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Si tratta, come qui già molte volte ricordato, dell'articolo «De quelques énigmes dans l'oeuvre de René Guénon» in Cahiers de l'Herne, «René Guénon», 1985.
Si tratta, secondo la nota esplicativa di Jean Reyor, che presentava il suo articolo «Quelques remarques à propos de l'oeuvre de René Guénon» nel n. di Etudes Traditionnelles, pubblicato alla fine del 1951, in occasione della morte di quest'ultimo, di un autore che si firmava con la semplice sigla J.C. Lo studio in questione, sempre secondo le parole di J. Reyor, «era stato inviato [alla Redazione di "E.T."], nel 1944, da un lettore degli «Etudes Traditionnelles» [quindi da J.C.], [lettore] che aveva avuto occasione di contatti diretti con diverse scuole orientali». Jean Reyor aggiungeva che «a quell'epoca - nella quale non erano possibili comunicazioni con René Guénon [a causa della guerra] - si erano manifestate, da parte di alcuni Indù più o meno occidentalizzati, e di loro discepoli europei, critiche riguardanti taluni punti importanti dell'opera di René Guénon, in particolare per ciò che toccava la "reincarnazione"». A tale proposito Reyor continuava: «Le circostanze non permisero a quell'epoca la pubblicazione dello studio, ma ci sembra che esso non abbia perduto nulla del suo interesse con il tempo».
Tenuto conto dell'importanza e dell'interesse che continuano ad avere - a proposito dell'opera di René Guénon e di certe critiche attuali vertenti sullo stesso punto e su altri in esso toccati - le considerazioni contenute in questo specifico studio, la «Rivista di Studi Tradizionali» ne presenta una traduzione nel n. 89.
Le critiche a cui vogliamo alludere sono ora emesse da ambienti non più di «induisti occidentalizzati» come nell'epoca a cui si riferisce J. Reyor nella sua presentazione dello studio, ma da gruppi italiani di natura «mista», fortemente caratterizzati da tendenze archeologico-tradizionalistiche commiste a banale occultismo, e tutto sommato contraddistinte da interessi soprattutto «politici».
Si veda il nostro richiamo precedente al capitolo IV di «Iniziazione e Realizzazione spirituale», «La consuetudine contro la Tradizione», alla pag. 181 del numero 88 della Rivista di Studi Tradizionali.
Questa esplicita ammissione, da parte dell'«autore», dello spirito in cui è stato redatto il «Documento», costituisce per noi una prova della consapevolezza che egli doveva avere in fondo a se stesso della «negatività» del suo atteggiamento nei confronti dell'operato globale di René Guénon; se insistiamo su questo aspetto del lavoro è, come si sarà abbondantemente capito, a causa della pericolosità che individuiamo in esso da un punto di vista realmente tradizionale. Siamo quindi totalmente in disaccordo, su questo punto, con l'opinione di Dominique Devie, il quale nell'articolo da noi citato nella prima parte di questo studio afferma che «a [suo] parere la lettura integrale del "dossier" completo è lungi dal produrre quell'impressione negativa che i detrattori di Clavelle si accaniscono a diffondere» («C.R.E.T.», N. 6, p. 108).
È però vero che il nostro giudizio noi lo diamo in base ai contenuti dottrinali del «Documento», mentre il Devie si è chiaramente posto, nel suo esame, da un punto di vista che possiamo definire «letterario», o al massimo storico-psicologico...
Questa ostentazione di «fiducia» dell'«autore» nella dottrina esposta da Guénon è facilmente confutabile come illogica e puramente verbale, o a essere benevoli velleitaria, se si considerano tutte le osservazioni contrarie a essa di cui egli, a questo punto, ha già di fatto disseminato il suo lavoro, e soprattutto quelle, concise ma definitive, che seguiranno. In realtà tutti i dubbi e le esitazioni presenti in questo «Documento» non sono che i segnali esteriori di una ben modesta comprensione della dottrina esposta da R. Guénon in un essere che per risolvere le «aporie» generate in lui dall'opera che la veicola non trovò di meglio che inventarsi una facile e ipotetica «distinzione» tra la funzione di Guénon e il suo comportamento individuale (tale comodo artificio è messo in particolare rilievo nell'articolo di Dominique Devie, il quale però lo avalla come «giusto»!).
Facciamo inoltre notare come in questa protesta di fedeltà, ancor più contraddittorio di tutto il resto sia l'affermare che si è «in accordo con l'opera dottrinale [di Guénon] [...] in campo cosmologico e in quello delle tecniche iniziatiche», quando poi quella che si contesta apertamente, come si vedrà subito, è proprio l'applicazione delle leggi che governano vuoi la cosmologia, vuoi i processi di sviluppo iniziatico.
Le conseguenze a cui si arriva pensando in questo modo le lasciamo trarre ai lettori... (e del resto esse si manifesteranno con evidenza nei testi che hanno preso origine da questo «Documento», soprattutto in quello che porta il titolo «Esotérisme et Christianisme autour de René Guénon», di M.-F. James).
