a cura di
Heredom
Tratto da
Pietro Nutrizio e altri
René Guénon e l'Occidente
Luni Editrice

 

Nuove tecniche di attacco all'opera di René Guénon (IV)

Nuove tecniche di attacco all'opera di René Guénon (IV)

 

 

  

Antonello Balestrieri

 

  1. «Rivista di Studi Tradizionali», n. 73, luglio-dicembre 1991.
  2. Per non parlare delle piattezze social-politiche che contengono sotto una mascheratura puramente verbale di «esoterismo»; un bell'esempio di quanto diciamo è la chiusa dell'articolo di apertura, su un tema che avrebbe potuto essere interessante da un punto di vista più profondo: «Le mystère satirique des cathédrales», del 1913.
    Quanto ad acutezza di penetrazione intellettuale e a competenza nella materia, si confrontino le banalità contenute in questa riesumazione con quanto diceva R. Guénon nell'articolo «A propos des Constructeurs du Moyen Age» del n. di gennaio 1927 del «Voile d'Isis», dal quale estraiamo il passo seguente a modo di esempio: «Se ci si oppongono, come prova delle preoccupazioni sociali dei costruttori, le raffigurazioni satiriche e più o meno licenziose che talvolta si ritrovano nelle loro opere, la nostra risposta è molto semplice: tali raffigurazioni sono soprattutto destinate a sviare i profani, i quali si fermano all'apparenza esteriore e non vedono ciò che essa dissimula di più profondo. Si tratta del resto di qualcosa che non è affatto specifico dei costruttori; certi scrittori come Boccaccio, Rabelais in particolare, e molti altri ancora, adottarono lo stesso travestimento e si servirono dello stesso procedimento. C'è da credere che lo stratagemma abbia funzionato se ancora ai giorni nostri, e senza dubbio ora più che mai, i profani cadono nel tranello».
  3. Si tratta di uno studio di E. Mazzolari, che con il titolo di «Universitaires et "gnostiques"» ha la pretesa di opporsi radicalmente (per quanto sempre in modo «travestito» quanto alla «tecnica» dello sviluppo argomentativo) alle idee espresse da R. Guénon, in particolare nei due capitoli di Aperçus sur l'Initiation «Connaissance initiatique et "culture" profane» e «Mentalité scolaire et pseudo-initiation»; ci ripromettiamo di trattare in particolare di questo articolo in un prossimo numero della «Rivista di Studi Tradizionali».
  4. La pericolosità maggiore di tale «copertura» era forse costituita dallo stesso presentarsi delle pubblicazioni di ARCHÈ come inserentisi in quello che si può approssimativamente denominare il «filone tradizionale», e si è visto che alcuni - da noi definiti nel corso dei nostri articoli «non dei più sprovveduti» - non hanno saputo, in Francia, sottrarsi a questo genere di tranello. Pensiamo che ora, di fronte ad ammissioni chiare come quella costituita dalla domanda retorica di questa «Nota», secondo cui «queste ricerche [di «Charis» e di ARCHÈ] non avranno forse svelato un coacervo di avvenimenti e di dottrine [?] che bisognava lasciar sepolte perché ciò conveniva ai difensori di certe "mitologie" [!] da molti accettate senza discussione?», anche costoro non potranno che arrendersi all'evidenza.
  5. A titolo di esemplificazione il lettore italiano potrà comparare la coerenza organica e la potenzialità esplicativa, quindi difensiva contro l'errore, di testi quali Le Théosophisme, histoire d'une pseudo-religion (1921) e L'erreur spirite (1923) (Errore dello spiritismo, Rusconi, Milano, 1974, 1° ed) di René Guénon, con la totale insignificanza dottrinale e la conseguente inefficacia conoscitiva di un lavoro come Il Cappello del Mago di M. Introvigne (Sugarco Ed., Milano, 1990), che se si presenta senza dubbio utile come fonte di informazioni e di dati, si rivela per contro completamente incapace di fornire vere spiegazioni da un punto di vista puramente intellettuale. Questa è un'ulteriore riprova dell'impotenza della sola erudizione (qui sotto una sua forma speciale) nei confronti della vera conoscenza, come si dirà più avanti. Inutile dire che si può considerare questo volume, insieme a molte altre iniziative editoriali collaterali, come inserentesi a titolo estensivo, come dicevamo poco fa, nel «piano» di cui è questione; a tale proposito si potrà leggere ad ulteriore chiarificazione dell'argomento, il nostro articolo «Intorno alla "dissoluzione"», nel n. 80 della «Rivista di Studi Tradizionali», soprattutto sotto il profilo del ricorso «obbligato» alle dottrine tradizionali esposte nell'opera di R. Guénon.
  6. Entrambe queste citazioni sono state estratte dall'articolo di P. Nutrizio «René Guénon e le forme della Tradizione», pubblicato nel n. 72 della «Rivista di Studi Tradizionali».
  7. Fanno naturalmente eccezione gli scritti e le traduzioni di Abdul-Hâdî, il cui valore intellettuale è già stato da noi messo in rilievo in uno degli articoli dedicati al «piano»; è questo valore intrinseco che ha del resto richiesto, perché essi potessero inserirsi in quest'ultimo, la lunga e distorta «Introduzione» di g. Rocca, in cui la figura di Aguéli era presentata in una luce tutta particolare.
  8. Cf. la nota 10 del terzo articolo dedicato al «piano», nel n. 73 della «Rivista di Studi Tradizionali».
  9. Abbiamo l'impressione che ARCHÈ, presentando più volte le cose in modo distorto o incompleto, si faccia forte della circostanza che - essendosi «ritirata» in Francia - può godere del beneficio che la maggioranza dei suoi lettori non è a conoscenza degli scritti della nostra rivista. La informiamo caritatevolmente che questo stato di cose potrebbe essere presto modificato, in quanto stiamo considerando l'opportunità di realizzare un'edizione francese dei nostri articoli...
  10. Ricordiamo ad ARCHÈ che il termine «soprannaturale» è l'equivalente linguistico esatto di «metafisico».
  11. Dai Vangeli, nella traduzione dal greco di N. Tommaseo (Einaudi, 1948). Poiché nel n. 1 di «Charis» faceva bella mostra di sé uno scritto di G. Lanternari sul «Sens d'Islam», tradizione che di tutta evidenza non era quella del suo autore, saremmo assai curiosi di leggere quel che egli ci potrebbe dire, nell'ordine d'idee che qui esprimiamo sul «Senso del Cristianesimo»...
  12. A meno che con tale parola ARCHÈ non voglia intendere il dedurre da uno scritto le intenzioni che hanno presieduto alla sua redazione e la loro conseguente esposizione; ma questo significato, come abbiamo visto, non è coperto dalla normale definizione di «intimidazione».
  13. Quanto alla persona alla quale, alla pag. 292 di una prosa ripugnante, si attribuisce il giudizio su se stessa citato dal nostro contraddittore, càpita che anche a tal proposito quest'ultimo abbia molta sfortuna: chi scrive queste righe è l'unico che possa ora testimoniare che l'espressione riportata è quella con la quale tale persona (la quale non l'ha mai pronunciata) gli fu presentata per lettera da... Jean Reyor.
Una risposta d'autore

