Per concludere questo studio, le cui proporzioni possono già
sembrare eccessive, ma che abbiamo ritenuto necessarie per dare
un'idea delle stesse dimensioni e ramificazioni dell'azione
antitradizionale che intendevamo denunciare, ci resta da esaminare
l'ultima pubblicazione a cui abbiamo accennato all'inizio della
prima parte: il periodico «Charis», Archives de l'Unicorne;
al momento in cui ci accingevamo a parlare del «piano» che
costituisce l'argomento principale del nostro lavoro, di questo
periodico era apparso un solo numero, ad esso se ne è aggiunto un
secondo nel corso del 1990.
Gli scritti del primo numero sono di argomento vario, ma toccano
tutti più o meno direttamente la tradizione, cosicché, a un esame
superficiale, si potrebbe dire che questa rivista (di cui erano
precursori i precedenti e saltuari «Cahiers de l'Unicorne»
dello stesso Editore) si inserisca in quella serie di pubblicazioni
ormai abbastanza folta che in Francia e in Italia, con intenti e
fortune diversi, cercano di sviluppare concetti tratti dall'opera di
René Guénon. Ben altrimenti stanno le cose, e in questo caso, come è
facile immaginare, è l'intera pubblicazione a essere organizzata in
modo da servire alle intenzioni del «piano»; mentre alcuni degli
scritti che ospita hanno una evidente funzione di «riempitivo» di
genere, è agli altri, a cui sono intercalati, che è invece affidato
il compito di attaccare, sempre indirettamente come nei libri di cui
abbiamo già reso conto, vuoi la «personalità» di Guénon, vuoi talune
delle concezioni espresse nella sua opera, o le loro conseguenze.
Noi ci occuperemo qui naturalmente soltanto di questi ultimi
scritti, ricordando, dei primi, il solo fatto che neppure essi
sembrano essere stati scelti «a caso», poiché sono molto spesso di
un tipo ambiguo, in cui i concetti, quando si riferiscono realmente
alla tradizione, e in particolare al simbolismo, sono trattati da un
punto di vista esclusivamente «exoterico», e quando sembrano
addentrarsi un po' sotto tale scorza, si tratta soltanto di
un'apparenza, perché lo fanno sempre in chiave unicamente
«psicologica» (1); ciò contribuisce per la sua parte a conferire a
tutta la rivista, pur in questi suoi aspetti non contestabili dalla
particolare prospettiva in cui ci poniamo attualmente per
esaminarla, un senso di vago e in un certo modo di «sfocato», che
anche se non fosse espressamente ricercato è certamente molto utile
per i fini che essa si prefigge.
L'articolo con cui si apre il primo numero è intitolato «Du
De Occulta Philosophia à l'occultisme du XX siècle», ed è
dovuta a F. Secret, «direttore di studi per la storia
dell'esoterismo cristiano presso la V sezione della Scuola pratica
di Alti Studi (Scienze religiose), alla Sorbona» (2). Il titolo di
questo studio non recente (è la ripresa di un lavoro apparso per la
prima volta nel 1973 nella «Revue de l'Histoire des Religions»)
sembrerebbe suggerire un esame delle origini del termine
«occultismo» attraverso un excursus storico che potrebbe non essere
privo di interesse; in realtà si tratta di un elaboratissimo
tentativo di confondere le idee riguardo al concetto stesso di
«esoterismo». Basterà riportare qualcuna delle frasi iniziali per
rendersene conto: «"È per un grave abuso di linguaggio, si legge
all'articolo 'Esoterismo' dell'Encyclopaedia universalis, che
i termini 'esoterismo' e 'occultismo' si trovano così volentieri
confusi ai nostri giorni. 'Occultismo' è un neologismo forgiato
all'inizio del secolo XIX da Eliphas Lévi" [l'articolo dell'Encyclopaedia
universalis in questione è dovuto a Serge Hutin, scrittore non
alieno dal recepire nei suoi lavori concetti tratti dalle opere di
Guénon]. Di fatto, esoterismo è anch'esso un neologismo, del
resto contemporaneo dell'altro [il corsivo è nostro]». E, di qui
in poi, per 25 lunghe pagine, cariche di riferimenti letterari, di
cui numerosissimi latini (senza traduzione francese), è una
cavalcata di termini, sedicenti equivalenti: cabala, arcano,
segreto, sacramento, geroglifico, disciplina dell'arcano, scienze
occulte, ecc., al termine della quale dovrebbe «scientificamente»
chiarirsi quale sia il valore concettuale di «occultismo» ed
«esoterismo» «dei quali H. Corbin ha notato ancora ultimamente che
il loro impiego risveglia reticenze, vuoi anche irritazione in molte
persone serie!». E tutto ciò, inoltre, a causa del fatto che «con
questi neologismi è la stessa notte in cui tutti i gatti sono grigi,
"in cui si unificano dall'interno tutte le dottrine tradizionali"
[da L'Esotérisme di Luc Benoist (Parigi, 1963), altro autore
non indifferente alle chiarificazioni apportate da René Guénon in
materia] e in cui del resto "la tradizione nel senso preciso della
parola è la trasmissione innata e immanente di princìpi di ordine
universale" [dalla stessa opera]».
Il sarcasmo che si nasconde dietro queste citazioni,
accuratamente scelte secondo il criterio del «colpo di rimbalzo» che
già abbiamo descritto nelle parti precedenti, e sfruttando
all'occasione le limitazioni espressive o il pressapochismo
entusiasta dei loro autori, è un marchio che dovrebbe far subito
capire al lettore un po' smaliziato che è fatica sprecata voler
trovare nella congerie di contorte sottigliezze erudite che seguono,
la sia pur minima traccia di onestà di «ricerca»; e di fatto, chi
credesse di poter giungere con qualche lume in più sul concetto di
esoterismo alla fine di questo lungo e intricato susseguirsi di
citazioni, di richiami e di rimandi da un autore rinascimentale
all'altro, resterebbe amaramente deluso. La verità è che queste
pagine, lungi dal voler portare chiarezza su tale idea, sono state
scritte per lettori che si vogliono tenere ben lontani da questo
concetto, e per dissuaderli dall'approfondire checchessia; se così
non fosse, perché si sarebbero scelti brani di autori occidentali di
un'epoca in cui le idee di questo genere erano ormai
irrimediabilmente imbrogliate, e in cui i residui di concezioni
tradizionali profonde venivano inestricabilmente confusi con ciò che
sopravviveva, quasi allo stato di superstizione, di scienze
medioevali come l'alchimia, l'astrologia e la magia?
Se si fosse veramente voluto chiarire, partendo da fonti anche
occidentali, in cosa consista l'esoterismo vero, quello che fa
tutt'uno con l'intellettualità pura, e distinguerlo dall'occultismo,
che ne è soltanto una contraffazione recente, sarebbe stato
sufficiente ricercarne le tracce dove esse realmente sono; in San
Paolo, per esempio: «Le invisibili perfezioni divine dopo la
creazione del mondo si rendono manifeste all'intelligenza attraverso
le realtà create» (Lettera ai Romani, I, 20); in San Massimo
Confessore, che commentando le parole precedenti afferma: «E se,
come è scritto, le cose invisibili sono vedute per mezzo delle
visibili, a maggior ragione le cose visibili saranno comprese per
mezzo delle invisibili, da coloro che si elevano alla
contemplazione spirituale. Infatti la contemplazione simbolica delle
cose intelligibili per mezzo delle visibili è spirituale scienza e
concezione delle cose visibile per mezzo delle invisibili [il
corsivo è nostro]. Bisogna infatti che le cose atte a significarsi a
vicenda abbiano reciproche significazioni del tutto vere e
perspicue, e fra loro relazione intatta» (Mistagogia, cap.
