Leonardo Bigliocca

Commento al Flauto Magico
di Wolfgang Amadeus Mozart
nella versione cinematografica
di I. Bergman

 

SINTESI DEL LIBRETTO

ATTO I°: Il principe Tamino si trova solo e smarrito in una foresta. Inseguito da un mostro, cade sfinito, ma lo salvano tre damigelle della Regina della Notte. Sparite le tre dame, entra in scena l’uccellatore Papageno che sveglia Tamino e si spaccia per uccisore del drago: ma le tre dame, di ritorno, lo puniscono mettendogli un lucchetto alla bocca. Esse mostrano a Tamino il ritratto di Pamina ed in quell’attimo appare con gran fragore la Regina della Notte e madre di Pamina. Essa gli spiega che Pamina le è stata rapita dal malvagio Sarastro e gli chiede di liberarla promettendogliela in sposa. Le dame spiegano che Sarastro è a capo di un gruppo di sacerdoti di Iside ed Osiride, e consegnano a Tamino un flauto magico, quale ausilio contro il malvagio Sarastro: compagno in tale avventura gli sarà Papageno che viene liberato dal lucchetto e fornito di un magico carillon. Nel frattempo nel palazzo di Sarastro, il negro Monostatos, che insidia Pamina è interrotto dall’arrivo di Papageno e messo in fuga: con l’occasione Papageno annuncia a Pamina l’arrivo di Tamino quale liberatore.
Tamino intanto è giunto, guidato da tre fanciulli davanti a tre Templi. Due di essi rimangono serrati, mentre il terzo si apre ed un sacerdote, l’Oratore, spiega a Tamino che Sarastro, lungi da essere uno stregone, è un benefattore dell’umanità. Tamino è incredulo e rifiuta la spiegazione suonando il suo Flauto Magico cui echeggia il magico carillon di Papageno che lo sta cercando assieme a Pamina. I due sono inseguiti da Monostatos ed i suoi accoliti che vengono messi in fuga dal magico strumento. Giunge alfine Sarastro e Pamina chiede perdono della tentata fuga: Monostatos giunge traendo Tamino prigioniero e Sarastro ordina la punizione dello schiavo per aver insidiato Pamina; poi fa condurre la coppia nel Tempio delle Prove assieme a Papageno.
ATTO II°: Sarastro, in un boschetto, chiede agli iniziati di accogliere Tamino, destinato a sposare Pamina ed ottiene l’assenso. Nel Tempio Tamino e Papageno si sottopongono alla prima prova, quella del silenzio. Vani i tentativi della Regina della Notte e delle dame per dissuaderli. Intanto Pamina dorme in un giardino e Monostatos, che la insidiava, viene scacciato dalla Regina che sveglia la figlia porgendole uno stiletto ed ordinandole di uccidere Sarastro. Essa si rifiuta ed appare Sarastro che le fa notare che non la vendetta ma l’amore porta la felicità. Inizia la seconda prova: ambedue devono ancora tacere e Pamina, vedendo che Tamino non le parla, pensa ch’egli non l’ami più e medita di uccidersi, ma viene salvata e rassicurata dai tre fanciulli. Tamino viene condotto davanti alle Porte del Terrore oltrepassate le quali affronterà la prova del Fuoco e quella dell’Acqua. Pamina, che l’ha seguito, gli suggerisce di suonare il Flauto e così le prove vengono superate. In un ultimo accesso Monostatos, la Regina della Notte e le sue accolite tentano di distruggere Sarastro e i suoi fratelli, ma vengono inghiottite dalla terra e nel Tempio del Sole Sarastro accoglie trionfalmente Tamino e Pamina fra coloro che amano Bellezza e Saggezza.
Innumerevoli analisi sono state compiute sul Flauto Magico, sulla sua musica, sul suo libretto, sui rapporti con il periodo storico cui appartiene; ciascuna sfaccettatura dell’opera riporta in un modo o nell’altro alla matrice massonica dell’opera e all’appartenenza del compositore all’Ordine massonico. Altre volte, nel nostro ambito, sono state compiute analisi dell’opera alla luce dei nostri principi e in correlazione ai nostri rituali: il presente commento vuol porsi solo come semplice cornice del capolavoro mozartiano stimolando, anche in coloro che non hanno una profonda dimestichezza con l’opera, la ricerca degli aspetti più segreti e a noi più cari. Dunque il commento tesserà solo qualche breve appunto di guida alla lettura dell’opera attraverso la versione cinematografica di Ingmar Bergman.
