a cura di Heredom |
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La dottrina che si cela nei riti e i simboli massonici - I parte
Il rito della «Catena d'unione»
La dottrina che si cela nei riti e i simboli massonici - I parte
Il rito della «Catena d'unione»
Franco Peregrino
«O voi ch'avete l'intelletti sani,
mirate la dottrina che s'asconde sotto 'l velame de li versi strani»
Inf., IX, 61-63
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Possiamo segnalare a questo proposito un’osservazione di René Guénon, riguardo
la Massoneria, che prendiamo dalla sua corrispondenza: riferendosi a una frase
contenuta nei rituali massonici inglesi, «...That I may travel in foreign
countries», l’autore sottolinea che i «paesi stranieri» in questione
rappresentano gli «altri mondi», gli stati che si trovano al di là della sfera
sensibile.
René Guénon, Introduzione generale allo
studio delle dottrine indù, Adelphi, pag. 93.
René Guénon, cit., pag. 94.
A proposito dei livelli di «lettura» che permettono sia tutti i testi sacri, sia
quelli puramente iniziatici, si veda René Guénon, Iniziazione e realizzazione
spirituale,, cap. V..
René Guénon, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, cit.,
pp. 94-5.
Citato in J. Boucher, La Symbolique Maçonnique, p. 337.
Una modalità alquanto suggestiva è la seguente: immediatamente dopo la
chiusura dei lavori, si confina il neofita «fra le colonne» e da tale posizione
marginale egli assiste alla formazione della catena; la stessa si apre quindi
verso Occidente, in modo che il nuovo iniziato possa, varcando la soglia,
integrarsi in essa; così facendo la catena torna a serrarsi con forza e vigore,
dopo aver assimilato in maniera pressoché organica il nuovo anello.
Vedere S. Farina, Rituali A.L.A.M., pp. 21-2. A questo pro-posito è bene
ricordare che in tale anno, più precisamente il 26 di giugno, a seguito di uno
scisma avvenuto in seno alla Gran Loggia di Francia, nacque il Grande Oriente di
Francia.
«El símbolo y el rito masónico de la cadena de unión», nella rivista
Symbolos n. 3, 1992, pp. 14-5.
René Guénon, Études sur la Franc-Maçonnerie et le Compa-gnonnage, T. II,
p. 165.
Non possiamo fare a meno di sottolineare l’inadeguatezza dello strumento scelto
per sostituire la perdita di quella «invocazione» che probabilmente possedevano
gli antichi massoni operativi; in effetti, quando l’«invocazione» è di
derivazione puramente iniziatica, e nel caso in questione non può essere
altrimenti, la stessa, lungi da assomigliare a una «preghiera», assume
caratteristiche tecniche tali da renderla un caso particolare di «incantazione»,
e vedremo più avanti l’importanza che riveste una tale distinzione; per il
momento, e al fine di evitare confusioni, diremo inoltre che l’«invocazione»,
come qui la intendiamo, rappresenta un mezzo attraverso il quale l’«invocatore»
cerca di attivare in se stesso il «ricordo» o la «memoria» di qualcosa che in
nessun modo può essere considerato esteriore a chi compie questo rito. A
proposito della distinzione fra «preghiera» e «incantazione» René Guénon scrive
in Considerazioni sull’iniziazione (cap. XXIV): «L’incantazione di cui parliamo,
contrariamente alla preghiera, non è per nulla una domanda, e anzi non
presuppone neppure l’esistenza di qualcosa d’esteriore (ciò che invece
presuppone qualsiasi domanda), in quanto l’esteriorità non si può concepire se
non in rapporto all’individuo, che qui si tratta appunto di superare; l’incantazione
è un’aspirazione dell’essere verso l’Universale, con lo scopo di ottenere
quella che potremmo chiamare, in un linguaggio dall’apparenza un po’
“teologica”, una grazia spirituale, vale a dire una illuminazione interiore,
che naturalmente potrà essere più o meno completa secondo i casi. L’azione
dell’influenza spirituale deve essere qui intesa allo stato puro, se così ci si
può esprimere; invece di cercare di farla discendere su di lui, come nel caso