Tre anni dopo l'ultimo scritto (1) da noi dedicato alle pubblicazioni antiguénoniane della Casa editrice ARCHÈ (ora ARCHÈ-EDIDIT), e a quattro anni dall'apparizione del n. 2 di «Charis, Archives de l'Unicorne», (1990), questa rivista pubblica il suo n. 3, uscito verso la fine del 1994. Una buona parte degli articoli proposti in questo numero (o meglio «ri-proposti», secondo l'uso di questo singolare... periodico) sono di Paul Vulliaud, e se presentano qualche interesse da un punto di vista «letterario» e vagamente storico-erudito, non ne presentano pressoché nessuno da un punto di vista realmente tradizionale (2); gli altri contributi, tranne uno (3), sono essenzialmente «culturali» in senso profano, o al massimo moderatamente tendenti all'«exoterico», e non si situano quindi neppure essi sul terreno di competenza della «Rivista di Studi Tradizionali». Il n. 3 di «Charis» contiene però, sotto la rubrica «Echos», quella che si vuole una risposta ai nostri tre articoli dal titolo generale di «Nuove tecniche di attacco all'opera di René Guénon» dei nn. 70, 71 e 73 della «Rivista di Studi Tradizionali», e di essa ci occuperemo perciò qui esclusivamente.

Se diciamo che vuole essere una risposta è perché in realtà le pagine che questa rivista consacra ai nostri tre studi, incredibilmente non prendono in considerazione neppure una delle argomentazioni da noi sollevate contro le pubblicazioni e gli articoli di ARCHÈ e di «Charis» in cui l'opera di René Guénon e la sua persona venivano attaccate in modo più o meno sottilmente e astutamente velato; il fatto, in buona logica, sta a significare che tutte le imputazioni di questo tipo da noi rilevate a carico di tali scritti sono state «assorbite» da questa Casa editrice e accettate come corrispondenti al vero, e questo, tenuto conto che lo scopo dei nostri lavori era proprio quello di smascherare un gioco la cui meschinità e pericolosità intrinseca risiedevano principalmente nella sua «copertura» (4), si ammetterà che è uno stupefacente modo di difendersi.

A dire il vero, un unico e debole tentativo di «parata» è pur presente - se proprio lo si vuol trovare - ben avanti nella prosa disordinata di questa ulteriore «Nota», ed è là dove l'autore di quest'ultima esprime la sua scontentezza per aver noi, nell'esame dei primi due numeri di «Charis», «[liquidato] rapidamente gli scritti che [...] non possono rientrare nello schema un po' delirante [...] definito fin dal n. 70 della [nostra] rivista: quello di un "piano", ossia di un complotto, abbastanza vasto da andare di là dai confini della [sua] piccola casa editrice, alla quale, tuttavia, sarebbe assegnato in esso un ruolo non insignificante».

A parte il fatto che, come diremo più avanti, un «piano» non è affatto un «complotto» come vorrebbe il redattore della «Nota», il tempo che è intercorso tra il nostro ultimo articolo e questa risposta ha fatto emergere numerosi altri elementi dell'«operazione», e questi elementi stanno a indicare, con chiarezza adesso anche maggiore, che un tale «piano» non solo esiste, ma ha dimensioni che vanno ben al di là di quanto si potesse dedurre quattro anni fa dai segni allora visibili. Non è il caso che ci dilunghiamo ora sui particolari, la cui discussione del resto chiamerebbe in causa piuttosto i committenti e gli ideatori di questa manovra che non i suoi singoli esecutori, fra i quali solamente si schiera l'editore ex milanese; ci limiteremo a dire a questo proposito, e in modo generale, che se è sensato che ci si «organizzi» per cercare di contrastare - meglio tardi che mai - l'invadenza dell'avvelenamento «neospiritualistico» delle mentalità, che sta producendo disastri spaventosi a livello mondiale, è invece assolutamente inaudito (e, quel che è peggio, «rovesciato») che si tratti l'opera di René Guénon come se fosse essa stessa una delle manifestazioni, se non peggio, di tale «neospiritualismo». E questo anche solo in una prospettiva del tutto «pratica» e «utilitaristica», se ci è permessa questa espressione qui piuttosto inadatta, giacché dove attingere, se non in essa, i princìpi che potrebbero rendere veramente efficace questo sia pur tardivo combattimento contro le forze della «dissoluzione» (5)?

Appurato ad ogni buon conto, in virtù della sua stessa reazione - o piuttosto mancanza di reazioni -, che dietro le attività della Casa editrice ARCHÈ esiste, come da noi presupposto nel corso dell'esame di diverse sue pubblicazioni, la netta intenzione di nuocere alla comprensione corretta e alla diffusione delle idee tradizionali di cui l'opera di R. Guénon è il veicolo di elezione, qualunque sia la copertura verbale o d'altro genere adottata per mascherare una simile ostilità di fondo, vediamo cosa non ha potuto alla fine dei conti esimersi dal dire questa Casa stessa (visto che la lunga «Nota» di «Charis», com'è nelle abitudini di questo editore, non è firmata) di fronte al nostro lavoro di smascheramento.