Per Mozart il Flauto rappresenta l’apice compositivo sommando in sé la sacralità della musica, l’ironia della sua visione esistenziale e la splendida opportunità di diffondere un altissimo messaggio ideale con un veicolo accessibile a tutti; la prima rappresentazione viene data in Vienna in un teatro di periferia il 30 settembre 1791 quando ormai le brezze rivoluzionarie incominciavano a soffiare, in Europa, sempre più violente. Tutta la partitura musicale è pervasa di simbologia massonica, con il continuo affiorare di strutture ternarie che trovano la loro naturale corrispondenza in analoghe strutture dei personaggi e del libretto.
Nell’ouverture Mozart trascina l’ascoltatore in un’atmosfera particolare, tesa e vibrante, splendida sintesi dello spirito che pervade l’opera e che ci proietta senza tanti preamboli nella nostra interiorità: la prima riflessione dell’ascoltatore-neofita avviene alle porte dell’opera. L’utilizzo magistrale del basso ci accompagna dalle prime battute fino al triplice accordo che troneggia al centro dell’ouverture risvegliando in noi quel brivido reverenziale che coglie l’uomo di fronte ai grandi accadimenti al di là dei quali traspare il mondo metafisico. Sempre nell’ouverture il compositore utilizza il contrappunto che rinverremo solo in un altro punto dell’opera, nell’aria degli uomini armati, immediatamente precedente le prove dell’acqua e del fuoco sostenute da Tamino e Pamina: lo stato di tensione interiore e d’attesa tende ad assimilarci ai protagonisti dell’opera e renderci partecipi delle difficoltà del cammino.
La prima scena si apre con il grido del principe Tamino, profano, che se non altro è conscio di essere in grave pericolo di vita fisica e spirituale, potenziale preda di un mostro serpentino cui è facile attribuire il valore simbolico dell’ignoranza, del vizio, del dogmatismo e dell’intolleranza:
Aiuto! Aiuto! Altrimenti mi perderò
vittima scelta dellastuto serpente.
Ed ecco che appaiono le tre dame della Regina della Notte, triade da porre in corrispondenza con la triade speculare dei tre fanciulli che saranno inviati successivamente da Sarastro per aiutare Tamino e Pamina.
La Regina della Notte è l’incarnazione della Natura nella sua «facies» più terribile: fredda e oscura, essa fu immediatamente raffigurata già nelle scenografie dell’epoca accompagnata da una falce di luna.
L’apparizione della Regina della Notte sulla luna falcata nella scenografia di Schinkel per l’edizione berlinese del 1816 (Atto I, scena 6).
Specchio al tempo stesso dell’aspetto terribile della femminilità, combatte il potere solare e ordinatore di Sarastro e tenta d’ingannare Tamino con il falso scopo di donargli la figlia Pamina, ma con il segreto obiettivo di minare alle fondamenta il regno della Saggezza retto da Sarastro. Con un veloce flash in un’altra cultura in essa si potrebbe rinvenire Prakriti, la dea indù, la physis greca e Maya dalle mille forme illusorie.
La vedremo all’opera, quintessenza dell’Eterno Femminino, spiegando tutte le sue seduzioni, quando convince Tamino a salvare Pamina, e mutevolissima passare dallo strazio della madre cui è stata rapita la figlia all’ira tremenda contro colui che l’ha sottratta al proprio dominio. Nella famosa aria del II° atto essa spiega la propria rabbia addirittura contro la propria figlia Pamina che si rifiuta di uccidere Sarastro, e il suo canto diventa penetrante e violento, tutto nel registro più alto che la voce femminile possa raggiungere, perdendo qualsiasi carattere di umanità, per divenire un’arma fascinosa e terribile contro coloro che le si ribellano, in una perfetta corrispondenza mitica e psicologica con il canto delle Sirene e Ulisse; essa rappresenta l’antitesi netta della Mater benefica, dispensatrice di vita, che è Iside egizia prima e Maria cristiana poi. Nella sequenza cinematografica si noti l’espressione di Pamina inorridita e come per attimi brevissimi il viso della Regina della Notte, illuminato dall’alto a luce radente, sia simile ad una maschera mortuaria, analoga al viso della Morte nel film »Il settimo sigillo», opera dello stesso regista.
