a cura di
Heredom
Tratto da
Pietro Nutrizio e altri
René Guénon e l'Occidente
Luni Editrice

 

Nuove tecniche di attacco all'opera di René Guénon (I)

Nuove tecniche di attacco all'opera di René Guénon (I)

 

 

  

Antonello Balestrieri

 

  1. Che questo sia lo scopo che René Guénon si prefiggeva con i suoi libri è evidente quando si ricordi questo passo di Oriente e Occidente (pag. 187 dell'edizione italiana): «(...) quando si sia persuasi della necessità di certi cambiamenti, bisogna pur cominciare a far qualcosa in questo senso [esprimere certe idee], e dare almeno, a coloro che ne sono capaci (poiché nonostante tutto qualcuno ce ne dev'essere), l'occasione di sviluppare le loro facoltà latenti. La prima difficoltà è di raggiungere coloro che tali qualificazioni possiedono e forse non suppongono minimamente quali siano le loro possibilità; (...)».
  2. Anche di questo non c'è da stupirsi, se si tiene conto della sproporzione (o meglio,dell'incomparabilità assoluta) che esiste tra l'intellettualità pura, caratterizzata dall'universalità e all'origine dell'opera di René Guénon, e le sfere della razionalità e della sentimentalità, le uniche a cui possono attingere le argomentazioni che a volta a volta si è preteso opporle, caratterizzate essenzialmente dalle limitazioni individuali.
  3. A questo proposito si potrà notare che in generale gli autori degli scritti recenti su René Guénon o sulla sua opera (anche senza tener conto di quelli che presentano una dichiarata ostilità) più che cercare di comprendere gli argomenti che affrontano, se ne servono per dar forza alle proprie personali opinioni. E visto che le cose stanno in questo modo, fa piacere segnalare un articolo scritto in uno spirito ben diverso: si tratta di «Pour en finir avec René Guénon», di «Jonas», comparso nel n. 36 (giugno-luglio-agosto 1989) della rivista francese Vers la Tradition, il cui titolo ha, beninteso, un intento tutto provocatorio (come provocatorie sono anche alcune considerazioni in esso contenute).
  4. Da quanto abbiamo appena detto discende che occorrerebbe, in tutto rigore, qualificare questi attacchi non come dottrinali, ma come pseudo-dottrinali, e ciò in ragione delle naturali limitazioni dei punti di vista da cui era impossibile ai loro autori non porsi.
  5. Sempre riferendosi alle reazioni antitradizionali all'influenza di cui è supporto l'opera di R. Guénon, occorre notare per chiarezza che la realtà non è naturalmente così schematica come siamo obbligati a rappresentarla per inquadrare la questione che ci interessa qui. Fra le due categorie di scritti che abbiamo molto generalmente definito, si inseriscono, ad esempio, anche i lavori di quei personaggi che, come F. Schuon e M. Vâlsan, pur avendo intrapreso a scrivere nell'intento di agevolare il raggiungimento degli scopi disinteressati a cui è volta l'opera di Guénon, hanno finito con l'intralciarlo con un'attitudine viziata da tendenze individualistiche non dominate.
    Di queste interferenze e della loro specifica pericolosità si è trattato in diverse occasioni sulla Rivista di Studi Tradizionali.
  6. Un riferimento a questo episodio, e in genere al malcostume di pubblicare la corrispondenza di R. Guénon senza l'autorizzazione dei suoi Eredi, e soprattutto contro la sua espressa volontà di evitare ogni intrusione nella sua vita privata, è contenuto nell'articolo di P. Nutrizio «"Nuovo corso" per Etudes Traditionnelles», nel n. 65, luglio-dicembre 1986, della Rivista di Studi Tradizionali.
  7. È evidentemente indispensabile ripetere periodicamente, almeno per certe persone, che Guénon ha sempre categoricamente smentito di avere dei «discepoli», nel senso «tecnico» che questa parola ha nel linguaggio iniziatico. L'altro significato di questo termine, in uso negli ambienti letterari o accademici, e quindi «profani», non ha assolutamente nessun diritto alla considerazione in questa sede.
    Sarà ad ogni modo opportuno ricordare qual che R. Guénon stesso scrisse a questo proposito nel n. di novembre 1932 di Etudes Traditionnelles (ripubblicato nell'edizione del 1956 di Le Théosophisme histoire d'une pseudo-religion, pag. 455): «Preghiamo i nostri lettori di prender nota che non avendo noi mai avuto dei "discepoli" ed essendoci sempre rifiutati di averne, non autorizziamo nessuno ad attribuirsi tale qualità o ad attribuirla ad altri e che opponiamo la più formale smentita a ogni asserzione contraria, passata o futura».
  8. A dire il vero, anche in un altro libro pubblicato dallo stesso Editore nel 1987 c'erano tracce di applicazione della «tecnica» a cui ci riferiamo; questo libro è Histoires et portraits de Rose-Croix di Paul Vulliaud, il cui testo, inedito fino a quell'anno, era preceduto da una Nota bio-bibliografica di François Secret e da una Prefazione di Jean-Pierre Laurant. La Nota del Secret conteneva, annegato in un soffocante apparato di erudizione spicciola, un accenno ai rapporti di P. Vulliaud e René Guénon, e il suo autore, dopo aver dato notizia di due occasioni in cui quest'ultimo aveva recensito libri di Vulliaud, trovava il modo di rimproverargli, in tono di scherno, di aver... trascurato di «citare fra coloro che avevano trattato della kabbala prima di Vulliaud, Arthur Edward Waite». Seguivano alcune considerazioni sulle reazioni di Vulliaud alle recensioni subite da parte di Guénon, considerazioni che non erano se non una scusa per riportare integralmente una serie di ingiurie della più bassa lega sulla persona di Guénon emesse dallo stesso Vulliaud e soprattutto da Albert Frank-Duquesne, il quale, curiosamente, non entrava assolutamente per nulla in tutto il discorso.
    Di notevole, anche il fatto che entrambe le citazioni fossero tratte dal volume di Marie-France James Esotérisme et Christianisme autour de René Guénon, che sembra essere la fonte da cui questo piano anti-guénoniano trae gran parte della sua dubbia «ispirazione». Per sovrammercato, l'autrice del libro veniva anche applaudita dal Secret per aver rinverdito il ricordo dell'episodio ignominioso che era culminato nelle intemperanze verbali di quell'oscuro personaggio che fu il Duquesne.
  9. Ciò non vuol dire che il «piano» di cui stiamo esaminando gli elementi facenti capo all'Editore milanese non sia ben più articolato; altre due manifestazioni ne abbiamo notato, per esempio, in altrettanti libri che adottano la tecnica denigratoria indiretta da noi delineata e sono stati pubblicati da altri Editori, in questo caso francesi: Matgioï, un aventurier taoïste, di J.-P. Laurant, Dervy Livres, 1982, e Cagliostro, le prophète de la Révolution, di Jean Villiers, Guy Trédaniel, 1988. È anche vero, però, che diversi indizi permettono di rilevare un legame cosciente fra gli animatori delle singole intraprese, le quali, prese da sole, possono anche sembrare indipendenti.
  10. Nella lettera in cui dà questa informazione (26.3.1938), René Guénon dice testualmente: «In effetti credo bene che A. H. fosse nato in Svezia, o più esattamente in Finlandia, ma era di origine tartara; quanto al suo cognome, lo trascriveva Aquîlî in arabo e Aguéli in francese, ma penso che la forma originale dovesse probabilmente essere qualcosa come Aquileff o Aguileff».
  11. Ad ogni buon conto, per seguire Rocca sulla strada delle illazioni, non sarebbe forse più opportuno ricercare la vera origine dell'adesione di Abdul-Hâdî all'Islam proprio nell'attrazione per la natura profondamente intellettuale di testi come quelli di cui ci darà la traduzione?
  12. Apprezziamo al suo giusto valore tutta l'incertezza di questo avverbio sulla penna di uno «storico» così ammaliato dal particolare come G. Rocca...
  13. La conferma che quel che accenniamo di sfuggita in quest'ultima annotazione ha la sua giustificazione a un livello ben più profondo di quello al quale si situano tutte le osservazioni che si trovano in questa Introduzione, è nella dedica stessa del Simbolismo della Croce allo Sheikh Abder-Rahman Elish el Kebir, al quale, aggiunge Guénon, «è dovuta la prima idea di questo libro». Perché l'autore francese non l'indirizzò invece ad Abdul-Hâdî, con il quale ebbe relazioni dirette e personali?
  14. Per illustrare meglio ciò che intendiamo, sarebbe come se, preteso di trovare una traccia scritta del ricollegamento di R. Guénon al Tasawwuf attraverso Abdul-Hâdî nei documenti di quest'ultimo, e non trovandola, si deducesse che... Guénon non era ricollegato al Tasawwuf (ammesso e non concesso che si debbano seguire le illazioni degli inopportuni «biografi» di R. Guénon in questa materia, a cominciare da Paul Chacornac). Non dubitiamo che questo esempio dirà qualcosa al Sig. Rocca...