La parola da noi tradotta con «sbocchi» è il francese «aboutissements», e non è chi non veda la stretta consonanza di questo termine con il titolo dato da Arché alle sue tre raccolte di articoli di Jean Reyor: «Pour un aboutissement de l'oeuvre de René Guénon».
Da cui si dovrebbero dedurre in buona logica due cose: primo, che, secondo costoro, finora l'opera di Guénon non ha ancora dato frutti; secondo, che in certi ambienti si pensa (ma con quanta buona fede?) che..., con il tempo, è sorto qualcuno che ha capito l'opera di Guénon meglio del suo proprio Autore, o che meglio di lui l'ha saputa applicare! Un'osservazione analoga a quest'ultima ci era già toccato fare nel nostro articolo «L'Archéomètre e dintorni», nel n. 84 della Rivista di Studi Tradizionali, con riferimento a un altro presunto «continuatore» dell'opera di René Guénon...
Poiché, in quanto a ciò che riguarda «i mezzi», «l'autore» porta emblematicamente il caso della Massoneria, diremo qui, cercando di non dilungarci troppo, che per ciò che concerne una Massoneria intesa secondo i criteri che si possono dedurre dall'opera di René Guénon, in questo dossier, nei commenti che di esso più o meno direttamente sono già stati fatti in qualche sede, e soprattutto in molti degli articoli di J. Reyor riesumati da Arché e da Editions Traditionnelles, si sembra dimenticare quel che lo stesso Guénon diceva nella «Premessa» alle sue «Considerazioni sull'Iniziazione»:
«A tal proposito [delle organizzazioni iniziatiche occidentali], pensiamo di poter esprimere, senza troppo rischiare che sia mal interpretato, l'augurio che fra i rappresentanti di tali organizzazioni se ne trovi almeno qualcuno a cui le considerazioni che esponiamo contribuiscano a rendere la coscienza di ciò che è veramente l'iniziazione; non è che nutriamo delle speranze esagerate in merito, non più, del resto, di quante ne abbiamo per ciò che più generalmente concerne le possibilità di restaurazione che l'Occidente può ancora portare in se stesso. Tuttavia ci sono certamente delle persone a cui la conoscenza reale fa più difetto della buona volontà; solo che tale buona volontà non è sufficiente, e tutta la questione sarebbe di saper fin dove il loro orizzonte intellettuale è in grado di estendersi, e inoltre se sono veramente qualificate per passare dall'iniziazione virtuale all'iniziazione effettiva [il corsivo è nostro]; in tutti i casi, noi non possiamo, per quel che ci concerne, fare nulla di più che fornire qualche dato di cui profitteranno forse coloro che ne sono capaci e che saranno disposti a trarne partito nella misura in cui le circostanze glielo permetteranno».
Su quel che pensiamo nella «Rivista di Studi Tradizionali» di tale argomento, e sulla posizione dell'«autore» in proposito, si potranno trovare indizi nel n. 70, in particolare nei due articoli, rispettivamente di Ugo Darbesio e nostro, «Editoriale» e «Nuove tecniche di attacco», I parte.
Ad ogni modo, la superficialità e strabiliante incoscienza delle realtà iniziatiche che debbono aver caratterizzato nella seconda parte della sua vita il pensiero dell'«autore», sono ben sintetizzate dal paragrafo del «Documento» da noi tralasciato nel testo, paragrafo in cui, a titolo di esempio, si espongono quelli che l'«autore» riteneva essere gli «errori» di R. Guénon circa i mezzi da questi individuati per far passare dallo «speculativo» all'«operativo» i lettori capaci di recepire il suo «messaggio» in campo massonico; riproduciamo qui il passo:
«Sui mezzi, darò soltanto un esempio: come si poteva restaurare una Massoneria tradizionale al di fuori del supporto exoterico normale di questa forma di iniziazione? Come si poteva sperare di condurre a un lavoro serio [!] [il corsivo è nostro], vuoi una Loggia appartenente a un'Obbedienza regolare [une Loge obédientielle] i cui membri erano fuori da ogni exoterismo, vuoi una "Loggia selvaggia" di cui certi membri erano musulmani, altri cattolici incompleti o fraudolenti (intendo con ciò quelli che ricevevano i sacramenti senza aver confessato la loro qualità di Massoni), e dei quali uno era calvinista?».
