-
Il quale dà l'impressione di risentirsi
dell'articolo determinativo da cui facciamo sempre precedere
il suo nome nei nostri scritti; non ne vediamo la ragione,
poiché è regola di buona educazione verso i lettori, dicono le
grammatiche, agire in questo modo; solo i nomi dei personaggi
ben conosciuti da tutti possono a volte sfuggire ad essa:
Dante, Boccaccio, Petrarca. Quelli che il lettore potrebbe non
conoscere, vanno fatti precedere dall'articolo; dunque «il»
Blondet, «il» Vassallo, ecc. Senza offesa.
-
Faremo notare che nel nostro articolo
non è reperibile nessuna «difesa della setta islamica dei
Malamatiyya», come affermato dal Blondet alla p. 262 della
«postfazione», evidentemente sulla traccia della
pseudo-risposta di Arché ai nostri tre articoli sulle «Nuove
tecniche di attacco». Ma questo non ci impedisce però di
aggiungere ora che le persone oneste e correttamente informate
avrebbero qualche ragione di sentirsi nauseate dalla pervicace
insistenza con la quale si ripete qui questo malevolo e
assolutamente falso cliché sui Malâmatiyya. Allo
scopo di rettificare tale voluta impressione negativa nei
lettori che non potessero documentarsi da soli sulla questione
riproduciamo qui qualche brano dall'unico documento
accessibile in italiano, esistente in materia, la
Risâlat-ul-Malâmatiyya (o Epistola sulla Gente della
riprovazione) di Abû ´Abd-er- Rahman Sulamî (937 d.C. -
1021 d.C.):
«Alle domande sullo stato dei
Malâmatiyya, uno di loro rispose: "Sono gente intimamente
vicina ad Allâh, il Quale custodisce il loro segreto e li
nasconde dietro la cortina dell'apparenza esteriore. Essi sono
con la creazione in quanto creature, non si distinguono da
loro nei mercati e nell'esercizio di un mestiere; ma sono con
Allâh nella loro realtà intima. La loro interiorità biasima il
loro aspetto esteriore, per la compiacenza che questo
manifesta verso la creazione e perché con essa si dimostra
come la generalità della gente. Il loro aspetto esteriore
biasima la loro interiorità, perché essa risiede in prossimità
del Vero e non si cura della manifestazione e dell'insieme
delle opposizioni; questo è lo stato delle guide e dei signori
[della spiritualità]"».
«Chiesero ad Abû Yazîd: "Qual'è il segno
più importante del conoscitore?". Egli rispose: "È che tu lo
vedi che mangia con te, beve con te, scherza con te, ti vende
qualcosa, ti acquista qualcosa, mentre il suo cuore è nel
regno della santità. Questo è il suo segno più particolare"».
«Ho udito dire da ´Abd-er-Rahman ben
Muhammad che, interrogato ´Abd-Allâh al Khayyât (il sarto) a
proposito dei Malâmatiyya, quest'ultimo rispondesse:
"Chi distingue tra il biasimo [che gli viene] da se stesso e
il biasimo [che gli viene] dagli altri e la cui reazione
interiore e istantanea a questo proposito sia di natura
instabile, non ha raggiunto il loro livello"» (Da I custodi
del segreto, Edizioni Luni, Milano; pp. 25-6).
In questo senso, e in questo senso
soltanto, è giustificato chiamare i Malâmatiyya «Les
Gens du blâme», come dice il Blondet, a cui farebbe gioco
che essi costituissero un «sètta» per poterli inserire nel suo
sistema «antignostico»; cosa che non è affatto.
-
A proposito del giudizio
dell'Ottonello, il Blondet dà l'idea di essere fiero che il
suo libro sia stato oggetto di un simile esame, ma se si
rileggesse le parole da cui esso è costituito con un po' di
attenzione e di spirito di autocritica troverebbe che c'è
piuttosto di che farsi venire la pelle d'oca... A noi non ha
fatto che confermare ciò che dicevamo paragonando il suo ruolo
a quello del Verne di cui era questione nella nota 4 di quella
che continuiamo a considerare una recensione; a leggere questa
«postfazione», l'unica che sia stata fatta seriamente
(ossia disinteressatamente) del suo lavoro.
