero
servire nella cavalleria. Per accedere al rango di equites
Romani equo publico bisognava comunque essere scelti dai censori e sottostare a prove che, probabilmente, erano
solo in parte pubbliche e comunque di chiaro carattere rituale.
Molto significativamente l’appartenenza all’ordine equestre era
incompatibile con il cursus honorum per cui ai cavalieri era precluso il senato e, più
in generale l’accesso alle cariche sacerdotali tra cui, ricordiamolo,
rientrava la magistratura, il che riconferma la netta separazione delle
funzioni e delle specificità inerenti ciascuna classe 14.
Il fatto che i reggenti del potere temporale, lo stesso Rex e successivamente il dittatore, i consoli, così come l’Imperatore,
provengano dalle file della magistratura e quindi, in ultima istanza,
dal sacerdozio, documenta a
sufficienza come, nella Roma antica, il potere temporale derivasse per
filiazione diretta da quello spirituale e come a quest’ultimo venisse
di fatto subordinato 15. Invero, la specificità
dell’esempio romano sta proprio nella capacità della classe guerriera
di restaurare, non una
bensì due volte, l’autorità sacerdotale e quindi di sottomettersi a
questa: la prima volta con Romolo e soprattutto Numa, che in qualità di
detentori del potere regale istituiranno le diverse funzioni sacerdotali
e i relativi riti; ed una seconda volta con Augusto che, assommando le
due funzioni di Imperator e
di Pontifex Maximus, potrà provvedere a quella restauratio augustea, che è innanzitutto una reintegrazione della
Tradizione prisca di Roma 16.
Della tradizione cavalleresca romana ben poco ci è rimasto, ma per
certo sappiamo che almeno due fossero le confraternite guerriere a
carattere iniziatico, entrambe poste sotto la protezione di Marte:i Salii,
che erano delegati ai riti di consacrazione e purificazione delle armi,
e i Fratres Arvales, deputati alla consacrazione e purificazione dei
campi. Questi ultimi, nella seconda metà del
mese di maggio, eseguivano gli Ambarvalia,
circuambulazioni eseguite a passo di danza lungo il perimetro degli arva,
le terre coltivabili della città, con lo scopo di “rendere il
territorio compreso in esso invalicabile sia dai nemici esterni sia
dalle potenze malefiche che provocano malattie” 17.
Nel corso della complessa cerimonia venivano sacrificati un maiale (sus), un montone (ovis) e
un toro (taurus) che, collettivamente, prendevano il nome di suovetaurilia.
Il rito è tra i più antichi che si conoscano e, molto
significativamente, è rintracciabile anche nel rituale vedico. A Marte
veniva rivolto un inno affinchè “tu Marte impedisca, combatta e
storni i mali palesi e nascosti (visos invisosque),
la desolazione e la devastazione, le disgrazie e le intemperie,
affinchè tu lasci crescere e venir bene il frumento ed ogni altro
prodotto dei campi” 18.
Marte veniva invocato perchè le divinità del suolo, i Lares, Cerere e i non
ben specificati Semones,
fossero governate ed ordinate a compiere un lavoro creativo e
fruttifero. In questo contesto Marte assume i caratteri del principio
regolatore della funzione attribuita a Cerere,
divinità ctonia, eminentemente femminile per la sua funzione generandi
che trova nel principio attivo, maschile e guerriero, l’elemento ordinatore.
In altre parole, la tremenda potenza connessa ai riti di generazione
associata al principio femminile (Cerere)
poteva essere risvegliata solo mitigandola, controllandola ed
indirizzandola mercé l’intervento di un principio unificatore
più forte ancora (Marte, dio guerriero), positivo e maschile. Marte
diventa qui il reggitore di Cerere,
così come sarà il reggitore di Venere,
capace di subordinare l’influenza delle energie telluriche e femminili
ad una funzione costruttiva 19.
Che l’associazione tra la funzione “guerriera” e quella “agraria”
non abbia in sè nulla di arbitrario (ma anzi rifletta una perfetta
coerenza simbolica) lo dimostrano numerosi esempi. Basti qui ricordarne
uno, tratto dalla mitologia cristiana, dove la funzione marziale
di S. Giorgio (protettore dei Cavalieri e dei Soldati) viene , tout naturellment, associata a quella di protettore e curatore dei
campi. S. Giorgio era un ufficiale dell’esercito romano, ma in
precedenza era contadino, come del resto lo definisce il suo stesso
nome: Gheorghios/Gheorgos che
in greco significa appunto “agricoltore” 20.
Così
come i Fratres Arvales
provvedevano alla “purificazione” 21 dei campi in maggio, “preparando”
in qualche modo la raccolta delle messi, così i Salii
preparavano, in marzo, l’apertura della stagione delle armi che si
sarebbe conclusa in ottobre (festività dell’Armilustrium).
La struttura del calendario romano, che ordina il Tempo in funzione
sacrale, riconducendo
cioè ogni attività ad un principio di ordine spirituale, è
prevalentemente articolata sulle festività del Dio guerriero. Marte
apre l’anno del calendario arcaico con il mese (marzo, Martius),
che gli è stato dedicato da Romolo, e lo chiude con ottobre. Sia Quirino
(Romolo), che Marte, esprimono in questo senso l’idea della regalità
22,
la funzione propria alla casta dei guerrieri, e per farlo debbono
circoscrivere nello Spazio e nel Tempo, i confini dell’esercizio del
Potere Temporale, assicurandone la legittimità dello stesso per il
tramite di un terzo fattore unificante, rappresentato da un principio di
ordine superiore, ipostatizzato da Giove. Marte definisce una comunità
nel confronto con le altre popolazioni e ne delimita lo spazio, e poichè
tale “confronto avviene per lo più in termini di una guerra, Marte poteva
apparire un Dio della guerra, un Dio che presiede alle armi”, mentre, come
“Signore” dell’inizio dell’anno, cosmicizza il Tempo e lo
ordina.”23.