A questo punto, i nostri lettori sono pregati di comparare queste parole con le seguenti affermazioni di R. Guénon con le quali si chiude la «Premessa» a «Considerazioni sull'Iniziazione»:
«Interromperemo qui queste riflessioni preliminari, giacché, diciamolo ancora una volta, non è a noi che compete intervenire attivamente in tentativi di questo genere; indicare la via a coloro che potranno e vorranno intraprenderla, questo è tutto quel che pretendiamo a questo proposito; e del resto, la portata di quel che abbiamo da dire è ben lungi dal limitarsi all'applicazione che può esserne fatta a una forma iniziatica particolare, giacché si tratta innanzi tutto dei princìpi fondamentali che sono comuni a ogni iniziazione, sia essa d'Oriente o d'Occidente. L'essenza e il fine dell'iniziazione sono, in effetti, sempre e dappertutto gli stessi; solo le modalità differiscono per adattamento ai tempi e ai luoghi; e aggiungeremo subito, perché nessuno possa far errore, che anche questo adattamento, per essere legittimo, non deve mai essere un'"innovazione", vale a dire il prodotto di una fantasia individuale qualsiasi, ma come quello delle forme tradizionali in generale, deve in definitiva sempre procedere da un'origine "non-umana", senza la quale non potrebbe esserci realmente né tradizione né iniziazione, ma soltanto qualcuna di quelle "parodie" che così frequentemente incontriamo nel mondo moderno, le quali non vengono da nulla e non portano a nulla e che di conseguenza non rappresentano veramente, se così si può dire, se non il nulla puro e semplice, quando non siano gli strumenti incoscienti di qualcosa di ancora peggiore» [il corsivo è nostro].
Se durante la sua vita, «l'autore» avesse avuto il coraggio di esporre all'esterno, dopo la morte di René Guénon, le considerazioni di cui a questo suo «Documento», invece di volerle tenere sous le boisseau, come dice spesso D. Devie nei suoi scritti che a esso si riferiscono, certo dalle pagine della «Rivista di Studi Tradizionali» si sarebbe avuta l'occasione di chiedergli: sono le sue, di considerazioni, o quelle di René Guénon, a provenire da un'origine «non-umana»? Ora è tardi per porgliela, questa domanda, ma si sarà comunque capito che essa, nelle nostre intenzioni, anche allora sarebbe stata assolutamente retorica... E questo, in fin dei conti, non fa che anticipare, in uno dei loro aspetti, le conclusioni a cui arriveremo sull'atteggiamento globale dell'«autore» di questo «Documento» nei confronti della funzione di René Guénon.
In merito agli «uomini» è singolare (e rivelatrice) l'insistenza con cui «l'autore» torna ripetutamente sull'idea della «scelta» da parte di René Guénon, di quelli di essi ai quali «concedeva la sua fiducia». Anche qui, se il «Documento» non fosse stato tenuto nascosto fino a dopo la scomparsa del suo redattore, gli si sarebbe potuto chiedere di quale mezzo egli pensasse che Guénon disponesse, per venire in contatto con gli esseri ai quali destinava la sua opera, se non le reazioni attive di questi ultimi alla lettura dei suoi scritti. Si veda, a questo proposito, il seguente passo di «Oriente e Occidente» (p.147), da noi già parzialmente citato nella III parte di questo studio: «Quando si sia persuasi della necessità di certi cambiamenti, bisogna pur cominciare a far qualcosa in questo senso [esprimere, cioè, certe idee], e dare almeno, a coloro che ne sono capaci (poiché nonostante tutto qualcuno ce ne deve essere), l'occasione di sviluppare le loro facoltà latenti. La prima difficoltà è di raggiungere coloro che tali qualificazioni possiedono e forse non suppongono minimamente quali siano le loro possibilità» [il corsivo è nostro].
Ci sembra evidente che quelli che «l'autore» chiamerà «gli errori [di René Guénon] concernenti gli uomini di cui egli ha incoraggiato e "coperto" le attività», altro non sono che certe debolezze presenti nei suoi destinatari, debolezze che potevano peraltro essere transitorie, ossia eventualmente superabili - in funzione della ricettività di costoro nei confronti del suo proprio ruolo e della loro capacità di farlo - e ad ogni modo correggibili, ma solo se da essi viste nella loro vera natura di impedimenti a una «realizzazione spirituale» come da Guénon delineata. Tutto questo si ricollega, come ci pare ugualmente chiaro, a ciò che René Guénon ha spiegato fin dall'inizio di quella che «l'autore» chiama, con deprecabile sprezzo, la «carriera di Guénon», circa l'atteggiamento essenzialmente attivo che l'iniziato deve avere durante quella che sarà per lui la «grande guerra santa», vale a dire il processo di eliminazione dei propri pregiudizi e difetti; e un fallimento nel corso di questo processo non potrà certo essere imputato a chi, apparentemente dall'esterno, tale processo ha suscitato.
«L'autore», come abbiamo già visto nel «Documento», afferma di non aver mai capito molto bene la differenza, costantemente fatta da R. Guénon, tra l'iniziazione e il misticismo (quest'ultimo caratterizzato da una passività di fondo, nei confronti delle proprie limitazioni, non sradicabile nel soggetto che si vuole conoscente): quanto stiamo mettendo in rilievo non fa che confermare che egli - di fatto - tale differenza non la capì mai e restò fino alla fine (se questo è da considerare il suo «testamento»...) un Occidentale di mentalità.
Con questa espressione «l'autore» fa riferimento al titolo di un romanzo di avventure dell'americano J. Fenimore Cooper, la cui menzione in questo contesto non manca, per noi, di costituire un altro marchio, piuttosto tragico, del suo livello di apprezzamento delle cose di cui sta trattando, per lo meno nel «momento» in cui decise di redigere il «Documento».
