a cura di Heredom |
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Tratto da Pietro Nutrizio e altri
René Guénon e l'Occidente
Luni Editrice
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Nuove tecniche di attacco all'opera di René Guénon (IV)
Nuove tecniche di attacco all'opera di René Guénon (IV)
Antonello Balestrieri
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«Rivista di Studi Tradizionali», n. 73, luglio-dicembre 1991.
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Per non parlare delle piattezze social-politiche che contengono sotto una
mascheratura puramente verbale di «esoterismo»; un bell'esempio di quanto
diciamo è la chiusa dell'articolo di apertura, su un tema che avrebbe potuto
essere interessante da un punto di vista più profondo: «Le mystère satirique
des cathédrales», del 1913.
Quanto ad acutezza di penetrazione intellettuale e a competenza nella
materia, si confrontino le banalità contenute in questa riesumazione con quanto
diceva R. Guénon nell'articolo «A propos des Constructeurs du Moyen Age»
del n. di gennaio 1927 del «Voile d'Isis», dal quale estraiamo il passo
seguente a modo di esempio: «Se ci si oppongono, come prova delle preoccupazioni
sociali dei costruttori, le raffigurazioni satiriche e più o meno licenziose che
talvolta si ritrovano nelle loro opere, la nostra risposta è molto semplice:
tali raffigurazioni sono soprattutto destinate a sviare i profani, i quali si
fermano all'apparenza esteriore e non vedono ciò che essa dissimula di più
profondo. Si tratta del resto di qualcosa che non è affatto specifico dei
costruttori; certi scrittori come Boccaccio, Rabelais in particolare, e molti
altri ancora, adottarono lo stesso travestimento e si servirono dello stesso
procedimento. C'è da credere che lo stratagemma abbia funzionato se ancora ai
giorni nostri, e senza dubbio ora più che mai, i profani cadono nel tranello».
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Si tratta di uno studio di E. Mazzolari, che con il titolo di «Universitaires
et "gnostiques"» ha la pretesa di opporsi radicalmente (per quanto sempre in
modo «travestito» quanto alla «tecnica» dello sviluppo argomentativo) alle idee
espresse da R. Guénon, in particolare nei due capitoli di Aperçus sur
l'Initiation «Connaissance initiatique et "culture" profane» e «Mentalité
scolaire et pseudo-initiation»; ci ripromettiamo di trattare in particolare
di questo articolo in un prossimo numero della «Rivista di Studi Tradizionali».
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La pericolosità maggiore di tale «copertura» era forse costituita dallo
stesso presentarsi delle pubblicazioni di ARCHÈ come inserentisi in quello che
si può approssimativamente denominare il «filone tradizionale», e si è visto che
alcuni - da noi definiti nel corso dei nostri articoli «non dei più sprovveduti»
- non hanno saputo, in Francia, sottrarsi a questo genere di tranello. Pensiamo
che ora, di fronte ad ammissioni chiare come quella costituita dalla domanda
retorica di questa «Nota», secondo cui «queste ricerche [di «Charis»
e di ARCHÈ] non avranno forse svelato un coacervo di avvenimenti e di dottrine
[?] che bisognava lasciar sepolte perché ciò conveniva ai difensori di certe
"mitologie" [!] da molti accettate senza discussione?», anche costoro non
potranno che arrendersi all'evidenza.
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A titolo di esemplificazione il lettore italiano potrà comparare la
coerenza organica e la potenzialità esplicativa, quindi difensiva contro
l'errore, di testi quali Le Théosophisme, histoire d'une pseudo-religion
(1921) e L'erreur spirite (1923) (Errore dello spiritismo,
Rusconi, Milano, 1974, 1° ed) di René Guénon, con la totale insignificanza
dottrinale e la conseguente inefficacia conoscitiva di un lavoro come Il
Cappello del Mago di M. Introvigne (Sugarco Ed., Milano, 1990), che se si
presenta senza dubbio utile come fonte di informazioni e di dati, si rivela per
contro completamente incapace di fornire vere spiegazioni da un punto di vista
puramente intellettuale. Questa è un'ulteriore riprova dell'impotenza della sola
erudizione (qui sotto una sua forma speciale) nei confronti della vera
conoscenza, come si dirà più avanti. Inutile dire che si può considerare questo
volume, insieme a molte altre iniziative editoriali collaterali, come
inserentesi a titolo estensivo, come dicevamo poco fa, nel «piano» di cui è
questione; a tale proposito si potrà leggere ad ulteriore chiarificazione
dell'argomento, il nostro articolo «Intorno alla "dissoluzione"», nel n.
80 della «Rivista di Studi Tradizionali», soprattutto sotto il profilo
del ricorso «obbligato» alle dottrine tradizionali esposte nell'opera di R.
Guénon.
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Entrambe queste citazioni sono state estratte dall'articolo di P.
Nutrizio «René Guénon e le forme della Tradizione», pubblicato nel n. 72
della «Rivista di Studi Tradizionali».
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Fanno naturalmente eccezione gli scritti e le traduzioni di Abdul-Hâdî,
il cui valore intellettuale è già stato da noi messo in rilievo in uno degli
articoli dedicati al «piano»; è questo valore intrinseco che ha del resto
richiesto, perché essi potessero inserirsi in quest'ultimo, la lunga e distorta
«Introduzione» di g. Rocca, in cui la figura di Aguéli era presentata in
una luce tutta particolare.
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Cf. la nota 10 del terzo articolo dedicato al «piano», nel n. 73 della
«Rivista di Studi Tradizionali».
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Abbiamo l'impressione che ARCHÈ, presentando più volte le cose in modo
distorto o incompleto, si faccia forte della circostanza che - essendosi
«ritirata» in Francia - può godere del beneficio che la maggioranza dei suoi
lettori non è a conoscenza degli scritti della nostra rivista. La informiamo
caritatevolmente che questo stato di cose potrebbe essere presto modificato, in
quanto stiamo considerando l'opportunità di realizzare un'edizione francese dei
nostri articoli...
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Ricordiamo ad ARCHÈ che il termine «soprannaturale» è l'equivalente
linguistico esatto di «metafisico».
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Dai Vangeli, nella traduzione dal greco di N. Tommaseo (Einaudi,
1948). Poiché nel n. 1 di «Charis» faceva bella mostra di sé uno scritto
di G. Lanternari sul «Sens d'Islam», tradizione che di tutta evidenza non
era quella del suo autore, saremmo assai curiosi di leggere quel che egli ci
potrebbe dire, nell'ordine d'idee che qui esprimiamo sul «Senso del
Cristianesimo»...
