Eques ab Aqua Viva

Introduzione all’omeopatia
e alla sua filosofia

 
Christian Samuel Friedrich Hahnemann (1755-1843)L’omeopatia inizia con Hahnemann, medico tedesco nato a Meissen nel 1755. Nel 1779, una volta laureatosi, si trova a esercitare la medicina nel periodo in cui i barbieri chirurghi, reduci dalle guerre napoleoniche, strappano denti, tagliano amputano e salassano in un delirio terapeutico e sterminatore. Nella sola Germania si vendono, in quest’epoca, milioni di sanguisughe. La medicina è il bersaglio preferito di commediografi, libellisti e librettisti che rappresentano il medico al livello di un pagliaccio da circo.
Hahnemann inizia così la sua carriera medica arrivando a una discreta fama che lo porta a far parte dell’Accademia Economica di Lipsia e dell’Accademia delle Scienze di Magonza. Ma la fama non lo stordisce. Dopo una decina d’anni di professione medica, un bel giorno, còlto da una forte crisi di coscienza, caccia tutti i suoi clienti e chiude bottega, totalmente convinto della sua incapacità di guarire la gente.
Per vivere inizia allora a tradurre libri di medicina, continuando a meditare sull’incapacità curativa della stessa finché un bel giorno, traducendo un famoso trattato di farmacologia, alla voce Chinchona, cioè l’estratto della corteccia della china, viene colpito dalla similitudine dei sintomi della malaria e quelli degli operai addetti alla lavorazione della corteccia.
Questo momento segna per Hahnemann una tappa fondamentale della sua vita: colpito dalle diverse ipotesi con le quali si cercava di spiegare il fenomeno, decide di sperimentare su se stesso gli effetti del Chinino assumendo, per cinque giorni due grammi di china due volte al giorno. Quale la sorpresa nel constatare che, ogni giorno, alla stessa ora, era preso da febbri intermittenti: La China, usata per curare le febbri intermittenti, era quindi in grado di produrre le febbri che guariva. Hahnemann comincia da quel momento a sperimentare vari farmaci su se stesso, sui suoi figli e sui suoi allievi.
Nell’arco di quarant’anni sperimentò una sessantina di farmaci tra i quali oppio, mercurio, arsenico, oro, petrolio eccetera, annotando ogni volta i sintomi provati. Ne risultò una Patogenesi del rimedio dalla quale concluse che i farmaci, qualora provocassero dei sintomi, questi coincidevano con gli stessi sintomi che potevano curare. Tali sostanze, in grado di procurare sintomi coincidenti con quelli curati, vennero chiamate «medicine omeopatiche» (dal greco ómoios, simile e pátos, malattia).
Vi è da notare che tra i sintomi registrati vi erano anche indicazioni sulle alterazioni psichiche ed emotive a cui il soggetto sano andava incontro a causa dell’assunzione della sostanza omeopatica. Tale fatto comporterà lo spostamento dell’attenzione dalla malattia, con i suoi sintomi, al malato nel suo complesso.
Rimaneva comunque un problema: le quantità di farmaco che venivano somministrate dai medici dell’epoca erano tali da essere vicine ai livelli di intossicazione. Hahnemann, provò allora a diluire sempre di più le sostanze, scuotendo i flaconi perché vi fosse una dispersione omogenea del farmaco. A questo punto fece la sua seconda scoperta: egli notò che invece di diminuire la loro potenza curativa, le sostanze così diluite, ampliavano il loro effetto terapeutico e, quando venivano sperimentate nell’uomo sano, spesso provocavano dei sintomi contrari a quelli provocati allo stato puro.Dalla seconda scoperta non tardò a venirne fuori una terza: se i farmaci non venivano agitati vigorosamente tra una diluizione e la successiva questi perdevano i loro poteri terapeutici.
