Con il curioso titolo di Gli «Adelphi» della dissoluzione
le Edizioni ARES di Milano hanno pubblicato alla fine del
1994 un libro tutto dedicato, come dice il suo sottotitolo, a
chiarire quelle che vengono chiamate le «strategie culturali del
potere iniziatico»; l’autore ne è Maurizio Blondet, giornalista
e scrittore a cui già si doveva un lavoro sui Fanatici
dell’Apocalisse, apparso nel 1993 presso le Edizioni IL CERCHIO
di Rimini.
Se il titolo dell’attuale lavoro è insolito, ancor più strana per
il lettore «medio» deve suonare la spiegazione, la quale è
chiaramente intesa a far pensare che il Blondet sia particolarmente
preparato nella materia; leggendo il libro ci si accorge che così è
di fatto, ma solo nel senso che egli sembra aver raccolto in tutto e
per tutto l’eredità degli errori, delle incomprensioni e
dell’animosità nei confronti dell’iniziazione e in genere
dell’esoterismo che furono tipici della rivista «Renovatio»
di Genova, ispirata dal Cardinal Siri e sostenuta dalla
collaborazione di G. Baget-Bozzo e di Piero Vassallo (1). È inoltre
palese, per la stessa costruzione del libro, che insieme a questo
già dubbio lascito Maurizio Blondet ha rilevato anche il peso della
prosecuzione ed estensione, in lingua italiana, di quella azione
antitradizionale dalle singolari caratteristiche di doppiezza e di
voluta confusione - essenzialmente rivolta contro René Guénon e la
sua opera - che viene condotta in lingua francese dalle Edizioni
ARCHÈ (un tempo anch’esse di Milano, ora apparentemente
ritiratesi in Francia), e di cui abbiamo trattato piuttosto
diffusamente nei nn. 70, 71 e 73 della «Rivista di Studi
Tradizionali».
A questa seconda bisogna il Blondet si è applicato qui in modo
più sottile e «problematico» di quanto non facessero negli scritti
da noi esaminati allora i vari Secret, Rocca, Thomas e affini, e
questa «problematicità» merita che ci si arresti subito ad
esaminarla; del resto, abbiamo già avuto modo di constatare in altre
occasioni come sia facile che nel corso di questi tentativi, diretti
o surrettizi, di screditare l’opera e la figura di R. Guénon, gli
autori dei supporti scritti si scartino a tratti, più o meno
sensibilmente, dalla linea «ufficiale» che di volta in volta
(2) si
tratta di far prevalere.
Quest’ultimo rilievo ci fa tornare alla questione della reale
competenza dell’autore a trattare la materia indicata nel
sottotitolo, competenza che, come si poteva immaginare dalla
concezione stessa di quest’ultimo (3), lungi dall’avere i caratteri
dell’effettività e della serietà, si apparenta piuttosto con una
originaria collaborazione del Blondet con la rivista «Arcana»
(più tardi «Gli Arcani») negli anni 1972-73. Tale rivista,
pubblicata dall’editrice ARMENIA di Milano, sfruttando la
propensione del «grosso pubblico» per il fenomenismo insolito e per
quello che viene chiamato abitualmente l’«occulto», raccoglieva
scritti di parapsicologia, «ufologia», spiritismo, sedicenti
tecniche yoga adattate per l’Occidente, ecc., e i contributi
del Blondet, i cui riferimenti erano fra l’altro a J. Evola,
Gurdjeff e altri dubbi autori «tradizionalisti» o
pseudo-tradizionali, lasciavano però intravedere al loro fondo una
lettura di testi guénoniani che, mai chiaramente indicata ad
eccezione di una sola occasione, era comunque assoggettata a una
interpretazione personale nettamente aberrante (4).
