a cura di
Heredom
 

La dottrina che si cela nei riti e i simboli massonici - II parte

Alcune riflessioni sul
«Grado di Compagno»

La dottrina che si cela nei riti e i simboli massonici - II parte

Alcune riflessioni sul
«Grado di Compagno»

 

 

  

 

 

Franco Peregrino

 

 

  1. René Guénon, «Simboli della Scienza Sacra», Adelphi, Cap. 69, pag. 358.
  2. Idem.
  3. René Guénon, Ibidem, Cap. 73, pag. 381.
Se la via massonica venisse considerata, in conformità con quanto può suggerire a prima vista lo stesso «Quadro di Loggia» di «Compagno», come una scala appositamente costruita per consentire a chi sappia servirsene di risalire dalle «tenebre» alla «luce», si capirebbe al volo che l'effettiva presenza di ogni gradino risulta determinante per riuscire nell'intento. In effetti, pur essendo vero che ogni «grado» massonico possiede la sua specifica diversità e la propria completezza, il fatto è che se anche uno solo di essi venisse a mancare - cioè non fosse affrontato nel modo dovuto - ne conseguirebbe un impedimento al prosieguo del «percorso», poiché a ciascuno degli altri verrebbe a sua volta meno qualcosa, stante che nel loro complesso i vari «gradi» si integrano a vicenda. Non è dunque senza qualche stupore che constatiamo una certa tendenza a trattare i contenuti del «grado di Compagno» un po' alla leggera, quasi lo si ritenesse un semplice riempitivo, una sorta di «intermezzo» che viene concesso in attesa di ciò che si giudica il vero «piatto forte». Lì per lì si potrebbe essere portati a pensare che una tale posizione derivi dal fatto che le modalità configuranti l'«aumento di salario» non si dimostrano in grado di colpire l'immaginazione del soggetto con la stessa intensità con cui arrivano evidentemente a farlo sia l'«iniziazione» che l'«elevazione». Ma, anche se questa osservazione in qualche modo non manca il bersaglio, conviene aggiungere senza indugio che essa comunque non basta né a spiegare compiutamente l'atteggiamento mentale di cui si parla né, tanto meno, serve a giustificarlo.
E non basta perché, a guardare con più attenzione, ci si accorge che questo atteggiamento prende le mosse, in realtà, da un difetto di criterio, che è poi quello di accontentarsi di giudicare delle cose esclusivamente in base alle impressioni che esse possono aver destato nel proprio animo, invece di fare appello a più alte facoltà di discernimento. Chi si comporta in questo modo, in definitiva, non fa che dimostrare una pigrizia intellettuale a cui farebbe bene a reagire per tempo, prima che essa affondi talmente le sue radici da diventare una sorta di seconda natura. E a questo proposito ci sembra che il primo passo da compiere sia quello di avere sempre a mente che niente di quanto avviene in Loggia può essere visto come insignificante, dal momento che in essa ogni cosa deve necessariamente corrispondere a una ben precisa ragion d'essere.
Ciò premesso, si può essere certi che gli insegnamenti non mancano affatto in «Camera di Compagno» e che, né più né meno come in qualsiasi altro «grado» massonico, l'unica vera difficoltà sia quella di saperli trovare. Si badi bene, però, che se in effetti si può parlare di difficoltà, quest'ultima va esclusivamente ricercata nei difetti della propria capacità di comprensione, poiché è in quelli che invero risiede tutto quanto per il momento si interpone a complicare le cose. In linea di massima, si può affermare che chi spera di vedersi offrire un aggregato di nozioni disposte in modo tale da potere essere «incamerate» in tutta comodità sbaglia, poiché, a differenza dell'insegnamento «profano» a cui dimostra così di essere assuefatto, l'insegnamento iniziatico ed esoterico mira sostanzialmente a stimolare l'intuizione del soggetto, allo scopo di muoverlo a comprendere le cose in sé e da se stesso.
