a cura di
Heredom
Tratto da
Pietro Nutrizio e altri
René Guénon e l'Occidente
Luni Editrice

 

Di un «Documento confidenziale inedito»
(e delle «aporie» del suo «autore»)

Di un «Documento confidenziale inedito»
(e delle «aporie» del suo «autore»)

 

 

 

 

 

Antonello Balestrieri

 

  1. Si veda la prima parte di questo articolo.
  2. Si vedano, fra gli altri, gli articoli più recenti che trattano argomenti di questo tipo: "René Guénon e le Forme della Tradizione", di P. Nutrizio nel n.72, e "Nuove tecniche di attacco all'opera di René Guénon", nostro, parti II e III, nei nn. 71 e 73 della Rivista di Studi Tradizionali.
  3. Ricordiamo con particolare disgusto, in quest'ordine di ripercussioni, l'articolo di R. Del Ponte dal titolo «Zavorre occultistiche», compreso nel numero speciale di «Arthos», dedicato a René Guénon nel 1989. Pur abituati all'incomprensione occidentale nei confronti delle dottrine esposte da questo Autore, abbiamo raremente avuto occasione di leggere un componimento intriso di tanta indecente volgarità e di così stolida acquiescenza ai più vieti pregiudizi anti-tradizionali e anti-orientali. Dopo aver pubblicato ancora un numero, tale rivista cessò la sua pubblicazione; veniamo informati ora che da due numeri essa l'ha ripresa: ci auguriamo che il suo livello possa essersi sollevato. Risultato che del resto non ci sembra molto difficile da ottenere.
  4. Sempre a proposito dell'Ordre du Temple Rénové, notiamo in M.-F. James, «Esotérisme et Christianisme, ecc.», nel corso di un lungo brano (pp. 97-8), del resto mutuato quasi letteralmente da questo «Documento», un'espressione (ripresa poi da altri autori «biografici» di R. Guénon) che può esser tale da confermare i nostri dubbi iniziali sul «Documento» nella sua forma presentata in Internet. L'autrice canadese parla in esso di un «Guénon che si spaccia per un "templare reincarnato"» e in nota fa risalire la locuzione al «Document confidentiel inédit»; ora, senza neppur tener conto del rigore dottrinale con cui Guénon ha confutato, fin dai suoi primi articoli sulla «Gnose», la possibilità stessa della «reincarnazione», noi questa espressione nel «Documento», nella sua presentazione attuale, non l'abbiamo reperita (cosa che sarebbe stata gravissima per il suo «autore» sotto più di un aspetto). Dunque, delle due cose l'una: o il «Documento» ha subito nel tempo delle variazioni, o l'autrice canadese ha giocato a man salva sulla «confidenzialità» del dossier per fini propri...
  5. Si potrà pensare che questo termine costituisca un'esagerazione da parte nostra; in realtà esso rispecchia di fatto l'atteggiamento tenuto dall'«autore» nel corso di tutto il «Documento» e sarà da lui impiegato, letteralmente, alla fine di esso.
  6. Un'obiezione del genere di quella che qui indichiamo come possibile ci è di fatto già stata rivolta da Arché, il cui responsabile ci ha domandato su «Charis» se per caso non ritenessimo l'opera di Guénon «troppo vulnerabile», da richiedere tutto lo sforzo di «difesa» da noi dispiegato in «Nuove tecniche di attacco». A questa insinuazione abbiamo già dato una risposta affermando che non tanto l'opera è da difendere, quanto i suoi lettori, ma questa è l'occasione per aggiungere qualcosa che, questa risposta, la potrà completare.
    La nostra paura che l'opera di René Guénon sia «vulnerabile», qualora anche esistesse avendo qualche ragion d'essere nelle nostre proprie limitazioni, sarebbe in ogni caso sempre minore di quella che mostrano di provare, di fronte a essa, gli ambienti che per esorcizzarla «sponsorizzano» trovate come questa, con le quali cercano di smentire, o almeno di «minimizzare», persino i pochi apprezzamenti non totalmente negativi che qualcuno dei loro si è lasciato sfuggire per inavvertenza, nel tempo, su taluno dei lavori di cui essa si compone; l'abbiamo trovata in M.-F. James, «Esoterisme et Christianisme autour de René Guénon», p. 213:
    «Benché il Padre De Grandmaison non si spieghi perché [Guénon] abbia trascurato di menzionare lavori così istruttivi quali "Evolution of Mrs. Besant, and the methods by which Mr: Leadbeater...", pubblicato a Madras nel 1918, il solo vero punto contestabile di quest'opera maggiore è che "Le Théosophisme" (1921) gli sembra [e pour cause... aggiungeremmo noi] essere l'idea della "subordinazione costante dell'azione della Signora Besant ai piani imperialistici inglesi in India". Cosicchè egli non esita a individuare [nel "Théosophisme"] il corrispettivo storico (il solo che esista...) dell'esposizione dottrinale del Padre Th. Mainage o.p. "Principes de la Théosophie", apparso nel 1922»; e il cui «indice», si dice in nota, «rivela titoli così rivelatori [sic] quali "Il Dio dei Teosofi", o anche "Teosofia e Religioni"». Si avverte inoltre, in tale nota, che «una lettura attenta ci rivelerebbe senza dubbio [corsivi nostri] un certo numero di idee che si accostano ai temi fondamentali di Guénon... quali i destini dell'universo, l'uno e il molteplice, il divino e il finito, temi che sono in esso successivamente toccati [!!!]».