II). O in Giovanni Scoto Eriugena, che così si esprime: «Theophaniae
autem sunt omnes creaturae visibiles et invisibiles, per quas Deus
et in quibus saepe apparuit, et apparet, et appariturus est» (Commentarius
in S. Evangelium secundum Johannem, Patrologia Latina, 122, col.
302), ed anche: «Sensu corporeo formas ac pulchritudinem rerum
percipe sensibilium et in eis intelliges Deum Verbum, et in iis
omnibus nihil aliud tibi veritas declarabit praeter ipsum, qui fecit
omnia, extra quam nihil contemplaturus esse, quia ipse est omnia»(Homilia
in Prologum sancti Evangelii secundum Johannem, Patrologia
Latina, 122, col. 289) (3). Ma è principalmente in questo brano di
Ugo di S. Vittore (1096-1141) che si sarebbe potuta trovare una
perspicua illustrazione di ciò su cui il Secret tenta con tutte le
sue forze di gettare un velo di oscurità: «Tutto questo mondo
sensibile è infatti come un libro scritto dalle mani di Dio, cioè
creato dalla potenza divina, e le singole creature sono come figure,
non inventate dall'arbitrio dell'uomo, ma istituite dalla volontà di
Dio per manifestare ed indicare la sua invisibile sapienza. Ma
come un analfabeta, quando vede un libro aperto, scorge i segni, ma
non capisce il senso, così lo stolto e l'"uomo animale" che "non
capisce le cose divine" (I Corinti, 2, 14) in queste
creature visibili vede l'aspetto esteriore, ma non ne capisce
interiormente il significato. Colui che è spirituale, invece, ed è
capace di valutare tutte le cose, mentre considera all'esterno la
bellezza dell'opera, interiormente comprende quanto mirabile sia la
sapienza del Creatore. Perciò non vi è nessuno a cui le opere di
Dio non appaiano mirabili, ma mentre l'insipiente ammira in esse
soltanto l'aspetto esteriore, il sapiente invece da ciò che vede
all'esterno scorge il profondo pensiero della sapienza divina» (I
tre giorni della mirabile luce, IV) [i corsivi sono nostri]
(4).
Nello stesso ordine di idee, ma sotto un profilo meno «teorico»,
vale la pena di ricordare ancora «la testimonianza di S. Clemente
d'Alessandria, che, avendo indicato che "gnosi" è propriamente la
"conoscenza integrale de reale", precisa che la gnosi "dà questa
conoscenza perché la sua autorità è l'autorità stessa del Cristo" e
che essa "è solo per uomini eletti, ammessi dalla fede alla gnosi"»
e che «Inoltre, un chiaro accenno alla natura dei rapporti
iniziatici tra Maestro e discepolo, esistente normalmente in quasi
tutte le vie iniziatiche, ci è offerto da Dionigi l'Aeropagita,
nella cui opera sulle Gerarchie incorporee e corporee si può
leggere: "Quando un uomo è infiammato dall'amore delle realtà che
non sono di questo mondo, ed è colto dal desiderio di riceverne la
propria parte, per prima cosa avvicina uno degli iniziati e lo prega
di condurlo dal Gran Sacerdote (Hierarchès) onde promettergli
la totale obbedienza e porre nelle sue mani la propria vita"» (da: «Aspetti
della funzione dell'esoterismo nella Cristianità» di U. Zalino,
in Rivista di Studi Tradizionali, n. 25, ott.-dic. 1967, pag.
193).
E del resto, come si pone il Secret di fronte all'ammonimento
evangelico «Regnum coelorum intra vos est»?
Ma se la buona fede avesse soccorso, era veramente necessario un
lavoro del genere di quello affrontato da F. Secret e fatto proprio
da «Charis»? È come se costoro si fossero volutamente
«dimenticati» di ciò che René Guénon scriveva nel 1921 nel capitolo
IX dell'Introduction générale à l'étude des Doctrines hindoues,
dal titolo - appunto - «Esotérisme et exoterisme»: «Abbiamo
incidentalmente segnalato (...) la distinzione, del resto abbastanza
generalmente nota, che esistette in alcune, se non in tutte le
scuole filosofiche dell'antica Grecia; la distinzione cioè tra
due aspetti di una stessa dottrina, uno più interno e l'altro più
esterno: è questo tutto il significato letterale dei due termini».
«Si potrebbe indubbiamente individuare, ma in un'accezione molto più
vasta, un esoterismo e un exoterismo in una qualunque dottrina, in
quanto vi si distingua la concezione e l'espressione, la prima
essendo tutta interna, mentre la seconda non è che la sua
esteriorizzazione; così, a rigore, ma allontanandosi dal senso
abituale, si può dire che la concezione rappresenta l'esoterismo e
l'espressione l'exoterismo, e ciò in modo necessario, che risulta
dalla natura stessa delle cose. Se così la intendiamo, in ogni
dottrina metafisica c'è qualcosa che sarà sempre esoterico, ed è la
parte di inesprimibile che comporta essenzialmente (...) ogni
concezione realmente metafisica. È qualcosa che ognuno può concepire
solo da se stesso, con l'aiuto delle parole e dei simboli che alla
sua concezione servono semplicemente da punto d'appoggio, e la sua
comprensione della dottrina sarà più o meno completa e profonda a
seconda di quanto l'avrà effettivamente concepito. Anche in dottrine
di un altro ordine, la cui portata non si spinge fino a ciò che è
veramente e assolutamente inesprimibile, e che è il "mistero" nel
senso etimologico della parola, è altrettanto certo che
l'espressione non è mai del tutto adeguata alla concezione, sicché
vi si produce comunque, sebbene in misura minore,qualcosa di
analogo: chi capisce veramente è sempre chi sa vedere oltre le
parole, e si potrebbe dire che lo "spirito" di una qualsiasi
dottrina è di natura esoterica, mentre la sua "lettera" è di natura
exoterica. Ciò sarebbe in special modo applicabile a tutti i
testi tradizionali, i quali molto spesso, del resto, offrono una
pluralità di significati più o meno profondi che corrispondono ad
altrettante prospettive differenti; ma invece di cercare di
penetrare questi significati, si preferisce di solito dedicarsi a
futili ricerche di esegesi e di "critica dei testi" secondo i metodi
laboriosamente istituiti dalla più moderna erudizione, e questo
lavoro, per quanto fastidioso sia e per quanto pazienza richieda, è
molto più facile dell'altro, perché almeno è alla portata di tutte
le intelligenze» [i corsivi di questi brani sono nostri].