In altre parole è Marte che ordina e colloca, in un contesto
universale, lo Spazio e il Tempo di Roma. Le stesse funzioni vengono
attribuite al Rex
che definisce uno Spazio (il territorio su cui esercita la reggenza) ed
un Tempo (definito dalla durata del suo mandato). “Marte è dunque Re
divino, ma non il Re degli dei, dato che tale tipo di sovranità spetta
a Giove, nè è il Re divino di una determinata comunità, dato che
molte o tutte le comunità italiche lo venerano. Egli è invece la
rappresentazione divina della regalità, ossia delle funzioni cosmicizzanti
Tempo e Spazio proprie della regalità” 24. Marte non esercita
autonomamente tale sovranità che gli è, in qualche modo delegata da
Giove 25,
così come la sovranità esercitata dagli Ksatriya
riceve legittimazione dai Brahmani.
Significativo è al riguardo l’episodio narrato dal mito relativo allo
scudo di Numa. Questi avrebbe ricevuto dal sommo Juppiter
uno scudo bronzeo (ancile) quale
segno del favore del Dio per la città di Roma e ne avrebbe fatto fare
altre 11 copie. I dodici scudi, per analogia con altri simboli
implicanti il numero 12, rappresentano lo spazio,
il Mondo, su cui i (legittimi) detentori saranno chiamati ad esercitare
l’imperium. Lo scudo
suggella altresì il patto tra la divinità e il suo rappresentante in
terra, il Rex, che, in virtù della sua funzione di “primo tra i guerrieri”,
è chiamato ad esercitare il Potere Temporale. Il Re esercita il governo
(imperium) grazie a Marte –
il sommatore delle funzioni Tradizionali dei guerrieri – ma trae la
legittimità del suo mandato solo da Giove. Marte
è in qualche modo il principio che permette la realizzazione della volontà di
Giove, il custode e difensore dei suoi voleri 26. È per questo che gli ancilia,
donati da Giove, sono custoditi sì, nel sacrarium
Martis, ma ad opera del Flamen Dialis.
Gli ancilia, scudi oblunghi
con doppio incavo, venivano indossati dai Salii
in marzo, mese nel corso del quale una successione ordinata di cerimonie
scandiva l’inizio dell’anno. Le cerimonie si aprivano con il rinnovo
del fuoco sacro nel tempio di Vesta, officiato dai tre Flamini maggiori
(Dialis, Martialis e Quirinalis);
si rinnovavano le corone di alloro che contrassegnavano le Curie e le
case dei Rex
Sacrorum e dei Flamini maggiori. Il primo marzo i Salii rimuovevano gli scudi per iniziare il pellegrinaggio cultuale
che si snodava lungo un percorso che toccava i principali luoghi sacri
della città (Foro, Comitium,
altari e templi principali). Come indica il loro nome (salii da
salire, cioè “saltare”, “danzare”) questi sacerdoti, armati
di lancia, scudo e con indosso una corazza, procedevano a passo di
danza, realizzando complicate figure che nell’insieme configuravano un
percorso labirintico
che assumeva i caratteri di una danza iniziatica 28,
simile per molti aspetti alle circumambulazioni realizzate dai Fratres
Arvales e dagli equites durante il lusus troiae
29.
Le azioni cultuali dei Salii proseguono quindi nei giorni festivi di Equirria
(in cui si svolge una corsa di cavalli e gli animali vengono resi atti
alla guerra), di Quinquatrus e, infine, con Tubilustrium. Le armi,
preparate e purificate in marzo verranno infine riposte e purificate di
nuovo in ottobre (Armilustrium);
parimenti il cavallo, che simbolicamente esprime energie difficilmente
governabili e potenzialmente pericolose, viene “addomesticato” per
essere utilizzato (a fini “guerrieri”) in marzo e quindi
rimosso/ucciso in ottobre (festività dell’Equus October) 30.
L’intervallo temporale che va da questa festa all’inizio di marzo
dell’anno successivo, è quello in cui Marte, apparentemente, “riposa”.
Nello stesso periodo si svolge il ciclo che trasforma il mosto in vino e
che vede – sotto il profilo iniziatico – la pietra “grezza”
diventare “levigata”. La “guerra” in questa fase è, per così
dire, “interiorizzata”: per questo Valerio
Flacco sottolinea come il cavallo sia qui un sostituto del bue: proprio
“perchè ha a che fare con la guerra”: il
toro/cavallo viene sacrificato (come avviene per esempio anche nella
tradizione mithraica) per dare alimento a quell’opera di maturazione
che porterà il “seme” a fiorire in primavera. Il “seme” di cui
è questione si riferisce a due ambiti simbolici, perfettamente
compatibili tra loro seppure di ordine diverso: per seme deve intendersi
il lavoro dell’uomo, la sua operosità attiva rivolta a fecondare la
terra, “lottando”
contro le asprezze e le difficoltà della natura perchè
la stessa premi tanta fatica con i frutti della primavera-estate; e per
seme deve anche intendersi l’operare incessante del “guerriero”,
dell’iniziato, su se stesso, impegnato in quella “piccola guerra
santa” che l’Islam chiama Jihad
e che deve portare, con la morte del seme,
alla nascita dell’Uomo nuovo. I riti connessi con il culto di Marte
scandiscono questi passaggi che vedono il “guerriero” acquisire
virilità ed energia (Luperci),
trasmutarle ed ordinarle ai fini dell’iniziazione guerriera (Salii)
ed infine volgerle
alla fecondazione e fruttificazione dei campi (Arvales).
Le tre fasi sono tra loro sequenziali e vanno da febbraio a maggio, con
l’interruzione del mese di aprile che equivale “miticamente, alla
fondazione di Roma, il presupposto necessario per l’istituzione di una
cultura ‘arvale’, ossia dell’agricoltura” 31.
Questa “naturale” continuità rende altresì ragione degli stretti rapporti
che sussistevano nella Roma antica tra la tradizione guerriera e quella
artigianale, tale che, al pari dei tignarii
(muratori), anche i littori erano raccolti in collegia (collegia apparitorum
et scribarum) 32.
