Come sanno i lettori della «Rivista di Studi Tradizionali»,
l'opera di René Guénon è stata spesso fatta segno ad attacchi il cui
scopo ultimo è sempre stato di ostacolarne i normali sviluppi, ossia
di impedire che degli esseri facenti parte del mondo moderno
occidentale, stimolati dalla sua lettura, prendano coscienza delle
loro possibilità intellettuali e cerchino di attualizzarle
(1). Il
processo di attualizzazione di queste possibilità coinvolge tutte le
facoltà di un essere, e tende a ordinarle gerarchicamente rispetto a
un centro in cui risiede tutta la loro realtà; essendo queste
facoltà in rapporto con le determinazioni dell'ambiente in cui
l'essere è situato, ogni sforzo in questa direzione è potenzialmente
un rischio per la «costruzione» del mondo moderno, eminentemente
disordinata e illusoria. Non c'è perciò da stupirsi se le forze
responsabili di quest'ultima reagiscono in modo negativo a un
impulso che presentono inteso a smascherarne il carattere di inganno
e di deviazione e, soprattutto, capace di comprometterne, con i suoi
risultati, l'apparente «normalità», frutto invece di una pura e
semplice contraffazione.
Per lungo tempo gli attacchi all'opera di Guénon si sono
concretati più che altro in studi che cercavano di opporlesi sul suo
stesso terreno, vale a dire in campo dottrinale, ma quantunque
coprano ormai un arco di diverse decine di anni, il loro effetto si
è sempre rivelato inferiore alle attese dei loro autori o ispiratori
(2), e l'interesse per questo autore, invece di affievolirsi com'era
nei voti di costoro, sembra essersi accresciuto nel tempo, almeno a
giudicare dal numero di libri e di articoli che se ne stanno
attivamente occupando. Dal punto di vista da cui noi ci poniamo,
questo incremento quantitativo di interesse, se ci è permesso
esprimerci in questo modo, è lungi dall'essere, almeno da solo, un
segno positivo per gli sviluppi cui accennavamo al principio
(3),
ma ciò non toglie che possa essere considerato un pericolo
accessorio per le forze dell'antitradizione.
Constatata l'inefficienza dei soli attacchi dottrinali diretti
(4), pare che ora queste ultime si siano risolte ad affiancarli con
un altro genere di scritti, concepiti secondo criteri che, anche se
sono in apparenza molto meno pretenziosi sotto il profilo
intellettuale, devono essere giudicati più efficaci in vista dello
scopo perseguito. A farsi da strumento privilegiato di queste nuove
tecniche, che chiameremo «deterrenti» (e vedremo più tardi perché),
sembra essere un Editore italiano, il quale sta da qualche tempo
disseminando il suo catalogo con libri in lingua francese,
pubblicati a Milano e distribuiti in Francia, che raccolgono gli
scritti di autori, forse non molto noti, ma aventi la caratteristica
comune di essere stati conosciuti da René Guénon nel corso della sua
vita e di aver goduto in qualche misura della suo fiducia, o i
documenti elaborati in organizzazioni di cui egli ebbe ad occuparsi
in qualcuna delle sue opere.
Negli studi introduttivi, spesso piuttosto lunghi, e nelle note
ai testi presentati, redatti in un tono peculiare e in ogni caso
nettamente tendenzioso, talvolta si mettono in evidenza le
«debolezze», vere o presunte, dei personaggi di cui è questione, e
senza mai attirare troppo decisamente l'attenzione sul loro rapporto
con Guénon, si riportano tuttavia di tanto in tanto i giudizi di
quest'ultimo su di loro, avendo cura di scegliere prevalentemente
quelli positivi; tal altra, magari servendosi dei testi di autori
suoi contemporanei, si rinvangano invece episodi della
partecipazione giovanile di Guénon a organizzazioni
pseudo-tradizionali, evitando però accuratamente di riferire la
possibilità che tale partecipazione fosse finalizzata
all'acquisizione di elementi per la denuncia del loro carattere di
contraffazioni, o addirittura per provocarne la «demolizione»
dall'interno.
Qualche altra volta, quella su cui si punta è la debolezza
intrinseca delle opere raccolte, la quale, pur essendo evidente, non
è neppure espressamente segnalata; ciò che ci si attende allora è
che sia lo stesso lettore a trasferire su Guénon la propria
delusione per l'autore presentato, inteso che in quest'occasione si
saranno messi invece dovutamente in rilievo i loro rapporti di
fiducia. In altri casi ancora, infine, senza entrare nel merito
delle questioni esaminate, si riferisce direttamente il parere
negativo, sull'autore francese, di altri personaggi che nutrivano
qualche ostilità per lui o per i suoi scritti.
Non ci pare dubbio che in tutti questi casi i testi presentati e
le critiche più o meno dirette ad essi o ai loro autori, si tratti
di persone o di organizzazioni, siano soltanto un «falso scopo», lo
scopo vero essendo quello di suscitare tra l'opera di Guénon e i
suoi possibili lettori una barriera di discredito «indotto» più
difficile da superare, si spera, di quella che i soli studi
«dottrinali», come s'è visto, non erano riusciti ad erigere
(5).
Beninteso, tutto ciò non impedisce ai redattori di questi singolari
«commentari» di servirsi sporadicamente, in positivo, se così si può
dire, e per dare maggior peso alle loro critiche e alle loro
insinuazioni, di alcuni dei criteri tradizionali esposti da Guénon;
ne risulta un'inestricabile commistura di vero e di falso, e simile
confusione è chiaramente indicativa delle «influenze» che sono
all'origine della contorta manovra.
