a cura di Heredom |
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Tratto da Pietro Nutrizio e altri
René Guénon e l'Occidente
Luni Editrice
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«Evola, Guénon, De Giorgio»
«Evola, Guénon, De Giorgio»
Pietro Nutrizio
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René Guénon inserisce a questo punto la nota seguente, che ha il pregio
di tagliar corto, un'ennesima volta, con i tentativi di associare i suoi scritti
a una sedicente «destra tradizionale» politica: «Vogliamo supporre che,
scrivendo queste parole, il Le Cour abbia piuttosto avuto in mente certe
interpretazioni moderne e non tradizionali dello swastika, come quelle,
ad esempio, che hanno potuto concepire i "razzisti" tedeschi, i quali in effetti
hanno avuto la pretesa di impadronirsi di questo emblema attribuendogli del
resto la denominazione barocca e priva di significato di hakencreutz, o
"croce uncinata"».
Sotto questo profilo il lavoro del Di Vona (che si poteva temere inquinato in
questo senso per la stessa vicinanza dei nomi di Guénon e di Evola) si presenta
invece con le caratteristiche della più desiderabile correttezza, poiché, fin
dalla «Premessa» (e sarà coerente con essa fino alla fine) il suo autore
conclude a tal proposito: «Sotto questo nuovo (?) aspetto [della "profondità" e
spiritualità della dottrina esposta da R. Guénon], ci sembra oggi anche meno
rilevante di allora [1985] il dibattito sull'appartenenza di Guénon alla
cultura di destra» [il corsivo è nostro].
Come si vede, sono ancora diversi gli equivoci che trapelano da queste righe
dal punto di vista da cui ci poniamo noi, ma per lo meno la conclusione è
sostanzialmente accettabile, e può concorrere, con le altre annotazioni dello
stesso tenore sparse in tutto il libro, a dissipare uno dei «veli» più spessi
che vengono sovrapposti all'opera di René Guénon in Italia.
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A questo proposito, il Di Vona giunge a dire che «delle radici islamiche
di tutta la dottrina e della polemica antimoderna di Guénon non si ha neppure il
più lontano sospetto»; è vero che egli, così parlando, sembra voler
circoscrivere la sua indagine al «mondo accademico» italiano, e anche questo è
un tratto caratteristico dello speciale punto di vista, assai ristretto, da cui
si pone per esaminare l'opera di René Guénon. Occorre inoltre osservare che è
assolutamente fuori posto definire quella di Guénon una «polemica antimoderna»;
quel che Guénon ha esposto nei suoi scritti non è affatto una «polemica»,
termine con cui si può caratterizzare tutt'al più un'opinione individuale, bensì
il «giudizio» sul mondo moderno e sulla pseudo-civiltà occidentale formulato
dalla dottrina tradizionale; e tra le due cose non c'è chi non veda passare un
vero e proprio abisso, quello, per esser chiari, che intercorre tra l'illusione
e la realtà. Come stanno ora provando, con terrificante rapidità, gli
avvenimenti che sconvolgono il mondo attuale.
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Che questa élite si sia o non si sia costituita in Occidente dopo
che l'opera di R. Guénon ne ha indicato in modo generale e sintetico le modalità
di costituzione e il ruolo, è una questione che qui non deve intervenire; né lo
potrebbe, inteso che l'azione di tale élite, o meglio la sua «influenza»,
non potrebbe esserle attribuita, e addirittura essere individuata, se non da
coloro che ne facessero parte, tutti gli altri non potendo «neppure sospettare
la sua esistenza», o immaginare «neppure lontanamente la portata dei suoi
lavori». Ciò che qui importa soltanto è quel che René Guénon dice al suo
proposito e non le illazioni che se ne possono trarre «dall'esterno», le quali
non possono avere assolutamente nessuna portata in questo campo.
A scanso di malintesi, ci sembra però opportuno, a proposito di questa
élite di cui parla spesso Guénon, ricordare quel che egli ne dice in
«Oriente e Occidente» (ed. cit.), «Conclusione», pag. 190: «(...) noi ci
rivolgiamo a coloro che possono e vogliono a loro volta comprendere, chiunque
essi siano e da qualunque parte vengano, ma non a coloro che l'ostacolo più
insignificante e più illusorio basta ad arrestare, che hanno la fobia di certe
cose e di certe parole, o si sentono perduti appena oltrepassano certi limiti
convenzionali e arbitrari (...); chi non è capace di guardare in faccia ogni
verità, chi non si sente la forza di penetrare nella "grande solitudine",
secondo l'espressione consacrata dalla tradizione estremo-orientale (di cui
l'India ha pure l'equivalente), questi non potrebbe andar molto lontano nel
lavoro metafisico di cui abbiamo parlato e da cui tutto dipende strettamente;
(...) ma in fondo [noi] non crediamo che coloro che hanno delle possibilità
intellettuali veramente estese siano soggetti a questi vani terrori, poiché essi
sono abbastanza equilibrati da avere, quasi istintivamente, la sicurezza che non
correranno mai il rischio di cedere a nessuna vertigine mentale; bisogna pur
dire che tale sicurezza non è pienamente giustificata finché non abbiano
raggiunto un certo grado di sviluppo effettivo (...). Non intendiamo parlare
qui di coloro che hanno una fiducia più o meno eccessiva in se stessi; in
realtà le persone di cui parliamo, anche se non lo sanno ancora, ripongono la
loro fiducia in qualcosa di più alto della loro individualità [i corsivi
sono nostri], poiché in qualche modo presentono quegli stati superiori la cui
conquista totale e definitiva può essere ottenuta mediante la conoscenza
metafisica pura».
Si intravede da queste parole che il tipo di «lavoro» richiesto per
l'assimilazione effettiva delle dottrine a cui R. Guénon si riferisce ha poco o
nulla a che vedere con ciò con cui hanno generalmente dimestichezza gli
Occidentali in quanto a conoscenza, anche quelli che nell'uso corrente sono
chiamati «intellettuali» (e che Guénon denomina piuttosto
«pseudo-intellettuali»). È probabilmente per questa ragione che René Guénon,
nella sua «Métaphysique orientale», ha potuto affermare: «La conoscenza
metafisica, e la realizzazione che essa implica per essere veramente tutto ciò
che deve essere, sono perciò possibili dappertutto e sempre, per lo meno in
linea di principio, e se questa possibilità è considerata in qualche modo in
senso assoluto; ma di fatto, praticamente se si può dire così, e in senso
relativo, sono ugualmente possibili in qualsiasi luogo e senza tenere nel minimo
conto le contingenze? Su questo saremmo molto meno affermativi, per lo meno per
ciò che riguarda la realizzazione (...). Possono esserci condizioni
particolarmente sfavorevoli, come quelle offerte dal mondo occidentale moderno,
tanto sfavorevoli che un simile lavoro vi è quasi impossibile, e che potrebbe
addirittura essere pericoloso intraprenderlo in assenza di ogni appoggio fornito
dalle circostanze esteriori e in un ambiente che non può se non contrastare e
financo annullare gli sforzi di chi vi si dedicasse».