Dovremmo a questo punto scusarci per la lunghezza della
citazione, ma si tratterebbe di un atteggiamento farisaico; abbiamo
espressamente tenuto ad opporre alle 25 pagine di imbrogli
dialettici del Secret su questo tema, che è di importanza
fondamentale per gli studi tradizionali (5), almeno una pagina di
cristallina chiarezza; i lettori potranno da soli giudicare dal
testo di Guénon (e non si tratta che di poche frasi tratte da
un'opera che è essa stessa tutta una applicazione del punto di vista
esoterico a ogni cosa) se con questo «neologismo» che risale... alla
Grecia antica, sia «la stessa notte in cui tutti i gatti sono
grigi», naturalmente quando a farne uso sia qualcuno che è
competente a servirsene e non vada mascherando le sue vere
intenzioni dietro falsi scopi. Accessoriamente, poi, l'ultimo
corsivo è una incisiva descrizione dei procedimenti che il Secret
adotta nell'affrontare l'argomento e una smagliante definizione
della «statura intellettuale» di questo interprete della «cultura»
occidentale.
Che ben poco nel primo numero di questa singolare rivista sia
lasciato intentato per ledere, sia pure molto alla lontana, la
figura di Guénon e metterne in dubbio l'autorità tradizionale agli
occhi di lettori non troppo documentati, è indicato dall'articolo «Les
disciples de l'Emir Abd al-Qâdir», inserito nella rubrica «Recherches».
In questo articolo, concepito in quello spirito esteriore e
nozionistico che abbiamo visto essergli proprio, G. Rocca, già
detrattore dichiarato di Abdul-Hâdî = Aguéli nel libro a questi
dedicato, tocca l'argomento dell'attività dell'Emiro Abd al-Qâdir a
Damasco e dei suoi rapporti con alcuni discepoli. Inserito in mezzo
a qualche lavoro di semplice erudizione, o informazione (6), a prima
vista tale articolo non sembrerebbe destinato a nessun scopo
definito (se non a uno sfoggio gratuito di erudizione spicciola) né
al pubblico di questa rivista, fino a che, a un certo punto, non si
scopre che «assistevano alle lezioni (?) dell'Emiro i migliori fra i
suoi discepoli: lo Shaykh Muhammad at-Tantâwî, lo Shaikh Muhammad
at-Tayyib e lo Shaykh Abd ar-Razzâq al-Baytâr» e che «a loro si
univano lo Shaykh Muhammad al-Khânî e lo Shaykh Abd er-Rahman Ilaysh
(...)» Quando si ricordi che quest'ultimo non è altri che quegli a
cui R. Guénon dedicò il suo Symbolisme de la Croix,
indicandolo con il nome, di trascrizione leggermente diversa,
Esh-Sheikh Abder-Rahman Elish El-Kebir, si comprenderà meglio il
gioco del Rocca, il quale ha impegnato ben otto pagine di questo
numero per insinuare surrettiziamente l'idea di un... ruolo
secondario di quest'ultimo.
Procedimento ben intonato con la campagna denigratoria in cui
anche questo piccolo tassello si inserisce, ma che è francamente
ridicolo se si è al corrente che «Lo Sheikh Elish fu un amico intimo
dell'Emiro Abd-el-Kader» e che «fu lo stesso Sheikh Elish a
lavare il corpo dell'emiro e a seppellirlo vicino alla tomba di
Muhyiddin ibn Arabi». E poiché tale informazione è contenuta in
una lettera del 29.7.1907 di Abdul-Hâdî = Aguéli a Mme Huot,
riportata in Ivan Aguéli, Människan, mistikern, målaren di
Axel Gauffin, e questo è un testo con cui il Rocca non può mancare
di avere una bella dimestichezza perché, come abbiamo visto, gli è
servito proprio per denigrare anche Abdul-Hâdî, resta provato che la
buona fede (come del resto già sospettavamo) anche in lui non è
certo una delle qualità di maggior spicco... (7).
Un articolo dal nostro punto di vista particolarmente
significativo, e che viene subito dopo, è quello di Giovanni
Lanternari, intitolato «Le sens de l'Islam», dove, sia pure
sommariamente, il termine Islam è preso in considerazione nel suo
significato linguistico. È un articolo relativamente breve, ma è il
più indicativo del numero (i quale d'altronde è esso stesso
emblematico del tipo di sforzo fornito dall'équipe milanese
in questo senso) in quanto lascia intravedere con maggior
immediatezza degli altri i moventi «ideologici» del «piano», o forse
sarebbe più appropriato dire le paure che sono all'origine della sua
ideazione e messa in opera.
La parola araba è all'inizio interpretata correttamente nel suo
senso di «sottomissione alla Volontà divina», ma ci si accorge
presto che l'esame di tale significato non è altro che un pretesto
per rivolgere un ammonimento, tra il preoccupato e lo sprezzante, a
tutti coloro che, in Occidente, fossero tentati di adottare una
tradizione che non sia quella propria alla maggioranza umana di
quest'area geografica. «In effetti - dice il Lanternari - l'islam
comporta l'accettazione serena e virile del proprio destino, con
tutte le condizioni esistenziali che esso implica: tale luogo, tale
epoca, tale ambiente, tale religione [il corsivo è nostro],
tale sesso (?), ecc. È precisamente in queste condizioni, e non in
altre, che questa o quella persona è chiamata a vivere, ad agire e a
realizzarsi» (dove evidentemente quest'ultimo termine è preso nella
sua accezione corrente e «volgare»). Ora, dietro a queste
affermazioni sotto un certo aspetto giustificate, limitatamente alla
loro portata «sociale», si annidano diversi malintesi, che non si
capisce bene se siano imputabili a una semplice incomprensione dei
termini del problema, o non piuttosto all'intenzione di porre male
quest'ultimo per arrivare a far prevalere una propria tesi
preconcetta, avente la sua ragion d'essere in una mentalità
«limitata al punto di vista dell'exoterismo più esclusivo»
(8).
Innanzitutto, l'autore dell'articolo dice, immediatamente prima
del paragrafo da noi citato, che della dottrina sinteticamente
racchiusa nel termine stesso di islam «sembra che fuori delle
società autenticamente tradizionali, rari siano gli uomini capaci di
trarre tutte le conseguenze e di vivere e agire in modo coerente con
esse». E già qui ci sembra che non si accorga di cadere in una
palese contraddizione: è evidente infatti, che «fuori delle società
autenticamente tradizionali» il concetto di «conformità al dharma»,
di cui il Lanternari fa un'equivalente di islam, non può
dirigere la vita degli uomini, perché è proprio la mancanza di esso
a generare una società non-tradizionale; la sua affermazione è
perciò una pura e semplice tautologia. Ma ciò che è curioso è che
egli sta parlando di esseri che vivono nell'Occidente moderno;
accetterebbe dunque l'idea che quest'area geografica sia priva di
una legge tradizionale? Noi non lo crediamo, anche perché più avanti
parlerà della «spiritualità occidentale», in cui coloro che
dall'Occidente sono «fuggiti» per cercare in Oriente le «categorie»
per giudicarla, «cercheranno vanamente ciò che non vi troveranno
mai».
Da queste parole sembrerebbe quindi piuttosto che la
«spiritualità occidentale» sia, per lo meno nella mente dell'autore
dell'articolo, di un tipo speciale, che potremmo denominare
«non-tradizionale»; e che questo sia veramente il suo pensiero, per
quanto non definitamente espresso (9), è indicato dal fatto che il
Lanternari attribuisce la responsabilità della «fuga», che
stigmatizza, ai «fedeli della Tradizione», dalla quale chiaramente
dissocia perciò quella che chiama la «spiritualità occidentale». Non
approfondiremo per ora questo argomento, il quale esula dai confini
entro i quali vogliamo mantenere il nostro esame, e che varrà la
pena di affrontare con più agio in un articolo specifico; ciò che
riterremo invece è che, esprimendosi in questo modo, quella che si
intende colpire è senza nessun dubbio l'esposizione dei princìpi
tradizionali effettuata da René Guénon, e del resto quest'ultimo è
tratto direttamente in questione alla fine dello scritto, e in un
modo così velenoso (e incorretto) da mostrare altrettanto
chiaramente come questa polemica postuma, ma coerente con altri
attacchi del genere già portatigli in vita, sia stata architettata
essenzialmente contro di lui.