  15. Ci pare notevole che sia la data proposta da P. Chacornac, sia quella calcolata con tanto inutile precisione da G. Rocca, non corrispondono alla data reale, conosciuta dal solo Guénon (e ovviamente dal suo trasmettitore, di cui egli non fa il nome) che ne fa menzione nella sua corrispondenza privata (lettera del 27.8.1938). Anche qui del resto è improprio parlare di «adesione all'Islam», ma occorrerebbe parlare di ricollegamento al Tasawwuf come nel caso di Aguéli ricordato sopra. Ed è certo più di una semplice sfumatura, soprattutto quando si tenga conto di tutte le conseguenze che si vogliono trarre da questo tipo di considerazioni da parte degli artefici di questo «piano».
  16. D'altronde questo non ci stupisce più di tanto, giacché sembra essere conforme a una vecchia abitudine di questi ambienti; già nel 1924, in effetti, il domenicano P. B. Allo in una recensione a Orient et Occident scriveva: «(...) Non è la sua [di R. G.] liquidazione (exécution) piuttosto brillante del teosofismo, né il suo orrore del protestantesimo e della morale scientifica o laica, né i suoi complimenti rivolti in tono offensivo [?] alla scolastica del medioevo o alle "Scienze tradizionali" di quell'epoca, secondo lui più reali delle nostre e venute d'Oriente, non è tutto ciò che debba bastare ai cattolici per farlo passare per un alleato» (citato in M.-F. James, Esotérisme et Christianisme autour de René Guénon, pag. 227).
    Dell'arte, appunto, di scegliersi le alleanze...
  17. La citazione è tratta da uno degli ultimi articoli scritti da René Guénon per mettere in guardia contro un tentativo analogo che egli prevedeva (anche se forse non identico nei mezzi della sua «messa in opera»); questo articolo, dal titolo «Nuove confusioni», costituisce ora il cap. XIV della raccolta postuma Iniziazione e Realizzazione spirituale (1967, Edizioni Tradizionali, Torino). Alla fine del passo citato una nota chiariva ulteriormente il concetto nel modo seguente: «L'incorporazione di certi elementi realmente tradizionali non impedirebbe che, in quanto "costruzione" e nel suo insieme, si tratti soltanto di uno pseudo-esoterismo; del resto, gli stessi occultisti hanno proceduto così, quantunque per ragioni diverse e in modo molto meno cosciente».
  18. Aperçus sur l'Initiation, pag. 41, nota 1.
  19. Si veda, al proposito, l'articolo di Giovanni Ponte «Realizzazione spirituale e pratica della religione cattolica», nel n. 23 della Rivista di Studi Tradizionali, pag. 85.
  20. Facciamo notare come quest'ultimo estratto di lettera sia riportato (a pag. 391) nel libro di M.-F. James, già da noi ripetutamente citato, Esotérisme et Christianisme autour de René Guénon, a cui il «piano», come già abbiamo detto, sembra ispirarsi largamente. Esso serve alla sua autrice, insieme ad altre considerazioni, per far rilevare l'incompatibilità del concetto di esoterismo con quella che viene considerata l'«ortodossia» cristiana. È questo un esempio di quella debolezza che segnalavamo, certo non voluta, ma inevitabile se si tiene conto della malafede soggiacente al piano stesso, la quale affiora soltanto a un attento esame degli elementi che lo compongono; mentre da una parte si cerca di neutralizzare gli sforzi intellettuali degli Occidentali attirati dall'opera di Guénon, offrendo loro l'illusoria possibilità di un esoterismo «costruito» apparentemente secondo i criteri in essa esposti, dall'altra, in una sede molto più qualificata per esprimere il loro vero pensiero, gli ispiratori del piano non possono evitare di manifestare le proprie intenzioni.
    Queste intenzioni sono d'altronde persin meglio rivelate da un brano dello stesso libro che segue a poca distanza la citazione da noi riportata (pag. 395), e che, per vertere su un concetto ancor più spinoso per gli autori del piano, quello dell'«esoterismo cristiano», è tanto più significativo. Scusandoci con i lettori per la sua lunghezza, lo riportiamo qui integralmente, perché mostra bene la tortuosità e la doppiezza a cui conduce una certa mentalità: «Notiamo che quel che Guénon e con lui tutta la corrente esoteristica designano come "specificamente cristiano" [si tratta di quelle che Guénon ha chiamato "organizzazioni iniziatiche specificamente cristiane" nell'articolo "Christianisme et Initiation"] non è di fatto nulla più che "specificamente occidentale", nel senso che le dette organizzazioni iniziatiche avevano corso [!] in Occidente - sotto la copertura o no di ordini monastici, poiché correnti deviazionistiche, sviluppate e mantenute più o meno in buona fede secondo i casi, restano effettivamente sempre possibili - e conseguentemente erano tenute ad utilizzare, ad appoggiarsi su materiali giudaico-cristiani... Ciò, evidentemente, non pregiudica affatto dell'esistenza e persino della sopravvivenza di organizzazioni "veramente cristiane" più o meno chiuse, sotto la copertura o no di ordini monastici e votate all'approfondimento teorico e pratico della dottrina e dei misteri cristiani. L'astuzia consiste nell'assimilarle a organizzazioni iniziatiche... Poiché la posta è grossa, siamo tenuti a denunciare questa strategia in Guénon, ma forse ancor più nella discendenza dei suoi discepoli [?] raggruppati sotto la bandiera di un "esoterismo cristiano" che - con l'espediente di un sovrasfruttamento del famoso tema della "Tradizione primordiale, universale, perpetua e unanime" - si sovrappone in misura variabile al terreno della Massoneria neo-spiritualistica e mira niente po' po' di meno che all'evacuazione dell'aspetto sui generis della Rivelazione cristiana».
    E non sarà certo facile mettere in dubbio la correttezza delle nostre conclusioni, se si osserva che in questa occasione, nel seguito del «ragionamento» che riportiamo, M.-F. James attacca proprio Reyor per la tesi strenuamente difesa, in diverse sedi, della sopravvivenza di un «esoterismo cristiano» inteso secondo i criteri esposti da Guénon, e che, concludendo l'esposizione del suo «pensiero» al proposito, cita questo passo di Maurice-Denis Boulet (da «L'Esotériste René Guénon» in La Pensée Catholique, n. 80, 1962): «C'è qualcosa di pietoso nel leggere in riassunto il pensiero della setta in proposito [si tratta di un riferimento a "P. Chacornac, La vie simple de René Guénon e soprattutto G. (sic) Reyor, in Etudes Traditionnelles, gennaio-febbraio 1955"]. Per arrivare alla realizzazione metafisica, per conoscere Dio, l'Occidentale deve essere cattolico praticante, in quanto a exoterismo e massone in quanto a esoterismo. Ora, questo è impossibile, si dovrà ammetterlo, finché la Chiesa non si sarà riconciliata con una delle forme della Massoneria...».
  21. Si confronti l'articolo di J.-B. L. «Una parodia dell'aiuto dell'Oriente», in Rivista di Studi Tradizionali, n. 65, luglio-dicembre 1986.
  22. Abbiamo visto che un suo scritto comparve però ancora nel Cahier de l'Herne dedicato a Guénon nel 1985, con il titolo «De quelques énigmes dans l'oeuvre de René Guénon».
  23. Si veda l'articolo di J.-B. L. «Una parodia dell'aiuto dell'Oriente», già citato.
  24. Si veda anche, nello stesso n. 65 della Rivista di Studi Tradizionali, l'articolo di P. Nutrizio «"Nuovo corso" per Etudes Traditionnelles?», pagg. 211-214.
  25. A questo proposito, si confronti, fra l'altro, l'articolo di François Secret in apertura del primo fascicolo della rivista Charis, Archives de l'Unicorne.
Come sanno i lettori della «Rivista di Studi Tradizionali», l'opera di René Guénon è stata spesso fatta segno ad attacchi il cui scopo ultimo è sempre stato di ostacolarne i normali sviluppi, ossia di impedire che degli esseri facenti parte del mondo moderno occidentale, stimolati dalla sua lettura, prendano coscienza delle loro possibilità intellettuali e cerchino di attualizzarle (1). Il processo di attualizzazione di queste possibilità coinvolge tutte le facoltà di un essere, e tende a ordinarle gerarchicamente rispetto a un centro in cui risiede tutta la loro realtà; essendo queste facoltà in rapporto con le determinazioni dell'ambiente in cui l'essere è situato, ogni sforzo in questa direzione è potenzialmente un rischio per la «costruzione» del mondo moderno, eminentemente disordinata e illusoria. Non c'è perciò da stupirsi se le forze responsabili di quest'ultima reagiscono in modo negativo a un impulso che presentono inteso a smascherarne il carattere di inganno e di deviazione e, soprattutto, capace di comprometterne, con i suoi risultati, l'apparente «normalità», frutto invece di una pura e semplice contraffazione.