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A meno che con tale parola ARCHÈ non voglia intendere il dedurre da uno
scritto le intenzioni che hanno presieduto alla sua redazione e la loro
conseguente esposizione; ma questo significato, come abbiamo visto, non è
coperto dalla normale definizione di «intimidazione».
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Quanto alla persona alla quale, alla pag. 292 di una prosa ripugnante,
si attribuisce il giudizio su se stessa citato dal nostro contraddittore, càpita
che anche a tal proposito quest'ultimo abbia molta sfortuna: chi scrive queste
righe è l'unico che possa ora testimoniare che l'espressione riportata è quella
con la quale tale persona (la quale non l'ha mai pronunciata) gli fu
presentata per lettera da... Jean Reyor.
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Una risposta d'autore
Tre anni dopo l'ultimo scritto (1) da noi dedicato alle
pubblicazioni antiguénoniane della Casa editrice ARCHÈ (ora
ARCHÈ-EDIDIT), e a quattro anni dall'apparizione del n. 2 di «Charis,
Archives de l'Unicorne», (1990), questa rivista pubblica il suo
n. 3, uscito verso la fine del 1994. Una buona parte degli articoli
proposti in questo numero (o meglio «ri-proposti», secondo l'uso di
questo singolare... periodico) sono di Paul Vulliaud, e se
presentano qualche interesse da un punto di vista «letterario» e
vagamente storico-erudito, non ne presentano pressoché nessuno da un
punto di vista realmente tradizionale (2); gli altri contributi,
tranne uno (3), sono essenzialmente «culturali» in senso profano, o
al massimo moderatamente tendenti all'«exoterico», e non si situano
quindi neppure essi sul terreno di competenza della «Rivista di
Studi Tradizionali». Il n. 3 di «Charis» contiene però,
sotto la rubrica «Echos», quella che si vuole una risposta ai
nostri tre articoli dal titolo generale di «Nuove tecniche di
attacco all'opera di René Guénon» dei nn. 70, 71 e 73 della «Rivista
di Studi Tradizionali», e di essa ci occuperemo perciò qui
esclusivamente.
Se diciamo che vuole essere una risposta è perché in realtà le
pagine che questa rivista consacra ai nostri tre studi,
incredibilmente non prendono in considerazione neppure una delle
argomentazioni da noi sollevate contro le pubblicazioni e gli
articoli di ARCHÈ e di «Charis» in cui l'opera di René Guénon
e la sua persona venivano attaccate in modo più o meno sottilmente e
astutamente velato; il fatto, in buona logica, sta a significare che
tutte le imputazioni di questo tipo da noi rilevate a carico di tali
scritti sono state «assorbite» da questa Casa editrice e accettate
come corrispondenti al vero, e questo, tenuto conto che lo scopo dei
nostri lavori era proprio quello di smascherare un gioco la cui
meschinità e pericolosità intrinseca risiedevano principalmente
nella sua «copertura» (4), si ammetterà che è uno stupefacente modo
di difendersi.
A dire il vero, un unico e debole tentativo di «parata» è pur
presente - se proprio lo si vuol trovare - ben avanti nella prosa
disordinata di questa ulteriore «Nota», ed è là dove l'autore
di quest'ultima esprime la sua scontentezza per aver noi, nell'esame
dei primi due numeri di «Charis», «[liquidato] rapidamente
gli scritti che [...] non possono rientrare nello schema un po'
delirante [...] definito fin dal n. 70 della [nostra] rivista:
quello di un "piano", ossia di un complotto, abbastanza vasto da
andare di là dai confini della [sua] piccola casa editrice, alla
quale, tuttavia, sarebbe assegnato in esso un ruolo non
insignificante».
A parte il fatto che, come diremo più avanti, un «piano» non è
affatto un «complotto» come vorrebbe il redattore della «Nota»,
il tempo che è intercorso tra il nostro ultimo articolo e questa
risposta ha fatto emergere numerosi altri elementi
dell'«operazione», e questi elementi stanno a indicare, con
chiarezza adesso anche maggiore, che un tale «piano» non solo
esiste, ma ha dimensioni che vanno ben al di là di quanto si potesse
dedurre quattro anni fa dai segni allora visibili. Non è il caso che
ci dilunghiamo ora sui particolari, la cui discussione del resto
chiamerebbe in causa piuttosto i committenti e gli ideatori di
questa manovra che non i suoi singoli esecutori, fra i quali
solamente si schiera l'editore ex milanese; ci limiteremo a dire a
questo proposito, e in modo generale, che se è sensato che ci si
«organizzi» per cercare di contrastare - meglio tardi che mai -
l'invadenza dell'avvelenamento «neospiritualistico» delle mentalità,
che sta producendo disastri spaventosi a livello mondiale, è invece
assolutamente inaudito (e, quel che è peggio, «rovesciato») che si
tratti l'opera di René Guénon come se fosse essa stessa una delle
manifestazioni, se non peggio, di tale «neospiritualismo». E questo
anche solo in una prospettiva del tutto «pratica» e
«utilitaristica», se ci è permessa questa espressione qui piuttosto
inadatta, giacché dove attingere, se non in essa, i princìpi che
potrebbero rendere veramente efficace questo sia pur tardivo
combattimento contro le forze della «dissoluzione» (5)?
Appurato ad ogni buon conto, in virtù della sua stessa reazione -
o piuttosto mancanza di reazioni -, che dietro le attività della
Casa editrice ARCHÈ esiste, come da noi presupposto nel corso
dell'esame di diverse sue pubblicazioni, la netta intenzione di
nuocere alla comprensione corretta e alla diffusione delle idee
tradizionali di cui l'opera di R. Guénon è il veicolo di elezione,
qualunque sia la copertura verbale o d'altro genere adottata per
mascherare una simile ostilità di fondo, vediamo cosa non ha potuto
alla fine dei conti esimersi dal dire questa Casa stessa (visto che
la lunga «Nota» di «Charis», com'è nelle abitudini di
questo editore, non è firmata) di fronte al nostro lavoro di
smascheramento.