della preghiera, l’essere tende al contrario a elevarsi a essa. L’incantazione,
la quale resta in tal modo definita come un’operazione in linea di principio del
tutto interiore, può tuttavia, in un grande numero di casi, trovare
un’espressione e un «supporto» esteriore in parole o gesti che costituiscono
determinati riti iniziatici, come il mantra nella tradizione indù o il dhikr in
quella islamica, e devono essere considerati capaci di determinare delle
vibrazioni ritmiche che hanno una ripercussione attraverso un campo più o meno
esteso nella serie indefinita degli stati dell’essere. Per quanto il risultato
effettivamente ottenuto possa essere più o meno completo, come già abbiamo
detto, lo scopo finale da raggiungere è sempre la realizzazione in sé
dell’“Uomo Universale”...». È chiaro, secondo ciò che abbiamo or ora citato, che
ciò che distingue «interiormente» l’incantazione dalla preghiera è
l’intenzione che la muove, la finalità perseguita; nello stesso modo, sarà
sempre tale finalità che determinerà la notevole differenza che in entrambi i
casi presentano «esteriormente» le espressioni rituali. L’«invocazione», da
parte sua, quando non persegue altro scopo che quello che qui si attribuisce
alla incantazione, si differenzia da quest’ultima solo per il fatto che fa uso
esclusivamente dei Nomi divini, anche se esiste inoltre una «invocazione
silenziosa» nel cui caso «il silenzio stesso, che è propriamente uno stato di
non manifestazione, costituisce come una partecipazione o una conformità alla
natura del Principio supremo» (si veda René Guénon, «Silence et solitude», in
Mélanges). D’altra parte, nonostante ciò che taluni possono pensare «dal di
fuori», l’essenza della questione non risiede solamente nel testo
dell’invocazione – che come abbiamo già detto, potrebbe benissimo ridursi ad una
sola parola – ma soprattutto nella «tecnica» particolare di recitazione, che
richiede a sua volta una trasmissione iniziatica regolare, chiaramente
impossibile da ottenere tramite un semplice mezzo scritto. Detto questo, si può
così comprendere che, purtroppo, non basta elevare devotamente il proprio
pensiero al Padre Eterno per giungere a realizzare «la perfezione della
conoscenza metafisica».
I particolari cui facciamo riferimento non possono non trovare riscontro in una
ragione precisa, perché, come dice Guénon, «Qualsiasi rito comporta
necessariamente un significato simbolico in tutti i suoi elementi costitutivi»
(Considerazioni sull’iniziazione, p. 137 dell’edizione Luni). In questo senso,
si potrebbe considerare che il particolare congiungimento delle mani sottolinea
la risoluzione della dualità orizzontale, cioè quella della destra e della
sinistra, ciò che indica l’armonizzazione simbolica delle opposizioni nel piano
umano. L’unione della destra e della sinistra equivale – per Coomaraswamy – ad
attualizzare il «matrimonio» del Cielo (che copre) e della Terra (che
sostiene), facendo risaltare l’azione diretta di un principio superiore nella
risoluzione delle opposizioni. Infine, l’incrociarsi del braccio destro e
sinistro allude all’idea di Giustizia, la quale è il risultato dell’equilibrio
del Rigore (sinistra) con la Misericordia (destra), anteponendo questa a
quello.
Vedere René Guénon, Simboli della Scienza sacra, Adelphi, p. 341.
A proposito del quadro di loggia, segnaliamo l’articolo di Bruno Rovere «Alcune
riflessioni sul Quadro di Loggia», pubblicato nel n. 53 della Rivista di
Studi Tradizionali, Torino. Se diciamo che il quadro di loggia simboleggia
in maniera appropriata il centro, è perché in esso si trovano contenuti
sinteticamente i diversi elementi che «decorano» il tempio, così come il
Principio, o centro della manifestazione, contiene in potenza «tutto quanto è
destinato a svilupparsi e ad apparire ai livelli più diversi della
manifestazione» (Pietro Nutrizio, Rivista di Studi Tradizionali n. 52, p.
