a cura di
Heredom
Tratto da
Rivista di Studi Tradizionali
n. 90
Gennaio - Giugno 2000

 

Maurizio Blondet di nuovo sulla «dissoluzione»

Maurizio Blondet di nuovo sulla «dissoluzione»

 

 

  

Antonello Balestrieri

 

  1. Il quale dà l'impressione di risentirsi dell'articolo determinativo da cui facciamo sempre precedere il suo nome nei nostri scritti; non ne vediamo la ragione, poiché è regola di buona educazione verso i lettori, dicono le grammatiche, agire in questo modo; solo i nomi dei personaggi ben conosciuti da tutti possono a volte sfuggire ad essa: Dante, Boccaccio, Petrarca. Quelli che il lettore potrebbe non conoscere, vanno fatti precedere dall'articolo; dunque «il» Blondet, «il» Vassallo, ecc. Senza offesa.
  2. Faremo notare che nel nostro articolo non è reperibile nessuna «difesa della setta islamica dei Malamatiyya», come affermato dal Blondet alla p. 262 della «postfazione», evidentemente sulla traccia della pseudo-risposta di Arché ai nostri tre articoli sulle «Nuove tecniche di attacco». Ma questo non ci impedisce però di aggiungere ora che le persone oneste e correttamente informate avrebbero qualche ragione di sentirsi nauseate dalla pervicace insistenza con la quale si ripete qui questo malevolo e assolutamente falso cliché sui Malâmatiyya. Allo scopo di rettificare tale voluta impressione negativa nei lettori che non potessero documentarsi da soli sulla questione riproduciamo qui qualche brano dall'unico documento accessibile in italiano, esistente in materia, la Risâlat-ul-Malâmatiyya (o Epistola sulla Gente della riprovazione) di Abû ´Abd-er- Rahman Sulamî (937 d.C. - 1021 d.C.):
    «Alle domande sullo stato dei Malâmatiyya, uno di loro rispose: "Sono gente intimamente vicina ad Allâh, il Quale custodisce il loro segreto e li nasconde dietro la cortina dell'apparenza esteriore. Essi sono con la creazione in quanto creature, non si distinguono da loro nei mercati e nell'esercizio di un mestiere; ma sono con Allâh nella loro realtà intima. La loro interiorità biasima il loro aspetto esteriore, per la compiacenza che questo manifesta verso la creazione e perché con essa si dimostra come la generalità della gente. Il loro aspetto esteriore biasima la loro interiorità, perché essa risiede in prossimità del Vero e non si cura della manifestazione e dell'insieme delle opposizioni; questo è lo stato delle guide e dei signori [della spiritualità]"».
    «Chiesero ad Abû Yazîd: "Qual'è il segno più importante del conoscitore?". Egli rispose: "È che tu lo vedi che mangia con te, beve con te, scherza con te, ti vende qualcosa, ti acquista qualcosa, mentre il suo cuore è nel regno della santità. Questo è il suo segno più particolare"».
    «Ho udito dire da ´Abd-er-Rahman ben Muhammad che, interrogato ´Abd-Allâh al Khayyât (il sarto) a proposito dei Malâmatiyya, quest'ultimo rispondesse: "Chi distingue tra il biasimo [che gli viene] da se stesso e il biasimo [che gli viene] dagli altri e la cui reazione interiore e istantanea a questo proposito sia di natura instabile, non ha raggiunto il loro livello"» (Da I custodi del segreto, Edizioni Luni, Milano; pp. 25-6).
    In questo senso, e in questo senso soltanto, è giustificato chiamare i Malâmatiyya «Les Gens du blâme», come dice il Blondet, a cui farebbe gioco che essi costituissero un «sètta» per poterli inserire nel suo sistema «antignostico»; cosa che non è affatto.
  3. A proposito del giudizio dell'Ottonello, il Blondet dà l'idea di essere fiero che il suo libro sia stato oggetto di un simile esame, ma se si rileggesse le parole da cui esso è costituito con un po' di attenzione e di spirito di autocritica troverebbe che c'è piuttosto di che farsi venire la pelle d'oca... A noi non ha fatto che confermare ciò che dicevamo paragonando il suo ruolo a quello del Verne di cui era questione nella nota 4 di quella che continuiamo a considerare una recensione; a leggere questa «postfazione», l'unica che sia stata fatta seriamente (ossia disinteressatamente) del suo lavoro.
  4. Il Blondet si lascia sfuggire una improvvida osservazione sulle «chiavi» da noi nominate con riferimento ai suoi «committenti»; egli le dice «gnostiche». Ma non ha mai riflettuto sulle «chiavi di Pietro», o vuole con le sue parole darci la prova che di fatto non se ne conosce assolutamente più il significato?
In una «postfazione» posta al termine del suo «Adelphi» della Dissoluzione, terza edizione (non conosciamo la seconda), Maurizio Blondet, che aveva profuso nel suo libro ogni sorta di congetture più o meno gratuite, corredate da graziose espressioni non precisamente laudative per i personaggi chiamati in causa, sceglie, per ribattere un po' più diffusamente alle osservazioni da noi fattegli nel nostro articolo «Intorno alla "dissoluzione"», apparso sul n. 80 della «Rivista di Studi Tradizionali» (gennaio-giugno 1995), una tecnica che potremmo chiamare «autocommiserativa»; egli apre infatti la parte che ci riguarda richiamando subito l'attenzione del lettore su ipotetici «insulti» che gli avremmo rivolto con la nostra prosa. Vediamoli uno per uno:

