a cura di
Heredom
Tratto da
Pietro Nutrizio e altri
René Guénon e l'Occidente
Luni Editrice

 

Nuove tecniche di attacco all'opera di René Guénon (III)

Nuove tecniche di attacco all'opera di René Guénon (III)

 

 

  

Antonello Balestrieri

 

  1. Ad eccezione forse di un articolo di M.D. Verano dal titolo Psychanalise, Sorcellerie et Humour, che presenta qualche interesse di un ordine diverso; ma anche qui una gaffe rivelatrice non manca di indicare qual è il suo atteggiamento di fondo. A pag. 99, una nota (che manco a dirlo concerne l'opera di R. Guénon) afferma che nel suo Règne de la Quantité quest'ultimo «sostiene a ragione che la psicanalisi ha preso a prestito dalla "metafisica" qualcuno dei suoi fondamenti dottrinali», omettendo semplicemente di aggiungere che, se ciò è avvenuto, è per definizione «alla rovescia» e in forma di pura e semplice contraffazione.
    Sarebbe anche interessante esaminare i diversi modi in cui, in queste pubblicazioni, ci si arrabatta per far sì che non ci si accorga che i pochi punti di dottrina su cui si fa leva per affrontare certe questioni sono dovuti all'opera di Guénon.
  2. Informazione contenuta nella «Prefazione» di E. Poulat a Esotérisme, Occultisme, Franc-Maçonnerie et Christianisme aux XIX et XX siècles, di M.-F. James, sorta di appendice bio-bibliografica al più noto Esotérisme et Christianisme autour de René Guénon, che come ormai sanno bene i lettori che ci hanno seguito fin qui, è come l'ordito su cui s'intesse la trama del «piano».
  3. La traduzione italiana di questi due brani è la seguente: «Teofanie [manifestazioni di divinità], d'altra parte, sono tutte le creature visibili e invisibili, attraverso le quali e nelle quali Dio spesso apparve, e appare, e apparirà».
    «Mediante i sensi corporali percepisci le forme, ovvero la bellezza delle cose sensibili, e intendi in esse Iddio Verbo, e in tutte queste la verità non ti "dichiarerà" null'altro eccetto Lui stesso, poiché Egli è ogni cosa».
  4. Tutte le citazioni che facciamo qui da testi della tradizione cristiana sono tratte dall'operetta di Alessandro Grossato Princìpi e Leggi del Simbolismo tradizionale nell'opera di René Guénon, S.C.T., Padova, 1980; la traduzione dei brani latini è nostra.
  5. La portata di questo argomento non è del resto sfuggita neppure agli ideatori del «piano», poiché la sua trattazione,in questo modo che si può affermare «anti-intellettuale», è stata posta dall'Editore milanese proprio in apertura del primo numero della sua nuova rivista. E ciò comporta la piena consapevolezza, per lo meno a un certo livello e in qualcuno, del ruolo che si intende ricoprire.
  6. Fra cui uno, «La propagande mystique des communistes en 1848» di Paul Vulliaud, non è certo fatto per chiarire le idee dei lettori su cosa si debba intendere per «mistica» o «misticismo», neanche dal punto di vista particolare che gli ispiratori dei questi testi pensano di patrocinare...
  7. E dire che questa informazione era persino riferita, sia pure in termini meno circostanziati, in M.-F. James, Esotérisme et Christianisme autour de René Guénon, pag. 88. Dove si scopre che l'eccesso di zelo nel seguire certe... direttive può talvolta produrre effetti contrari a quelli voluti.
  8. Si veda: René Guénon, Initiation et Réalisation spirituelle, cap. XII, pag. 85, pag. 108 dell'edizione italiana.
  9. E ciò certamente in ottemperanza a una delle direttive del «piano», che su certi argomenti si mantiene volutamente nel vago, come abbiano già visto più di una volta, proprio perché la chiarezza sarebbe evidentemente nociva per l'ottenimento dei risultati che si perseguono con esso.
  10. L'incongruità di questa «Revue des revues d'antan», insieme a qualche altro dettaglio un po' troppo vistosamente strano di questo primo volume di «Charis», non è sfuggito al Direttore di «Vers la Tradition». Nel n. 40 del suo periodico egli obietta infatti, molto giustamente, sull'opportunità di riportare alla luce questa congerie di luoghi comuni neospiritualistici (Comptes-rendus livres-revues, pag. 21): «Ma era dunque veramente necessario consacrare 60 pagine all'esumazione [come si vede la denominazione è appropriata] di nullità così soffocanti?». Soltanto che i termini stessi della sua ingenua osservazione provano che ha qualche difficoltà a rendersi conto che se la cosa è stata fatta, doveva pur obbedire a qualche ragione. E del resto egli apre la sua recensione con un cordiale benvenuto a questa nuova rivista, che considera evidentemente rientrare nel novero dei periodici «filo-tradizionali» francesi...
  11. Ovviamente qui non parliamo che di ciò che di tradizionale permane in Occidente in campo exoterico; in certo qual senso questo «piano» è principalmente «difensivo», e, frutto di una mentalità esclusivisticamente exoterica, sembra non tenere se non in un conto limitato quanto di tradizionale permane in Occidente in campo esoterico. Sotto questo particolare aspetto sarebbe forse interessante comparare quel che trapela di esso da queste pubblicazioni, con le manifestazioni delle diverse organizzazioni e «reti» segrete internazionali (fra cui un Sodalitium Pianum) messe in piedi sempre dagli stessi ambienti agli inizi del secolo, rilevandone le differenze di impostazione dovute certo alle differenti circostanze storiche (si veda, al proposito, M.-F. James: Esotérisme et Christianisme autour de René Guénon, pagg. 114-126; queste pagine del libro portano alla luce - essenzialmente sulla traccia di un'opera di E. Poulat: Intégrisme et catholicisme intégral - qualcuno dei retroscena, istruttivi e poco conosciuti, della sorda lotta che, ingaggiata originariamente contro la Massoneria e il Giudaismo, oppose a partire da un determinato momento tali ambienti di exoteristi esclusivi anche all'esposizione delle dottrine tradizionali intrapresa da Guénon). Vero è però che tutto quel che si trova nel «piano» attuale di genericamente ostile all'esoterismo si oppone con ciò stesso alle organizzazioni che manifestano ancora in Occidente tale possibilità, sia pure con le limitazioni e le incompletezze indicate da Guénon; bisogna inoltre tener conto del fatto che insistere eccessivamente in questa direzione avrebbe significato manifestare una incongruenza, troppo facilmente rilevabile dalle eventuali vittime, nei confronti dello pseudo-esoterimso patrocinato servendosi dei lavori di M. Clavelle. Questo non vuol dire, ad ogni modo, che un libro come Histoires et Portraits de Rose-Croix, ad esempio, non porti un suo forte contributo di ostilità alle forme esoteriche tradizionali occidentali.
  12. Potrà forse aiutare ulteriormente i lettori a valutare la natura delle «influenze» che circolano dietro questo «piano», sapere che il possesso delle fotografie famigliari che documentano la ripresa di questo articolo ha un'origine quanto mai dubbia (e sarebbe anche utile, per stabilire interessanti connivenze, seguire i passaggi che dalla fonte abusiva, che noi conosciamo, hanno portato alle Edizioni milanesi). Così come è avvenuto per le lettere di René Guénon che costituiscono ora l'appendice del libro di De Giorgio (si vedano i nn. 65 e 70 della Rivista di Studi Tradizionali), di ciò l'Editore potrebbe non essere stato al corrente; ma l'invito fatto alla fine della presentazione dell'articolo, e secondo cui «sarebbe augurabile (!) che dei ricercatori (?!), forse al Cairo, possano giungere a stabilire in modo certo» le date di nascita «ufficiali» delle due figlie di R. Guénon, che differiscono da quelle indicate sul retro di questi documenti, non ha forse il sapore di un'azione nociva a distanza che ha un nome ben definito in termini tradizionali?
  13. Sull'adozione di un abbigliamento orientale da parte di Abdul-Hâdî si puntava anche con particolare attenzione, non priva di un certo sarcasmo, nell'Introduzione agli scritti di quest'ultimo. Indipendentemente dalla considerazione degli effetti psicologici «deterrenti» che si sono voluti ottenere con tale mezzo e da quella del richiamo di una componente di tipo «attrazione per l'esotismo», su cui si insiste meno nel caso di Guénon, ricordando forse le considerazioni da questi espresse specificamente nell'articolo «Cérémonialisme et esthetisme» (cap. XIII di Initiation et Réalisation spirituelle), sembra che gli ideatori del «piano» non si rendano conto della portata simbolica che anche le forme di abbigliamento rivestono in una civiltà veramente tradizionale, e, per contrapposto, della totale assenza di tale aspetto nell'attuale civiltà occidentale.
    Contrariamente a quel che si potrebbe immaginare a un'osservazione superficiale, questo non è forse l'ultimo dei particolari che tradiscono la vera natura di quel che sottostà alla manovra; lo spirito moderno (per ciò stesso antitradizionale) non si è manifestato, per esempio, in una campagna come quella condotta da Kemal Ataturk nella prima metà del secolo contro l'uso del copricapo tradizionale in Turchia, o, più vicino ai modi di vivere occidentali, nel lassismo con cui si è più recentemente permesso, da parte delle autorità religiose, di sostituire l'abbigliamento tradizionale del clero cattolico con abiti «civili», ossia profani?
  14. Chi pensasse che la nostra interpretazione negativa della presentazione di una semplice caricatura di R. Guénon in questa occasione è esagerata, non ha, per convincersi del contrario, che da rileggersi una nota rivelatrice di G. Rocca a pag. XI della sua Introduzione agli scritti di Abdul-Hâdî; da essa si potrà fare un'idea del vero senso che questa gente attribuisce alle caricature!