L’iniziazione del cavaliere
Il “cavaliere” in un contesto
tradizionale quale quello descritto – e che è comune all’antica Roma come
alla società medievale – è in se stesso simbolo dell’unità del corpo
sociale, custode armato della Tradizione e dei suoi rappresentanti; egli è
…
le gardien
de la Terre Sainte, essentiellement voué à la défense du bien commun, et donc
ne s’appartenant pas. Le désintéressement et la générosité, ainsi que la
loyauté sont donc les premières qualifications requises pour exercer ce métier qui implique le
dépassement de soi 33
Ancora
una volta, come per qualunque via iniziatica, sono preliminarmente richieste
delle specifiche attitudini – vere
e proprie qualificazioni iniziatiche – il che rende ragione di come, dalle
origini e fino a tutto il XIV° secolo, l’iniziazione a cavaliere non venga necessariamente
conferita ad un nobile: l’appartenenza alla nobiltà è di fatto una presunzione
di dignità e nulla più 34.
Di fatto il candidato al cavalierato deve presentare gli stessi requisiti
richiesti al recipiendario e sottostare ad obblighi e condizioni per molti versi
similari. Peraltro, la stessa iniziazione presenta indubbie analogie con quella
massonica, il che giustifica come, nell’ambito dei Riti di perfezionamento, la
Libera Muratoria abbia potuto legittimamente incorporare gradi squisitamente e
schiettamente cavallereschi, della più diversa origine 35.
Di regola il candidato “cavaliere” doveva superare una serie di prove nell’arco
di una preparazione che, dall’apprendistato al momento in cui viene ricevuto
Cavaliere, dura circa 21 anni. A sette anni viene affidato in quanto “paggio”
ad un “padrino” 36 che si preoccuperà della
sua educazione morale e intellettuale, indirizzata a sviluppare l’amore per
Dio, per le Dame e per l’Ordine della Cavalleria. Compiuto questo primo
settennato, verrà consacrato “scudiero” dalla Chiesa e solo ora avrà il
diritto di portare delle armi, pur non potendo ancora usarle (se non per
esercitarsi o per difendere il proprio “padrino” in pericolo); lo scudiero
imparerà l’Arte dal proprio Cavaliere, lo assisterà nelle imprese e nei
viaggi, “di castello in castello”, per perfezionarsi nell’Arte marziale
(il che ricorda l’analogo dovere dei Compagnons
che compiono il “Tour de France”);
si incaricherà della manutenzione delle armi e dei cavalli, si occuperà del
servizio interno al maniero e veglierà sul protocollo e sugli onori che vanno
resi ai visitatori (il che ricorda i compiti cui sono destinati Fratelli
serventi in Massoneria). Al termine di questo secondo periodo, se lo scudiero ha
mostrato di possedere le doti necessarie e di essersi mantenuto “onorato e
virtuoso”, può accedere alla consacrazione vera e propria. È adesso un uomo
di vent’uno anni - la stessa età minima richiesta per accedere in Massoneria
– e può essere iniziato
dopo una purificazione di sette giorni 3637.
La cerimonia vera e propria dell’iniziazione si articolava in più fasi. Il
candidato ascoltava una messa in ginocchio, la spada appesa al collo, e
presenziava alla benedizione delle vesti e delle armi che gli venivano
finalmente conferite. Oltre agli speroni, alla corazza, ai guanti, il giovane
cavaliere riceveva la spada, la lancia e soprattutto lo scudo su cui erano
riportati i colori araldici che sanzionavano l’appartenenza del nuovo
cavaliere ad una “famiglia spirituale” che ha appunto il ruolo di “adottare”
e “riparare”, così come viene suggerito dall’etimologia stessa del
termine “addobbare” 38.
La vestizione del cavaliere ha un carattere eminentemente esoterico –
nonostante il rito avvenga parzialmente
in pubblico – e si articola in più fasi, ciascuna estremamente ricca di
significati e di implicazioni che, se da un lato ne specificano “l’ufficio”
39,
dall’altro costituiscono una prefigurazione dell’esortazione paolina:
…
dovete deporre l’uomo vecchio … e rivestire
l’uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera 40
… Rivestitevi dell’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del
diavolo. La nostra battaglia non è infatti contro creature fatte di sangue e di
carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo
di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.
Prendete perciò l’armatura di
Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver
superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti
i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza
della giustizia, e avendo come calzatura
ai piedi lo zelo per propagandare il Vangelo della pace. Tenete sempre in mano
lo scudo della fede, con il quale
potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo
della salvezza e la spada dello
Spirito, cioè la parola di Dio 41
Al
di là della loro valenza strettamente militare 42,
le armi possiedono un preciso significato esoterico in quanto costituiscono, a
rigore, gli strumenti del mestiere 43,
indissociabili quindi dal lavoro e dal percorso che il Cavaliere è chiamato a
svolgere ai fini della propria realizzazione iniziatica 44.
Al termine di una specifica invocazione, il candidato veniva infine sottoposto
alla
collata, un atto tramite il quale si
colpisce alla nuca con il piatto della spada. Questo rito presenta significati
complessi e pertinenti livelli diversi, tanto sacramentali (religiosi), quanto
iniziatici propriamente detti. Da un punto di vista strettamente religioso, il
conferimento del cavalierato costituisce un’amplificazione del sacramento
della confermazione, amministrato nel momento in cui si entra nella Chiesa
Militante, tale da configurare lo stato di cavaliere il grado più alto prima
del sacerdozio; è altresì da sottolineare che è l’ordine sacerdotale a
conferire tale status, a riprova dei
già ricordati rapporti di subordinazione che ricollegano la Via Guerriera a
quella Sacerdotale.
Due aspetti, che presentano strette analogie con alcune fasi della iniziazione
massonica, devono richiamare la nostra attenzione: l’invocazione e la collata.
