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In René Guénon, Oriente e Occidente, Luni Editrice, pagg. 149-50.
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In René Guénon, Articles et Comptes rendus, Editions
Traditionnelles, Paris 2002.
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Si può qui far notare come quest'ultima
osservazione si opponga formalmente alle pretese di qualsiasi gruppo umano che,
costituitosi secondo queste condizioni negative, voglia anch'esso far credere a
un suo pubblico (afflitto evidentemente dalle lamentevoli limitazioni che
caratterizzano la mentalità occidentale moderna) di far discendere la sua azione
dai contenuti dell'opera di René Guénon.
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In René Guénon, Oriente e
Occidente, Luni Editrice, pagg. 136-7.
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Da quando, su queste pagine, ci si occupa di questioni
«tradizionali», abbiamo constatato una tendenza «divagante» che ora
ci pare diffondersi sempre di più anche in ambienti che, invece, per
la loro natura intrinseca dovrebbero essere capaci di mirare a ben
altri risultati che non siano quelli ai quali intendiamo riferirci
con questo breve scritto; poiché questa tendenza è talvolta messa in
relazione, come altre cose, con l'opera di René Guénon, la quale
sembra nel tempo andare assumendo agli occhi di alcune persone
appartenenti a tali ambienti un'importanza che esse non parevano
attribuirle fino a qualche anno fa, vale la pena che le dedichiamo
qualche breve riflessione.
Si tratta, come ha fra l'altro messo in luce la prima parte
dell'articolo «Confusioni» del nostro collaboratore Pietro
Nutrizio nel n° 94, della propensione a «leggere» l'opera in
questione in chiave preminentemente «politica», vale a dire
premiando la considerazione dei risultati ai quali il tipo di lavoro
proposto dall'opera di Guénon potrebbe portare nel campo del
«reggimento dei popoli», ovvero dei benefici che in questo dominio
si sarebbero potuti trarre (non abbiamo il cuore di dire che si
potrebbero trarre, constatando lo stato per così dire
«terminale» dei fenomeni sociali dai quali siamo circondati) da una
messa in opera corretta dei suggerimenti in essa contenuti e dai
conseguenti sforzi per portarla a termine.
Questo tipo di lettura degli scritti di Guénon, o perlomeno di
alcuni di essi, è secondo noi in netta contraddizione con altri
elementi che tale opera, intesa nella sua globalità, contiene e che,
se intesi correttamente, da questa lettura particolare
dissuaderebbero formalmente; per la quale ragione il modo di vedere
che porta a queste conclusioni di ordine pressoché soltanto sociale
ci appare corrispondere più che altro a una cattiva interpretazione,
se non a un'incomprensione totale, dei fini a cui l'intera opera
tendeva. Ci rendiamo conto che, a tale nostra osservazione critica
sulla mentalità di coloro che sono affetti da simile incomprensione,
chi ne è colpito potrà obiettare che un autore può fare
legittimamente qualsiasi affermazione sulle conseguenze a cui può
portare la lettura dei suoi scritti, ma che questo non significa che
i suoi modi di vedere al riguardo debbano essere obbligatoriamente
condivisi dai lettori della sua opera. Questo è uno stato di cose al
quale non possiamo opporre nulla, se non che per noi una simile
conclusione corrisponde a un sofisma, o per lo meno a uno di quei
paralogismi ai quali è adusa la mentalità «accademica»,
invincibilmente portata a giocare con le parole senza che esse
conducano da nessuna parte; il nostro proprio modo di ragionare, il
quale è insieme logico e «tradizionale» (o forse proprio logico
perché tradizionale) ci porta invece a concludere che se si
condividono i presupposti intellettuali esposti da Guénon, non si
potrà poi fare a meno di approvare le conclusioni che ne derivano,
oppure che, se queste ultime non sono accettate, è implicito che non
siano stati approvati neanche i primi, o, molto più probabilmente,
che essi non siano stati capiti nella loro giusta portata.