-
Il Blondet si lascia sfuggire una
improvvida osservazione sulle «chiavi» da noi nominate con
riferimento ai suoi «committenti»; egli le dice «gnostiche».
Ma non ha mai riflettuto sulle «chiavi di Pietro», o vuole con
le sue parole darci la prova che di fatto non se ne conosce
assolutamente più il significato?
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In una «postfazione» posta al termine del
suo «Adelphi» della Dissoluzione, terza edizione (non
conosciamo la seconda), Maurizio Blondet, che aveva profuso nel suo libro ogni
sorta di congetture più o meno gratuite, corredate da
graziose espressioni non precisamente laudative per i personaggi
chiamati in causa, sceglie, per ribattere un po' più diffusamente
alle osservazioni da noi fattegli nel nostro articolo «Intorno
alla "dissoluzione"», apparso sul n. 80 della «Rivista di
Studi Tradizionali» (gennaio-giugno 1995), una tecnica che
potremmo chiamare «autocommiserativa»; egli apre infatti la parte
che ci riguarda richiamando subito l'attenzione del lettore su
ipotetici «insulti» che gli avremmo rivolto con la nostra prosa.
Vediamoli uno per uno:
Doppiezza e voluta confusione: ci spieghi, il
Blondet (1), ad esempio, come si potrebbe chiamare altrimenti il
modo di procedere di qualcuno che, dopo aver gettato il più completo
discredito su John Gustaf Aguéli (´Abdul-Hâdî), da lui qualificato
«iniziatore» di Guénon e ammiratore incondizionato dei
Malamatiyya - accusati questi ultimi di «impegnarsi in "atti
strani", nel senso di scandalosi, aberranti o blasfemi
(2) -
conclude il suo dire così: «Ciò valga - dato che citeremo
ampiamente Guénon in questo saggio - come caveat anche della
credibilità di Guénon, a dispetto di tutto il suo apparente rigore
[corsivo nostro]». Le due espressioni da noi impiegate ci erano
parse le più educate; chiunque altro, ci sembra, si sarebbe servito
di termini assai più pesanti.
In tutti i casi, se ha letto bene il nostro
testo, esse non erano rivolte a lui, ma designavano un'«azione
antitradizionale dalle singolari caratteristiche [aggiungevamo, per
l'appunto: "di doppiezza e voluta confusione"] - essenzialmente
rivolta contro René Guénon e la sua opera -» e portata avanti da
qualcuno in Francia; anche se è vero che affermavamo che con il suo
libro egli ne ereditava la prosecuzione in Italia. Cosa che non
possiamo se non confermare, e che d'altro canto pure lui conferma
proprio prendendo per sé ciò che in fondo era diretto ad altri.
Bassezza: anche questo ci è parso il termine meno
offensivo che si potesse applicare al comportamento di chi ha avuto
l'animo di scrivere una frase come questa (dagli «Adelphi»,
p.95, nota 7): «La vicinanza di Guénon alla Massoneria (e forse
ai servizi francesi [corsivo nostro]) è ovviamente un lato
sospetto, che getta più di un'ombra sulle sue dottrine». Ribadiamo
qui che questa era la prima volta (e tale è rimasta) che vedevamo
formulare un simile ignobile sospetto nei confronti di René Guénon,
ognuno dei cui lettori sa quale fondato disprezzo egli nutrisse per
le attività antitradizionali dei «servizi» occidentali. Al termine
della «postfazione» il Blondet dirà che ha «documentato»
tutto quel che ha detto; è troppo indiscreto chiedergli come ha
fatto a documentare questa affermazione?
Infamia: abbiamo usato l'aggettivo («infame»)
e non il sostantivo, riferendolo, per di più, a un'asserzione di un
«ausiliare» del Blondet (che chiaramente si sente a lui assimilato),
il quale sosteneva - citato - che: «Opere che esaltano passioni
sfrenate e feroci nel nome di Kali, Shiva, Dioniso, Baal, Astarte
[sembra di leggere un brano di Emilio Salgari] vengono pubblicate da
case editrici controllate dagli gnomi della finanza e consacrate
dalle terze pagine dei giornali che sono proprietà di grandi
famiglie dell'economia», allo scopo di «innalzare gli "eletti"
[corsivo nostro] producendo nuove povertà e feroci miserie». E qui
l'infamia indiscutibile è quella di far confondere gli «eletti» (di
cui del resto si parla nei Vangeli e che non dovrebbero perciò
costituire una novità, nell'accezione legittima, per l'autore e per
il suo accolito) con i peggiori «profani».