Sul genere di sforzo necessario per perseguire lo scopo conoscitivo indicato
da Guénon, si veda la seconda parte dell'articolo «Un equivoco di fondo».
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Si può comprendere come una delle ragioni che hanno indotto il Di Vona ad
alcune sue errate valutazioni (un'altra, come si vedrà, è l'eccessiva fiducia
nel parere di molti autori europei, soprattutto francesi, che hanno scritto su
Guénon) sia il fatto che l'opera di Guénon, incorporata in libri, ovviamente non
poteva toccare soltanto i suoi destinatari d'elezione. Il Di Vona dimentica
però, a tale proposito, ciò che Guénon stesso dice di questo fatto in «Oriente e
Occidente», pag. 191 (ed. 1993): «Quel che ci interessa è soltanto incitare alla
riflessione coloro che di riflettere sono ancora capaci; ognuno comprenderà quel
che sarà in grado di comprendere e, per poco che sia, sarà sempre qualcosa;
d'altronde noi pensiamo che ci sarà pur qualcuno che andrà più lontano.
Tutto sommato, non c'è ragione perché non ci siano altri che facciano quel che
abbiamo fatto noi; tenuto conto dello stato attuale della mentalità
occidentale, senza dubbio non saranno che eccezioni, ma è sufficiente che
qualcuna di tali eccezioni esista, anche se il loro numero sarà piccolo, perché
le nostre previsioni siano giustificate e le possibilità che indichiamo siano
suscettibili di realizzarsi prima o poi» [il corsivo è nostro].
Si può perciò dire, alla luce di queste semplici previsioni, che il punto di
vista rappresentato dal lavoro del Di Vona, e questo senza la minima intenzione
di offendere, sia uno di quelli di coloro che di Guénon hanno compreso «quel che
erano in grado di comprendere», ma, «pur essendo sempre già qualcosa», non
permette di avere accesso alle vere intenzioni di Guénon, la cui portata è ben
diversa e incomparabilmente maggiore, e ciò sul piano stesso di quelli che
avrebbero potuto esserne gli «effetti contingenti».
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Questo senso di cui parla qui Guénon (che è anche quello che hanno
esclusivamente in mento coloro che si servono abitualmente di questa parola), è
il seguente: «(...) il senso volgare del termine "conversione", quello che esso
è giunto ad avere costantemente nel linguaggio corrente, (...) indica
unicamente il passaggio esteriore da una forma tradizionale a un'altra,
qualunque siano le ragioni da cui ha potuto essere determinato, ragioni la
maggior parte delle volte del tutto contingenti, e che in ogni caso non hanno
nulla a vedere con la pura spiritualità».
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A tale proposito vale la pena, ad esempio, di rilevare un'osservazione
che il Di Vona fa nella sua «Premessa» e secondo cui « Guénon era mussulmano ed
Evola neopagano», ciò che spiegherebbe «perché la divergenza tra loro sul senso
del Cristianesimo dovesse essere definitiva e inconciliabile». Questo significa
mettere sullo stesso piano l'appartenenza a una tradizione vivente e una
rêverie senza alcuna portata reale, qualificabile, al massimo, come
«tradizionalistica»; quand'anche si voglia trascurare il fatto che il
ricollegamento di R. Guénon era al Tasawwuf e non soltanto all'Islàm
exoterico. Non è certo da simili puntualizzazioni, che esorbitano dal campo di
competenza che ci si è volontariamente assegnato, che possono avere origine
delle vere «spiegazioni»; tutto ciò che può nascere da queste «intelligenti
scoperte» è soltanto una confusione sempre più inestricabile!
Riferendosi inoltre all'aggettivo «tradizionalistico» che ci è occorso usare
più sopra, occorre osservare che troppo spesso il Di Vona si serve di esso e del
corrispondente sostantivo «tradizionalismo» applicandoli alla dottrina esposta
da René Guénon. Notiamo tuttavia che a pag. 317, nota 66, il Di Vona metterà in
rilievo che «Guénon distingue il tradizionalismo di vari ambienti occidentali
dal vero spirito tradizionale », ciò che è conforme, testualmente, al dettato
guénoniano; egli aggiunge, subito dopo, che Guénon «riconosce l'interesse della
ricerca delle origini comuni alle varie forme tradizionali, purché fatta con le
precauzioni necessarie, ma addita l'illusorietà di certi ritorni chimerici alle
tradizioni atlantidea e celtica, ed altre anch'esse estinte», e anche questo
corrisponde alle indicazioni espresse di Guénon.. Così come quando dice, nella
seguente nota 67, che «Guénon riafferma che per comprendere le vestigia delle
civiltà passate occorre rifarsi alle tradizioni ancora viventi» e che «questo
vale per le tante cose incomprese della civiltà medievale». Ma perché dunque,
dopo tutti questi rilievi che possiamo definire corretti ed «onesti», riferirsi
ancora a Guénon e alla sua opera come «tradizionalistici», soprattutto dopo aver
sottolineato opportunamente il rigore pressoché matematico che caratterizza la
terminologia stessa di Guénon, rigore che, dovrebbe essere chiaro, non
corrisponde a un verbalismo qualsiasi, ma non può che far corrispondere a
termini diversi realtà diverse? Anche questa è una fonte di confusione, e
non delle minori, da cui avrebbe dovuto guardarsi il Di Vona.
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Questa degli «enigmi» posti dall'opera di René Guénon è una vera passione
di coloro che a torto o a ragione si considerano degli specialisti nel campo
degli «studi guénoniani»; nella «Rivista di Studi Tradizionali» è già stato
ricordato come l'ultimo articolo pubblicato dallo stesso J. Reyor, che pure si
pone ben al di sopra di questi «specialisti», porti il titolo - enigmatico se
riferito a lui - di «De quelques énigmes dans l'oeuvre de René Guénon».