La pretesa risposta di ARCHÈ si apre con la deplorazione che la
nostra rivista consacri «da diversi numeri, uno spazio assolutamente
sproporzionato a screditare le ricerche, in parte pubblicate da "Charis",
in parte altrove, riguardanti certi personaggi e ambienti con i
quali René Guénon ebbe legami tenuti da lui stesso per importanti:
Abdul-Hâdî/Aguéli, Barlet, Fabre des Essarts, Matgioi, ecc; la
Chiesa Gnostica, l'Islam di Aguéli, l'H. B. of Luxor». Questo passo,
apparentemente anodino, costituisce una buona occasione per mettere
subito in rilievo le curiose sconclusionatezze di cui è disseminato
questo documento, nel quale, se si fanno notare a ogni pie' sospinto
i benefici che deriverebbero dall'esercizio esclusivo della
razionalità e della mera erudizione, in contrasto - evidentemente -
con quel richiamo ai dati frutto dell'esercizio di una facoltà
intellettuale superiore che è la caratteristica di ogni vero
esoterismo, si cade poi costantemente in illogicità che sono la
miglior prova della limitatezza e dell'inefficacia delle sole
erudizione e razionalità sullo stesso loro terreno (ed è soltanto a
titolo di «illustrazione» di tale inefficacia che queste illogicità
saranno qui prese in considerazione, sfidando il rischio che si
corre, così facendo, di tediare il lettore).
Scongiurato, con questa precisazione, anche il pericolo che le
nostre parole possano essere intese come dettate da uno spirito di
pura e semplice «polemica», che non è stato e non è assolutamente il
movente delle nostre osservazioni su questa Casa editrice, possiamo
notare che è per lo meno sorprendente veder definire
«sproporzionate» le nostre 150 pagine di chiarificazione sui metodi
e sull'ispirazione del «piano»; se questo aggettivo si intende
riferito alle dimensioni dello sforzo sviluppato dalla sola ARCHÈ in
questa direzione, faremo osservare che il numero di pagine in cui
esso si è finora tradotto supera abbondantemente le 2.000! Se invece
si intende, come sembrerebbe più probabile, che a essere
sproporzionato è lo spazio che i nostri studi occupano nella nostra
propria rivista, ricorderemo ad ARCHÈ un sensato principio di
deontologia professionale in campo pubblicistico che abbiamo visto
menzionato proprio in... «Charis», laddove (a pag. 316 del n.
2) L. T. faceva presente a J.-P. L., nella sua «Correction
fraternelle», di «non avere nessun diritto di disporre della
rivista altrui»; o non sarà forse che questi «maestri di morale»
abbiano adottato l'elastico criterio del «fate come dico, ma non
fate come faccio»?
Quanto al ritenere che i nostri tre lavori siano stati concepiti
per «screditare le ricerche» di ARCHÈ, questo corrisponderebbe a
realtà solo se i nostri studi li avessimo scritti simulando
in qualche modo apprezzamento per esse, mentre poi adottavamo nel
corso del loro sviluppo un impianto logico atto a far giungere i
lettori a conclusioni esattamente opposte; ma così non è, nel modo
più totale, come hanno potuto constatare coloro che hanno avuto
conoscenza dei nostri tre articoli. Ciò di cui ci accusa ARCHÈ è
invece esattamente quel che si è voluto fare, per mezzo di certe sue
pubblicazioni, nei confronti di René Guénon e della sua opera, ed è
anche quel che corrisponde al valore semantico principale del temine
«screditare»; non possiamo pensare di ripetere quel che abbiamo già
detto, ma poiché sembra che non siamo stati completamente capiti,
aggiungeremo qui qualche considerazione che possa chiarire
maggiormente quel che avevamo esposto allora più nei particolari.
L'autore della «Nota» parla di un «contesto dal quale
derivò [surgit] l'opera di René Guénon», e non c'è dubbio che
con queste parole intende riferirsi, secondo l'uso moderno degli
«esegeti» di testi letterari, alle «fonti» dell'opera di Guénon (il
quale tra l'altro aveva sempre affermato altamente di non essere
assolutamente uno «scrittore» - e si vedrà tra poco tutta la portata
di questa affermazione); il gioco è palese: non riuscendo a
inficiare l'intrinseco valore di quest'ultima, il rappresentante di
ARCHÈ - portavoce di molti altri - cerca di legarla in qualche modo
(o di legare il suo autore, e questo corrisponde a un diverso tipo
di falso ragionamento) all'opera o alla figura di personaggi più
facilmente aggredibili, allo scopo di proiettare su di essa (o su di
lui) il discredito che si sarà riusciti - più o meno
fraudolentemente in qualche caso - a suscitare su tali opere o
personaggi.
Ora, essendo il tipo di conoscenza da cui ha origine e su cui si
fonda l'intera opera di René Guénon del tutto interiore (a
differenza di ciò che avviene per la «cultura» e l'erudizione
patrocinate dai collaboratori di «Charis»...), questa tecnica
di attacco cade completamente nel vuoto, e il solo risultato che
riesca a produrre è di rivelare l'animus con cui è stata
messa in opera; in questo caso tale animus è in completa
contraddizione con la veste esteriore che si è voluto dare alle
pubblicazioni di ARCHÈ, ingannevolmente «tradizionale». Questo è
quel che volevano essenzialmente mettere in evidenza i nostri studi,
ed è qualcosa che ha attinenza con la semplice realtà delle cose e
non sottintende affatto un'intenzione malevola, o peggio calunniosa,
da parte nostra.
Pensiamo che due brani tratti da scritti di Guénon possano essere
utili per illustrare quel che stiamo dicendo: nel n. 155 del «Voile
d'Isis» (novembre 1932) egli scriveva, volendo «fare il punto»
su alcune insinuazioni maligne del P. Lucien Roure: «[...] Speriamo
tuttavia che egli ci faccia l'onore di ammettere che nessuna
tradizione è "venuta a nostra conoscenza" attraverso degli
"scrittori", soprattutto occidentali e moderni, ciò che sarebbe
piuttosto derisorio; le loro opere hanno soltanto potuto fornirci
un'occasione comoda per esporla, il che è del tutto diverso, e ciò
perché non siamo per nulla tenuti a informare il pubblico delle
nostre vere "fonti", e perché d'altronde queste ultime non
comportano assolutamente delle "referenze"; ma, ancora una
volta, è in grado il nostro contraddittore di capire che, in tutto
ciò, per noi si tratta essenzialmente di conoscenze che non si
trovano nei libri?» E, in una lettera del 4 settembre 1934 a un
corrispondente, ancora più chiaramente: «No, il mio non è certo il
caso di un "convertito", da nessun punto di vista; anzi, non
concepisco nemmeno che queste cose possano aver avuto per me un
inizio» [i corsivi sono nostri] (6).