Per lungo tempo gli attacchi all'opera di Guénon si sono concretati più che altro in studi che cercavano di opporlesi sul suo stesso terreno, vale a dire in campo dottrinale, ma quantunque coprano ormai un arco di diverse decine di anni, il loro effetto si è sempre rivelato inferiore alle attese dei loro autori o ispiratori (2), e l'interesse per questo autore, invece di affievolirsi com'era nei voti di costoro, sembra essersi accresciuto nel tempo, almeno a giudicare dal numero di libri e di articoli che se ne stanno attivamente occupando. Dal punto di vista da cui noi ci poniamo, questo incremento quantitativo di interesse, se ci è permesso esprimerci in questo modo, è lungi dall'essere, almeno da solo, un segno positivo per gli sviluppi cui accennavamo al principio (3), ma ciò non toglie che possa essere considerato un pericolo accessorio per le forze dell'antitradizione.

Constatata l'inefficienza dei soli attacchi dottrinali diretti (4), pare che ora queste ultime si siano risolte ad affiancarli con un altro genere di scritti, concepiti secondo criteri che, anche se sono in apparenza molto meno pretenziosi sotto il profilo intellettuale, devono essere giudicati più efficaci in vista dello scopo perseguito. A farsi da strumento privilegiato di queste nuove tecniche, che chiameremo «deterrenti» (e vedremo più tardi perché), sembra essere un Editore italiano, il quale sta da qualche tempo disseminando il suo catalogo con libri in lingua francese, pubblicati a Milano e distribuiti in Francia, che raccolgono gli scritti di autori, forse non molto noti, ma aventi la caratteristica comune di essere stati conosciuti da René Guénon nel corso della sua vita e di aver goduto in qualche misura della suo fiducia, o i documenti elaborati in organizzazioni di cui egli ebbe ad occuparsi in qualcuna delle sue opere.

Negli studi introduttivi, spesso piuttosto lunghi, e nelle note ai testi presentati, redatti in un tono peculiare e in ogni caso nettamente tendenzioso, talvolta si mettono in evidenza le «debolezze», vere o presunte, dei personaggi di cui è questione, e senza mai attirare troppo decisamente l'attenzione sul loro rapporto con Guénon, si riportano tuttavia di tanto in tanto i giudizi di quest'ultimo su di loro, avendo cura di scegliere prevalentemente quelli positivi; tal altra, magari servendosi dei testi di autori suoi contemporanei, si rinvangano invece episodi della partecipazione giovanile di Guénon a organizzazioni pseudo-tradizionali, evitando però accuratamente di riferire la possibilità che tale partecipazione fosse finalizzata all'acquisizione di elementi per la denuncia del loro carattere di contraffazioni, o addirittura per provocarne la «demolizione» dall'interno.

Qualche altra volta, quella su cui si punta è la debolezza intrinseca delle opere raccolte, la quale, pur essendo evidente, non è neppure espressamente segnalata; ciò che ci si attende allora è che sia lo stesso lettore a trasferire su Guénon la propria delusione per l'autore presentato, inteso che in quest'occasione si saranno messi invece dovutamente in rilievo i loro rapporti di fiducia. In altri casi ancora, infine, senza entrare nel merito delle questioni esaminate, si riferisce direttamente il parere negativo, sull'autore francese, di altri personaggi che nutrivano qualche ostilità per lui o per i suoi scritti.

Non ci pare dubbio che in tutti questi casi i testi presentati e le critiche più o meno dirette ad essi o ai loro autori, si tratti di persone o di organizzazioni, siano soltanto un «falso scopo», lo scopo vero essendo quello di suscitare tra l'opera di Guénon e i suoi possibili lettori una barriera di discredito «indotto» più difficile da superare, si spera, di quella che i soli studi «dottrinali», come s'è visto, non erano riusciti ad erigere (5). Beninteso, tutto ciò non impedisce ai redattori di questi singolari «commentari» di servirsi sporadicamente, in positivo, se così si può dire, e per dare maggior peso alle loro critiche e alle loro insinuazioni, di alcuni dei criteri tradizionali esposti da Guénon; ne risulta un'inestricabile commistura di vero e di falso, e simile confusione è chiaramente indicativa delle «influenze» che sono all'origine della contorta manovra.

Già verso la fine del 1987 questo Editore aveva fatto apparire in traduzione francese una raccolta degli scritti «minori» di Guido de Giorgio, un convinto estimatore italiano dell'opera di Guénon con il quale l'autore francese aveva avuto un nutrito scambio di corrispondenza; il libro, a cui era stato attribuito l'estemporaneo titolo di L'instant et l'Eternité, era in pratica organizzato attorno a 23 lettere di questo carteggio, le quali, giunte avventurosamente nelle mani dell'Editore milanese e illegalmente usate, ne costituivano una copiosa «appendice». Com'era facile prevedere, né gli Eredi dell'autore francese né quelli dell'italiano erano infatti stati richiesti di un'autorizzazione alla pubblicazione (6).