Ciò nonostante, quantomeno di fronte a certi punti che sul momento possono apparire più o meno inesplicabili, come quello che fa riferimento ai cinque sensi dell'uomo, è tutto sommato comprensibile che il proprio impegno, soprattutto all'inizio, non sia sufficiente a risolvere in modo soddisfacente la questione, e in conseguenza persista un qualche disorientamento. In questo caso sarà pertanto opportuno trattare l'argomento almeno quanto basta per indicare in quale direzione, a nostro modo di vedere, conviene indirizzare le proprie ricerche ai fini di superare l'impasse.
A tutta prima, va rilevato che l'insegnamento in questione, sollecitando il «Compagno» a studiare di persona i sensi esterni, intende in realtà avviarlo a occuparsi del suo «senso interno», senza di che del resto non avrebbe neppure la possibilità di intraprendere l'esame del modo di operare di quelli, e bisogna inoltre aggiungere che ciò comporta come conseguenza immancabile uno spostamento della propria attenzione dalla sfera esteriore a quella interiore. Solo in questo modo egli potrà divenire consapevole di quelle che sono le condizioni del suo attuale stato di coscienza, dal quale è chiamato ad affrancarsi. Imparerà a diffidare dalle sensazioni, giudizi e sentimenti che possono risvegliare in lui le diverse sollecitazioni esteriori, non appena sia riuscito a verificare in qualche occasione che quelle possono benissimo essere falsate da un qualche disturbo del suo presente modo di essere, e così si occuperà di esercitare il controllo delle reazioni a cui potrebbe essere istintivamente portato. Per la qual cosa, chi, attraverso tale metodo, abbia poco a poco imparato a usare la «bilancia del farmacista», difficilmente si lascerà irretire da non importa cosa venga a cadere sotto i suoi sensi, come invece capita a coloro che, in mancanza di ciò, manifestano un comportamento volubile che li porta a essere un momento allegri e un altro tristi, ora amici e ora nemici; una tale instabilità è indice di uno stato confusionario e dispersivo dal quale deve assolutamente riuscire ad liberarsi chi si trova a formare parte di una organizzazione iniziatica, i cui membri per giunta si riconoscono come «fratelli». Del resto, non è questo proprio ciò che si persegue quando viene richiesto al «Compagno» di imparare a «levigare» quella «pietra» da lui almeno virtualmente già «sgrossata» da «Apprendista» per ricavarne infine una «pietra cubica» che sia in grado «di inserirsi perfettamente nell'Edificio che i Massoni sono chiamati a costruire»?
Ma se lo sforzo di concentrazione che, ripetiamo, l'insegnamento in questione cerca di mettere in moto, non può - come abbiamo accennato - non avere riflessi nella sfera dell'azione, è perché esso agisce nel profondo dell'animo opponendosi a ogni dispersione delle potenze dell'essere e in tal modo svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo dell'intelligenza. Ora, fin tanto che quest'ultima venga esercitata esclusivamente nei confronti degli oggetti dei sensi, la conoscenza che ne deriva, fosse anche la più elevata, cioè quella razionale, non va comunque al di là delle forme e in nessun modo può raggiungere la conoscenza dei princìpi universali, come afferma lo stesso Aristotele. Per andare oltre il «sapere» distintivo occorre, dunque, sbarrare le porte dei sensi e ritrarre tutte le proprie potenze nella «camera segreta del cuore», vale a dire in quel punto simbolico che, per quello che si riferisce all'individuo, tutte le tradizioni, compresa quella Greca, indicano essere la dimora dell'Intelligenza universale, dimora in cui essa risiede per un certo verso allo stato potenziale, come un germe o un grano. Quando, in seguito a un effettivo «spogliamento dei metalli», si giunga a trasferire la propria coscienza fino allo