    A parte il far rilevare quel condizionale «ci rivelerebbe» che è veramente un tocco di classe, due sole domande:
    1. Le idee esposte da R. Guénon sono dunque osteggiabili solo perché... esposte da lui?
    2. Perché Arché non prevede la pubblicazione di questa perla di «dottrina», che questi ambienti possano finalmente opporre ad almeno uno dei lavori di Guénon (e che noi ci faremmo un piacere di recensire)?
  7. In quest'ordine di idee, il caso stesso dell'«autore», così com'egli lo espone ingenuamente proprio all'inizio del suo «memoriale», è il più patente esempio dell'incongruenza logica che stiamo mettendo in evidenza. Dopo aver descritto la serie di «esperienze intellettuali» attraverso le quali era passato, giovanissimo: lettura di articoli di C. Flammarion, C. Richet, Geley, occasionate «dalla gran voga data dalla guerra del 1914-'18 alle esperienze spiritistiche», lettura dei libri di Allan Kardec e Leon Denis, Edouard Schuré e Madame Blavatsky («i sei grossi volumi della "Dottrina segreta"»), Fabre d'Olivet e Saint-Yves d'Alveydre, Eliphas Levi, Stanislas de Guaita, Papus e Sedir, egli dice di aver «scoperto Guénon» e «"trovato" quel che cercava»; dopo di che, avendo avuto l'occasione di incontrare personalmente René Guénon, ricevuto a casa sua da quest'ultimo, «approfondire l'opera di Guénon era diventata - per lui - l'unica cosa che contasse»!
  8. «Autorità spirituale e potere temporale» (1929), cap. VIII, pp. 84-5 (Luni Editrice, Milano 1995).
  9. «La Crise du Monde Moderne», cap. V, pp. 77-8 (Gallimard, Parigi 1946).
  10. Ibidem, cap. VII, pp. 111-2. La traduzione di entrambi i brani è nostra.
  11. È probabilmente questa atmosfera che ha generato in coloro che hanno scritto sulle vicende giovanili di René Guénon, siano essi stati in buona o in mala fede, a partire dal momento in cui il «Documento» è stato conosciuto, l'impressione che tali vicende abbiano potuto far parte dell'iter conoscitivo tradizionale di Guénon. Ora, esiste un'affermazione espressa di quest'ultimo che taglia corto anche con questa illazione, ed è contenuta in una sua lettera del 4 settembre 1934 a un corrispondente, al quale egli dice: «No, il mio non è certo il caso di un "convertito", da nessun punto di vista; anzi, non concepisco nemmeno che queste cose possano aver avuto per me un inizio [il corsivo è nostro]; ed è del resto questo il motivo per cui il mio "esempio", se così posso dire, non potrebbe essere di alcuna utilità per nessuno...».
    Possiamo essere d'accordo sul fatto , che ci si potrebbe obiettare, che «l'autore» non era tenuto a conoscere questa citazione da una corrispondenza privata; ma non aveva forse potuto leggere (visto che dice di aver avuto per tempo conoscenza dei fascicoli della «Gnose») il primo articolo di Guénon sul «Demiurgo»? Forse egli pensava che un simile scritto potesse essere il frutto di un... insegnamento occultistico?
  12. Cfr. «Comptes Rendus», pp.120-21.
  13. Cfr. «Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage», T. I, pp. 196-97.
  14. «Errore dello Spiritismo», parte I, cap. VI, pp. 79-80 (Rusconi Editore).
  15. Ibidem, parte III, cap. VIII, pp. 264-65.
  16. Ibidem, «Conclusione», pp. 388-389.
La prima parte del «Documento confidenziale inedito» (1) è, come c’era da aspettarsi dopo aver studiato i lavori che hanno poi preso lo spunto da esso, tutta dedicata alle notizie che «l’autore» è riuscito a raccogliere da fonti diverse sulle attività di René Guénon che coinvolsero la sua partecipazione giovanile a raggruppamenti di natura più o meno «neospiritualistica». «L’autore» tratta perciò, sia pure sommariamente (come del resto gli permettevano soltanto di fare le sue conoscenze), dei rapporti di R. Guénon con la Scuola Ermetica di Papus, l’Ordine Martinista, la Chiesa Gnostica di Jules Doinel, il Rito di Memphis-Misraim e tocca con qualche insistenza, con abbondanza però di illazioni (fondate d’altra parte più o meno «tentativamente» sui criteri discriminativi esposti da René Guénon stesso al riguardo delle organizzazioni pseudo-tradizionali) la questione dei metodi di natura apparentemente spiritistica che portarono alla costituzione dell’Ordre du Temple Rénové e alla «chiamata» e designazione di René Guénon come suo «capo». In questa parte si inseriscono anche alcuni altri «enigmi» (termine che sarà caro all’«autore» fino al termine della sua vita) implicanti la figura di Guénon, come l’Oracle de force astrale e l’«affaire» dei «Polari», nonché la sua collaborazione al periodico «La France Anti-Maçonnique» e l’«affaire Taxil»; evita però accuratamente - e non si capisce perché - di menzionare la H. B. of L.(delle cui teorie Guénon aveva parlato già nella rivista «La Gnose», e poi, ripetutamente e con estrema competenza, nel «Théosophisme» e nell’«Erreur spirite», e financo in un articolo del 1925 sul «Voile d’Isis») della quale «l’autore» non poteva non sapere che Guénon «aveva fatto parte».