A nostro modo di vedere, Guénon non ha scritto per se stesso,
come sono usi fare gli scrittori moderni (egli ha sempre detto,
infatti, di non essere uno «scrittore», nel senso abitualmente
inteso nella moderna mentalità occidentale), ovverosia per emettere
delle «opinioni», o dei pareri che valessero solo per lui; la
dottrina che si esprime nei suoi libri non era (e non è) «la sua»;
essa ha una provenienza «sopra-umana», vale a dire che ha le
caratteristiche dell'impersonalità e dell'universalità (ovvero della
verità, se questa parola significa ancora qualcosa per qualcuno).
Questo significa che per noi è chiaro che René Guénon era - se così
si può dire - in possesso dei princìpi che presiedono a qualunque
conoscenza vera, o che, meglio, la costituiscono (se non fosse così
come avrebbe fatto per prendere la parola, enunciandone per primo la
concezione in un ambiente nel quale la coscienza di essi era del
tutto scomparsa?).
Sennonché, la sua funzione non era affatto quella di «tradurli in
pratica» personalmente quando si trattasse delle loro applicazioni
contingenti, «politiche» o di qualsiasi altro genere; essa era bensì
quella di suscitare in qualcuno (che sapeva esistere) il desiderio
di fare ciò che era necessario affinché costoro, dei princìpi,
entrassero «in possesso» a loro volta, come aveva fatto lui. Tanto
meglio se essi fossero stati compresi nel numero di coloro che, per
la loro posizione, fossero in grado di influire in modo corretto -
ovvero appunto secondo i princìpi - sulla situazione del mondo
moderno. Ma anche se così non fosse stato. ovvero se costoro non
fossero stati «toccati» dalla sua opera, la cosa non avrebbe avuto
poi quella grande importanza, tenuto conto della potenza implicita
nei princìpi stessi, indipendentemente dalla posizione occupata
dagli individui che ne potessero essere il «supporto» e dal loro
ruolo «sociale».
Il punto, leggendo l'opera di Guénon e per evitare l'errore di
cui stiamo parlando, è quindi quello di riuscire a dare, all'inizio
almeno «teoricamente», il significato che il termine «conoscenza» ha
nella «tradizione», che non è affatto quello che esso ha per la
«cultura» moderna, per la quale, per bene che vada, «conoscenza» non
significa altro che «informazione» (è la differenza che esiste tra
«conoscenza» vera ed «erudizione»).
Quelli che R. Guénon propose nella sua opera sono gli elementi
intellettuali che coloro che erano in grado di recepirli dovevano
acquisire perché fosse formata, con il conseguente «lavoro»
necessario, un'«élite» intellettuale che avrebbe influito
invisibilmente su tutto dal «centro», quindi anche sugli «affari del
mondo», e simili elementi non sono per nulla qualcosa da cui avrebbe
potuto essere inferito superficialmente un comportamento «politico»
senza che fossero prima realizzate le condizioni conoscitive dalle
quali si sarebbe dedotta, implicitamente, qualsiasi applicazione sul
piano umano (quindi anche quella dell'organizzazione politica e
sociale di qualsivoglia gruppo umano).
Perché fosse attuato quanto Guénon proponeva, occorreva però non
trascurare quanto egli diceva che bisognava fare, o non fare,
affinché queste condizioni conoscitive fossero realizzate, e a tale
proposito egli affermava che: «[...] per quanto si avesse cura di
provvedere a una selezione rigorosa [nella formazione di una
qualsiasi organizzazione che avesse le caratteristiche esteriori di
una "società" come intesa dai moderni], ben difficile sarebbe
impedire, soprattutto agli inizi e in un ambiente così poco
preparato, l'introdursi di qualche individualità la cui
incomprensione basterebbe da sola a compromettere tutto; ed è
inoltre facilmente prevedibile che gruppi del genere rischierebbero
di lasciarsi sedurre dalla prospettiva di un'azione sociale
immediata, fors'anche addirittura politica nel senso più ristretto
della parola, e questa sarebbe certo la più pericolosa di tutte le
eventualità, la più contraria al fini che ci si propone»
(1).