Alla luce di queste affermazioni, corroborate del resto dalla
percezione del valore intellettuale degli scritti guénoniani, si può
capire quanto sia ridicola l'insinuazione di ARCHÈ, indirizzata alla
nostra attenzione, secondo cui «[...] condurre ricerche in questa
direzione [...] imbarazza enormemente coloro che hanno attribuito un
valore soprannaturale all'opera in questione». Dal punto di vista
che è il nostro, e che è tutto l'opposto di quello di «Charis»,
ad onta degli sforzi compiuti dai suoi ideatori per confondere le
idee, i testi «ripescati» da ARCHÈ, o le biografie più o meno
contraffatte di alcuni dei loro autori, avendo un valore nullo
(7),
non possono darci il minimo fastidio, né questo era il punto che
prendevamo in considerazione nei nostri articoli: libero chi vuole
di gettare il suo denaro come meglio gli pare. Riteniamo però che
debbano godere della stessa libertà coloro che, letti questi testi e
le loro presentazioni, giudicano i primi per qual che valgono e
cercano di scoprire, se ne sono capaci, le ragioni nascoste delle
seconde, esprimendo nel modo più chiaro che possono le conclusioni a
cui sono arrivati in merito a questo sperpero apparente. Ai
responsabili di quest'ultimo, poi, mettere in berlina queste
conclusioni se esse non corrispondono alle loro vere intenzioni (che
meglio di loro nessuno potrebbe sapere); tutto ciò ci pare limpido e
onesto.
Senonché, quel che manca totalmente in questa «risposta», a
dispetto del chiacchiericcio inconsistente del rappresentante di
ARCHÈ, è proprio questo secondo aspetto del confronto, dal che non
si può far altro che dedurre che le intenzioni che hanno governato
le riesumazioni di ogni tipo di cui era questione nei nostri lavori
- poiché tali esse sono pressoché tutte - sono realmente quelle da
noi messe in evidenza; contro questo semplice procedimento logico,
che ci sembrava fosse chiaro sin dal nostro primo articolo, non
pensiamo ci sia molto da obiettare. ARCHÈ finge di non capire, e
inalbera un tono di buona fede sorpresa: ora speriamo che il
malinteso sia chiarito dalle nostre parole, e restiamo in attesa di
una vera risposta, che esamini cioè i diversi punti (e sono
tanti...) da noi tratti in questione e demolisca con considerazioni
di qualche peso quelle che si ritengono essere illazioni errate da
parte nostra. Se le cose saranno da questa Casa editrice lasciate
come sono ora, al di là delle espressioni di dignità offesa,
resteremo sulle nostre posizioni, e con noi avranno il diritto di
restare sulle loro i nostri lettori, che non potranno fare a meno
anch'essi di convincersi definitivamente di essere di fronte, con i
lavori di ARCHÈ e di «Charis», a una serie di attacchi alle
spalle da parte di qualcuno che non ha né il coraggio né i mezzi per
attaccare di fronte.
Proseguendo nell'esame della prosa di ARCHÈ, troviamo che si
afferma che «[...] Secondo la Rivista non ci si sarebbe
dovuti occupare di simili argomenti e il fatto di parlarne
denoterebbe del resto un gusto per le cose morte e seppellite».
Abbiamo or ora compendiosamente espresso il nostro parere sulla
«liceità» o meno di parlare delle cose di cui si è interessata ARCHÈ
in queste pubblicazioni, liceità che - dicevamo - non abbiamo mai
ritenuta in discussione nei nostri articoli, in linea di principio
(quel che obiettavamo era che questo genere di cose e lo spirito con
cui erano affrontate potessero essere fatti passare per
«tradizionali», che è ben diverso); aggiungiamo, adesso, che il
trovare di cattivo gusto un tale modo di procedere non è da
ascrivere a noi, e che in questo noi non facevamo che riferire il
giudizio (da noi condiviso, questo è vero) di una rivista francese
che tratta di argomenti tradizionali, su di esso (8).
Al massimo si sarebbe potuto dire con ragione - ed è nuovamente
tutta un'altra cosa da quel che fa credere ARCHÈ (9) - che noi
sostenevamo che rispolverare certi errori («riportandoli fatalmente
in circolo», dicevamo in uno dei nostri scritti) rappresenta un
pericolo supplementare per la mentalità generale, pericolo
scongiurato a suo tempo, per le stesse cose, dal lavoro di R. Guénon
sotto uno dei suoi aspetti. Questo lo riconfermiamo, aggiungendo che
il fatto che ARCHÈ recidivi ora nella difesa di un simile
procedimento non fa che assodare l'esistenza di un'ispirazione
antitradizionale che sostiene il suo operato...
Per quel che riguarda l'illusoria pretesa, riesumando periodici
«sospetti» in cui R. Guénon ebbe l'occasione di scrivere in epoca
più o meno giovanile, di coinvolgere agli occhi dei lettori la
«personalità» di quest'ultimo in attività in qualche modo dubbie da
un punto di vista tradizionale (è quanto si sottintende con il
termine di «demitificazione» - sospetto esso stesso -, che così
spesso ricorre nel corso di queste «riesumazioni» di ARCHÈ), essa
corrisponde, rispettate le proporzioni, alla malafede e all'ottusità
intellettuale di chi, in un ordine diverso e di più basso livello,
volesse accusare di delinquenza un rappresentante dell'ordine sotto
il pretesto che... si occupa di malfattori! E questo si applica
altresì alla partecipazione iniziale di Guénon alle attività di
certe organizzazioni pseudo-tradizionali.
Queste ultime considerazioni, insieme al richiamo alla malafede,
ci conducono a parlare subito di una citazione che più avanti il
responsabile di ARCHÈ fa, a pag. 285 del n. 3 di «Charis»,
del secondo degli estratti da due lettere di R. Guénon da noi
pubblicati nell'articolo dedicato all' H. B. of L., e in cui
quest'ultimo commentava brevemente la sua appartenenza a tale
organizzazione; l'autore della «Nota» ha scelto, dei due
brani riportati, il solo che gli serviva, o così crede lui, per
dichiarare trionfalmente che «[abbiamo] reso senza dubbio un gran
servigio a tutti coloro che si interessano alla vita e alle dottrine
di René Guénon [?!] quando [...] [assicuriamo] che questi era
stato di fatto un membro di questa organizzazione iniziatica, nella
quale i membri si applicavano a "lavorare molto con gli 'specchi'"».