Contro il Caos e gl’istinti non coordinati dell’uomo s’oppone dunque Sarastro, re e Gran Sacerdote di un regno mitico dove impera la Saggezza; nella sua figura si può ravvisare facilmente il Maestro Venerabile circondato dai Fratelli di Loggia. Egli e gli altri sacerdoti vengono presentati dalle parole della Regina della Notte come demoni sprezzanti dei sentimenti di una madre, in una parola inumani, nel più puro stile di propaganda antimassonica. Solo quando Tamino, incamminatosi alla ricerca di Pamina, incontrerà l’Oratore alla porta del Tempio, si svelerà la natura profondamente diversa di Sarastro e dei suoi iniziati.
Ma non precorriamo i tempi: quasi subito appare anche Papageno, essere a metà fra uomo e uccello, almeno nella partitura originale: dalle tre dame della Regina della Notte viene posto come compagno di Tamino alla ricerca di Pamina, ma il suo valore è assai più profondo. Mentre Tamino incarna l’uomo nelle sue peregrinazioni interiori alla ricerca della Verità, Papageno è da interpretarsi come il suo alter-ego, la sua ombra nel quotidiano. Ambedue infatti affronteranno le prove d’iniziazione e ambedue saranno a modo loro e in piani diversi vittoriosi. Il comportamento di Papageno è naturale, passionale e pragmatico, quanto quello di Tamino è ideale e astratto: sovrapponendo le due figure si ottiene il ritratto fedele di un uomo comune in cui coesistono le due anime talvolta divergenti e talvolta concordanti, o volendo il cavallo nero e il cavallo bianco di Platone. Vedremo che l’uomo naturale, Papageno, non subirà lusinghe e non soggiacerà alle illusioni che invece Tamino dovrà sopportare e spazzar via prima di varcare la soglia del Tempio della Saggezza; a Tamino sarà promessa la saggezza, a Papageno la propria metà speculare e complementare, Papagena.
Nel duetto fra Pamina e Papageno Mozart mette in luce un concetto che gli sta assai a cuore: il rapporto fra l’uomo e la donna, con queste parole:
Il fine dellamore è ben chiaro,
nulla è più nobile che essere uomo e donna.
Uomo e donna, e donna e uomo
sinnalzano a una sfera divina
Nel rituale d’Apprendista, durante l’iniziazione, il Maestro Venerabile ricorda al neo-iniziato:
Questi guanti sono destinati a colei che rappresenta la tua perfetta polarità contraria, cioè quella lunare.
È preferenziale per l’iniziato avere accanto a sé una compagna che lo assecondi nei suoi sforzi e che divida i pericoli che affronta; questa metodologia non è l’unica, infatti molti iniziati hanno affrontato la strada da soli, addirittura in ascesi, ma sappiamo che esiste anche una Via a due e splendido esempio ne sono gli alchimisti Nicolas Flamel e la sua compagna Perrénelle. Ma rientrando in un alveo più consueto Tamino, profano che cerca la Luce, compie un viaggio interiore entrando nella confraternita di Sarastro: egli è alla ricerca di un equilibrio delicatissimo e assai difficile da raggiungere, e in questa ricerca sola può essere di guida e di sprone la Donna, nella sua accezione più alta, come già Dante aveva indicato e Michael Maier aveva effigiato in una splendida incisione del XVII° secolo intitolata «Naturam natura docet debellet ut ignem», ovvero «La Natura insegna alla natura come combattere il fuoco».
Con l’apparire dei tre fanciulli inviati da Sarastro s’avvia il viaggio vero e proprio di Tamino. Essi infatti gli porgono la prima e forse unica lezione di etica per un profano che aspira alla Luce e per un iniziato che aspira a conoscere sempre meglio sé stesso:
Questa via ti conduce alla meta
ma devi, o giovane, vincere da uomo.
Ascolta pertanto il nostro insegnamento:
sii fermo, paziente e riservato.
E con questo viatico Tamino si trova di fronte a tre templi sui cui frontoni è inciso, a sinistra «Tempio della Natura», a destra «Tempio della Ragione» e al centro «Tempio della Saggezza».
A sinistra i tre portali nella scenografia progettata da Schinkel per l’edizione berlinese del 1816. Al centro Osiride sovrasta  il portale della Saggezza (Atto I, scena 15).