Già verso la fine del 1987 questo Editore aveva fatto apparire in
traduzione francese una raccolta degli scritti «minori» di Guido de
Giorgio, un convinto estimatore italiano dell'opera di Guénon con il
quale l'autore francese aveva avuto un nutrito scambio di
corrispondenza; il libro, a cui era stato attribuito l'estemporaneo
titolo di L'instant et l'Eternité, era in pratica organizzato
attorno a 23 lettere di questo carteggio, le quali, giunte
avventurosamente nelle mani dell'Editore milanese e illegalmente
usate, ne costituivano una copiosa «appendice». Com'era facile
prevedere, né gli Eredi dell'autore francese né quelli dell'italiano
erano infatti stati richiesti di un'autorizzazione alla
pubblicazione (6).
Poiché gli scritti di de Giorgio contenuti nel volume non erano,
fra gli altri suoi pochi, quelli che presentavano il maggiore
interesse, e qualcuno di essi era per di più caratterizzato anche da
una certa colorazione politica, il fatto che nell'Introduzione si
insistesse sul rapporto esistito fra il loro autore e René Guénon, e
soprattutto che si facesse passare il de Giorgio come il più
importante «discepolo» italiano di Guénon (7), poteva già far
nascere il sospetto di un tentativo di sminuire la figura di
quest'ultimo. Inoltre, le lettere contenevano prevalentemente
confidenze di R. Guénon riguardanti la sua vita privata e, fra le
altre cose, molti particolari riservati su certi attacchi di bassa
natura che egli stava subendo in conseguenza della recente
pubblicazione di un suo libro; la divulgazione di tutte queste cose
accresceva la sensazione che il libro avesse il recondito secondo
fine di dare ai lettori l'impressione la più banale possibile
dell'«uomo René Guénon», per «smitizzarne» l'immagine pubblica (è
questo un termine di cui ci si serve volentieri in queste
pubblicazioni).
Ad ogni modo, al momento dell'apparizione di L'instant et
l'Eternité l'iniziativa sembrava aver l'aria di un episodio
isolato che, per quanto rivelasse un'attitudine diffusamente ostile
nei confronti dell'autore francese, in fondo non aveva più
importanza, appunto, di quella di un episodio (8); così l'avevamo
giudicata anche noi, non ravvisando l'opportunità di una
segnalazione del libro proprio a causa del suo limitato contenuto di
idee e di un suo tono generale, più adatto a un pettegolezzo
letterario che a uno studio avente qualche rapporto con questioni
intellettuali.
Nel corso del 1988, il suo Editore l'ha invece fatto seguire da
altri tre, tutti concepiti secondo il medesimo criterio, i cui
titoli sono i seguenti: Abdul-Hâdî, Ecrits pour «La Gnose»;
Jean Reyor, Pour un aboutissement de l'oeuvre de René Guénon;
H. B. of L., Textes et documents secrets de la Hermetic
Brotherhood of Luxor. Questo ci ha fatto ricredere sul nostro
precedente giudizio restrittivo, imponendoci la constatazione che
L'Instant et l'Eternité era considerato dal suo Editore soltanto
come un suo primo tassello nel mosaico ben più vasto e complesso di
quel piano di denigrazione indotta della persona e dell'opera di
René Guénon di cui abbiamo appena parlato; tanto più che
l'intrapresa editoriale milanese ha fatto apparire, nello stesso
periodo, anche il primo numero di una rivista, Charis, Archives
de l'Unicorne, pure essa redatta in lingua francese, la quasi
totalità dei cui articoli lascia ancor più chiaramente comprendere,
se fosse possibile, l'indirizzo da noi rilevato (9).
Abdul-Hâdî:
Ecrits pour «La Gnose»
Il libro dedicato ad Abdul-Hâdî, che raccoglie i suoi scritti e
le sue traduzioni dall'arabo pubblicati nella rivista La Gnose
(1909-1912), non è che un pretesto per una lunga introduzione sulla
figura dell'autore. In questa introduzione la considerazione del
valore intellettuale degli articoli presentati non è neppure
sfiorata, così come non vi è fatta la minima menzione
dell'eccezionalità dei testi di cui Ivan Aguéli dà per la prima
volta in Occidente una traduzione svincolata dai pregiudizi
accademici degli «orientalisti» ufficiali. È evidente che ciò che
interessa il curatore della pubblicazione è in primo luogo dare ai
lettori la sensazione la più meschina possibile di alcuni «tratti
caratteriali» del personaggio Aguéli, tratti la cui fonte di
informazione sembra sostanzialmente essere un solo testo biografico,
messo insieme su criteri il più superficialmente «storici»,
pubblicato nel 1940-41 a Stoccolma da A. Gauffin con il titolo
Ivan Aguéli, Manniskan, mistikern, målaren (Ivan Aguéli,
l'uomo, il mistico, il pittore).
In apertura del suo studio, l'introduttore G. Rocca dà libero
sfogo alla sua malignità insistendo sul fatto che La Gnose
presentava Abdul-Hâdî, all'inizio della sua collaborazione, come un
«Asiatico che non rivendica altro titolo se non quello di "studioso
islamico"», e si compiace di qualificare di «mistificazione» tale
presentazione (è ovvio che egli pensa che l'autore ne sia Guénon,
tenuto conto che questi era il direttore della rivista...) perché,
così dice, «si sa che Abdul-Hâdî non era altro che il nome islamico
dello Svedese John Gustaf Ageeli...»; «Islamita - egli aggiunge -
anche se di elezione? Sia. Ma perché "Asiatico"? Forse perché aveva
"dei curiosi lineamenti, più uralo-altaici che indo-europei", come
li descrive Patrice Genty che l'aveva incontrato più volte da Dujohl
et Thomas?». Ironia a buon prezzo, ma sprecata, visto che Guénon,
che lo conobbe certamente meglio di Patrice Genty, sapeva molto
bene, come si deduce dalla sua corrispondenza personale, che Ivan
Aguéli era di origine tartara, quindi evidentemente Asiatico
(10). A
meno di pretendere che il criterio tutto moderno e posticcio della
«nazionalità» prevalga su quello ben più profondo e «vitale» della
razza, cosa che non stupirebbe minimamente da parte
dell'introduttore.
