Leonardo Bigliocca

Il tempio come spazio sacro

 
In tempi precedenti la memoria storica dell’umanità il luogo dove avveniva una cratofania (manifestazione di potenza) o una ierofania (manifestazione del sacro) subiva un mutamento da spazio profano a spazio sacro; sorgeva dunque spontaneo nell’uomo il desiderio di salvaguardare in qualche maniera il luogo dove era avvenuta la manifestazione con la speranza che ciò si potesse ripetere e che il luogo potesse rappresentare un punto di contatto certo con l’inconoscibile, l’invisibile e forse il divino.
Si può affermare con buona certezza che il luogo si trasfigura e si carica di miti; Levy-Bruhl sintetizza felicemente questo concetto: "la località sacra non si presenta mai isolatamente allo spirito; fa sempre parte di un complesso nel quale entrano con essa … gli eroi mitici che in quel luogo hanno vissuto, errato, creato, le cerimonie che vi sono state celebrate periodicamente, e infine le emozioni suscitate da questi complessi".
Ancora Madeleine Davy dice a tale riguardo: "La casa di preghiera, in quanto luogo in cui si compiono i misteri, è la "casa di Dio"; circoscrive lo spazio e lo orienta, sacralizzandolo; è vascello ed arca, in cui il visibile e l’invisibile intrecciano un dialogo e l’eternità trasfigura il tempo. Immagine dell’uomo cosmico, essa potrebbe portare a di sopra della sua porta centrale, l’iscrizione del tempio di Ramsete II : "Questo tempio è come il cielo in tutte le sue parti"".
La nozione di spazio sacro implica l’idea della ripetizione della ierofania iniziale che ha consacrato quello spazio, trasfigurandolo e isolandolo dallo spazio profano circostante, assicurando al tempo stesso il perdurare della sacralità. Il luogo si trasforma in una fonte inesauribile di forza, concedendo all’uomo che vi penetra la partecipazione alle energie circolanti e la comunione alla sacralità. Questo concetto rispecchia in maniera assai vicina alla realtà il significato insito nel rituale di apertura dei Lavori in Camera di Apprendista.
La consacrazione dello spazio rappresenta una parte assai importante sia nel passato come nel presente; infatti fra le più antiche strutture architettoniche si possono annoverare recinti, muri o cerchi di sassi racchiudenti uno spazio sacro. Spesso non si considera che la recinzione non implica obbligatoriamente la presenza costante di una ierofania, ma la necessità di proteggere il profano dal pericolo di penetrare nell’area sacra senza accorgersene. Infatti il sacro è estremamente pericoloso se non è avvicinato con adeguati atti preparatori; si pensi allo spogliarsi dai metalli richiesto al profano al suo ingresso nel Tempio ed allo stato in cui si dovrebbero porre i Fr\ prima di avviare i Lavori o all’interdizione totale di accesso ai profani nel presbiterio riservato agli officianti che soli possono sopportare l’impatto con la teofania dell’Elevazione, o ancora all’obbligo della copertura del capo per gli Ebrei nel Tempio e la copertura con il tallet (manto bianco con le frange bordato d’azzurro) durante l’esposizione dei rotoli della Torah.
Nell’operazione di squadratura del Tempio compiuta dal M.d.C. all’inizio dei Lavori, deambulazione antioraria, è conservato un antico significato, antico quanto la coscienza dell’uomo. Il M.d.C. traccia, con la sua deambulazione nello spazio sacro, un percorso esplorando i quattro angoli del mondo escludendo i profani dall’area, concentrando le energie dei presenti sui Lavori che stanno per essere avviati ed escludendo qualsiasi distrazione circostante il Tempio ed i presenti alla cerimonia. Nella tradizione dell’India e del Tibet questa cerimonia si ripeteva in maniera identica ed era completata dal tracciamento delle immagini delle divinità al centro dell’area sacra con farina di riso, analogamente a quanto effettua oggi il M.d.C. depositando il Quadro di Loggia fra le tre Luci, anzi si ricordi che nel XVIII secolo il Quadro di L\ veniva tracciato sulla sabbia al centro dell’area consacrata nel retro delle osterie dove i Fr\ fondatori delle prime L\ inglesi erano soliti convenire.
Qualsiasi nuova installazione umana può essere considerata una ricostruzione del mondo e affinché possa durare ed essere reale la nuova costruzione deve essere proiettata nel centro dell’Universo. Secondo molte tradizioni la creazione del mondo ebbe luogo in un centro, tesi avvalorata anche dalla scienza con la teoria del big bang, e perciò la costruzione si deve svolgere attorno ad un centro. Romolo, dopo aver scavato una profonda buca (mundus), la riempì di frutti, la coprì di terra e vi eresse sopra un altare (ara); poi tracciò con l’aratro un recinto. A proposito Plutarco nota che "fu dato a questa buca, come all’Universo stesso, il nome di mondo" e il recinto tracciato con l’aratro niente altro è che un tèmenos (recinto sacro).