Di tutte queste cose è già stato trattato anche sulla «Rivista di Studi Tradizionali», da altri o da noi stessi (2), a mano a mano che echi di esse si diffondevano in Italia (3), ripresi da testi come quelli di J.-P. Laurant e M.-F. James (e adesso sappiamo anche a partire veramente da quale fonte originaria), per cui non ritorneremo su di esse se non per qualche osservazione di carattere generale.

Quel che si percepisce in tutte queste pagine iniziali del «Documento», dedicate al «passato giovanile» di René Guénon, è un sentore di dubbio e di sospetto (in questo senso alcune frasi sono particolarmente rivelatrici, come queste, riguardanti la questione dell’Ordre du Temple Rénové: «[Questa] era una delle cose di cui Guénon non parlava mai per primo. Sfortunatamente venni a conoscenza di questa storia soltanto dopo la partenza di Guénon per l’Egitto; quando in qualche lettera feci allusione a essa, Guénon si sottrasse alle mie domande») (4). È abbastanza ovvio che, trovatasi fra le mani, con questo «Documento», l’espressione di tale critica più o meno larvata (5), non sia parso vero a coloro che, per le proprie limitazioni intellettuali e per la conseguente incapacità di penetrare al fondo della dottrina esposta da Guénon, si sono ritrovati a essere gli eredi della mentalità moderna (e quindi antitradizionale) dei suoi oppositori iniziali per così dire «istituzionali», non sia parso vero, diciamo, di poter disporre di una traccia già costituita e fino a un certo punto circostanziata di argomentazioni dialettiche usufruibili per proseguire il lavoro di «sbarramento» a cui si erano dedicati questi ultimi fin dal primo apparire degli scritti di René Guénon.

E se è vero, come del resto noi abbiamo sempre sostenuto, che i contenuti dell’opera di Guénon si difendono da soli contro un simile inquinamento in ragione della loro propria natura, senza proporzioni superiore a quella di tutti i sospetti e le insinuazioni di questo tipo, e che chi per le sue qualificazioni intellettuali è destinato ad assentire a questi contenuti passando attraverso tale barriera, alla fine non potrà mancare di farlo, non meno vero è anche che è legittimo che qualcuno metta in evidenza, non foss’altro che per facilitare questo attraversamento, la natura puramente negativa di essa rispetto alla «positività» di ciò che convoglia l’opera di René Guénon (6).

A controbattere gli effetti che potrebbero produrre le rievocazioni «storiche» dell’«autore», redatte nello spirito di dubbio e sospetto da noi messo in rilievo, su lettori non ancora sufficientemente consolidati nella percezione delle verità di cui gli scritti di René Guénon sono il veicolo, possono contribuire due fattori, di cui il primo (al quale abbiamo già accennato più sopra di sfuggita) è la constatazione del mascherato sofisma che si annida dietro il fatto, evidente solo dopo un’attenta lettura di queste pagine, che «l’autore» «giudica» surrettiziamente i comportamenti del giovane Guénon in questo campo (e l’architettura della prosa del «Documento» è costantemente conforme a simile processo mentale) secondo i criteri che Guénon stesso ha non soltanto contribuito a esporre, ma integralmente messo a punto - quale primo e unico Autore - per rivelare l’assenza di fondamenti intellettuali nelle pseudo-dottrine su cui si reggevano le attività dei gruppi neospiritualistici (perfino il termine è suo...), occultistici o di analogo genere, ai quali accettò di essere ammesso, come dirà egli stesso, all’inizio della sua opera di chiarificazione, e per combatterne - e con quale efficacia - la proliferazione.

Se «l’autore» può ora (ovvero al momento della redazione del suo lavoro) (pp. 8 e 10 della copia stampata in nostre mani) parlare con sufficienza e arrogante superiorità delle «entità» che si manifestarono in occasione della costituzione della Chiesa Gnostica o dell’Ordre du Temple Rénové, questo gli può sembrare andare da sé, e gli può perfino permettere di guardare con occhio di compatimento (perché è ciò che traspare dal «Documento») quello che fa passare per l’ingenuo giovane che aveva prestato fede a simili «messe in scena», ma cosa sarebbe accaduto a lui nella stessa situazione, se René Guénon non avesse avuto modo di scrivere il suo «Erreur spirite» e lui di leggerlo e - almeno parzialmente - capirlo? Di questi «paralogismi» rigurgitano le prime venti pagine del «Documento»; ne rileveremo, commentandolo un po’ diffusamente, soltanto un altro, ma che è particolarmente interessante perché ricalca lo stesso modello che abbiamo a suo tempo trovato nell’«Introduzione» di Arché (G. Rocca) ai testi di ‘Abdul-Hâdî pubblicati da questa Casa editrice (il che fa vedere con quanta accuratezza sia stato studiato questo «Documento» in certi ambienti).