Poiché gli scritti di de Giorgio contenuti nel volume non erano, fra gli altri suoi pochi, quelli che presentavano il maggiore interesse, e qualcuno di essi era per di più caratterizzato anche da una certa colorazione politica, il fatto che nell'Introduzione si insistesse sul rapporto esistito fra il loro autore e René Guénon, e soprattutto che si facesse passare il de Giorgio come il più importante «discepolo» italiano di Guénon (7), poteva già far nascere il sospetto di un tentativo di sminuire la figura di quest'ultimo. Inoltre, le lettere contenevano prevalentemente confidenze di R. Guénon riguardanti la sua vita privata e, fra le altre cose, molti particolari riservati su certi attacchi di bassa natura che egli stava subendo in conseguenza della recente pubblicazione di un suo libro; la divulgazione di tutte queste cose accresceva la sensazione che il libro avesse il recondito secondo fine di dare ai lettori l'impressione la più banale possibile dell'«uomo René Guénon», per «smitizzarne» l'immagine pubblica (è questo un termine di cui ci si serve volentieri in queste pubblicazioni).

Ad ogni modo, al momento dell'apparizione di L'instant et l'Eternité l'iniziativa sembrava aver l'aria di un episodio isolato che, per quanto rivelasse un'attitudine diffusamente ostile nei confronti dell'autore francese, in fondo non aveva più importanza, appunto, di quella di un episodio (8); così l'avevamo giudicata anche noi, non ravvisando l'opportunità di una segnalazione del libro proprio a causa del suo limitato contenuto di idee e di un suo tono generale, più adatto a un pettegolezzo letterario che a uno studio avente qualche rapporto con questioni intellettuali.

Nel corso del 1988, il suo Editore l'ha invece fatto seguire da altri tre, tutti concepiti secondo il medesimo criterio, i cui titoli sono i seguenti: Abdul-Hâdî, Ecrits pour «La Gnose»; Jean Reyor, Pour un aboutissement de l'oeuvre de René Guénon; H. B. of L., Textes et documents secrets de la Hermetic Brotherhood of Luxor. Questo ci ha fatto ricredere sul nostro precedente giudizio restrittivo, imponendoci la constatazione che L'Instant et l'Eternité era considerato dal suo Editore soltanto come un suo primo tassello nel mosaico ben più vasto e complesso di quel piano di denigrazione indotta della persona e dell'opera di René Guénon di cui abbiamo appena parlato; tanto più che l'intrapresa editoriale milanese ha fatto apparire, nello stesso periodo, anche il primo numero di una rivista, Charis, Archives de l'Unicorne, pure essa redatta in lingua francese, la quasi totalità dei cui articoli lascia ancor più chiaramente comprendere, se fosse possibile, l'indirizzo da noi rilevato (9).



Abdul-Hâdî:
Ecrits pour «La Gnose»


Il libro dedicato ad Abdul-Hâdî, che raccoglie i suoi scritti e le sue traduzioni dall'arabo pubblicati nella rivista La Gnose (1909-1912), non è che un pretesto per una lunga introduzione sulla figura dell'autore. In questa introduzione la considerazione del valore intellettuale degli articoli presentati non è neppure sfiorata, così come non vi è fatta la minima menzione dell'eccezionalità dei testi di cui Ivan Aguéli dà per la prima volta in Occidente una traduzione svincolata dai pregiudizi accademici degli «orientalisti» ufficiali. È evidente che ciò che interessa il curatore della pubblicazione è in primo luogo dare ai lettori la sensazione la più meschina possibile di alcuni «tratti caratteriali» del personaggio Aguéli, tratti la cui fonte di informazione sembra sostanzialmente essere un solo testo biografico, messo insieme su criteri il più superficialmente «storici», pubblicato nel 1940-41 a Stoccolma da A. Gauffin con il titolo Ivan Aguéli, Manniskan, mistikern, målaren (Ivan Aguéli, l'uomo, il mistico, il pittore).

In apertura del suo studio, l'introduttore G. Rocca dà libero sfogo alla sua malignità insistendo sul fatto che La Gnose presentava Abdul-Hâdî, all'inizio della sua collaborazione, come un «Asiatico che non rivendica altro titolo se non quello di "studioso islamico"», e si compiace di qualificare di «mistificazione» tale presentazione (è ovvio che egli pensa che l'autore ne sia Guénon, tenuto conto che questi era il direttore della rivista...) perché, così dice, «si sa che Abdul-Hâdî non era altro che il nome islamico dello Svedese John Gustaf Ageeli...»; «Islamita - egli aggiunge - anche se di elezione? Sia. Ma perché "Asiatico"? Forse perché aveva "dei curiosi lineamenti, più uralo-altaici che indo-europei", come li descrive Patrice Genty che l'aveva incontrato più volte da Dujohl et Thomas?». Ironia a buon prezzo, ma sprecata, visto che Guénon, che lo conobbe certamente meglio di Patrice Genty, sapeva molto bene, come si deduce dalla sua corrispondenza personale, che Ivan Aguéli era di origine tartara, quindi evidentemente Asiatico (10). A meno di pretendere che il criterio tutto moderno e posticcio della «nazionalità» prevalga su quello ben più profondo e «vitale» della razza, cosa che non stupirebbe minimamente da parte dell'introduttore.

Sempre da un apprezzamento puramente esteriore proviene poi la considerazione che «comunque sia, i lunghi anni che Aguéli aveva passato in Oriente, e la sua propria adesione all'Islam provenivano unicamente dall'appropriazione di un certo spirito orientale, penetrato di un amore che partiva da una simpatia istintiva per la mentalità orientale (...)»; come se questo genere di considerazioni si potesse dedurre da un libro, e da parte di qualcuno, per di più, che non ha certo potuto conoscere personalmente il personaggio di cui si occupa, essendo questi morto almeno settant'anni fa... (11).

Il solo riferimento che si fa nell'introduzione agli scritti veri e propri di Abdul-Hâdî è quello che verte sulla propensione di quest'ultimo per la pittura (oltre che approfondito studioso di linguistica era egli stesso infatti pittore); di questo argomento G. Rocca parla in questi termini: «Cosa pensare infine delle osservazioni minuziose sull'arte pittorica e dei giudizi argomentati (?) sui quadri di Daumier, di Cézanne o di Chardin, di Picasso, di Le Fauconnier, di Léger o di Gauguin, da parte di un fedele di una religione che, come l'Islam, condanna l'arte figurativa?» E cosa pensare, si potrebbe aggiungere, di qualcuno che pretende di «conoscere il cuore» di Ivan Aguéli, cioè, come abbiamo visto, le vere ragioni per cui egli entrò nell'Islam, e ignora (o finge di ignorare, a beneficio degli Occidentali che vuole difendere da simile «inquinamento») che una parte importante degli aderenti a questa tradizione, per fare un solo esempio quelli dell'area persiana, sfuggono parzialmente al rigore della norma iconoclastica, valida in modo stretto più che altro per gli Arabi? E poi, perché limitare l'adesione di Abdul-Hâdî alla religione islamica, quando è evidente che essa andava ben al di là dell'aspetto exoterico di tale tradizione per attingere al Tasawwuf, che ne è l'aspetto interiore, o «esoterico»?

Ma dove il partito preso del «censore» di Abdul-Hâdî ha modo di esprimersi più diffusamente è indubbiamente nell'affrontare il tema di quello che egli chiama il suo «carattere instabile», giudicandolo in base ad alcuni episodi, in verità ben pochi ed estremamente marginali e irrilevanti, anch'essi principalmente ripresi dallo studio biografico a cui abbiamo accennato; è questo il terreno di elezione, se così si può dire, delle argomentazioni di questa serie di libri, in cui ci si compiace, come già abbiamo accennato, di mettere in rilievo le falle, o le «debolezze», dei personaggi che si prendono di mira, quasi a volerne fare un monito per tutti coloro che sarebbero tentati di seguirli nello loro scelte sotto la spinta di un'adesione intellettuale per le dottrine che espongono, o, come in questo caso, fanno intravedere.