Sempre da un apprezzamento puramente esteriore proviene poi la
considerazione che «comunque sia, i lunghi anni che Aguéli aveva
passato in Oriente, e la sua propria adesione all'Islam provenivano
unicamente dall'appropriazione di un certo spirito orientale,
penetrato di un amore che partiva da una simpatia istintiva per la
mentalità orientale (...)»; come se questo genere di considerazioni
si potesse dedurre da un libro, e da parte di qualcuno, per di più,
che non ha certo potuto conoscere personalmente il personaggio di
cui si occupa, essendo questi morto almeno settant'anni fa...
(11).
Il solo riferimento che si fa nell'introduzione agli scritti veri
e propri di Abdul-Hâdî è quello che verte sulla propensione di
quest'ultimo per la pittura (oltre che approfondito studioso di
linguistica era egli stesso infatti pittore); di questo argomento G.
Rocca parla in questi termini: «Cosa pensare infine delle
osservazioni minuziose sull'arte pittorica e dei giudizi argomentati
(?) sui quadri di Daumier, di Cézanne o di Chardin, di Picasso, di
Le Fauconnier, di Léger o di Gauguin, da parte di un fedele di una
religione che, come l'Islam, condanna l'arte figurativa?» E cosa
pensare, si potrebbe aggiungere, di qualcuno che pretende di
«conoscere il cuore» di Ivan Aguéli, cioè, come abbiamo visto, le
vere ragioni per cui egli entrò nell'Islam, e ignora (o finge di
ignorare, a beneficio degli Occidentali che vuole difendere da
simile «inquinamento») che una parte importante degli aderenti a
questa tradizione, per fare un solo esempio quelli dell'area
persiana, sfuggono parzialmente al rigore della norma iconoclastica,
valida in modo stretto più che altro per gli Arabi? E poi, perché
limitare l'adesione di Abdul-Hâdî alla religione islamica,
quando è evidente che essa andava ben al di là dell'aspetto
exoterico di tale tradizione per attingere al Tasawwuf, che
ne è l'aspetto interiore, o «esoterico»?
Ma dove il partito preso del «censore» di Abdul-Hâdî ha modo di
esprimersi più diffusamente è indubbiamente nell'affrontare il tema
di quello che egli chiama il suo «carattere instabile», giudicandolo
in base ad alcuni episodi, in verità ben pochi ed estremamente
marginali e irrilevanti, anch'essi principalmente ripresi dallo
studio biografico a cui abbiamo accennato; è questo il terreno di
elezione, se così si può dire, delle argomentazioni di questa serie
di libri, in cui ci si compiace, come già abbiamo accennato, di
mettere in rilievo le falle, o le «debolezze», dei personaggi che si
prendono di mira, quasi a volerne fare un monito per tutti coloro
che sarebbero tentati di seguirli nello loro scelte sotto la spinta
di un'adesione intellettuale per le dottrine che espongono, o, come
in questo caso, fanno intravedere.
Ciò che ci si guarda bene dal prospettare al lettore attuale, è
lo stato delle conoscenze e della mentalità occidentali nei
confronti delle dottrine tradizionali nell'epoca in considerazione,
vale a dire a cavallo tra i secoli XIX e XX, prima cioè delle
magistrali chiarificazioni di René Guénon in tale materia; questo
vale in particolare per il richiamo che, proseguendo nel suo
tendenzioso esame del poco che si sa da documenti scritti della vita
di Abdul-Hâdî, G. Rocca fa con compiaciuta insistenza alle sue...
letture giovanili, le quali contavano, secondo la testimonianza di
un amico, «i libri cinesi (?), lo Hatayoga in inglese (?!), la
Vera Religione cristiana di Swedenborg e un libro
sull'occultismo di Papus», traendone la conclusione che si trattava
«grosso modo del bagaglio di chiunque si dedicasse alle
dottrine spiritualistiche». Ma quali testi avrebbe potuto consultare
a quel tempo Ivan Aguéli, che lo potessero mettere in condizione di
evitare l'incontro con la «Società Teosofica» (a cui sembra abbia
aderito «verosimilmente (12) fino al 1910») e, soprattutto, quali
testi che provenissero da rappresentanti dell'intellettualità
tradizionale occidentale, che avrebbero dovuto normalmente fornire
alle individualità eventualmente qualificate mezzi per difendersi da
simili pseudo-dottrine... se fossero esistiti in quel periodo? E non
sembra al Sig. Rocca che possa avere un suo significato il fatto che
se il rapporto di Abdul-Hâdî con gli ambienti «teosofistici» cessò
verso il 1910, è proprio questo l'anno in cui egli incontrò e
incominciò a frequentare l'allora ventiquattrenne René Guénon?
Quest'ultima considerazione ci riporta all'insistenza con cui G.
Rocca sottolinea in tutta la sua Introduzione gli aspetti
«caratteriali» di Ivan Aguéli. A questo proposito, non vediamo quale
tipo di conoscenza, se non la più opinabile delle induzioni avente
origine in una scoperta malafede, può giustificare la sua
conclusione che, se «non fa dubbio che le relazioni tra Aguéli e
l'ambiente della Gnose non furono di durata molto lunga, per
contro l'influenza che lo Svedese esercitò su uno dei redattori
della rivista, René Guénon, fu invece lunga». Cosa intende dire
l'introduttore con queste parole? Che i principi dottrinali esposti
nella loro forma propriamente islamica nei testi tradotti da
Abdul-Hâdî e nei suoi stessi lavori, e pubblicati nella Gnose,
furono in seguito ripresi da Guénon nel corso di tutta la sua opera
e adattati quanto all'esposizione ai modi di pensare e alla
mentalità dei destinatari occidentali dei suoi scritti?
