Alberto Biggi

Serietà, Senno, Benefizio e Giubilo

 
Il rituale massonico contiene, celate dal linguaggio simbolico, tutte le indicazioni necessarie per percorrere quella strada di perfezionamento interiore che è rappresentata dal cammino iniziatico. La sintesi di questo cammino è contenuta a mio parere nell’affermazione decisa, per non dire addirittura imperiosa, con cui il M.·. V.·. conclude l’apertura dei lavori in grado di apprendista: tutto in questo Tempio deve essere serietà, senno, benefizio e giubilo. Ritengo quindi valga la pena di dedicare alcune riflessioni al significato di queste quattro parole.
Anzitutto l’ordine in cui sono pronunciate: il cammino iniziatico, come quelli fisici, si snoda lungo un itinerario fatto di più tappe. A differenza degli itinerari fisici, però, nel percorrere l’itinerario iniziatico si inizia una fase senza aver concluso quella precedente; l’ordine delle tappe che scandiscono il percorso è quindi più un ordine logico che un ordine cronologico. Nella cerimonia di iniziazione queste tappe sono state rappresentate dai quattro viaggi, nel rituale d’apertura dei lavori dalle quattro parole oggetto di questa riflessione.
Serietà è la prima tappa: corrisponde al primo viaggio, o meglio deriva dall'aver compiuto il primo viaggio: quello attraverso la terra, nelle interiora della terra, nella profondità della terra. È la discesa agli inferi, la preparazione dell'eroe. La discesa nelle profondità dell’io; faccia a faccia con le proprie debolezze, le proprie paure, i propri vizi; le proprie capacità, le proprie virtù.
Per tentare di raggiungere l’obiettività nel giudizio su sé stessi, così difficile, quasi impossibile, stretti come siamo tra l'umana ovvia debolezza della presunzione e della vanità, e il rischio meno palese dell'eccesso di autosvalutazione. La serietà è consapevolezza dei propri vizi, che si possono imprigionare ma non eliminare, e delle proprie virtù, che si devono sviluppare ed innalzare; umiltà e forza: fermezza.
Serietà è essenzialmente lo stato d'animo con il quale ci si appresta ad iniziare il cammino; senno è la qualità che occorre possedere e sviluppare, e soprattutto impiegare.
Il senno da applicare nel lavoro muratorio è la capacità di discernimento, la volontà di comprendere e penetrare ed oltrepassare il simbolo, trovandosi così di fronte a molte strade possibili, a una pluralità di potenziali spiegazioni; ragionare, riflettere, cercare di individuare l'interpretazione giusta, scoprendo forse che non è giusta in senso assoluto ma in senso relativo più giusta, più adatta ad inserire il singolo segno in un sistema organico.
Allora l'esercizio del senno, se è riflessione attenta e serena, aperta e svincolata dai pregiudizi che inevitabilmente ci portiamo dietro dal mondo profano, porta in primo luogo a scoprire questo, che il singolo segno o simbolo non ha una ma tante interpretazioni, che possono affiancarsi e sostituirsi l'una all'altra a seconda dell'angolazione da cui si vuole guardare, e una angolazione non è migliore dell'altra.
Come in un disegno architettonico, che può essere osservato e utilizzato per ricavare diverse prospettive di uno stesso oggetto, angolazione significa punto di vista; e visioni apparentemente antitetiche possono essere riferite ad una medesima realtà osservata da diversi punti di vista, come se fosse sottoposta a rotazione sui vari assi per osservarne tutte le sfaccettature.
Perciò il costante esercizio della riflessione sui simboli porta alla comprensione di un punto basilare, cioè che interpretazioni diverse possono coesistere, affiancarsi, completarsi a vicenda.
E il Libero muratore comprende che la sua interpretazione, la sua visione, non è necessariamente l'unica o la migliore, e che confrontando punti di vista diversi si ha un reciproco arricchimento ed infine che è importante non solo l'oggetto della discussione, o del confronto, ma anche e forse soprattutto il metodo, l'adoperare il senno, ovvero prudenza ed intelletto. Allora tolleranza non è una dichiarazione di buoni propositi, ma la logica conseguenza della corretta percorrenza del primo tratto del percorso muratorio.
E non è la condiscendente rinuncia ad eccessi di polemica ma un atteggiamento profondo e connaturato, che si può osservare nel muratore esperto, nella serena pacatezza delle sue analisi, dei suoi interventi e delle sue osservazioni, tanto nei lavori di loggia quanto nelle discussioni profane. In questo senso il senno, che pure è razionalità nella concretezza, è assolutamente necessario per fare un altro passo avanti: il terzo viaggio, che allontana dalla sfera della ragione, e fa entrare in quella del cuore.