L’invocazione veniva pronunciata dal sacerdote, che si rivolgeva a San Giovanni Battista, a Davide e a
Giuda Maccabeo. Il riferimento al secondo ed al terzo personaggio si spiega
agevolmente in un contesto guerriero: Davide è il vincitore di Golia su cui
prevale invocando il nome segreto di Dio; allo stesso modo Giuda Maccabeo, “giustiziere
di Ieova” e ricostruttore del tempio profanato da Antioco Epifane, trionfa dei
nemici di Israele “meditando, purificandosi, pregando ed invocando il nome di
Dio” ; meno evidente è invece il significato del Battista, il santo
protettore – insieme a S. Giovanni Evangelista - e della Massoneria e dei
Templari. È proprio la Tradizione islamica che forse ci spiega il senso dell’inusuale
riferimento a quest’ultimo, dato che il Libro
della Cavalleria (Kitab Al-Futuwah)
45
lo colloca prima di Cristo e al termine di una lunga genealogia di “cavalieri”
(‘fata) che prende origine con
Adamo; Giovanni è raffigurato in questo contesto come colui che per primo
accende la guerra contro le tenebre
– un concetto adombrato, tra l’altro, anche nel Prologo del Vangelo
giovanneo – capace di dominare e vincere il dolore fisico, una qualità dunque
prettamente “guerriera”. Possiamo già anticipare come il denominatore
comune alle ipostasi divine evocate durante la cerimonia rituale siano
specificamente quelle che rivestono un ruolo di primo piano nell’ambito della
lotta che il cavaliere è chiamato a sostenere, prima ancora che contro nemici
“in carne ed ossa”, contro quegli “spiriti
di malizia” di cui parla San Bernardo nella sua Laude.
Terminato l’ufficio del sacerdote, toccava ora al Principe o al Cavaliere cui
lo scudiero era stato affiliato, portare a termine il rito, dato che,
analogamente a quanto avviene in Massoneria, la specifica influenza spirituale
di cui è questione in ciascuna via iniziatica non può essere trasmessa se non
da chi la possieda effettivamente:
Non
possono essere fatti Cavalieri per mano di un uomo che Cavaliere non sia. Ché
gli antichi Saggi, che ogni cosa ordinarono saggiamente, pensarono che non era
cosa possibile né giusta che un uomo
desse ad un altro cosa che lui stesso non avesse 46.
La “collata” simula il taglio della
testa e come tale è sempre stata considerata come un “cambiamento di testa”
il che, come ricorda Jean Tourniac, ci riporta a San Giovanni Battista che venne
appunto “decollato”. È significativo che “l’elevazione a Maestro, nell’ambito
del Rito massonico Rettificato, preveda un colpo violento inferto sulla nuca del
candidato” 47:
in effetti il colpo viene condotto su quello stesso punto che l’Apprendista
“mette in ordine” nel I° grado e costituisce in definitiva il mezzo per
risvegliare
in senso iniziatico un centro di energia sottile estremamente importante … Tra
la collata e il soffio dato dal vescovo al momento della confermazione a
cavaliere, si ritrova un significato analogo: “svegliati dal sonno della
malizia e veglia nella fede del Cristo..” Nei due casi si tratta di
risvegliarsi ad uno stadio superiore di coscienza, illuminato dallo Spirito
Santo, che consente di mettere le proprie forze fisiche e morali al servizio
dell’Ordine o della Chiesa. 48
Le date che nel Medioevo venivano di
preferenza scelte per l’investitura, erano quelle della Pasqua, della
Pentecoste e, soprattutto di San Giovanni Battista:
A
feste saint Johan que l’on doit aourer
(en a fait li gentieux vint et cinc adober) 49
in relazione alla ben nota coincidenza
del solstizio d’estate che, tra gli altri significati, ha quello di “introdurre” nella
caverna cosmica e di avviare quindi il miste alla comprensione dei “piccoli
misteri”. Il solstizio ha una sua
specifica valenza guerriera, dato che, come ci ricorda Cattabiani:
… le usanze connesse alla
sua festa hanno la funzione di proteggere il creato … I falò che si accendono
ancora oggi sulla cime delle colline … simboli del sole solstiziale, scacciano
demoni e streghe, e prevengono le malattie 50
Va rilevato come l’investitura a
cavaliere, pur essendo nella sua forma esteriore un rito religioso ed essoterico
a tutti gli effetti, nondimeno possiede un preciso carattere esoterico ed
iniziatico; è propriamente in virtù di questo che i gradi cavallereschi sono
stati suscettibili di essere incorporati nella Tradizione massonica e che l’Ordine
della Cavalleria acquisisce un significato ed una valenza che travalicano i
limiti di una religione particolare, tanto da permettere a guerrieri di “fedi
diverse” di dialogare ed operare insieme 51.
Intesa in senso strettamente tradizionale, l’iniziazione può essere definita
come il ricevimento di una specifica influenza spirituale, trasmessa per il
tramite di una catena ininterrotta che si riallaccia al Fiat Lux e che consente, in coloro che dispongono delle necessarie
qualificazioni, il risveglio di una coscienza spirituale che si attualizza
secondo una modalità attiva, personale e volontaria che si appoggia su un
corpus di conoscenze simboliche e dottrinali e si avvale di un metodo rituale
basato su esercizi (askesis)
spirituali. L’ingresso in questa via
deve essere realizzato sotto il velo del
segreto: da una parte perché comporta nozioni e comportamenti non assimilabili
.. per i comuni mortali, d’altra parte perché l’essenziale di ciò che
veicola e trasmette è propriamente incomunicabile con il discorso ordinario e
rileva dell’esperienza sacra del divino, invisibile ed ineffabile. Aggiungiamo
che le influenze esteriori dissolvono e “dilapidano”
i germi delle perle dischiuse nell’athanor
del cuore
Questo è il motivo per cui il neofita
viene assistito passo passo – così come avviene in Massoneria – dal proprio
Padrino, investito dell’autorità e della responsabilità di comunicargli i
“segreti del mestiere” e di guidarlo lungo tutte le tappe che precedono l’iniziazione
propriamente detta. Ora, nell’ambito di questo lungo viatico
non è proibito pensare che, al di fuori della
cerimonia pubblica, venivano trasmessi a quanti fossero degni, dei segreti
equivalenti alle parole, ai segni e ai toccamenti della Frammassoneria: come per
esempio la consegna di un anello che si riconnetteva ad una catena iniziatica;
come l’utilizzazione della spada in quanto strumento di scongiuro e d’esorcismo;
così come dei segreti relativi alle posture corporee e ai gesti, sia per il
combattimento sia per la meditazione e la preghiera
È propriamente la natura iniziatica ed
esoterica dell’investitura a cavaliere che spiega come mai, in numerosi testi
del ciclo arturiano, si fa a più riprese riferimento ad una “tradizione
nascosta”, e a determinate “preghiere segrete”, incentrate su invocazioni
e nomi di potenza dell’essere
Supremo 52.