Evidentemente no, perché di simili considerazioni nel suo lavoro non
c'è neppure l'ombra, e del resto, in questo caso, non si potrebbe
effettivamente parlare di una semplice influenza individuale
(13).
È chiaro invece che quel che preme al Rocca è di accostare alla
figura di René Guénon quelle che egli considera le «eccentricità» di
Abdul-Hâdî e non assolutamente, checché ne dica, di addentrarsi
nell'esame degli elementi di un altro ordine che possono essere
intervenuti in un rapporto le cui modalità sono del resto tali da
sfuggire completamente ai suoi mezzi di indagine (14). Tant'è vero
che subito dopo l'ambigua e artificiosa annotazione riguardante
l'influenza esercitata da Aguéli su Guénon, il Rocca aggiunge sì che
«l'analisi di tutti i fattori che entrarono in gioco in questo
rapporto sarebbe (...) troppo lunga e circostanziata», ma la natura
di questi fattori, come egli li immagina, deve essere così banale,
che per tutto esempio della loro complessità trova opportuno
riportare in nota una saccente disquisizione sull'.. esattezza
dell'anno a cui far risalire «l'adesione di Guénon all'Islam»
(15)!
Da parte nostra, noi diciamo che se veramente egli avesse voluto,
potendolo fare, gettare un po' di luce «intelligibile» sul
personaggio Aguéli, e forse anche su taluni aspetti della sua vita
che eccedono la comprensione «borghese» di chi confonde
l'intellettualità con il prodotto di un comodo studio da biblioteca
o da salotto, non avrebbe dovuto trascurare la considerazione del
peso che incombe sugli esseri che si sono fatti in qualche misura
portatori di essa nell'Occidente moderno, e delle reazioni a volte
strane a cui sono esposti da parte dell'ambiente. Ci rendiamo però
conto che richiedere questo a G. Rocca sarebbe stato pretendere da
lui un comportamento contro natura, tenuto conto che lo scopo del
suo studio era invece proprio di far nascere nel lettore il dubbio
che certe caratteristiche singolari del personaggio Aguéli,
diventate «fenomeni di vasta portata che siamo abituati a
considerare come realtà correnti nel panorama del mondo
contemporaneo», sono imputabili all'influsso dell'«azione pubblica
degli ambienti teosofistici e spiritualistici nella Parigi mondana
della fine del secolo scorso». E, aggiungiamo noi, saranno dal
lettore sprovveduto riferibili anche a Guénon attraverso
«l'influenza» presunta di Aguéli; e che questo avvenga è, in fin dei
conti, l'altro obiettivo, quello recondito, dello studio.
È irrilevante per G. Rocca che questo «trasferimento» sia una
vera e propria mostruosità, di fronte all'opera lasciata in eredità
da René Guénon all'Occidente; non gli importa che sia da lui che
venne il primo, e anche l'unico studio che abbia demolito alla
radice ogni pretesa della Società Teosofica al possesso della sia
pur minima parcella di intellettualità vera, a forma orientale od
occidentale (16); non importa che nell'opera di Guénon ci siano
degli scritti come «A propos de conversions» e «Cérémonialisme
et esthétisme», che fanno giustizia da soli di gran parte delle
tendenziose «pietre d'inciampo» di cui dissemina il suo testo: G.
Rocca è evidentemente un convinto assertore della produttività di
quella miserabile «filosofia» che si riassume nell'esortazione, ben
occidentale e ben moderna, «Calunniate, calunniate, qualcosa
resterà»!
Alla fine dell'Introduzione di G. Rocca e immediatamente prima
degli scritti veri e propri dovuti ad Abdul-Hâdî, una pomposa
Nota dell'Editore informa i lettori che «Soltanto i testi
apparsi nella Gnose sono originali e integrali in modo vero e
proprio, giacché le riedizioni ulteriori, nel corso dei decenni,
hanno tutte subito amputazioni insignificanti (...) e tuttavia
significative [forse sarebbe meglio scegliere], volte a presentarli
come irreprensibili sotto tutti gli aspetti, e a dare
un'immagine non oscurata del loro autore». Si aggiunge subito dopo
che «Nel caso, tutto speciale, delle "Pagine dedicate a Mercurio",
la Redazione della Rivista di Studi Tradizionali di Torino
(1971, gennaio-giugno, n. 34) ha ritenuto più opportuno dare in
traduzione italiana soltanto un terzo dell'articolo (...)».
Segnaliamo a questo Editore, così solerte nel curare che giunga
ai suoi lettori l'informazione corretta (soprattutto nel dettaglio
insignificante - e qui il termine è appropriato -, inteso che quanto
all'essenziale le cose in casa sua vanno come stiamo descrivendo),
che la scelta del brano riprodotto dalla Rivista di Studi
Tradizionali corrispondeva a quel che la redazione pensava
potesse interessare, dell'articolo in questione, il suo genere di
lettori, un po' diversi certamente da quelli che si augura di avere
lui, che condividano cioè l'opinione dei suoi collaboratori di poter
far discendere l'opera di Guénon dall'«influenza» esteriore di
qualsivoglia autore; e che inoltre questa scelta non era fatta
all'insaputa dei lettori (come sembra suggerire la sua Nota),
poiché una breve annotazione a pie' di pagina accompagnava il titolo
in questo modo: «A titolo di documentazione, riproduciamo parte di
un articolo di Abdul-Hâdî apparso nel numero di gennaio-febbraio
1911 di La Gnose».
È necessario aggiungere che il fatto che questo speciale
«Editore» se la prenda con noi in modo così inaspettato e incongruo
non ci fa neanche dispiacere...?
Jean Reyor:
Pour un aboutissement de l'oeuvre de René Guénon
In questo libro, il quale è il primo di una serie che l'Editore
milanese prevede di tre volumi, sono raccolti «gli articoli di Jean
Reyor apparsi dopo la guerra negli Etudes Traditionnelles e
nel Symbolisme [rivista di ispirazione massonica che cessò le
pubblicazioni nel 1972]».