Il termine «benefizio» ci introduce in una dimensione nuova, apparentemente allontanandosi dalla rigorosa razionalità indicata dai primi due termini; nella sua etimologia esso indica infatti non un mero vantaggio ricevuto, ma l’atto del «fare bene», traendone soddisfazione e giovamento. Se per fare bene si intende non solo svolgere bene il proprio lavoro, profano o iniziatico, ma anche fare bene ad altri, donando una parte di sé, allora il concetto di benefizio indica non solo una tappa fondamentale ma anche un vero e proprio salto di qualità nel cammino muratorio.
Mentre le prime due fasi hanno scandito un percorso di perfezionamento che riguarda prevalentemente il singolo, la terza introduce un rapporto con gli altri, siano essi fratelli o profani, che non è più di sola osservazione ma che comporta un’interazione, e soprattutto uno stato d’animo di disponibilità, anzi di desiderio di rendersi utili. Questa dimensione di buoni sentimenti può come si è detto apparire lontana da quella logica e razionale che i concetti di serietà e senno hanno delineato, ma è sufficiente rammentare la connessione tra tolleranza e senno, nel senso di apertura mentale, per rendersi conto che quest’ultimo costituisce la premessa indispensabile ad una vera e completa disponibilità verso gli altri. Naturalmente esistono esempi, numerosissimi e rilevantissimi, di persone che dimostrano la massima disponibilità ed abnegazione verso il prossimo pur avendo seguito un percorso del tutto differente.
Ma forse tale differenza è più apparente che sostanziale, nel senso che tali persone hanno probabilmente nella propria storia personale qualcosa di equivalente ai nostri viaggi alla ricerca della serietà e del senno, della ricerca cioè della conoscenza delle proprie virtù e dei propri vizi, dell’apertura mentale e della comprensione dell’altrui diversità. Il percorso di perfezionamento iniziatico seguito dai liberi muratori non è certo l’unico strumento a disposizione di un essere umano che voglia migliorare sé stesso, ma la rappresentazione che ne viene delineata dai nostri simboli e rituali è tra le più articolate e complete. Non solo, ma poiché viene incontro ad un’esigenza comune a tutti gli uomini di buona volontà, ben si presta ad integrarsi con le esperienze più varie e differenti.
Questo concetto è di fondamentale importanza in primo luogo per comprendere perché nella nostra istituzione si siano trovati a proprio agio attraverso i secoli uomini così diversi per nazionalità, cultura, estrazione sociale, convinzioni politiche e religiose. Ma soprattutto, è da questo concetto che dobbiamo partire per esaminare l’ultima tappa del nostro viaggio, la più difficile ad essere descritta a parole.
Siamo infatti arrivati con il termine giubilo a quella che a mio parere è la dimensione religiosa dell’esperienza massonica, anzi la dimensione religiosa come punto d’arrivo, fine ultimo di tale esperienza. Può sembrare una contraddizione, una dimensione religiosa in un’istituzione che «non è una religione né un sostituto della religione» , che proibisce ai propri membri nel corso dei lavori di loggia di «intrattenersi in questioni di religione», che in passato si è distinta per battaglie in difesa del libero pensiero (a volte deviando dalla propria retta via). E come si concilia una dimensione religiosa della massoneria con l’esigenza di rispettare le diverse convinzioni religiose dei singoli fratelli, e perché no, di eventuali futuri fratelli?
Dimensione religiosa non significa religione; il percorso di perfezionamento massonico non esclude l’integrazione con indicazioni, norme, convincimenti del singolo derivanti dalla propria fede religiosa, di fronte alla quale la massoneria rispettosamente si ferma, o per meglio dire, di cui si pone al servizio. Ma anche per il fratello che non si riconosce in alcuna religione il cammino iniziatico non può dirsi interamente delineato finché non arriva a comprendere che la propria esperienza umana, ed anche la comunione che può aver raggiunto con gli altri esseri umani non sono complete, anzi a mio parere non hanno significato, se non presuppongono la ricerca di un principio regolatore, qualcosa che vada oltre la dimensione materiale ed intellettuale.
Il nostro modo di lavorare, i nostri simboli, i nostri rituali, sono concepiti per superare la mediazione del linguaggio, per parlare direttamente al cuore, per suscitare profonde emozioni ed interrogativi. Tutto ciò non avrebbe senso se ci dovessimo limitare a ricercare razionalità e tolleranza; la nostra ricerca deve andare oltre, ma quale ne sia l’obiettivo ultimo io non lo posso dire, come non lo può dire nessuno di noi.
Un principio regolatore, l’essenza dell’umanità, l’ascesi mistica, la visione dell’essere supremo, nessuno può dirlo agli altri, ciascuno può cercare la risposta dentro di sé. Mi rendo conto che non sono riuscito veramente ad esprimere il significato del termine giubilo, il significato della prova del fuoco.
Ma vi prego, provate a seguire le parole dell’Inno alla gioia composto dal fratello Schiller mentre lo ascoltate musicato nella Nona sinfonia dal fratello Beethoven, lasciatevi trasportare dalla musica, arrivate al momento culminante, a quella sublime esplosione sonora e notate a quali parole corrisponde: «e il cherubino vede Dio».