È chiaro che egli crede che questa citazione - ad esclusione
dell'altra - gli faccia gioco nel «provare» che, avendo a suo tempo
detto Guénon che la H. B. of L. era «una delle rare
Fraternità iniziatiche serie che esistano ancora attualmente in
Occidente», i suoi giudizi restano in tal modo inficiati da
inattendibilità; si tratta però di un gioco meschino e di nuovo un
po' ottuso, in quanto il brano che non è stato pubblicato, e che ci
vediamo perciò costretti a ripresentare, era perfettamente
esplicativo del primo (l'ordine era del resto invertito) e dava con
estrema chiarezza una esauriente giustificazione del suo giudizio
giovanile.
Ecco nuovamente il brano in argomento: «Per la questione
riguardante la H. B. of L., devo dire che c'è certamente
stato in essa qualcos'altro che non nelle numerose organizzazioni
dal carattere di pura fantasia; si può perciò qualificare la cosa
come "seria", per lo meno in questo senso; ora, evidentemente ci si
può domandare fino a qual punto ciò era "ortodosso", il che è
un'altra questione; e, a dire il vero, sembra che in essa ci sia
stata come una mescolanza di diverse correnti, e che non sia la
migliore che abbia finito col prevalere». I lettori possono, da
questo che non è che un piccolo esempio, dedurre quale tipo di
«verità» sia quella che per ARCHÈ ha, come si dice nella chiusa
della parte principale della «Nota» di «Échos», «le
sue imprescindibili esigenze»!
Dopo aver ripetuto un paio di volte che le nostre reazioni a
quello che noi crediamo essere «un "piano" mirante alla
demitizzazione della persona e dell'opera di René Guénon» (ma non si
fa forse altro che abusare di questo termine nei primi due numeri di
«Charis»?) sono «smisurate» (?) e, come abbiamo visto
«sproporzionate», l'autore della «Nota» esprime il dubbio che
ciò sia dovuto al fatto che «la Rivista» le crederebbe entrambe, a
torto, «troppo vulnerabili».
È il caso che specifichiamo a questo proposito il nostro modo di
vedere, anche se ciò rischia nuovamente di essere una ripetizione di
qualcosa che abbiamo già detto: a differenza di qualcun altro, che
pensa che l'opera di Guénon abbia bisogno di essere «difesa», noi
crediamo di sapere sufficientemente bene che l'opera di questo
autore e la fonte della sua ispirazione sono di per sé ben al di là
di ogni attacco umano, e per questo non ci preoccupiamo più del
necessario; ma ciò, a quanto pare, hanno finito con l'impararlo, sia
pure solo «empiricamente», anche gli avversari (o che si credono
tali) di quel che è «veicolato» dagli scritti di Guénon (fra i quali
mettiamo ora in prima fila i nostri contraddittori di ARCHÈ e di «Charis»,
per i quali evidentemente è un gran torto saper percepire in questa
buia fine di ciclo quanto ancora brilla di «soprannaturale» [pag.
283] (10) nelle tenebre che ci circondano). È per questa ragione che
vengono architettate e messe in opera, contro questo «qualcosa»,
macchine da guerra simili al «piano» di aggressione indiretta
di cui ci siamo dedicati a smascherare l'esistenza: per impedire
cioè, nel limite del possibile, agendo sugli animi dei lettori
potenziali più che sui loro intelletti, che l'opera di René
Guénon sia accostata da qualcuno che avrebbe le qualità per
capirla, perché, operato l'avvicinamento, le conseguenze potrebbero
anche risultare gravi per le forze che hanno dato origine al mondo
moderno, il quale è, secondo quanto detto da Guénon stesso - e da
noi condiviso -, una vera e propria anomalia, persino una
mostruosità.
Chiarito anche questo equivoco, passiamo a qualche punto più
specifico che ARCHÈ tocca in questa «Nota». «Nel n. 73 - è
detto in essa - il nostro severo recensore passa all'esame di "Charis",
Les Archives de l'Unicorne n° 1 e n° 2 [...]. Egli qualifica
questi studi con sufficienza [si tratta degli studi da noi giudicati
dei "riempitivi" rispetto ai pezzi-forti, costituiti dalle
riesumazioni di Perlector inserentisi più decisamente nel
"piano" antiguénoniano su cui stavamo essenzialmente informando i
lettori] quali lavori di pura erudizione», ed è evidente, anche per
quel che segue, che l'autore della «Nota» confonde
l'erudizione con l'intellettualità, e la pensa sufficiente, da sola,
a giustificare se stessa. Per spiegare il nostro punto di vista a
questo riguardo ci faremo ancora aiutare dalla prosa di R. Guénon,
il quale, parlando del carattere «non-erudito» da lui dato al suo
primo libro, Introduzione generale allo studio delle Dottrine
indù, dice in Oriente e Occidente («Introduzione»,
pag. 13): «[...] Neppure quest'opera [...] era stata scritta per
pochi "specialisti"; se qualcuno è stato in questo senso tratto in
inganno dal suo titolo, è perché questi argomenti sono abitualmente
l'appannaggio di eruditi che li studiano in modo piuttosto ostico e,
ai nostri occhi, privo di vero interesse. Il nostro atteggiamento è
ben diverso: per noi si tratta essenzialmente, non di erudizione, ma
di comprensione, che è totalmente diverso [...]. È probabile che
taluni abbiano giudicato un male il nostro attacco all'erudizione, o
piuttosto ai suoi abusi e ai suoi pericoli [...]; senonché, una
delle ragioni per le quali abbiamo condotto questo attacco, è
precisamente che l'erudizione, con i suoi metodi speciali, ha
l'effetto di distogliere da determinate cose proprio coloro che
sarebbero più capaci di comprenderle» [il corsivo è nostro]. E
non è proprio questa la caratteristica di fondo di questo «piano»,
caratteristica che abbiamo messo in rilievo, per la seconda volta,
poco fa?
Quanto al valore intrinseco dell'erudizione, indipendentemente
dalla sua capacità di farsi «schermo» contro certe cose, si veda
questo fuggevole colpo d'occhio, ma di singolare acutezza, che
sempre Guénon offre su di esso nel cap. IX dello stesso libro (passo
del resto già preso da noi in considerazione in uno dei nostri tre
studi): «[...] chi capisce veramente è sempre chi sa vedere oltre le
parole, e si potrebbe dire che lo "spirito" di una qualsiasi
dottrina è di natura esoterica, mentre la sua "lettera" è di natura
exoterica. Ciò sarebbe in special modo applicabile a tutti i testi
tradizionali, i quali molto spesso, del resto, offrono una pluralità
di significati più o meno profondi che corrispondono ad altrettante
prospettive differenti; ma invece di cercare di penetrare questi
significati, si preferisce di solito dedicarsi a futili ricerche di
esegesi e di "critica dei testi" secondo metodi laboriosamente
istituiti dalla più moderna erudizione, e questo lavoro, per
quanto fastidioso sia e per quanta pazienza richieda, è molto più
facile dell'altro, perché almeno è alla portata di tutte le
intelligenze [il corsivo è nostro]». Anche qui, non si sono
forse applicati questi «metodi» di cui parla Guénon, nei versi della
sua stessa opera, nel corso dei lavori che compongono il «piano», e
ciò non ha forse una delle sue ragioni, insieme a un'intenzione
perversa, nel fatto che tale «lavoro» è in effetti l'unico per cui
siano adatti i collaboratori di «Charis»?