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Con questo singolare titolo Piero di Vona ripubblica, questa
volta presso la SEAR Edizioni di Scandiano (RE), il suo già
ponderoso lavoro «Evola e Guénon, Tradizione e Civiltà»,
accrescendolo di un buon centinaio di pagine, che per di più egli
stima vertano sui punti di maggiore importanza del libro. Nella sua
«Premessa» attuale l'autore si augura che, così rinnovato, «esso
possa offrire un valido orientamento nell'incontro e nello scontro
odierni tra le religioni varie e diverse, tra i differenti culti per
la cui selva l'uomo occidentale oggi deve aprirsi la strada senza
avere più il sostegno dei riti che in antico gli propiziavano la
pax deorum» (ma cosa pensa che rappresentino quelli che li hanno
sostituiti in questi ultimi due millenni?), e aggiunge che ora il
lavoro potrà forse «fare da valida introduzione al libro sulla
metafisica di Guénon che oggi [ritiene] di poter scrivere», mentre
non lo riteneva possibile nel 1985, anno in cui comparve l'opera per
la prima volta.
Potrebbe sembrare, piacevolmente, che la prima di queste
affermazioni evochi una differenza che il Di Vona avrebbe impresso
al suo testo in questa nuova edizione, rendendolo più atto a entrare
nel merito delle questioni trattate, che nella prima erano, invero,
presentate astenendosi accuratamente dall'uscire da quella prudente
«letteralità» che i criteri accademici ritengono favorevole a una
presunta imparzialità «scientifica»; ma la seconda affermazione
smorza notevolmente la gradevole sorpresa, giacché non si può
parlare di una «metafisica di Guénon» se non ponendosi (in
questo caso: continuando a porsi, ed è un vero peccato, se si tiene
conto dell'enorme mole di lavoro prodotta dall'autore) da un angolo
visuale ben lontano da quello tradizionale, l'unico che avrebbe
permesso al Di Vona di essere di qualche vero aiuto al lettore in
una materia così delicata e complessa.
Il titolo di quest'opera, così come si presenta ora, porta del
resto già in sé come un sentore dei limiti che da un punto di vista
tradizionale le sono strettamente inerenti; sotto questo aspetto il
«caso» di René Guénon è radicalmente diverso da quello di Evola e di
De Giorgio, e ciò dovrebbe essere sufficiente a far sì che questi
tre nomi non possano essere accomunati in un unico discorso, o, per
lo meno, questo discorso dovrebbe prima di tutto, per chiarezza,
portare sui livelli diversi di autorevolezza dottrinale che
caratterizzano gli autori presi in considerazione; a rigore, la
stessa osservazione varrebbe perfino se ad essere esaminati fossero
soltanto i casi di Evola e di De Giorgio, ma questo ad un grado più
basso, se così si può dire, e in fondo, dal punto di vista in cui ci
poniamo qui, irrilevante. Per chiarire ciò che intendiamo
riprodurremo un brano degli scritti di Guénon che forse non è fra i
più noti, e si presta invece molto bene alla distinzione che sarebbe
stato necessario fare fin dal principio; esso si riferisce a una
questione e a un autore che non hanno molto, se non nulla, a vedere
con i due scrittori che il Di Vona associa nel suo titolo al nome di
Guénon, ma è tuttavia assai significativo, nel suo merito, di quel
che vogliamo mettere in evidenza; per questa ragione lo conserviamo
integralmente.
Nell'articolo «Atlandide et Hyperborée», pubblicato
originariamente in «Le Voile d'Isis» nel 1929, e ora facente parte
della raccolta postuma «Formes traditionnelles et Cycles cosmiques»,
René Guénon, rivolgendosi all'autore di uno scritto in cui era
questione di queste due aree geografiche considerate sotto il
profilo della storia e della geografia tradizionali, dice: «Ci
rimane, per concludere questa messa a punto necessaria, da dire
qualche parola su tre o quattro questioni che il Le Cour tocca
incidentalmente nelle sue due note; e innanzi tutto troviamo
un'allusione allo swastika, del quale egli dice che "noi
facciamo il segno del polo". Senza farvi intervenire la minima
animosità, pregheremo il Le Cour di non fare il nostro caso simile
al suo, giacché occorre infine pure dire le cose come stanno: noi lo
consideriamo un "ricercatore" (e questo non per diminuirne i
meriti), che propone delle spiegazioni, qualche volta un pochino
avventurate, secondo le sue vedute personali, e questo è certamente
nel suo diritto, poiché egli non è ricollegato a nessuna tradizione
attualmente vivente e non è in possesso di alcun dato ricevuto per
trasmissione diretta; potremmo dire, in altre parole, che egli si
comporta da archeologo, mentre, per quel che ci riguarda, noi
facciamo della scienza iniziatica, e sono due punti di vista che,
anche quando si riferiscano agli stessi argomenti, non possono
coincidere in alcun modo [il corsivo è nostro]. Noi non
"facciamo" affatto dello swastika il segno del polo: noi
diciamo che lo swastika è questo, e che lo è sempre stato,
che tale è sempre stato il suo significato tradizionale, cosa che è
del tutto diversa; si tratta di un fatto nei confronti del quale né
il Le Cour né noi stessi possiamo fare nulla. Il Le Cour, il quale
non può evidentemente che emettere interpretazioni più o meno
ipotetiche, sostiene che lo swastika "è soltanto un simbolo
che si riferisce a un ideale senza elevazione" (1); questo è il suo
modo di vedere, ma non è niente di più, e noi siamo tanto meno
disposti a discuterlo in quanto esso, dopo tutto, rappresenta solo
un semplice apprezzamento sentimentale; "elevato" o no, un ideale è
per noi qualcosa di piuttosto vago, e in verità qui si tratta di
cose molto più "positive", diremmo molto volentieri, se non si fosse
fatto tanto abuso di questa parola».