Riguardo a questo articolo faremo soltanto più notare, in questa
occasione, la precisa rassomiglianza che hanno le considerazioni che
vi si trovano, espresse finalmente con una certa nettezza, con le
argomentazioni insinuanti e contorte che costituivano l'Introduzione
di G. Rocca ai testi di Abdul-Hâdî. Rispondendo ai nostri due
precedenti articoli con una breve Nota inserita nel suo
ultimo catalogo, la Casa editrice milanese, dopo qualche
insinuazione che non ci tocca né tanto né poco, giacché le nostre
proprie considerazioni si fondavano esclusivamente su testi da essa
pubblicati (e non su informazioni «private» della più dubbia natura
e provenienza), sostiene che «quanto alle introduzioni ai libri e
alle note, esse sono evidentemente accessorie, e il lettore può
condividerle o contestarle, secondo le sue convinzioni».
Ammiriamo l'elasticità con cui questo Editore «butta a mare» il
lavoro dei suoi collaboratori quando esso rischia di essere troppo
compromettente per lui; per parte nostra (non abbiamo mai creduto
nel progresso...), eravamo restati, in fatto di introduzioni e di
note, al concetto che esse sono fatte per avviare chi legge a
interpretare correttamente, o per lo meno in un certo modo
(come in questo caso), i testi che troverà nel libro, e che
l'editore non può dissociare la sua responsabilità da questo lavoro
di... pilotaggio. A meno che, e questo è già accaduto (si veda ad
esempio il caso di Mgr. Jouin e della R.I.S.S.), il
responsabile di un'impresa editoriale non si accorga di essere stato
prevaricato dal lavoro dei propri collaboratori, e che quest'ultimo
abbia fatto prevalere a sua insaputa, dalla tribuna delle sue
edizioni, un indirizzo ideologico diverso da quello da lui voluto.
Ma, sfortunatamente per l'Editore milanese, la consonanza di idee
che abbiamo rilevato nei due scritti in questione sembra escludere
questa eventualità.
Ma per tornare all'argomento di Abdul-Hâdî e dei suoi testi, che
nella recente risposta pare essere l'unico a stargli a cuore,
quando, volendo, ne avrebbe tanti altri di cui preoccuparsi (almeno
tanti quanti quelli da noi toccati...) faremo ancora un'altra
osservazione, che non ci era sembrato il caso di esporre in
occasione del nostro primo lavoro di un anno fa. Quando egli, nella
sua Nota polemica all'indirizzo delle Edizioni di Studi
Tradizionali, faceva rilevare che queste avevano «ritenuto
opportuno dare in traduzione italiana soltanto un terzo
dell'articolo» «Pagine dedicate a Mercurio», introducendo
l'argomento, diceva, come si ricorderà, che «soltanto i testi
apparsi nella "Gnose" sono originali in modo vero e proprio,
giacché le riedizioni ulteriori (...) hanno tutte subito amputazioni
(...) volte a presentarli come irreprensibili sotto tutti gli
aspetti». Ora, dire che qualcuno (chiunque egli sia, qui non ha
importanza) ha cercato di presentare come irreprensibile sotto
tutti gli aspetti l'opera di un autore, significa, in buona
logica, pensare che almeno una parte degli scritti di tale autore
sono irreprensibili, e poiché per gli scritti di Abdul-Hâdî
questo concetto non era assolutamente preso in considerazione
nell'Introduzione, si può affermare in tutta tranquillità che essa
era concepita in malafede; e che fosse proprio il Direttore delle
Edizioni milanesi a firmare la Nota, indica nuovamente che la
supposizione da noi avanzata poco fa di un possibile suo non
coinvolgimento nel «piano» è da escludersi. E questo, ci sembra,
chiude definitivamente alle sue spalle la strada della... ritirata.
Un altro tentativo di mescolare esoterismo e occultismo,
confondendone nelle menti dei lettori attuali i rispettivi concetti,
è costituito da un'allucinante rassegna (ben 65 pagine!), numero per
numero e con abbondanza di citazioni, dei primi tre anni (1890-1893)
della rivista «Le Voile d'Isis», organo occultistico alle sue
origini, e naturalmente nel corso di questa singolare recensione
postuma non si manca di coinvolgere il nome di Guénon.
Sembrerebbe inutile, dopo tutto quello che abbiamo già detto
sulle odiose tecniche di contaminazione della figura di René Guénon
con cose che sono agli antipodi della dottrina tradizionale da lui
presentata in Occidente, insistervi ancora in dettaglio; vorremmo
però che i responsabili di quest'opera di riesumazione, nel vero e
proprio senso necrologico del termine, meditassero almeno su una
cosa, se ne sono capaci. Il dissotterramento di queste teorie
neospiritualistiche, desuete e ammorbanti, le riporta fatalmente in
circolo, e per poco che qualcuno abbia il coraggio e la pazienza di
leggerle in questa nuova forma mascherata di «scientificità»
storicistica, non mancheranno di squilibrare ulteriormente la
mentalità generale. Agendo in questo modo, essi stanno facendo «alla
rovescia» il lavoro penoso e difficile compiuto da Guénon,
principalmente ai suoi inizi, dopo il passaggio del quale la maggior
parte di queste follie era stata radicalmente «esorcizzata»; vedere
le cose in questa luce non li condurrà a riflettere che quegli
contro cui, a quarant'anni dalla morte, continuano a rovesciare
attacchi come se fosse il peggior nemico della causa che si illudono
di saper difendere, ne avrebbe potuto essere il più formidabile
ausiliario se ne avessero accettato i suggerimenti, e che l'averne
respinto la mano tesa non fa che gettarli sempre più in quelle
dell'«avversario» (10)?
Il n. 1 di «Charis» si chiude con uno scritto in cui la
tecnica di «demitizzazione» della figura di René Guénon è applicata
nel modo più scoperto. Si tratta, sotto il titolo generale di «Rappels»
(richiami, rievocazioni) e quello specifico di «Il y a 50 ans:
René Guénon "retrouvé" au Caire», della ripresentazione di un
articolo pubblicato nel luglio 1938 dal «Journal de Paris»,
che, riprendendola dal quotidiano «L'Intransigeant», metteva
in prima pagina la notizia del «ritrovamento» di René Guénon in
Egitto (dopo la sua partenza da Parigi nel febbraio 1930). Se
diciamo che la tecnica psicologica adottata in queste particolari
pubblicazioni appare qui applicata nella maniera più appariscente, è
per più di una ragione; la prima è che lo stesso presentatore
odierno del vecchio articolo chiude la sua introduzione
«banalizzante» con queste parole: «Riproduciamo l'articolo
integralmente meno per la curiosità che per la documentazione, anche
se di poco peso. Anch'esso aveva contribuito, forse in
proporzioni modeste, alla creazione del mito di René Guénon» [il
corsivo è nostro]; e questo basterebbe a spiegare perché esso è
stato riesumato.