Se così non fosse, l'ignoto porta-parola di ARCHÈ non arriverebbe
a concludere il suo intervento a favore dell'erudizione fine a se
stessa con l'infelice boutade che noi «[troveremmo] che
l'erudizione è pesante», che «[avremmo] preferito occuparci di
speculazioni dalle pretese metafisiche molto più leggere, come
succede spesso di trovarne negli "esoteristi" [con il che denuncia
la sua incapacità di distinguere (o la sua volontà di confondere?)
tra la vera metafisica, di cui solo si occupa Guénon, e le
fanfaluche o le pure ipotesi degli pseudo-esoteristi]» e che ci
sentiremmo «schiacciati dalla lunghezza e dalla meticolosità critica
[!] degli "incredibili" lavori di Perlector».
Possiamo assicurare l'autore di queste gratuite illazioni di non
esserci mai sentiti minimamente «schiacciati» da quell'«eccesso di
nozioni vane e inutili» (è una definizione da vocabolario
dell'erudizione) di cui fa prova Perlector; al massimo -
vogliamo essere sinceri? - una volta scoperto il gioco, e fatta
salva la constatazione della sua potenziale pericolosità per animi
impreparati, tremendamente annoiati (e questo un recensore ha il
diritto di dirlo ai suoi lettori, o no?). E per arrestarci ancora un
po' alle necrologiche fatiche di Perlector, ammirata la
piccola mostruosità lessicale con cui esse vengono qualificate nella
«Nota» come una «analisi/sintesi» (?!) (pag. 286), rileviamo
il passo - francamente divertente - nel quale, accogliendo un nostro
suggerimento e confermando la sua già affermata disposizione a
«buttare a mare» il lavoro dei propri collaboratori, l'autore di
queste pagine rimbrotta nel modo seguente il suo redattore
preferito: «[...] siamo desolatissimi di constatare e di
rimproverare a Perlector che costui, nella sua conclusione,
ha potuto dare l'impressione, per mancanza di precisione [?], di
veramente apprezzare le "dottrine d'Estremo Oriente quali vi sono
esposte da Matgioi"».
Diverse considerazioni si potrebbero fare a questo proposito, che
riguarderebbero di nuovo la tensione verso la «verità» delle
dottrine esaminate, e il tipo di «tradizionalità», che governano
l'attività di ARCHÈ, ma la nostra recensione si sta facendo già
troppo estesa, e altre cose importanti restano da dire; ci
accontenteremo di chiedere al responsabile di «Charis»: ma
non legge mai le bozze dei lavori che ha in progetto di pubblicare?
Sarebbe una buona abitudine, perché gli eviterebbe di dover poi
essere obbligato a scoprire i suoi giochi erga omnes, cosa
che non fa mai una gran bella impressione, e rischia per
sovrammercato - come in questo caso - di mostrare le toppe con cui
si ricuciono, in casa dei «neo-razionalisti» con pretese
tradizionalistiche, i vuoti dei propri sillogismi...
Proseguendo poi nel suo tentativo di giustificazione dei
«dissotterramenti» di «Charis», egli si impiglia del resto
una volta di più nella rete di questi sillogismi zoppicanti quando,
subito dopo, aggiunge: «senza contare che i lavori di Matgioi
assumono veramente un valore solo se li si confronta con le
stupidaggini [niaisairies (sic!)] che costituiscono la
sostanza della quasi totalità della "Voie" [la rivista in cui
apparvero, a puntate, i libri di quest'ultimo]». Di fronte a
un'affermazione di questo genere ci viene spontaneo chiedergli
nuovamente di chiarirci le vere ragioni per cui sono state
fatte esaminare le migliaia di pagine di quelle che egli stesso
afferma essere corbellerie: se veramente l'intento era di servire la
verità, dovrà ammettere che si è trattato di un lavoro completamente
inutile (e anche un po' offensivo per i suoi lettori...), se invece
lo scopo di un simile dispendio di energie, di tempo e di fondi era
un altro, ci dica quale esso era. Attendiamo con una certa
curiosità la sua risposta, dovesse anche tardare... altri tre anni.
Lo avvertiamo che non sarà sufficiente che ci ripeta, come già ha
detto Perlector, che la ragione di questo dispiegamento di
forze è che si trattava della rivista dei «maestri di Guénon»,
perché queste idiozie (la parola è sua) nessuno sapeva neanche più
che fossero state scritte, mentre l'opera di René Guénon, di una
natura incomparabilmente diversa, è invece ben viva e attende solo
che qualcuno l'approfondisca nel modo voluto per portare i frutti di
cui è sempre capace (ed è proprio questo che riviste come «Charis»
si prefiggono di impedire). Attendendo la risposta di ARCHÈ, e
poiché è opportuna l'occasione, spiegheremo qui a Perlector
(e anche ad altri che, come J.-P. Laurant, su «Charis» non
hanno mai scritto, ma perseguono lo stesso fine in altri... luoghi)
quello che ci sembra essere lo scopo oscuro delle sue allucinanti
«riesumazioni»: da un cumulo di stupidità non può essere nata
un'opera che meriti di essere letta; ergo, poiché queste
idiozie sono state scritte nella rivista dei «maestri di R. Guénon»,
l'opera di quest'ultimo non può essere degna di nessuna attenzione.
Orbene, questo non è che un altro falso sillogismo, e quel che si
dovrebbe concludere in buona logica dalla premessa (le stupidità
squadernate da «Charis») dovrebbe solo essere che - esaminata
con intelligenza e onestà l'opera di Guénon, e constatato che essa
non ha il minimo rapporto con queste assurdità -, gli autori di
tali «idiozie» non possono essere stati i «maestri di R.
Guénon». Ma ad ogni buon conto vedremo quale sorpresa ci
riserverà la risposta «ufficiale» di questa Casa editrice.