Questa triade di vie si ritrova nelle Chymische Hochzeit, le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz: la prima via è breve ma pericolosa, la seconda è assai lunga ma piana e facile, la terza è la via Regia, ma dice l’ignoto autore sotto le spoglie di Rosenkreutz:
Appena uno su mille può raggiungere la meta attraverso di essa
A parte la finezza di Mozart di attribuire correttamente la sinistra alla Natura e la destra alla razionalità, fatto scoperto solo recentemente dalla psicologia analitica in campo onirico, mitico e antropologico, egli spinge Tamino a bussare al primo Tempio da cui viene respinto; tenta dunque la via della Ragione nel secondo Tempio ma gl’iniziati di Sarastro lo respingono; solo quando bussa al Tempio della Saggezza l’ingresso gli viene accordato: la Saggezza come sintesi e superamento sinergico di due concetti profondamente in lotta fra loro.
Tamino si trova di fronte l’Oratore, così è denominato nel libretto, l’iniziato che lo riceve e ne saggia le qualità di uomo «libero e di buoni costumi». Immediatamente egli spinge Tamino a riflettere con la propria mente non fidandosi ciecamente delle parole illusorie della Regina della Notte. Tamino è incredulo, disorientato e preoccupato della sorte di Pamina che sente a lui destinata. Tamino, nel più profondo di un periodo «nero», come lo avrebbero definito gli alchimisti, si chiede:
T.: Quando svaniranno dunque le tenebre?
Or.: Non appena la mano dellamicizia ti condurrà
al santo luogo in vincolo perenne
T.: O notte eterna! Quando svanirai?
Quando i miei occhi vedranno la luce?
Coro: Presto, presto, o giovane, o mai!
Sotto l’aspetto psicologico questo momento che Tamino sta passando è assimilabile allo stato d’animo che coglie il profano nel Gabinetto di Riflessione, in assenza di suoni, circondato dal nero dentro e fuori, mentre medita le risposte da scrivere nel Testamento, e ciò è corroborato nella sequenza del film dalla presenza del teschio sul tavolo dell’Oratore.
Mentre il nostro Tamino è alle prese con la sua coscienza, Pamina e Papageno, sfuggiti alle mire non proprio cristalline di Monostatos, emissario della Regina della Notte, grazie ai campanelli magici, speculari al flauto magico di Tamino, si trovano a dover fronteggiare Sarastro. E qui si può azzardare, leggendo attentamente il libretto, che Pamina stia seguendo un percorso femminile di ricerca interiore: alla domanda di Papageno su che cosa potranno dire a Sarastro ella risponde in maniera netta e definita dimostrando di essere l’antitesi della Regina della Notte, sua madre:
La verità, anche se essa fosse un delitto!
La chiarezza al posto del sotterfugio. In pratica si sta preparando, eticamente, a essere la compagna di un iniziato, di un uomo con alti valori morali.
Con l’inizio del secondo atto si avviano le prove vere e proprie che Tamino e Papageno affronteranno; è inutile una ricerca tesa alla corrispondenza perfetta fra le prove che i due affrontano e le prove a cui il neofita è sottoposto durante la nostra iniziazione, sia per un’ovvia necessità di riservatezza, vitale anche allora, ma anche per necessità scenografiche. Ma i significati intrinseci e simbolici rimangono immutati.
L’atto si apre con un dialogo fra Sarastro e i propri eletti nei modi ed i contenuti coincidenti quasi perfettamente a quelli di una Loggia al lavoro:
O iniziati al servizio di Iside ed Osiride! Con purezza danimo vi annuncio che lodierna riunione è una delle più importanti dei nostri tempi: Tamino, figlio di re, vaga attorno alla porta nord del Tempio; egli desidera strappare da sé il velo che lo ottenebra e contemplare nel luogo santo la Luce. Abbiamo il dovere di vegliare su questo giovane virtuoso e di porgergli la nostra mano amichevole.
A questo punto alcuni iniziati effettuano la tegolatura di Tamino:
1° Sac.: Possiede egli virtù?
Sar.: È virtuoso!
2° Sac.: Anche riservato?
Sar.: Riservato!
3° Sac.: È caritatevole?
Sar.: Lo è?
Sarastro sancisce dunque la presa in considerazione di Tamino e l’orchestra echeggia con il triplice accordo che si ascolta nell’ouverture. Ma il primo sacerdote incalza con una domanda penetrante:
1° Sac.: Grande Sarastro, riuscirà Tamino a superare le dure prove che lo attendono. Rifletti: egli è un principe.
E Sarastro:
Molto di più: egli è un uomo!