Si veda, a questo proposito, il nostro articolo, «Nuove tecniche di attacco all'opera di René Guénon», parte I, n. 70 della Rivista di Studi Tradizionali, p. 60.
Sembra che nessuno si sia mai accorto dei seguenti tre brevi paragrafi, carichi di minaccia progressiva, che si trovano alle pp. 11-12 dell'«Avant-propos» di «La Vie simple de René Guénon», scritto da P. Chacornac con la collaborazione dell'«autore»:
«Nel nostro lavoro ci sono anche delle lacune volontarie, e si ammetterà che non può essere se non così quando si scriva in un'epoca tanto vicina agli avvenimenti riferiti: non potevamo trarre in causa terze persone senza la loro autorizzazione, e ci sono addirittura casi in cui non potevamo nemmeno pensare di richiederla [?].
Soprattutto riguardo al periodo [della vita di Guénon] che va dall'inizio del 1929 al 1950, avremmo potuto dire molto di più di quanto non abbiamo fatto, in particolare per ciò che concerne le speranze e le delusioni sofferte da Guénon quanto a certi prolungamenti della sua opera.
Non sarebbe stato piacevole per tutti, e Guénon certo non se lo sarebbe augurato. Anche sul piano dei fatti, ci sono dei silenzi dai quali non ci distoglieremo, a meno che manifestazioni inopportune non ci costringano a fare il contrario» [il corsivo è nostro].
Abbiamo le nostre buone ragioni per credere di sapere cosa intendeva l'«autore» con queste «manifestazioni» e per ritenere che il «Documento confidenziale inedito» sia stato la sua risposta al loro verificarsi...
Demandiamo ai lettori la scelta del qualificativo da attribuire all'atteggiamento messo in luce dai tre paragrafi da noi citati. Ad ogni modo, di fronte alla natura di «rivelazioni» storiche della fatta di quelle presentate dal dossier che viene oggi esposto erga omnes (il Devie sfiora forse la verità riferendo l'opinione di chi ritiene che l'«autore» abbia talvolta confuso il suo ruolo con quello di una «pipelette»), a noi pare soprattutto fuori luogo che si possa parlare di una «carriera iniziatica» del suo redattore.
Non è del resto difficile capire, dalle parole del «Documento» al punto [2], come gli «errori [di R. Guénon] riguardanti gli uomini di cui ha incoraggiato e "coperto" le attività» siano anche, sotto un profilo leggermente diverso da quello in cui abbiamo guardato lo stesso punto alla nota 8, essenzialmente sottesi, nella mente dell'«autore», da un filo conduttore unico: il non aver condiviso essi il suo proprio parere su ciò che nell'opera di Guénon «tocca lo stato attuale del Cristianesimo» e l'aver di conseguenza adottato quale veicolo di realizzazione «pratica» dei contenuti dottrinari di tale opera, per se stessi, una forma tradizionale diversa da esso.
Sia quel che si voglia degli errori di prospettiva «teorici», delle debolezze umane non controllate e del cattivo indirizzo dato ai propri sforzi da alcuni di essi, difetti che hanno condotto al fallimento più o meno totale della loro intrapresa, se confrontata con gli obiettivi presentati dall'opera di René Guénon, non è questa l'occasione per giudicarli in proposito (d'altronde la «Rivista di Studi Tradizionali» non ha mancato di trattare di questi argomenti nel tempo).
Parlando di essi in assoluto, per così dire, resta però pur sempre il fatto positivo - ed è ciò che a nostro parere ha attirato loro l'aiuto iniziale di Guénon, deprecato dall''«autore» - che, attratti per «costituzione interiore» dalla mèta informale proposta da René Guénon con i suoi scritti, costoro hanno avuto la forza interiore e il coraggio di scavalcare almeno le barriere costituite dall'atavismo «etnico» e dai pregiudizi ambientali; cosa che al redattore del «Documento confidenziale inedito» nella realtà non riuscì mai completamente, e ciò né per la Massoneria né per l'Islàm.
Di quest'ultimo fatto questo stesso «Documento» fornisce per noi le prove evidenti (esso può esser letto non tanto come un «testamento», com'è stato affermato da alcuni, ma piuttosto come un tentativo di «difesa» destinata agli occhi delle autorità exoteriche occidentali, quando non sia addirittura come una «nota informativa» per queste ultime), e in ogni caso prova più evidente ancora è che ad esso abbiano attinto, come da noi già detto, tutti coloro che queste barriere, per un verso o per l'altro, «impersonavano» (e ancora impersonano), se è permesso esprimersi in questo modo.
Resta da considerare ciò che nel «Documento» è detto del caso dell'ultimo di questi esseri, o almeno dell'ultimo nominato dall'«autore», il quale è anche l'unico che si sia trovato nella situazione descritta al punto [2] (e cioè nella situazione «[...] di aver goduto [...], fino alla morte di Guénon, della fiducia di quest'ultimo»), cosicché ci sembra assiomatico che le parole dell'«autore» siano principalmente dirette contro di lui.