  15. L'ultimo scritto del secondo volume di «Charis» è una breve Nota irosa e carica di suscettibilità ferita, che il Direttore di queste Edizioni (decisamente le Note sono la sua specialità) rivolge a J.-P. L. (J.-P.Laurant) per aver osato trovare, in una recensione da lui fatta al primo volume di «Charis» in «Politica Hermetica», che «le note e i commenti, firmati "Perlector", contengono un numero troppo grande di errori e di confusioni». Niente di ben speciale in questo, se non il titolo che il suo autore ha voluto attribuire alla Nota stessa: «Correction fraternelle». La bontà del detto popolare secondo cui «il diavolo fa le pentole ma non i coperchi» anche in questa occasione non si smentisce.
  16. La Voie métaphysique e La Voie rationnelle.
  17. Ci serviamo anche noi di questo termine, a cui Perlector sembra essere particolarmente affezionato.
  18. Si veda come René Guénon si esprime, a proposito del «tradizionalismo», nel Règne de la Quantité et les Signes des Temps, cap. XXXI, pag. 205 (pag. 206 dell'edizione italiana):
    «Costoro, di cui stiamo parlando, sono quelli che si possono propriamente qualificare "tradizionalisti", vale a dire coloro che sono animati semplicemente da una sorta di tendenza o d'aspirazione verso la tradizione, senza che abbiano nessuna conoscenza reale di quest'ultima; da questo si può misurare tutta la distanza che separa lo spirito "tradizionalistico" dal vero spirito tradizionale, il quale implica essenzialmente tale conoscenza, anzi, con questa conoscenza non fa che una sola cosa. In altre parole, il "tradizionalista" non è e non può essere che un semplice "ricercatore", ed è proprio questa la ragione per cui è sempre in pericolo di fuorviarsi, non essendo in possesso dei princìpi che soli potrebbero dargli una direzione infallibile; tale pericolo sarà naturalmente tanto maggiore in quanto egli troverà sulla sua strada, quali altrettanti trabocchetti, tutte le false idee suscitate dal potere di illusione che ha un interesse capitale a impedirgli di pervenire al vero termine della sua ricerca. È evidente, infatti, che questo potere non può mantenersi e continuare a esercitare la sua azione se non a condizione che qualsiasi restaurazione dell'idea tradizionale sia resa impossibile (...) [il corsivo è nostro]. Per esso è perciò tanto importante il far deviare le ricerche che tendono verso la conoscenza tradizionale, quanto lo è il far fallire quelle che, vertendo sulle origini e sulle cause reali della deviazione moderna, sarebbero capaci di svelare qualcosa della sua natura propria e dei mezzi d'influenza a sua disposizione; sono queste, per esso, due necessità in qualche modo complementari l'una dell'altra, tali da potersi considerare, tutto sommato, i due aspetti positivo e negativo di una stessa esigenza, fondamentale per la sua dominazione».
    Si noterà che la seconda parte della citazione contiene in extenso le idee che abbiamo cercato di riassumere nella parte introduttiva del nostro studio, quando esponevamo le ragioni del «piano», le cui manifestazioni concernenti l'Editore milanese ci accingevamo a esaminare.
  19. Questo articolo comparve nei nn. 203 e 204 (nov. e dic. 1936) di «Etudes Traditionnelles» e diventò poi il cap. XXXVI del Règne de la Quantité et les Signes des Temps con il titolo «La pseudo-initiation».
  20. Confessiamo che l'adozione di un simile motto, riferita all'azione «repellente» che si esplica nei confronti di René Guénon nel primo numero di «Charis» (titolo il cui significato, in greco, non è nientemeno che «grazia» o «influenza spirituale»!), ci ha irresistibilmente richiamato alla mente il titolo di un lungo articolo pubblicato nel febbraio 1932 da Louis Bouillier (alias G. Mariani) nella «R.I.S.S.» (Revue Internationale des Sociétés Secrètes). Il titolo di questo articolo, scritto dal suo autore «ispirandosi alle note del compianto (il corsivo è nostro) Guillebert des Essarts» (da M.-F. James, Esotérisme et Christianisme autour de René Guénon, pag. 352) era «Les Poisons de l'Orient» (veleni d'oriente), e mirava naturalmente a colpire le dottrine che Guénon aveva incominciato ad esporre nei suoi primi libri e in diverse riviste.
    Questo accostamento di idee, il quale nell'attuale stato delle cose non presenta per noi più del valore di una semplice assonanza, non manca però di una sua verosimiglianza di fatto, se si ricorda il ruolo di «ispirazione» svolto dal libro della James per coloro che stanno «implementando» pazientemente il «piano». Non è del resto questo il solo indizio che ci fa da tempo pensare che dietro a tutte queste cose ci sia l'intenzione di far rivivere lo «spirito» di questo periodico di famigerata memoria, la cui «sezione occultistica», demolita dalle implacabili messe a punto di Guénon, doveva sospendere la sua attività nel 1933 per... difetto di collaboratori.
  21. Abbiamo già fatto rilevare come le tecniche di dissuasione antiguénoniana e antitradizionale applicate in questi scritti siano da qualche tempo impiegate, oltre che nelle pubblicazioni dell'Editore milanese, in altri libri di diversa origine, e questo ci ha offerto l'occasione di osservare che la «campagna» di cui sono il supporto va al di là dell'attività di tale Casa editrice, anche se quest'ultima pare averle adottate con maggiore ampiezza e sistematicità. A dire il vero, se si tiene conto di tutte le manifestazioni di questo modo di pensare e di reagire che compaiono qua e là e portano il segno di una ispirazione comune, l'impressione che si ha è di trovarsi di fronte a una vera e propria «psicosi» che sembra aver colpito certi ambienti di exoteristi esclusivi, i quali si servono di tutti i mezzi a disposizione per parare a una situazione che deve essere giudicata piuttosto precaria. A questo fine, non si disdegnano neppure la stampa ebdomadaria e i mezzi di diffusione televisiva: due esempi significativi, fra gli altri, sono costituiti da una recensione all'Introduzione generale allo studio delle Dottrine indù a cura di Sergio Noja, comparsa il 18 febbraio 1990 sul «Giornale» di Milano, e una trasmissione-inchiesta televisiva su alcuni personaggi francesi e inglesi più o meno noti e passati all'Islam, «andata in onda» sulla Rete «Cinq» francese il 19 gennaio 1990 e presentata in anticipo sul giornale «Le Monde». In entrambi i casi l'applicazione delle tecniche «deterrenti» di cui stiamo parlando è palese, anche se, ovviamente, quelli su cui si insiste sono gli aspetti più grossolani, come si addice al grosso pubblico a cui tali iniziative sono destinate. (A Sergio Noja faremo soltanto notare che sarebbe opportuno, prima di parlare di un libro come quello che ha la pretesa di recensire, almeno leggerlo, e poi evitare di servirsi di piccoli sotterfugi intimidatori, indegni [o no?] di qualcuno che occupa una prestigiosa cattedra universitaria...).
    Ad ogni buon conto, quel che ci sorprende è che negli ambienti a cui ci riferiamo si possa imputare a una più o meno grande diffusione dell'opera di René Guénon (su questo atteggiamento non ci pare possano esserci dubbi, visto il dispiegamento di mezzi messi in opera per contrastarla), la situazione a cui si trovano a dover far fronte. Ciò prima di tutto perché l'opera di Guénon non si rivolge certo alla «massa» (che è quella che sembra interessare), e poi perché le «conversioni» sono l'ultima cosa a cui essa possa legittimamente condurre. Soltanto che, per rendersi conto di questo, l'opera di Guénon bisogna averla capita, e a quanto ci è dato vedere questo non è certamente il caso dei collaboratori dell'Editore milanese, né, tanto meno, di... Sergio Noja!
  22. Che la distinzione fondamentale tra i due sia ciò nonostante almeno formalmente riconosciuta da qualcuno dei collaboratori al progetto è indicato da alcune considerazioni che si trovano qua e là nei diversi scritti, e, naturalmente, soprattutto in quel che riguarda la raccolta degli articoli di M. Clavelle. Ciò dimostra che la confusione tra i due concetti, tutte le volte che c'è, è ben consapevole, quindi espressamente voluta.
  23. Uno dei testi che si presta in modo particolare a suscitare questo genere di reazione è quello di P. Vulliaud, già da noi più volte ricordato, dal titolo Histoires et Portraits de Rose-Croix; in esso la confusione tra esoterismo e pseudo-esoterismo, quasi sempre presente in tutte le produzioni di questo autore, è spinta a un grado estremo.
    Fra l'altro, la tecnica «deterrente» e l'organizzazione generale del «piano» in questo caso si accoppiano particolarmente bene: parte di uno dei capitoli di questa acida pubblicazione postuma è, manco a dirlo, dedicata alla questione dell'«Ordre du Temple rénové», cosa che non si manca di mettere in rilievo nella presentazione di copertina, anche se non si tratta che di due pagine su 230. Quest'ultima osservazione può forse trattenere l'attenzione dei «cacciatori di prove»... ?
  24. Dall'Introduzione alla raccolta degli scritti di J. Reyor dal titolo Pour un aboutissement de l'oevure de René Guénon, pag X.
  25. Da Ciuangzè: Acque d'Autunno, pag. 33; Laterza Editore (Bari), 1949.
«CHARIS, ARCHIVES DE L'UNICORNE»

Per concludere questo studio, le cui proporzioni possono già sembrare eccessive, ma che abbiamo ritenuto necessarie per dare un'idea delle stesse dimensioni e ramificazioni dell'azione antitradizionale che intendevamo denunciare, ci resta da esaminare l'ultima pubblicazione a cui abbiamo accennato all'inizio della prima parte: il periodico «Charis», Archives de l'Unicorne; al momento in cui ci accingevamo a parlare del «piano» che costituisce l'argomento principale del nostro lavoro, di questo periodico era apparso un solo numero, ad esso se ne è aggiunto un secondo nel corso del 1990.