Ciò che ci si guarda bene dal prospettare al lettore attuale, è lo stato delle conoscenze e della mentalità occidentali nei confronti delle dottrine tradizionali nell'epoca in considerazione, vale a dire a cavallo tra i secoli XIX e XX, prima cioè delle magistrali chiarificazioni di René Guénon in tale materia; questo vale in particolare per il richiamo che, proseguendo nel suo tendenzioso esame del poco che si sa da documenti scritti della vita di Abdul-Hâdî, G. Rocca fa con compiaciuta insistenza alle sue... letture giovanili, le quali contavano, secondo la testimonianza di un amico, «i libri cinesi (?), lo Hatayoga in inglese (?!), la Vera Religione cristiana di Swedenborg e un libro sull'occultismo di Papus», traendone la conclusione che si trattava «grosso modo del bagaglio di chiunque si dedicasse alle dottrine spiritualistiche». Ma quali testi avrebbe potuto consultare a quel tempo Ivan Aguéli, che lo potessero mettere in condizione di evitare l'incontro con la «Società Teosofica» (a cui sembra abbia aderito «verosimilmente (12) fino al 1910») e, soprattutto, quali testi che provenissero da rappresentanti dell'intellettualità tradizionale occidentale, che avrebbero dovuto normalmente fornire alle individualità eventualmente qualificate mezzi per difendersi da simili pseudo-dottrine... se fossero esistiti in quel periodo? E non sembra al Sig. Rocca che possa avere un suo significato il fatto che se il rapporto di Abdul-Hâdî con gli ambienti «teosofistici» cessò verso il 1910, è proprio questo l'anno in cui egli incontrò e incominciò a frequentare l'allora ventiquattrenne René Guénon?

Quest'ultima considerazione ci riporta all'insistenza con cui G. Rocca sottolinea in tutta la sua Introduzione gli aspetti «caratteriali» di Ivan Aguéli. A questo proposito, non vediamo quale tipo di conoscenza, se non la più opinabile delle induzioni avente origine in una scoperta malafede, può giustificare la sua conclusione che, se «non fa dubbio che le relazioni tra Aguéli e l'ambiente della Gnose non furono di durata molto lunga, per contro l'influenza che lo Svedese esercitò su uno dei redattori della rivista, René Guénon, fu invece lunga». Cosa intende dire l'introduttore con queste parole? Che i principi dottrinali esposti nella loro forma propriamente islamica nei testi tradotti da Abdul-Hâdî e nei suoi stessi lavori, e pubblicati nella Gnose, furono in seguito ripresi da Guénon nel corso di tutta la sua opera e adattati quanto all'esposizione ai modi di pensare e alla mentalità dei destinatari occidentali dei suoi scritti? Evidentemente no, perché di simili considerazioni nel suo lavoro non c'è neppure l'ombra, e del resto, in questo caso, non si potrebbe effettivamente parlare di una semplice influenza individuale (13).

È chiaro invece che quel che preme al Rocca è di accostare alla figura di René Guénon quelle che egli considera le «eccentricità» di Abdul-Hâdî e non assolutamente, checché ne dica, di addentrarsi nell'esame degli elementi di un altro ordine che possono essere intervenuti in un rapporto le cui modalità sono del resto tali da sfuggire completamente ai suoi mezzi di indagine (14). Tant'è vero che subito dopo l'ambigua e artificiosa annotazione riguardante l'influenza esercitata da Aguéli su Guénon, il Rocca aggiunge sì che «l'analisi di tutti i fattori che entrarono in gioco in questo rapporto sarebbe (...) troppo lunga e circostanziata», ma la natura di questi fattori, come egli li immagina, deve essere così banale, che per tutto esempio della loro complessità trova opportuno riportare in nota una saccente disquisizione sull'.. esattezza dell'anno a cui far risalire «l'adesione di Guénon all'Islam» (15)!

Da parte nostra, noi diciamo che se veramente egli avesse voluto, potendolo fare, gettare un po' di luce «intelligibile» sul personaggio Aguéli, e forse anche su taluni aspetti della sua vita che eccedono la comprensione «borghese» di chi confonde l'intellettualità con il prodotto di un comodo studio da biblioteca o da salotto, non avrebbe dovuto trascurare la considerazione del peso che incombe sugli esseri che si sono fatti in qualche misura portatori di essa nell'Occidente moderno, e delle reazioni a volte strane a cui sono esposti da parte dell'ambiente. Ci rendiamo però conto che richiedere questo a G. Rocca sarebbe stato pretendere da lui un comportamento contro natura, tenuto conto che lo scopo del suo studio era invece proprio di far nascere nel lettore il dubbio che certe caratteristiche singolari del personaggio Aguéli, diventate «fenomeni di vasta portata che siamo abituati a considerare come realtà correnti nel panorama del mondo contemporaneo», sono imputabili all'influsso dell'«azione pubblica degli ambienti teosofistici e spiritualistici nella Parigi mondana della fine del secolo scorso». E, aggiungiamo noi, saranno dal lettore sprovveduto riferibili anche a Guénon attraverso «l'influenza» presunta di Aguéli; e che questo avvenga è, in fin dei conti, l'altro obiettivo, quello recondito, dello studio.

È irrilevante per G. Rocca che questo «trasferimento» sia una vera e propria mostruosità, di fronte all'opera lasciata in eredità da René Guénon all'Occidente; non gli importa che sia da lui che venne il primo, e anche l'unico studio che abbia demolito alla radice ogni pretesa della Società Teosofica al possesso della sia pur minima parcella di intellettualità vera, a forma orientale od occidentale (16); non importa che nell'opera di Guénon ci siano degli scritti come «A propos de conversions» e «Cérémonialisme et esthétisme», che fanno giustizia da soli di gran parte delle tendenziose «pietre d'inciampo» di cui dissemina il suo testo: G. Rocca è evidentemente un convinto assertore della produttività di quella miserabile «filosofia» che si riassume nell'esortazione, ben occidentale e ben moderna, «Calunniate, calunniate, qualcosa resterà»!

Alla fine dell'Introduzione di G. Rocca e immediatamente prima degli scritti veri e propri dovuti ad Abdul-Hâdî, una pomposa Nota dell'Editore informa i lettori che «Soltanto i testi apparsi nella Gnose sono originali e integrali in modo vero e proprio, giacché le riedizioni ulteriori, nel corso dei decenni, hanno tutte subito amputazioni insignificanti (...) e tuttavia significative [forse sarebbe meglio scegliere], volte a presentarli come irreprensibili sotto tutti gli aspetti, e a dare un'immagine non oscurata del loro autore». Si aggiunge subito dopo che «Nel caso, tutto speciale, delle "Pagine dedicate a Mercurio", la Redazione della Rivista di Studi Tradizionali di Torino (1971, gennaio-giugno, n. 34) ha ritenuto più opportuno dare in traduzione italiana soltanto un terzo dell'articolo (...)».

Segnaliamo a questo Editore, così solerte nel curare che giunga ai suoi lettori l'informazione corretta (soprattutto nel dettaglio insignificante - e qui il termine è appropriato -, inteso che quanto all'essenziale le cose in casa sua vanno come stiamo descrivendo), che la scelta del brano riprodotto dalla Rivista di Studi Tradizionali corrispondeva a quel che la redazione pensava potesse interessare, dell'articolo in questione, il suo genere di lettori, un po' diversi certamente da quelli che si augura di avere lui, che condividano cioè l'opinione dei suoi collaboratori di poter far discendere l'opera di Guénon dall'«influenza» esteriore di qualsivoglia autore; e che inoltre questa scelta non era fatta all'insaputa dei lettori (come sembra suggerire la sua Nota), poiché una breve annotazione a pie' di pagina accompagnava il titolo in questo modo: «A titolo di documentazione, riproduciamo parte di un articolo di Abdul-Hâdî apparso nel numero di gennaio-febbraio 1911 di La Gnose».