Oltre al riferimento all'«ideale», che abbiamo voluto mantenere
solo perché in diversi punti del suo libro il Di Vona parla di
«ideale di Guénon», e ciò che quest'ultimo dice qui mostra
chiaramente qual che in proposito pensava egli stesso, la netta
separazione che si delinea in questa citazione si applica
perfettamente tra la dottrina contenuta nell'opera di Guénon e le
considerazioni emesse dalla quasi totalità degli autori a cui si fa
riferimento in questo libro. Il Di Vona non l'ha neppure rilevata
una sola volta (tranne nei casi in cui riferisce, descrivendoli, gli
assunti di Guénon stesso a tale proposito, ma anche in questi casi
essi non sembrano lasciare traccia su di lui, quasi come se non
esistessero), e questo «livellamento dall'esterno» è una delle
caratteristiche più evidenti e meno valide del suo libro; del resto
essa è una conseguenza inevitabile del suo aver voluto «scrivere di
Guénon secondo una prospettiva storiografica», per conseguenza
«profana» e non tradizionale.
Ma allora, perché pretendere lo stesso che le considerazioni che
ne derivano possano avere una portata esplicativa nei confronti del
pensiero di Guénon, il quale, come sanno bene coloro che hanno
approfondito la sua opera, ha indicato fin dal suo inizio che la
chiave corretta d'interpretazione dei suoi scritti è situata
«all'interno» di essi, e non assolutamente «all'esterno»? Anche
quest'altra è un'incongruenza fondamentale, e in questo «Evola,
Guénon, De Giorgio» essa si presenta in modo singolarmente evidente
in almeno due occasioni che riteniamo particolarmente
rappresentative; cercheremo perciò di tratteggiarle, mettendo in
rilievo l'erroneità delle conclusioni a cui un metodo inadeguato ha
costretto il suo autore.
Un assunto che ci sembra stare particolarmente a cuore al Di
Vona, in quanto impregna in qualche modo il suo libro da cima a
fondo, e che nello stesso tempo appare assai dubbio se si
confrontano i testi di Guénon aventi rapporto con l'argomento, è che
l'opera di René Guénon si possa configurare come un adattamento
della dottrina islamica alla mentalità e alla «cultura» (?) europee.
Se è vero che il Di Vona non trascura di mettere di tanto in tanto
in evidenza anche il posto che in tale opera hanno le forme indù e
cinese della tradizione, si sente però che egli ritiene una
«scoperta» specialmente degna di nota questo influsso - secondo lui
tanto preminente quanto volutamente poco appariscente -,
dell'islamismo nell'esposizione delle dottrine tradizionale fatta da
Guénon (2).
Non che manchino nel libro le testimonianze anche decise a favore
dell'eccezionalità e dell'«ecumenicità» dell'impresa guénoniana:
«L'aspetto positivo e costruttivo dell'opera di Guénon non deve mai
essere dimenticato. Come abbiamo accennato, in questo secolo egli
per primo, con intelligenza, con essenziale semplicità e fine
discernimento, ha saputo incorporare nella cultura occidentale
almeno i princìpi direttivi dell'immenso patrimonio della
misteriosofia islamica e orientale. Dottrine che si giudicano
disparate e divergenti, e di diversissima origine, giungono
all'unità nella sua opera. L'incorporazione è riuscita proprio
perché Guénon non si è proposto un fine semplicemente
storico-filologico (...), ma sapienziale. Egli ha voluto stabilire
un rapporto vivente con lo spirito dell'Oriente (...)» (pagg.
50-51).
Sono considerazioni che non possiamo non condividere interamente
(tranne forse per una riserva sulla parola «misteriosofia», che
sarebbe stato bene non usare, o, se no, usare solo dopo averla
spiegata nella luce dell'opera di Guénon); ma perché concludere in
questo modo: «Solo il futuro potrà dire se il "guénonismo" rimarrà
un fenomeno storico della nostra epoca, o se è la prima breccia che
aprirà l'Europa ad una rinnovata, profonda influenza islamica»?
Anche non volendo considerare l'improprietà del termine
«guénonismo», a indicare - come suggerirebbe la terminazione in
«ismo» - una tendenza o una scuola filosofica che chiaramente in un
caso del genere non possono esistere, benché si debba convenire che
in Italia ci sono oggi forse più lettori di Guénon di quanti ce ne
fossero, diciamo, venti o trenta anni fa (ma con quale grado di
comprensione?), questa frase riduce a quella di una tradizione
determinata la prospettiva dell'opera di René Guénon, che è invece
di portata ben più universale, e in ogni caso semplifica
ingiustificatamente la questione.
Alcune considerazioni abbastanza semplici, appoggiate da passaggi
dell'opera di R. Guénon, dovrebbero essere sufficienti per metterla
nella luce dovuta. A pag. 173 di «Oriente e Occidente» (nuova
edizione italiana del 1993) René Guénon dice, proprio parlando degli
obiettivi che propone con i suoi scritti: «Si tratta dunque, non di
imporre all'Occidente una tradizione orientale, con forme che non
corrispondono alla sua mentalità, ma di restaurare una tradizione
occidentale con l'aiuto dell'Oriente (...). Sennonché, quel che non
è possibile per gli Occidentali in generale deve essere possibile
per l'élite: perché quest'ultima possa realizzare gli
adattamenti necessari essa deve aver prima di tutto penetrato e
compreso le forme tradizionali esistenti altrove; ed è anzi
necessario che essa vada al di là di tutte le forme, qualunque esse
siano, per impadronirsi di ciò che costituisce l'essenza di tutte le
tradizioni» E, poco più avanti: «per non essere semplicemente
accidentale la comunicazione permanente con le altre civiltà
presuppone la presenza di uomini che, per ciò che li riguarda
direttamente, siano svincolati da ogni forma particolare, abbiano
piena coscienza di quel che c'è dietro le forme, e, situandosi nel
dominio dei princìpi più trascendenti, possano partecipare
indistintamente a tutte le tradizioni» [i corsivi sono nostri].
Poiché i destinatari dell'opera di Guénon non sono altro, ed
esclusivamente, che i componenti almeno potenziali dell'élite
intellettuale di cui si tratta in questi paragrafi (3), si deve
dedurre che la «forma» dottrinale da lui adottata per rivolgersi ad
essi, dovendo tendere all'obiettivo del loro raggiungimento e della
loro selezione, non potrà essere un linguaggio circoscritto a una
sola forma tradizionale, o meglio, presupponente il solo scopo
limitato dell'assimilazione di una determinata forma tradizionale,
come ritiene il Di Vona (4). Questi, incontrata in testi
dell'esoterismo islamico, o nei commentatori europei di tali testi,
la menzione della dottrina da lui denominata wahdatul-wujûd
(e che è più propriamente la dottrina del Tawhîd, o «dottrina
dell'Unità», l'espressione wahdatul-wujûd essendone soltanto
una «particolarizzazione», in quanto il suo significato proprio è
quello di «unicità dell'esistenza») l'ha ritenuta peculiare di
questa forma tradizionale e ha quindi pensato che Guénon l'abbia
mutuata da questi testi per il suo lavoro di esposizione della
metafisica all'Occidente. In realtà, e per definizione stessa,
questa dottrina è presente al vertice di ogni tradizione «ortodossa»
e completa (che non abbia cioè subìto diminuzioni nel corso del suo
sviluppo «storico») e at-Tawhîd è soltanto la forma
espressiva che essa assume per la tradizione islamica.