Il fatto di aver noi rilevato con una certa curiosità
l'esorbitante lunghezza delle prospezioni di Perlector ha
attirato sulla nostra rivista un commento negativo da parte di
ARCHÈ, la quale a questo effetto dice: «È il colmo, da parte di un
redattore di questa rivista che ha inflitto ai suoi lettori, senza
pensare di scusarsene, su diversi numeri, pagine e pagine di
polemica con un dissidente, polemica che non riguardava e non
interessava che quest'ultimo [...]; una polemica settaria [?],
rivestita di abiti "dottrinari", i cui termini sfuggivano totalmente
ai lettori comuni che ignoravano tutto della questione».
A tal proposito spiegheremo ad ARCHÈ, con le parole di R. Guénon,
qual è l'atteggiamento tradizionale da mantenere in un caso come
quello in questione, atteggiamento che fu quello della «Rivista
di Studi Tradizionali»: «Le gelosie e le rivalità individuali,
di fatto, non possono avere alcun posto nel vero àmbito iniziatico,
mentre, al contrario, ne occupano sempre uno grandissimo nel modo di
agire dei falsi istruttori [spirituali]: e sono unicamente questi
ultimi che devono essere combattuti, ogni volta che le circostanze
lo esigano, non soltanto dai Maestri spirituali autentici, ma anche
da coloro che abbiano in qualche misura coscienza di cosa sia
realmente l'iniziazione» [il corsivo è nostro]. Senza aggiungere
altro, poiché non sono cose di sua competenza, faremo però osservare
al responsabile di ARCHÈ che se avesse dedicato maggior attenzione
alle pagine della «Rivista di Studi Tradizionali» che
trattavano di questo argomento, sforzandosi di capirlo proprio
perché ne era completamente ignorante, si sarebbe risparmiato
l'errore di concedere credito a qualcuno di cui ha preso ora le
dimensioni trovandole molto carenti; cosa che avrebbe potuto fare
ben prima, quando invece era con lui coinvolto in transazioni di una
correttezza non precisamente specchiata da un punto di vista
tradizionale.
Il nostro contraddittore sembra essere stato punto sul vivo da
alcuni nostri accenni al «moralismo» e allo spirito «borghese», se
questo gli fa dire poco dopo: «Ma non solo l'erudizione dà fastidio
al nostro recensore: glielo dànno pure certe considerazioni dei
nostri collaboratori che egli considera "moralistiche" e, secondo un
luogo comune instaurato nel tempo, mette in rapporto con l'aggettivo
"borghese"». ARCHÈ sembra perciò confondere «morale» con
«moralismo», e su questo punto vale forse la pena che ci arrestiamo
un momento.
Che la «morale» in una delle sue interpretazioni (sicuramente non
quella del nostro contraddittore), debba essere considerata in certe
società tradizionali come una guida legittima e cogente per l'azione
è incontestabile; essa è il prodotto di una scienza che detta le
regole che governano i rapporti individuali umani e rendono
possibile un'armonia relativa dell'ambiente tale da permettere il
mantenimento regolare della vita in conformità con l'ordine cosmico;
d'altronde esistono «morali» diverse in rapporto con la diversità
delle tradizioni in cui tale punto di vista è previsto. Ma ogni
morale è legittima ed efficace solo quando sia fondata e discenda da
princìpi superiori all'azione, e questo appunto vuol dire
«tradizionale» nel suo significato più elevato e completo; se questi
princìpi sono dimenticati, com'è il caso per l'Occidente, la morale
da sola non è più in grado di garantire neppure se stessa, come
provano, in quest'area geografica, i tentativi infruttuosi di
personaggi, ricoprenti anche ranghi exoterici tradizionali di
rilievo, di porre un freno al disordine dilagante. In queste
condizioni, prendendosi per quello che non è, la morale diventa
«moralismo», e rischia forte, anche, di degenerare in «morale
laica», o «indipendente», vale a dire di cedere le armi, più o meno
inconsapevolmente, davanti all'«avversario», che ha saputo,
staccandola dai suoi princìpi legittimi, imporle le proprie regole.
E questo è precisamente il senso in cui noi abbiamo usato questo
termine.
Ha dunque torto il nostro contraddittore quando conclude dicendo
con una certa soddisfazione che: «Si capisce ora fin troppo bene
perché questa "scuola" [i.e. la "Rivista di Studi
Tradizionali"] predica contro il "moralismo" e lo spirito
(piccolo-)borghese e profano. [Si rilevi quest'ultimo aggettivo,
che, esso sì, costituisce un "colmo" per un organo che si
pretenderebbe "tradizionale"!]», e che «Con ciò si ha la spiegazione
della simpatia preferenziale per la "gente del biasimo", i
Malamatiyyah, simpatia che già Aguéli condivideva». Nel n. 80 della
«Rivista di Studi Tradizionali» sono stati presentati documenti che
sconfessano patentemente queste insinuazioni malevole su Abdul-Hâdî
e sui Malâmatiyyah, dei quali è più che certo che la «gente
di ARCHÈ» non è in grado di capire nulla; ci accontenteremmo che
fossero capaci di capire, a proposito di «moralismo», di morale e di
princìpi superiori a quest'ultima, alcuni testi che, se pur più
vicini a loro geograficamente, temiamo però altrettanto lontani
dalle loro mentalità quanto quelli dei Malâmatiyyah.
«Or avvenne, camminando essi, che nella via uno gli disse:
"seguirò te dove che tu te ne vada, Signore!" E dissegli Gesù: "Le
volpi hanno tane, e i volatili dell'aria nidi; ma il Figliolo
dell'uomo non ha dove posi il capo!"
Or disse a un altro: "Segui me!" Ma e' disse: "Signore,
permettimi ch'io vada prima seppellire il padre mio!" E disse a lui
Gesù: "Lascia i morti seppellire i loro morti; e tu va', e annunzia
il regno di Dio".
Or disse anco un altro: "Io seguirò te, Signore; ma prima
permettimi separarmi da que' di casa!" Or disse a lui Gesù: "Nessuno
che, messa mano all'aratro, guardi all'indietro, è ben disposto al
regno di Dio!"».
Luca, IX, 57.
«Non pensate che son venuto a metter pace sulla terra: non sono
venuto a metter pace, ma coltello. Perché sono venuto a dividere
uomo dal padre suo, e figliuola di verso la madre sua, e nuora di
verso la suocera sua. E nemici dell'uomo i famigliari di lui. Chi
ama padre o madre sopra di me, di me non è degno; e chi ama
figliuolo e figliuola sopra me, di me non è degno. Chi ritrova la
vita propria, la perderà, e chi perde la vita propria par cagione di
me, la ritroverà».