È necessario aggiungere che il fatto che questo speciale «Editore» se la prenda con noi in modo così inaspettato e incongruo non ci fa neanche dispiacere...?



Jean Reyor:
Pour un aboutissement de l'oeuvre de René Guénon


In questo libro, il quale è il primo di una serie che l'Editore milanese prevede di tre volumi, sono raccolti «gli articoli di Jean Reyor apparsi dopo la guerra negli Etudes Traditionnelles e nel Symbolisme [rivista di ispirazione massonica che cessò le pubblicazioni nel 1972]».

Jean Reyor fu il più utilizzato fra gli pseudonimi di cui il saggista francese Marcel Clavelle si servì per firmare i suoi numerosi lavori, in genere di commento all'opera di René Guénon e in tutti i casi sempre su argomenti tradizionali; tali lavori coprono un periodo che va dal 1929 al 1971, se si fa eccezione per uno scritto comparso sul Cahier de l'Herne dedicato a René Guénon nel centenario della sua nascita, e che risale al 1985. Indubbiamente questo pseudonimo è anche il più conosciuto di quelli da lui adottati, ma ciò non giustifica il fatto che J. Thomas, autore di una breve Prefazione all'attuale raccolta, la presenti come una riunione degli scritti di Jean Reyor, quando due di quelli che vi compaiono furono redatti sotto il nome di J. Hugonin, com'è detto nell'Indice; così facendo, egli lascia intendere che J. Hugonin fosse uno pseudonimo di J. Reyor, mentre questo era già a sua volta uno pseudonimo. È vero che una laconica nota alla fine della Prefazione segnala la morte di Marcel Clavelle, avvenuta mentre il libro era in corso di stampa; però essa non impedisce che il lettore di fresca data di questi argomenti tragga da tutto ciò un'impressione di confusione, e in ogni caso, senza la scomparsa del loro vero autore, egli non sarebbe mai venuto a sapere come stavano le cose, almeno da questo libro.

Nel «piano» antitradizionale che stiamo esaminando, questo volume occupa un posto a prima vista improprio, e il suo titolo ne segnala così manifestamente l'anomalia, da far dubitare che vi si inserisca realmente. Esso dà per accettata l'opera di R. Guénon, con le sue premesse e con le sue conclusioni generali, e questo non sorprende, poiché raccoglie gli scritti di qualcuno che entro limiti ben definiti e con tutte le riserve attinenti a questo termine quando sia applicato all'autore francese, si può qualificare come un suo «collaboratore»; ciò che stupisce, perché nettamente in contrasto con lo spirito di questi libri, è che nella Prefazione, invece di trovare espressioni e riferimenti più o meno copertamente ostili o denigratori nei confronti di Guénon o dell'esoterismo e dell'iniziazione, si rilevino frasi di aperto elogio per l'uno e di favore per gli altri. In essa si dice infatti che «i più rimarchevoli studi di Jean Reyor, al momento della loro comparsa, (...) ebbero un ruolo di guida e di aiuto senza equivalenti» per l'«apprendimento del messaggio tradizionale rivelato da Guénon»; si afferma che «oggi, grazie a questa riedizione molto opportuna, questi stessi lavori possono di nuovo guidare e illuminare (...) coloro che sentono un bisogno vitale di realizzazione spirituale in seguito al loro incontro incancellabile con R. Guénon»; e si conclude affermando che «questi scritti (...) sono raggruppati (...) intorno alle questioni di atteggiamento e di orientazione generali che possono porsi a coloro che aspirano all'iniziazione e alla realizzazione spirituale» [i corsivi sono nostri].

Ricordando le ambigue e velenose allusioni agli stessi concetti contenute negli scritti da noi esaminati in precedenza e, come vedremo, in quelli di cui abbiamo ancora da occuparci, si potrebbe persino pensare che questo singolo libro sia stato incluso per una svista nel catalogo dell'Editore milanese, o che quest'ultimo abbia voluto con esso fare un lodevole sforzo di imparzialità, e compensare con qualcosa di positivo tutte le negazioni e le opposizioni più o meno dirette di cui sono farciti gli altri titoli. In realtà le cose stanno in modo notevolmente diverso, e qui è la stessa elaborata organizzazione del piano globale, a cui è affidata la sua forza apparente, che costituisce paradossalmente la sua debolezza; in effetti, se il senso di uno degli elementi che lo compongono può sfuggire quando lo si esamini separatamente dagli altri, il situarlo nel loro insieme ne mette sorprendentemente a fuoco le reali intenzioni.

Ponendosi da questo punto di osservazione più globale è abbastanza facile rendersi conto, non foss'altro che da certe reticenze verbali, che nel presentare questa riedizione «molto opportuna» degli articoli di Jean Reyor si è adottata la tattica, non priva di astuzia e spesso efficace, del «bacia la mano che non puoi tagliare», a beneficio, come del resto dice l'introduttore, di «certi guénoniani convinti», i quali «dopo essere stati toccati in profondità dall'opera di René Guénon aspirano all'iniziazione e alla realizzazione spirituale».

L'anomalia del titolo e il tono stranamente accondiscendente dell'introduzione hanno in effetti una specifica ragion d'essere nel particolare pubblico a cui il libro è destinato, pubblico che si pensa irrimediabilmente acquisito all'opera di René Guénon ma che, per averla assimilata in modo ancora soltanto «mentale», si spera sia sufficientemente sprovveduto da non sapere che l'«avversario» sa essere «loico», per usare un'espressione dantesca.

Resta da determinare il vero scopo di questa manovra nella manovra; e, a questo proposito, se la «qualità» degli altri elementi del «piano» fa già sospettare che sia opportuno adottare nei confronti di questo libro un atteggiamento di salutare prudenza, considerando inoltre il fine ultimo che perseguono le forze dell'antitradizione nell'opporsi all'opera di René Guénon, si è definitivamente illuminati.

Abbiamo detto che tale fine è di impedire che degli esseri che fanno parte del mondo moderno occidentale, presa coscienza delle loro possibilità intellettuali, cerchino di attualizzarle; quale miglior modo di rendere sterili i loro sforzi che presentar loro la possibilità «di un nuovo pseudo-esoterismo di un genere un po' particolare, destinato a dare un'apparenza di soddisfazione a coloro che non si accontentano più dell'exoterismo, pur distogliendoli dall'esoterismo vero al quale si pretenderebbe opporlo» (17)? E, di fatto, nell'Introduzione di J. Thomas (che se è uno pseudonimo si dovrà ammettere che è stato scelto con un discreto cattivo gusto) non mancano le allusioni più che chiare agli «elementi realmente tradizionali» che nel nostro caso si farebbero intervenire nella «costruzione» di questo pseudo-esoterismo.

Non ci diffonderemo qui sull'argomento della sopravvivenza, nell'area occidentale, di organizzazioni che «possono rivendicare un'origine tradizionale autentica e una trasmissione iniziatica reale» (18), né sulla necessità, nella situazione attuale, che esse siano «rivivificate» per portare ai risultati a cui tende l'opera di R. Guénon; o su quello dell'adeguatezza, o no, dei riti propri alla forma tradizionale exoterica, presente nella stessa area, «nelle condizioni attuali (...), a servire come base o come punto di partenza per una realizzazione iniziatica» (19); nella Rivista di Studi Tradizionali si è in passato trattato in modo così chiaro e così esauriente di questi temi che non ci sentiamo tenuti a riparlarne in questa occasione.