Gli scritti del primo numero sono di argomento vario, ma toccano tutti più o meno direttamente la tradizione, cosicché, a un esame superficiale, si potrebbe dire che questa rivista (di cui erano precursori i precedenti e saltuari «Cahiers de l'Unicorne» dello stesso Editore) si inserisca in quella serie di pubblicazioni ormai abbastanza folta che in Francia e in Italia, con intenti e fortune diversi, cercano di sviluppare concetti tratti dall'opera di René Guénon. Ben altrimenti stanno le cose, e in questo caso, come è facile immaginare, è l'intera pubblicazione a essere organizzata in modo da servire alle intenzioni del «piano»; mentre alcuni degli scritti che ospita hanno una evidente funzione di «riempitivo» di genere, è agli altri, a cui sono intercalati, che è invece affidato il compito di attaccare, sempre indirettamente come nei libri di cui abbiamo già reso conto, vuoi la «personalità» di Guénon, vuoi talune delle concezioni espresse nella sua opera, o le loro conseguenze. Noi ci occuperemo qui naturalmente soltanto di questi ultimi scritti, ricordando, dei primi, il solo fatto che neppure essi sembrano essere stati scelti «a caso», poiché sono molto spesso di un tipo ambiguo, in cui i concetti, quando si riferiscono realmente alla tradizione, e in particolare al simbolismo, sono trattati da un punto di vista esclusivamente «exoterico», e quando sembrano addentrarsi un po' sotto tale scorza, si tratta soltanto di un'apparenza, perché lo fanno sempre in chiave unicamente «psicologica» (1); ciò contribuisce per la sua parte a conferire a tutta la rivista, pur in questi suoi aspetti non contestabili dalla particolare prospettiva in cui ci poniamo attualmente per esaminarla, un senso di vago e in un certo modo di «sfocato», che anche se non fosse espressamente ricercato è certamente molto utile per i fini che essa si prefigge.

L'articolo con cui si apre il primo numero è intitolato «Du De Occulta Philosophia à l'occultisme du XX siècle», ed è dovuta a F. Secret, «direttore di studi per la storia dell'esoterismo cristiano presso la V sezione della Scuola pratica di Alti Studi (Scienze religiose), alla Sorbona» (2). Il titolo di questo studio non recente (è la ripresa di un lavoro apparso per la prima volta nel 1973 nella «Revue de l'Histoire des Religions») sembrerebbe suggerire un esame delle origini del termine «occultismo» attraverso un excursus storico che potrebbe non essere privo di interesse; in realtà si tratta di un elaboratissimo tentativo di confondere le idee riguardo al concetto stesso di «esoterismo». Basterà riportare qualcuna delle frasi iniziali per rendersene conto: «"È per un grave abuso di linguaggio, si legge all'articolo 'Esoterismo' dell'Encyclopaedia universalis, che i termini 'esoterismo' e 'occultismo' si trovano così volentieri confusi ai nostri giorni. 'Occultismo' è un neologismo forgiato all'inizio del secolo XIX da Eliphas Lévi" [l'articolo dell'Encyclopaedia universalis in questione è dovuto a Serge Hutin, scrittore non alieno dal recepire nei suoi lavori concetti tratti dalle opere di Guénon]. Di fatto, esoterismo è anch'esso un neologismo, del resto contemporaneo dell'altro [il corsivo è nostro]». E, di qui in poi, per 25 lunghe pagine, cariche di riferimenti letterari, di cui numerosissimi latini (senza traduzione francese), è una cavalcata di termini, sedicenti equivalenti: cabala, arcano, segreto, sacramento, geroglifico, disciplina dell'arcano, scienze occulte, ecc., al termine della quale dovrebbe «scientificamente» chiarirsi quale sia il valore concettuale di «occultismo» ed «esoterismo» «dei quali H. Corbin ha notato ancora ultimamente che il loro impiego risveglia reticenze, vuoi anche irritazione in molte persone serie!». E tutto ciò, inoltre, a causa del fatto che «con questi neologismi è la stessa notte in cui tutti i gatti sono grigi, "in cui si unificano dall'interno tutte le dottrine tradizionali" [da L'Esotérisme di Luc Benoist (Parigi, 1963), altro autore non indifferente alle chiarificazioni apportate da René Guénon in materia] e in cui del resto "la tradizione nel senso preciso della parola è la trasmissione innata e immanente di princìpi di ordine universale" [dalla stessa opera]».

Il sarcasmo che si nasconde dietro queste citazioni, accuratamente scelte secondo il criterio del «colpo di rimbalzo» che già abbiamo descritto nelle parti precedenti, e sfruttando all'occasione le limitazioni espressive o il pressapochismo entusiasta dei loro autori, è un marchio che dovrebbe far subito capire al lettore un po' smaliziato che è fatica sprecata voler trovare nella congerie di contorte sottigliezze erudite che seguono, la sia pur minima traccia di onestà di «ricerca»; e di fatto, chi credesse di poter giungere con qualche lume in più sul concetto di esoterismo alla fine di questo lungo e intricato susseguirsi di citazioni, di richiami e di rimandi da un autore rinascimentale all'altro, resterebbe amaramente deluso. La verità è che queste pagine, lungi dal voler portare chiarezza su tale idea, sono state scritte per lettori che si vogliono tenere ben lontani da questo concetto, e per dissuaderli dall'approfondire checchessia; se così non fosse, perché si sarebbero scelti brani di autori occidentali di un'epoca in cui le idee di questo genere erano ormai irrimediabilmente imbrogliate, e in cui i residui di concezioni tradizionali profonde venivano inestricabilmente confusi con ciò che sopravviveva, quasi allo stato di superstizione, di scienze medioevali come l'alchimia, l'astrologia e la magia?

Se si fosse veramente voluto chiarire, partendo da fonti anche occidentali, in cosa consista l'esoterismo vero, quello che fa tutt'uno con l'intellettualità pura, e distinguerlo dall'occultismo, che ne è soltanto una contraffazione recente, sarebbe stato sufficiente ricercarne le tracce dove esse realmente sono; in San Paolo, per esempio: «Le invisibili perfezioni divine dopo la creazione del mondo si rendono manifeste all'intelligenza attraverso le realtà create» (Lettera ai Romani, I, 20); in San Massimo Confessore, che commentando le parole precedenti afferma: «E se, come è scritto, le cose invisibili sono vedute per mezzo delle visibili, a maggior ragione le cose visibili saranno comprese per mezzo delle invisibili, da coloro che si elevano alla contemplazione spirituale. Infatti la contemplazione simbolica delle cose intelligibili per mezzo delle visibili è spirituale scienza e concezione delle cose visibile per mezzo delle invisibili [il corsivo è nostro]. Bisogna infatti che le cose atte a significarsi a vicenda abbiano reciproche significazioni del tutto vere e perspicue, e fra loro relazione intatta» (Mistagogia, cap. II). O in Giovanni Scoto Eriugena, che così si esprime: «Theophaniae autem sunt omnes creaturae visibiles et invisibiles, per quas Deus et in quibus saepe apparuit, et apparet, et appariturus est» (Commentarius in S. Evangelium secundum Johannem, Patrologia Latina, 122, col. 302), ed anche: «Sensu corporeo formas ac pulchritudinem rerum percipe sensibilium et in eis intelliges Deum Verbum, et in iis omnibus nihil aliud tibi veritas declarabit praeter ipsum, qui fecit omnia, extra quam nihil contemplaturus esse, quia ipse est omnia»(Homilia in Prologum sancti Evangelii secundum Johannem, Patrologia Latina, 122, col. 289) (3). Ma è principalmente in questo brano di Ugo di S. Vittore (1096-1141) che si sarebbe potuta trovare una perspicua illustrazione di ciò su cui il Secret tenta con tutte le sue forze di gettare un velo di oscurità: «Tutto questo mondo sensibile è infatti come un libro scritto dalle mani di Dio, cioè creato dalla potenza divina, e le singole creature sono come figure, non inventate dall'arbitrio dell'uomo, ma istituite dalla volontà di Dio per manifestare ed indicare la sua invisibile sapienza. Ma come un analfabeta, quando vede un libro aperto, scorge i segni, ma non capisce il senso, così lo stolto e l'"uomo animale" che "non capisce le cose divine" (I Corinti, 2, 14) in queste creature visibili vede l'aspetto esteriore, ma non ne capisce interiormente il significato. Colui che è spirituale, invece, ed è capace di valutare tutte le cose, mentre considera all'esterno la bellezza dell'opera, interiormente comprende quanto mirabile sia la sapienza del Creatore. Perciò non vi è nessuno a cui le opere di Dio non appaiano mirabili, ma mentre l'insipiente ammira in esse soltanto l'aspetto esteriore, il sapiente invece da ciò che vede all'esterno scorge il profondo pensiero della sapienza divina» (I tre giorni della mirabile luce, IV) [i corsivi sono nostri] (4).