Variazioni scandalistiche del peggior tipo
giornalistico: questa era l'unica espressione che potesse essere
messa direttamente in relazione con il Blondet, ma non vediamo come
possa considerare questa frase un'offesa così sanguinosa un
giornalista che si è chiesto all'inizio del suo saggio se «la
Congettura può essere un genere letterario?». Per quanto nobilitata
da una maiuscola la congettura resta sempre una mera ipotesi che in
questo caso, piaccia o no al Blondet, ha il solo scopo di creare un
état d'esprit (per usare un termine a lui caro...).
Le «ridotte facoltà di intellezione» non
siamo riusciti a recuperarle nel nostro testo, almeno indirizzate a
lui; forse il Blondet intende riferirsi alla nota 8 del nostro
articolo, nella quale facevamo un accenno al caso di E. Zolla, da
lui sollevato con rammarico. Purtroppo, non possiamo che
confermargli la nostra impressione: «vent'anni per accorgersi
dell'equivoco che soggiaceva fin dall'inizio al punto di
vista di [questo] atipico "parassita" dell'opera di René Guénon»
continuano ad apparirci un po' troppi. A un passato collaboratore
della «Rivista di Studi Tradizionali» fu sufficiente,
all'uopo, aver letto uno solo dei suoi primi libri: Volgarità e
dolore (come il Blondet potrà verificare da un nostro studio
immediatamente precedente quello a lui dedicato). Non ne possiamo
nulla se il Grande Architetto dell'Universo continua a distribuire i
suoi doni in modo disuguale, a onta del democratismo e
dell'egualitarismo inventati dall'uomo occidentale moderno.
Sbarazzato così il campo dalle quisquilie
introduttive destinate a distogliere l'attenzione dei lettori dalle
cose importanti, passiamo a queste ultime. Si può notare subito che
in questa «postfazione» il Blondet evita accuratamente di
tener conto della prospettiva dalla quale ci eravamo posti per
esaminare il suo libro, prospettiva che ci induceva a separare
nettamente ciò che in esso concerneva la congerie di fatti più o
meno «storici» e di illazioni riferentisi a personaggi in rapporto
diretto o indiretto con la Casa editrice Adelphi dal filo
conduttore della sua esposizione, esplicitamente costituito dal
riferimento costante (e distorto) all'opera di René Guénon.
D'accordo che egli trova il nostro modo di esprimerci complicato
(non abbiamo mai preteso di essere dei «giornalisti»...), cosa che
non facilita, egli dice, la sua (di lui) comprensione; ma una frase
come la seguente. «Ciò che diremo d'ora in poi di questo libro
concernerà perciò esclusivamente questo suo [del libro] "filo
conduttore" ora più ora meno dichiarato, e sarà inteso a mettere in
luce le assurdità sull'opera di René Guénon da cui esso è
caratterizzato», poteva forse prestarsi a più di una
interpretazione? Si correrà nuovamente il rischio di ferire la
suscettibilità del Blondet se si dice che il suo atteggiamento in
proposito più essere solo qualificato con un termine come
«malafede»? Ammettiamo di non conoscere una parola più adatta per
definirlo.
Per quanto riguarda il primo insieme di
«contenuti» di cui abbiamo detto (e che continuano a non
interessarci minimamente), il Blondet dà ora l'impressione,
appoggiandosi a un giudizio del «filosofo Pier Paolo Ottonello» sul
suo lavoro, di preferire - per definirlo - la parola «storia» al
posto di «teologia», com'era affermato nel libro vero e proprio. È
già meglio, anche se non cambia di molto il livello di «profondità»,
come lui pare credere; ma allora è da intendersi una «storia» al
modo in cui sono storia le indiscrezioni dei giornali scandalistici,
per alcuni dei quali, d'altronde, egli ci informa di aver
collaborato (3).