33). Ciò si potrà forse comprendere meglio se si considera che la loggia è, di
per sé, una rappresentazione simbolica del Cosmo. Aggiungiamo, d’altra parte,
che la catena d’unione è inoltre riscontrabile raffigurata in forma
quadrangolare, sia sul quadro di loggia sia sulle pareti del tempio; e se in
alcune obbedienze si utilizza in quest’ultimo caso una cordicella che presenta
in genere dodici «lacci d’amore», in altre essa mantiene, invece, la forma
propria di una catena, mentre il riferimento precedente allo Zodiaco viene
indicato con un ugual numero di colonne. Su questo altro aspetto del simbolismo
della catena d’unione, si può consultare René Guénon, Simboli della Scienza
sacra, capp. LXV e LXVI. Per finire, in quei casi in cui il rito della
catena d’unione sia praticato senza prendere come riferimento centrale il quadro
di loggia, il suo significato non viene per ciò alterato, posto che comunque
ogni circonferenza sottintende il punto centrale che la determina.
Considerando il vincolo in tutta la sua estensione, si può dire che esso non
solo collega reciprocamente i vari anelli, ma che, essenzialmente, ricollega
tutti questi con il loro principio comune. Per una più ampia esposizione del
simbolismo del «punto al centro del cerchio», si veda René Guénon, Simboli
della Scienza sacra, cap. VIII, e La Grande Triade, cap. XXIII.
Si confronti con quanto dice Dante Alighieri nella Divina Commedia, Inferno, XXVI, 118-119: «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come
bruti, ma per seguir virtute e canoscenza». A proposito del dovere che ogni
massone ha di sviluppare le virtù cardinali (prudenza, fortezza, temperanza e
giustizia), vale la pena esporre qui un passaggio del Libro M: «Le norme che
regolano la condotta del Massone, dentro e fuori la loggia, sono rappresentate
in una figura geometrica che gli operativi chiamarono “diamante”: si tratta di
un rombo le cui diagonali sono rispettivamente di 8 e 6 moduli. A ciascuno dei
quattro estremi del rombo corrisponde una virtù, e il punto di intersezione
delle diagonali rappresenta la coscienza del Massone. Tali punti devono
regolare la sua condotta in ogni circostanza».
Una volta stabiliti in questo «invariabile mezzo» non vi sarà posto per nessuna
opposizione, perché in questo luogo tutto si risolverà in perfetta armonia ed
equilibrio. Questo stato coincide esattamente con ciò che l’esoterismo estremo
orientale descrive così: «L’uomo superiore non ha più un io proprio; l’uomo
trascendente non ha più un’azione propria: il Saggio non ha neanche più un nome
proprio. Perché è uno con il Tutto» (I Padri del Taoismo, Chuang-tzu,
I-C, Luni, p. 7).
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L’incomprensione che, in generale, manifestano i nostri contemporanei verso
tutto quello che, in un modo o nell’altro, fa parte del dominio tradizionale,
deriva – a nostro modo di vedere – dalla particolare mentalità che essi sono
arrivati ad acquisire, mentalità che denota l’abitudine di attenersi a
considerare quasi esclusivamente l’aspetto esteriore delle cose. Ci spiegheremo
meglio: una tendenza istintiva a circoscrivere la propria attenzione all’interno
dell’ambito sensibile, conduce fatalmente a identificare la realtà intera con
quello che partecipa solo perifericamente a essa – vale a dire con le mere
apparenze, con quanto si trova soggetto in modo percepibile o impercepibile a un
mutamento continuo – e, di conseguenza, a ignorare qualsiasi riferimento capace
di suggerire il legame che di fatto esiste tra la «periferia» e il «centro», tra
il divenire e l’essere; questa incapacità di concepire altri piani di realtà al
di là di quello percepito dai sensi corporei, porta necessariamente ad
accostarsi in modo improprio alle diverse espressioni del mondo tradizionale,
cosa che diviene ancor più evidente quando ciò che si pretende esaminare
concerne la categoria speciale dei simboli e dei riti, i quali, per loro propria
natura, poco o niente hanno a che vedere con la conoscenza discorsiva; di modo
che in pratica tali strumenti – nonostante costituiscano espressioni sensibili
della dottrina e pertanto partecipino al carattere intellettuale della stessa –
non possono far altro che rimanere «muti», o, in altri termini, risultare
inintelligibili e in un certo modo estranei, se non decisamente stravaganti, per
alcuni. Se l’uomo moderno non si trovasse condizionato da questa abitudine
mentale che lo spinge verso i pregiudizi, non ci sarebbe per lui motivo alcuno
per non riuscire a mettere a fuoco in maniera più o meno adeguata, a seconda
delle sue attitudini, la questione del significato dei diversi strumenti
tradizionali: se essi possono apparirgli incomprensibili e persino urtanti, è
solamente perché si riferiscono a modi di conoscenza diversi dai propri, che, al
di sopra della mera descrizione e catalogazione delle apparenze, privilegiano la
ricerca delle cause nascoste da cui quelle discendono, riconoscendo nello stesso
piano sensibile gli indizi significativi di un ordine di realtà sovrasensibile.