Come forse sanno coloro che leggono i nostri lavori e come abbiamo già ricordato nella prima parte di questo articolo, se c'è qualcosa che ci ripugna soprattutto (e questo atteggiamento l'abbiamo assimilato imparandolo fra molte altre cose da René Guénon) è di far intervenire nel campo di interessi di cui si occupa la «Rivista di Studi Tradizionali» le questioni che riguardano troppo da vicino le persone; non possiamo però in questo caso specifico, indotti a ciò dalle affermazioni di questo tipo contenute nel «Documento», far a meno di derogare - almeno per un minimo - dall'abito di riserbo che ne consegue. Diremo perciò - e lo affermiamo con certezza, tenuto conto delle nostre proprie esperienze e di testimonianze dirette e non confutabili - che:
a. i pochi fatti esposti nel «Documento» e riguardanti l'essere di cui si rievoca in terzo luogo l'iter tradizionale visibile «dall'esterno» sono impudentemente distorti da una volontà mistificante e riduttiva, e per numerosi dei loro aspetti anche scientemente falsati (a solo titolo di esempio diremo che di fatto l'«autore» era perfettamente al corrente di come l'indicazione dell'autorità esoterica nordafricana di cui è fatta menzione nel «Documento» provenisse da René Guénon stesso, e non «da un Europeo musulmano stabilitosi in Marocco»);
b. è semplicemente subdolo il condizionale dubitativo che viene usato per indicare una funzione «minore» attribuita a quest'essere dall'autorità tradizionale menzionata;
c. l'«autore» omette (e pour cause, se si tiene conto della sua speciale mentalità e situazione) di parlare di una ben superiore e autonoma funzione tradizionale riconosciuta poi a quest'essere da tale autorità esoterica (caso, sia detto per inciso, che non trova corrispondenza nelle vicende riguardanti i due personaggi di cui ha precedentemente tracciato per grandi linee la «carriera intellettuale»). L'elevatezza spirituale e funzionale della figura che riconobbe all'essere in questione il ruolo di cui si tratta riduce inoltre a nulla tutti i tentativi di infima denigrazione «personale» di cui l'«autore» ha disseminato il proprio testo a proposito di quest'ultimo, tentativi che per noi hanno un chiaro significato di individuale, meschina e soprattutto ingiustificata «rivalsa».
Quanto poi al dipingere, come si fa nell'occasione, un Guénon «sensibile» a quella che viene presentata come una pura e semplice adulazione nei suoi confronti da parte di quest'essere, considerazione assurdamente fuori luogo in questa delicatissima materia, e al fatto che R. Guénon avrebbe alla fine «imparato che non bisogna mettere tutte le uova nello stesso paniere», indirizzando suoi corrispondenti alla persona di cui è fatta questione, lasciamo giudicare di tali affermazioni a coloro che hanno una sia pur minima consapevolezza della serietà e della prudenza con cui vanno trattate queste cose in campo tradizionale. La leggerezza e la stupefacente ottusità, per non indagare oltre, con le quali esse sono maneggiate qui verbalmente dall'«autore», terminano di disegnare, di quest'ultimo, un quadro il cui squallore - in fine - non cessa di stupire noi stessi, gettando una luce rivelatrice anche sulla mentalità di tutti coloro che nel tempo hanno prestato fede, per il bene e per il male, ai contenuti di questo «Documento». [Possiamo qui aggiungere che qualche altro aspetto di tutta questa questione è stato trattato più o meno diffusamente nell'articolo di B. Rovere «Una parodia dell'aiuto dell'Oriente» (R.S.T., - n.65) e nel nostro articolo «Nuove tecniche di attacco all'opera di René Guénon» (I) (R.S.T, - n.70) di cui il presente studio diventa in certo qual modo un prolungamento].
Quella che segue è la citazione di un brano di lettera privata di René Guénon (26 settembre 1946) riprodotta in «René Guénon», raccolta di testi pubblicati in memoria di R. Guénon nell'occasione del centenario della sua nascita («Les Dossiers H», l'Âge d'Homme, 1984).
Questo è un altro dei «marchi» distintivi del «Documento» e non dei meno rivelatori...
Come si saprà dal presente studio stesso, abbiamo sempre sostenuto da queste pagine che il far ricorso alla corrispondenza privata con René Guénon, tranne in casi - come questo - aventi attinenza con la necessità di correggere storture evidenti riguardanti l'interpretazione della sua opera, sia personali sia ideologiche, prova soltanto l'esistenza di ragioni legate, in chi lo fa, a interessi individuali, singoli o collettivi; lo stesso si può dire anche di queste «rivelazioni», il cui movente, come abbiamo visto, può essere individuato in motivazioni di entrambe le specie. Per quanto poco ci sia stato gradito l'addentrarci in questo genere di operazione, abbiamo tuttavia affrontato in perfetta serenità il compito di rettificare anche qui le storture intellettuali e d'altro tipo che caratterizzavano questo «Documento», consci soprattutto dei guasti che potevano provocare molte delle pseudo-verità o delle patenti falsità in esso contenute, in lettori che solo ora si accingano all'approfondimento dell'opera di René Guénon.