Nello stesso ordine di idee, ma sotto un profilo meno «teorico», vale la pena di ricordare ancora «la testimonianza di S. Clemente d'Alessandria, che, avendo indicato che "gnosi" è propriamente la "conoscenza integrale de reale", precisa che la gnosi "dà questa conoscenza perché la sua autorità è l'autorità stessa del Cristo" e che essa "è solo per uomini eletti, ammessi dalla fede alla gnosi"» e che «Inoltre, un chiaro accenno alla natura dei rapporti iniziatici tra Maestro e discepolo, esistente normalmente in quasi tutte le vie iniziatiche, ci è offerto da Dionigi l'Aeropagita, nella cui opera sulle Gerarchie incorporee e corporee si può leggere: "Quando un uomo è infiammato dall'amore delle realtà che non sono di questo mondo, ed è colto dal desiderio di riceverne la propria parte, per prima cosa avvicina uno degli iniziati e lo prega di condurlo dal Gran Sacerdote (Hierarchès) onde promettergli la totale obbedienza e porre nelle sue mani la propria vita"» (da: «Aspetti della funzione dell'esoterismo nella Cristianità» di U. Zalino, in Rivista di Studi Tradizionali, n. 25, ott.-dic. 1967, pag. 193).

E del resto, come si pone il Secret di fronte all'ammonimento evangelico «Regnum coelorum intra vos est»?

Ma se la buona fede avesse soccorso, era veramente necessario un lavoro del genere di quello affrontato da F. Secret e fatto proprio da «Charis»? È come se costoro si fossero volutamente «dimenticati» di ciò che René Guénon scriveva nel 1921 nel capitolo IX dell'Introduction générale à l'étude des Doctrines hindoues, dal titolo - appunto - «Esotérisme et exoterisme»: «Abbiamo incidentalmente segnalato (...) la distinzione, del resto abbastanza generalmente nota, che esistette in alcune, se non in tutte le scuole filosofiche dell'antica Grecia; la distinzione cioè tra due aspetti di una stessa dottrina, uno più interno e l'altro più esterno: è questo tutto il significato letterale dei due termini». «Si potrebbe indubbiamente individuare, ma in un'accezione molto più vasta, un esoterismo e un exoterismo in una qualunque dottrina, in quanto vi si distingua la concezione e l'espressione, la prima essendo tutta interna, mentre la seconda non è che la sua esteriorizzazione; così, a rigore, ma allontanandosi dal senso abituale, si può dire che la concezione rappresenta l'esoterismo e l'espressione l'exoterismo, e ciò in modo necessario, che risulta dalla natura stessa delle cose. Se così la intendiamo, in ogni dottrina metafisica c'è qualcosa che sarà sempre esoterico, ed è la parte di inesprimibile che comporta essenzialmente (...) ogni concezione realmente metafisica. È qualcosa che ognuno può concepire solo da se stesso, con l'aiuto delle parole e dei simboli che alla sua concezione servono semplicemente da punto d'appoggio, e la sua comprensione della dottrina sarà più o meno completa e profonda a seconda di quanto l'avrà effettivamente concepito. Anche in dottrine di un altro ordine, la cui portata non si spinge fino a ciò che è veramente e assolutamente inesprimibile, e che è il "mistero" nel senso etimologico della parola, è altrettanto certo che l'espressione non è mai del tutto adeguata alla concezione, sicché vi si produce comunque, sebbene in misura minore,qualcosa di analogo: chi capisce veramente è sempre chi sa vedere oltre le parole, e si potrebbe dire che lo "spirito" di una qualsiasi dottrina è di natura esoterica, mentre la sua "lettera" è di natura exoterica. Ciò sarebbe in special modo applicabile a tutti i testi tradizionali, i quali molto spesso, del resto, offrono una pluralità di significati più o meno profondi che corrispondono ad altrettante prospettive differenti; ma invece di cercare di penetrare questi significati, si preferisce di solito dedicarsi a futili ricerche di esegesi e di "critica dei testi" secondo i metodi laboriosamente istituiti dalla più moderna erudizione, e questo lavoro, per quanto fastidioso sia e per quanto pazienza richieda, è molto più facile dell'altro, perché almeno è alla portata di tutte le intelligenze» [i corsivi di questi brani sono nostri].

Dovremmo a questo punto scusarci per la lunghezza della citazione, ma si tratterebbe di un atteggiamento farisaico; abbiamo espressamente tenuto ad opporre alle 25 pagine di imbrogli dialettici del Secret su questo tema, che è di importanza fondamentale per gli studi tradizionali (5), almeno una pagina di cristallina chiarezza; i lettori potranno da soli giudicare dal testo di Guénon (e non si tratta che di poche frasi tratte da un'opera che è essa stessa tutta una applicazione del punto di vista esoterico a ogni cosa) se con questo «neologismo» che risale... alla Grecia antica, sia «la stessa notte in cui tutti i gatti sono grigi», naturalmente quando a farne uso sia qualcuno che è competente a servirsene e non vada mascherando le sue vere intenzioni dietro falsi scopi. Accessoriamente, poi, l'ultimo corsivo è una incisiva descrizione dei procedimenti che il Secret adotta nell'affrontare l'argomento e una smagliante definizione della «statura intellettuale» di questo interprete della «cultura» occidentale.

Che ben poco nel primo numero di questa singolare rivista sia lasciato intentato per ledere, sia pure molto alla lontana, la figura di Guénon e metterne in dubbio l'autorità tradizionale agli occhi di lettori non troppo documentati, è indicato dall'articolo «Les disciples de l'Emir Abd al-Qâdir», inserito nella rubrica «Recherches». In questo articolo, concepito in quello spirito esteriore e nozionistico che abbiamo visto essergli proprio, G. Rocca, già detrattore dichiarato di Abdul-Hâdî = Aguéli nel libro a questi dedicato, tocca l'argomento dell'attività dell'Emiro Abd al-Qâdir a Damasco e dei suoi rapporti con alcuni discepoli. Inserito in mezzo a qualche lavoro di semplice erudizione, o informazione (6), a prima vista tale articolo non sembrerebbe destinato a nessun scopo definito (se non a uno sfoggio gratuito di erudizione spicciola) né al pubblico di questa rivista, fino a che, a un certo punto, non si scopre che «assistevano alle lezioni (?) dell'Emiro i migliori fra i suoi discepoli: lo Shaykh Muhammad at-Tantâwî, lo Shaikh Muhammad at-Tayyib e lo Shaykh Abd ar-Razzâq al-Baytâr» e che «a loro si univano lo Shaykh Muhammad al-Khânî e lo Shaykh Abd er-Rahman Ilaysh (...)» Quando si ricordi che quest'ultimo non è altri che quegli a cui R. Guénon dedicò il suo Symbolisme de la Croix, indicandolo con il nome, di trascrizione leggermente diversa, Esh-Sheikh Abder-Rahman Elish El-Kebir, si comprenderà meglio il gioco del Rocca, il quale ha impegnato ben otto pagine di questo numero per insinuare surrettiziamente l'idea di un... ruolo secondario di quest'ultimo.

Procedimento ben intonato con la campagna denigratoria in cui anche questo piccolo tassello si inserisce, ma che è francamente ridicolo se si è al corrente che «Lo Sheikh Elish fu un amico intimo dell'Emiro Abd-el-Kader» e che «fu lo stesso Sheikh Elish a lavare il corpo dell'emiro e a seppellirlo vicino alla tomba di Muhyiddin ibn Arabi». E poiché tale informazione è contenuta in una lettera del 29.7.1907 di Abdul-Hâdî = Aguéli a Mme Huot, riportata in Ivan Aguéli, Människan, mistikern, målaren di Axel Gauffin, e questo è un testo con cui il Rocca non può mancare di avere una bella dimestichezza perché, come abbiamo visto, gli è servito proprio per denigrare anche Abdul-Hâdî, resta provato che la buona fede (come del resto già sospettavamo) anche in lui non è certo una delle qualità di maggior spicco... (7).

Un articolo dal nostro punto di vista particolarmente significativo, e che viene subito dopo, è quello di Giovanni Lanternari, intitolato «Le sens de l'Islam», dove, sia pure sommariamente, il termine Islam è preso in considerazione nel suo significato linguistico. È un articolo relativamente breve, ma è il più indicativo del numero (i quale d'altronde è esso stesso emblematico del tipo di sforzo fornito dall'équipe milanese in questo senso) in quanto lascia intravedere con maggior immediatezza degli altri i moventi «ideologici» del «piano», o forse sarebbe più appropriato dire le paure che sono all'origine della sua ideazione e messa in opera.