Le prove che Tamino e Papageno affronteranno sono tre, ma le prime due differiscono dalla terza per il minor grado di autocontrollo, abnegazione e di equilibrio richiesto.
Durante la prima prova essi devono tacere qualsiasi cosa accada. E infatti quando le tre dame emissarie della Regina della Notte, entrate furtivamente, si presentano ai due neofiti, si nota la differenza di atteggiamento fra Tamino, spiritualmente compenetrato, e il pragmatico e meno eroico Papageno, il cui interesse molto concreto è rappresentato dalla ricerca di una compagna a lui simile. Il suo atteggiamento esistenziale è facilmente riassumibile in quanto dice alla fine della prima prova:
Ma se gli dei mi hanno destinato una Papagena,
perché devo allora conquistarmela fra tanti pericoli?
Al termine della splendida scena in cui la Regina della Notte consegna lo stiletto a Pamina committendole l’eliminazione di Sarastro e tentando in maniera proditoria di manovrare la figlia a proprio uso e consumo, Sarastro appare e controbilancia l’asprezza e la brutalità degli stimoli che Pamina ha ricevuto con parole in cui si riconoscono quei principi che si ricordano al neofita durante l’iniziazione:
Se ammesso nella nostra Istituzione trovaste qualcuno che per partito politico, per fede religiosa o per altro motivo avete considerato fino ad ora un nemico, siete pronto ad abbracciarlo e a considerarlo un fratello?
Sarastro esprime il medesimo concetto con stupenda poesia:
In queste sacre stanze
è sconosciuta la vendetta
e se un uomo è caduto
lamore lo riporta al suo dovere.
E allora la mano di un amico lo conduce,
in gioia e letizia, in una terra migliore.

Fra queste sacre mura,
dove tutti si amano,
non può esistere tradimento,
perché si perdona al nemico.
E chi non gioisce di tale insegnamento
non merita dessere un uomo.
La seconda prova cui Tamino e Papageno sono sottoposti è incentrata egualmente sul silenzio, ma a fronte dello stimolo potente rappresentato dall’apparire delle rispettive consorti, a loro destinate, in un gioco sottile di promesse. Mentre per Papagena la prova è un gioco che perderà Papageno e non gli consentirà d’affrontare le prove finali, per Pamina il silenzio di Tamino diventa la negazione d’un amore appena sbocciato e l’affondare della fanciulla in una depressione profonda da cui essa non pensa di emergere che con il suicidio. E di nuovo si ripresenta il tema caro a Mozart della morte quale mezzo di catarsi e di rinascita: e non sarà l’ultima volta nell’opera.
Tamino risulterà vittorioso dalla seconda prova, ma sarà Pamina a essere provata profondamente: rassicurata dall’aver trovato il suo complemento in Tamino egli le si rifiuta per ragioni che le sfuggono e che lei attribuisce a disamoramento, e perciò chiede ai tre fanciulli, inviati di Sarastro:
Perché non mi ha parlato?
e i tre fanciulli rispondono in modo assai simile a come era stato replicato a Tamino nel primo atto:
Non possiamo dirti perché,
ma vogliamo mostrartelo!
E tu vedrai meravigliata
che egli a te ha consacrato il suo cuore,
e per te non teme la morte.
Il tema del passaggio «al nero», attraverso l’esperienza della morte, come unica esperienza nobilitante ed eroica, si ripropone con Papageno che perde Papagena e si accorge che il mondo, fino ad allora falsamente completo, è composto da una polarità a lui opposta, ma necessaria. E anche lui tenta il suicidio, come Pamina.
Il triplice accordo risuona prima che Pamina si ricongiunga con Tamino portandogli il flauto magico che li accompagnerà durante le prove del Fuoco e dell’Acqua: il momento è pregnante e la musica si fa solenne e sacrale introducendo l’aria degli uomini armati a guardia delle porte dell’orrore, al di là delle quali i neofiti affronteranno le prove. Gli armati prendono fra loro Tamino e gli indicano la Via davanti a sé con queste splendide parole:
Colui che percorre questa via irta di pericoli,
diverrà puro attraverso Fuoco e Acqua e Aria e Terra;
se potrà superare il terrore della morte,
si librerà dalla terra al cielo.
Così illuminato, potrà allora
dedicarsi completamente ai misteri di Iside.