Cfr. «La Cavalleria spirituale» (Kitâb-ul-Futuwwah) di Abû Abd-er-Rahmân Sulamî, Luni Editrice, Milano, 1998.
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Nell’ultimo lavoro pubblico di Jean Reyor che si conosca (1), uno scritto tutto sommato anch’esso equivoco per più di una ragione, ma soprattutto per i sottili dubbi che solleva nel lettore circa quelle che si vogliono, in esso, essere le «fonti» esteriori e per così dire «letterarie» di Guénon, viene riportata, a modo di chiusa positiva per un testo che doveva essere tutto redatto in omaggio a R. Guénon, la seguente testimonianza proveniente, secondo Reyor stesso, «da un uomo che senza dubbi fu uno dei migliori conoscitori [dell’opera di René Guénon] e di certe dottrine orientali» (2):
«A guisa di conclusione, insisteremo ancora sulla straordinaria potenza di suggestione, incessantemente crescente, del potere di menzogna che dominerà interamente il mondo esteriore prima della fine del ciclo. Noi sappiamo [e sarebbe interessante - se si potesse farlo - chiedere a Jean Reyor a quali "fonti" egli farebbe risalire l’attendibilità di questa affermazione] che arriverà un momento in cui ognuno, solo, privato di ogni contatto materiale che possa aiutarlo nella sua resistenza interiore, dovrà trovare in se stesso - e soltanto in se stesso - il mezzo per aderire fermamente, nel centro della sua esistenza, al Signore d’ogni verità. Non si tratta di un’immagine letteraria, ma della descrizione di uno stato di cose che forse non è più molto lontano. Possa ciascuno prepararsi a ciò e armarsi di una rettitudine interiore tale che tutte le potenze d’illusione e di corruzione risultino senza forza per farlo deviare. Nulla meglio dell’opera di Guénon potrebbe facilitare agli Occidentali questa preparazione» [corsivo di J. Reyor].
Se questo laconico e pur splendido riconoscimento del valore intrinseco delle dottrine contenute nell’opera di René Guénon e della chiarezza della loro esposizione da parte sua, corrisponde perfettamente a ciò che noi stessi pensiamo di essa, dobbiamo qui amaramente rilevare che, per converso, il «Documento» che stiamo terminando di esaminare si inserisce, e con non poca forza, fra i supporti di quel «potere di menzogna che dominerà interamente il mondo esteriore prima della fine del ciclo» di cui è questione in questo brano; e questo, soprattutto per il «taglio» deviante dalla verità, pur inizialmente percepita, dato in esso alle idee e agli avvenimenti toccati.
Il «Documento» si conclude quindi con alcune affermazioni dell'«autore», che, a nostro modo di vedere, costituiscono di esso il «movente» e la chiave reale, giacché - come abbiamo visto nelle parole stesse di Guénon -, «l’uomo non può mai agire senza un qualche motivo, legittimo o illegittimo che sia» (3); anche noi termineremo perciò con alcune considerazioni su di esse, le quali ultime indicheremo con i nn. [1] [2] e [3]. Le affermazioni a cui ci riferiamo sono le seguenti:
«Nelle pagine che precedono ho potuto dare l’impressione di un atteggiamento soprattutto critico verso Guénon (4). Non vorrei che sussistesse l’ombra di un malinteso al riguardo. Dopo circa quarant’anni di familiarità con la sua opera, la ritengo sempre unica, insostituibile e, di fatto, indispensabile per un uomo d’oggi che sia preoccupato di conoscenza. Il mio accordo è totale con l’opera dottrinale non solo in campo metafisico, ma [anche] in campo cosmologico e in quello delle tecniche iniziatiche (5). I soli punti di disaccordo - sicuramente gravi - si riferiscono a [1] ciò che, in essa, tocca lo stato attuale del Cristianesimo. Mi sono già spiegato a sufficienza su questo argomento, pubblicamente, perché non sia il caso che mi dilunghi qui nuovamente su di esso.
Per contro, [2] mi sembra sicuro che l’uomo, quando ha cercato degli sbocchi pratici (6) per la sua opera, si è pesantemente sbagliato sui mezzi (7) e sugli uomini (8) [...] Mi sembra inutile insistere sui suoi errori riguardanti gli uomini di cui ha incoraggiato e "coperto" le attività. Ritengo perciò [?] che nessuno possa far valere una qualsiasi autorità per il solo fatto di aver goduto, quand’anche fosse fino alla morte di Guénon , della fiducia di quest’ultimo di essere stato scelto, approvato e da lui riconosciuto per l’esercizio di questa o quella funzione.