Jean Reyor fu il più utilizzato fra gli pseudonimi di cui il
saggista francese Marcel Clavelle si servì per firmare i suoi
numerosi lavori, in genere di commento all'opera di René Guénon e in
tutti i casi sempre su argomenti tradizionali; tali lavori coprono
un periodo che va dal 1929 al 1971, se si fa eccezione per uno
scritto comparso sul Cahier de l'Herne dedicato a René Guénon
nel centenario della sua nascita, e che risale al 1985.
Indubbiamente questo pseudonimo è anche il più conosciuto di quelli
da lui adottati, ma ciò non giustifica il fatto che J. Thomas,
autore di una breve Prefazione all'attuale raccolta, la presenti
come una riunione degli scritti di Jean Reyor, quando due di quelli
che vi compaiono furono redatti sotto il nome di J. Hugonin, com'è
detto nell'Indice; così facendo, egli lascia intendere che J.
Hugonin fosse uno pseudonimo di J. Reyor, mentre questo era già a
sua volta uno pseudonimo. È vero che una laconica nota alla fine
della Prefazione segnala la morte di Marcel Clavelle, avvenuta
mentre il libro era in corso di stampa; però essa non impedisce che
il lettore di fresca data di questi argomenti tragga da tutto ciò
un'impressione di confusione, e in ogni caso, senza la scomparsa del
loro vero autore, egli non sarebbe mai venuto a sapere come stavano
le cose, almeno da questo libro.
Nel «piano» antitradizionale che stiamo esaminando, questo volume
occupa un posto a prima vista improprio, e il suo titolo ne segnala
così manifestamente l'anomalia, da far dubitare che vi si inserisca
realmente. Esso dà per accettata l'opera di R. Guénon, con le sue
premesse e con le sue conclusioni generali, e questo non sorprende,
poiché raccoglie gli scritti di qualcuno che entro limiti ben
definiti e con tutte le riserve attinenti a questo termine quando
sia applicato all'autore francese, si può qualificare come un suo
«collaboratore»; ciò che stupisce, perché nettamente in contrasto
con lo spirito di questi libri, è che nella Prefazione, invece di
trovare espressioni e riferimenti più o meno copertamente ostili o
denigratori nei confronti di Guénon o dell'esoterismo e
dell'iniziazione, si rilevino frasi di aperto elogio per l'uno e di
favore per gli altri. In essa si dice infatti che «i più
rimarchevoli studi di Jean Reyor, al momento della loro comparsa,
(...) ebbero un ruolo di guida e di aiuto senza equivalenti» per
l'«apprendimento del messaggio tradizionale rivelato da Guénon»;
si afferma che «oggi, grazie a questa riedizione molto opportuna,
questi stessi lavori possono di nuovo guidare e illuminare (...)
coloro che sentono un bisogno vitale di realizzazione spirituale in
seguito al loro incontro incancellabile con R. Guénon»; e si
conclude affermando che «questi scritti (...) sono raggruppati (...)
intorno alle questioni di atteggiamento e di orientazione generali
che possono porsi a coloro che aspirano all'iniziazione e alla
realizzazione spirituale» [i corsivi sono nostri].
Ricordando le ambigue e velenose allusioni agli stessi concetti
contenute negli scritti da noi esaminati in precedenza e, come
vedremo, in quelli di cui abbiamo ancora da occuparci, si potrebbe
persino pensare che questo singolo libro sia stato incluso per una
svista nel catalogo dell'Editore milanese, o che quest'ultimo abbia
voluto con esso fare un lodevole sforzo di imparzialità, e
compensare con qualcosa di positivo tutte le negazioni e le
opposizioni più o meno dirette di cui sono farciti gli altri titoli.
In realtà le cose stanno in modo notevolmente diverso, e qui è la
stessa elaborata organizzazione del piano globale, a cui è affidata
la sua forza apparente, che costituisce paradossalmente la sua
debolezza; in effetti, se il senso di uno degli elementi che lo
compongono può sfuggire quando lo si esamini separatamente dagli
altri, il situarlo nel loro insieme ne mette sorprendentemente a
fuoco le reali intenzioni.
Ponendosi da questo punto di osservazione più globale è
abbastanza facile rendersi conto, non foss'altro che da certe
reticenze verbali, che nel presentare questa riedizione «molto
opportuna» degli articoli di Jean Reyor si è adottata la tattica,
non priva di astuzia e spesso efficace, del «bacia la mano che non
puoi tagliare», a beneficio, come del resto dice l'introduttore, di
«certi guénoniani convinti», i quali «dopo essere stati toccati in
profondità dall'opera di René Guénon aspirano all'iniziazione e alla
realizzazione spirituale».
L'anomalia del titolo e il tono stranamente accondiscendente
dell'introduzione hanno in effetti una specifica ragion d'essere nel
particolare pubblico a cui il libro è destinato, pubblico che si
pensa irrimediabilmente acquisito all'opera di René Guénon ma che,
per averla assimilata in modo ancora soltanto «mentale», si spera
sia sufficientemente sprovveduto da non sapere che l'«avversario» sa
essere «loico», per usare un'espressione dantesca.
Resta da determinare il vero scopo di questa manovra nella
manovra; e, a questo proposito, se la «qualità» degli altri elementi
del «piano» fa già sospettare che sia opportuno adottare nei
confronti di questo libro un atteggiamento di salutare prudenza,
considerando inoltre il fine ultimo che perseguono le forze
dell'antitradizione nell'opporsi all'opera di René Guénon, si è
definitivamente illuminati.