Questo pericolo, di un'infiltrazione, cioè, di elementi che con
la loro incomprensione comprometterebbero tutto il lavoro proposto
da Guénon, incominciandolo dalla considerazione dei risultati finali
invece che da quella dei presupposti iniziali da «realizzare»
preventivamente (vale a dire incominciando da quelli che dovrebbero
essere considerati risultati «esteriori», invece che dai loro
presupposti «interiori») è, fra gli altri, quello che fu
rappresentato emblematicamente dalle tendenze che si manifestarono
incondizionatamente, in Italia, in Julius Evola, e a questo
proposito si confronti, quanto detto, con il seguente estratto da
una recensione di Guénon dell'aprile 1936 («Etudes
Traditionnelles»); il libro recensito era: G. Cavallucci,
L'intelligenza come forza rivoluzionaria (2):
«È singolare constatare come il termine "rivoluzionario" abbia
assunto attualmente, in Italia, in senso quali diametralmente
opposto a quello che aveva sempre avuto e che ancora ha da tutte le
altre parti, a un punto tale che certuni giungono perfino ad
attribuirlo a idee di restaurazione tradizionale; se non se ne fosse
preavvertiti, si comprenderebbe certo assai male un titolo come
quello del presente libro. Ciò che esso contiene di interessante dal
nostro punto di vista non è, sia chiaro, quel che si riferisce più o
meno alla politica o all'"amministrazione", ma quel che ha attinenza
a questioni di principio; e, prima di ogni altra cosa, ritroviamo in
esso un'ottima critica della concezione moderna
dell'"intellettuale", il quale non ha certo niente in comune con la
vera intellettualità. A questa concezione esclusivamente profana,
razionalistica e democratica, viene opposta quella del "saggio"
antico, rivestito di un carattere sacro nel senso rigoroso della
parola, e la cui collocazione, nell'organizzazione sociale,
dev'essere propriamente al "centro"; questo è espressamente
dichiarato dall'autore, ma forse questi non ne trae abbastanza
chiaramente la conseguenza, ossia che da costì il "saggio" la sua
influenza la esercita mediante una sorta di "azione di presenza",
senza che abbia affatto da immischiarsi in attività più o meno
esteriori. Comunque sia, è proprio questo ruolo e questo
carattere del "saggio" che si tratterebbe effettivamente di
ristabilire; sennonché, sfortunatamente, quando si passa [qui si
tratta di una critica che René Guénon fa all'autore dello scritto] a
esaminare la possibile applicazione, si riscontra una strana
sproporzione tra questo risultato e i mezzi proposti per ottenerlo;
ci sembra che si rischi fortemente di ricadere di fatto nel campo
della pseudo-intellettualità, quando si scenda fino a prendere in
considerazione la "cultura" universitaria, la quale della
pseudo-intellettualità è il tipo più compiuto; oppure, quando si
voglia invece assicurare realmente ai soli rappresentanti della vera
intellettualità, o, che è la stessa cosa, della spiritualità pura,
il loro posto al vertice della gerarchia, non ci sarà da temere che
tale posto rimanga vuoto? L'autore riconosce che al presente esso
vuoto lo è, e pone a tal proposito il problema dell'"élite"
spirituale, ma in una maniera che non fa che troppo vedere quanto
sia difficile risolverlo nella attuali condizioni [1936!]: come non
sarà difficile capire, dopo le considerazioni da noi espresse di
recente, la formazione dell'"élite" non può essere una
semplice questione di "istruzione", quand'anche "integrale"; e
inoltre, anche supponendo questa "élite" costituita, non la
vediamo certo raggrupparsi in un'"accademia", o in qualsiasi
altra istituzione che si esponga similmente agli occhi del pubblico;
con questi modi di pensare, eccoci, ohimé! ben lontani dal "centro"
che governa invisibilmente ogni cosa...» [i corsivi sono nostri]
(3).
In questo caso è la differenza che c'è tra l'istruzione
accademica e la conoscenza iniziatica. E per tornare alla questione
della «politica» da cui siamo partiti, non si tratta, per l'opera di
Guénon, né di «destra» né di «sinistra», secondo la terminologia
«sociologica» corrente, punti di vista moderni che si equivalgono
perfettamente, ponendosi sullo stesso piano «profano»; ma di
«interno» o di «esterno». L'attività che si esplica dall'interno è
efficace, quella che si situa unicamente all'esterno, le sue
produzioni non potranno mai essere se non sterili e vane, perché
esse saranno sempre omogenee con la «corrente delle forme», la quale
sfugge alla presa delle facoltà modificatrici esteriori dell'uomo.