Coadiuvanti specifici della conoscenza, che in ambito iniziatico possiamo
qualificare nel suo più alto grado come puramente metafisica, tutti questi
strumenti, e più in particolare i riti e i simboli iniziatici, sono destinati in
definitiva a propiziare il destarsi di un’attività intellettuale capace di
risalire dal mondo delle forme fino alla sfera dei princìpi immutabili e
universali che reggono il divenire (1).
Così è, per esempio, nel caso del simbolo, il quale, costituendo «un mezzo
di espressione meno strettamente limitato del linguaggio usuale, [poiché] esso
suggerisce più che esprimere, è il supporto più indicato per possibilità di
concezioni che le parole non permetterebbero di raggiungere» (2).
Così è nel caso del rito, il quale, indipen-dentemente dal suo carattere
specifico, è pur sempre «un caso particolare di simbolo: si potrebbe dire un
simbolo “agito”, ma purché si veda nel simbolo tutto ciò che esso è realmente e
non solo la sua esteriorità contingente: qui come nello studio dei testi,
occorre saper andare al di là della “lettera” per isolare lo “spirito”» (3).
Per ciò che si riferisce agli scritti dottrinali propriamente detti, è evidente
che essi possono assumere un carattere analogo a quello dei riti e dei simboli,
almeno nel caso dell’iniziato che segue una via di realizzazione, e ciò in virtù
della natura simbolica che necessariamente possiedono tali scritti, per mezzo
della quale diventano un supporto di meditazione idoneo per concepire ciò che in
se stesso rimane sempre inesprimibile e che richiede un proprio sforzo personale
per essere effettivamente realizzato (4).
Insomma, avvalendoci dei diversi mezzi che mette a nostra disposizione una
forma tradiziona-le – sempre che sia completa verso l’alto –, sarà possibile
imparare a vedere le cose in altro modo, cioè non più soltanto attraverso la
miopia del proprio io, ma tali e quali esse sono nella loro più intima natura, e
in questo modo ciò che ci circonda cesserà di costituire un ostacolo che ci
separa dal Principio, per assumere una nuova dimensione che, viceversa, ci
aiuterà ad avvicinarci a esso.
Tuttavia è proprio questo ciò che i nostri contemporanei non sono in grado
di concepire, e d’altronde non potranno mai farlo finché continueranno ad
afferrarsi ostinatamente alla sola «lettera», la quale, in questa prospettiva,
al posto di costituire il mezzo normale per accedere allo «spirito», è venuta a
mutarsi, per essi, in sterile «lettera morta». In effetti basta considerare, per
esempio, che «quando del simbolo non si vede più che la forma esteriore, la sua
ragione d’essere e la sua efficacia attuale sono entrambe scomparse; il simbolo
non è più che un “idolo”, cioè un’immagine vana, e il suo mantenimento è pura
“superstizione”, fintantoché non si trovi qualcuno che sia capace, con la sua
comprensione, di restituirgli parzialmente o integralmente quel che esso ha
perduto o, per lo meno, quel che ormai contiene solo allo stato di possibilità
latente» (5).
Per strano che possa sembrare, quanto abbiamo detto trova applicazione
finanche all’interno delle organizzazioni iniziatiche che oggigiorno sussistono
in Occidente, e ciò perché esse, per varie ragioni, non hanno saputo evitare una
certa intromissione della suddetta mentalità imperante nel mondo «profano»; con
il deplorevole risultato che vi si può riscontrare attualmente la presenza di un
certo numero di iniziati «virtuali» incapaci di darsi una risposta più o meno
profonda della ragion d’essere del proprio patrimonio tradizionale, ammesso che
arrivino a porsi le domande del caso.