Inoltre, l'articolo in questione, lungi dall'essere favorevole a
Guénon, è redatto in termini sottilmente spregiativi, e che per di
più si conformano perfettamente con gli scopi che il «piano» attuale
si prefigge (non per nulla esso è ricordato con un certo rilievo a
pag. 304 dell'ormai abituale Esotérisme et Christianisme autour
de René Guénon di M.-F. James...). Crediamo che il miglior
antidoto alla sua malignità propria siano le parole con le quali
Guénon stesso lo commentava in una lettera dell'11 ottobre 1938 dal
Cairo: «Non ho visto l'articolo delle "Nouvelles Littéraires"
a cui lei fa allusione, ma immagino abbastanza bene [je me doute
assez] cosa possa essere, se ne giudico basandomi su un altro
che è apparso nell'"Intransigeant", il quale non è altro
che un insieme [tissu] di falsità e di perfidie [il
corsivo è nostro]; cosa pensare di un individuo che pretende di
avermi incontrato, quando io ignoravo persino la sua esistenza prima
di vedere l'articolo in questione? Non so del resto cosa si potrebbe
fare per impedire ai cani di abbaiare, voglio dire, ai giornalisti
di raccontare le loro menzogne e di immischiarsi in cose che non
riguardano in nessun modo né loro né il pubblico!»
E infine, il tutto è corredato da una documentazione fotografica
che rientra per una sua importante parte nelle tecniche del «piano»;
a questo proposito, sarà opportuno spendere qualche parola di
spiegazione di quanto intendiamo dire, giacché qui tocchiamo
nuovamente un punto sensibile della mentalità di coloro che sono
dietro questa manovra e ci riaccostiamo alle ragioni che l'hanno
provocata.
Ciò che si cerca di evitare è che il lettore dell'opera di René
Guénon, reso cosciente da quest'ultima dell'insufficienza di un
semplice exoterismo per raggiungere i risultati intellettuali che
essa presenta come possibili a determinate condizioni, fra cui
primordiale l'ottenimento dell'iniziazione, possa dirigersi nella
sua ricerca verso forme tradizionali di origine orientale, capaci, a
differenza di quel che avviene per ciò che di tradizionale permane
in Occidente (11), di conferirla nel loro aspetto interiore. È
evidente che il passaggio a una tradizione di questo tipo, completa
sotto il duplice aspetto esoterico ed exoterico, e giustificato
soltanto quando obbedisca a necessità del primo ordine, implica però
anche l'adozione completa e rigorosa, e in qualche modo
«preventiva», delle forme del secondo, e questa adozione non potrà
effettuarsi senza modificazioni altrettanto profonde di
atteggiamenti e di comportamenti più o meno radicati nell'essere che
si trova in queste condizioni. È qui che esso incontrerà le prime
difficoltà «vitali» di assimilazione, rese ancora maggiori dalle
reazioni dell'ambiente, che non mancano pressoché mai di prodursi in
casi come questo; ed è qui che il «piano» produce il suo sforzo più
«mirato» (e insieme più scoperto) perché tende ad accrescere tali
difficoltà, associandosi in certo qual modo alla natura delle
reazioni ambientali di cui parliamo. La documentazione fotografica
di questo articolo è fra le più indicative in proposito; vi si
insiste infatti in modo particolare sull'abbigliamento orientale di
René Guénon nell'ultimo periodo della sua vita, passato in Egitto,
e, ciò che si ritiene ancora più efficace nel particolare senso da
noi indicato, si dà inoltre ampio spazio a fotografie famigliari, in
cui ad essere rappresentate in modo simile sono addirittura la
moglie e le figlie di Guénon, riprese ad età diverse (12). Inutile
aggiungere che tutto questo è concepito per potenziare, per lo meno
nell'intenzione degli ideatori di questo penoso «servizio»,
l'effetto psicologico dell'articolo che si è in tal modo voluto
documentare «visivamente», giacché la tecnica in cui esso era
redatto è anch'essa dello stesso tipo, indirizzata cioè a toccare,
nel lettore, più che altro i sentimenti e le reazioni ancestrali «da
Occidentale» (13). È in questo speciale senso che noi avevamo
parlato all'inizio di un'azione «deterrente»; e da questo stesso
punto di vista si ammetterà che la caricatura del volto di
René Guénon che compare in apertura di articolo è il ripugnante
emblema, e in certo qual modo la cristallizzazione, degli intenti
deformanti che soggiacciono a tutto il «piano» (14).
Il n. 2 di «Charis» si presenta con le stesse
caratteristiche del n. 1; molti più «riempitivi» però, questa volta,
e quasi tutti del genere «scienza delle religioni», quindi dal
taglio prettamente moderno, analitico e storicistico, con puntate
sordamente antitradizionali, e, alla fine, nella rubrica «Revue
des revues d'antan», il pezzo forte, vale a dire nuovamente una
rassegna: anno per anno (1909-1907), numero per numero, «La Voie,
revue mensuelle de Haute Science», ossia la rivista di Albert de
Pouvourville (Matgioï) e di Léon Champrenaud (Abdul-Haqq); qualche
differenza di dimensioni: le pagine dedicate a questo sempre più
assurdo carosello sono 198 (due terzi dell'intera pubblicazione!),
in luogo delle 65 precedenti, e le citazioni dagli originali ancora
più lunghe e numerose.
Perlector, ancora l'autore di quest'altra recensione, termina
il suo excursus (della cui smodata lunghezza ha alla fine
anche il dubbio vezzo di scusarsi con i lettori, come del resto
aveva già fatto per la precedente) lagnandosi della «grande miseria
intellettuale e spirituale» che caratterizza «il quadro» che ha dato
«di quest'epoca e di questo ambiente»; verrebbe da chiedergli come
qualifichi, invece, l'azione di far rivivere questo stesso mondo, a
cui afferma, sempre molto ipocritamente, di essersi accostato «con
una attenzione e un rispetto particolari (?!), perché si trattava
della rivista dei "Maestri" di Guénon». Forse non si era accorto (ma
la sua vista è veramente così corta?) che il lavoro di «pulizia» di
tutta questa sedicente intellettualità era già stato fatto da un
Guénon poco più che ventenne, il quale, proprio all'inizio della sua
azione pubblica, «per allontanare ogni equivoco dall'animo dei (...)
lettori, e per tagliar corto in anticipo con possibili
insinuazioni», con ben altro piglio che il suo aveva detto nella «Gnose»
(n. 1, anno 2°, gennaio 1911: «Ceque nous ne sommes pas»):
«(...) D'altra parte, non siamo né occultisti né mistici, e non
vogliamo avere né da vicino né da lontano alcun rapporto, di
qualunque natura esso sia, con i molteplici raggruppamenti che
procedono dalla speciale mentalità indicata dall'una o dall'altra di
queste due denominazioni. Intendiamo dunque restare assolutamente
estranei al movimento detto spiritualistico, il quale non può del
resto essere attualmente preso sul serio da nessun uomo ragionevole;
fra le persone che seguono questo movimento o che lo dirigono, non
possiamo che compatire quelle che sono in buona fede, e disprezzare
le altre» (...) «Fermamente e fedelmente collegati alla Tradizione
ortodossa, una e immutabile come la Verità stessa di cui è la più
alta espressione, siamo gli avversari irriducibili di ogni eresia e
di ogni modernismo, e condanniamo altamente i tentativi, quali ne
siano gli autori, che hanno lo scopo di sostituire alla pura
Dottrina sistemi qualsiasi o concezioni personali» (...) «Da quel
che abbiamo detto, discende che non possiamo essere degli eclettici;
noi ammettiamo soltanto le forme tradizionali regolari, e, se le
ammettiamo tutte allo stesso titolo, è perché esse in realtà non
sono altro che le vesti diverse di una sola e stessa dottrina
(...)».