Se è certo questo bagaglio «culturale» del suo autore che rende
ragione dell’impressione «onirica» che si riceve da una prima
lettura degli «Adelphi» della Dissoluzione, denso di ipotesi
gratuite, di deduzioni ingiustificate e di conclusioni affrettate e
di puro comodo, è molto probabilmente anche esso che ha suggerito ai
committenti di questo lavoro l’idea di affidargliene l’esecuzione,
giacché è facile che tale sospetta «preparazione» sia da essi stata
scambiata per vera competenza, in un campo che ai più sfugge per
intero. Qualunque sia l’identità dei committenti in questione (ma
non è eccessivamente difficile capire a quali ambienti
appartengano), ciò che li ha spinti a far congegnare un simile
strumento di guerra contro l’esoterismo e l’iniziazione (perché tale
esso è ai nostri occhi) non può essere stata che la presa di
coscienza, e la preoccupazione che non può non conseguirne, della
disgregazione di cui il mondo moderno sta patendo, i sintomi della
quale si stanno manifestando a una tale velocità da far assumere a
questo mondo l’aspetto di un completo caos anche agli occhi dei più
sprovveduti.
Soltanto che, invece di ripiegarsi su se stessi e chiedersi se le
«cause seconde» di un simile disordine non possano essere imputabili
anche a loro, gli uomini che compongono questi ambienti,
sentendo forse ancora vagamente la responsabilità di essere i
depositari, per quanto indiretti, delle «chiavi» di questa
situazione, con tratto tipico della mentalità occidentale tale
responsabilità non sanno far di meglio che gettarla su qualcun
altro. Dimenticano, così facendo, la loro connivenza nell’adozione,
da parte dell’Occidente della falsa idea di «progresso» su cui il
mondo moderno è stato «costruito», connivenza che essi non hanno
tardato a mutare in indiscriminata approvazione quando hanno
accettato di trasferirla alla dottrina di cui erano i guardiani,
dottrina che non sopporta, per essere di derivazione spirituale, una
simile ibridazione (5).
Ad ogni modo, sia come si voglia di tale questione di
responsabilità che non è nostra competenza discutere, possiamo
almeno ricordare qui che sono i moderni Occidentali che hanno
individuato un «progresso» nelle caratteristiche esteriori
corrispondenti alle connotazioni «discendenti» del ciclo terrestre
in cui sono coinvolti. È evidente che si tratta di cose che hanno
una loro realtà, come tutto nella manifestazione, ma il fatto di non
essere in grado di metterle in relazione con un’epoca più generale
di quel che non sia la loro propria, ovvero di non poter situarle
qualitativamente all’interno di un ciclo più ampio di quello che è
loro permesso di percepire attraverso le loro ridotte facoltà di
intellezione, ha indotto i moderni ad attribuir loro una
«positività» che esse non hanno. Ciò è accaduto anche perché, in
corrispondenza con questo indebolimento delle facoltà intellettuali,
nella tutta recente visione della «scienza» profana il tempo è stato
concepito come sviluppantesi in modo rettilineo, quando esso è
invece ciclico nella realtà; ma questa seconda maniera di intendere
il tempo, quello che coinvolge le cose e non la vuota astrazione di
cui unicamente si occupa la fisica moderna, è resa possibile
all’uomo solo se egli adotta una prospettiva che sia il frutto
dell’esercizio, al livello delle condizioni della manifestazione, di
una facoltà intellettuale superiore che trascende e domina queste
condizioni stesse. Tale prospettiva, corrispondendo a un punto di
vista totalmente disinteressato, è la sola che possa permettere di
concepire, nel corso del ciclo, come stiano realmente le cose in
ogni epoca, e trasmetterla all’umanità è il ruolo della dottrina
tradizionale; è evidente che quando i depositari della dottrina, in
una civiltà, abbiano adottato essi stessi il punto di vista della
scienza profana, questo compito viene meno, e gli uomini sono -
letteralmente - abbandonati a se stessi, alle loro illusioni, vale a
dire, e all’ignoranza che è il prodotto delle loro facoltà inferiori
di percezione. I loro agimenti non possono allora che essere consoni
con la loro ignoranza e l’insieme delle loro volizioni ed azioni
costituirà un disordine che potrà soltanto risultare nella rovina di
tale civiltà.
È un tentativo di esame di una simile situazione di decadimento
quello che si cerca di fare negli «Adelphi» della Dissoluzione.