Doppiezza e voluta confusione: ci spieghi, il Blondet (1), ad esempio, come si potrebbe chiamare altrimenti il modo di procedere di qualcuno che, dopo aver gettato il più completo discredito su John Gustaf Aguéli (´Abdul-Hâdî), da lui qualificato «iniziatore» di Guénon e ammiratore incondizionato dei Malamatiyya - accusati questi ultimi di «impegnarsi in "atti strani", nel senso di scandalosi, aberranti o blasfemi (2) - conclude il suo dire così: «Ciò valga - dato che citeremo ampiamente Guénon in questo saggio - come caveat anche della credibilità di Guénon, a dispetto di tutto il suo apparente rigore [corsivo nostro]». Le due espressioni da noi impiegate ci erano parse le più educate; chiunque altro, ci sembra, si sarebbe servito di termini assai più pesanti.

In tutti i casi, se ha letto bene il nostro testo, esse non erano rivolte a lui, ma designavano un'«azione antitradizionale dalle singolari caratteristiche [aggiungevamo, per l'appunto: "di doppiezza e voluta confusione"] - essenzialmente rivolta contro René Guénon e la sua opera -» e portata avanti da qualcuno in Francia; anche se è vero che affermavamo che con il suo libro egli ne ereditava la prosecuzione in Italia. Cosa che non possiamo se non confermare, e che d'altro canto pure lui conferma proprio prendendo per sé ciò che in fondo era diretto ad altri.

Bassezza: anche questo ci è parso il termine meno offensivo che si potesse applicare al comportamento di chi ha avuto l'animo di scrivere una frase come questa (dagli «Adelphi», p.95, nota 7): «La vicinanza di Guénon alla Massoneria (e forse ai servizi francesi [corsivo nostro]) è ovviamente un lato sospetto, che getta più di un'ombra sulle sue dottrine». Ribadiamo qui che questa era la prima volta (e tale è rimasta) che vedevamo formulare un simile ignobile sospetto nei confronti di René Guénon, ognuno dei cui lettori sa quale fondato disprezzo egli nutrisse per le attività antitradizionali dei «servizi» occidentali. Al termine della «postfazione» il Blondet dirà che ha «documentato» tutto quel che ha detto; è troppo indiscreto chiedergli come ha fatto a documentare questa affermazione?

Infamia: abbiamo usato l'aggettivo («infame») e non il sostantivo, riferendolo, per di più, a un'asserzione di un «ausiliare» del Blondet (che chiaramente si sente a lui assimilato), il quale sosteneva - citato - che: «Opere che esaltano passioni sfrenate e feroci nel nome di Kali, Shiva, Dioniso, Baal, Astarte [sembra di leggere un brano di Emilio Salgari] vengono pubblicate da case editrici controllate dagli gnomi della finanza e consacrate dalle terze pagine dei giornali che sono proprietà di grandi famiglie dell'economia», allo scopo di «innalzare gli "eletti" [corsivo nostro] producendo nuove povertà e feroci miserie». E qui l'infamia indiscutibile è quella di far confondere gli «eletti» (di cui del resto si parla nei Vangeli e che non dovrebbero perciò costituire una novità, nell'accezione legittima, per l'autore e per il suo accolito) con i peggiori «profani».