stesso «cuore» del proprio essere, allora si avrà come un germogliare di questo «grano» e si perverrà a stati di coscienza superiori a quello individuale, mercé l'attività diretta di quella Intelligenza, la quale è in definitiva l'unico vero e proprio Conoscitore di tutto il conoscibile. È questa conoscenza, la quale non può essere altro che intuitiva, che a buon diritto può dirsi intellettuale, poiché essa è propriamente «soprarazionale», sebbene ciò - con buona pace dei sostenitori dell'irrazionale - non voglia affatto dire che viene a contrapporsi in un qualsiasi modo alla ragione, della quale, anzi, si serve ogni qualvolta essa si trova a dovere esprimere, in qualche modo e nella misura in cui ciò sia possibile, quelli che sono i risultati della sua attività.
Prima di passare ad altro, vogliamo ancora far notare, a parziale sostegno di queste ultime riflessioni, che quando il «Compagno» si mette all'«ordine» è proprio sul cuore che egli colloca «in forma d'artiglio» la sua mano destra. E che la «parola di passo» del «grado», massonicamente parlando, indica a un tempo un corso d'acqua e grano, entrambi i quali, così collegati, vengono ritenuti emblemi di «abbondanza». A giudicare dal seguente commento relativo a una «istruzione» di fonte anglosassone, quest'«abbondanza» sembra proprio alludere a quell'«intuizione intellettuale» di cui poc'anzi si trattava: «Il Compagno è passato dalle tenebre alla luce; egli è ora, massonicamente, un uomo adulto. Dopo essere salito lungo una scala a chiocciola si trova ora in attesa di accedere alla Camera di Mezzo. Ma l'entrare in questo sacro luogo non vuol dire penetrare semplicemente in una stanza: l'accesso vero e proprio richiede che egli sia in grado di collegare mente e spirito alla ricerca della risoluzione del mistero che viene simboleggiato dalla lettera G. La Massoneria sembra ribadirlo decisamente: "Al punto in cui vi trovate - recita l'«istruzione» -, (ciò che vi occorre) è l'abbondanza per decifrare il mistero e conoscere tutto ciò che un uomo può conoscere del significato di questa lettera, che è un simbolo dell'Altissimo". [...] Beato quel Compagno che, avendo imparato a pronunciare correttamente [la «parola di passo»], nel [passaggio delle acque] riesce a ricevere su di sé per davvero l'"abbondanza" [che gli consente l'accesso alla Camera di Mezzo]».
Ora, così come il richiamo ai cinque sensi dell'uomo si risolve in un tacito rimando a superiori facoltà di cognizione, pure gli altri casi, che si riferiscono rispettivamente agli «Ordini architettonici», ai «Savi» e alle «Scienze e arti liberali», se intesi come altrettanti punti di partenza atti a orientare la propria ricerca, serviranno allora come supporto per elevarsi a verità d'ordine superiore che in effetti ognuno di essi sottintende. E se le cose stanno in questo modo non è certo a causa di qualche imperfezione ma semplicemente perché ciò è quanto si addice a un vero e proprio metodo d'insegnamento iniziatico; d'altronde, basta pensare al particolare modo di trasmissione della «parola sacra» all'interno del primo «grado», per accorgersi che già l'«Apprendista» viene ammonito in proposito, e piuttosto apertamente, fin dall'inizio. Perciò, in ottemperanza al precetto che dice «per conoscere veramente le cose bisogna scoprirle da sé», ci asterremo qui da ulteriori precisazioni, contenendoci a segnalare soltanto che il numero dei dati che compongono ogni «elenco» non ha una particolare attinenza con tali questioni, ma si trova invece in rapporto con un altro insegnamento simbolico del «grado».