[3] Un difetto piuttosto comune dei "guénoniani" e contro il quale vorrei mettere in guardia, è la tendenza a credersi gli "ultimi dei Mohicani" (9), a pensare che nel mondo, o in ogni caso nel mondo occidentale, non c’è più nulla di tradizionale salvo questo o quel gruppo, o per lo meno salvo i gruppi formatisi direttamente o indirettamente sotto l’ispirazione di Guénon. Si tratta di un atteggiamento ridicolo, che ha non poco contribuito a sminuire l’influsso della sua opera. Si può essere certi che nonostante il disordine generalizzato e la degenerazione delle religioni e delle iniziazioni, permangono sia dei Taoisti sia degli Indù, dei Musulmani, dei Kabbalisti, degli Esoteristi cristiani religiosi o laici ["l’autore" intende qui, evidentemente, appartenenti o no al clero], e persino dei Massoni "autentici" che non hanno nessun rapporto diretto con Guénon» [tutti i corsivi sono nostri].
Sul punto [1] la «Rivista di Studi Tradizionali» si è già espressa anch’essa «pubblicamente», riproducendo in traduzione, nel n. 70 (gennaio-giugno 1990), i due articoli di F. M. che confutavano le tesi di Hugonin/Dessaint-Emor/Reyor (M. Clavelle) contenute nei due studi «Orient et Occident 1958» e «Pour qui sonne le glas?» pubblicate rispettivamente da «Le Symbolisme» e da «Etudes Traditionnelles» degli anni 1958 e 1959. Su di esso, perciò, neppure noi ritorneremo, ricordando soltanto che la corrispondente «diatriba ideologica» costò all’epoca a Jean Reyor, la posizione di direttore della rivista «Etudes Traditionnelles» (10).
Sul punto [2] quel che noi pensiamo, espresso in termini molto semplici e generali, è questo: qualcuno che abbia concepito e redatto un lavoro come «Il Simbolismo della Croce» (per citare uno solo dei 27 studi di cui si compone ora l’opera di René Guénon) può certo scrivere a ragion veduta questo passo:
«[...] l’"uomo moderno" è realmente inadatto a ricevere un’iniziazione, o perlomeno a pervenire all’iniziazione effettiva; ma dobbiamo aggiungere che tuttavia esistono eccezioni, e ciò perché - nonostante tutto - ci sono ancora, anche in Occidente, uomini che, a motivo della loro costituzione interiore, non sono uomini moderni, i quali sono capaci di capire cosa sia essenzialmente la tradizione, e che non accettano di considerare l’errore profano come un "fatto compiuto"; ed è a questi ultimi che noi abbiamo sempre inteso rivolgerci in modo esclusivo»; e chi legge questo brano, ed è in grado di comprendere cosa significhi veramente, è fondato a prestar fede a un tale essere. Ma qualcuno che non sia in queste condizioni (ovvero, per essere più chiari, che non sia in grado, tali libri, di scriverli avendoli concepiti autonomamente) come può emettere - come fa «l’autore» in queste pagine - un giudizio sui modi corretti di sviluppare «nelle opere» un simile «messaggio» e sugli uomini adatti a riceverlo (11)?
È questa, come da noi già accennato, l’«aporia» che soggiace all’atteggiamento e al susseguente modo di pensare in conseguenza della lettura dell’opera di R. Guénon, di colui che ha scritto le cinquanta pagine del «Dossier confidentiel inédit» di cui ci siamo occupati; per cui - in tutta tranquillità - ci sentiamo giustificati emettendo noi, su di esso, la valutazione pienamente negativa che abbiamo espresso più sopra, valutazione che coinvolge inoltre tutta l’attività «tradizionalistica» (o meglio pseudo-tradizionale) di tale persona quando essa nel suo lavoro non sia più stata sorretta e guidata da una vera autorità spirituale.
«L’autore», non comprendendo, com’è evidente da questo stesso «Documento», la portata più profonda degli scritti di René Guénon, con il quale aveva tuttavia collaborato a un certo livello per più di vent’anni, dal momento in cui sfuggì al suo controllo (e questo, per lui, non poté che coincidere in modo definitivo con la morte di quest’ultimo), diventò inaffidabile da un punto di vista realmente tradizionale, e - se ce ne fosse bisogno - questo fatto ci giustifica anche se riproduciamo qui il commento passabilmente riduttivo su tale sua attività in generale da René Guénon stesso formulato (ma con un’eleganza e una benevolenza che nel suo proprio elaborato mancano del tutto) in una lettera privata già nel 1946 (12): «Non so che cosa abbia potuto farle pensare che M. Clavelle sia il mio rappresentante a Parigi; egli è semplicemente uno di coloro che mi fanno il favore di occuparsi delle cose che, a causa della distanza in cui mi trovo, non posso fare da solo; per quanto lo riguarda, egli si occupa più in particolare di ciò che concerne gli «Etudes Traditionnelles», così come altri si occupano delle questioni che si riferiscono all’edizione e alla stampa dei miei libri, ecc.; a tutti debbo molta riconoscenza per l’aiuto che in tal modo mi dànno, ma in realtà nessuno di loro è, rigorosamente parlando, il mio rappresentante» [il corsivo è nostro].