Per quanto riguarda, invece, il vero e proprio
«filo conduttore» degli «Adelphi» della Dissoluzione, e cioè
i richiami insistiti all'opera di René Guénon, ci riferiremo di
nuovo alla frase finale della «postfazione», nella quale il
Blondet sostiene che «in questo libro non solo [non ha] taciuto, ma
[ha] argomentato e documentato» e «[resta] in attesa delle
controargomentazioni e delle controproposte che i [suoi] critici non
hanno fin qui addotto». A tal proposito, questa è un'osservazione
che possiamo fare noi stessi, ritorcendola contro il suo autore:
siamo noi, infatti, ad aver «argomentato e documentato», citazioni
alla mano, tutte le inconseguenze, le nette falsità e le ambigue
affermazioni del suo testo per ciò che riguarda l'opera di Guénon, e
in questa «risposta» (a guisa di quella di Arché, editrice
che egli dice di ignorare dopo aver citato alcuni dei suoi testi)
non una sola di queste argomentazioni e citazioni è stata
raccolta e ribattuta; compete quindi a noi, ci sembra, «restare in
attesa», e non a lui. E questo tanto più, in quanto le nostre
confutazioni di tali inconseguenze e falsità demolivano nello stesso
tempo, a ben guardare, anche i caposaldi sui quali si regge l'intera
costruzione degli «Adelphi» della Dissoluzione, senza che
fosse necessario abbassarsi a considerare il pattume dei suoi
dettagli costituitivi.
E mentre siamo in tema di nostre argomentazioni
non raccolte, su affermazioni del Blondet non giustificate
(indubbiamente perché ingiustificabili), a queste ultime ne
aggiungeremo una, che gli avevamo risparmiato al momento della
redazione del nostro articolo «Intorno alla "dissoluzione"».
Nel corso del capitolo conclusivo degli «Adelphi» il Blondet
fa dire per lettera a un ipotetico interlocutore (il quale
assomiglia come due gocce d'acqua al «lettore» che ha ora inviato a
«Studi Cattolici» la «Lettera al Direttore» di cui P.
Nutrizio parla in altra parte del n. 90 della «Rivista di Studi
Tradizionali») queste parole: «Soppesi bene, caro amico, il
messaggio che discretamente ci affida Guénon, il compianto "sceicco
sufi", non esclusivamente - glielo posso assicurare
[!?] - interessato alla "realizzazione spirituale"! Qui, egli
non ci parla più solo di spiritismo o di occultismi e magie. Qui si
tratta di un'arte di governo: di un'arte di governo
particolarissima, ma le cui manifestazioni sono "più frequenti di
quanto si creda"».
Poiché, senza averne l'aria, la frase che abbiamo
sottolineato è il vero e proprio «cuore» di questo libretto, il suo
«movente denigratorio occulto» si potrebbe dire, gli opporremo qui
quanto René Guénon ribatteva a uno dei suoi più subdoli
contraddittori (il dr. G. Mariani) che lo attaccava sullo stesso
tema dalle pagine della «Revue Internationale des Sociétés
Secrètes» (n. del 1° novembre 1931):
«[...] E per finire annoteremo un addebito [allégation]
veramente mostruoso, contro il quale non potremo [mai] protestare in
modo sufficientemente energico; si ha il coraggio di accusarci
([...]) di tendenze "materialistiche" e "politiche". Ora, e tutto
ciò che abbiamo scritto lo prova più che in abbondanza, noi non
nutriamo se non la più perfetta indifferenza per la politica e per
tutto ciò che a essa si ricollega da vicino o da lontano, e non
esageriamo nulla se diciamo che le cose che non appartengano
all'ordine spirituale per noi non contano; che si possa pensare che
abbiamo torto o che abbiamo ragione, poco ci importa; il fatto
incontestabile è che le cose stanno in questo e non in altro modo;
per cui, o l'autore dell'articolo è un incosciente, o inganna i
suoi lettori per uno scopo che non vogliamo cercare di definire
[corsivo nostro]».
Avremmo potuto dire più o meno le stesse cose noi
stessi con parole nostre, avendo studiato l'opera di R. Guénon forse
un po' più dello stesso Blondet (ma con intenzioni del tutto
diverse), ma abbiamo ritenuto più efficace - perché più vero
- servirci di affermazioni dello stesso Guénon dirette contro un
omologo dell'autore degli «Adelphi».