Abbiamo detto che tale fine è di impedire che degli esseri che
fanno parte del mondo moderno occidentale, presa coscienza delle
loro possibilità intellettuali, cerchino di attualizzarle; quale
miglior modo di rendere sterili i loro sforzi che presentar loro la
possibilità «di un nuovo pseudo-esoterismo di un genere un po'
particolare, destinato a dare un'apparenza di soddisfazione a coloro
che non si accontentano più dell'exoterismo, pur distogliendoli
dall'esoterismo vero al quale si pretenderebbe opporlo»
(17)? E, di
fatto, nell'Introduzione di J. Thomas (che se è uno pseudonimo si
dovrà ammettere che è stato scelto con un discreto cattivo gusto)
non mancano le allusioni più che chiare agli «elementi realmente
tradizionali» che nel nostro caso si farebbero intervenire nella
«costruzione» di questo pseudo-esoterismo.
Non ci diffonderemo qui sull'argomento della sopravvivenza,
nell'area occidentale, di organizzazioni che «possono rivendicare
un'origine tradizionale autentica e una trasmissione iniziatica
reale» (18), né sulla necessità, nella situazione attuale, che esse
siano «rivivificate» per portare ai risultati a cui tende l'opera di
R. Guénon; o su quello dell'adeguatezza, o no, dei riti propri alla
forma tradizionale exoterica, presente nella stessa area, «nelle
condizioni attuali (...), a servire come base o come punto di
partenza per una realizzazione iniziatica» (19); nella Rivista di
Studi Tradizionali si è in passato trattato in modo così chiaro
e così esauriente di questi temi che non ci sentiamo tenuti a
riparlarne in questa occasione.
Ci limiteremo a osservare che parlare di una «forma tradizionale
vivente» con riferimento al rapporto attuale di queste due
particolari entità - esoterismo occidentale e base exoterica a forma
propriamente occidentale - è quanto di meno conforme allo spirito
dell'opera guénoniana si possa pensare; eppure proprio questo si
afferma con noncurante semplicismo nella Prefazione di questo libro;
così come vi si insiste, in termini che non lasciano dubbi sulle
preoccupazioni fondamentalmente exoteriche soggiacenti a tutto ciò,
sull'«assoluta necessità, preliminare rispetto a qualsiasi
vocazione iniziatica effettiva (?), dell'osservanza delle
obbligazioni rituali e regolamentari emanate dalla gerarchia
religiosa competente», quando, sempre con riferimento alla forma
exoterica in questione, R. Guénon si esprimeva in questi termini
(lettera privata dell'aprile 1935): «Quanto ai riti cattolici, è ben
vero che, (...) benché siano di ordine unicamente religioso e non
iniziatico, i loro effetti sono tutt'altro che trascurabili.
Soltanto che, sotto un altro profilo, non bisognerebbe rischiare
che ciò diventi un ostacolo in rapporto a possibilità di un altro
ordine», o ancora più precisamente (lettera privata, sempre del
1935): «Diffidi dei riti religiosi, fintantoché non abbia ricevuto
nient'altro. Essi la mantengono nei limiti dell'individualità»
(20).
E poiché nella Prefazione si dice che in essa si è «cercato di
estrarre gli aspetti maggiori degli studi che Reyor, sempre
rispettoso dello spirito dell'opus guénoniano, fu portato a
redigere», il contenuto dei due estratti di lettere da noi riportati
mostra chiaramente quanto sia azzardata tale affermazione, o anche,
quanto sia difficile - per non dire impossibile, senza l'appoggio di
una guida sicura - trattare delle tecniche concernenti il «maneggio»
delle «influenze spirituali», sia pure soltanto in campo exoterico,
quando non se ne sia ricevuto il regolare specifico mandato
tradizionale, o non se ne possegga la conoscenza diretta.
A maggior ragione ciò vale quando si passi al dominio esoterico;
sotto questo profilo, riterremo la seguente posizione di J. Thomas:
«Partendo da questa base generale [le condizioni per una
realizzazione spirituale effettiva], ed esaminando il caso presente
della Massoneria, le sue riflessioni [di Jean Reyor] l'hanno
condotto ad abbozzare le modalità generali secondo cui certe (...)
parti componenti, attualmente assenti dal "Deposito" massonico
obbedienziale, potrebbero essere nuovamente rese accessibili, e ciò
in funzione dei risultati ottenuti da coloro che avessero saputo
bussare validamente alla porta che si apre sul Regno dei Cieli».
Anche qui ritroviamo il ricorso a un elemento induttivo, ed
esclusivamente ipotetico - le «riflessioni» di Jean Reyor -, mentre
sono invece in gioco le leggi assolutamente «positive» di una
scienza tradizionale di messa in opera dei riti (in questo caso
iniziatici), le cui condizioni di efficacia si conoscono o non si
conoscono, e nuovamente il prevalere, nella proposizione finale, di
preoccupazioni di tipo preminentemente exoterico (giacché non fa
dubbio che il «bussare validamente» corrisponde per l'autore
all'«osservanza delle obbligazioni rituali e regolamentari emanate
dalla gerarchia religiosa competente»), quando abbiamo visto cosa ne
pensava R. Guénon allo stesso fine.
Tenendo conto di quanto abbiamo detto finora, si vede che
l'anomalia di questo libro scompare totalmente anche per ciò che
riguarda le tecniche generalmente adottate nell'impostazione delle
parti costitutive del «piano»; dicevamo infatti all'inizio del
nostro articolo che una di esse consiste nel mettere in evidenza
debolezze vere o presunte di personaggi che sono stati vicini a
Guénon e nel far ricadere in modo subdolo su di lui e sulla sua
opera il discredito o la confusione che si cerca di suscitare al
loro riguardo: in questo caso è stato sufficiente riprendere pari
pari certe conclusioni realmente non conformi allo spirito
dell'opera guénoniana, a cui, dopo la morte di Guénon, era arrivato
autonomamente J. Reyor circa, non già la dottrina, ma le sue
applicazioni concernenti la direzione da dare a eventuali sforzi per
un «raddrizzamento» tradizionale dell'Occidente (e quindi
l'auspicabile ricostituzione di un'élite intellettuale), e il
gioco è stato fatto.