Infatti, bisogna tener conto che ognuno dei tre «gradi» della Massoneria simbolica è contrassegnato da un numero peculiare che, indicando l'«età» simbolica propria del «grado», si rispecchia un po' dovunque nei vari elementi che di questo fanno parte; tali numeri devono essere intesi peraltro nel modo richiesto dalla scienza tradizionale dei numeri, cioè, interpretati in senso analogico e simbolico. Nel caso del cinque, numero caratteristico della «Camera di Compagno», notiamo, seguendo Plutarco -ma senza scostarci affatto da quanto insegna sia il modo di «bussare» come la «batteria», i «passi» e il «toccamento» propri del «grado» -, che esso nasce dall'unione del due, primo numero pari o «femminile», con il tre, primo numero dispari o «maschile»; in questo modo non vi sono difficoltà a comprendere che sostanzialmente esso rappresenta l'idea di armonia, dal momento che quest'ultima in effetti risulta dalla fusione degli opposti o, per meglio dire, da quelli che ci appaiono tali pur essendo in realtà complementari, e appunto per ciò il cinque era ritenuto dai Pitagorici un «numero nuziale». Ciò che viene rammentato per questa via al «Compagno» è, dunque, il compito di realizzare in se stesso l'unità, per cui egli dovrà combattere in sé l'insorgere di tutte quelle spinte disordinate e centrifughe che a essa si contrappongono; la quale unità va inseguita innanzi tutto nel campo del pensiero, da dove, man mano, discenderà anche su quello dell'azione, poiché è evidente che è la qualità della mentalità a determinare il comportamento. In altri termini, egli viene esortato a portare a compimento lo sviluppo di tutte le potenzialità implicite nella natura umana al fine di essere in grado poi di accedere al mondo intellettuale, ed è anche e soprattutto mirando a questo sviluppo che il «Compagno» viene chiamato a inserirsi attivamente nell'opera collettiva della Loggia.
In quale direzione, poi, egli debba muoversi per adempiere lo scopo così prefigurato è cosa che traspare dai «passi» di questo «grado»: in effetti, il percorso rituale del «Compagno» vuole che egli si sposti verso «Mezzogiorno» e, subito dopo, riprenda il suo asse originario, vale a dire quello equinoziale. Ora, nella corrispondenza analogica del ciclo diurno con quello annuale, il «Mezzogiorno» equivale al solstizio d'estate, cioè al segno zodiacale del Cancro che, rammentiamo, i greci ponevano in relazione con la «porta degli uomini»; questo segno, astrologicamente parlando, viene rappresentato da un germoglio in stato di semisviluppo, ciò che sta a indicare uno stato in qualche modo intermedio, il quale, nell'uomo, corrisponde precisamente all'àmbito psichico o sottile. Il «Compagno» deve quindi occuparsi in questa fase del processo iniziatico di contrappesare la propria componente sottile senza mai perdere di vista che è proprio qui che in definitiva hanno origine le disarmonie, per cui bisogna ritenere che la cosa migliore sia quella di darsi da fare per sciogliere al più presto tali difficoltà e passare oltre, come del resto viene indicato dal procedere dei «passi» del «grado».
Abbiamo accennato precedentemente a un certo rapporto che è possibile stabilire analogicamente tra i vari «gradi» della via iniziatica massonica e quelle che vengono considerate le età della vita umana: nel «Convivio» di Dante troviamo determinate osservazioni concernenti la «gioventù», o seconda «età», che, in effetti, calzano a pennello - a nostro modo di vedere - con il «grado di Compagno», per cui forse potrà essere di qualche profitto presentarne qui un breve riassunto. Dante sostiene che in questa «età» il compito fondamentale sia quello di ricercare la propria perfezione e, a questo proposito, ritiene necessario sviluppare cinque «virtù»: temperanza, fortezza, fratellanza, cortesia e lealtà; temperanza e fortezza per essere in grado di padroneggiare i propri appetiti disordinati; fratellanza, poiché conviene a chi è situato nel «mezzogiorno» della vita guardare «di retro e dinanzi», e amare i suoi maggiori, dai quali