Matteo, X, 34.
E per coloro, fra gli amici di ARCHÈ, che vanno discutendo
imprudentemente di «dissoluzione» senza avere la minima idea di ciò
che stanno toccando:
«E diceva anco alle genti: "quando vedete la nube che spunta
dall'occaso, tosto dite: 'Vien pioggia'. E segue così. E quando
scirocco soffia, dite che gran caldo sarà. Ed è. Ipocriti, l'aspetto
della terra e del cielo sapete esplorare; e questo tempo come non
esplorate? Or perché da voi stessi non giudicate il giusto?"»
(11)
Luca, XII, 54.
Avvicinandoci alla fine di questo commento, notiamo di sfuggita
che l'incognito redattore di «Note» ha l'aria di essere un
po' piccato per il fatto che abbiamo messo in evidenza la
«fratellanza» che lo lega a un altro «coautore» di quello da noi
denominato «piano» antiguénoniano; egli pare dimenticare di essere
stato proprio lui a servirsi per primo di questo qualificativo
quando, nel rimbrottare J.-P. L. per qualche ragione di puntiglio
«personale», ha intitolato il suo pezzo, nel n. 2 di «Charis»,
«Correction fraternelle». Noi non abbiamo fatto che prender
nota del tipo di legame che la parola sottintendeva. Ora ricade
nella tentazione, e in occasione di un'ulteriore diatriba
«microletteraria» con J.-P. L. (diatriba che, chissà perché,
coinvolge nuovamente il nome di René Guénon) inserisce un'altra
noticina che vorrebbe maliziosa nei nostri confronti. «Scriviamo
queste righe, egli dice - come ritenevamo opportuno fare - [le
concordanze temporali non sono il suo forte, come si saranno già
accorti i lettori], a beneficio di J.-P. L. e dei nostri lettori. Se
esse non sono polemiche e conservano un tono cortese, non è certo
per impedire al Balestrieri di rallegrarsi di un ennesimo dissenso
tra due attori del suo preteso "complotto"».
Confessiamo di non riuscire a penetrare appieno il senso
recondito di questo mot d'esprit, che sotto una certa
angolatura ci appare addirittura masochistico; ad ogni buon conto,
senza neppure insistere sul fatto che un «piano» non è per nulla un
«complotto» (e che noi non ci siamo mai serviti di questo termine
per designare il progetto in cui ARCHÈ si inserisce - ciascuno è
perfettamente giustificato, in casa propria, a organizzare il lavoro
come meglio gli pare, e questo solo vuol dire «piano»), faremo
osservare al rappresentante di ARCHÈ che non ci siamo mai sognati di
«rallegrarci» di nessun «disaccordo». Ben al contrario, quel che ci
premeva far notare, al di là dell'insignificante dissenso formale,
era proprio il vincolo, sia pure solo su basi negative, che univa
due «attori» (anche questa parola è sua) di questa impresa, vincolo
che poteva apparire inverosimile agli occhi di qualche lettore. Con
quest'ultima disastrosa (per lui) noticina, il responsabile di ARCHÈ
ci tiene a confermarci personalmente che il vincolo esiste di fatto,
e noi lo ringraziamo per l'aiuto inaspettato, anche a nome dei
nostri lettori.
L'autore di questa prima pseudo-risposta di ARCHÈ ai nostri
articoli termina dicendo che le «ricerche procedenti in questo senso
[vale a dire, per noi, nel senso della denigrazione dell'opera di
René Guénon] saranno continuate con serenità e rigore [!], senza
tenere in nessun conto le reprimende o le intimidazioni dei
"guardiani del mito"». Coloro che hanno avuto occasione di leggere i
nostri tre articoli potranno giudicare da soli se essi furono
redatti nello spirito di una «reprimenda» (la quale presuppone
almeno un'omogeneità di qualche tipo tra le due parti in contatto,
fosse essa anche soltanto costituita dalla natura degli interessi
intellettuali rispettivi, omogeneità che qui è assente nel modo più
totale). Quanto poi alle «intimidazioni», sfidiamo il rappresentante
di ARCHÈ a riportare una sola frase o parola dei nostri tre studi
che possa anche alla lontana suonare tale; ricordiamo all'autore di
questo a suo modo comico «pezzo di bravura» letterario che secondo
il vocabolario una «intimidazione» è propriamente costituita da «un
atto o parole di minaccia che abbiano lo scopo di incutere timore e
costringere ad agire o a desistere da un'azione con lo stimolo della
paura», vale a dire qualcosa che sfiora i rigori della legge
(12).
Per essere più chiari: qualcosa che, rispetto a quest'ultima
implicazione, lungi dall'applicarsi al nostro modo di presentare le
cose, assomigli piuttosto ai metodi di «inchiesta» e di
appropriazione indebita di documenti a cui non sembrano essere
estranei i «gruppi di lavoro» che procurano (o dovrebbero procurare)
il «materiale» per le «pazienti e scrupolose ricerche» di ARCHÈ. E
questa sì che potrebbe essere interpretata come una vera
«intimidazione»; a buon intenditor... Ad ogni buon conto, inteso che
questi avversari della Tradizione hanno intenzione di procedere per
simile strada, li attendiamo a pie' fermo, e continueremo anche noi
a dire, serenamente e implacabilmente, cosa pensiamo di loro e dei
loro eruditi e... irrazionali componimenti.
Incapace di situarsi, per opporsi alle nostre osservazioni, su un
terreno che anche soltanto sfiori la sfera intellettuale, il
rappresentante di ARCHÈ non sa trovare di meglio, per perseguire
questo risultato, che far riferimento a racconti fondati, come
dicevamo nel terzo dei nostri articoli, «su informazioni "private"
della più dubbia natura e provenienza» (13). Questo non fa che
provare due cose: primo, che quando parlava di «scheletri
nell'armadio», nella «Nota» del suo catalogo, a torto o a
ragione, era ben alle E. S. T. (come le chiama lui) che
voleva riferirsi, contrariamente a quel che afferma ipocritamente
ora; secondo, che resta confermato il suo gusto di prestar fede,
proprio come presumevamo noi, alla versione di fatti ed episodi
proveniente da relitti umani degni al massimo di esecrazione o di
commiserazione. E del resto, alle E. S. T. restiamo convinti
che sia in qualche modo una legge che, per usare la lingua della
nuova patria di ARCHÈ-EDIDIT, «Qui s'assemble se ressemble»,
o, alla latina, per conformasi al cachet di erudizione a cui si
tiene tanto in «Charis», «Asinus asinum fricat».
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