L’ultima cosa che voglio far notare riguarda il livello di diluizione delle medicine omeopatiche: Ogni diluizione successiva utilizza un rapporto di uno a cento (una parte di sostanza e cento parti di diluente). Già nella seconda diluizione, la sostanza originale è diluita di un fattore 100*100=10.000. La presenza della sostanza omeopatica originale si può ancora riconoscere con un contatore Geiger fino alla nona diluizione: 100*100*100* per nove volte. Dopodiché, dopo la nona diluizione, non vi sono strumenti in grado di rivelare traccia della sostanza originale. Ebbene, nella preparazione della medicina omeopatica si usano normalmente trenta o più diluizioni. Dov’è andata a finire la materia originale? Dopo trenta diluizioni il rapporto tra solvente e soluto è di 10E60: dieci seguito da sessanta zeri! Riassumendo, un medicinale omeopatico si basa su:
  • L’impiego di una sostanza, la cui omeopaticità è stata verificata sperimentalmente su individui sani.
  • La diluizione progressiva di tale sostanza a livelli di concentrazione non più misurabili strumentalmente.
  • La dinamizzazione del preparato dopo ciascuna diluizione
 
Introduzione al modello filosofico
Il progetto dei primi filosofi, o filosofi della natura, era quello di capire il funzionamento della natura e dei suoi processi. L’uomo, per loro, era una parte integrante della natura e la domanda fondamentale non riguardava come il tutto fosse stato creato. Infatti, secondo loro, era scontato che qualcosa fosse sempre esistito. I filosofi greci si chiedevano invece come l’acqua potesse trasformarsi in un pesce, la terra in un albero e un bambino nascere e crescere nel ventre della madre. Queste erano le domande che si ponevano i presocratici. Essi volevano comprendere ciò che avveniva in natura senza far ricorso ai miti tradizionali e cercarono di interpretare i processi naturali studiandoli direttamente.
Per fare ciò essi dovettero creare dei modelli astratti rappresentativi della Natura e dei suoi Processi. Ciò non costituisce un approccio esclusivo dei filosofi di allora, ma è bensì caratteristico di molte altre scienze quali la nostra fisica e matematica che definiscono e utilizzano sistemi simbolici sia per fornire spiegazioni teoriche di fatti riscontrati sul piano reale, sia per definire teorie che verranno eventualmente smentite o confermate da altre teorie e/o future esperienze.
Tornando ai nostri filosofi greci, il primo a fornire un’interpretazione della Natura e delle sue leggi in termini di quattro elementi fu Empedocle. Secondo lui la natura è costituita da quattro radici identificate con: terra, aria, acqua e fuoco. Tutti i mutamenti in natura sono dovuti al mescolarsi e al separarsi di tali radici. Ciascuna cosa esistente è costituita da una mescolanza di queste radici, o elementi, che sono sempre contemporaneamente presenti in ogni cosa. Ciò che caratterizza una cosa dall’altra è la diversa proporzione secondo la quale gli elementi vengono a mescolarsi in essa: Un uomo e una pietra sono costituiti dagli stessi elementi, ciò che cambiano sono solo le quantità e le proporzioni.
Vediamo di fare un esempio seguendo il modo di ragionare degli antichi: un semplice pezzo di legno è costituito da terra, acqua, aria e fuoco e lo si vede quando il legno brucia: dentro il legno vi è fuoco perché quando il legno brucia il fuoco viene da li dentro e fugge verso l’esterno. Dentro il legno vi è acqua in quanto se ne ode il crepitio e lo scoppiettare. Dentro il legno vi è aria la quale sale sotto forma di fumo. Dentro il legno vi è terra che è la cenere che rimane dopo la combustione.