Variazioni scandalistiche del peggior tipo giornalistico: questa era l'unica espressione che potesse essere messa direttamente in relazione con il Blondet, ma non vediamo come possa considerare questa frase un'offesa così sanguinosa un giornalista che si è chiesto all'inizio del suo saggio se «la Congettura può essere un genere letterario?». Per quanto nobilitata da una maiuscola la congettura resta sempre una mera ipotesi che in questo caso, piaccia o no al Blondet, ha il solo scopo di creare un état d'esprit (per usare un termine a lui caro...).

Le «ridotte facoltà di intellezione» non siamo riusciti a recuperarle nel nostro testo, almeno indirizzate a lui; forse il Blondet intende riferirsi alla nota 8 del nostro articolo, nella quale facevamo un accenno al caso di E. Zolla, da lui sollevato con rammarico. Purtroppo, non possiamo che confermargli la nostra impressione: «vent'anni per accorgersi dell'equivoco che soggiaceva fin dall'inizio al punto di vista di [questo] atipico "parassita" dell'opera di René Guénon» continuano ad apparirci un po' troppi. A un passato collaboratore della «Rivista di Studi Tradizionali» fu sufficiente, all'uopo, aver letto uno solo dei suoi primi libri: Volgarità e dolore (come il Blondet potrà verificare da un nostro studio immediatamente precedente quello a lui dedicato). Non ne possiamo nulla se il Grande Architetto dell'Universo continua a distribuire i suoi doni in modo disuguale, a onta del democratismo e dell'egualitarismo inventati dall'uomo occidentale moderno.

Sbarazzato così il campo dalle quisquilie introduttive destinate a distogliere l'attenzione dei lettori dalle cose importanti, passiamo a queste ultime. Si può notare subito che in questa «postfazione» il Blondet evita accuratamente di tener conto della prospettiva dalla quale ci eravamo posti per esaminare il suo libro, prospettiva che ci induceva a separare nettamente ciò che in esso concerneva la congerie di fatti più o meno «storici» e di illazioni riferentisi a personaggi in rapporto diretto o indiretto con la Casa editrice Adelphi dal filo conduttore della sua esposizione, esplicitamente costituito dal riferimento costante (e distorto) all'opera di René Guénon. D'accordo che egli trova il nostro modo di esprimerci complicato (non abbiamo mai preteso di essere dei «giornalisti»...), cosa che non facilita, egli dice, la sua (di lui) comprensione; ma una frase come la seguente. «Ciò che diremo d'ora in poi di questo libro concernerà perciò esclusivamente questo suo [del libro] "filo conduttore" ora più ora meno dichiarato, e sarà inteso a mettere in luce le assurdità sull'opera di René Guénon da cui esso è caratterizzato», poteva forse prestarsi a più di una interpretazione? Si correrà nuovamente il rischio di ferire la suscettibilità del Blondet se si dice che il suo atteggiamento in proposito più essere solo qualificato con un termine come «malafede»? Ammettiamo di non conoscere una parola più adatta per definirlo.

Per quanto riguarda il primo insieme di «contenuti» di cui abbiamo detto (e che continuano a non interessarci minimamente), il Blondet dà ora l'impressione, appoggiandosi a un giudizio del «filosofo Pier Paolo Ottonello» sul suo lavoro, di preferire - per definirlo - la parola «storia» al posto di «teologia», com'era affermato nel libro vero e proprio. È già meglio, anche se non cambia di molto il livello di «profondità», come lui pare credere; ma allora è da intendersi una «storia» al modo in cui sono storia le indiscrezioni dei giornali scandalistici, per alcuni dei quali, d'altronde, egli ci informa di aver collaborato (3).