Soltanto che Guénon, come già lasciano intendere questi stessi
passi, con il suo lavoro mirava a sgomberare il campo dai detriti
neospiritualistici per dare a qualcuno, che sapeva esistere, la
possibilità di vederci chiaro, al di là di tali pseudo-dottrine,
quando sarebbe passato poi all'esposizione della vera dottrina
tradizionale; la sua tecnica di rettificazione della mentalità
dell'ambiente fu d'altronde efficace proprio perché fondata su
questi dati dottrinali incontestabili, mentre l'esposizione di
Perlector, priva (e pour cause!) del sia pur minimo
accenno a fondamenti dottrinali tradizionali, è soltanto generatrice
di oscurità e di confusione, e quello su cui si regge è unicamente
una sorta di «moralismo» che sconfina molto spesso addirittura nel
pettegolezzo. Ma si deve dire di più: il lavoro di Perlector,
come quello di tutti questi suoi «confratelli» di cui ci siamo
dovuti occupare (15), le idee le confonde soprattutto perché il suo
scopo è quello di farlo, e non come un fine in sé, si badi, perché
in questo caso il discredito ricadrebbe soltanto su di lui, bensì
per oscurare la dottrina tradizionale, contaminandola con il
sospetto che le può derivare dall'essere mischiata con tutte queste
cose sospette; le quali vengono riesumate soltanto a tale fine,
giocando su talune consonanze che sono esclusivamente verbali.
Ma poiché c'è un limite anche alla doppiezza, accade che a un
certo punto lo stesso Perlector non possa esimersi dal dire,
di tutto ciò che ha passato in rassegna nella «Voie», che
«l'ossatura e la sostanza della pubblicazione sono i capitoli delle
due opere maggiori di Matgioï» (16), e dal concludere con questa
sorprendente domanda (sorprendente soprattutto perché formulata da
lui...): «Cosa c'è di veramente sapienziale, intellettuale,
spirituale in questa profusione [débit] di "Alta Scienza",
se non le dottrine di Estremo Oriente come vi sono state esposte da
Matgioï?» Sono poche parole, come si vede, soprattutto se
confrontate con il numero esorbitante di pagine dedicate
all'argomento, ma hanno la paradossale virtù, certo non perseguita,
di demolire tutto il puntiglioso, particolaristico e... costoso
lavoro che le precede, se lo scopo di tutto ciò, come non è più
possibile avere dubbi dopo questo secondo numero di «Charis»
è, come dicevamo, quello di ribaltare su René Guénon e sulle
dottrine tradizionali il senso di repulsione che non può non
suscitare questo genere di letteratura «inizio secolo».
Cosa ha conservato Guénon nella sua opera, inserendovi
ripetutamente degli «estratti» dai testi di Matgioï, chiediamo a
Perlector, se non proprio quel che egli non può impedirsi di
apprezzare, dopo aver fatto giustizia di tutto il resto, che ha
relegato una volta per tutte negli inferni della pseudo-iniziazione?
E siccome il pedante autore di questo incredibile lavoro sembra
tenere moltissimo al giudizio dell'Editore che lo pubblica, gli
confidiamo che al posto suo temeremmo seriamente le conseguenze che
potrebbero venirgli da lui per questa monumentale «bévue»
(17) a conclusione di una fatica che avrebbe dovuto portare a tutto
un altro risultato...
Nel corso di quest'ultima parte del nostro studio, abbiamo
rilevato di sfuggita le reazioni positive che qualcuno, e non dei
più sprovveduti, ha avuto alla lettura del primo numero di «Charis»
(e del resto ciò si potrebbe riferire con la stessa validità per gli
altri libri di questo Editore da noi esaminati, e da parte anche di
persone diverse); si tratta di persone e di pubblicazioni che si
interessano ovviamente alle questioni tradizionali; come può
avvenire, si chiederanno alcuni, che noi invece assumiamo di fronte
agli stessi scritti un atteggiamento diametralmente opposto?
A questo proposito, ricorderemo prima di tutto la distinzione su
cui René Guénon ha spesso insistito, e che qui è di grande
rilevanza, tra «tradizione» e «tradizionalismo» (18), e il meno che
si possa dire dell'attività dell'Editore milanese è che ricade nel
secondo, quand'anche non si tratti di qualcosa di peggio come nel
caso dei libri e degli articoli di cui ci siamo occupati; ma per
chiarire ancora di più il nostro modo di vedere ci serviremo di una
citazione dall'articolo «Le contrefaçons de l'idée traditionnelle»
di René Guénon (19): «Se (...) si facesse notare, come se si
trattasse di una circostanza attenuante, che nonostante tutto c'è
sempre in queste cose qualche elemento la cui provenienza è
realmente tradizionale, risponderemmo questo: ogni imitazione, per
farsi accettare, deve naturalmente assumere almeno qualcuna delle
sembianze di ciò che simula, ma è proprio questo che ne aumenta
ancora la pericolosità; la menzogna più abile e anche la più
funesta, non è precisamente quella che mescola in modo inestricabile
il vero e il falso, sforzandosi in tal modo di far servire il primo
al trionfo del secondo?».
A quest'ultima citazione si potrebbe forse ribattere, sempre
parlando delle pubblicazioni di questo tipo dell'Editore milanese,
osservando che Guénon, con queste sue parole, intendeva riferirsi
alla pseudo-iniziazione, e che le pretese apparenti degli scritti da
noi presi in esame non tutte si inseriscono in questa categoria; ciò
è sicuramente vero, e ammettiamo che sarebbe pericoloso, sia pure
con l'intenzione di mettere in guardia gli attuali lettori
dell'opera di Guénon da confusioni fatte circolare a bella posta su
di essa, fornire l'occasione di confusioni d'altro genere, aventi la
loro origine in una non rigorosa aderenza a determinati aspetti
della dottrina che contiene.
Ma non è forse un pericolo analogo a quello veicolato dalla
pseudo-iniziazione quello che è insito in una pubblicazione come «Charis»,
la quale, presentando nel suo primo numero la figura di Guénon e la
sua opera nel modo sottilmente repulsivo da noi descritto, porta in
cima alla sua prima pagina di copertina, sovrastante la
rappresentazione di un liocorno («logotipo» dell'Editore), la divisa
«venena pello» (scaccio i veleni), indicando così una ben
precisa attitudine ostile agli stessi argomenti trattati
(20)? Se
non di pseudo-iniziazione nel senso tecnico del termine, introdotto
da Guénon, certamente «pseudo-intellettualità», se così ci è
permesso dire; questo è il contenuto della rivista «Charis»,
per esprimerci in modo insieme generale e sintetico.