Del resto, voler trovare un'impronta prevalentemente islamica,
presente nell'opera di Guénon in modo dissimulato e «coperto»,
contrasta con l'espressa affermazione del suo autore: «E adesso,
poiché per risvegliare l'intellettualità occidentale è necessario
incominciare dallo studio delle dottrine dell'Oriente (intendiamo
uno studio vero e profondo, con tutto ciò che esso comporta quanto
allo sviluppo personale di coloro che vi si dedicano, e non uno
studio esteriore e superficiale, alla maniera degli orientalisti),
dobbiamo indicare i motivi per cui conviene, in generale, rivolgersi
specificamente a una di tali dottrine a preferenza di altre.
Effettivamente, ci si potrebbe chiedere perché prendiamo come punto
d'appoggio principale l'India, e non piuttosto la Cina, o perché non
consideriamo più utile basarci su quel che è più vicino
all'Occidente, vale a dire sull'aspetto esoterico della dottrina
islamica».(...) «Le forme di espressione delle dottrine indù
(...) sono relativamente più assimilabili, e offrono più larghe
possibilità di adattamento».
«Di fatto, appoggiandosi su ciò che è più vicino nascerebbero
altri inconvenienti, i quali (...) non sarebbero (...) meno gravi;
(...) proprio la presenza di tale forma religiosa, grazie alla quale
l'Islàm più si avvicina all'Occidente, rischia di risvegliare tali
suscettibilità che, per quanto poco giustificate, non sarebbero
tuttavia senza pericolo: coloro che sono incapaci di fare la
distinzione tra i diversi domìni sarebbero erroneamente spinti a
pensare ad una concorrenza sul terreno religioso [i corsivi sono
nostri]; e certamente nella massa occidentale (nella quale
comprendiamo anche la maggioranza degli pseudo-intellettuali) esiste
molto più odio per tutto ciò che è islamico che non per quanto
concerne il resto dell'Oriente» (...) «L'élite in via di
formazione avrà già il suo da fare per vincere l'ostilità che
inevitabilmente le si opporrà da molte parti, e non è certo il caso
di accrescerla inutilmente dando esca alle false supposizioni che la
stupidità e la malevolenza insieme combinate non mancherebbero di
accreditare» («Oriente e Occidente», ed. cit., pagg. 174-175).
Sempre a proposito di questa pretesa influenza predominante
dell'islamismo nell'opera di Guénon (che abbiamo visto qui confutata
chiaramente da Guénon stesso), perdendosi dietro alle disquisizioni
«dall'esterno» di autori occidentali come un Corbin, o, ancor
peggio, un Massignon, o come Anawati e Gardet (e se diciamo «peggio»
è per indicare l'ostilità preconcetta contro l'Islàm di cui sono
animati soprattutto i due ultimi, ma che non è assente neppure in
Massignon), Piero di Vona crede addirittura che si possa individuare
a quale «corrente» (?) del Sufismo si debba assegnare l'origine del
«pensiero» di R. Guénon, e questo è nuovamente tipico dell'approccio
filosofico del suo lavoro, secondo il quale tutto si ridurrebbe a
raziocinazioni su «concetti». Sovente, poi, in queste discussioni
egli fa intervenire apprezzamenti che hanno la loro provenienza da
scuole teologiche islamiche, apprezzamenti dedotti del resto
esclusivamente dai libri, e questa volta il suo limite, che è ben
evidentemente quello di un Occidentale, è principalmente quello di
non percepire la differenza di dominio che, come indicava Guénon
nella citazione da noi fattane poco fa, caratterizza un punto di
vista esoterico rispetto a uno puramente exoterico.
In merito a quest'ultimo rilievo, è molto probabile che il Di
Vona non abbia avuto presente (o non le abbia dato peso) una
osservazione pure molto importante di Guénon a conclusione di uno
dei suoi ultimi scritti, «Le sens des proportions» (ora facente
parte della raccolta postuma «Mélanges»); non è senza interesse, per
mettere in luce come giudicasse Guénon gli interventi dottrinali nei
confronti della sua opera, provenienti da fonti pur tuttavia
tradizionali, riportare, per quanto lungo, il finale di questo
scritto, che prende in considerazione proprio tale questione: «Ma
ritorniamo a cose più serie: poiché qui trattiamo di errori di
prospettiva, ne segnaleremo ancora uno, che, a dire il vero, è di un
ordine molto diverso, giacché si produce nel campo stesso della
tradizione; e tutto sommato non è che un caso particolare della
difficoltà che hanno generalmente gli uomini ad ammettere ciò che
oltrepassa il loro punto di vista proprio. Che certuni, che sono
anzi la maggioranza, abbiano l'orizzonte limitato a una sola forma
tradizionale, o addirittura a un certo aspetto di tale forma, e
siano di conseguenza rinchiusi in un punto di vista che si potrebbe
dire più o meno ristrettamente "locale", è una cosa perfettamente
legittima in sé, e del resto totalmente inevitabile; ma ciò che,
invece, non è affatto accettabile è che immaginino che questo punto
di vista, con tutte le limitazioni che gli sono inerenti, debba
essere quello di tutti senza eccezioni, compresi coloro che hanno
preso coscienza dell'unità essenziale di tutte le tradizioni. Contro
coloro, chiunque essi siano, che dànno prova di una simile
incomprensione, noi dobbiamo sostenere, nel modo più incrollabile, i
diritti di quelli che si sono elevati a un livello superiore, dal
quale la prospettiva è necessariamente tutta diversa; che essi si
inchinino di fronte a ciò che sono, per lo meno attualmente,
incapaci di capire, e che non si immischino di quel che non è di
loro competenza, questo è in fondo tutto quel che gli chiediamo.