Avendo premesso il fatto che ogni cosa è composta da una diversa combinazione dei quattro elementi dovrebbe apparire ovvia la contraddizione insita nella precedente descrizione: non dovrebbe essere possibile ottenere un’aria dal legno. Il fumo è di per sé una cosa reale, visibile e pertanto dovrebbe essere anch’essa composta dai quattro elementi. E infatti così è: avvicinando una lastra di metallo al fumo questo ben presto si scalderà - il fumo, che è aria, contiene il fuoco - Raffreddando la lastra noteremo delle gocce d’acqua di condensa - il fumo, che è aria, contiene l’acqua - Al termine, osservando la lastra, noteremo della fuliggine: il fumo, che è aria, contiene la terra.
Ogni cosa, pur contenendo ciascuno degli elementi, lo contiene però in proporzioni diverse cosicché una data cosa si dice impropriamente che è aria quando essa è solo prevalentemente aria. Il fumo è aria in quanto prevalentemente aria pur contenendo anche gli altri elementi.
Secondo Empedocle ci dovevano essere due forze agenti sugli elementi: Amore o Amicizia e Odio o Discordia dove, la prima, favorisce l’unione degli elementi, mentre, la seconda, ne favorisce la separazione. Empedocle giunge quindi ad una distinzione fondamentale in vigore tutt’oggi: la distinzione tra elementi primari e forze della natura.
Il modello astratto basato sui dei quattro elementi non è mai stato soppresso completamente. Esso è entrato nel seguito a far parte delle discipline esoteriche le quali lo hanno arricchito di tutto un insieme di ulteriori dettagli che ora vedremo. In primo luogo, ad ogni elemento venne associato un corrispondente simbolo grafico:
un triangolo con il vertice verso l’alto per il fuoco, un triangolo con il vertice verso il basso per l’acqua, un triangolo con il vertice verso l’alto e una barra orizzontale per l’aria, un triangolo con il vertice verso il basso e una barra orizzontale per la terra.
Un particolare non trascurabile è che la sovrapposizione dei due triangoli del fuoco e dell’acqua dà origine alla Stella di Davide o Sigillo di Salomone (Salomone è noto anche per la sua leggendaria equità). Tale simbolo rappresenta così la pacificazione degli opposti: Acqua e fuoco riuniti assieme. Si noti che, grazie alla sovrapposizione dei simboli contrari, si vengono a formare anche i simboli dell’aria e della terra. Come a dire che, grazie alla pacificazione degli elementi opposti, si ha la manifestazione completa della Natura.
Ciascuno dei quattro elementi è caratterizzato da una coppia di qualità secondo lo schema seguente:
  • Il fuoco è caldo e secco
  • La terra è fredda e secca
  • L’acqua è fredda e umida
  • L’aria è calda e umida
Riportando i simboli all’interno di un cerchio quadripartito, e riportando le qualità relative otteniamo lo schema a destra. Ricordando che, in natura, ogni cosa è costituita da una combinazione dei quattro elementi, aggiungo che, normalmente, almeno uno degli elementi prevale sugli altri. Difficilmente infatti una cosa può essere contemporaneamente calda e fredda o contemporaneamente secca e umida. Pertanto una cosa calda e secca sarà necessariamente un fuoco (o meglio: prevalentemente fuoco).
Ogni cosa, in natura, può essere quindi rappresentata da una figura geometrica chiusa, inscritta nel cerchio, e comprendente, al suo interno, il centro del cerchio. L’area occupata in ciascuna delle quattro parti del cerchio sarà rappresentativa della quantità di un dato elemento presente nella cosa in questione. Poiché infinite sono le forme geometriche inscrittibili nel cerchio, infinite sono le cose così rappresentabili e dal momento che non esistono più infinità di cose reali, ma una sola, con tale metodo posso quindi rappresentare tutte le cose.
È utile, a questo punto, riflettere sul fatto che, ancora agli inizi del nostro secolo la scienza ragionava in termini di soli tre elementi: elettroni, protoni e neutroni e di forze quali i campi elettromagnetici e i campi gravitazionali. Nel seguito si sono unite altre forze e gli dei fisici teorici sono tutti concentrati nel tentativo di ricavare la legge unica che riunisca le varie forze all’interno di un solo modello: quello della forza forte di ogni forza per dirla alla Ermete Trismegisto.