Concludendo in modo un po' crudo, il lettore che dall'opera di
Guénon è portato solo, o principalmente, a trarre conclusioni di
tipo «politico», non è uno dei destinatari ai quali l'opera era
indirizzata elettivamente, e l'esempio più palese di un simile
lettore è ancora Evola, al quale fu preclusa l'idea di una
conoscenza disinteressata, ossia non condizionata da ragioni
contingenti; anche se non si può dire di lui che fosse un
«universitario», pur se gli autori di dubbio valore da lui spesso
citati, e le sue tecniche di riferimento, ricordano da vicino gli
«universitari» in senso proprio. Ci si potrebbe ancora chiedere
perché Guénon un po' dappertutto, ma soprattutto in Oriente e
Occidente, abbia allora attirato l'attenzione dei suoi lettori
anche sui benefici da attendersi nel campo «sociale» da
un'«attività» consistente nell'acquisizione dei princìpi; la
risposta la dà egli stesso, se si sa leggere:
«Certamente coloro che intraprendessero un'opera come quella di
cui stiamo parlando non dovrebbero aspettarsi di ottenere
immediatamente risultati appariscenti; il loro lavoro, tuttavia, non
sarebbe meno reale ed efficace per questo; e pur non avendo nessuna
speranza di vederne mai il frutto esteriore, essi non mancherebbero
di ottenerne personalmente ben altre soddisfazioni, e inapprezzabili
benefici. Non c'è anzi comune misura tra risultati di un lavoro
squisitamente interiore, e della più elevata natura, e tutto ciò che
può essere ottenuto nella sfera delle contingenze; se gli
Occidentali la pensano diversamente, rovesciando anche in questo
caso i rapporti naturali, la ragione di ciò è che essi non sanno
elevarsi al di sopra delle cose sensibili; è sempre molto comodo
sminuire il valore di ciò che non si conosce e, quando si è incapaci
di afferrarlo, è anche il mezzo migliore per consolarsi della
propria impotenza; ed è per di più un mezzo alla portata di tutti.
Ma, si dirà forse a questo punto, se le cose stanno in tal
modo, e se in fondo questo lavoro interiore con cui bisogna
cominciare è il solo che sia veramente essenziale, perché
preoccuparsi d'altro? Il fatto è che, se le contingenze sono
senza dubbio soltanto secondarie, esse tuttavia esistono, e poiché
viviamo nel mondo manifestato, non possiamo disinteressarci
completamente di esso; d'altra parte, giacché tutto deve derivare
dai princìpi, il resto può essere ottenuto per così dire "in
sovrappiù", e si avrebbe del tutto torto a precludersi questa
possibilità. Esiste però, di ciò, un'altra ragione, che si
riferisce più particolarmente alle condizioni attuali della
mentalità occidentale: date dunque queste condizioni, vi sarebbero
ben poche probabilità di interessare, sia pur soltanto la possibile
élite (intendiamo riferirci a coloro che possiedono le
attitudini intellettuali richieste, ma non sviluppate), a una
realizzazione destinata a restare puramente interiore, o che, per lo
meno, le si presentasse sotto questo unico aspetto; molto più
facilmente si può invece suscitare il suo interesse facendo presente
che tale realizzazione deve produrre, se non altro in un lontano
futuro, risultati anche esteriori; ciò che, del resto, non è se non
la pura verità. Benché lo scopo sia sempre il medesimo, diverse
sono le vie per raggiungerlo, o piuttosto per accostarglisi, giacché
quando si giunga nella sfera trascendente della metafisica ogni
differenza scompare; fra tutte queste vie è necessario scegliere
quella che meglio si adatta agli individui ai quali ci si rivolge»
[i corsivi sono nostri] (4).
Non ci sembra che sia possibile esprimere in modo più chiaro
quali fossero gli intendimenti di Guénon nella redazione della sua
opera; e, insieme, quale fosse la via scelta dalla sapienza
tradizionale per portare qualcuno a desiderare di realizzarli.
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