Tutto questo concorre a rendere ragione del perché Templari e cavalieri di San
Giovanni disponessero di propri sacerdoti, assoggettati alla disciplina dell’Ordine
e tenuti esclusivamente all’obbedienza verso il Papa, gli unici che potessero
confessare e presumibilmente comprendere
il senso dei compiti squisitamente iniziatici di cui i guerrieri erano
investiti. Compiti ancor più evidenti nella tradizione giapponese dove la
caratteristica saliente dell’istruzione impartita nei ryu era proprio il suo
aspetto esoterico e segreto; l’impegno a conservarlo tale costituiva uno dei
requisiti necessari per l’ammissione alla scuola e veniva sancito dal
giuramento che l’allievo prestava al momento del suo ricevimento. Questo
giustifica il fatto per cui “in Giappone si sente continuamente parlare di hiden
(tradizioni segrete), hijutsu (arti
segrete) e okugi (misteri) in quasi
tutte le attività marziali” 53.
Sacrificio
e Pellegrinaggio
“Primo dovere e massima consolazione”
del Cavaliere è quello di dare il proprio sangue per una causa santa e giusta:
il sangue umano è troppo prezioso per
spargerlo inutilmente e se voi vi esporrete a versarlo, che ciò sia sempre per
una causa giusta e sacra.
La formula che abbiamo citato è invero
tratta dal rituale di iniziazione massonica al primo grado, il che, lungi dall’essere
casuale, sottolinea ulteriormente gli stretti rapporti che si sono venuti
intrecciando, a partire dal XV° secolo, tra Massoneria e Via Guerriera. Questa disposizione
al sacrificio deve essere intesa nel senso etimologico letterale, come
capacità di “rendere sacro” il proprio gesto, conforme all’Ordine
universale e propizio a quell’ascesa spirituale il cui accesso viene dischiuso
dall’iniziazione cavalleresca.
La via di realizzazione
spirituale della Cavalleria è interamente centrata su una interpretazione …
sacrificale della vita, nel senso del
sacrum facere, ovvero dell’atto di “rendere sacro”, il quale non è
altro che il “riunire ciò che è sparso”, quindi di riunire l’Io al Sé e
quindi ritrovare il proprio Io divino 54
Il sangue, veicolo delle energie
psichiche vitali, può essere versato solo per sacrificare
l’anima animale e “il suo fermento di corruzione, così da liberare l’anima
immortale, il sangue divino o Sangue Reale; così come fanno i martiri che hanno
lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello” 55.
Nel suo aspetto simbolico, il sacrificio dell’Io – sommatoria degli aspetti
frammentari degli stati di coscienza individuali ed egoistici in cui i profani
credono che si risolva la propria identità – è simbolicamente apparentato
alla devozione nei confronti della Dama bianca, ipostasi del Sé metafisico su
questa terra. L’estinzione dell’Io, a tutto vantaggio del Sé, costituisce
la chiave centrale di qualunque via iniziatica e dello stesso percorso religioso
tracciato dagli ordini monastici occidentali. Lungi dall’essere una diminutio,
come vorrebbero talune pseudoscienze moderne (come la psicoanalisi), costituisce
in realtà l’unica vera strada che conduce “alla Vita Eterna ed al Regno dei
Cieli”. Non è forse detto che:
Se qualcuno vuol venire
dietro a me, rinneghi
se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi
vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per
me la salverà. Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde
se stesso? 56
È ovvio che a fondamento stesso di
questa via, così come di tutte le vie iniziatiche, sta l’accettazione ed
quindi il superamento della morte e delle paure che essa ingenera. Il guerriero,
come il massone, considera la Morte come la propria inseparabile compagna,
pronta a coglierlo in ogni momento e a presentarsi come “un ladro nella notte”:
inattesa ed imprevista. Per questo motivo trasforma ogni istante della propria
vita in un attimo di eterno presente, irripetibile ed incolmabile, assaporandone
appieno tutto il valore ed il significato, preparandosi nell’attesa di quel
trapasso che “libera” l’uomo dalle contingenze terrene. L’esperienza
vissuta di come si possa, già in questa vita, morire a se stessi e rinascere
quindi trasfigurati, permette di vincere concretamente le paure che si coagulano
intorno a quello che è solo un passaggio tra i tanti che l’essere realizza
nel corso di quell’ascensione che gli consente, stato dopo stato, di giungere
fino alla “liberazione totale”. E quando anche la tradizione religiosa ci
ammonisce a considerare la vita come una continua ed indefessa preparazione alla
morte, il cavaliere sa bene come la prima non acquisisca significato se non in
relazione a quel momento ultimo: venir meno al proprio dovere è in definitiva
il non voler o il non saper cogliere l’esistenza come l’occasione offerta di
“redenzione”, cioè di realizzazione in terra dell’ascesi spirituale in
cui l’Io si trasfigura nella pienezza del Sé. In questo contesto “l’essere
se stesso” si traduce in una adesione coerente e totale a quelle regole
e a quei fini che sono tutt’uno
con la via iniziatica prescelta. Conformare rigorosamente il proprio agire ai
doveri necessari imposti dalla regola è sostanza e principio dell’essere
guerriero. E se la morte può non far più paura, il disonore – la vergogna
conseguente l’aver disatteso i propri giuramenti e i propri compiti –
costituisce la più temuta delle infamie e delle disgrazie. Anche in Massoneria,
il rituale ricorda all’aspirante massone, come le spade:
… rappresentano la
difesa che avrete da tutti i vostri fratelli se rimarrete fedele al vostro
giuramento. Qualora mancaste, la loro solidarietà nel punirvi.