La pretesa risposta di ARCHÈ si apre con la deplorazione che la nostra rivista consacri «da diversi numeri, uno spazio assolutamente sproporzionato a screditare le ricerche, in parte pubblicate da "Charis", in parte altrove, riguardanti certi personaggi e ambienti con i quali René Guénon ebbe legami tenuti da lui stesso per importanti: Abdul-Hâdî/Aguéli, Barlet, Fabre des Essarts, Matgioi, ecc; la Chiesa Gnostica, l'Islam di Aguéli, l'H. B. of Luxor». Questo passo, apparentemente anodino, costituisce una buona occasione per mettere subito in rilievo le curiose sconclusionatezze di cui è disseminato questo documento, nel quale, se si fanno notare a ogni pie' sospinto i benefici che deriverebbero dall'esercizio esclusivo della razionalità e della mera erudizione, in contrasto - evidentemente - con quel richiamo ai dati frutto dell'esercizio di una facoltà intellettuale superiore che è la caratteristica di ogni vero esoterismo, si cade poi costantemente in illogicità che sono la miglior prova della limitatezza e dell'inefficacia delle sole erudizione e razionalità sullo stesso loro terreno (ed è soltanto a titolo di «illustrazione» di tale inefficacia che queste illogicità saranno qui prese in considerazione, sfidando il rischio che si corre, così facendo, di tediare il lettore).

Scongiurato, con questa precisazione, anche il pericolo che le nostre parole possano essere intese come dettate da uno spirito di pura e semplice «polemica», che non è stato e non è assolutamente il movente delle nostre osservazioni su questa Casa editrice, possiamo notare che è per lo meno sorprendente veder definire «sproporzionate» le nostre 150 pagine di chiarificazione sui metodi e sull'ispirazione del «piano»; se questo aggettivo si intende riferito alle dimensioni dello sforzo sviluppato dalla sola ARCHÈ in questa direzione, faremo osservare che il numero di pagine in cui esso si è finora tradotto supera abbondantemente le 2.000! Se invece si intende, come sembrerebbe più probabile, che a essere sproporzionato è lo spazio che i nostri studi occupano nella nostra propria rivista, ricorderemo ad ARCHÈ un sensato principio di deontologia professionale in campo pubblicistico che abbiamo visto menzionato proprio in... «Charis», laddove (a pag. 316 del n. 2) L. T. faceva presente a J.-P. L., nella sua «Correction fraternelle», di «non avere nessun diritto di disporre della rivista altrui»; o non sarà forse che questi «maestri di morale» abbiano adottato l'elastico criterio del «fate come dico, ma non fate come faccio»?

Quanto al ritenere che i nostri tre lavori siano stati concepiti per «screditare le ricerche» di ARCHÈ, questo corrisponderebbe a realtà solo se i nostri studi li avessimo scritti simulando in qualche modo apprezzamento per esse, mentre poi adottavamo nel corso del loro sviluppo un impianto logico atto a far giungere i lettori a conclusioni esattamente opposte; ma così non è, nel modo più totale, come hanno potuto constatare coloro che hanno avuto conoscenza dei nostri tre articoli. Ciò di cui ci accusa ARCHÈ è invece esattamente quel che si è voluto fare, per mezzo di certe sue pubblicazioni, nei confronti di René Guénon e della sua opera, ed è anche quel che corrisponde al valore semantico principale del temine «screditare»; non possiamo pensare di ripetere quel che abbiamo già detto, ma poiché sembra che non siamo stati completamente capiti, aggiungeremo qui qualche considerazione che possa chiarire maggiormente quel che avevamo esposto allora più nei particolari.

L'autore della «Nota» parla di un «contesto dal quale derivò [surgit] l'opera di René Guénon», e non c'è dubbio che con queste parole intende riferirsi, secondo l'uso moderno degli «esegeti» di testi letterari, alle «fonti» dell'opera di Guénon (il quale tra l'altro aveva sempre affermato altamente di non essere assolutamente uno «scrittore» - e si vedrà tra poco tutta la portata di questa affermazione); il gioco è palese: non riuscendo a inficiare l'intrinseco valore di quest'ultima, il rappresentante di ARCHÈ - portavoce di molti altri - cerca di legarla in qualche modo (o di legare il suo autore, e questo corrisponde a un diverso tipo di falso ragionamento) all'opera o alla figura di personaggi più facilmente aggredibili, allo scopo di proiettare su di essa (o su di lui) il discredito che si sarà riusciti - più o meno fraudolentemente in qualche caso - a suscitare su tali opere o personaggi.

Ora, essendo il tipo di conoscenza da cui ha origine e su cui si fonda l'intera opera di René Guénon del tutto interiore (a differenza di ciò che avviene per la «cultura» e l'erudizione patrocinate dai collaboratori di «Charis»...), questa tecnica di attacco cade completamente nel vuoto, e il solo risultato che riesca a produrre è di rivelare l'animus con cui è stata messa in opera; in questo caso tale animus è in completa contraddizione con la veste esteriore che si è voluto dare alle pubblicazioni di ARCHÈ, ingannevolmente «tradizionale». Questo è quel che volevano essenzialmente mettere in evidenza i nostri studi, ed è qualcosa che ha attinenza con la semplice realtà delle cose e non sottintende affatto un'intenzione malevola, o peggio calunniosa, da parte nostra.

Pensiamo che due brani tratti da scritti di Guénon possano essere utili per illustrare quel che stiamo dicendo: nel n. 155 del «Voile d'Isis» (novembre 1932) egli scriveva, volendo «fare il punto» su alcune insinuazioni maligne del P. Lucien Roure: «[...] Speriamo tuttavia che egli ci faccia l'onore di ammettere che nessuna tradizione è "venuta a nostra conoscenza" attraverso degli "scrittori", soprattutto occidentali e moderni, ciò che sarebbe piuttosto derisorio; le loro opere hanno soltanto potuto fornirci un'occasione comoda per esporla, il che è del tutto diverso, e ciò perché non siamo per nulla tenuti a informare il pubblico delle nostre vere "fonti", e perché d'altronde queste ultime non comportano assolutamente delle "referenze"; ma, ancora una volta, è in grado il nostro contraddittore di capire che, in tutto ciò, per noi si tratta essenzialmente di conoscenze che non si trovano nei libri?» E, in una lettera del 4 settembre 1934 a un corrispondente, ancora più chiaramente: «No, il mio non è certo il caso di un "convertito", da nessun punto di vista; anzi, non concepisco nemmeno che queste cose possano aver avuto per me un inizio» [i corsivi sono nostri] (6).