Ad ogni buon conto, e anche facendo astrazione dalle dubbie
posizioni di J. Reyor in tal modo «riciclate», per quanto J. Thomas
si sforzi di esprimersi in modo favorevole agli intendimenti
generali di R. Guénon con espressioni accattivanti e lusinghiere per
«certi guénoniani convinti», non può evitare due riferimenti alla
reale mentalità che è dietro a tutto ciò, mentalità che, mentre dà
la misura dell'«orizzonte intellettuale» dei suoi ispiratori, fa nel
contempo suonare false e perfino grottesche queste diplomatiche
attestazioni di stima. Intendiamo riferirci a questi due passi:
«All'epoca della loro comparsa, gli articoli di Jean Reyor hanno
efficacemente aiutato certuni nei loro sforzi per definire e mettere
in opera la loro propria "strategia spirituale" (sic!). Per altre
persone, questi studi hanno permesso di scongiurare pericoli più o
meno funesti» e «(...); essi contribuirono in modo determinante
a operare anche salutari riorientamenti spirituali».
Non è difficile identificare in questi «pericoli più o meno
funesti» l'integrazione di lettori «toccati in profondità dall'opera
di René Guénon» in tradizioni ortodosse e complete dal punto di
vista della vitale presenza, in esse, dell'aspetto esoterico, come
nel caso di... Abdul-Hâdî, per esempio. Espressioni di questo
genere, brutalmente negative nella loro sostanza anche se pretendono
di essere sottilmente allusive, dovrebbero far capire quale abisso
separi l'opera di Guénon, permeata dall'unica preoccupazione del
Vero, dalle intenzioni più o meno ben dissimulate di coloro che,
ripresentando ora questi articoli, sono manifestamente incapaci di
prescindere da una prospettiva particolaristica e «locale», che li
spinge a difendere innanzitutto determinate forme, incuranti, a loro
proprio detrimento, del fatto che la vera ricerca da attuare, dopo
aver assimilato l'opera di Guénon, è quella della «presenza», dietro
le forme, dello spirito, che mentre le trascende è anche la loro
unica ragion d'essere e solo può vivificarle.
E dire che fra i testi stessi che ripubblicano in questo libro,
con ben altre preoccupazioni che la ricerca della verità, ci sono
anche dei passi che esprimono in termini chiarissimi, caratterizzati
da quell'indubbia nobiltà che per molti versi contraddistingueva il
loro autore, l'assoluta preminenza che chi persegue uno scopo
puramente intellettuale deve dare, nel momento delle scelte, alla
considerazione del Vero sulla semplice propensione o comodità
individuale, singola o... di gruppo. Non foss'altro che per onorare
la memoria di J. Reyor, a cui noi stessi dobbiamo moltissimo nel
campo delle «scelte» corrette, ne riporteremo qui alcuni, che fra
l'altro avranno anche la virtù di chiarire ulteriormente quel che
intendevamo con le nostre parole di poco fa.
A proposito dell'«aspirazione verso la Conoscenza metafisica
effettiva, che è tutt'altra cosa che il desiderio di possedere una
somma di conoscenze particolari, fossero pure di ordine iniziatico»,
egli diceva: «tale aspirazione deve essere pura e senza mescolanza,
intendiamo dire che essa non deve accompagnarsi al desiderio di
raggiungere qualche fine particolare, e soprattutto che la
Conoscenza non deve essere ricercata in vista
dell'ottenimento di uno scopo particolare qualsiasi, cosa che
sarebbe un vero e proprio rovesciamento dei rapporti normali tra ciò
che è d'ordine metafisico e ciò che è d'ordine cosmologico». E
ancora: «Nella prospettiva che adottiamo e che è quella della
realizzazione metafisica, non c'è da distinguere tra le diverse
specie di azioni possibili: un'azione detta "buona", compiuta con
"attaccamento" (e c'è attaccamento tutte le volte che l'azione
diventa un fine per l'individuo) lega l'essere al Divenire
altrettanto quanto un'azione qualificata come "cattiva", anche se la
differenza di tendenza di tali azioni può comportare per l'essere
considerato conseguenze diverse all'interno del Divenire».
E quanto all'attitudine da avere nei confronti dei mezzi di
appoggio dello sforzo da operare individualmente per passare dalla
conoscenza teorica alla realizzazione effettiva, egli concludeva con
queste parole: «Se è normale e legittimo che degli uomini che hanno
una aspirazione spirituale si augurino il raddrizzamento e la
rivivificazione di questa o quell'altra organizzazione tradizionale,
e lavorino ad essi nella misura delle loro possibilità, sarebbe
causa di profondo rammarico se certuni giungessero a considerare
come scopo la "salvezza", la potenza o la gloria di una
qualsiasi organizzazione, manifestando in tal modo, nei confronti di
una realtà contingente, un attaccamento che non è dovuto se non al
Supremo. Costoro attesterebbero con ciò una mancanza di
qualificazione che rischierebbe di renderli inadatti a essere
utilizzati in vista di ciò stesso che essi così vivamente si
augurano e a esserne i beneficiari spirituali [il corsivo è
nostro].
È scritto: "Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia e il resto
vi sarà dato per sovrammercato", quel resto che comprende la
Manifestazione tutta intera».