«L’autore», sempre trattando dell’Ordre du Temple Rénové, e per darsi una ragione del perché Guénon abbia creduto bene di accondiscendere alla richiesta di partecipazione emanata dai suoi «fondatori» - problema certamente mal posto, e a ogni buon conto assolutamente irresolubile se non da René Guénon stesso, il quale se non la enunciò esplicitamente doveva avere per questo i suoi buoni motivi, come dirà - afferma: «Non mi sembra inverosimile che [Guénon] abbia cercato con tale mezzo di schiumare [drainer] un certo numero di individualità di valore intellettuale non trascurabile che si erano sviate nelle organizzazioni occultistiche, ecc.»; con queste parole egli intende rilevare il caso di persone, che nominerà (Barlet, Sédir, Marc-Haven, Patrice Genty), le quali si erano compromesse partecipando alle attività di organizzazioni occultistiche come quelle patrocinate da Philippe Encausse (Papus). L’osservazione può anche sembrare giustificata; ma si consideri con un po’ di acutezza il verbo «fourvoyer» [da noi reso con «sviarsi»]: esso significa uscire da una via regolare o normale, che si presuppone preventivamente tracciata da altri, e, comunque sia, esistente e visibile. Ora - domandiamo - qual era, in Occidente, e a quell’epoca, la via intellettuale percorribile, sia pure solo in campo teorico, che avesse come mèta le verità d’ordine metafisico, o anche solo le realtà d’ordine cosmologico discendenti da queste?

Il parlare, in tale occasione, delle persone in questione come se si fossero «sviate», presuppone perciò, in chi così si esprime, la convinzione che ciò che permaneva in Occidente di tradizionale, e soprattutto il modo in cui era concepito, fosse in grado di impedire, da solo, questo «sviamento», il che - da un punto di vista puramente intellettuale - non era vero prima dell’apparire degli scritti di René Guénon in tale area geografica; e già questa semplice maniera di esporre le cose tradisce ai nostri occhi l’illogicità che caratterizzerà, in modo ovviamente variabile lungo lo svilupparsi di tutte le sue vicissitudini, la posizione «intellettuale» dell’«autore» (7). Questa posizione la possiamo riassumere brevemente in questo modo: Guénon ha sì riaperto una strada verso i princìpi spirituali che in Occidente era ormai chiusa da secoli, ma i modi per accedere ad essa di fatto devono essere, per risultare «accettabili», consoni alla propria mentalità di Occidentali moderni; ciò che ne deborda sarà rifiutato, o guardato con sospetto (l’intero «Documento» è un’illustrazione di ciò), quand’anche si siano passati lunghi anni ad «amoreggiare» con certe sue idee che inizialmente non hanno potuto non presentare un interesse financo entusiastico; per di più, una simile concezione delle cose non tiene conto - ed è ovvio - delle differenze tra le sfere esoterica ed exoterica.

D’altra parte, l’«iter» intellettuale dell’«autore» così come egli stesso ce lo presenta, di qualcuno - cioè - che partito da pseudo-dottrine neospiritualistiche era sfociato alla fine nell’opera di Guénon, corrisponde in un certo senso punto per punto a quanto Guénon diceva, nella sua «Prefazione» all’«Erreur spirite», dell’«inestimabile vantaggio» che si ha, nell’affrontare certe questioni, «a essere guidati» - com’era René Guénon - «da princìpi [metafisici] i quali, per chiunque li abbia compresi, sono di una certezza assoluta e senza i quali si rischia seriamente di perdersi nei tenebrosi labirinti del "mondo inferiore", cosa di cui troppi esploratori temerari, nonostante i loro titoli scientifici e filosofici, ci hanno fornito il triste esempio [...]». Così come vi corrisponde però anche quanto egli aggiungeva subito dopo: «D’altro canto, coloro che si pongono dal punto di vista religioso hanno sì l’inestimabile vantaggio di una direzione dottrinale simile a quella di cui abbiamo parlato, ma tale direzione, a causa della forma da essa rivestita, non è universalmente accettabile, anche se basta a impedire che essi si perdano pur non fornendo soluzioni adeguate a tutte le questioni» [il corsivo è nostro]. Come si possa, dopo aver avvertito l’influenza benefica dei primi in un certo dominio, scostarsene quanto alle conseguenze in altri, magari più importanti, ripiegando sulla seconda, è questo il problema dell’«autore», problema di cui non possiamo certo, noi, fornire la spiegazione.

Le cose sono del resto assai più complesse di come le stiamo qui sintetizzando, e fra l’altro non stiamo tenendo conto delle pressioni ostili dell’ambiente, le quali non sono assolutamente da sottovalutare e possono anche assumere le forme più suadenti, ma se vi si riflette un po’ non si potrà mancare di riconoscere che la nostra diagnosi contiene molto di vero; a complicarle, queste cose, contribuisce poi certamente la difficoltà evidente dell’«autore» a distinguere tra tradizione occidentale e mondo moderno, difficoltà che si incentrerà, come si vedrà alla fine di questo studio nelle parole stesse dell’«autore», sulla sua mancata percezione delle precarie condizioni in cui versa la prima (e già versava da diversi secoli) dal punto di vista intellettuale, o - meglio - sull’incapacità dell’«autore» di distinguere tra le potenzialità implicite, e sempre presenti, in tale forma tradizionale, e la coscienza che di queste ultime possono avere i suoi attuali rappresentanti umani.