Secondo molte tradizioni orientali il mundus rappresenta il punto di intersezione e transizione fra le tre regioni cosmiche, Cielo, Terra e Mondo sotterraneo; anche gli Ebrei, più vicini a noi per cultura e territorio, affermano in uno dei libri sacri, la Mishnàh, che il Tempio si trova esattamente al disopra del tehom (acque sotterranee) e che la roccia del Tempio di Gerusalemme contiene la bocca del tehom.
E visto che abbiamo citato il Tempio di Gerusalemme credo che sia necessario dare un ulteriore stimolo di riflessione. I midrashim riferiscono che il Re Salomone intonò il Cantico dei Cantici, mentre si costruiva il Tempio, e che tutti i mondi inferiori e superiori celebrarono l’avvenimento con "canti di lode", donde il termine "Cantico dei Cantici". Il Rav Shimeon narra che Salomone, ricevuto dal cielo il Cantico dei Cantici, ne trascrisse la saggezza in un libro e lo sigillò affinché non fosse dato a tutti gli uomini di accedere allo splendore enigmatico della saggezza superiore. Solo nel II secolo fu possibile integrare il Cantico fra i libri canonici, per l’impegno del Rav Aquibah che scrisse: "Tutta la Bibbia è kadosh, ma il Cantico dei Cantici è kadosh kadoshim" [Tutta la Bibbia è santa, ma il Cantico è il santo dei santi].
Dopo questa breve digressione sarebbe doveroso considerare che nei riti arcaici di costruzione erano consueti alcuni atti rituali. Ogni qualvolta una cosa nuova, una nuova costruzione veniva messa in uso, il primo che la utilizzava veniva messo a morte e seppellito all’interno delle fondamenta della costruzione: questo rito cruento, e tutta prima primitivo, aveva invece una sua logica su piani transfisici, ed in particolare si ricollegava alla tradizione che ogni cosa nuova è morta - è una forma della morte - dunque pericolosa, e che necessita di uno spirito che la animi, dopo di che essa diventa inoffensiva. Spesso questo si risolveva nel sacrificio del maestro costruttore, o in tempi successivi della sua compagna, ed infine solo di animali o inglobamento di effigi di esseri animati.
Nella fase di tracciamento del tèmenos, in taluni rituali, il maestro costruttore pianta un paletto, quale Axis Mundi, al centro dell’area di costruzione affermando che così la testa del Serpente tellurico è fissata stabilmente, dunque si ripete l’atto creatore di fissazione del Caos primigenio in costante mutamento e si ripercorrono le spire del Serpente mitico, e questo ci consente di riallacciare razionalmente questi rituali, e la Tradizione che li include, a qualcosa che accade ogni volta che apriamo i Lavori nel nostro Tempio.
Per completare questa breve excursus è necessario citare i labirinti che spesso si trovano all’intersezione fra la navata maggiore e il transetto nelle cattedrali gotiche, fra le costruzioni più belle e prestigiose che la Libera Muratoria abbia eretto. L’osservazione di un labirinto gotico è fonte di varie considerazioni fra cui voglio citarne solo una: proprio nei punti in cui ci sembra di essere praticamente al centro - da esso ci separa solo un setto finissimo - il sentiero devia bruscamente e ci riporta lontano dal centro, mentre l’ultimo avvicinamento al centro parte proprio dalla parte più esterna del labirinto stesso.
È indubbia la funzione di difesa del centro sacro da parte della struttura del labirinto che sperde, stanca e disorienta il profano, guida e fortifica l’iniziato; il percorrere il labirinto significava accedere iniziaticamente all’immortalità ed il neofita imparava simbolicamente, durante la vita sensibile, a penetrare e ad esplorare senza smarrirsi le regioni della morte. Il labirinto può forse essere assimilato, come valore, alla cieca deambulazione del profano bendato, guidato dall’Esperto, nel mondo della morte dello spirito e nel labirinto l’iniziando viveva la stessa esperienza di solitudine, di smarrimento, di autoanalisi che il profano prova nel Gabinetto di Riflessione dove muore, vaga nelle regioni della morte e rinasce. Prima di terminare vorrei porre un piccolo quesito che dovremmo saper interpretare: perché la pietra scartata dai costruttori divenne pietra angolare?
"E quindi uscimmo a riveder le stelle"