La parola araba è all'inizio interpretata correttamente nel suo senso di «sottomissione alla Volontà divina», ma ci si accorge presto che l'esame di tale significato non è altro che un pretesto per rivolgere un ammonimento, tra il preoccupato e lo sprezzante, a tutti coloro che, in Occidente, fossero tentati di adottare una tradizione che non sia quella propria alla maggioranza umana di quest'area geografica. «In effetti - dice il Lanternari - l'islam comporta l'accettazione serena e virile del proprio destino, con tutte le condizioni esistenziali che esso implica: tale luogo, tale epoca, tale ambiente, tale religione [il corsivo è nostro], tale sesso (?), ecc. È precisamente in queste condizioni, e non in altre, che questa o quella persona è chiamata a vivere, ad agire e a realizzarsi» (dove evidentemente quest'ultimo termine è preso nella sua accezione corrente e «volgare»). Ora, dietro a queste affermazioni sotto un certo aspetto giustificate, limitatamente alla loro portata «sociale», si annidano diversi malintesi, che non si capisce bene se siano imputabili a una semplice incomprensione dei termini del problema, o non piuttosto all'intenzione di porre male quest'ultimo per arrivare a far prevalere una propria tesi preconcetta, avente la sua ragion d'essere in una mentalità «limitata al punto di vista dell'exoterismo più esclusivo» (8).

Innanzitutto, l'autore dell'articolo dice, immediatamente prima del paragrafo da noi citato, che della dottrina sinteticamente racchiusa nel termine stesso di islam «sembra che fuori delle società autenticamente tradizionali, rari siano gli uomini capaci di trarre tutte le conseguenze e di vivere e agire in modo coerente con esse». E già qui ci sembra che non si accorga di cadere in una palese contraddizione: è evidente infatti, che «fuori delle società autenticamente tradizionali» il concetto di «conformità al dharma», di cui il Lanternari fa un'equivalente di islam, non può dirigere la vita degli uomini, perché è proprio la mancanza di esso a generare una società non-tradizionale; la sua affermazione è perciò una pura e semplice tautologia. Ma ciò che è curioso è che egli sta parlando di esseri che vivono nell'Occidente moderno; accetterebbe dunque l'idea che quest'area geografica sia priva di una legge tradizionale? Noi non lo crediamo, anche perché più avanti parlerà della «spiritualità occidentale», in cui coloro che dall'Occidente sono «fuggiti» per cercare in Oriente le «categorie» per giudicarla, «cercheranno vanamente ciò che non vi troveranno mai».

Da queste parole sembrerebbe quindi piuttosto che la «spiritualità occidentale» sia, per lo meno nella mente dell'autore dell'articolo, di un tipo speciale, che potremmo denominare «non-tradizionale»; e che questo sia veramente il suo pensiero, per quanto non definitamente espresso (9), è indicato dal fatto che il Lanternari attribuisce la responsabilità della «fuga», che stigmatizza, ai «fedeli della Tradizione», dalla quale chiaramente dissocia perciò quella che chiama la «spiritualità occidentale». Non approfondiremo per ora questo argomento, il quale esula dai confini entro i quali vogliamo mantenere il nostro esame, e che varrà la pena di affrontare con più agio in un articolo specifico; ciò che riterremo invece è che, esprimendosi in questo modo, quella che si intende colpire è senza nessun dubbio l'esposizione dei princìpi tradizionali effettuata da René Guénon, e del resto quest'ultimo è tratto direttamente in questione alla fine dello scritto, e in un modo così velenoso (e incorretto) da mostrare altrettanto chiaramente come questa polemica postuma, ma coerente con altri attacchi del genere già portatigli in vita, sia stata architettata essenzialmente contro di lui.

Riguardo a questo articolo faremo soltanto più notare, in questa occasione, la precisa rassomiglianza che hanno le considerazioni che vi si trovano, espresse finalmente con una certa nettezza, con le argomentazioni insinuanti e contorte che costituivano l'Introduzione di G. Rocca ai testi di Abdul-Hâdî. Rispondendo ai nostri due precedenti articoli con una breve Nota inserita nel suo ultimo catalogo, la Casa editrice milanese, dopo qualche insinuazione che non ci tocca né tanto né poco, giacché le nostre proprie considerazioni si fondavano esclusivamente su testi da essa pubblicati (e non su informazioni «private» della più dubbia natura e provenienza), sostiene che «quanto alle introduzioni ai libri e alle note, esse sono evidentemente accessorie, e il lettore può condividerle o contestarle, secondo le sue convinzioni».

Ammiriamo l'elasticità con cui questo Editore «butta a mare» il lavoro dei suoi collaboratori quando esso rischia di essere troppo compromettente per lui; per parte nostra (non abbiamo mai creduto nel progresso...), eravamo restati, in fatto di introduzioni e di note, al concetto che esse sono fatte per avviare chi legge a interpretare correttamente, o per lo meno in un certo modo (come in questo caso), i testi che troverà nel libro, e che l'editore non può dissociare la sua responsabilità da questo lavoro di... pilotaggio. A meno che, e questo è già accaduto (si veda ad esempio il caso di Mgr. Jouin e della R.I.S.S.), il responsabile di un'impresa editoriale non si accorga di essere stato prevaricato dal lavoro dei propri collaboratori, e che quest'ultimo abbia fatto prevalere a sua insaputa, dalla tribuna delle sue edizioni, un indirizzo ideologico diverso da quello da lui voluto. Ma, sfortunatamente per l'Editore milanese, la consonanza di idee che abbiamo rilevato nei due scritti in questione sembra escludere questa eventualità.

Ma per tornare all'argomento di Abdul-Hâdî e dei suoi testi, che nella recente risposta pare essere l'unico a stargli a cuore, quando, volendo, ne avrebbe tanti altri di cui preoccuparsi (almeno tanti quanti quelli da noi toccati...) faremo ancora un'altra osservazione, che non ci era sembrato il caso di esporre in occasione del nostro primo lavoro di un anno fa. Quando egli, nella sua Nota polemica all'indirizzo delle Edizioni di Studi Tradizionali, faceva rilevare che queste avevano «ritenuto opportuno dare in traduzione italiana soltanto un terzo dell'articolo» «Pagine dedicate a Mercurio», introducendo l'argomento, diceva, come si ricorderà, che «soltanto i testi apparsi nella "Gnose" sono originali in modo vero e proprio, giacché le riedizioni ulteriori (...) hanno tutte subito amputazioni (...) volte a presentarli come irreprensibili sotto tutti gli aspetti». Ora, dire che qualcuno (chiunque egli sia, qui non ha importanza) ha cercato di presentare come irreprensibile sotto tutti gli aspetti l'opera di un autore, significa, in buona logica, pensare che almeno una parte degli scritti di tale autore sono irreprensibili, e poiché per gli scritti di Abdul-Hâdî questo concetto non era assolutamente preso in considerazione nell'Introduzione, si può affermare in tutta tranquillità che essa era concepita in malafede; e che fosse proprio il Direttore delle Edizioni milanesi a firmare la Nota, indica nuovamente che la supposizione da noi avanzata poco fa di un possibile suo non coinvolgimento nel «piano» è da escludersi. E questo, ci sembra, chiude definitivamente alle sue spalle la strada della... ritirata.

Un altro tentativo di mescolare esoterismo e occultismo, confondendone nelle menti dei lettori attuali i rispettivi concetti, è costituito da un'allucinante rassegna (ben 65 pagine!), numero per numero e con abbondanza di citazioni, dei primi tre anni (1890-1893) della rivista «Le Voile d'Isis», organo occultistico alle sue origini, e naturalmente nel corso di questa singolare recensione postuma non si manca di coinvolgere il nome di Guénon.

Sembrerebbe inutile, dopo tutto quello che abbiamo già detto sulle odiose tecniche di contaminazione della figura di René Guénon con cose che sono agli antipodi della dottrina tradizionale da lui presentata in Occidente, insistervi ancora in dettaglio; vorremmo però che i responsabili di quest'opera di riesumazione, nel vero e proprio senso necrologico del termine, meditassero almeno su una cosa, se ne sono capaci. Il dissotterramento di queste teorie neospiritualistiche, desuete e ammorbanti, le riporta fatalmente in circolo, e per poco che qualcuno abbia il coraggio e la pazienza di leggerle in questa nuova forma mascherata di «scientificità» storicistica, non mancheranno di squilibrare ulteriormente la mentalità generale. Agendo in questo modo, essi stanno facendo «alla rovescia» il lavoro penoso e difficile compiuto da Guénon, principalmente ai suoi inizi, dopo il passaggio del quale la maggior parte di queste follie era stata radicalmente «esorcizzata»; vedere le cose in questa luce non li condurrà a riflettere che quegli contro cui, a quarant'anni dalla morte, continuano a rovesciare attacchi come se fosse il peggior nemico della causa che si illudono di saper difendere, ne avrebbe potuto essere il più formidabile ausiliario se ne avessero accettato i suggerimenti, e che l'averne respinto la mano tesa non fa che gettarli sempre più in quelle dell'«avversario» (10)?

Il n. 1 di «Charis» si chiude con uno scritto in cui la tecnica di «demitizzazione» della figura di René Guénon è applicata nel modo più scoperto. Si tratta, sotto il titolo generale di «Rappels» (richiami, rievocazioni) e quello specifico di «Il y a 50 ans: René Guénon "retrouvé" au Caire», della ripresentazione di un articolo pubblicato nel luglio 1938 dal «Journal de Paris», che, riprendendola dal quotidiano «L'Intransigeant», metteva in prima pagina la notizia del «ritrovamento» di René Guénon in Egitto (dopo la sua partenza da Parigi nel febbraio 1930). Se diciamo che la tecnica psicologica adottata in queste particolari pubblicazioni appare qui applicata nella maniera più appariscente, è per più di una ragione; la prima è che lo stesso presentatore odierno del vecchio articolo chiude la sua introduzione «banalizzante» con queste parole: «Riproduciamo l'articolo integralmente meno per la curiosità che per la documentazione, anche se di poco peso. Anch'esso aveva contribuito, forse in proporzioni modeste, alla creazione del mito di René Guénon» [il corsivo è nostro]; e questo basterebbe a spiegare perché esso è stato riesumato.