A questo punto ci si può chiedere com'è possibile che qualcuno
che sul piano dottrinale ha scritto cose come queste, sia poi giunto
a posizioni in così flagrante disaccordo con quelle suggerite da
Guénon in campo applicativo e da noi ricordate; aiuta a spiegare con
relativa facilità questo «enigma» l'osservazione, che il
presentatore di questi scritti ha omesso di fare per ignoranza, o ha
voluto trascurare per dolo, che molti degli articoli della serie da
cui sono tratte le nostre citazioni erano sottoposti in lettura da
Jean Reyor a Guénon prima della loro pubblicazione. In effetti, ciò
avvenne per gli scritti di commento agli Aperçus sur l'Initiation
(che costituiscono la seconda parte del libro) a partire dal quarto
e fino al terz'ultimo compreso, come dichiara lo stesso Reyor in un
articolo del 1952. Per cui, per questi lavori, ma per questi
soltanto, si può dire che costituiscano in certo qual modo un
«prolungamento» dell'opera di René Guénon; e ad ogni buon conto, per
tutti gli articoli di Reyor scritti fino alla fine del 1950, vale a
dire durante la vita di Guénon, esisteva sempre la possibilità che
gli argomenti da lui toccati e suscettibili di rettificazione
fossero da Guénon ripresi e riproposti correttamente.
Dal 1951 in poi, con la scomparsa di quest'ultimo, venuta a
mancare tale azione di appoggio, diventò molto più rischioso per
questo suo «collaboratore» intervenire nella materia esaminata, o,
in altri termini, egli si trovò costretto a sopperire con le sue
sole facoltà di raziocinio agli elementi propriamente conoscitivi
che gli venivano dal suo contatto personale con René Guénon; e in un
campo, per di più, dove avevano una rilevanza determinante le
conoscenze dirette, insieme metafisiche e cosmologiche, che
permettevano a Guénon di indirizzare gli sforzi degli Occidentali
«toccati» dalla sua opera in direzioni conformi con l'«ispirazione»
che ne è all'origine.
Questo non vuol dire che noi escludiamo che qualche altro essere
abbia potuto assimilare queste direttive e impersonarle, in virtù
delle sue qualificazioni intrinseche, del suo atteggiamento nei
confronti dello spirito dell'opera guénoniana e della stessa persona
di Guénon, e per il suo sforzo interiore (21), ma per J. Reyor
diventava ora molto più difficile, fino a risultare impossibile,
assentire alla forma di tali direttive a causa della posizione
diversa in cui si veniva a trovare e per le sue stesse naturali
disposizioni. Un'eco di queste difficoltà i nostri lettori l'hanno
potuta trovare nello scambio di articoli che ebbe come campo di
manifestazione la rivista massonica Le Symbolisme, dove J.
Hugonin (M. Clavelle) e F. M. dibatterono la correttezza e la
profondità dei rispettivi punti di vista riguardo agli sviluppi
applicativi a cui porta l'opera di René Guénon. Tale dibattito si
chiudeva sull'ultimo dei due studi di F. M. da noi ripresentati e
con una breve nota di Hugonin in chiusura di un suo articolo, che
appariva nello stesso numero di Le Symbolisme; da parte sua,
la direzione della rivista francese concludeva lo scambio di pareri
con una laconica osservazione: «L'incident est clos».
L'incidente non era però chiuso per lo stesso Clavelle, per il
quale si veniva a creare una situazione che lo obbligava a ritirarsi
dalla redazione degli Etudes Traditionnelles (così come già
si era dovuto precedentemente ritirare - almeno quanto a
partecipazione attiva - dall'organizzazione massonica a cui aveva
appartenuto), per continuare a presentare saltuariamente i suoi
articoli sul solo Symbolisme e sotto pseudonimi diversi;
questa rivista lo ospitava fin quando, verso il 1971, egli
interrompeva definitivamente la sua attività di scrittore
(22).
Per concludere, anche volendo trascurare gli aspetti di questo
libro che ne fanno una temibile «trappola» per lettori ingenui
dell'opera di Guénon, e considerare sincera, paradossalmente,
l'intenzione che è dietro di esso, diremo che non ci sembra fuori
luogo vedere un'analogia tra questa azione di «ripescaggio» delle
illusioni di Jean Reyor su certi modi di «rivivificazione» della via
iniziatica massonica e quell'altra azione di riproposizione
dell'«aiuto dell'Oriente» di cui si è trattato a suo tempo in questa
rivista (23). In tutti e due i casi si vorrebbe riaprire la
discussione su qualcosa che, come doveva, ebbe i suoi sviluppi
legittimi e irripetibili nel corso della vita di René Guénon,
secondo le sue direttive e con il suo appoggio (24); a parte ogni
altra considerazione, gli autori di entrambi i tentativi sono perciò
«fuori gioco», per i tempi, e per l'indisponibilità, di cui hanno
dato prova, a rinunciare ai propri pregiudizi e attaccamenti.
D'altronde non ci sembra fortuito che i due casi si incrocino ora
proprio sul terreno della Massoneria; a non molta distanza dalla
data di pubblicazione del libro da noi esaminato, le Editions
Traditionnelles, la cui rivista è periodicamente invasa dalle
strampalate produzioni del personaggio che grottescamente si
ripropone come un supporto dell'«aiuto dell'Oriente», fanno apparire
una loro propria raccolta di scritti di Jean Reyor, preceduta da una
Prefazione che riecheggia punto per punto quella dell'Editore
milanese.
Di fronte a tutti questi fatti, ci vengono spontanee due domande:
1) Quale ruolo indipendente per la propria immaginaria «funzione»
pensa di avere colui che si firma A. Mostagh Firou, stretto in mezzo
a due blocchi di così consonante ispirazione?
2) Quale tipo di «guénoniani convinti» si lascerà attirare da
un'iniziativa che, mentre da una parte lascia intravedere la
possibilità di una Massoneria «autorizzata» dalle autorità
exoteriche occidentali, dall'altra fa di tutto per oscurare persino
la distinzione, chiarita una volta per tutte in modo luminoso da
René Guénon nell'Occidente moderno, tra «esoterismo» ed «exoterismo»
(25)?
Restiamo in attesa che gli eventi ci facciano conoscere quali
risposte scaturiranno da questo infernale guazzabuglio.