«L’autore» sembra non aver letto, o, se l’ha letta, averne capito al contrario il significato, una nota pertanto chiarissima che René Guénon introduceva nel suo «Autorità spirituale e potere temporale» e che riguardava queste condizioni (8): «Quando si tratta di Cattolicesimo, si dovrebbe sempre avere la massima cura di distinguere ciò che ha attinenza con il Cattolicesimo in quanto dottrina da ciò che si riferisce soltanto allo stato attuale dell’organizzazione della Chiesa cattolica; qualunque giudizio sull’ultimo aspetto non dovrebbe in alcun modo condizionare la valutazione del primo. Quanto diciamo ora a proposito del Cattolicesimo [...] potrebbe trovare molte altre applicazioni; ma oggi sono pochi coloro che, quando occorra, sappiano fare astrazione dalle contingenze storiche; e ciò è tanto vero che, in questo non diversi dai suoi avversari, essi credono di poter ridurre tutto a una semplice questione di "storicità": il che è una delle forme della moderna "superstizione dei fatti"».

E dire che su tale argomento Guénon si era già espresso fin dal 1927, in modo altrettanto chiaro e più per esteso, nella «Crisi del Mondo Moderno», di cui è quindi opportuno riprodurre ora alcuni brani significativi, sia pure correndo il rischio di essere accusati di eccessiva lunghezza nelle citazioni:

«D’altro canto è cosa certa [...], che soltanto nel Cattolicesimo si è conservato quel che ancora sopravvive, nonostante tutto, di spirito tradizionale in Occidente; vuol forse questo dire che si possa, qui almeno, parlare di una conservazione integrale della tradizione, al riparo da ogni contaminazione dello spirito moderno? Sfortunatamente non sembra che le cose stiano così; o, per parlare più esattamente, se il deposito della tradizione è rimasto intatto, il che è già molto, è alquanto dubbio che il significato profondo ne sia ancora compreso in modo effettivo, quand’anche fosse solo da parte di un’élite poco numerosa, la cui esistenza si manifesterebbe indubbiamente attraverso un’azione o meglio un influsso che, di fatto, noi non constatiamo da nessuna parte. Si tratta perciò più verosimilmente di quella che chiameremmo volentieri una conservazione allo stato latente, che permetterebbe sempre, a coloro che ne saranno capaci, di ritrovare il senso della tradizione, quand’anche questo senso non fosse attualmente cosciente per nessuno; [...]. In casi simili, un contatto con lo spirito tradizionale pienamente vivo è necessario per risvegliare ciò che è in tal modo immerso in una specie di sonno, per ripristinare la comprensione perduta; e, ricordiamolo una volta ancora, è in questo soprattutto che l’Occidente avrà bisogno del soccorso dell’Oriente se vuole ritornare alla coscienza della sua propria tradizione» [il corsivo è nostro] (9).

«Si dice che l’Occidente moderno è cristiano, ma è un errore: lo spirito moderno è anticristiano, in quanto è essenzialmente antireligioso; ed esso è antireligioso perché, più genericamente ancora, è antitradizionale; è questo che costituisce il suo carattere proprio, quel che lo fa essere ciò che esso è. Indubbiamente qualcosa del Cristianesimo è passato persino nella civiltà anticristiana della nostra epoca, i cui rappresentanti più "spinti", come essi dicono nel loro gergo, non possono cancellare il fatto di aver subìto e di subire ancora, involontariamente e forse incoscientemente, un certo influsso cristiano, per lo meno indiretto; così è perché una rottura con il passato, per quanto radicale sia, non può mai essere assolutamente completa e tale da sopprimere ogni continuità. Diremo di più, e affermeremo che tutto quel che ci può essere di valido nel mondo moderno gli è venuto dal Cristianesimo, o perlomeno attraverso il Cristianesimo, il quale ha portato con sé tutta l’eredità delle tradizioni anteriori, eredità che esso ha mantenuto viva per quanto gliel’ha permesso lo stato dell’Occidente, di cui conserva sempre in se stesso le possibilità latenti; ma chi oggi, anche fra coloro che si dicono cristiani, possiede ancora la coscienza effettiva di queste possibilità? Dove sono, nello stesso Cattolicesimo, gli uomini che conoscano il significato profondo della dottrina che professano esteriormente, che non si accontentino di "credere" in modo più o meno superficiale, e più per sentimento che per intelligenza, ma "sappiano" realmente, la verità della tradizione religiosa che ritengono essere la loro? Vorremmo avere la prova che qualcuno almeno ne esista, poiché per l’Occidente questa sarebbe la più grande e forse la sola speranza di salvezza; ma dobbiamo confessare che, finora, non ne abbiamo ancora incontrato nessuno; forse che ci sia da pensare che, come certi saggi d’Oriente, essi si tengono nascosti in qualche rifugio quasi inaccessibile, o bisogna rinunciare definitivamente a quest’ultima speranza? L’Occidente è stato cristiano nel medioevo, ma ora non lo è più; se si dicesse che può ancora ridiventarlo, nessuno più di noi si augurerebbe che così fosse, e nessuno più di noi si augurerebbe che ciò accada in un giorno più vicino di quanto non faccia pensare tutto quel che vediamo intorno a noi; ma non ci si illuda: quel giorno il mondo moderno avrà finito di esistere» (10).