Esso è condotto dal Blondet con mentalità non diversa da quella che
mettevano in luce le sue produzioni giovanili per «Arcana»,
tipicamente «occultistica», cioè, e l’influsso di una lettura
distorta dell’opera di René Guénon vi è sempre presente; ma ora è
come se una mano «esterna» abbia, in più, governato la sua penna,
inducendolo a denigrare costantemente tutto ciò che proviene da tale
filo conduttore, in assenza del quale, per quanto deformato esso sia
dalla sua visione propria, il suo lavoro si ridurrebbe a una
congerie di variazioni «scandalistiche» del peggior tipo
giornalistico, capaci al massimo di attirargli qualche causa per
diffamazione se le condizioni del contesto «sociale» in cui il libro
appare fossero meno anormali. Ciò che diremo d’ora in poi di questo libro
concernerà perciò esclusivamente questo suo «filo conduttore» ora
più, ora meno dichiarato, e sarà inteso a mettere in luce le
assurdità sull’opera di René Guénon da cui esso è caratterizzato.
La prima delle osservazioni che ci sembrano imporsi è
un’osservazione di fondo concernente il ruolo reale dell’iniziazione
e degli iniziati nel corso del ciclo terrestre; abbiamo detto poco
fa che per poter situare correttamente in quest’ultimo la porzione
di esso che corrisponde all’epoca moderna occorre porsi da un punto
di vista di conoscenza disinteressata. È questo il punto di vista
iniziatico in senso proprio, il quale prescinde dalla considerazione
dell’ottenimento di qualsiasi risultato che sia soltanto individuale
o parziale e non tenga conto dei principi universali e delle leggi
cosmologiche che ne sono un riflesso; solo esseri che siano in
armonia con questi princìpi e conoscano tali leggi possono operare
in modo conforme con quello che le iniziazioni occidentali chiamano
il «Piano del Grande Architetto dell’Universo», e questo modo è
anche l’unico che permetta di non essere travolti dalle forze in
gioco.
Ci sembra evidente che un simile modo di agire non può essere
l’appannaggio di tutti gli uomini indiscriminatamente, e di fatto in
tutte le tradizioni è presente questa idea di una élite
intellettuale sulla quale si modellano le civiltà corrispondenti.
Attribuire, come fa il Blondet, a questa élite un’influenza
«dissolvente» (6), o addirittura l’intento di accelerare «la fine
dei tempi», è pura aberrazione, essendo un obiettivo di questo
genere - la dissoluzione, o dispersione - in perfetta antitesi con
il processo che porta alla conoscenza, il quale è eminentemente
sintetico. La presenza di iniziati nel senso vero della parola è, in
seno a una civiltà, la garanzia che tale civiltà è destinata a
durare; è quanto afferma René Guénon nel capitolo «Sur la notion
de l’élite» di Aperçus sur l’Initiation (pag. 274, nota
3): «Si potrebbe dire che, a motivo del movimento di “discesa”
ciclico [di “eletti”, vale a dire di esseri umani facenti parte
dell’”élite”] devono necessariamente essercene sempre di
meno; ed è possibile comprendere da ciò cosa voglia significare
l’affermazione tradizionale secondo cui il ciclo attuale si chiuderà
quando “il numero degli eletti sarà completato”».
Si potrebbe obiettare che quest’ultima asserzione di Guénon, di
cui è difficile negare l’importanza con riferimento c ciò che si
sostiene in questo libro, è troppo «generica», e può riguardare
forme tradizionali sconosciute all’autore di quest’ultimo e ai suoi
possibili lettori, cosicché, in tali condizioni, essa assume solo
l’aspetto di un’affermazione campata in aria, di puro comodo, cioè,
come quasi tutte quelle del Blondet, se non addirittura
«mistificante». Ma le cose non stanno affatto così: questa
concezione, con un espresso richiamo all’«elezione», è contenuta
nelle scritture della forma tradizionale che il Blondet ha la
pretesa di rappresentare e di... difendere; lasciamo quindi a lui il
compito di cercare dove essa si trovi nei testi della sua propria
tradizione.
Del resto, assegnare la decadenza dell’Occidente, e (aggiungeremo
noi) per suo influsso del mondo, o il suo aggravarsi, a una supposta
élite di iniziati che lavorerebbero alla decomposizione
finale di quest’ultimo, come si avanza negli «Adelphi» della
Dissoluzione, è in aperta contraddizione con le espresse,
molteplici dichiarazioni di René Guénon in proposito; si vedano, per
rendersene conto, due sue opere come Oriente e Occidente e
La Crisi del Mondo Moderno, e si legga, soprattutto, questa sua
esplicita conclusione sull’argomento che ritroviamo ancora nel
capitolo «Sur la notion de l’élite», già da noi citato: «C’è
una parola che abbiamo usato piuttosto di frequente in altre
occasioni, e della quale ci resta ancora da precisare qui il senso
ponendoci più specialmente dal punto di vista propriamente
iniziatico [...]: si tratta della parola “élite”, della
quale ci siamo serviti per indicare qualcosa che non esiste più
nello stato attuale del mondo occidentale [il corsivo è nostro],
e la cui costituzione, o piuttosto la cui ricostituzione, ci
appariva essere la condizione prima ed essenziale di un
“raddrizzamento” intellettuale e di una restaurazione tradizionale».