Riconosciamo del resto molto volentieri che, per quel che li
riguarda, il loro punto di vista limitato non è privo di certi
vantaggi, prima di tutto perché gli permette di contenersi
intellettualmente a qualcosa di abbastanza semplice e di trovarsene
soddisfatti, e poi perché, in ragione della posizione tutta "locale"
in cui sono rinchiusi, non risultano certo imbarazzanti per nessuno,
il che gli evita di sollevare contro di sé forze ostili alle quali
sarebbe loro probabilmente ben impossibile resistere».
Ma, ritornando alla questione degli obiettivi ultimi dell'opera
guénoniana (che sono d'altronde riecheggiati anche nel passo che
abbiamo appena citato) e conseguentemente delle sue «fonti» (che
sembrano ossessionare un gran numero di suoi «studiosi», mentre
sarebbe sufficiente riferirsi a quanto egli dice esplicitamente nei
suoi scritti), ricorderemo ancora la lettera di Palingénius
citata da A. Balestrieri nell'articolo «Nuove tecniche di attacco
all'opera di René Guénon», parte II, nel n. 71 della «Rivista di
Studi Tradizionali», in cui questi specificava: «Per ciò che ci
riguarda, noi non vogliamo fare nessuna sorta di innovazione,
poiché ci ricolleghiamo a una Tradizione che è molto più antica di
tutte le religioni [questo sostantivo è evidentemente una
concessione di Guénon all'ambiente in cui si muoveva in quel
momento], e non ha da piegarsi alle esigenze della mentalità
speciale di ogni secolo e di ogni paese» [il corsivo è nostro].
Come ci sembra che si possa almeno intravedere da queste nostre
considerazioni e citazioni, l'influsso più essenziale che agisce
sull'opera di René Guénon e si manifesta attraverso di essa, nonché
non quello di alcuna scuola filosofica occidentale (come un po'
illogicamente sosterrà anche il Di Vona), è lungi dall'essere
neppure quello, più o meno celato, di una delle forme speciali della
tradizione; lo si voglia o no, torniamo a ripeterlo, considerare
l'opera di Guénon sotto quest'ultimo aspetto significa ridurla nella
portata e denaturarne il contenuto, e, quel che più è, affermare
qualcosa che non corrisponde alla realtà.
È però curioso notare a questo punto come le osservazioni da noi
fatte, che, prendendo per supporto i testi stessi di R. Guénon, ci
hanno condotto alle conclusioni che esponiamo, non sono assenti
neppure nel libro che stiamo esaminando (il Di Vona in tutte le
occasioni, e così in questa, riassume sempre fedelmente e a lungo la
lettera di Guénon), ma portano il suo autore al risultato induttivo
del tutto diverso che abbiamo visto, fino a fargli dire che «pur
indirizzando gli occidentali alla comprensione delle dottrine
indiane, Guénon, senza averne l'apparenza [il corsivo è
nostro], in realtà compiva con grande e fine intelligenza un
sapiente innesto di dottrine islamiche nel corpo della cultura
occidentale adoperando le forme e i modi di quest'ultima».
Se questo non ci stupisce più di tanto, tenuto conto dello
spirito «ugualitaristico» che permea il suo esame, e che favorisce
il livellamento sullo stesso piano della dottrina tradizionale
espressa da Guénon e dei pareri più disparati ed eterogenei emessi
su di essa (pareri che, a causa del metodo di esame adottato, egli
non può fare a meno di accettare), urta però contro una
dichiarazione specifica ed esplicita dell'autore francese di cui è
ben difficile non tener conto e che lascia il Di Vona completo
responsabile delle proprie conclusioni: «(...) noi non diciamo (...)
mai nient'altro che quel che realmente pensiamo. Per questo non
possiamo ammettere che le nostre intenzioni siano travisate, che ci
si facciano dire cose diverse da quelle che diciamo, o che si cerchi
di scoprire, dietro ciò che diciamo, non sappiamo bene qual pensiero
dissimulato o mascherato, che è completamente immaginario» («Oriente
e Occidente», «Premessa», pag. 17, ed. cit.). E se è vero che i
lettori dell'opera di Guénon non sono tenuti a comprenderla nella
sua chiave più profonda (cosa che sarebbe assurdo pretendere), è
però altrettanto vero che chi si è posto come scopo «di far
meglio conoscere in Italia un autore che ritiene importante per la
cultura e il significato della nostra epoca» [il corsivo è
nostro] è almeno richiesto di non introdurre nella sua elaborazione
interpretazioni che non abbiano fondamento nei testi che presenta; e
ciò, qualunue sia il metodo adottato per effettuare il suo esame.
Questa limitazione, non sappiamo dire se voluta o solo
inconsapevole, della portata dell'opera di Guénon da parte del Di
Vona, conduce del resto a un'ulteriore conseguenza importante, e
altrettanto negativa, che ha riferimento con un'altra delle
caratteristiche costanti del libro. L'affermare che il Guénon
«storico» ha adottato anche esteriormente (presto o tardi che sia
nella sua vita) le forme rituali islamiche come qualcuno che si sia
«convertito» all'Islàm, è un portato del punto di vista ristretto da
cui provengono le affermazioni del Di Vona sulle quali ci siamo
soffermati in precedenza, e si pone nuovamente in collisione con
espresse dichiarazioni di Guénon, giacché («A propos de
conversions», in «Initiation et Réalisation spirituelle») esistono
casi in cui «si parla (...) di conversioni molto a sproposito e [ai
quali] questa parola, intesa nel senso che abbiamo appena detto e
come si intende abitualmente (5), non può applicarsi in nessun modo.
Vogliamo parlare di coloro che, per ragioni di ordine esoterico o
iniziatico, sono condotti ad adottare una forma tradizionale diversa
da quella alla quale potevano essere ricollegati in ragione della
loro origine, sia perché questa non offriva loro più nessuna
possibilità di quest'ordine, sia soltanto perché l'altra gli
fornisce, anche nel suo exoterismo, una base più adeguata alla loro
natura, e di conseguenza più favorevole per il loro lavoro
spirituale. Si tratta, per chiunque si ponga dal punto di vista
esoterico, di un diritto assoluto contro il quale tutti gli
argomenti degli exoteristi non possono nulla, giacché questo è un
caso che, per sua stessa definizione, è interamente al di fuori
della loro competenza (...) È del resto sottinteso che colui che può
legittimamente agire in questo modo deve, dal momento che è
realmente capace di porsi dal punto di vista esoterico come abbiamo
supposto, aver coscienza, per lo meno in virtù di una conoscenza
teorica, se non ancora effettivamente realizzata, dell'unità
essenziale di tutte le tradizioni; e già solo questo è evidentemente
sufficiente perché, nel suo caso, una "conversione" sia una cosa
interamente priva di senso e veramente inconcepibile».