Per quanto riguarda, invece, il vero e proprio «filo conduttore» degli «Adelphi» della Dissoluzione, e cioè i richiami insistiti all'opera di René Guénon, ci riferiremo di nuovo alla frase finale della «postfazione», nella quale il Blondet sostiene che «in questo libro non solo [non ha] taciuto, ma [ha] argomentato e documentato» e «[resta] in attesa delle controargomentazioni e delle controproposte che i [suoi] critici non hanno fin qui addotto». A tal proposito, questa è un'osservazione che possiamo fare noi stessi, ritorcendola contro il suo autore: siamo noi, infatti, ad aver «argomentato e documentato», citazioni alla mano, tutte le inconseguenze, le nette falsità e le ambigue affermazioni del suo testo per ciò che riguarda l'opera di Guénon, e in questa «risposta» (a guisa di quella di Arché, editrice che egli dice di ignorare dopo aver citato alcuni dei suoi testi) non una sola di queste argomentazioni e citazioni è stata raccolta e ribattuta; compete quindi a noi, ci sembra, «restare in attesa», e non a lui. E questo tanto più, in quanto le nostre confutazioni di tali inconseguenze e falsità demolivano nello stesso tempo, a ben guardare, anche i caposaldi sui quali si regge l'intera costruzione degli «Adelphi» della Dissoluzione, senza che fosse necessario abbassarsi a considerare il pattume dei suoi dettagli costituitivi.

E mentre siamo in tema di nostre argomentazioni non raccolte, su affermazioni del Blondet non giustificate (indubbiamente perché ingiustificabili), a queste ultime ne aggiungeremo una, che gli avevamo risparmiato al momento della redazione del nostro articolo «Intorno alla "dissoluzione"». Nel corso del capitolo conclusivo degli «Adelphi» il Blondet fa dire per lettera a un ipotetico interlocutore (il quale assomiglia come due gocce d'acqua al «lettore» che ha ora inviato a «Studi Cattolici» la «Lettera al Direttore» di cui P. Nutrizio parla in altra parte del n. 90 della «Rivista di Studi Tradizionali») queste parole: «Soppesi bene, caro amico, il messaggio che discretamente ci affida Guénon, il compianto "sceicco sufi", non esclusivamente - glielo posso assicurare [!?] - interessato alla "realizzazione spirituale"! Qui, egli non ci parla più solo di spiritismo o di occultismi e magie. Qui si tratta di un'arte di governo: di un'arte di governo particolarissima, ma le cui manifestazioni sono "più frequenti di quanto si creda"».

Poiché, senza averne l'aria, la frase che abbiamo sottolineato è il vero e proprio «cuore» di questo libretto, il suo «movente denigratorio occulto» si potrebbe dire, gli opporremo qui quanto René Guénon ribatteva a uno dei suoi più subdoli contraddittori (il dr. G. Mariani) che lo attaccava sullo stesso tema dalle pagine della «Revue Internationale des Sociétés Secrètes» (n. del 1° novembre 1931):

«[...] E per finire annoteremo un addebito [allégation] veramente mostruoso, contro il quale non potremo [mai] protestare in modo sufficientemente energico; si ha il coraggio di accusarci ([...]) di tendenze "materialistiche" e "politiche". Ora, e tutto ciò che abbiamo scritto lo prova più che in abbondanza, noi non nutriamo se non la più perfetta indifferenza per la politica e per tutto ciò che a essa si ricollega da vicino o da lontano, e non esageriamo nulla se diciamo che le cose che non appartengano all'ordine spirituale per noi non contano; che si possa pensare che abbiamo torto o che abbiamo ragione, poco ci importa; il fatto incontestabile è che le cose stanno in questo e non in altro modo; per cui, o l'autore dell'articolo è un incosciente, o inganna i suoi lettori per uno scopo che non vogliamo cercare di definire [corsivo nostro]».

Avremmo potuto dire più o meno le stesse cose noi stessi con parole nostre, avendo studiato l'opera di R. Guénon forse un po' più dello stesso Blondet (ma con intenzioni del tutto diverse), ma abbiamo ritenuto più efficace - perché più vero - servirci di affermazioni dello stesso Guénon dirette contro un omologo dell'autore degli «Adelphi».