Se si pone mente ai testi antichi della tradizione occidentale a
cui ci riferivamo poco fa, si può comprendere perché R. Guénon parli
qui di «ricostituzione», e la sua netta denegazione dell’esistenza
attuale di qualcosa che vi corrisponda nel mondo occidentale moderno
prova che ciò a cui il Blondet attribuisce abusivamente la
denominazione di élite non è affatto quel che René Guénon
voleva dire con tale parola. Perché il Blondet favorisca una simile
confusione, se sia per incapacità propria a intendere quel che
Guénon vuol significare o - che è anche possibile -, per compiacenza
verso i suoi attuali committenti, è una cosa che riguarda soltanto
la sua coscienza; a noi premeva mettere in chiaro nel modo più netto
possibile che ciò a cui si attribuiscono in questo libro le
denominazioni di élite e di «iniziati» non è nel modo
più assoluto quel che la tradizione significa con questi termini, e
a cui Guénon fa esclusivo riferimento nel corso della sua opera; e
ciò è sufficiente a demolire l’assunto di base di questo
«Adelphi» della Dissoluzione da un punto di vista realmente
tradizionale.
Una seconda osservazione per noi importante riguarda il ruolo che
ha in questo lavoro quello che abbiamo definito l’influsso di una
lettura deformata dell’opera di Guénon, che si accompagna però a un
suo contemporaneo ripudio, più o meno volontario e sincero che sia.
Siccome si tratta di cosa non facile da capire e che, anche se
illuminante su un certo tipo di mentalità, sarebbe troppo complesso
seguire in tutti i suoi sviluppi, ci limiteremo qui a notarne la
prima manifestazione, che è del resto anche la più significativa
nella sua schizofrenica e pur ingenua illogicità.
A pag. 15, in occasione di una nota su quegli awliyâ
esh-shaytân di cui parla R. Guénon nel suo Regno della
Quantità e i Segni dei Tempi, egli prende a prestito
dall’introduzione di G. Rocca al libro di ARCHÈ da noi
recensito nel n. 70 della «Rivista di Studi Tradizionali» una
posizione critica nei confronti di `Abdul-Hâdî Aguéli, che esprime
nel modo seguente: «[...] In realtà, l’ortodossia islamica sembra
ignorare i “Santi di Satana”. Ipotizzo che Guénon debba questa
nozione al suo “iniziatore” Abdul-Hadi, [il corsivo è nostro],
al secolo John Gustav Agueli [...]; stramba figura di pittore e
poliglotta svedese [in realtà, `Abdul-Hâdî era finlandese],
spiritualista swedemborghiano e anche “contatto” dell’agente segreto
italiano Enrico Insabato presso i senussiti libici. Agueli si era
convertito all’Islam, ma per poi cadere in una vera passione per i
Malamatiyya, da lui identificati tout court con i Sufi. I
Malamatiyya (“grandissimi iniziati”, per il credulo Agueli)
s’impegnano a una pratica di mortificazione, la quale consiste nel
compiere atti che, nella vita quotidiana, procurino il biasimo (malamah)
del prossimo: ciò ha portato taluni di loro a compiere “atti
strani”, nel senso di scandalosi, aberranti o blasfemi, proprio come
quelli raccomandati in certe cerchie gnostiche occidentali. Ciò
valga - dato che citeremo ampiamente Guénon in questo saggio - come
caveat anche della credibilità di Guénon, a dispetto di tutto il suo
apparente rigore» [il corsivo è nostro].