Alla luce di queste affermazioni, corroborate del resto dalla percezione del valore intellettuale degli scritti guénoniani, si può capire quanto sia ridicola l'insinuazione di ARCHÈ, indirizzata alla nostra attenzione, secondo cui «[...] condurre ricerche in questa direzione [...] imbarazza enormemente coloro che hanno attribuito un valore soprannaturale all'opera in questione». Dal punto di vista che è il nostro, e che è tutto l'opposto di quello di «Charis», ad onta degli sforzi compiuti dai suoi ideatori per confondere le idee, i testi «ripescati» da ARCHÈ, o le biografie più o meno contraffatte di alcuni dei loro autori, avendo un valore nullo (7), non possono darci il minimo fastidio, né questo era il punto che prendevamo in considerazione nei nostri articoli: libero chi vuole di gettare il suo denaro come meglio gli pare. Riteniamo però che debbano godere della stessa libertà coloro che, letti questi testi e le loro presentazioni, giudicano i primi per qual che valgono e cercano di scoprire, se ne sono capaci, le ragioni nascoste delle seconde, esprimendo nel modo più chiaro che possono le conclusioni a cui sono arrivati in merito a questo sperpero apparente. Ai responsabili di quest'ultimo, poi, mettere in berlina queste conclusioni se esse non corrispondono alle loro vere intenzioni (che meglio di loro nessuno potrebbe sapere); tutto ciò ci pare limpido e onesto.

Senonché, quel che manca totalmente in questa «risposta», a dispetto del chiacchiericcio inconsistente del rappresentante di ARCHÈ, è proprio questo secondo aspetto del confronto, dal che non si può far altro che dedurre che le intenzioni che hanno governato le riesumazioni di ogni tipo di cui era questione nei nostri lavori - poiché tali esse sono pressoché tutte - sono realmente quelle da noi messe in evidenza; contro questo semplice procedimento logico, che ci sembrava fosse chiaro sin dal nostro primo articolo, non pensiamo ci sia molto da obiettare. ARCHÈ finge di non capire, e inalbera un tono di buona fede sorpresa: ora speriamo che il malinteso sia chiarito dalle nostre parole, e restiamo in attesa di una vera risposta, che esamini cioè i diversi punti (e sono tanti...) da noi tratti in questione e demolisca con considerazioni di qualche peso quelle che si ritengono essere illazioni errate da parte nostra. Se le cose saranno da questa Casa editrice lasciate come sono ora, al di là delle espressioni di dignità offesa, resteremo sulle nostre posizioni, e con noi avranno il diritto di restare sulle loro i nostri lettori, che non potranno fare a meno anch'essi di convincersi definitivamente di essere di fronte, con i lavori di ARCHÈ e di «Charis», a una serie di attacchi alle spalle da parte di qualcuno che non ha né il coraggio né i mezzi per attaccare di fronte.

Proseguendo nell'esame della prosa di ARCHÈ, troviamo che si afferma che «[...] Secondo la Rivista non ci si sarebbe dovuti occupare di simili argomenti e il fatto di parlarne denoterebbe del resto un gusto per le cose morte e seppellite». Abbiamo or ora compendiosamente espresso il nostro parere sulla «liceità» o meno di parlare delle cose di cui si è interessata ARCHÈ in queste pubblicazioni, liceità che - dicevamo - non abbiamo mai ritenuta in discussione nei nostri articoli, in linea di principio (quel che obiettavamo era che questo genere di cose e lo spirito con cui erano affrontate potessero essere fatti passare per «tradizionali», che è ben diverso); aggiungiamo, adesso, che il trovare di cattivo gusto un tale modo di procedere non è da ascrivere a noi, e che in questo noi non facevamo che riferire il giudizio (da noi condiviso, questo è vero) di una rivista francese che tratta di argomenti tradizionali, su di esso (8).

Al massimo si sarebbe potuto dire con ragione - ed è nuovamente tutta un'altra cosa da quel che fa credere ARCHÈ (9) - che noi sostenevamo che rispolverare certi errori («riportandoli fatalmente in circolo», dicevamo in uno dei nostri scritti) rappresenta un pericolo supplementare per la mentalità generale, pericolo scongiurato a suo tempo, per le stesse cose, dal lavoro di R. Guénon sotto uno dei suoi aspetti. Questo lo riconfermiamo, aggiungendo che il fatto che ARCHÈ recidivi ora nella difesa di un simile procedimento non fa che assodare l'esistenza di un'ispirazione antitradizionale che sostiene il suo operato...

Per quel che riguarda l'illusoria pretesa, riesumando periodici «sospetti» in cui R. Guénon ebbe l'occasione di scrivere in epoca più o meno giovanile, di coinvolgere agli occhi dei lettori la «personalità» di quest'ultimo in attività in qualche modo dubbie da un punto di vista tradizionale (è quanto si sottintende con il termine di «demitificazione» - sospetto esso stesso -, che così spesso ricorre nel corso di queste «riesumazioni» di ARCHÈ), essa corrisponde, rispettate le proporzioni, alla malafede e all'ottusità intellettuale di chi, in un ordine diverso e di più basso livello, volesse accusare di delinquenza un rappresentante dell'ordine sotto il pretesto che... si occupa di malfattori! E questo si applica altresì alla partecipazione iniziale di Guénon alle attività di certe organizzazioni pseudo-tradizionali.

Queste ultime considerazioni, insieme al richiamo alla malafede, ci conducono a parlare subito di una citazione che più avanti il responsabile di ARCHÈ fa, a pag. 285 del n. 3 di «Charis», del secondo degli estratti da due lettere di R. Guénon da noi pubblicati nell'articolo dedicato all' H. B. of L., e in cui quest'ultimo commentava brevemente la sua appartenenza a tale organizzazione; l'autore della «Nota» ha scelto, dei due brani riportati, il solo che gli serviva, o così crede lui, per dichiarare trionfalmente che «[abbiamo] reso senza dubbio un gran servigio a tutti coloro che si interessano alla vita e alle dottrine di René Guénon [?!] quando [...] [assicuriamo] che questi era stato di fatto un membro di questa organizzazione iniziatica, nella quale i membri si applicavano a "lavorare molto con gli 'specchi'"». È chiaro che egli crede che questa citazione - ad esclusione dell'altra - gli faccia gioco nel «provare» che, avendo a suo tempo detto Guénon che la H. B. of L. era «una delle rare Fraternità iniziatiche serie che esistano ancora attualmente in Occidente», i suoi giudizi restano in tal modo inficiati da inattendibilità; si tratta però di un gioco meschino e di nuovo un po' ottuso, in quanto il brano che non è stato pubblicato, e che ci vediamo perciò costretti a ripresentare, era perfettamente esplicativo del primo (l'ordine era del resto invertito) e dava con estrema chiarezza una esauriente giustificazione del suo giudizio giovanile.