Di conseguenza, ed entrando appieno nel tema specifico del nostro articolo,
non deve sorprenderci il fatto che, già diversi anni fa, dalle pagine della
rivista Le Symbolisme, Marius Lepage abbia avuto modo di richiamare l’attenzione
sul rito della catena d’unione, dopo aver constatato come una diffusa
incomprensione di fondo ne avesse determinato la degenerazione a mera pratica
abitudinaria: «Le mani si uniscono ancora – scriveva Lepage – ma il valore di
questo atto ormai non riecheggia più in noi» (6).
Personalmente crediamo che l’avvertimento di Marius Lepage mantenga ancora
tutta la sua attualità, e ciò ci porta a raccogliere la sfida che esso implica,
con la speranza di riuscire a portare, nella misura in cui ciò è possibile, un
po’ di luce su questo particolare aspetto della tradizione muratoria; vorremmo
comunque chiarire fin d’ora che quanto diremo costituirà tutt’al più una sorta
di stimolo teso a far sì che ognuno perseveri nel suo proprio «lavoro»
interiore, fermo restando che solo attraverso uno sforzo personale di
meditazione sarà possibile penetrare il significato più profondo che nasconde il
rito che ci accingiamo ad esaminare (così come, va da sé, qualsiasi altro
elemento del patrimonio tradizionale), significato che non può essere se non
incomparabilmente superiore a quanto sia possibile esprimere direttamente per
mezzo di parole.
Tornando al nostro argomento, ci resta ancora da precisare che le difficoltà
che comporta ci costringono a soffermarci su una prima selezione dei dati
disponibili considerando, seppur brevemente, le diverse modalità di applicazione
che possono prevalere nei diversi ambienti.
Innanzi tutto diremo che la catena di unione si pratica, in generale, alla
chiusura dei lavori di primo grado; ma, mentre in alcune Obbedienze ciò avviene
immediatamente prima di tale chiusura, in altre viene considerata una specie di
sigillo rituale della tenuta e la si pone in pratica dopo la chiusura dei lavori
propriamente detti. C’è chi, invece, la mette in relazione diretta con
l’iniziazione e quindi la inserisce nel momento preciso in cui si concede la
luce simbolica all’iniziando, e infine c’è anche chi si limita a sottolineare
quest’ultimo fatto tramite una modalità adattata specificatamente a questa
circostanza
(7).
Aggiungeremo che nelle Obbedienze latine, in particolare, la si incontra
generalmente collegata alla circolazione della «parola semestrale»; questa
modalità, a quanto pare, fu introdotta dal Grande Oriente di Francia nell’anno
1773 per cercare di evitare ogni possibile interferenza da parte della Gran
Loggia di Francia (8).
Comunque sia, in questo caso ci troviamo verosimilmente di fronte a un tardo
inserimento avvenuto su di una base rituale preesistente. In effetti, è
possibile sostenere ragionevolmente che la catena d’unione abbia origini più
antiche, e in questo senso alcuni autori suppongono che possa risalire al
Compagnonaggio, dove la si conosce con il nome di «catena d’alleanza». Sempre
fra gli antichi operativi è possibile che, secondo quanto sostiene Francisco
Ariza (9), qquesto stesso rito servisse da supporto per il
cadenzarsi collettivo di un’invocazione sacra; l’ipotesi è interessante, giacché
da essa potrebbe svilupparsi tutta una serie di considerazioni attinenti il vero
carattere della antica Massoneria. In ogni modo, quanto meno si può dire che
tale ipotesi non ha in sé niente di impossibile, specialmente se si ricorda che
René Guénon affermò espressamente che «il nome divino invocato più
particolarmente da Abramo fu sempre conservato dalla Massoneria operativa» (10).
PPer conto nostro aggiungeremo che l’accoppiamento di questi due elementi –
catena d’unione e invocazione –, per quanto non possa essere provato, rimane
comunque suggestivo, considerando che esistono altre vie iniziatiche – come
certe turuq islamiche – che eseguono, più o meno analogamente, certe
pratiche collettive di «incantazione». E il fatto che ancora oggi ci siano logge
che, sul supporto della catena di unione, sono solite elevare una sorta di
preghiera al Grande Architetto dell’Universo, potrebbe forse costituire un
ricordo lontano e in un certo modo decaduto di quella ipotetica pratica
operativa (11).