Dopo questa, che può avere le apparenze di una digressione, ma non lo è, come si vedrà in seguito, torniamo al secondo dei fattori che possono aiutare a dissipare l’atmosfera di sospetto e di dubbio che dalla prima parte del «Documento» si diffonde su René Guénon e sulle sue imprese giovanili (11). Esso è costituito dalle dichiarazioni specifiche che Guénon ebbe personalmente a emettere per chiarire entro i limiti del possibile tale aspetto della sua attività nel corso della sua opera (gli attacchi di questa natura sono lontani dall’essere tipici del periodo che si situa dopo la sua morte) e avrebbero quindi dovuto essere sufficienti a soddisfare anche la superficiale «curiosità» dell’«autore», ma così non è. Riprodurremo qui quelle che già sono servite, sulla «Rivista di Studi Tradizionali», a controbilanciare le insinuazioni di tal genere passate recentemente dalla Francia in Italia, in provenienza da fonti indotte, aggiungendo qualche osservazione supplementare.

A Paul Le Cour, che su questi argomenti lo attaccava nel n. di giugno-luglio 1931 di «Atlantis», René Guénon dava questa risposta: «Poiché M. Paul Le Cour prova il bisogno di attaccarci un’altra volta in questo stesso numero, gli faremo sapere: 1° che non siamo tenuti a rendergli conto delle ragioni speciali per cui abbiamo dovuto, a una certa epoca, vedere di persona qual era la vera situazione di diverse organizzazioni che si qualificavano più o meno giustificatamente come "iniziatiche"; [...] 3° che, dal tempo piuttosto lontano di cui si parla, noi abbiamo variato così poco, che egli potrà ritrovare, con la firma a cui fa allusione, articoli il cui contenuto è riprodotto integralmente, con altri sviluppi, in qualcuno dei nostri libri più recenti» (12).

Nel maggio 1932, per rispondere a quello che definiva «uno scritto [contenuto nella "R. I. S. S."] la cui ignominia va al di là di tutto quel che si può immaginare», e che aveva «tutte le apparenze di una nota di polizia della più bassa categoria [come le cose dello stesso genere si incontrano, sia pure a distanza di molto tempo...!]», Guénon si trovava obbligato ad affermare, fra l’altro: «[...] D’altra parte, si crede di poterci mettere in imbarazzo rievocando vecchie storie, per le quali si vorrebbe dare l’impressione che si riferiscano al presente (abbiamo già avuto occasione di rilevare questo modo di agire fraudolento), e che per noi sono così totalmente indifferenti che è come se non ci riguardassero per nulla; non la finiremmo più se dovessimo attribuire una qualsiasi importanza a tutti i gradi o titoli di cui ci gratificarono un tempo molteplici organizzazioni, fra le quali alcune probabilmente non esistettero mai se non sulla carta; e, quanto a quella che viene specificamente nominata in questa circostanza, noi l’abbiamo personalmente definita in uno dei nostri libri nei termini meno lusinghieri ("Le Théosophisme", p. 244); toccherebbe perciò a noi il diritto di dire: "Allora, chi cerchiamo di ingannare?" Se abbiamo dovuto, a una certa epoca, penetrare in questi o quegli ambienti, è per motivi che riguardano soltanto noi [...]. Se abbiamo risposto favorevolmente a certe richieste di collaborazione (richieste espresse a noi indirizzate, e non "infiltrazioni" da parte nostra, cosa che sarebbe assolutamente incompatibile con il nostro carattere), da qualsiasi parte esse ci siano giunte, anche questo è esclusivamente affar nostro; e, quali che siano le pubblicazioni in cui sono comparsi articoli nostri, che sia "nello stesso tempo" o no, in essi abbiamo sempre esposto esattamente le stesse idee, sulle quali non abbiamo mai variato. Non possiamo tollerare che si dica che abbiamo "combattuto in apparenza" lo spiritismo e il teosofismo, i cui partigiani hanno tutta l’aria - in realtà - di temere soltanto noi; e il poliziotto anonimo [che scrive queste cose] noi lo sfidiamo a citare gli "scritti cattolici ortodossi" che avremmo recensito nel "Voile d’Isis" (rivista non "occultista", ma totalmente indipendente) con "sarcasmi di idee e di princìpi" (sic), giacché non possiamo supporre che si possa trattare delle elucubrazioni dei suoi confratelli della "R. I. S. S."!» [tutti i corsivi sono nostri] (13).

E quanto questa vibrata protesta di Guénon si possa adattare a certe affermazioni dell’ultimo tipo emesse anche dall’«autore», forse in modo un po’ più mascherato, e che si incontreranno in seguito nel «Documento», lo vedranno coloro che si daranno la pena di prendere visione di quest’ultimo...