Tutto questo non può non risultare
confuso e sgradito alle orecchie dell’uomo moderno, avvezzo, sin dall’infanzia,
a considerare virtù come l’onestà, la lealtà, l’osservanza della parola
data, il sacrificio di se stesso, come inutili orpelli, romanticherie fumose e
regole di intralcio a quel bisogno spasmodico di affermazione egocentrica in cui
si sostanzia, in ultima istanza, il tanto osannato “progresso” dell’umanità.
È bene ribadire come l’ingresso in una via iniziatica non assicuri né
ricchezze né successo materiale e tantomeno notorietà a buon prezzo: il
massone ed il cavaliere sanno bene di essere pellegrini in questo mondo di
tenebra, che li rifiuta come ebbe a rifiutare la Luce:
Le volpi hanno le loro
tane, e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove
posare il capo 57
È questo il senso, in definitiva, del
percorso che compiono i Compagnons
(il “Tour de France”), i Massoni nel corso dei Riti di perfezionamento, e i
Cavalieri che, di Castello in Castello, “non giacciono mai due volte nello
stesso letto” 58.
La condizione di “pellegrino” – uno dei doveri maggiori del musulmano e
del cristiano - caratterizza gli eroi del ciclo arturiano e, più in generale,
accomuna in una stessa ricerca i membri delle confraternite guerriere delle più
diverse tradizioni. Il pellegrinaggio è innanzitutto da comprendere come esperienza
del deserto sub specie interioritatis:
il cavaliere è solo nei suoi
vagabondaggi, immerso nel silenzio e
nella meditazione che lo porta a cogliere ogni avvenimento in quanto significatione di una necessità trascendente che si realizza nella
vita di ogni giorno: l’evento in quanto tale – come suggerisce Dominique
Visieux 59
- è colto nel suo duplice aspetto di necessità (“avvento”: ciò che “deve
giungere”) e di giustizia (“avvenimento”: “compiuto”, “necessariamente
realizzato”).
Così l’avventura
suprema del cavaliere sarà il suo proprio “avvento”, ovvero l’ascensione
al grado supremo di realizzazione spirituale. In questo senso, ogni incontro ed
ogni avventura costituiscono un re-incontro con se stessi, uno specchio teso ed
un segno dato dal Cielo per potersi orientare nel cammino 60.
La
Guerra Santa
Il Cavaliere è difensore e testimone di
quelle virtù, indispensabili all’ascesi spirituale, che il mondo moderno ha
relegato nell’ambito dei ricordi romantici, escludendoli ormai anche dalla “mitologia”
di massa veicolata dalla cinematografia 61.
L’istituzione stessa della Via Guerriera si è resa necessaria in un dato
momento della storia dell’Umanità, quando, ormai immemori dell’Età dell’Oro
e delle Verità cui deve ispirarsi ogni uomo per essere conforme al proprio
Principio,
sparirono dal mondo la
lealtà, la giustizia, la verità; cominciarono a regnare l’inimicizia, la
slealtà, l’ingiuria e la falsità; e da ciò ebbero origine sventure e
sconvolgimenti nel popolo di Dio. Quando cominciò nel mondo il dispregio per
ogni giustizia e verità, si convenne che queste venissero restaurate per mezzo
del timore; perciò ogni popolo venne diviso in migliaia di uomini e, fra ogni
mille di questi, uno ne fu scelto che per bontà,
saggezza, lealtà, valore, nobiltà, bellezza e devozione, su tutti gli
altri prevalesse. 62
Il guerriero impersona queste virtù e
si regola di conseguenza, uniformando il proprio agire, ad una condotta semplice
e lineare, aliena da qualsiasi compromesso possibile. Infatti
la via dell’Hejo
è lineare e non consente deviazioni, dobbiamo perciò essere sempre animati dal
sincero
spirito di combattere i nostri nemici e trionfare su di essi … Nei
duelli io mi mantengo sempre dritto, interiormente ed esteriormente e costringo
il mio rivale a torcersi, a saltellare e a roteare la spada, e quando mi appare
sufficientemente contorto nel suo intimo, vibro un fendente e lo anniento. 63
Codesto
Cavaliere è colui che è preposto ad attualizzare “la volontà di Dio”, sia
nell’ambito della propria vita, quanto nel contesto sociale in cui opera
concretamente, impegnandosi su due fronti e su due livelli, che sono poi quelli
descritti dalla Tradizione islamica quando parla della “piccola” (el-jihâdul-asghar) e della “grande” Guerra Santa (el-jihâdul-akbar).
La prima, è essenzialmente rivolta contro l’infedele 64,
l’empio e quanti si fanno complici e partecipi delle Tenebre, assimilate,
nella Tradizione musulmana, alle opere dell’Avversario (Shaitan), il diavolo (Iblis),
che, alla fine dei tempi, è destinato ad un regno effimero e devastante, che è
poi quello dell’Anticristo (El-Dajial).