La questione che più sembra aver irritato (e
pour cause) gli ambienti che hanno «sponsorizzato» il libro del
Blondet (4) è quella da noi sollevata nella parte iniziale del
nostro studio, la questione - cioè - della falsa idea di
«progresso», da essi sposata, e che ha come corollario la nozione,
anch'essa errata, di un tempo che per la scienza occidentale moderna
sarebbe rettilineo, in contrasto con le dottrine tradizionali che lo
insegnano come ciclico. Il Blondet cerca di gettare il ridicolo su
queste ultime dicendo ai suoi lettori che «non c'è da ridere come
sembra»; nulla di più facile che farlo tornare serio su questo
punto: basterà chiedergli se non ha mai visitato un cimitero o, lui
che per il suo mestiere deve certo viaggiare molto, visto le rovine,
diciamo, di Nivive e Babilonia, o di Cartagine.
Mettiamola in questi termini: è vero, come lui
dice, che quel che preme ai collaboratori della «Rivista di Studi
Tradizionali» è di difendere la vera iniziazione, impedendo
almeno dottrinalmente che essa venga confusa con quelle che il
Blondet, gli ambienti che egli rappresenta e molti altri, fanno
passare fraudolentemente per tale; ma dire che questa vera
iniziazione è anche la vera «dissolvitrice» può essere proprio
soltanto di qualcuno che abbia totalmente svalutato la Conoscenza ad
esclusivo favore del più cieco attivismo; abbagliati dalla visione
dei risultati esteriori a cui conduce quest'ultimo, gli uomini
moderni, ai quali i «committenti» del Blondet si sono associati, non
vedono il baratro verso cui esso li porta, baratro in cui consiste
la vera «dissoluzione», e considerano un male tutto ciò che possa
far loro prendere coscienza della nocività di questa corsa
sconsiderata. Se la Tradizione non è concepita come Conoscenza, o
come avente le sue radici in essa, non è più che inerte simulacro;
su questa verità inoppugnabile gli ambienti che sostengono il
Blondet avrebbero qualche interesse a riflettere.
Per terminare, visto che il discorso si è fatto
ormai lungo, cosa che potrebbe non piacere troppo al Blondet,
dobbiamo confessare che se è vero che gli articoli che abbiamo
finora scritto sull'argomento hanno avuto almeno la virtù di
modificare in meglio la percezione numerica dell'autore degli
«Adelphi» della Dissoluzione (il numero della pagine del
nostro primo scritto, da lui valutato in un primo tempo in 40, si è
qui mutato, più correttamente, in 21; la quantità dei suoi
contributi per «Arcana», da uno, com'era stato da lui
dichiarato in un primo momento, è diventato, più conformemente a
realtà, «tre-quattro» [?]), anche la sua «postfazione» ha
avuto un benefico effetto sui nostri modi di vedere. Se in origine
pensavamo esserci una remota possibilità che in fondo a se stesso
egli, pur dovendo per mestiere soggiacere a certe direttive,
albergasse per lo meno un minimo di comprensione vera delle dottrine
tradizionali, ce ne siamo dissuasi: ci è diventato evidente, ora,
che quel che dice in questo libellum (tale è diventata adesso
la sua definizione del proprio lavoro) egli lo pensa anche in
proprio; ma questo, se solleva i suoi «committenti» di una parte di
responsabilità (quella di averlo «plagiato», inducendolo ad assumere
una posizione che non condivideva completamente), questa
responsabilità gliela restituisce tutta; in solido.
Incurante della risposta che gli avevamo dato in
proposito nel n. 84 della «Rivista di Studi Tradizionali», il
Blondet continua ad attribuire a quest'ultima una supposta
«dipendenza massonica», con l'intento evidente di accomunarla agli
occhi dei lettori nell'atmosfera di sospetto, riprovazione e
dileggio che avvolge l'organizzazione massonica in Italia, atmosfera
creata con costanti e basse campagne denigratorie
politico-confessionali.
Ci vediamo perciò questa volta costretti a
smentirlo formalmente: la «Rivista di Studi Tradizionali» è
totalmente indipendente, l'unica soggezione che riconosca, e
che proclama altamente, essendo quella che cerca di mantenere
costantemente nei confronti della dottrina tradizionale che si è
espressa nell'opera di R. Guénon.
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