Ecco nuovamente il brano in argomento: «Per la questione riguardante la H. B. of L., devo dire che c'è certamente stato in essa qualcos'altro che non nelle numerose organizzazioni dal carattere di pura fantasia; si può perciò qualificare la cosa come "seria", per lo meno in questo senso; ora, evidentemente ci si può domandare fino a qual punto ciò era "ortodosso", il che è un'altra questione; e, a dire il vero, sembra che in essa ci sia stata come una mescolanza di diverse correnti, e che non sia la migliore che abbia finito col prevalere». I lettori possono, da questo che non è che un piccolo esempio, dedurre quale tipo di «verità» sia quella che per ARCHÈ ha, come si dice nella chiusa della parte principale della «Nota» di «Échos», «le sue imprescindibili esigenze»!

Dopo aver ripetuto un paio di volte che le nostre reazioni a quello che noi crediamo essere «un "piano" mirante alla demitizzazione della persona e dell'opera di René Guénon» (ma non si fa forse altro che abusare di questo termine nei primi due numeri di «Charis»?) sono «smisurate» (?) e, come abbiamo visto «sproporzionate», l'autore della «Nota» esprime il dubbio che ciò sia dovuto al fatto che «la Rivista» le crederebbe entrambe, a torto, «troppo vulnerabili».

È il caso che specifichiamo a questo proposito il nostro modo di vedere, anche se ciò rischia nuovamente di essere una ripetizione di qualcosa che abbiamo già detto: a differenza di qualcun altro, che pensa che l'opera di Guénon abbia bisogno di essere «difesa», noi crediamo di sapere sufficientemente bene che l'opera di questo autore e la fonte della sua ispirazione sono di per sé ben al di là di ogni attacco umano, e per questo non ci preoccupiamo più del necessario; ma ciò, a quanto pare, hanno finito con l'impararlo, sia pure solo «empiricamente», anche gli avversari (o che si credono tali) di quel che è «veicolato» dagli scritti di Guénon (fra i quali mettiamo ora in prima fila i nostri contraddittori di ARCHÈ e di «Charis», per i quali evidentemente è un gran torto saper percepire in questa buia fine di ciclo quanto ancora brilla di «soprannaturale» [pag. 283] (10) nelle tenebre che ci circondano). È per questa ragione che vengono architettate e messe in opera, contro questo «qualcosa», macchine da guerra simili al «piano» di aggressione indiretta di cui ci siamo dedicati a smascherare l'esistenza: per impedire cioè, nel limite del possibile, agendo sugli animi dei lettori potenziali più che sui loro intelletti, che l'opera di René Guénon sia accostata da qualcuno che avrebbe le qualità per capirla, perché, operato l'avvicinamento, le conseguenze potrebbero anche risultare gravi per le forze che hanno dato origine al mondo moderno, il quale è, secondo quanto detto da Guénon stesso - e da noi condiviso -, una vera e propria anomalia, persino una mostruosità.

Chiarito anche questo equivoco, passiamo a qualche punto più specifico che ARCHÈ tocca in questa «Nota». «Nel n. 73 - è detto in essa - il nostro severo recensore passa all'esame di "Charis", Les Archives de l'Unicorne n° 1 e n° 2 [...]. Egli qualifica questi studi con sufficienza [si tratta degli studi da noi giudicati dei "riempitivi" rispetto ai pezzi-forti, costituiti dalle riesumazioni di Perlector inserentisi più decisamente nel "piano" antiguénoniano su cui stavamo essenzialmente informando i lettori] quali lavori di pura erudizione», ed è evidente, anche per quel che segue, che l'autore della «Nota» confonde l'erudizione con l'intellettualità, e la pensa sufficiente, da sola, a giustificare se stessa. Per spiegare il nostro punto di vista a questo riguardo ci faremo ancora aiutare dalla prosa di R. Guénon, il quale, parlando del carattere «non-erudito» da lui dato al suo primo libro, Introduzione generale allo studio delle Dottrine indù, dice in Oriente e OccidenteIntroduzione», pag. 13): «[...] Neppure quest'opera [...] era stata scritta per pochi "specialisti"; se qualcuno è stato in questo senso tratto in inganno dal suo titolo, è perché questi argomenti sono abitualmente l'appannaggio di eruditi che li studiano in modo piuttosto ostico e, ai nostri occhi, privo di vero interesse. Il nostro atteggiamento è ben diverso: per noi si tratta essenzialmente, non di erudizione, ma di comprensione, che è totalmente diverso [...]. È probabile che taluni abbiano giudicato un male il nostro attacco all'erudizione, o piuttosto ai suoi abusi e ai suoi pericoli [...]; senonché, una delle ragioni per le quali abbiamo condotto questo attacco, è precisamente che l'erudizione, con i suoi metodi speciali, ha l'effetto di distogliere da determinate cose proprio coloro che sarebbero più capaci di comprenderle» [il corsivo è nostro]. E non è proprio questa la caratteristica di fondo di questo «piano», caratteristica che abbiamo messo in rilievo, per la seconda volta, poco fa?

Quanto al valore intrinseco dell'erudizione, indipendentemente dalla sua capacità di farsi «schermo» contro certe cose, si veda questo fuggevole colpo d'occhio, ma di singolare acutezza, che sempre Guénon offre su di esso nel cap. IX dello stesso libro (passo del resto già preso da noi in considerazione in uno dei nostri tre studi): «[...] chi capisce veramente è sempre chi sa vedere oltre le parole, e si potrebbe dire che lo "spirito" di una qualsiasi dottrina è di natura esoterica, mentre la sua "lettera" è di natura exoterica. Ciò sarebbe in special modo applicabile a tutti i testi tradizionali, i quali molto spesso, del resto, offrono una pluralità di significati più o meno profondi che corrispondono ad altrettante prospettive differenti; ma invece di cercare di penetrare questi significati, si preferisce di solito dedicarsi a futili ricerche di esegesi e di "critica dei testi" secondo metodi laboriosamente istituiti dalla più moderna erudizione, e questo lavoro, per quanto fastidioso sia e per quanta pazienza richieda, è molto più facile dell'altro, perché almeno è alla portata di tutte le intelligenze [il corsivo è nostro]». Anche qui, non si sono forse applicati questi «metodi» di cui parla Guénon, nei versi della sua stessa opera, nel corso dei lavori che compongono il «piano», e ciò non ha forse una delle sue ragioni, insieme a un'intenzione perversa, nel fatto che tale «lavoro» è in effetti l'unico per cui siano adatti i collaboratori di «Charis»?