La seconda – la “Grande Guerra Santa” –
è eminentemente rivolta contro il “nemico interno”, contro quanto
cioè, nel nostro stesso Io, si oppone a quel cammino di ascesi e di
purificazione che ci riconduce al Principio. Non a caso la dottrina islamica
considera la Jihad come il sesto
pilastro dell’Islam, strettamente connesso al quinto, che prescrive e
ritualizza la zakat, ovvero l’offerta
a carattere espiatorio e purificatorio, cui nessun “puro credente” può
sottrarsi. È soltanto nella consapevolezza attenta di questo duplice aspetto
del combattimento che può essere letta e compresa la reiterata sottolineatura
della Guerra come momento qualificante del cammino spirituale del cavaliere,
dato che
La guerra esterna è …
sempre e comunque, un epifenomeno di quella interna. Il Cavaliere di Bernardo
non odia nessuno, nemmeno gli infedeli che è chiamato a reprimere: odia solo il
male e il peccato, e li odia innanzitutto dentro se stesso. Ogni scontro esterno
è il riflesso della psychomachia, ogni vittoria colta in purezza un malicidium,
ogni Templare caduto sul campo un martyr,ogni
scontro il riflesso della pugna
spiritualis … chi sa accettare perfino di uccidere per reprimere il
peccato e riesce a farlo in purezza di spirito, uccide innanzitutto il proprio
“Io” e, attraverso quest’atto di morte (mortificatio, appunto), “Muore
al mondo” per rinascere in Gesù Cristo. E sotto questo profilo non si potrà
negare che … le consonanze fra il messaggio della Bagavad Gita, quello di San
Bernardo, e certi testi bushido, quali l’Hagakurè 65,
siano impressionanti 66
È solo in forza di questo concetto che
è possibile interpretare il primo dei doveri del guerriero, così come è
espresso dalla tradizione estremo-orientale, quando afferma che “Il mestiere
del Samurai è la morte” 67.
Non diversamente è detto nella Bhaghavad Gita, dove Krishna sprona
Arjuna con il ricordargli il proprio dharma:
Se al tuo dovere tu pensi
non puoi trovar turbamento:
nulla per un guerriero
val più della propria battaglia
combattuta secondo il dovuto.
Il guerriero accoglie contento
La guerra che non provocò:
è la porta del cielo che s’apre.
Se tu non fai la battaglia
Che la giustizia ti impone,
tu trasgredisci la legge,
scartando il dovere e la gloria.
Inoltre, di questa vergogna
Gli uomini parleranno;
per chi buona fama godette,
cadere nel disonore
è cosa peggiore della morte 68
Per parte sua il guerriero vedrà nella pugna soltanto una
serie di prove atte a temprarlo e a far emergere quelle qualità indispensabili
al percorso lungo il quale si inoltra: in quest’ottica il vincere o il
perdere, per il cavaliere, non ha alcun significato: ciò che conta è l’uniformarsi
alla regola, cioè a quel dovere inerente e connaturato alla sostanza prima del
proprio ordine, dove l’agere
“è in effetti solo l’estrinsecazione … di un esse” 69.Quanto
questo sia incompatibile con il mondo moderno, è facile il constatarlo. L’era
democratica ha bandito la guerra (a parole), fondandosi sulla chimerica premessa
per la quale “la cosa migliore è vivere il più a lungo possibile. Diciamo
subito che l’unica guerra ad essere stata realmente bandita, è la “guerra
giusta e sacra” 70,
quella cioè rivolta contro gli “spiriti di malizia” e i suoi servitori
terrestri, la stessa che costituiva la ragion d’essere prima dei Templari,
esaltata da S. Bernardo, e che, del tutto naturalmente, è stata fatta propria
dalla Massoneria.
E’ proprio perché la vera battaglia è quella ingaggiata contro il proprio
lato inferiore che il nemico, vera e propria esteriorizzazione del doppio
malefico, diventa degno di essere combattuto. Affrontare in primo luogo il male
in se stessi abilita a farlo successivamente nel mondo: ed è questa esperienza
che rende ragione della determinazione e della implacabilità del guerriero che
non chiede né accorda mercé. In questa guerra non si fanno prigionieri.
L’aspetto
della pugna
spiritualis, nella sua duplice veste
di guerra rivolta all’esterno ed all’interno, merita di essere ulteriormente
considerato. Il guerriero, soprattutto nell’accezione occidentale, è
innanzitutto un “cavaliere”, colui che cioè “doma e guida il cavallo”.
È questo un aspetto della più grande importanza se solo si considera quale sia
l’effettiva valenza iniziatica del simbolo equestre che, in prima istanza,
rinvia alla complessità delle forze che reggono il mondo intermedio. Il
cavaliere è propriamente colui che si è reso esperto e padrone di queste
potenze sottili – ed estremamente pericolose – tanto da consentirgli di “cavalcare”
tra il visibile e l’invisibile, tra la terra e il cielo, alla frontiera dei
due mondi:
L’homme de
la guerre sainte, le chevalier, est toujours gardien et guetteur. C’est l’homme
des limites limes, des marges, des zones de danger et de contact avec l’ennemi,
qui doit s’éprouver lui-même constamment 71.
Il cavaliere cavalca a fianco della morte (che porta nella
spada) e del diavolo, che lo minaccia – esternamente ed internamente – in
modo costante e continuo. In relazione a questa sua particolarissima
collocazione – vorremmo quasi dire « spazio-temporale » - il
guerriero incarna per così dire la congiunzione degli opposti: uomo d’azione
per la contemplazione, della guerra ma con la pace nel cuore, dell’erranza
avventurosa ma saldamente ancorato alle regole fisse dell’onore; dedito alla
custodia della Terra, ma con la mente proiettata in quel mondo intermedio da cui
tante sono le insidie che scaturiscono e minacciano di compromettere “gli
uomini di buona volontà”. Questa continua dialettica tra due poli è
esplicitamente evidenziata dal dialogo che intercorre tra Arjuna
e Krishna, ed altrettanto bene
raffigurata nel simbolo primo dell’Ordine dei Templari dove due sono i
guerrieri che cavalcano su uno stesso cavallo 72.