Le melodie dell’aria degli armati sono ispirate agli antichi corali protestanti «Ach Gott vom Himmel, sieh darein» (O Dio del cielo volgi il tuo sguardo), e «Christ unser Herr zum Jordan kam» (Cristo nostro Signore venne dal Giordano), mentre stranamente nel contrappunto appare una citazione dal Kyrie cattolico della Missa Sancti Henrici di Heinrich Biber: qualcuno ha voluto vedere in questa triade un richiamo alla Trinità, ma forse meglio è come se Mozart avesse voluto superare le polemiche teologiche delle due confessioni principali dell’Europa affiancandole e ponendole come sfondo a un testo nettamente massonico.
Pamina esplicita in questo momento tutta la potenza insita nella propria femminilità in antitesi alla formula materna; addirittura nelle sue parole rivolte a Tamino davanti alle porte dell’orrore, immediatamente prima di entrare, esprime un concetto che sarà portato alla luce della coscienza solo duecento anni dopo dalla psicologia analitica con lo studio dell’Anima, intesa non in senso religioso ma come archetipo psichico. Questo archetipo si esplicita sotto varie forme, nella maggior parte di noi oniriche, ed è presente e agente nelle grandi prove che l’individuo affronta a livello interiore. Ma a prescindere da questa prospettiva che richiederebbe una trattazione separata, Pamina fieramente dice, priva di paura:
In ogni luogo
sarò al tuo fianco,
io stessa ti guiderò,
a condurre me sarà Amore.
Lamore cospargerà di rose il nostro cammino,
perché le rose sono sempre fra le spine.
E la prova del Fuoco inizia. Non mi voglio soffermare sull’abilità bergmaniana nel raffigurare la vivezza delle fiamme prima, e la staticità dell’acqua poi, ma si noti come durante il viaggio attraverso il Fuoco Tamino guidi la coppia, mentre durante il viaggio attraverso l’Acqua sia Pamina a guidarlo nel proprio elemento d’elezione secondo le tradizioni e i miti più arcaici. Mozart per questo momento cruciale non ha scelto, e ne avrebbe ben avuto la possibilità e le capacità, di accordare la musica con il saettare delle fiamme e il languire dell’acqua; sceglie invece di esprimere solo il tempo, lo stato interiore del neofita ormai praticamente iniziato: la sua calma interiore espressa dallo splendido monologo del flauto in primo piano mentre nelle profondità del suo animo pulsa, sotto controllo, il terrore e l’orrore degli istinti.
La tensione s’allenta all’uscita dalla prova del Fuoco e noi tutti, se ci abbandoniamo alla musica di Mozart, ci accorgeremo di essere stati addirittura fisicamente in tensione, ma l’abbandono è di breve durata: veniamo di nuovo catturati dalla sacralità e dalla tensione della prova dell’Acqua, semplicemente perché Tamino e Pamina siamo noi.
Come la coppia regale emerge alla Luce dopo il viaggio infernale il tripudio degli iniziati di Sarastro è grande con l’ingresso dei due nel Tempio: ma la Prova suprema per la quale Tamino è stato prescelto deve ancora arrivare. Infatti Sarastro all’inizio del secondo atto aveva detto ai suoi Fratelli:
Lo stesso Tamino dovrà rinsaldare il Tempio assieme a noi
L’assalto al Tempio, da parte delle forze negative della Regina della Notte, è accompagnato da un cupo motivo ricorrente e pulsante degli archi, che si sviluppa sinistramente nel dialogo fra la Regina e Monostatos e raggiunge l’apice drammatico nella parodia dell’elevazione sacrale della Regina al trono di Sarastro. Nel momento culminante della cerimonia, in un parossismo di tuoni e fulmini, appaiono gli iniziati con Sarastro alla testa e la scena si risolve nel trionfo finale della coppia Tamino - Pamina, che è anche il trionfo dell’uomo rappresentato da Papageno e Papagena. In molte scenografie e rappresentazioni le due coppie si trovano l’una davanti all’altra proprio a voler dimostrare l’inscindibilità dell’aspetto eroico dall’aspetto pragmatico dell’uomo.
Un’ultima cosa su cui vorrei appuntare l’attenzione del lettore nel finale del film bergmaniano, e non presente nell’opera originale, ma perfettamente in accordo con lo spirito, è Sarastro che si allontana ed osserva la scena del trionfo: egli alza il braccio e afferra il flauto magico, abbozza il gesto di suonarlo e poi s’avvia: forse verso un nuovo Viaggio interiore e un superiore livello di coscienza.