Non è difficile prevedere che il nostro esame di tutti questi
scritti, impostato sulla constatazione di una manovra
antitradizionale (e più particolarmente indirizzata contro l'opera
di René Guénon) accuratamente architettata e puntigliosamente messa
in opera non solo mediante la loro pubblicazione (21), possa
sollevare un'obiezione, ed è che nessuna prova tangibile può essere
fornita della sua esistenza. A questa obiezione si può rispondere
che le «prove», nel senso materiale e storicistico in cui il termine
è abitualmente inteso oggi, sono qualcosa che rientra in metodi di
indagine anch'essi di ispirazione antitradizionale, escogitati, fra
l'altro, proprio per evitare che, in casi come questi, si scopra
inopportunamente quale natura e che origine abbiano certe
«influenze», e in che direzione cerchino di far procedere la
mentalità generale; e inoltre, è proprio solo «casualmente» (come
abbiamo già fatto notare di sfuggita) che in questa circostanza
siano sempre gli stessi personaggi, salvo poche eccezioni, a
trovarsi coinvolti in iniziative che contribuiscono, in una misura o
in un'altra, a erigere la barriera di opinione che si vuole
frapporre tra l'opera di René Guénon e i suoi potenziali lettori?
Per coloro che sono riusciti a liberarsi, sia pure ancora
soltanto parzialmente, dal condizionamento dei modi di pensare su
cui si regge il mondo moderno, ognuna delle pubblicazioni che
abbiamo esaminato costituisce di per sé, per l'attitudine e le
intenzioni che manifesta, una prova evidente di quanto siamo andati
dicendo, e questo, crediamo di averlo sufficientemente mostrato. Si
potrà forse, se si vuole, fare una distinzione tra i gradi di
consapevolezza che i singoli partecipanti a questa manovra hanno di
essa; ma se è possibile che qualcuno di loro, di fronte alla
descrizione che ne abbiamo data, rifiuti di riconoscersi
personalmente animato dallo spirito da noi rilevato e qualificato
come antitradizionale, ci pare innegabile che una volontà ben
precisa abbia presieduto alla sua concezione, e ciò è sufficiente a
giustificare l'uso della parola «piano» per indicarla.
Un'altra domanda che ci si può porre è quale possa essere, in
generale, il funzionamento di un simile progetto, indipendentemente
dalle tecniche più o meno «psicologiche» di cui ci si è serviti per
costruire ogni suo elemento; ancora una volta si può avanzare una
risposta soltanto se si ricorda che lo scopo generale perseguito è
quello di distogliere i destinatari potenziali dell'opera di Guénon
dal suo approfondimento, per impedir loro di inoltrarsi sul cammino
dell'attualizzazione delle possibilità intellettuali di cui sono gli
eventuali portatori; avendo presente questo obiettivo negativo, si
possono distinguere nel progetto da noi descritto delle fasi, o
piuttosto dei livelli, a cui corrispondono altrettanti elementi
specifici degli scritti.
Un primo livello è quello costituito dai testi, o parti e aspetti
di essi, che negano decisamente o mettono in dubbio l'esistenza e la
possibilità stessa dell'esoterismo; questi sono evidentemente
concepiti in modo da arrestare in prima battuta tutti i lettori che
capitano per la prima volta su simili argomenti, abbiano o no essi
già sentito parlare dell'opera di René Guénon, o, in seconda
battuta, quelli che, non accontentandosi più dell'inconcludenza e
della confusione che caratterizzano la scienza moderna e delle
banalità moraleggianti della letteratura «esegetica» corrente, siano
alla ricerca di spiegazioni intellettualmente meno insoddisfacenti.
Il secondo livello è formato da quanto, nei testi, instaura o
mantiene volutamente la confusione tra l'esoterismo vero, la cui
idea è talvolta approvata ma solo in apparenza, e lo
pseudo-esoterismo (22); in questo caso si sfrutta la ripugnanza che
giustamente ciò che proviene da quest'ultimo suscita nelle persone
dotate di un certo equilibrio mentale, e si fa in modo che essa si
trasferisca anche sul primo (23). Si cerca così di distogliere da
esso quei lettori che potrebbero esserne attirati per naturale
disposizione e che hanno forse già avuto qualche contatto con
l'opera di René Guénon.
Il terzo livello è quello i cui elementi sono rivolti a
neutralizzare l'aspirazione alla conoscenza iniziatica di coloro
che, elusi i due «filtri» precedenti per una ragione qualsiasi, e
quindi «dopo essere stati toccati in profondità dall'opera di R.
Guénon» (24) (la diffusione crescente di scritti sull'autore
francese e sulla sua opera è agli occhi di qualcuno, come abbiamo
detto all'inizio del nostro lavoro, un temibile indizio della loro
esistenza), sono alla ricerca di un ricollegamento tradizionale
«regolare». La tecnica «deterrente» è qui applicata facendo leva
sugli elementi di tipo sentimentale, o in ogni caso «vitale», che
tali lettori continuano a portare in loro come retaggio occidentale,
e soprattutto «borghese», per distoglierli da un eventuale progetto
di ricollegamento a una tradizione non occidentale.
Supposto ottenuto questo risultato, e in parte anche per
contribuire a ottenerlo, si offrirà loro un simulacro di regolarità
con lo pseudo-esoterismo dalle apparenze tradizionali, ma
esclusivamente occidentale, a cui si allude nella Prefazione della
raccolta degli scritti di M. Clavelle; è perciò fin troppo chiaro
che tutta questa costruzione culmina in tale proposta, giustificando
doppiamente l'appellativo di «piano» che le abbiamo attribuito.
Per concludere il nostro esame ci resta soltanto più da fare
un'osservazione sugli artefici, diretti o indiretti, del «piano» di
cui ci siano dovuti occupare: quel che abbiamo detto finora delinea
il quadro generale che regola questa proliferazione di scritti a cui
si affida il compito di «fare da velo» all'opera di René Guénon
puntando più che altro sugli istinti e non sull'intelletto; ma cosa
si dovrà pensare, più in particolare, della mentalità tutta speciale
del gruppo di persone, a quanto sembra abbastanza numeroso, che
hanno prestato la loro opera - a tratti minuziosa fino alla mania -
in questo tentativo di produrre un «contrappeso» dissimulato
all'influenza chiarificatrice che continua a emanare dai libri
dell'autore francese?
Per esprimere in modo sintetico il nostro parere su costoro, non
possiamo far meglio che citare un apologo taoista attribuito a
Ciuang-Tse: «Nel nudo e sterile settentrione è un uccello che si
chiama Pang; il suo dorso pare il monte Tai, le sue ali nuvole che
pendano dal cielo. In un turbine sale a grandi ruote per centomila
miglia fin dove terminano aria e nuvole, e sul suo dorso è solo
l'azzurro nero del cielo. Allora volge il suo volo a Sud, verso
l'Oceano. Dalla sponda di una palude, una quaglia rise di lui e
disse: "O dove vuole andare? Io frullo su per qualche metro, e torno
giù fra i cespugli nella macchia: questa è la perfezione del volo.
Ma quella creatura, dove vuole andare?"» (25).
Qualunque possa essere il grado di consapevolezza che queste
persone hanno del ruolo che stanno ricoprendo con i loro lavori,
crediamo che i nostri lettori non avranno, dopo ciò che abbiamo
detto, la minima esitazione nell'individuare in quale dei due
animali simbolici dell'apologo noi le identifichiamo.