Torniamo al nostro modello e vediamo cosa dice Empedocle, nascosto sotto il nome di Pandolfo, nella Turba dei Filosofi: "Dichiaro ai nostri successori, che l’aria è più sottile dell’acqua, e che non si separa da quella. Se non fosse così, la terra non resterebbe sopra l’acqua umida. ... E’ l’aria, nascosta sotto la terra, che sostiene la terra, in modo che non si sommerga nell’acqua che le sta sotto, ed è quest’aria che fa si che la terra non sia inumidita dall’acqua. L’aria dunque è tale da colmare e separare cose diverse, cioè acqua da terra e da accordare cose avverse, come acqua e fuoco, e da separarle perché non si distruggano vicendevolmente".
Quindi, secondo l’opinione di Empedocle, l’aria è il mediatore per eccellenza e, come conseguenza, ogni mediatore è un’aria come vediamo dalla seguente descrizione del semplice uovo: "Il guscio, che appare, è la terra, e l’albume l’acqua. Al guscio però è unito un sottilissimo involucro che separa la terra dall’acqua, che è aria che divide la terra dall’acqua".
Pertanto, concludendo questo lunga disquisizione sugli elementi, possiamo affermare che non sono solo le qualità (caldo, freddo, umido e secco) di una data cosa a determinarne l’elemento principale, ma anche il ruolo che la cosa ha in rapporto alle altre con cui interagisce direttamente.
L’ultimo discorso relativo al modello filosofico riguarda, in breve, il metodo attraverso il quale avviene la trasformazione di un elemento in un altro: la trasformazione di un elemento in un altro avviene tramite l’applicazione al primo elemento della qualità caratteristica del secondo che è opposta a quella del primo.
Ovvero, ad esempio, un fuoco, che è caldo e secco, può essere trasformato in una terra applicando ad esso la qualità fredda tale per cui da caldo e secco divenga freddo e secco.
 
Omeopatia e filosofia
Veniamo ora alla conclusione con l’interpretazione dell’Omeopatia secondo la chiave filosofica appena descritta.
Nella preparazione di un medicinale omeopatico, come abbiamo visto, si parte da una sostanza madre che è una terra, data la sua fissità e le qualità relative: freddo e secco. Tale terra subisce una prima trasformazione attraverso la diluizione: essa viene dunque trasformata in un’acqua fredda e umida. Successivamente, la sostanza così ottenuta, viene sottoposta a delle energiche succussioni o dinamizzazioni ed è indubbio, pertanto, che la si sottoponga all’azione di un calore non fosse altro che quello ottenuto dall’agitazione molecolare. Si ha così la trasformazione di un’acqua in un’aria (che pur rimane ancora un’acqua dal punto di vista dell’apparenza).
Ora, nessuno impedisce di considerare quest’aria come se fosse ancora una terra, ovvero ancora una sostanza inerte. Ecco pertanto che l’omeopata effettua una nuova applicazione delle operazioni di diluizione e dinamizzazione. E così, reiterando tale processo in una sorta di coobazione energetica, per un gran numero di volte. Al termine della serie di operazioni, ciò che si ottiene è, dal punto di vista filosofico, un'aria che, per quanto detto precedentemente, è il mediatore per eccellenza.
Filosoficamente parlando quindi, il medicinale omeopatico deve essere visto come un mediatore. In particolare come un mediatore tra le proprietà possedute della sostanza madre e l’individuo affetto da una data patologia. Ed è proprio grazie a questa funzione di mediazione che la medicina omeopatica trasmette all’individuo non la sostanza contenente il principio curativo, ma il solo principio curativo contenuto in origine nella sostanza. Il messaggio della lettera e non la lettera.