Va da sé che queste nostre distinzioni, per quanto appoggiate da
testi di Guénon che ne garantiscono la corrispondenza e la
«sintonia», se così si può dire, con lo spirito della sua opera,
potranno essere interpretate da qualcuno come non altro che pedanti
sottigliezze, o addirittura come noiosa «accademia»; tuttavia,
coloro che hanno qualche esperienza diretta di tutto ciò che queste
cose implicano, ovviamente non soltanto in una prospettiva
esclusivamente «teorica», sanno che non è affatto così, e che lo
sforzo per fare o mantenere la chiarezza su di esse non sarà mai
eccessivo (6). D'altronde, ad essere sinceri, noi vediamo nel modo
del Di Vona di riferire queste cose al suo pubblico qualcosa che,
lungi dall'avere origine in lui, altro non è che l'eco, o il
riflesso, di una lunga serie di tentativi per gettare il discredito
su Guénon, che hanno preso corpo in troppi degli autori che egli
cita come se fossero «autorità» in materia tradizionale; questi
tentativi risalgono a molto presto nella vita dello stesso Guénon,
l'hanno perseguitato per tutto il resto di essa e i loro risultati,
dopo aver nuociuto pesantemente a lui si sono per così dire
trasferiti negativamente su coloro che hanno cercato di
approfondirne seriamente l'opera uscendo dagli schemi «mentali e
sociali» imposti artificialmente al mondo moderno. Ripetiamo, non
riteniamo il Di Vona specialmente interessato a screditare sotto
questo aspetto l'opera che ha intrapreso a esaminare, ci sembra anzi
evidente che i suoi intenti siano genuinamente all'opposto di ciò,
ci dispiace che tuttavia il risultato, sotto questo profilo, sia
quello che abbiamo tratteggiato, ma questo era per noi fatale fin
dal momento in cui egli ha deciso, come abbiamo detto, di affrontare
la sua bisogna «[accettando (?)] di scrivere di Guénon secondo una
prospettiva storiografica».
Restando all'argomento della presunta «conversione» di R. Guénon
e per usare le sue proprie parole (naturalmente non riferite a se
stesso), noi diremmo volentieri che il «caso» che lo riguarda fa
piuttosto parte di «quello di uomini che, raggiunto un alto gradi di
sviluppo spirituale, possono adottare esteriormente questa o quella
forma tradizionale secondo le circostanze e per ragioni di cui sono
i soli giudici, tanto più che tali ragioni sono generalmente di
quelle che per necessità sfuggono alla comprensione degli uomini
ordinari. Costoro sono, in virtù dello stato che hanno raggiunto, al
di là di tutte le forme, di modo che per loro tutto ciò non sono che
apparenze esteriori, le quali non potrebbero assolutamente toccare o
modificare la loro realtà intima; essi hanno, non soltanto compreso
come coloro di cui parlavamo prima, ma pienamente realizzato, nel
suo stesso principio, l'unità fondamentale di tutte le tradizioni.
Sarebbe perciò ancora più assurdo parlare in questo caso di
"conversioni", e tuttavia ciò non impedisce che abbiamo visto
qualcuno scrivere seriamente che Shrî Râmakrishna, per esempio, si
era convertito all'Islàm in un dato periodo della sua vita e al
Cristianesimo in un altro; nulla potrebbe essere più ridicolo di
simili asserzioni, che dànno un'idea piuttosto triste della
mentalità dei loro autori» (ibidem, pag. 88). Ma questo è
naturalmente un nostro semplice parere, che non chiediamo a nessuno
di condividere, anche se tale punto di vista permetterebbe di
chiarire immediatamente una quantità di «enigmi» riguardanti l'opera
di René Guénon ai quali altrimenti non sarebbe possibile dare
nessuna soluzione (7).
Il Di Vona poi, come filosofo, ha studiato in modo particolare il
pensiero di Spinoza, e nel suo libro spesso e volentieri lo accosta
curiosamente alle dottrine tradizionali nell'esposizione datane da
R. Guénon; egli spinge talvolta tale accostamento fino a rilevare un
preteso influsso del primo sul secondo, influsso che, così come ne
parla, andrebbe da una semplice analogia nel modo di esposizione a
una vera e propria affinità di dottrine, a seconda delle occasioni
in cui la questione è toccata. Occorre notare decisamente come
questa pretesa affinità non sia che il frutto della maniera
«filosofica» di vedere le cose che è propria al Di Vona, e gli
impedisce di tener conto di tutte le spiegazioni che Guénon dà nei
suoi scritti circa l'incomparabilità tra un pensiero sistematico,
come solo può essere quello di un filosofo come Spinoza, e una
dottrina metafisica tradizionale. Non è questa la sede per
dilungarci su questo argomento, né noi ci arroghiamo una qualche
competenza nel campo specifico della filosofia, ma per contribuire a
dissipare questa confusione, che ci sembra particolarmente deviante
rispetto alla vera natura dell'opera di Guénon, riteniamo opportuno
ricordare ciò che questi dice in «Rapports de la métaphysique et de
la théologie», cap. VI, parte II dell'«Introduction générale à
l'étude des Doctrines hindoues»: «(...) se si dice a un Indù,
peraltro estraneo alle concezioni occidentali, che gli Europei
intendono per "salvezza" esattamente ciò che lui intende per
moksha, egli non avrà certamente motivo per contestare simile
asserzione o per sospettarne l'inesattezza, e potrà accadergli in
seguito, per lo meno finché non avrà migliori informazioni, di usare
egli stesso la parola "salvezza" per designare una concezione che
non ha nulla di teologico; vi sarà allora incomprensione reciproca,
e la confusione diverrà ancora più inestricabile. Lo stesso si
può dire delle confusioni che hanno luogo quando si assimila, non
meno erroneamente, il punto di vista metafisico con i punti di vista
filosofici occidentali [il corsivo è nostro]: rammentiamo
l'esempio di un musulmano, il quale accettava senza opporsi, e con
la massima naturalezza, la denominazione di "panteismo islamico" per
la dottrina metafisica dell'"Identità Suprema", ma che, quando gli
fu spiegato che cosa fosse veramente il panteismo nel senso proprio
della parola, particolarmente in Spinoza, respinse orripilato un
simile appellativo».