Inoltre, l'articolo in questione, lungi dall'essere favorevole a Guénon, è redatto in termini sottilmente spregiativi, e che per di più si conformano perfettamente con gli scopi che il «piano» attuale si prefigge (non per nulla esso è ricordato con un certo rilievo a pag. 304 dell'ormai abituale Esotérisme et Christianisme autour de René Guénon di M.-F. James...). Crediamo che il miglior antidoto alla sua malignità propria siano le parole con le quali Guénon stesso lo commentava in una lettera dell'11 ottobre 1938 dal Cairo: «Non ho visto l'articolo delle "Nouvelles Littéraires" a cui lei fa allusione, ma immagino abbastanza bene [je me doute assez] cosa possa essere, se ne giudico basandomi su un altro che è apparso nell'"Intransigeant", il quale non è altro che un insieme [tissu] di falsità e di perfidie [il corsivo è nostro]; cosa pensare di un individuo che pretende di avermi incontrato, quando io ignoravo persino la sua esistenza prima di vedere l'articolo in questione? Non so del resto cosa si potrebbe fare per impedire ai cani di abbaiare, voglio dire, ai giornalisti di raccontare le loro menzogne e di immischiarsi in cose che non riguardano in nessun modo né loro né il pubblico!»

E infine, il tutto è corredato da una documentazione fotografica che rientra per una sua importante parte nelle tecniche del «piano»; a questo proposito, sarà opportuno spendere qualche parola di spiegazione di quanto intendiamo dire, giacché qui tocchiamo nuovamente un punto sensibile della mentalità di coloro che sono dietro questa manovra e ci riaccostiamo alle ragioni che l'hanno provocata.

Ciò che si cerca di evitare è che il lettore dell'opera di René Guénon, reso cosciente da quest'ultima dell'insufficienza di un semplice exoterismo per raggiungere i risultati intellettuali che essa presenta come possibili a determinate condizioni, fra cui primordiale l'ottenimento dell'iniziazione, possa dirigersi nella sua ricerca verso forme tradizionali di origine orientale, capaci, a differenza di quel che avviene per ciò che di tradizionale permane in Occidente (11), di conferirla nel loro aspetto interiore. È evidente che il passaggio a una tradizione di questo tipo, completa sotto il duplice aspetto esoterico ed exoterico, e giustificato soltanto quando obbedisca a necessità del primo ordine, implica però anche l'adozione completa e rigorosa, e in qualche modo «preventiva», delle forme del secondo, e questa adozione non potrà effettuarsi senza modificazioni altrettanto profonde di atteggiamenti e di comportamenti più o meno radicati nell'essere che si trova in queste condizioni. È qui che esso incontrerà le prime difficoltà «vitali» di assimilazione, rese ancora maggiori dalle reazioni dell'ambiente, che non mancano pressoché mai di prodursi in casi come questo; ed è qui che il «piano» produce il suo sforzo più «mirato» (e insieme più scoperto) perché tende ad accrescere tali difficoltà, associandosi in certo qual modo alla natura delle reazioni ambientali di cui parliamo. La documentazione fotografica di questo articolo è fra le più indicative in proposito; vi si insiste infatti in modo particolare sull'abbigliamento orientale di René Guénon nell'ultimo periodo della sua vita, passato in Egitto, e, ciò che si ritiene ancora più efficace nel particolare senso da noi indicato, si dà inoltre ampio spazio a fotografie famigliari, in cui ad essere rappresentate in modo simile sono addirittura la moglie e le figlie di Guénon, riprese ad età diverse (12). Inutile aggiungere che tutto questo è concepito per potenziare, per lo meno nell'intenzione degli ideatori di questo penoso «servizio», l'effetto psicologico dell'articolo che si è in tal modo voluto documentare «visivamente», giacché la tecnica in cui esso era redatto è anch'essa dello stesso tipo, indirizzata cioè a toccare, nel lettore, più che altro i sentimenti e le reazioni ancestrali «da Occidentale» (13). È in questo speciale senso che noi avevamo parlato all'inizio di un'azione «deterrente»; e da questo stesso punto di vista si ammetterà che la caricatura del volto di René Guénon che compare in apertura di articolo è il ripugnante emblema, e in certo qual modo la cristallizzazione, degli intenti deformanti che soggiacciono a tutto il «piano» (14).

Il n. 2 di «Charis» si presenta con le stesse caratteristiche del n. 1; molti più «riempitivi» però, questa volta, e quasi tutti del genere «scienza delle religioni», quindi dal taglio prettamente moderno, analitico e storicistico, con puntate sordamente antitradizionali, e, alla fine, nella rubrica «Revue des revues d'antan», il pezzo forte, vale a dire nuovamente una rassegna: anno per anno (1909-1907), numero per numero, «La Voie, revue mensuelle de Haute Science», ossia la rivista di Albert de Pouvourville (Matgioï) e di Léon Champrenaud (Abdul-Haqq); qualche differenza di dimensioni: le pagine dedicate a questo sempre più assurdo carosello sono 198 (due terzi dell'intera pubblicazione!), in luogo delle 65 precedenti, e le citazioni dagli originali ancora più lunghe e numerose.

Perlector, ancora l'autore di quest'altra recensione, termina il suo excursus (della cui smodata lunghezza ha alla fine anche il dubbio vezzo di scusarsi con i lettori, come del resto aveva già fatto per la precedente) lagnandosi della «grande miseria intellettuale e spirituale» che caratterizza «il quadro» che ha dato «di quest'epoca e di questo ambiente»; verrebbe da chiedergli come qualifichi, invece, l'azione di far rivivere questo stesso mondo, a cui afferma, sempre molto ipocritamente, di essersi accostato «con una attenzione e un rispetto particolari (?!), perché si trattava della rivista dei "Maestri" di Guénon». Forse non si era accorto (ma la sua vista è veramente così corta?) che il lavoro di «pulizia» di tutta questa sedicente intellettualità era già stato fatto da un Guénon poco più che ventenne, il quale, proprio all'inizio della sua azione pubblica, «per allontanare ogni equivoco dall'animo dei (...) lettori, e per tagliar corto in anticipo con possibili insinuazioni», con ben altro piglio che il suo aveva detto nella «Gnose» (n. 1, anno 2°, gennaio 1911: «Ce que nous ne sommes pas»): «(...) D'altra parte, non siamo né occultisti né mistici, e non vogliamo avere né da vicino né da lontano alcun rapporto, di qualunque natura esso sia, con i molteplici raggruppamenti che procedono dalla speciale mentalità indicata dall'una o dall'altra di queste due denominazioni. Intendiamo dunque restare assolutamente estranei al movimento detto spiritualistico, il quale non può del resto essere attualmente preso sul serio da nessun uomo ragionevole; fra le persone che seguono questo movimento o che lo dirigono, non possiamo che compatire quelle che sono in buona fede, e disprezzare le altre» (...) «Fermamente e fedelmente collegati alla Tradizione ortodossa, una e immutabile come la Verità stessa di cui è la più alta espressione, siamo gli avversari irriducibili di ogni eresia e di ogni modernismo, e condanniamo altamente i tentativi, quali ne siano gli autori, che hanno lo scopo di sostituire alla pura Dottrina sistemi qualsiasi o concezioni personali» (...) «Da quel che abbiamo detto, discende che non possiamo essere degli eclettici; noi ammettiamo soltanto le forme tradizionali regolari, e, se le ammettiamo tutte allo stesso titolo, è perché esse in realtà non sono altro che le vesti diverse di una sola e stessa dottrina (...)».

Soltanto che Guénon, come già lasciano intendere questi stessi passi, con il suo lavoro mirava a sgomberare il campo dai detriti neospiritualistici per dare a qualcuno, che sapeva esistere, la possibilità di vederci chiaro, al di là di tali pseudo-dottrine, quando sarebbe passato poi all'esposizione della vera dottrina tradizionale; la sua tecnica di rettificazione della mentalità dell'ambiente fu d'altronde efficace proprio perché fondata su questi dati dottrinali incontestabili, mentre l'esposizione di Perlector, priva (e pour cause!) del sia pur minimo accenno a fondamenti dottrinali tradizionali, è soltanto generatrice di oscurità e di confusione, e quello su cui si regge è unicamente una sorta di «moralismo» che sconfina molto spesso addirittura nel pettegolezzo. Ma si deve dire di più: il lavoro di Perlector, come quello di tutti questi suoi «confratelli» di cui ci siamo dovuti occupare (15), le idee le confonde soprattutto perché il suo scopo è quello di farlo, e non come un fine in sé, si badi, perché in questo caso il discredito ricadrebbe soltanto su di lui, bensì per oscurare la dottrina tradizionale, contaminandola con il sospetto che le può derivare dall'essere mischiata con tutte queste cose sospette; le quali vengono riesumate soltanto a tale fine, giocando su talune consonanze che sono esclusivamente verbali.