L’obiettivo del guerriero è la “con-quista”, e cioè, come suggerisce l’etimologia
stessa del termine, una “ricerca orientata” e, al tempo stesso, un
combattimento “con e contro”: Con l’Angelo e contro il Demonio, un
pellegrinare continuo attraverso e ai limiti di quello spazio – che è poi il
mondo stesso – ove luce e tenebre si affrontano in continuazione. Non
diversamente accade al massone che, in prima istanza, nel momento stesso in cui
viene introdotto nella Loggia, è chiamato a “squadrare” il pavimento dove
si alternano quadrati bianchi e neri. Come ha efficacemente sottolineato Gérard
de Sorval, è proprio per questi motivi che
la via eroica non può obbedire alla legge comune degli
uomini ordinari ..: essa obbedisce alle ispirazioni dell’Angelo, guida
interiore, e si basa su un codice d’onore non scrItto che traduce negli atti
quotidiani la ricerca di luce di Gloria e di Bellezza. La funzione del
cavaliere è in effetti di rendere
gloria, cioè di restituire le cose e gli esseri alla loro sorgente luminosa
eterna e di reintegrarli nell’ordine universale. Per separare la luce dalle
tenebre e disperdere le forze oscure dell’abisso, ciascuno dovrà trovare la
propria strada seguendo la propria lancia e il proprio scudo, che tracciano il
cammino e ne indicano i mezzi. Le avventure sperimentate insegnano a tornare
nel centro di se stessi, dato che ciascuno non incontra se non colui che gli
rassomiglia
L’iniziato, consapevole di queste considerazioni, sa bene
che la pace, intesa nell’accezione che il mondo profano dà a questo termine,
è non solo un’utopia ma uno strumento di raggiro e confusione. La Pace –
cioè l’assenza di lotte – non può che trovare posto nell’ambito di quel
periodo d’oro dell’umanità dove “tutto è giusto e perfetto”, conforme
quindi all’ordine divino. Al di fuori di quel contesto, che le Tradizioni
identificano con “l’età dell’oro”, qualunque pretesa aspirazione ad una
pace durevole è vana ed illusoria. Gli iniziati sanno perfettamente che non è
possibile sottrarsi al confronto armato e che esistono pertanto guerre giuste e
necessarie, come la “guerra santa” – rivolta a difesa di una forma
tradizionale regolare contro le forze della sovversione – o la “guerra
legittima” - concepita a tutela di collettività minacciate dagli appetiti di
altri gruppi – tanto che lo stesso Cristo non ha promesso la pace, quale la
prospetta il mondo, ma ha portato la sua
Pace, una condizione di armonia a cui si conforma l’essere nel seguire la via
tracciata dagli insegnamenti tradizionali. Le guerre attuali – peraltro non
più condotte da guerrieri
ma da tecnici mercenari sottomessi a strumentazioni anonime produttrici di
morte – difficilmente potrebbero
.. essere assimilate ad una “Guerra Santa” o ad una “Guerra
legittima”. Ci troviamo in realtà dinanzi a diversi gruppi umani animati
dalla “volontà di potenza”, attitudine essenzialmente luciferina, ciascuno
dei quali ha l’ambizione più o meno dichiarata di estendere il proprio
dominio sull’insieme dell’umanità … Nessuno di questi gruppi ci sembra
essere legittimo portatore della “spada della Tradizione” avente
per obiettivo reale quello di ristabilire sulla terra un ordine gerarchico
tradizionale, il cui vertice sarebbe occupato da una Autorità spirituale
effettiva, cioè nella pienezza del proprio deposito. Questi gruppi umani ci
sembrano essere altrettanti strumenti della volontà di sovversione che ha
organizzato e diretto il mondo moderno, antitradizionale, in cui viviamo. … la
ragion d’essere delle organizzazioni iniziatiche è quella di fornire
innanzitutto … ai propri membri l’influenza spirituale, i riti, gli
insegnamenti e i metodi che permettano a ciascuno – secondo le sue
qualificazioni – di accedere ad un grado più o meno elevato di realizzazione
spirituale. 73
Questo vuol forse significare che l’iniziato non deve
sentirsi impegnato nell’azione? In realtà qualunque iniziativa intrapresa in
funzione della propria realizzazione iniziatica non è affatto scevra da
conseguenze visibili e manifeste nell’ambito del contesto in cui l’iniziato
vive ed opera: spesso bisogna anzi armarsi contro l’inevitabile reazione che
suscita un’impresa del genere. Contrastare quest’ordine di influenze
negative e superare le opposizioni e le difficoltà frapposte sul cammino
costituisce una tappa obbligatoria per il raggiungimento del fine spirituale
dato che ogni azione conforme alla Volontà del Cielo può integrarsi nel
karma-yoga che ogni realizzazione iniziatica comporta. È possibile che le
modificazioni indotte sull’ambiente e la società grazie alla “attualizzazione”
dell’influenza spirituale possano allora estendersi ai domini i più diversi e
lontani – compreso quello sociale e politico, e così concorrere a creare o a
conservare, in luoghi determinati, le condizioni esterne favorevoli alla
preservazione di quel deposito tradizionale – dell’Arca – la cui
trasmissione deve realizzarsi alla fine del ciclo attuale. Non si tratta di dare
vita ad un qualche “movimento”, come è consuetudine al giorno d’oggi,
quanto di creare le premesse e quindi favorire lo sviluppo di uno “stato di
spirito” tradizionale. Da una lato bisogna distinguere – e diffidare – di
un malcompreso “tradizionalismo” di maniera, rispetto a quello che è lo “spirito
tradizionale integrale”, ma è non men vero che
.. un tradizionalismo politico o politico-religioso, qualora
giungesse al potere, potrebbe essere considerato come una piattaforma eventuale
per una restaurazione tradizionale integrale 74.
Se questa è la
sfida in gioco, la questione da porre non riguarda tanto la legittimità dell’agire
in sé, quanto il
soggetto di questo medesimo agire. Tradizionalmente abbiamo visto come solo
i guerrieri siano legittimamente deputati ad assolvere ad un tale compito, e
solo dopo un apprendistato che li ha portati a conquistare quelle mete
spirituali da cui non si saprebbe prescindere. Coma ci ricorda Villiers de l’Isle
Adam, l’azione spetta a coloro che, lungo il percorso dell’iniziazione, sono
ormai giunti allo stadio della liberazione:
Un liberato solo può attardarsi, sfiorando la Terra,
senza cessare per questo d’essere nei Cieli. Diventa
un essere di luce, prima di sfidare i nostri crepuscoli
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