Di questa nota compendiosa e rivelatrice metteremo in evidenza
quattro punti che caratterizzano bene lo spirito con cui è stato
congegnato tutto il libro sotto questo aspetto: 1. La pretesa di
giudicare dei criteri d’ortodossia di una tradizione a cui non
crediamo che l’autore appartenga (l’osservazione si presterebbe a
sviluppi abbastanza estesi che non possono trovare spazio qui). 2.
Il tour de main truffaldino che permette di comparare la
figura di `Abdul Hâdî (del resto ricostruita ad arte) con quella di
Guénon, al quale «si ipotizza» che il primo abbia trasmesso il dato
(di dubbia ortodossia secondo il Blondet) sugli awliyâ
esh-shaytân. 3. L’imputazione ad `Abdul Hâdî di connivenza con i
servizi segreti italiani, imputazione che servirà a trasferire puù
tardi su René Guénon il sospetto ignobile che anch’egli fosse
coinvolto in attività antitradizionali dello stesso genere (pag. 95,
in nota: a nostra conoscenza questa è la prima volta in cui si
arriva a una simile bassezza). 4. Lo straordinario tipo di «logica»
che mette l’autore in condizione, per perseguire i suoi scopi, di
servirsi «ampiamente» dell’opera di qualcuno che dichiara subito...
non credibile, nonostante gli apparenti (?) meriti di rigore e di
affidabilità!
È mai possibile che non sia passato per il capo al Blondet che se
Guénon è «inaffidabile», tutto quel che egli dirà al suo seguito,
più o meno distorto che sia (ed è un buon novanta per cento della
sostanza del suo lavoro), sarà del pari inaffidabile?
Tutto il libro è d’altronde costellato di incongruenze di questa
fatta, e va perciò letto in questa chiave: impotenza a spiegarsi le
cose di cui ci si occupa... se non ricorrendo a considerazioni che non
si condividono (ma è poi proprio vero? Dietro a questa domanda si
nasconde la «problematicità» dell’approccio «personale» di Maurizio
Blondet a Guénon...) e da cui i lettori, soprattutto, devono
guardarsi. È la condizione a cui non possono sfuggire coloro che
vogliono interessarsi di realtà più grandi della loro capacità di
capire, e i cui tardivi tentativi di spiegazione sono, per di più
intralciati da una loro propria «pseudo-dottrina» secondo la quale
certe cose non si possono (e quindi non si debbono) comprendere.
Tutta la loro avversione attuale per la gnosi) parola che non
significa altro che «conoscenza») ha la sua origine in questo
balzano qui pro quo.
Rientra nel controsenso di cui abbiamo appena detto un’altra
affermazione esplicita a proposito di René Guénon che vale la pena
di tornare a guardare da vicino. A pag. 94 degli «Adelphi» della
Dissoluzione si afferma: «Dunque, un laicista [...] può leggere
Guénon come ulteriore ad Adorno [?] per superare “la vuota tensione
verso il futuro” dell’eresia marxista francofortese [?!]. Tanto
più che Guénon non obbliga a piegarsi a un Dio da cui ci si
riconosce dipendenti. Né Chiesa né dogmi» [il corsivo è nostro].
Ci sembra inutile perder tempo a confutare nel particolare il
ripulsivo primo paragrafo, nel quale si abbassa l’opera guénoniana
al livello di una qualunque «filosofia» moderna; sarà sufficiente
dire che ogni tentativo di questo genere non può che corrispondere a
una falsificazione della dottrina tradizionale, e che un «laicista»,
qualsiasi cosa faccia o «legga», finché conserva questo suo modo di
pensare non può che restare un «ignorante», o un «profano», come
esprime letteralmente la qualifica di cui si riveste.
Più interessante invece è indagare quanto di vero ci sia, se ce
n’è, nell’apodittica affermazione che segue, e per farlo non vediamo
di meglio che riferire, se pur lungo, un testo dell’opera stessa di
René Guénon di cui già si era servito in questa rivista (n. 74) P.
Nutrizio per chiarire un analogo voluto malinteso di altro autore.