Ci limiteremo a osservare che parlare di una «forma tradizionale vivente» con riferimento al rapporto attuale di queste due particolari entità - esoterismo occidentale e base exoterica a forma propriamente occidentale - è quanto di meno conforme allo spirito dell'opera guénoniana si possa pensare; eppure proprio questo si afferma con noncurante semplicismo nella Prefazione di questo libro; così come vi si insiste, in termini che non lasciano dubbi sulle preoccupazioni fondamentalmente exoteriche soggiacenti a tutto ciò, sull'«assoluta necessità, preliminare rispetto a qualsiasi vocazione iniziatica effettiva (?), dell'osservanza delle obbligazioni rituali e regolamentari emanate dalla gerarchia religiosa competente», quando, sempre con riferimento alla forma exoterica in questione, R. Guénon si esprimeva in questi termini (lettera privata dell'aprile 1935): «Quanto ai riti cattolici, è ben vero che, (...) benché siano di ordine unicamente religioso e non iniziatico, i loro effetti sono tutt'altro che trascurabili. Soltanto che, sotto un altro profilo, non bisognerebbe rischiare che ciò diventi un ostacolo in rapporto a possibilità di un altro ordine», o ancora più precisamente (lettera privata, sempre del 1935): «Diffidi dei riti religiosi, fintantoché non abbia ricevuto nient'altro. Essi la mantengono nei limiti dell'individualità» (20).

E poiché nella Prefazione si dice che in essa si è «cercato di estrarre gli aspetti maggiori degli studi che Reyor, sempre rispettoso dello spirito dell'opus guénoniano, fu portato a redigere», il contenuto dei due estratti di lettere da noi riportati mostra chiaramente quanto sia azzardata tale affermazione, o anche, quanto sia difficile - per non dire impossibile, senza l'appoggio di una guida sicura - trattare delle tecniche concernenti il «maneggio» delle «influenze spirituali», sia pure soltanto in campo exoterico, quando non se ne sia ricevuto il regolare specifico mandato tradizionale, o non se ne possegga la conoscenza diretta.

A maggior ragione ciò vale quando si passi al dominio esoterico; sotto questo profilo, riterremo la seguente posizione di J. Thomas: «Partendo da questa base generale [le condizioni per una realizzazione spirituale effettiva], ed esaminando il caso presente della Massoneria, le sue riflessioni [di Jean Reyor] l'hanno condotto ad abbozzare le modalità generali secondo cui certe (...) parti componenti, attualmente assenti dal "Deposito" massonico obbedienziale, potrebbero essere nuovamente rese accessibili, e ciò in funzione dei risultati ottenuti da coloro che avessero saputo bussare validamente alla porta che si apre sul Regno dei Cieli».

Anche qui ritroviamo il ricorso a un elemento induttivo, ed esclusivamente ipotetico - le «riflessioni» di Jean Reyor -, mentre sono invece in gioco le leggi assolutamente «positive» di una scienza tradizionale di messa in opera dei riti (in questo caso iniziatici), le cui condizioni di efficacia si conoscono o non si conoscono, e nuovamente il prevalere, nella proposizione finale, di preoccupazioni di tipo preminentemente exoterico (giacché non fa dubbio che il «bussare validamente» corrisponde per l'autore all'«osservanza delle obbligazioni rituali e regolamentari emanate dalla gerarchia religiosa competente»), quando abbiamo visto cosa ne pensava R. Guénon allo stesso fine.

Tenendo conto di quanto abbiamo detto finora, si vede che l'anomalia di questo libro scompare totalmente anche per ciò che riguarda le tecniche generalmente adottate nell'impostazione delle parti costitutive del «piano»; dicevamo infatti all'inizio del nostro articolo che una di esse consiste nel mettere in evidenza debolezze vere o presunte di personaggi che sono stati vicini a Guénon e nel far ricadere in modo subdolo su di lui e sulla sua opera il discredito o la confusione che si cerca di suscitare al loro riguardo: in questo caso è stato sufficiente riprendere pari pari certe conclusioni realmente non conformi allo spirito dell'opera guénoniana, a cui, dopo la morte di Guénon, era arrivato autonomamente J. Reyor circa, non già la dottrina, ma le sue applicazioni concernenti la direzione da dare a eventuali sforzi per un «raddrizzamento» tradizionale dell'Occidente (e quindi l'auspicabile ricostituzione di un'élite intellettuale), e il gioco è stato fatto.

Ad ogni buon conto, e anche facendo astrazione dalle dubbie posizioni di J. Reyor in tal modo «riciclate», per quanto J. Thomas si sforzi di esprimersi in modo favorevole agli intendimenti generali di R. Guénon con espressioni accattivanti e lusinghiere per «certi guénoniani convinti», non può evitare due riferimenti alla reale mentalità che è dietro a tutto ciò, mentalità che, mentre dà la misura dell'«orizzonte intellettuale» dei suoi ispiratori, fa nel contempo suonare false e perfino grottesche queste diplomatiche attestazioni di stima. Intendiamo riferirci a questi due passi: «All'epoca della loro comparsa, gli articoli di Jean Reyor hanno efficacemente aiutato certuni nei loro sforzi per definire e mettere in opera la loro propria "strategia spirituale" (sic!). Per altre persone, questi studi hanno permesso di scongiurare pericoli più o meno funesti» e «(...); essi contribuirono in modo determinante a operare anche salutari riorientamenti spirituali».

Non è difficile identificare in questi «pericoli più o meno funesti» l'integrazione di lettori «toccati in profondità dall'opera di René Guénon» in tradizioni ortodosse e complete dal punto di vista della vitale presenza, in esse, dell'aspetto esoterico, come nel caso di... Abdul-Hâdî, per esempio. Espressioni di questo genere, brutalmente negative nella loro sostanza anche se pretendono di essere sottilmente allusive, dovrebbero far capire quale abisso separi l'opera di Guénon, permeata dall'unica preoccupazione del Vero, dalle intenzioni più o meno ben dissimulate di coloro che, ripresentando ora questi articoli, sono manifestamente incapaci di prescindere da una prospettiva particolaristica e «locale», che li spinge a difendere innanzitutto determinate forme, incuranti, a loro proprio detrimento, del fatto che la vera ricerca da attuare, dopo aver assimilato l'opera di Guénon, è quella della «presenza», dietro le forme, dello spirito, che mentre le trascende è anche la loro unica ragion d'essere e solo può vivificarle.

E dire che fra i testi stessi che ripubblicano in questo libro, con ben altre preoccupazioni che la ricerca della verità, ci sono anche dei passi che esprimono in termini chiarissimi, caratterizzati da quell'indubbia nobiltà che per molti versi contraddistingueva il loro autore, l'assoluta preminenza che chi persegue uno scopo puramente intellettuale deve dare, nel momento delle scelte, alla considerazione del Vero sulla semplice propensione o comodità individuale, singola o... di gruppo. Non foss'altro che per onorare la memoria di J. Reyor, a cui noi stessi dobbiamo moltissimo nel campo delle «scelte» corrette, ne riporteremo qui alcuni, che fra l'altro avranno anche la virtù di chiarire ulteriormente quel che intendevamo con le nostre parole di poco fa.