Ma poiché c'è un limite anche alla doppiezza, accade che a un certo punto lo stesso Perlector non possa esimersi dal dire, di tutto ciò che ha passato in rassegna nella «Voie», che «l'ossatura e la sostanza della pubblicazione sono i capitoli delle due opere maggiori di Matgioï» (16), e dal concludere con questa sorprendente domanda (sorprendente soprattutto perché formulata da lui...): «Cosa c'è di veramente sapienziale, intellettuale, spirituale in questa profusione [débit] di "Alta Scienza", se non le dottrine di Estremo Oriente come vi sono state esposte da Matgioï?» Sono poche parole, come si vede, soprattutto se confrontate con il numero esorbitante di pagine dedicate all'argomento, ma hanno la paradossale virtù, certo non perseguita, di demolire tutto il puntiglioso, particolaristico e... costoso lavoro che le precede, se lo scopo di tutto ciò, come non è più possibile avere dubbi dopo questo secondo numero di «Charis» è, come dicevamo, quello di ribaltare su René Guénon e sulle dottrine tradizionali il senso di repulsione che non può non suscitare questo genere di letteratura «inizio secolo».

Cosa ha conservato Guénon nella sua opera, inserendovi ripetutamente degli «estratti» dai testi di Matgioï, chiediamo a Perlector, se non proprio quel che egli non può impedirsi di apprezzare, dopo aver fatto giustizia di tutto il resto, che ha relegato una volta per tutte negli inferni della pseudo-iniziazione? E siccome il pedante autore di questo incredibile lavoro sembra tenere moltissimo al giudizio dell'Editore che lo pubblica, gli confidiamo che al posto suo temeremmo seriamente le conseguenze che potrebbero venirgli da lui per questa monumentale «bévue» (17) a conclusione di una fatica che avrebbe dovuto portare a tutto un altro risultato...

Nel corso di quest'ultima parte del nostro studio, abbiamo rilevato di sfuggita le reazioni positive che qualcuno, e non dei più sprovveduti, ha avuto alla lettura del primo numero di «Charis» (e del resto ciò si potrebbe riferire con la stessa validità per gli altri libri di questo Editore da noi esaminati, e da parte anche di persone diverse); si tratta di persone e di pubblicazioni che si interessano ovviamente alle questioni tradizionali; come può avvenire, si chiederanno alcuni, che noi invece assumiamo di fronte agli stessi scritti un atteggiamento diametralmente opposto?

A questo proposito, ricorderemo prima di tutto la distinzione su cui René Guénon ha spesso insistito, e che qui è di grande rilevanza, tra «tradizione» e «tradizionalismo» (18), e il meno che si possa dire dell'attività dell'Editore milanese è che ricade nel secondo, quand'anche non si tratti di qualcosa di peggio come nel caso dei libri e degli articoli di cui ci siamo occupati; ma per chiarire ancora di più il nostro modo di vedere ci serviremo di una citazione dall'articolo «Le contrefaçons de l'idée traditionnelle» di René Guénon (19): «Se (...) si facesse notare, come se si trattasse di una circostanza attenuante, che nonostante tutto c'è sempre in queste cose qualche elemento la cui provenienza è realmente tradizionale, risponderemmo questo: ogni imitazione, per farsi accettare, deve naturalmente assumere almeno qualcuna delle sembianze di ciò che simula, ma è proprio questo che ne aumenta ancora la pericolosità; la menzogna più abile e anche la più funesta, non è precisamente quella che mescola in modo inestricabile il vero e il falso, sforzandosi in tal modo di far servire il primo al trionfo del secondo?».

A quest'ultima citazione si potrebbe forse ribattere, sempre parlando delle pubblicazioni di questo tipo dell'Editore milanese, osservando che Guénon, con queste sue parole, intendeva riferirsi alla pseudo-iniziazione, e che le pretese apparenti degli scritti da noi presi in esame non tutte si inseriscono in questa categoria; ciò è sicuramente vero, e ammettiamo che sarebbe pericoloso, sia pure con l'intenzione di mettere in guardia gli attuali lettori dell'opera di Guénon da confusioni fatte circolare a bella posta su di essa, fornire l'occasione di confusioni d'altro genere, aventi la loro origine in una non rigorosa aderenza a determinati aspetti della dottrina che contiene.

Ma non è forse un pericolo analogo a quello veicolato dalla pseudo-iniziazione quello che è insito in una pubblicazione come «Charis», la quale, presentando nel suo primo numero la figura di Guénon e la sua opera nel modo sottilmente repulsivo da noi descritto, porta in cima alla sua prima pagina di copertina, sovrastante la rappresentazione di un liocorno («logotipo» dell'Editore), la divisa «venena pello» (scaccio i veleni), indicando così una ben precisa attitudine ostile agli stessi argomenti trattati (20)? Se non di pseudo-iniziazione nel senso tecnico del termine, introdotto da Guénon, certamente «pseudo-intellettualità», se così ci è permesso dire; questo è il contenuto della rivista «Charis», per esprimerci in modo insieme generale e sintetico.

Non è difficile prevedere che il nostro esame di tutti questi scritti, impostato sulla constatazione di una manovra antitradizionale (e più particolarmente indirizzata contro l'opera di René Guénon) accuratamente architettata e puntigliosamente messa in opera non solo mediante la loro pubblicazione (21), possa sollevare un'obiezione, ed è che nessuna prova tangibile può essere fornita della sua esistenza. A questa obiezione si può rispondere che le «prove», nel senso materiale e storicistico in cui il termine è abitualmente inteso oggi, sono qualcosa che rientra in metodi di indagine anch'essi di ispirazione antitradizionale, escogitati, fra l'altro, proprio per evitare che, in casi come questi, si scopra inopportunamente quale natura e che origine abbiano certe «influenze», e in che direzione cerchino di far procedere la mentalità generale; e inoltre, è proprio solo «casualmente» (come abbiamo già fatto notare di sfuggita) che in questa circostanza siano sempre gli stessi personaggi, salvo poche eccezioni, a trovarsi coinvolti in iniziative che contribuiscono, in una misura o in un'altra, a erigere la barriera di opinione che si vuole frapporre tra l'opera di René Guénon e i suoi potenziali lettori?

Per coloro che sono riusciti a liberarsi, sia pure ancora soltanto parzialmente, dal condizionamento dei modi di pensare su cui si regge il mondo moderno, ognuna delle pubblicazioni che abbiamo esaminato costituisce di per sé, per l'attitudine e le intenzioni che manifesta, una prova evidente di quanto siamo andati dicendo, e questo, crediamo di averlo sufficientemente mostrato. Si potrà forse, se si vuole, fare una distinzione tra i gradi di consapevolezza che i singoli partecipanti a questa manovra hanno di essa; ma se è possibile che qualcuno di loro, di fronte alla descrizione che ne abbiamo data, rifiuti di riconoscersi personalmente animato dallo spirito da noi rilevato e qualificato come antitradizionale, ci pare innegabile che una volontà ben precisa abbia presieduto alla sua concezione, e ciò è sufficiente a giustificare l'uso della parola «piano» per indicarla.

Un'altra domanda che ci si può porre è quale possa essere, in generale, il funzionamento di un simile progetto, indipendentemente dalle tecniche più o meno «psicologiche» di cui ci si è serviti per costruire ogni suo elemento; ancora una volta si può avanzare una risposta soltanto se si ricorda che lo scopo generale perseguito è quello di distogliere i destinatari potenziali dell'opera di Guénon dal suo approfondimento, per impedir loro di inoltrarsi sul cammino dell'attualizzazione delle possibilità intellettuali di cui sono gli eventuali portatori; avendo presente questo obiettivo negativo, si possono distinguere nel progetto da noi descritto delle fasi, o piuttosto dei livelli, a cui corrispondono altrettanti elementi specifici degli scritti.

Un primo livello è quello costituito dai testi, o parti e aspetti di essi, che negano decisamente o mettono in dubbio l'esistenza e la possibilità stessa dell'esoterismo; questi sono evidentemente concepiti in modo da arrestare in prima battuta tutti i lettori che capitano per la prima volta su simili argomenti, abbiano o no essi già sentito parlare dell'opera di René Guénon, o, in seconda battuta, quelli che, non accontentandosi più dell'inconcludenza e della confusione che caratterizzano la scienza moderna e delle banalità moraleggianti della letteratura «esegetica» corrente, siano alla ricerca di spiegazioni intellettualmente meno insoddisfacenti.

Il secondo livello è formato da quanto, nei testi, instaura o mantiene volutamente la confusione tra l'esoterismo vero, la cui idea è talvolta approvata ma solo in apparenza, e lo pseudo-esoterismo (22); in questo caso si sfrutta la ripugnanza che giustamente ciò che proviene da quest'ultimo suscita nelle persone dotate di un certo equilibrio mentale, e si fa in modo che essa si trasferisca anche sul primo (23). Si cerca così di distogliere da esso quei lettori che potrebbero esserne attirati per naturale disposizione e che hanno forse già avuto qualche contatto con l'opera di René Guénon.

Il terzo livello è quello i cui elementi sono rivolti a neutralizzare l'aspirazione alla conoscenza iniziatica di coloro che, elusi i due «filtri» precedenti per una ragione qualsiasi, e quindi «dopo essere stati toccati in profondità dall'opera di R. Guénon» (24) (la diffusione crescente di scritti sull'autore francese e sulla sua opera è agli occhi di qualcuno, come abbiamo detto all'inizio del nostro lavoro, un temibile indizio della loro esistenza), sono alla ricerca di un ricollegamento tradizionale «regolare». La tecnica «deterrente» è qui applicata facendo leva sugli elementi di tipo sentimentale, o in ogni caso «vitale», che tali lettori continuano a portare in loro come retaggio occidentale, e soprattutto «borghese», per distoglierli da un eventuale progetto di ricollegamento a una tradizione non occidentale.