Nel capitolo VII di Iniziazione e Realizzazione spirituale,
«Necessità dell’exoterismo tradizionale», René Guénon dice
espressamente: «Molti sembrano dubitare della necessità, per chi
aspira all’iniziazione, di ricollegarsi prima di tutto a una forma
tradizionale di ordine exoterico e di osservarne le prescrizioni;
questo è del resto l’indice di un modo di sentire che è proprio
dell’Occidente moderno, e le cui ragioni sono senza dubbio
molteplici. Non ci metteremo a cercare quale parte di responsabilità
possano avere in questo gli stessi rappresentanti dell’exoterismo
religioso, portati troppo sovente dal loro esclusivismo a negare più
o meno espressamente tutto quel che va al di là della loro sfera;
[...] ma ciò che è più stupefacente, è che coloro che si considerano
qualificati per l’iniziazione possano dar prova di un’incomprensione
che, in fondo, è comparabile a quella [degli exoteristi], anche se
si applica in una maniera in certo qual modo inversa. In effetti, è
ammissibile che un exoterista ignori l’esoterismo, anche se
certamente questa ignoranza non ne giustifica la negazione; ma, per
contro, non lo è che chiunque abbia delle pretese all’esoterismo
voglia ignorare l’exoterismo, non foss’altro che praticamente,
giacché il “più” deve necessariamente comprendere il “meno”. Del
resto, questa stessa ignoranza pratica, che consiste nel considerare
inutile o superflua la partecipazione a una tradizione exoterica,
non sarebbe possibile senza un disconoscimento anche teorico di
questo aspetto della tradizione, ed è questo che la rende ancora più
grave, giacché ci si può domandare se qualcuno in cui sia presente
un disconoscimento simile [...] è realmente pronto ad affrontare il
dominio esoterico e iniziatico, e se non dovrebbe invece piuttosto
applicarsi a capir meglio il valore e la portata dell’exoterismo
prima di cercare d’andare più lontano. Di fatto, si tratta
manifestamente della conseguenza di un indebolimento dello spirito
tradizionale inteso nel suo senso generale, e dovrebbe essere
evidente che è questo spirito che bisogna prima di tutto
ripristinare integralmente in se stessi se si vuole in seguito
penetrare il senso profondo della tradizione. [...] L’adesione a un
exoterismo è una condizione preventiva per pervenire all’esoterismo,
e, inoltre, non si deve credere che questo exoterismo possa essere
rigettato quando l’iniziazione è stata ottenuta, così come le
fondamenta [di un edificio] non possono essere soppresse quando
l’edificio è costruito. Aggiungeremo che, in realtà, l’exoterismo,
ben lungi dall’essere rigettato, deve essere “trasformato” in misura
corrispondente al grado raggiunto dall’iniziato, giacché questi
diviene sempre più capace di capirne le ragioni profonde, e che, di
conseguenza, le sue formule dottrinali e i suoi riti assumono per
lui un significato molto più realmente importante di quello che
possono avere per il semplice exoterista, il quale tutto sommato è
sempre ridotto, per definizione stessa, a vederne solo l’apparenza
esteriore, vale a dire ciò che conta di meno quanto alla “verità”
della tradizione intesa nella sua integralità».
Dal testo che abbiamo citato si deduce che se il Blondet si fosse
data la pena di studiare seriamente l’opera di René Guénon (o di
riferirne onestamente?) invece di accostarla qui con il solo
intento espresso di emettere contro di essa insinuazioni false e
ingiuste, si sarebbe accorto che, anche solo da quanto ne abbiamo
estratto noi ora, discende l’assoluta impossibilità di attribuire
giustificatamente agli ambienti e agli autori che fanno le spese
personali degli attacchi contenuti nel suo libro l’attributo di
«iniziatici» nell’unico senso legittimo della parola, che è quello
tradizionale. Quali mai di essi, infatti (sia che appartengano a
gruppi di colorazione «culturale», o, a maggior ragione ancora, a
gruppi di connotazione politica in senso moderno) affermano l’idea
che per poter avere qualche pretesa a determinati risultati,
soprattutto conoscitivi, occorre che ci si assoggetti -
propedeuticamente, per così dire - alla pratica rigorosa di un
exoterismo (il che per l’Occidente corrisponde a una «religione»),
pratica che comporta, ovviamente, insieme a molte altre cose come la
«morale», quasi totalmente scomparse dalla coscienza comune, un
atteggiamento di sottomissione individuale all’aspetto «personale»
del Principio e alle Leggi da Esso «inviate» agli esseri che sono
situati nella manifestazione? Sicché, anche a tale proposito, emerge
come la verità sia esattamente all’opposto di quanto si sostiene in
questo «Adelphi» della Dissoluzione.