Indipendentemente da queste ed altre divergenze individuabili, che in certi
casi possono essere la prova della presenza di elementi estranei alla forma
rituale, resta in ogni modo un punto fermo, che a nostro parere merita tutta la
nostra attenzione: stiamo parlando della conformazione corporea della catena
d’unione, la quale pare essersi conservata pressoché invariata dovunque. A
questo proposito, sapendo che questo rito è in se stesso una specie di simbolo
«agito», attualizzato in ogni occasione dall’insieme dei partecipanti alla
tornata, ci sembra legittimo considerare che lo studio di un tale supporto
formale possa costituire il cammino più adeguato per avvicinarsi al suo senso
reale e più recondito, senza correre il rischio di sviarsi in un labirinto di
sovrapposizioni di dubbia provenienza.
In conformità, dunque, con quanto abbiamo detto, vediamo quale forma prende
la catena di unione: serbando la reciproca disposizione assunta durante i
«lavori», gli iniziati si riuniscono, formando una specie di cornice circolare
intorno al quadro di loggia; incrociando il braccio destro sul sinistro in modo
da formare una croce di Sant’Andrea, ognuno unisce le proprie mani con quelle
che gli vengono tese da entrambi i lati, di modo che sia sempre una mano destra
a congiungersi con una sinistra, la prima coprendo e la seconda sostenendo
(12).
La figura risultante non presenta «nessuna soluzione di continuità» e sotto
questo aspetto non può che ricordarci, come già disse René Guénon, il segno di
riconoscimento dei pitagorici, il quale, «doveva essere tracciato in modo
continuo». Da ciò si può dedurre chiaramente che essa testimonia in modo
tangibile il legame invisibile che unisce fra loro tutti i membri, passati e
presenti, di una loggia, ma anche da un punto di vista più generale tutti i
massoni sparsi sulla faccia della terra (13).
E se ciò può sembrare ovvio perché evidente, non si deve dimenticare che una
tale evidenza è soprattutto merito della virtù del simbolo; nonostante ciò le
difficoltà riappaiono appena si tenti di stabilire quale sia la natura del
vincolo in questione. Se, come capita la maggior parte delle volte, si pretende
fondarlo esclusivamente su ragioni di carattere morale o sentimentale, l’idea
risultante appare un po’ incolore, e peraltro difficilmente distinguibile da
tutta una moltitudine di altri proponimenti più o meno simili proclamati da ogni
parte; bisogna domandarsi, inoltre, quan-to possa essere consistente tale
interpretazione, visto che i fondamenti indicati si situano completamente
all’interno del dominio individuale e formale che, per definizione, ben sappiamo
essere la sede incontestabile di divisioni e opposizioni.
Viceversa, il solo fatto di ricordare che detto vincolo è in rapporto
diretto con l’iniziazione ricevuta, porta a pensare all’«initium», e con
ciò necessariamente, finisce per affacciarsi l’interrogativo di quale possa
essere il punto di partenza della catena iniziatica: in questo modo ci si
lascerà finalmente dietro il mondo delle apparenze sensibili per volgere lo
sguardo verso la sfera delle idee universali, alla ricerca di un principio
immutabile; per il resto, dovrebbe essere evidente che le cause di una unità,
qualunque essa sia, in seno a ciò che appare come frammentario e mutevole, non
possono risiedere che in un ordine che le sia superiore, vale a dire
sopraindividuale: voler sostenere il contrario equivarrebbe a pretendere che il
superiore provenga dall’inferiore, la qual cosa è manifestamente assurda. In
questo ordine di idee, pertanto, il vincolo che esprime la catena di unione non
può se non considerarsi del tutto trascendente riguardo alle caratteristiche
specifiche che determinano i singoli componenti della stessa, i quali d’altronde
si rinnovano fatalmente con il trascorrere del tempo, senza che con ciò ne sia
alterata minimamente l’essenza del vincolo citato; essendo in se stesso
superiore al tempo e allo spazio, esso dovrà procedere da un’influenza di ordine
spirituale che si trasmette «senza nessuna soluzione di continuità» attraverso
le generazioni.
Ora, nel «simbolo» che stiamo considerando vi è un elemento che, grazie alla
particolare posizione che occupa, verosimilmente conferma questo nostro
riferimento all’universale; per coglierlo chiaramente è necessario immaginarsi
la catena d’unione vista dall’alto: la sua forma sarà approssimativamente quella
di una circonferenza con il centro indicato esplicitamente. Proprio questo
riferimento al centro, inspiegabile in chiave sentimentale-moralista, risulta
invece assai significativo dal punto di vista esoterico; il fatto stesso che sia
il quadro di loggia ciò che segna il centro costituisce una nuova conferma della
nostra interpretazione, poiché, in definitiva, quest’ultimo non è altro che un
simbolo specifico del centro (14).