A proposito dell'«aspirazione verso la Conoscenza metafisica effettiva, che è tutt'altra cosa che il desiderio di possedere una somma di conoscenze particolari, fossero pure di ordine iniziatico», egli diceva: «tale aspirazione deve essere pura e senza mescolanza, intendiamo dire che essa non deve accompagnarsi al desiderio di raggiungere qualche fine particolare, e soprattutto che la Conoscenza non deve essere ricercata in vista dell'ottenimento di uno scopo particolare qualsiasi, cosa che sarebbe un vero e proprio rovesciamento dei rapporti normali tra ciò che è d'ordine metafisico e ciò che è d'ordine cosmologico». E ancora: «Nella prospettiva che adottiamo e che è quella della realizzazione metafisica, non c'è da distinguere tra le diverse specie di azioni possibili: un'azione detta "buona", compiuta con "attaccamento" (e c'è attaccamento tutte le volte che l'azione diventa un fine per l'individuo) lega l'essere al Divenire altrettanto quanto un'azione qualificata come "cattiva", anche se la differenza di tendenza di tali azioni può comportare per l'essere considerato conseguenze diverse all'interno del Divenire».

E quanto all'attitudine da avere nei confronti dei mezzi di appoggio dello sforzo da operare individualmente per passare dalla conoscenza teorica alla realizzazione effettiva, egli concludeva con queste parole: «Se è normale e legittimo che degli uomini che hanno una aspirazione spirituale si augurino il raddrizzamento e la rivivificazione di questa o quell'altra organizzazione tradizionale, e lavorino ad essi nella misura delle loro possibilità, sarebbe causa di profondo rammarico se certuni giungessero a considerare come scopo la "salvezza", la potenza o la gloria di una qualsiasi organizzazione, manifestando in tal modo, nei confronti di una realtà contingente, un attaccamento che non è dovuto se non al Supremo. Costoro attesterebbero con ciò una mancanza di qualificazione che rischierebbe di renderli inadatti a essere utilizzati in vista di ciò stesso che essi così vivamente si augurano e a esserne i beneficiari spirituali [il corsivo è nostro].

È scritto: "Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia e il resto vi sarà dato per sovrammercato", quel resto che comprende la Manifestazione tutta intera».

A questo punto ci si può chiedere com'è possibile che qualcuno che sul piano dottrinale ha scritto cose come queste, sia poi giunto a posizioni in così flagrante disaccordo con quelle suggerite da Guénon in campo applicativo e da noi ricordate; aiuta a spiegare con relativa facilità questo «enigma» l'osservazione, che il presentatore di questi scritti ha omesso di fare per ignoranza, o ha voluto trascurare per dolo, che molti degli articoli della serie da cui sono tratte le nostre citazioni erano sottoposti in lettura da Jean Reyor a Guénon prima della loro pubblicazione. In effetti, ciò avvenne per gli scritti di commento agli Aperçus sur l'Initiation (che costituiscono la seconda parte del libro) a partire dal quarto e fino al terz'ultimo compreso, come dichiara lo stesso Reyor in un articolo del 1952. Per cui, per questi lavori, ma per questi soltanto, si può dire che costituiscano in certo qual modo un «prolungamento» dell'opera di René Guénon; e ad ogni buon conto, per tutti gli articoli di Reyor scritti fino alla fine del 1950, vale a dire durante la vita di Guénon, esisteva sempre la possibilità che gli argomenti da lui toccati e suscettibili di rettificazione fossero da Guénon ripresi e riproposti correttamente.

Dal 1951 in poi, con la scomparsa di quest'ultimo, venuta a mancare tale azione di appoggio, diventò molto più rischioso per questo suo «collaboratore» intervenire nella materia esaminata, o, in altri termini, egli si trovò costretto a sopperire con le sue sole facoltà di raziocinio agli elementi propriamente conoscitivi che gli venivano dal suo contatto personale con René Guénon; e in un campo, per di più, dove avevano una rilevanza determinante le conoscenze dirette, insieme metafisiche e cosmologiche, che permettevano a Guénon di indirizzare gli sforzi degli Occidentali «toccati» dalla sua opera in direzioni conformi con l'«ispirazione» che ne è all'origine.

Questo non vuol dire che noi escludiamo che qualche altro essere abbia potuto assimilare queste direttive e impersonarle, in virtù delle sue qualificazioni intrinseche, del suo atteggiamento nei confronti dello spirito dell'opera guénoniana e della stessa persona di Guénon, e per il suo sforzo interiore (21), ma per J. Reyor diventava ora molto più difficile, fino a risultare impossibile, assentire alla forma di tali direttive a causa della posizione diversa in cui si veniva a trovare e per le sue stesse naturali disposizioni. Un'eco di queste difficoltà i nostri lettori l'hanno potuta trovare nello scambio di articoli che ebbe come campo di manifestazione la rivista massonica Le Symbolisme, dove J. Hugonin (M. Clavelle) e F. M. dibatterono la correttezza e la profondità dei rispettivi punti di vista riguardo agli sviluppi applicativi a cui porta l'opera di René Guénon. Tale dibattito si chiudeva sull'ultimo dei due studi di F. M. da noi ripresentati e con una breve nota di Hugonin in chiusura di un suo articolo, che appariva nello stesso numero di Le Symbolisme; da parte sua, la direzione della rivista francese concludeva lo scambio di pareri con una laconica osservazione: «L'incident est clos».

L'incidente non era però chiuso per lo stesso Clavelle, per il quale si veniva a creare una situazione che lo obbligava a ritirarsi dalla redazione degli Etudes Traditionnelles (così come già si era dovuto precedentemente ritirare - almeno quanto a partecipazione attiva - dall'organizzazione massonica a cui aveva appartenuto), per continuare a presentare saltuariamente i suoi articoli sul solo Symbolisme e sotto pseudonimi diversi; questa rivista lo ospitava fin quando, verso il 1971, egli interrompeva definitivamente la sua attività di scrittore (22).

Per concludere, anche volendo trascurare gli aspetti di questo libro che ne fanno una temibile «trappola» per lettori ingenui dell'opera di Guénon, e considerare sincera, paradossalmente, l'intenzione che è dietro di esso, diremo che non ci sembra fuori luogo vedere un'analogia tra questa azione di «ripescaggio» delle illusioni di Jean Reyor su certi modi di «rivivificazione» della via iniziatica massonica e quell'altra azione di riproposizione dell'«aiuto dell'Oriente» di cui si è trattato a suo tempo in questa rivista (23). In tutti e due i casi si vorrebbe riaprire la discussione su qualcosa che, come doveva, ebbe i suoi sviluppi legittimi e irripetibili nel corso della vita di René Guénon, secondo le sue direttive e con il suo appoggio (24); a parte ogni altra considerazione, gli autori di entrambi i tentativi sono perciò «fuori gioco», per i tempi, e per l'indisponibilità, di cui hanno dato prova, a rinunciare ai propri pregiudizi e attaccamenti.

D'altronde non ci sembra fortuito che i due casi si incrocino ora proprio sul terreno della Massoneria; a non molta distanza dalla data di pubblicazione del libro da noi esaminato, le Editions Traditionnelles, la cui rivista è periodicamente invasa dalle strampalate produzioni del personaggio che grottescamente si ripropone come un supporto dell'«aiuto dell'Oriente», fanno apparire una loro propria raccolta di scritti di Jean Reyor, preceduta da una Prefazione che riecheggia punto per punto quella dell'Editore milanese.

Di fronte a tutti questi fatti, ci vengono spontanee due domande:
1) Quale ruolo indipendente per la propria immaginaria «funzione» pensa di avere colui che si firma A. Mostagh Firou, stretto in mezzo a due blocchi di così consonante ispirazione?
2) Quale tipo di «guénoniani convinti» si lascerà attirare da un'iniziativa che, mentre da una parte lascia intravedere la possibilità di una Massoneria «autorizzata» dalle autorità exoteriche occidentali, dall'altra fa di tutto per oscurare persino la distinzione, chiarita una volta per tutte in modo luminoso da René Guénon nell'Occidente moderno, tra «esoterismo» ed «exoterismo» (25)?

Restiamo in attesa che gli eventi ci facciano conoscere quali risposte scaturiranno da questo infernale guazzabuglio.