A una conclusione simile si arriverebbe anche se si prendessero
in considerazione ravvicinata tutte le altre occasioni in cui è
questione, in questo libro, dell’opera di René Guénon; ma non
pensiamo che valga la pena di proseguire nella nostra elencazione,
che finirebbe per essere persino tediosa per il lettore; ci
riserviamo comunque di ritornare sull’argomento se le circostanze vi
si presteranno.
Ci resta però ancora da dire qualche parola su quello che noi
riteniamo essere il perché del poco ordinario titolo dato a questo
saggio. In una lettera privata del 21 giugno 1936, René Guénon
diceva a un suo corrispondente: «Se l’adesione a un qualunque
partito [politico] è in sé una cosa indifferente dal nostro punto di
vista, non è tuttavia men vero che in tutti i partiti si esercitano
influenze che possono essere pericolose in quanto hanno
più o meno attinenza con la contro-iniziazione, la quale insinua
i suoi agenti dovunque può...». Non ci sembra totalmente fuori luogo
dire che a un pericolo del genere possono essere soggette anche le
attività che ruotano attorno alle case editrici, tenuto conto del
ruolo, politico o di altro genere più «sottile», che la stampa
ricopre in un tipo di civiltà come quella occidentale attuale.
Senonché, per poter affermare con sicurezza che si è identificato
un «luogo» in cui le influenze di cui parla R. Guénon nella sua
corrispondenza si esercitano per così dire «elettivamente»,
occorrerebbe che si appartenesse a un centro che disponga dei mezzi
atti a sviluppare un’azione tradizionale di ordine profondo, capace
di opporsi ad esse in modo non «mescolato»; ora, l’ipotesi che
esista attualmente un tale centro all’interno di un’organizzazione
tradizionale occidentale, ricordando quel che abbiamo citato di
Guénon in precedenza, è da scartare; e del resto, quando di tale
azione diciamo «di ordine profondo» è evidente che intendiamo
esercitata da esseri in possesso di conoscenze di tipo realmente
«esoterico» in senso tradizionale. Se il giudizio a cui si riferisce
il libro attuale è emesso, com’è, da un punto di vista soltanto
exoterico, punto di vista dal quale non è possibile operare con
certezza, secondo l’espressione ricordata dal Blondet, «il
discernimento degli spiriti», la natura del giudizio avrà solo la
qualità di una pura illazione, com’è del resto nel carattere del
libro stesso per espressa ammissione del suo autore.
Ma c’è di più: in queste condizioni è ben possibile che la
situazione vera sia all’opposto di quel che si cerca di far
apparire, giacché la tecnica preferita dalle forze realmente
associate alla «dissoluzione», quando si trovino di fronte a
qualcosa che temono veramente, è quella di attaccarlo
indirettamente, mescolando il vero al falso, il giusto all’errato,
proprio come si fa in questo libro (e se abbiamo citato nella nota 4
il ruolo del Verne di cui Guénon parlava, è solo perché
riscontravamo in esso un’analogia impressionante con quello del
Blondet). Casi di questo genere si sono avuti non poche volte nel
corso di tempi anche recenti, e, per quanto ciò possa stupire
qualche lettore, un esempio patente dell’applicazione di una simile
tattica antitradizionale fu l’«affare Taxil», che, come ricorda R.
Guénon nella sua opera, coinvolse i resti di quella che è l’unica
organizzazione iniziatica legittima che sopravviva in Occidente.
Quel che intendiamo dire, e che deve essere ben chiaro, è questo:
che la maggioranza degli autori che compaiono nel catalogo della
Casa editrice che potrebbe far ora le spese di questa politica tutta
speciale siano supporti di concezioni puramente profane, che taluni
di essi siano il tramite di concezioni anche antitradizionali, non è
cosa dubbia, e non saremo certo noi a sostenere che si tratti di
cosa trascurabile; ma la realtà molto più importante che è in
questione qui ed è di un tutt’altro ordine, è che tale catalogo
contiene anche alcune delle opere del solo autore che, se studiato
correttamente, può permettere di «leggere» il perché, il come e la
vera natura del mondo moderno secondo la dottrina tradizionale, e
ciò è assai temibile per la contro-tradizione (7). L’attacco contro
chi lo pubblica rappresenta perciò, a nostro modo di vedere,
essenzialmente l’occasione «coperta» per un attacco contro René
Guénon e contro la sua opera, come dicevamo all’inizio, e un segno
evidente della fondatezza di questo nostro modo di pensare è la
seguente citazione che Maurizio Blondet fa a pag. 203 di un brano di
Piero Vassallo: «[...] Grazie all’opera di Calasso e alle strategie
culturali di Adelphi, Guénon e lo gnosticismo escono dal ghetto.