Ma di tutte le dichiarazioni di Guénon in questo senso (probabilmente ne esistono altre), la più significativa resta per noi quella costituita da una lunga nota apposta al capitolo «Sulla regolarità iniziatica» di «Considerazioni sull’Iniziazione», nota che questa volta non è più una risposta a insinuazioni provenienti da individui appartenenti ad ambienti ostili alle sue esposizioni dottrinali, ma una chiarificazione senza possibilità di contestazioni sulla natura delle sue «investigazioni» giovanili, e senza ombra di dubbio il loro frutto definitivo, espresso a beneficio degli specifici destinatari elettivi della sua opera (ad essa si riferisce del resto «l’autore», più oltre nel «Documento», come a un punto fermo destinato a suscitare le sue perplessità mai radicalmente risolte e a sollecitare fino alla fine le sue reazioni di individuo toccato a fondo nei suoi pregiudizi di occidentale moderno). L’articolo in cui era inserita questa nota portava lo stesso titolo dell’attuale capitolo V di «Considerazioni sull’Iniziazione» ed era stato pubblicato nel n. di novembre 1932 del «Voile d’Isis»; allora la nota non conteneva ancora l’accenno, presente invece nel libro, alla «sopravvivenza possibile di qualche raro gruppo di ermetismo cristiano del medioevo». La dichiarazione a cui ci riferiamo è la seguente e la riproduciamo com’essa è presentata nell’articolo di P. Nutrizio (n. 72 della «Rivista di Studi Tradizionali»), «René Guénon e le forme della Tradizione»: «Investigazioni che abbiamo dovuto fare a questo proposito [Guénon si riferisce al testo dell’articolo, in cui è questione di organizzazioni pseudo-iniziatiche] in un tempo già lontano [il corsivo è di P. Nutrizio], ci hanno condotti a una conclusione formale e indubitabile che dobbiamo esprimere qui nettamente, senza preoccuparci dei furori che essa può rischiare di suscitare da diverse parti: se si eccettua il caso della sopravvivenza possibile di qualche raro gruppo di ermetismo cristiano del medioevo, ad ogni buon conto estremamente ridotto, è un fatto che, di tutte le organizzazioni dalle pretese iniziatiche che sono diffuse attualmente nel mondo occidentale, ce ne sono soltanto due che, per quanto decadute siano entrambe a causa dell’ignoranza e dell’incomprensione dell’immensa maggioranza dei loro membri, possano rivendicare un’origine tradizionale autentica e una trasmissione iniziatica reale; queste due organizzazioni, le quali d’altronde, a dire il vero, non furono primitivamente che una sola, quantunque a diramazioni molteplici, sono il Compagnonaggio e la Massoneria. Tutto il resto è soltanto fantasia o ciarlataneria, quand’anche non serva a dissimulare qualcosa di peggio; e, in quest’ordine di idee, non c’è invenzione per quanto assurda o stravagante che non abbia nella nostra epoca qualche probabilità di essere presa sul serio, a partire dalle chimere occultistiche sulle "iniziazioni in astrale" per arrivare al sistema americano, dalle intenzioni soprattutto "commerciali", delle pretese "iniziazioni per corrispondenza"!».

Crediamo, con quel che abbiamo detto fin qui, e, in ultimo, soprattutto citando parole da Guénon scritte in occasioni apparentemente secondarie che possono essere sfuggite a qualche lettore, di aver sufficientemente illuminato certe zone d’ombra create dall’«autore» nella parte introduttiva del suo «rapporto», ma ciò non toglie che nell’opera principale di René Guénon ci siano aspetti che bastano, da soli, a mettere in evidenza con quale tipo di «preparazione» egli si presentasse, sui suoi vent’anni, su quello che stava per diventare il campo della sua battaglia - durata tutta la vita - contro i «neospiritualismi» di ogni genere e forma, ovvero contro tutti gli aspetti dell’errore dottrinale e dello squilibrio mentale che all’inizio del secolo insidiavano, fino ad allora senza oppositori degni di questo nome, la mentalità di quegli Occidentali, che egli sapeva esistere, che della realtà manifestata non si accontentavano soltanto di sfiorare la «crosta».

A tale proposito, e per non uscire completamente dall’argomento di cui abbiamo trattato finora, troviamo utile far rilevare che, sempre in merito alle «spiegazioni» che «l’autore» si dà, a sua misura, delle modalità di costituzione dell’Ordre du Temple Rénové, egli trova modo di fare (a p. 11 del «Documento») un rapido riferimento a un «Guénon - che certamente aveva già a quell’epoca qualche conoscenza in materia di tradizione indù» e di dire (p. 12) che «La lettura dell’"Erreur spirite" lascia l’impressione che Guénon dovesse avere una conoscenza "tecnica" di questo genere di cose [ossia delle "forze" che entrano in gioco nelle cosiddette "comunicazioni" spiritistiche]»; e tutto ciò per chiarire soprattutto a se stesso il fatto, espresso poco prima, che «si capirebbe con difficoltà come Guénon [...] abbia preso, o sia parso prendere, almeno per qualche tempo, la cosa sul serio».