Se così non fosse, l'ignoto porta-parola di ARCHÈ non arriverebbe a concludere il suo intervento a favore dell'erudizione fine a se stessa con l'infelice boutade che noi «[troveremmo] che l'erudizione è pesante», che «[avremmo] preferito occuparci di speculazioni dalle pretese metafisiche molto più leggere, come succede spesso di trovarne negli "esoteristi" [con il che denuncia la sua incapacità di distinguere (o la sua volontà di confondere?) tra la vera metafisica, di cui solo si occupa Guénon, e le fanfaluche o le pure ipotesi degli pseudo-esoteristi]» e che ci sentiremmo «schiacciati dalla lunghezza e dalla meticolosità critica [!] degli "incredibili" lavori di Perlector».

Possiamo assicurare l'autore di queste gratuite illazioni di non esserci mai sentiti minimamente «schiacciati» da quell'«eccesso di nozioni vane e inutili» (è una definizione da vocabolario dell'erudizione) di cui fa prova Perlector; al massimo - vogliamo essere sinceri? - una volta scoperto il gioco, e fatta salva la constatazione della sua potenziale pericolosità per animi impreparati, tremendamente annoiati (e questo un recensore ha il diritto di dirlo ai suoi lettori, o no?). E per arrestarci ancora un po' alle necrologiche fatiche di Perlector, ammirata la piccola mostruosità lessicale con cui esse vengono qualificate nella «Nota» come una «analisi/sintesi» (?!) (pag. 286), rileviamo il passo - francamente divertente - nel quale, accogliendo un nostro suggerimento e confermando la sua già affermata disposizione a «buttare a mare» il lavoro dei propri collaboratori, l'autore di queste pagine rimbrotta nel modo seguente il suo redattore preferito: «[...] siamo desolatissimi di constatare e di rimproverare a Perlector che costui, nella sua conclusione, ha potuto dare l'impressione, per mancanza di precisione [?], di veramente apprezzare le "dottrine d'Estremo Oriente quali vi sono esposte da Matgioi"».

Diverse considerazioni si potrebbero fare a questo proposito, che riguarderebbero di nuovo la tensione verso la «verità» delle dottrine esaminate, e il tipo di «tradizionalità», che governano l'attività di ARCHÈ, ma la nostra recensione si sta facendo già troppo estesa, e altre cose importanti restano da dire; ci accontenteremo di chiedere al responsabile di «Charis»: ma non legge mai le bozze dei lavori che ha in progetto di pubblicare? Sarebbe una buona abitudine, perché gli eviterebbe di dover poi essere obbligato a scoprire i suoi giochi erga omnes, cosa che non fa mai una gran bella impressione, e rischia per sovrammercato - come in questo caso - di mostrare le toppe con cui si ricuciono, in casa dei «neo-razionalisti» con pretese tradizionalistiche, i vuoti dei propri sillogismi...

Proseguendo poi nel suo tentativo di giustificazione dei «dissotterramenti» di «Charis», egli si impiglia del resto una volta di più nella rete di questi sillogismi zoppicanti quando, subito dopo, aggiunge: «senza contare che i lavori di Matgioi assumono veramente un valore solo se li si confronta con le stupidaggini [niaisairies (sic!)] che costituiscono la sostanza della quasi totalità della "Voie" [la rivista in cui apparvero, a puntate, i libri di quest'ultimo]». Di fronte a un'affermazione di questo genere ci viene spontaneo chiedergli nuovamente di chiarirci le vere ragioni per cui sono state fatte esaminare le migliaia di pagine di quelle che egli stesso afferma essere corbellerie: se veramente l'intento era di servire la verità, dovrà ammettere che si è trattato di un lavoro completamente inutile (e anche un po' offensivo per i suoi lettori...), se invece lo scopo di un simile dispendio di energie, di tempo e di fondi era un altro, ci dica quale esso era. Attendiamo con una certa curiosità la sua risposta, dovesse anche tardare... altri tre anni.

Lo avvertiamo che non sarà sufficiente che ci ripeta, come già ha detto Perlector, che la ragione di questo dispiegamento di forze è che si trattava della rivista dei «maestri di Guénon», perché queste idiozie (la parola è sua) nessuno sapeva neanche più che fossero state scritte, mentre l'opera di René Guénon, di una natura incomparabilmente diversa, è invece ben viva e attende solo che qualcuno l'approfondisca nel modo voluto per portare i frutti di cui è sempre capace (ed è proprio questo che riviste come «Charis» si prefiggono di impedire). Attendendo la risposta di ARCHÈ, e poiché è opportuna l'occasione, spiegheremo qui a Perlector (e anche ad altri che, come J.-P. Laurant, su «Charis» non hanno mai scritto, ma perseguono lo stesso fine in altri... luoghi) quello che ci sembra essere lo scopo oscuro delle sue allucinanti «riesumazioni»: da un cumulo di stupidità non può essere nata un'opera che meriti di essere letta; ergo, poiché queste idiozie sono state scritte nella rivista dei «maestri di R. Guénon», l'opera di quest'ultimo non può essere degna di nessuna attenzione. Orbene, questo non è che un altro falso sillogismo, e quel che si dovrebbe concludere in buona logica dalla premessa (le stupidità squadernate da «Charis») dovrebbe solo essere che - esaminata con intelligenza e onestà l'opera di Guénon, e constatato che essa non ha il minimo rapporto con queste assurdità -, gli autori di tali «idiozie» non possono essere stati i «maestri di R. Guénon». Ma ad ogni buon conto vedremo quale sorpresa ci riserverà la risposta «ufficiale» di questa Casa editrice.