A tanto maggior ragione siamo indotti a riferire queste parole, in quanto gran parte della valenza dissolutiva del documento che stiamo finendo di commentare gli proviene proprio dal fatto di essere stato il suo «autore», agli occhi dei lettori, «a fianco» di René Guénon per tanto tempo. Da queste parole, inoltre, si vede come René Guénon non sia stato, neppure trattandosi di uomini, quell’«ingenuo» che «l’autore» si compiace di far subdolamente credere che fosse; così come da esse appare anche che, quando si tratta di cose serie (e quelle di cui abbiamo trattato sono fra le più serie che ci siano, a onta del «taglio» salottiero che a esse è dato in questo «memoriale» (13)), «chi di spada ferisce, di spada perisce» (14).
Quanto al punto [3], valgono in fondo per esso le medesime osservazioni generali sollecitate dal punto [2]; i lettori di buona fede potrebbero fare da soli l’adattamento senza difficoltà. Volendo però scendere in maggiori dettagli anche su di esso, si potrebbe attirare l’attenzione sulla sensazione di superficialità e presunzione, sconfinanti nel grottesco, che dànno le affermazioni della conclusione finale sotto la penna di qualcuno che, come «l’autore» - il quale, sotto il riguardo dell’intellettualità doveva tutto a Guénon -, delle cose di cui parla non era in grado di sapere nulla se non per erudizione libresca e quindi avrebbe dovuto attenersi strettamente a quanto suggerito o direttamente esposto da quest’ultimo.
In realtà, anche da questo punto di vista si deve invece notare come «l’autore» non abbia esitato, nel corso del suo «Documento», a esprimersi ripetutamente in modo difforme da quanto affermato da Guénon lungo tutta la sua opera (il caso rappresentato dallo stato attuale del Cristianesimo - come da noi già fatto osservare - ne è un esempio lampante). Non sappiamo quali siano gli ambienti o le persone ai quali «l’autore» intende alludere in particolare con le sue parole, ma rileviamo che quand’anche fosse vero che essi intrattengano o intrattenessero l’atteggiamento descritto nel «Documento» al punto [3], ovviamente la responsabilità di esso non sarebbe da far risalire a René Guénon. Quel che è certo è che i sintomi della permanenza «vitale» di qualsiasi tradizione, in particolare sotto il suo aspetto esoterico, non sono da ritrovare, come soleva fare «l’autore» (che in questo modo non faceva che dar corpo alle sue illusioni), nella... pubblicazione di certi testi, o nella loro più o meno grande diffusione!
Abbiamo recentemente avuto l’occasione di leggere un brano dell’operetta «La Cavalleria spirituale» (Kitâb-ul-Futuwwah) di Abû ‘Abd-er-Rahmân Sulamî, il cui contenuto ci sembra adatto a concludere questo nostro scritto in modo definitivamente esplicativo, perché riassume in maniera per così dire «simbolica» le conclusioni a cui già siamo arrivati:
«È un procedimento della cavalleria [spirituale] - si dice al paragrafo 14 del cap. II di questo libro - accettare le parole dei saggi, e se non si comprendono, conseguirne la benedizione fino a quando non si arrivi a comprenderle. Junaid, che Allâh sia misericordioso con lui, ha detto: "Sono stato in compagnia dei Maestri spirituali (shuyûkh) per più di dieci anni, e li ho ascoltati parlare della loro scienza senza comprendere nulla di ciò che dicevano, ma senza peraltro disapprovarli. E mi fu molto utile, di riunione in riunione a cui partecipavo, ascoltare ciò che dicevano convinto che fosse vero, senza che ciò che non capivo mi portasse a disapprovarli [ il corsivo è nostro]. Passò così questo periodo, finché ne vidi i frutti, poiché vennero a interrogarmi a casa mia per richiedere il mio parere: 'È stata sollevata la tale questione, vorremmo che anche tu la ascoltassi per esprimere il tuo parere in proposito...', o qualcosa del genere"» (15).
Da questo racconto che fino a un certo punto si attaglia perfettamente al caso dell’«autore» di cui è stata qui questione, si può dedurre, interpretandolo correttamente e adattandolo all’argomento che ci è toccato svolgere, che finché egli ascoltò il «discorso» di René Guénon, senza capirlo in tutta la sua profondità, ma anche senza disapprovarlo palesemente negli aspetti che non comprendeva, il suo proprio atteggiamento fu relativamente compatibile con l’opera di questo Autore; ma quando, continuando a non capirlo, incominciò a esprimere il suo parere su di esso - senza che nessuno che l’aveva capito glielo richiedesse o, peggio, sollecitato a ciò dall’influenza di ambienti nei quali non esisteva nessun interesse a che gli scritti di Guénon fossero capiti nel loro vero senso -, il prodotto che ne risultò non poteva essere se non quello che emerge dal «Documento» che abbiamo appena finito di commentare.
È questa in breve, secondo noi, la storia dolente di quello che abbiamo fin qui chiamato «l’autore», storia di un essere al quale, entro i limiti in cui fu fedele a René Guénon e alla sua opera, noi stessi abbiamo dovuto molto, e il cui destino personale ci asteniamo accuratamente, come bisogna, dal giudicare. Come si esprime la saggezza araba: Allâhu a‘lamu.
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