Altri giudizi di Guénon sulla filosofia di Spinoza, e sempre
naturalmente in una direzione ben diversa da quella di un sia pur
velato apprezzamento da un punto di vista tradizionale, si possono
trovare nell'«Erreur Spirite» (a pag. 296 dell'edizione italiana) e
in una recensione del 1928 del libro di Ch: Appuhn su «Spinoza»; li
riportiamo entrambi: il primo, «Ogni "immanentismo" sottomette più o
meno dichiaratamente la divinità al divenire; ciò può non apparire
chiaramente nelle forme meno recenti, quali il panteismo di Spinoza,
e forse questa conseguenza era contraria alle intenzioni del suo
stesso autore (non esiste sistema filosofico che non contenga,
per lo meno in germe, qualche contraddizione interna)» [il
corsivo è nostro]; il secondo, «(...) La lunga introduzione che
precede [questi estratti dell'opera di Spinoza presentati
dall'autore] è interessante dal punto di vista storico, ma noi ne
trarremmo, per parte nostra, una conclusione ben diversa da quella
dell'Appuhn e molto meno favorevole a Spinoza: ed è che questi,
quando ha voluto parlare di religione, lo ha fatto da "profano",
vale a dire da uomo che non ne capisce nulla. Ci chiediamo anzi, a
tal proposito, per quale aberrazione qualcuno ha voluto presentare
come Kabbalista il filosofo che ha scritto che, secondo lui "le
speculazioni elevate non hanno nulla a che vedere con la Scrittura",
che è precisamente la negazione formale della Kabbala ebraica».
Anche in questo caso, come nel precedente, c'è da osservare con
un certo stupore che il Di Vona è partito, riassumendoli, dai pochi
testi di Guénon che contengono qualche riferimento a Spinoza e alla
sua filosofia (testi fra i quali figurano quelli che abbiamo
riportato nella loro versione integrale) ed è giunto a conclusioni
che li contraddicono perfettamente; soltanto che questa volta,
trattandosi di una materia molto meno maneggevole, tenuto conto
della posizione di Guénon, è stato costretto ad esporsi in modo
secondo noi eccessivo. Egli infatti, per «far quadrare» a tutti i
costi le proprie impressioni con il dettato poco malleabile di
Guénon in proposito, è stato obbligato ad emettere queste
considerazioni a dir poco sconcertanti: «Le dottrine di Guénon che
per noi si ricollegano con la contemplazione spinoziana sub
specie aeternitatis, s'accordano con le sue idee sul recupero
dello stato adamico, e con le sue concezioni universali sul ritorno
dell'umanità contemporanea (?) a forme della tradizione prossime a
quella primordiale. Esse sono formulate in un medesimo periodo della
sua vita intellettuale (?). Questo permette di dare l'importanza che
merita al collegamento di Guénon con Spinoza, senza che sia
necessario supporre che il primo abbia avuto una precisa
consapevolezza del suo debito. La nostra interpretazione si basa sul
semplice confronto delle dottrine, e prescinde sia dalla
consapevolezza soggettiva, sia dai giudizio piuttosto tradizionali
[il Di Vona ci consenta almeno un sorriso di fronte a quest'uso
incredibile del termine quando è in causa l'esposizione dottrinale
di Guénon] e comuni dati da Guénon su Spinoza» [il corsivo è
nostro]. Il che è insieme stupefacentemente ingenuo e troppo comodo,
al punto da ricordare... la prosa di certi occultisti!
Esaminati da vicino questi due punti in cui il parere del Di Vona
ci appare particolarmente incongruente con i contenuti dell'opera di
Guénon, torniamo ora a una visione globale del libro; possiamo
riassumere ciò che pensiamo di esso dicendo che, all'interno dei
confini della metodologia adottata, il suo maggior pregio, che
coincide altresì con il suo maggior interesse per il lettore (se
saprà tener conto dei limiti da noi indicati all'inizio), consiste
non tanto nell'esposizione sempre accuratamente effettuata, molto
spesso persino testuale, degli assunti di René Guénon - che sono
oggi accessibili a tutti nella traduzione italiana della sua opera
-, quanto piuttosto nella scrupolosa rassegna delle reazioni che di
fronte a essi hanno avuto coloro che ne hanno trattato finora,
soprattutto quelli che hanno scritto di queste cose in Italia, i cui
lavori non sono sempre di facile reperimento. E questo merito,
occorre aggiungere subito (quantunque chi ci ha seguito fin qui
l'abbia già potuto abbondantemente capire), è per noi nello stesso
tempo anche la sua intrinseca debolezza, perché il Di Vona tali
reazioni le ha sempre messe sullo stesso piano delle dottrine
esposte da René Guénon, dando così l'impressione falsa (ed è da ciò
che si devono guardare i lettori) che anche esse siano il frutto,
come le reazioni stesse di cui stiamo parlando, di un puro esercizio
di ragione, e non abbiamo invece, come hanno, la loro radice «nella
natura stessa delle cose», corrispondendo a una «realtà» profonda
che soltanto la tradizione può permettere di raggiungere.
Non ci aspettiamo naturalmente che questa conclusione sia
condivisa dal Di Vona, il quale si è costretto nei confini della
«storiografia» per scelta dichiarata, e in queste condizioni non
poteva far altro che quel che ha fatto: ciò che intendiamo suggerire
è però che l'impressione che il suo libro dà a chi non sia come lui
impastoiato da questi limiti è quella di un lavoro che, in assenza
di essi, il suo autore avrebbe potuto condurre più lontano e più a
fondo, per la stessa «simpatia» per la materia trattata che trapela
dalle sua pagine: malgrado lui stesso, si sarebbe tentati di dire.
Comunque sia, pur essendo l'angolo visuale da cui il Di Vona ha
accostato l'opera di René Guénon quello della filosofia moderna in
una delle sue «specializzazioni» più in voga, quindi totalmente
inadeguato a tale bisogna, ciò che emerge di quest'opera dal suo
esame non è così deformato come quel che molti altri ne hanno saputo
trarre, che si ponevano magari su posizioni più favorevoli in
principio; e, quantunque «morto» dal punto di vista dello spirito
che la anima quando la si avvicini in modo più coerente con la sua
vera natura, questo è veramente il massimo che si poteva ottenere
partendo da simili presupposti.
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