POST-SCRIPTUM
Avevamo già finito di scrivere il presente lavoro, quando ci si è
presentata l'occasione di leggere l'articolo «Esotérisme»
dell'«Encyclopaedia Universalis», dal quale François Secret
ha estratto le citazioni il cui ironico commento costituisce
l'inizio del suo «studio». Se già prima pensavamo, come del resto
abbiamo detto, a un'artificiale costruzione di tutta la sua
argomentazione, a cui alcune debolezze intrinseche dell'«articolo»
stesso potevano aver fornito l'esca apparentemente giustificata, non
ci aspettavamo però che anche le debolezze in questione fossero,
esse pure, state... costruite.
Così è invece nel modo più smaccato, e ci chiediamo come un
autore possa seriamente pensare che certi suoi imbrogli (e qui non
usiamo più la parola nel suo senso unicamente metaforico) possano
resistere indefinitamente senza essere smascherati; l'«articolo» di
Serge Hutin, che dalla citazione fattane dal Secret si poteva
immaginare pieno di ingenuità e di lacune, è al contrario (fatte
salve alcune imperfezioni di terminologia e di linguaggio e un tono
generale di «non-coinvolgimento» che può benissimo spiegarsi con
l'occasione stessa per cui è stato redatto) è, dicevamo, concepito
in modo chiaro e piuttosto esauriente, e dalle sue cinque grandi
pagine, tutto sommato, il lettore realmente interessato può trarre
moltissimo di più, sulla generalità dell'argomento, di quanto potrà
mai dedurre dalle inutili (e presuntuose) complicatezze di cui sono
riempite le 25 pagine del Secret.
Qualche particolare può essere utile per l'... edificazione del
lettore: come si vede dalla nostra stessa citazione, il Secret si
serve del testo di S. Hutin per introdurre l'idea che non è soltanto
il termine «occultismo» a essere un neologismo, ma che anche
«esoterismo» si troverebbe nelle stesse condizioni; la sua citazione
è tronca, e dà l'impressione che l'Hutin non abbia minimamente preso
in considerazione la questione dell'origine di quest'ultimo termine,
e questo gli offre lo spunto per la sua propria ricerca. In realtà,
nel lavoro dell'Hutin la prima cosa che si fa è proprio di esaminare
tale origine, e la prima colonna della pagina iniziale è dedicata
all'etimologia di «esoterismo» e ai suoi usi più antichi. Quantunque
taluni facciano risalire il primo impiego documentato della parola,
nella letteratura cristiana sull'argomento, a Clemente d'Alessandria
(cosa che non fa probabilmente piacere al Secret), è evidente che,
tenuto conto della «naturalezza» del concetto che esprime, essa non
può non avere origini più antiche anche in Occidente, e di fatto
«l'insegnamento esoterico (si diceva anche "acroamatico") di un
filosofo [greco] - dice l'Hutin - era quello che egli riservava ai
suoi discepoli, mentre le lezioni exoteriche [o essoteriche] erano
quelle che erano seguite da un uditorio più numeroso e vario.
L'aggettivo "esoterico" si associava perciò alla nozione di un
sapere "riservato", appannaggio di un cerchio il cui accesso era
subordinato alla decisione del maestro». Ma siccome tutto questo
contrasta con le convinzioni del Secret, e, soprattutto, con gli
interessi dei «cerchi» a cui egli stesso evidentemente è legato,
meglio sorvolare, e affidarsi ai dizionari che fanno risalire la
prima traccia scritta della parola al 1835 (come l'Oxford
Dictionary), o al 1846 (come il Robert).
Quanto all'insinuazione che «con questi neologismi» (in realtà il
Secret intende riferirsi a uno solo, che come abbiamo visto
neologismo non è affatto) sia «la stessa notte in cui tutti i gatti
sono grigi», e in cui «si unificano dall'interno tutte le dottrine
tradizionali», perché non avere il coraggio di riportare le
citazioni che fa l'Hutin dei due brani di René Guénon con i quali si
chiarisce nell'«articolo» il vero concetto di unità di tutte le
dottrine tradizionali (distinguendo dalle pseudo-dottrine
neospiritualistiche) e dei motivi per cui le cose non possono stare
che in questo modo? «Una tradizione non è una cosa che si può
inventare o crearsi artificialmente; mettendo insieme, bene o male
che sia, elementi presi in prestito da dottrine diverse, non si
costruirà mai altro che una pseudo-tradizione senza valore e senza
portata, e queste sono fantasie che conviene lasciare agli
occultisti e ai teosofisti» (da Orient et Occident) e «La
sintesi (...) si effettua essenzialmente dall'interno; vogliamo dire
con ciò che essa consiste propriamente nel considerare le cose
nell'unità del loro stesso principio, e a unirle così, o piuttosto a
prendere coscienza della loro unione reale, in virtù di un legame
tutto interiore, inerente a ciò che vi è di più profondo nella loro
natura» (dal Symbolisme de la Croix). È probabilmente
parafrasando questi concetti che Luc Benoist ha dato la definizione
di tradizione che il Secret cita così male nel suo testo, e che
suona invece (giacché si trova anch'essa nell'«articolo» di S.
Hutin): «La tradizione è la trasmissione di un insieme di mezzi
consacrati che facilitano la presa di coscienza di princìpi
immanenti d'ordine universale, inteso che l'uomo non si è dato da
solo le proprie ragioni di vivere».
Questi procedimenti fraudolenti con cui il Secret distorce i
testi dei quali si serve per indurre il lettore ad accettare le sue
proprie concezioni, non fanno, come si vede, che confermare e
rafforzare la sensazione di disonestà intellettuale - se pure i due
termini possono essere accostati - che già avevamo detto emanare dal
suo scritto. Quanto meglio sarebbe stato, almeno per la sua
credibilità di scrittore, se egli si fosse semplicemente e
francamente limitato ad adottare la posizione «ufficiale» che
abbiamo trovato espressa, a conclusione di un ben diverso «articolo»
di enciclopedia (questa volta italiana) alla voce «Esoterico»:
«Tipico esempio di esoterismo è lo gnosticismo in tutte le sue varie
forme, per il quale l'iniziazione, in quanto comporta la gnosi o
conoscenza della verità, è condizione di salvezza. È un errore
ritenere che ciò avvenga o sia mai avvenuto per il cristianesimo, la
cui dottrina è una per tutti, anche se possa variare il modo di
esposizione secondo l'intelligenza e la cultura delle persone cui è
destinata» (dal Grande Dizionario Enciclopedico UTET, pag.
256).
A parte la dubbia (e abituale) menzione dello gnosticismo, e il
richiamo alla «salvezza», che se è piuttosto rivelatore della
mentalità tutta exoterica di chi lo fa è anche del tutto
insufficiente quando si tratta di iniziazione, è abbastanza evidente
che i moderni interpreti della tradizione occidentale, come si vede
di facile accontentamento, hanno deciso che è più «conveniente»
essere «moderni» che tradizionali; e questo è un gioco a cui, senza
neanche rendersene conto, per aver trascurato la «conoscenza della
verità» si può arrivare a perdere anche la «salvezza».
Ma per lo meno, detto così chiaramente, sarebbe stato meno
offensivo per i lettori, i quali, il Secret deve crederci, non sono
ancora tutti idioti come «qualcuno» vorrebbe ridurli a diventare.