[Però] non è più il tradizionalista antimoderno, ma il fomite delle
suggestioni post-moderne [?!] dalle quali ha principio la
metamorfosi crepuscolare, l’involuzione mistico-dionisiaca della
cultura di sinistra. Il catalogo Adelphi, è la radunata di tutti gli
autodistruttori e gli sconvolti, lo spaccio di tutte le profanazioni
e stupri mistici [...]. È un paradigma per la distruzione della
ragione».
Ma se c’è del vero in quel che si dice nell’ultima frase - che
non fa che dipingere le condizioni deplorevoli di questa nostra
epoca e dei suoi prodotti «letterari» (8) - c’è qualcosa che si
possa dedurre come proposta dal Vassallo, e per la sua
intermediazione dal Blondet, quale alternativa a una tale
situazione? Andiamo avanti con la citazione: «Il peggio è che
Vassallo accusa i letterati adelphiani di fare il gioco dei potenti
del mondo. “Opere che esaltano passioni sfrenate e feroci nel nome
di Kali, Shiva, Dioniso, Baal, Astarte [!?]” vengono “pubblicate da
case editrici controllate dagli gnomi della finanza e consacrate
dalle terze pagine dei giornali che sono proprietà di grandi
famiglie dell’economia”, per uno scopo preciso: diffondere “la
suggestione più odiosa del neo-illuminismo, il mito del regresso”»
[come tutto ciò è «intellettuale»!...].
Il risultato perseguito sarebbe quello di «”innalzare gli
‘eletti’ [ecco riapparire l’infame confusione da noi messa in luce
in precedenza] producendo nuove povertà e feroci miserie”, scrive
Vassallo». [...] «Questa cultura propizia l’accettazione delle “teorie
mondiali dello sviluppo zero [...]. Il sano progresso, accidente
dell’Illuminismo, è in liquidazione. È come se il Ballo Excelsior si
rovesciasse in triste danza tribale”» [il corsivo è nostro]. È
dunque questo, emblematicamente, tutto quel che offrono i
committenti di questo macchinoso, disonesto componimento per opporsi
alle tendenze dissolutive che con piena ragione vedono essere in
atto: il Ballo Excelsior?
Se già avevamo avvertito puzzo di zolfo dietro l’insistenza e il
compiacimento con cui si riportavano certi passi repellenti di
autori citati dal Blondet, questa chiusa grottesca termina di
convincerci. Una sola domanda: che cos’è che ha portato a questa
situazione? Forse che non è quello che con rivelatore abuso di
linguaggio viene qui denominato il «sano progresso»? Ed è anche
degno di menzione il buffonesco gioco di destrezza con cui si
vorrebbe far cambiare di natura all’opera di René Guénon soltanto
perché un certo numero di suoi titoli sono ora pubblicati da una
Casa editrice ormai «affermata» in Italia (9).
Concludendo queste nostre annotazioni ormai già troppo lunghe, il
cui tono forse un po’ particolare ha la sua spiegazione più che
altro nel disgusto che provavamo leggendo il lavoro che ci è toccato
esaminare, possiamo dire questo: fortunatamente questi subdoli
giochi di prestigio a cui di tempo in tempo si lasciano andare
taluni degli appartenenti a certi ambienti per darsi l’illusione di
essere ancora «intellettualmente» vivi, non sono poi così difficili
da smascherare a occhi che sappiano vedere. Una volta smascherati,
essi perdono tutto il loro «potere» negativo (e questo da solo
giustifica il tempo e l’impegno che si devono dedicare a
esaminarli), ma, scoperti che siano, essi servono inoltre a
qualcos’altro, che è più positivo: a offrire, cioè, alle persone di
sano intendimento (qualcuna ce n’è ancora) l’immagine piuttosto
ripugnante del «pensiero» che c’è dietro di essi.