Il fatto di aver noi rilevato con una certa curiosità l'esorbitante lunghezza delle prospezioni di Perlector ha attirato sulla nostra rivista un commento negativo da parte di ARCHÈ, la quale a questo effetto dice: «È il colmo, da parte di un redattore di questa rivista che ha inflitto ai suoi lettori, senza pensare di scusarsene, su diversi numeri, pagine e pagine di polemica con un dissidente, polemica che non riguardava e non interessava che quest'ultimo [...]; una polemica settaria [?], rivestita di abiti "dottrinari", i cui termini sfuggivano totalmente ai lettori comuni che ignoravano tutto della questione».

A tal proposito spiegheremo ad ARCHÈ, con le parole di R. Guénon, qual è l'atteggiamento tradizionale da mantenere in un caso come quello in questione, atteggiamento che fu quello della «Rivista di Studi Tradizionali»: «Le gelosie e le rivalità individuali, di fatto, non possono avere alcun posto nel vero àmbito iniziatico, mentre, al contrario, ne occupano sempre uno grandissimo nel modo di agire dei falsi istruttori [spirituali]: e sono unicamente questi ultimi che devono essere combattuti, ogni volta che le circostanze lo esigano, non soltanto dai Maestri spirituali autentici, ma anche da coloro che abbiano in qualche misura coscienza di cosa sia realmente l'iniziazione» [il corsivo è nostro]. Senza aggiungere altro, poiché non sono cose di sua competenza, faremo però osservare al responsabile di ARCHÈ che se avesse dedicato maggior attenzione alle pagine della «Rivista di Studi Tradizionali» che trattavano di questo argomento, sforzandosi di capirlo proprio perché ne era completamente ignorante, si sarebbe risparmiato l'errore di concedere credito a qualcuno di cui ha preso ora le dimensioni trovandole molto carenti; cosa che avrebbe potuto fare ben prima, quando invece era con lui coinvolto in transazioni di una correttezza non precisamente specchiata da un punto di vista tradizionale.

Il nostro contraddittore sembra essere stato punto sul vivo da alcuni nostri accenni al «moralismo» e allo spirito «borghese», se questo gli fa dire poco dopo: «Ma non solo l'erudizione dà fastidio al nostro recensore: glielo dànno pure certe considerazioni dei nostri collaboratori che egli considera "moralistiche" e, secondo un luogo comune instaurato nel tempo, mette in rapporto con l'aggettivo "borghese"». ARCHÈ sembra perciò confondere «morale» con «moralismo», e su questo punto vale forse la pena che ci arrestiamo un momento.

Che la «morale» in una delle sue interpretazioni (sicuramente non quella del nostro contraddittore), debba essere considerata in certe società tradizionali come una guida legittima e cogente per l'azione è incontestabile; essa è il prodotto di una scienza che detta le regole che governano i rapporti individuali umani e rendono possibile un'armonia relativa dell'ambiente tale da permettere il mantenimento regolare della vita in conformità con l'ordine cosmico; d'altronde esistono «morali» diverse in rapporto con la diversità delle tradizioni in cui tale punto di vista è previsto. Ma ogni morale è legittima ed efficace solo quando sia fondata e discenda da princìpi superiori all'azione, e questo appunto vuol dire «tradizionale» nel suo significato più elevato e completo; se questi princìpi sono dimenticati, com'è il caso per l'Occidente, la morale da sola non è più in grado di garantire neppure se stessa, come provano, in quest'area geografica, i tentativi infruttuosi di personaggi, ricoprenti anche ranghi exoterici tradizionali di rilievo, di porre un freno al disordine dilagante. In queste condizioni, prendendosi per quello che non è, la morale diventa «moralismo», e rischia forte, anche, di degenerare in «morale laica», o «indipendente», vale a dire di cedere le armi, più o meno inconsapevolmente, davanti all'«avversario», che ha saputo, staccandola dai suoi princìpi legittimi, imporle le proprie regole. E questo è precisamente il senso in cui noi abbiamo usato questo termine.

Ha dunque torto il nostro contraddittore quando conclude dicendo con una certa soddisfazione che: «Si capisce ora fin troppo bene perché questa "scuola" [i.e. la "Rivista di Studi Tradizionali"] predica contro il "moralismo" e lo spirito (piccolo-)borghese e profano. [Si rilevi quest'ultimo aggettivo, che, esso sì, costituisce un "colmo" per un organo che si pretenderebbe "tradizionale"!]», e che «Con ciò si ha la spiegazione della simpatia preferenziale per la "gente del biasimo", i Malamatiyyah, simpatia che già Aguéli condivideva». Nel n. 80 della «Rivista di Studi Tradizionali» sono stati presentati documenti che sconfessano patentemente queste insinuazioni malevole su Abdul-Hâdî e sui Malâmatiyyah, dei quali è più che certo che la «gente di ARCHÈ» non è in grado di capire nulla; ci accontenteremmo che fossero capaci di capire, a proposito di «moralismo», di morale e di princìpi superiori a quest'ultima, alcuni testi che, se pur più vicini a loro geograficamente, temiamo però altrettanto lontani dalle loro mentalità quanto quelli dei Malâmatiyyah.

«Or avvenne, camminando essi, che nella via uno gli disse: "seguirò te dove che tu te ne vada, Signore!" E dissegli Gesù: "Le volpi hanno tane, e i volatili dell'aria nidi; ma il Figliolo dell'uomo non ha dove posi il capo!"
Or disse a un altro: "Segui me!" Ma e' disse: "Signore, permettimi ch'io vada prima seppellire il padre mio!" E disse a lui Gesù: "Lascia i morti seppellire i loro morti; e tu va', e annunzia il regno di Dio".
Or disse anco un altro: "Io seguirò te, Signore; ma prima permettimi separarmi da que' di casa!" Or disse a lui Gesù: "Nessuno che, messa mano all'aratro, guardi all'indietro, è ben disposto al regno di Dio!"».
Luca, IX, 57.

«Non pensate che son venuto a metter pace sulla terra: non sono venuto a metter pace, ma coltello. Perché sono venuto a dividere uomo dal padre suo, e figliuola di verso la madre sua, e nuora di verso la suocera sua. E nemici dell'uomo i famigliari di lui. Chi ama padre o madre sopra di me, di me non è degno; e chi ama figliuolo e figliuola sopra me, di me non è degno. Chi ritrova la vita propria, la perderà, e chi perde la vita propria par cagione di me, la ritroverà».
Matteo, X, 34.