La questione che più sembra aver irritato (e pour cause) gli ambienti che hanno «sponsorizzato» il libro del Blondet (4) è quella da noi sollevata nella parte iniziale del nostro studio, la questione - cioè - della falsa idea di «progresso», da essi sposata, e che ha come corollario la nozione, anch'essa errata, di un tempo che per la scienza occidentale moderna sarebbe rettilineo, in contrasto con le dottrine tradizionali che lo insegnano come ciclico. Il Blondet cerca di gettare il ridicolo su queste ultime dicendo ai suoi lettori che «non c'è da ridere come sembra»; nulla di più facile che farlo tornare serio su questo punto: basterà chiedergli se non ha mai visitato un cimitero o, lui che per il suo mestiere deve certo viaggiare molto, visto le rovine, diciamo, di Nivive e Babilonia, o di Cartagine.

Mettiamola in questi termini: è vero, come lui dice, che quel che preme ai collaboratori della «Rivista di Studi Tradizionali» è di difendere la vera iniziazione, impedendo almeno dottrinalmente che essa venga confusa con quelle che il Blondet, gli ambienti che egli rappresenta e molti altri, fanno passare fraudolentemente per tale; ma dire che questa vera iniziazione è anche la vera «dissolvitrice» può essere proprio soltanto di qualcuno che abbia totalmente svalutato la Conoscenza ad esclusivo favore del più cieco attivismo; abbagliati dalla visione dei risultati esteriori a cui conduce quest'ultimo, gli uomini moderni, ai quali i «committenti» del Blondet si sono associati, non vedono il baratro verso cui esso li porta, baratro in cui consiste la vera «dissoluzione», e considerano un male tutto ciò che possa far loro prendere coscienza della nocività di questa corsa sconsiderata. Se la Tradizione non è concepita come Conoscenza, o come avente le sue radici in essa, non è più che inerte simulacro; su questa verità inoppugnabile gli ambienti che sostengono il Blondet avrebbero qualche interesse a riflettere.

Per terminare, visto che il discorso si è fatto ormai lungo, cosa che potrebbe non piacere troppo al Blondet, dobbiamo confessare che se è vero che gli articoli che abbiamo finora scritto sull'argomento hanno avuto almeno la virtù di modificare in meglio la percezione numerica dell'autore degli «Adelphi» della Dissoluzione (il numero della pagine del nostro primo scritto, da lui valutato in un primo tempo in 40, si è qui mutato, più correttamente, in 21; la quantità dei suoi contributi per «Arcana», da uno, com'era stato da lui dichiarato in un primo momento, è diventato, più conformemente a realtà, «tre-quattro» [?]), anche la sua «postfazione» ha avuto un benefico effetto sui nostri modi di vedere. Se in origine pensavamo esserci una remota possibilità che in fondo a se stesso egli, pur dovendo per mestiere soggiacere a certe direttive, albergasse per lo meno un minimo di comprensione vera delle dottrine tradizionali, ce ne siamo dissuasi: ci è diventato evidente, ora, che quel che dice in questo libellum (tale è diventata adesso la sua definizione del proprio lavoro) egli lo pensa anche in proprio; ma questo, se solleva i suoi «committenti» di una parte di responsabilità (quella di averlo «plagiato», inducendolo ad assumere una posizione che non condivideva completamente), questa responsabilità gliela restituisce tutta; in solido.

Incurante della risposta che gli avevamo dato in proposito nel n. 84 della «Rivista di Studi Tradizionali», il Blondet continua ad attribuire a quest'ultima una supposta «dipendenza massonica», con l'intento evidente di accomunarla agli occhi dei lettori nell'atmosfera di sospetto, riprovazione e dileggio che avvolge l'organizzazione massonica in Italia, atmosfera creata con costanti e basse campagne denigratorie politico-confessionali.

Ci vediamo perciò questa volta costretti a smentirlo formalmente: la «Rivista di Studi Tradizionali» è totalmente indipendente, l'unica soggezione che riconosca, e che proclama altamente, essendo quella che cerca di mantenere costantemente nei confronti della dottrina tradizionale che si è espressa nell'opera di R. Guénon.