Supposto ottenuto questo risultato, e in parte anche per contribuire a ottenerlo, si offrirà loro un simulacro di regolarità con lo pseudo-esoterismo dalle apparenze tradizionali, ma esclusivamente occidentale, a cui si allude nella Prefazione della raccolta degli scritti di M. Clavelle; è perciò fin troppo chiaro che tutta questa costruzione culmina in tale proposta, giustificando doppiamente l'appellativo di «piano» che le abbiamo attribuito.

Per concludere il nostro esame ci resta soltanto più da fare un'osservazione sugli artefici, diretti o indiretti, del «piano» di cui ci siano dovuti occupare: quel che abbiamo detto finora delinea il quadro generale che regola questa proliferazione di scritti a cui si affida il compito di «fare da velo» all'opera di René Guénon puntando più che altro sugli istinti e non sull'intelletto; ma cosa si dovrà pensare, più in particolare, della mentalità tutta speciale del gruppo di persone, a quanto sembra abbastanza numeroso, che hanno prestato la loro opera - a tratti minuziosa fino alla mania - in questo tentativo di produrre un «contrappeso» dissimulato all'influenza chiarificatrice che continua a emanare dai libri dell'autore francese?

Per esprimere in modo sintetico il nostro parere su costoro, non possiamo far meglio che citare un apologo taoista attribuito a Ciuang-Tse: «Nel nudo e sterile settentrione è un uccello che si chiama Pang; il suo dorso pare il monte Tai, le sue ali nuvole che pendano dal cielo. In un turbine sale a grandi ruote per centomila miglia fin dove terminano aria e nuvole, e sul suo dorso è solo l'azzurro nero del cielo. Allora volge il suo volo a Sud, verso l'Oceano. Dalla sponda di una palude, una quaglia rise di lui e disse: "O dove vuole andare? Io frullo su per qualche metro, e torno giù fra i cespugli nella macchia: questa è la perfezione del volo. Ma quella creatura, dove vuole andare?"» (25).

Qualunque possa essere il grado di consapevolezza che queste persone hanno del ruolo che stanno ricoprendo con i loro lavori, crediamo che i nostri lettori non avranno, dopo ciò che abbiamo detto, la minima esitazione nell'individuare in quale dei due animali simbolici dell'apologo noi le identifichiamo.

 

POST-SCRIPTUM

Avevamo già finito di scrivere il presente lavoro, quando ci si è presentata l'occasione di leggere l'articolo «Esotérisme» dell'«Encyclopaedia Universalis», dal quale François Secret ha estratto le citazioni il cui ironico commento costituisce l'inizio del suo «studio». Se già prima pensavamo, come del resto abbiamo detto, a un'artificiale costruzione di tutta la sua argomentazione, a cui alcune debolezze intrinseche dell'«articolo» stesso potevano aver fornito l'esca apparentemente giustificata, non ci aspettavamo però che anche le debolezze in questione fossero, esse pure, state... costruite.

Così è invece nel modo più smaccato, e ci chiediamo come un autore possa seriamente pensare che certi suoi imbrogli (e qui non usiamo più la parola nel suo senso unicamente metaforico) possano resistere indefinitamente senza essere smascherati; l'«articolo» di Serge Hutin, che dalla citazione fattane dal Secret si poteva immaginare pieno di ingenuità e di lacune, è al contrario (fatte salve alcune imperfezioni di terminologia e di linguaggio e un tono generale di «non-coinvolgimento» che può benissimo spiegarsi con l'occasione stessa per cui è stato redatto) è, dicevamo, concepito in modo chiaro e piuttosto esauriente, e dalle sue cinque grandi pagine, tutto sommato, il lettore realmente interessato può trarre moltissimo di più, sulla generalità dell'argomento, di quanto potrà mai dedurre dalle inutili (e presuntuose) complicatezze di cui sono riempite le 25 pagine del Secret.

Qualche particolare può essere utile per l'... edificazione del lettore: come si vede dalla nostra stessa citazione, il Secret si serve del testo di S. Hutin per introdurre l'idea che non è soltanto il termine «occultismo» a essere un neologismo, ma che anche «esoterismo» si troverebbe nelle stesse condizioni; la sua citazione è tronca, e dà l'impressione che l'Hutin non abbia minimamente preso in considerazione la questione dell'origine di quest'ultimo termine, e questo gli offre lo spunto per la sua propria ricerca. In realtà, nel lavoro dell'Hutin la prima cosa che si fa è proprio di esaminare tale origine, e la prima colonna della pagina iniziale è dedicata all'etimologia di «esoterismo» e ai suoi usi più antichi. Quantunque taluni facciano risalire il primo impiego documentato della parola, nella letteratura cristiana sull'argomento, a Clemente d'Alessandria (cosa che non fa probabilmente piacere al Secret), è evidente che, tenuto conto della «naturalezza» del concetto che esprime, essa non può non avere origini più antiche anche in Occidente, e di fatto «l'insegnamento esoterico (si diceva anche "acroamatico") di un filosofo [greco] - dice l'Hutin - era quello che egli riservava ai suoi discepoli, mentre le lezioni exoteriche [o essoteriche] erano quelle che erano seguite da un uditorio più numeroso e vario. L'aggettivo "esoterico" si associava perciò alla nozione di un sapere "riservato", appannaggio di un cerchio il cui accesso era subordinato alla decisione del maestro». Ma siccome tutto questo contrasta con le convinzioni del Secret, e, soprattutto, con gli interessi dei «cerchi» a cui egli stesso evidentemente è legato, meglio sorvolare, e affidarsi ai dizionari che fanno risalire la prima traccia scritta della parola al 1835 (come l'Oxford Dictionary), o al 1846 (come il Robert).

Quanto all'insinuazione che «con questi neologismi» (in realtà il Secret intende riferirsi a uno solo, che come abbiamo visto neologismo non è affatto) sia «la stessa notte in cui tutti i gatti sono grigi», e in cui «si unificano dall'interno tutte le dottrine tradizionali», perché non avere il coraggio di riportare le citazioni che fa l'Hutin dei due brani di René Guénon con i quali si chiarisce nell'«articolo» il vero concetto di unità di tutte le dottrine tradizionali (distinguendo dalle pseudo-dottrine neospiritualistiche) e dei motivi per cui le cose non possono stare che in questo modo? «Una tradizione non è una cosa che si può inventare o crearsi artificialmente; mettendo insieme, bene o male che sia, elementi presi in prestito da dottrine diverse, non si costruirà mai altro che una pseudo-tradizione senza valore e senza portata, e queste sono fantasie che conviene lasciare agli occultisti e ai teosofisti» (da Orient et Occident) e «La sintesi (...) si effettua essenzialmente dall'interno; vogliamo dire con ciò che essa consiste propriamente nel considerare le cose nell'unità del loro stesso principio, e a unirle così, o piuttosto a prendere coscienza della loro unione reale, in virtù di un legame tutto interiore, inerente a ciò che vi è di più profondo nella loro natura» (dal Symbolisme de la Croix). È probabilmente parafrasando questi concetti che Luc Benoist ha dato la definizione di tradizione che il Secret cita così male nel suo testo, e che suona invece (giacché si trova anch'essa nell'«articolo» di S. Hutin): «La tradizione è la trasmissione di un insieme di mezzi consacrati che facilitano la presa di coscienza di princìpi immanenti d'ordine universale, inteso che l'uomo non si è dato da solo le proprie ragioni di vivere».

Questi procedimenti fraudolenti con cui il Secret distorce i testi dei quali si serve per indurre il lettore ad accettare le sue proprie concezioni, non fanno, come si vede, che confermare e rafforzare la sensazione di disonestà intellettuale - se pure i due termini possono essere accostati - che già avevamo detto emanare dal suo scritto. Quanto meglio sarebbe stato, almeno per la sua credibilità di scrittore, se egli si fosse semplicemente e francamente limitato ad adottare la posizione «ufficiale» che abbiamo trovato espressa, a conclusione di un ben diverso «articolo» di enciclopedia (questa volta italiana) alla voce «Esoterico»: «Tipico esempio di esoterismo è lo gnosticismo in tutte le sue varie forme, per il quale l'iniziazione, in quanto comporta la gnosi o conoscenza della verità, è condizione di salvezza. È un errore ritenere che ciò avvenga o sia mai avvenuto per il cristianesimo, la cui dottrina è una per tutti, anche se possa variare il modo di esposizione secondo l'intelligenza e la cultura delle persone cui è destinata» (dal Grande Dizionario Enciclopedico UTET, pag. 256).

A parte la dubbia (e abituale) menzione dello gnosticismo, e il richiamo alla «salvezza», che se è piuttosto rivelatore della mentalità tutta exoterica di chi lo fa è anche del tutto insufficiente quando si tratta di iniziazione, è abbastanza evidente che i moderni interpreti della tradizione occidentale, come si vede di facile accontentamento, hanno deciso che è più «conveniente» essere «moderni» che tradizionali; e questo è un gioco a cui, senza neanche rendersene conto, per aver trascurato la «conoscenza della verità» si può arrivare a perdere anche la «salvezza».

Ma per lo meno, detto così chiaramente, sarebbe stato meno offensivo per i lettori, i quali, il Secret deve crederci, non sono ancora tutti idioti come «qualcuno» vorrebbe ridurli a diventare.