Ora, quanto sia inane il chiedersi, ponendosi dall’esterno, quali siano state le ragioni di un simile comportamento; quale inadeguato livello di lettura - nella fattispecie dell’«Erreur spirite» - sia stato quello dell’«autore»; e come sia ridicolmente limitativa la dimensione da lui assegnata con queste parole al tipo di competenza di René Guénon nella materia, risulta immediatamente chiaro quando le si comparino con le seguenti affermazioni di quest’ultimo, che scegliamo del resto a caso in questo stesso libro:

«[...] In effetti, dal momento che un genere di fatti è possibile, è per noi senza interesse che sia vero o falso un fatto particolare che in quel genere rientra; la sola cosa che può interessarci è sapere come i fatti di quell’ordine possano essere spiegati, e se otteniamo una spiegazione soddisfacente, qualsiasi altra discussione ci pare superflua. Ci rendiamo benissimo conto che questo non è l’atteggiamento dello studioso che accumula dei fatti per arrivare a una convinzione e si appoggia esclusivamente sul risultato delle proprie osservazioni per costruire una teoria; il nostro punto di vista è molto discosto da quest’ultimo, ed è nostra convinzione che i soli fatti non possano realmente servire da fondamento a una teoria, giacché sono quasi sempre spiegabili con parecchie teorie differenti. Sappiamo che i fatti di cui stiamo trattando sono possibili perché possiamo ricollegarli a princìpi da noi conosciuti, e dato che la nostra spiegazione non ha nulla in comune con le teorie spiritistiche, abbiamo il diritto di dire che l’esistenza dei fenomeni e il loro studio sono assolutamente indipendenti dallo spiritismo» (14).

Il che risponde per noi più che esaurientemente alla domanda su quale tipo di conoscenza Guénon dovesse avere delle dottrine indù quando incominciò a occuparsi di «neospiritualismo»; quale fosse poi la conoscenza di cui egli fruiva, per conseguenza, della natura dei fenomeni che costituiscono lo spiritismo come tale; quanto questa fosse distante da quella in possesso su tali fenomeni dagli «specialisti» di allora (e di oggi) nella materia e quanto quest’ultima assomigli anche a quella ipotizzata dall’«autore» e da lui attribuita a Guénon, basterà a stabilirlo quest’altra citazione:

«Qualcuno arriva persino a vantare "esperienze metafisiche", senza rendersi conto che l’accostamento delle due parole costituisce un’assurdità allo stato puro; le concezioni di costoro sono talmente limitate al solo mondo dei fenomeni, che tutto quanto si trova al di là dell’esperienza per essi non esiste. Certamente tutto ciò non ha il potere di sorprenderci, essendo troppo evidente che spiritisti e psichisti delle diverse categorie sono tutti affetti dalla più profonda ignoranza della vera metafisica, della quale nemmeno sospettano l’esistenza; ma ci piace constatare, ogni volta che se ne presenta l’occasione, come le loro tendenze siano le stesse che caratterizzano lo spirito occidentale moderno, rivolto esclusivamente verso l’esteriorità, in virtù di una mostruosa deviazione di cui non si trova il corrispettivo da nessun’altra parte. I "neospiritualisti" possono disputare fin che vogliono con i "positivisti" e gli scienziati "ufficiali": la loro mentalità è, quanto all’essenziale, esattamente la stessa [...]» (15).

E quanto il punto di vista di René Guénon circa «questo genere di cose» fosse abissalmente (e non si tratta affatto di enfasi «agiografica») distante da quello che «l’autore» ipotizza e gli attribuisce perché è lui stesso a essere impossibilitato ad averne uno diverso, è adatto a metterlo in rilievo quest’ultimo passo:

«In ogni caso, ci preme ripetere ancora una volta, per concludere, che soltanto ponendosi dal punto di vista della metafisica si può provare in modo assoluto la falsità dello spiritismo; non esiste altro modo per dimostrare che le sue teorie sono assurde, ossia che sono pura impossibilità. Tutto il resto sono soltanto approssimazioni, ragioni più o meno plausibili ma mai rigorose e pienamente sufficienti, le quali potranno sempre prestarsi a discussione» [tutti i corsivi sono nostri] (16). Ragioni, cioè, analoghe a quelle che debbono aver suscitato nell’«autore» tutti i dubbi che hanno concorso a fargli sospettare, com’è chiaro, che Guénon - fra le altre cose - si sia accostato all’«affaire» dell’Ordre du Temple Rénové per un’inconsapevole e credula acquiescenza a modi di pensare «spiritistici» o più in generale «neospiritualistici» (e in ogni caso «anticristiani»).

Soltanto che per penetrare veramente e non solo in teoria «nella sfera della metafisica», la cui comprensione, come concludeva Guénon nella nostra ultima citazione, «comporta di necessità, e in modo immediato, l’assenso e la certezza» occorre «porsi nelle condizioni necessarie» (lo si leggerà più tardi nelle «Considerazioni sull’Iniziazione»); e qui si applicano all’«autore» le considerazioni che, sempre René Guénon, faceva nella «Metafisica orientale» a tale proposito:

«Quel che è metafisico è - come già abbiamo detto - quel che è al di là e al di sopra della natura, ed è perciò propriamente ciò che è "soprannaturale".

Ma qui si avanzerà indubbiamente un’obiezione: è quindi possibile andare in tal modo al di là della natura? Non esiteremo a rispondere in modo nettissimo: non solo ciò è possibile, ma ciò è. Questa non è però che un’affermazione, si dirà ancora; quali sono le prove che se ne possono dare? È veramente strano che si chieda di provare la possibilità di una conoscenza invece di cercare di rendersene conto da se stessi facendo il lavoro necessario per acquisirla» [il corsivo è nostro].

In assenza di un tale sforzo, se si vuol restare comunque su questo terreno, almeno teoricamente, ci si accontenta della fiducia; che, come mostra con evidenza il «Documento», è proprio quella che fece in fine difetto all’«autore».
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