Così dunque, in questa figura, se il cerchio può rappresentare, come in
effetti fa, l’espressione temporale e dinamica della catena iniziatica, il punto
centrale non può che suggerirne l’origine permanente, analogamente a come in
geometria la circonferenza risulta determinata dal suo centro e così come anche
in ogni individuo tutto l’organismo si mantiene in vita grazie al cuore che,
dalla sua posizione centrale, assicura la continuità della circolazione del
sangue
(15).
La chiave di lettura proposta, basandosi sulla natura spirituale del vincolo
iniziatico, permette, a chiunque riunisca le condizioni necessarie, di
intravedere, almeno teoricamente, l’unità nella molteplicità, e quindi possiamo
dire che ciò testimoni a favore della serietà ed efficacia del concetto
massonico di unione fraterna.
Forse ci si potrà obiettare che in pratica la cosa finisce per non
manifestarsi in maniera ugualmente chiara, tenuto conto del fatto che continuano
a verificarsi situazioni che paiono smentire quanto appena detto. Si rende
necessario, di conseguenza, introdurre una nuova distinzione che tenga conto
della differenza di stato che rivestono i casi estremi del neofita da un lato, e
dell’iniziato effettivo dall’altro: da questo punto di vista non può non
risultare completamente chiaro che l’iniziazione virtuale, di per sé, non basta
per assicurare la «perfetta unione»; in ogni caso, è necessario che ciascuno
assuma un’attitudine decisa a oltrepassare la soglia della virtualità per
avanzare così verso l’unione effettiva. In effetti, tornando alla nostra figura,
anche quando sia possibile dire che i punti distribuiti lungo il perimetro della
circonferenza riflettano, ognuno a suo modo, quella unità che simboleggia il
centro, sia perché si trovano ordinati in funzione di esso, sia perché in ogni
modo è esso stesso a determinarli, ciò non toglie che la coscienza di tale
partecipazione per ciascuno di essi continuerà ad essere puramente virtuale
fintanto che sia il proprio io ciò che continua a filtrare la realtà,
costituendo quest’ultimo una specie di barriera che, restringendo il proprio
orizzonte alle apparenze, impedisce di percepire questa unità che, beninteso,
queste stesse apparenze non smettono di manifestare. Solo dopo aver penetrato la
scorza delle apparenze, cioè la circonferenza, ed essere giunti al termine del
proprio «pellegrinaggio» lungo il raggio invisibile che collega la periferia al
centro, potrà prodursi, in chi persegue la realizzazione iniziatica, questa
trasformazione nel modo di intendere la realtà che giustificherà pienamente il
fatto di poter parlare di unione perfetta.
Rispetto a questo «pellegrinaggio» possiamo aggiungere che, se consideriamo
che il centro costituisce l’unico punto della figura che sia equidistante da
ognuno degli anelli della catena, esso potrà simboleggiare anche, da un altro
punto di vista, il giusto mezzo fra gli estremi; in questo modo, come una
rappresentazione sensibile dell’antico detto «in medio stat virtus»,
vediamo che il rito che stiamo studiando contiene a sua volta un’indicazione ben
precisa allo scopo di perseguire il graduale sviluppo di un contegno virtuoso,
ciò che è tutt’altro che in contrasto con quella ricerca della conoscenza di cui
era questione più sopra (16).
Possiamo dire, di conseguenza, che il rito della catena d’unione non solo ci
indica lo scopo che si deve perseguire, ma ci traccia anche la via che si deve
percorrere per raggiungerlo: seguire la «via di mezzo», che è la via massonica,
comporta dunque lo spogliarsi da ogni vizio o imperfezione, cioè da ogni
illusoria affermazione del proprio ego, per arrivare così a trasformare il nodo
scorsoio, che simboleggia così bene lo stato profano di ignoranza che ci
mantiene prigionieri nella corrente delle forme, in un vero «laccio d’amore»
che, in ultima istanza rappresenta l’unione con quell’«Amor che move il sole e
l’altre stelle» (17).
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