E per coloro, fra gli amici di ARCHÈ, che vanno discutendo imprudentemente di «dissoluzione» senza avere la minima idea di ciò che stanno toccando:

«E diceva anco alle genti: "quando vedete la nube che spunta dall'occaso, tosto dite: 'Vien pioggia'. E segue così. E quando scirocco soffia, dite che gran caldo sarà. Ed è. Ipocriti, l'aspetto della terra e del cielo sapete esplorare; e questo tempo come non esplorate? Or perché da voi stessi non giudicate il giusto?"» (11)
Luca, XII, 54.

Avvicinandoci alla fine di questo commento, notiamo di sfuggita che l'incognito redattore di «Note» ha l'aria di essere un po' piccato per il fatto che abbiamo messo in evidenza la «fratellanza» che lo lega a un altro «coautore» di quello da noi denominato «piano» antiguénoniano; egli pare dimenticare di essere stato proprio lui a servirsi per primo di questo qualificativo quando, nel rimbrottare J.-P. L. per qualche ragione di puntiglio «personale», ha intitolato il suo pezzo, nel n. 2 di «Charis», «Correction fraternelle». Noi non abbiamo fatto che prender nota del tipo di legame che la parola sottintendeva. Ora ricade nella tentazione, e in occasione di un'ulteriore diatriba «microletteraria» con J.-P. L. (diatriba che, chissà perché, coinvolge nuovamente il nome di René Guénon) inserisce un'altra noticina che vorrebbe maliziosa nei nostri confronti. «Scriviamo queste righe, egli dice - come ritenevamo opportuno fare - [le concordanze temporali non sono il suo forte, come si saranno già accorti i lettori], a beneficio di J.-P. L. e dei nostri lettori. Se esse non sono polemiche e conservano un tono cortese, non è certo per impedire al Balestrieri di rallegrarsi di un ennesimo dissenso tra due attori del suo preteso "complotto"».

Confessiamo di non riuscire a penetrare appieno il senso recondito di questo mot d'esprit, che sotto una certa angolatura ci appare addirittura masochistico; ad ogni buon conto, senza neppure insistere sul fatto che un «piano» non è per nulla un «complotto» (e che noi non ci siamo mai serviti di questo termine per designare il progetto in cui ARCHÈ si inserisce - ciascuno è perfettamente giustificato, in casa propria, a organizzare il lavoro come meglio gli pare, e questo solo vuol dire «piano»), faremo osservare al rappresentante di ARCHÈ che non ci siamo mai sognati di «rallegrarci» di nessun «disaccordo». Ben al contrario, quel che ci premeva far notare, al di là dell'insignificante dissenso formale, era proprio il vincolo, sia pure solo su basi negative, che univa due «attori» (anche questa parola è sua) di questa impresa, vincolo che poteva apparire inverosimile agli occhi di qualche lettore. Con quest'ultima disastrosa (per lui) noticina, il responsabile di ARCHÈ ci tiene a confermarci personalmente che il vincolo esiste di fatto, e noi lo ringraziamo per l'aiuto inaspettato, anche a nome dei nostri lettori.

L'autore di questa prima pseudo-risposta di ARCHÈ ai nostri articoli termina dicendo che le «ricerche procedenti in questo senso [vale a dire, per noi, nel senso della denigrazione dell'opera di René Guénon] saranno continuate con serenità e rigore [!], senza tenere in nessun conto le reprimende o le intimidazioni dei "guardiani del mito"». Coloro che hanno avuto occasione di leggere i nostri tre articoli potranno giudicare da soli se essi furono redatti nello spirito di una «reprimenda» (la quale presuppone almeno un'omogeneità di qualche tipo tra le due parti in contatto, fosse essa anche soltanto costituita dalla natura degli interessi intellettuali rispettivi, omogeneità che qui è assente nel modo più totale). Quanto poi alle «intimidazioni», sfidiamo il rappresentante di ARCHÈ a riportare una sola frase o parola dei nostri tre studi che possa anche alla lontana suonare tale; ricordiamo all'autore di questo a suo modo comico «pezzo di bravura» letterario che secondo il vocabolario una «intimidazione» è propriamente costituita da «un atto o parole di minaccia che abbiano lo scopo di incutere timore e costringere ad agire o a desistere da un'azione con lo stimolo della paura», vale a dire qualcosa che sfiora i rigori della legge (12). Per essere più chiari: qualcosa che, rispetto a quest'ultima implicazione, lungi dall'applicarsi al nostro modo di presentare le cose, assomigli piuttosto ai metodi di «inchiesta» e di appropriazione indebita di documenti a cui non sembrano essere estranei i «gruppi di lavoro» che procurano (o dovrebbero procurare) il «materiale» per le «pazienti e scrupolose ricerche» di ARCHÈ. E questa sì che potrebbe essere interpretata come una vera «intimidazione»; a buon intenditor... Ad ogni buon conto, inteso che questi avversari della Tradizione hanno intenzione di procedere per simile strada, li attendiamo a pie' fermo, e continueremo anche noi a dire, serenamente e implacabilmente, cosa pensiamo di loro e dei loro eruditi e... irrazionali componimenti.

Incapace di situarsi, per opporsi alle nostre osservazioni, su un terreno che anche soltanto sfiori la sfera intellettuale, il rappresentante di ARCHÈ non sa trovare di meglio, per perseguire questo risultato, che far riferimento a racconti fondati, come dicevamo nel terzo dei nostri articoli, «su informazioni "private" della più dubbia natura e provenienza» (13). Questo non fa che provare due cose: primo, che quando parlava di «scheletri nell'armadio», nella «Nota» del suo catalogo, a torto o a ragione, era ben alle E. S. T. (come le chiama lui) che voleva riferirsi, contrariamente a quel che afferma ipocritamente ora; secondo, che resta confermato il suo gusto di prestar fede, proprio come presumevamo noi, alla versione di fatti ed episodi proveniente da relitti umani degni al massimo di esecrazione o di commiserazione. E del resto, alle E. S. T. restiamo convinti che sia in qualche modo una legge che, per usare la lingua della nuova patria di ARCHÈ-EDIDIT, «Qui s'assemble se ressemble», o, alla latina, per conformasi al cachet di erudizione a cui si tiene tanto in «Charis», «Asinus asinum fricat».