ha ricevuto dottrina, ma anche i suoi minori, verso i quali è tenuto a impartire i suoi benefici ammonimenti; cortesia, la quale conviene sviluppare massimamente in questo periodo, dal momento che se così non fosse la sua mancanza rappresenterebbe un ostacolo irreparabile per raggiungere poi la perfezione propria della terza «età»; lo stesso discorso vale per la lealtà - che vuol dire seguire e mettere in pratica quello che le leggi dicono -, poiché, se è vero che nell'«età» precedente i falli vengono considerati con una certa indulgenza, in quella successiva, ormai, non tanto di seguire la regola si tratta quanto di essere giusti. Tali sono, per Dante, le condizioni necessarie per accedere effettivamente a quell'altra perfezione che è attributo della «maturità», e per la quale si diviene capace di illuminare gli altri.
Ora, dato che nei «catechismi» di secondo «grado», alla domanda «Siete Compagno?» segue la dichiarazione: «Ho visto la Stella fiammeggiante», la quale, secondo un antico rituale, «è il simbolo del Massone risplendente di luce in mezzo alle tenebre», si potrebbe essere indotti a pensare che la funzione «illuminatrice» sia da attribuire al «Compagno», in contrasto con quanto prima riportato. Ma così non è, poiché quest'ultimo non è ancora l'«uomo rigenerato»; nel suo processo di rigenerazione il «Compagno» ha, sì, raggiunto un grado di sviluppo che lo ha portato - almeno virtualmente - ad avvicinarsi alla «Luce», cioè a vedere la «Stella fiammeggiante», ma ciò non vuol dire che egli si sia identificato con essa. Si noti che nell'«aumento di salario» la «Stella fiammeggiante» viene accesa soltanto dopo che l'«iniziando» ha concluso il suo quinto e ultimo «viaggio»; e, specie se si tiene conto che questi «viaggi» raffigurano un'ascesa lungo una scala a chiocciola, dove «colui che sale non vede il successivo gradino né conosce ciò che si nasconde dietro la svolta», bisogna per intanto concludere che fino a quando non si sia raggiunta effettivamente la perfezione del «grado» la «Stella fiammeggiante» rimane impercettibile, e che tale perfezionamento in qualche modo preannunzia, sia pure virtualmente, il «grado di Maestro».
D'altra parte è detto che il «fiammeggiare» della «Stella» allude «al risveglio del "fuoco" nell'iniziato», e si sa che il fuoco si manifesta non soltanto come luce ma anche come calore. Anzi, luce e calore, come rileva René Guénon, «si trovano per così dire, nella loro manifestazione, in ragione inversa l'una rispetto dell'altro; ed è noto che, anche dal semplice punto di vista della fisica, una fiamma è effettivamente tanto più calda quanto meno è luminosa» (1). Nell'iniziato, questo «calore» è il risultato dell'azione di quel «fuoco interiore» che, bruciando le sue «scorze», consuma tutto ciò che in lui è d'ostacolo a una realizzazione spirituale, per cui si deve ritenere che solo dopo un certo grado di «purificazione» gli sarà possibile percepire anche la «Luce». Ora, nel caso dell'uomo è possibile individuare qualcosa di analogo ai due aspetti complementari del fuoco, come sostiene Guénon nel prosieguo del brano citato: «Allo stesso modo, il sentimento è in verità un calore senza luce [per questo gli antichi raffiguravano cieco l'amore], e si può trovare [in esso] anche una luce senza calore, quella della ragione, che non è altro che una luce riflessa, fredda come la luce lunare che la simboleggia. Nell'ordine dei princìpi, invece, i due aspetti si riuniscono e si congiungono indissolubilmente, come tutti i complementari; così è dunque dell'intelligenza pura, che appartiene propriamente a quest'ordine principiale [...]. Il fuoco che si trova al centro dell'essere è appunto sia luce sia calore, ma se si vogliono tradurre questi due termini con intelligenza e amore, per quanto in fondo siano solo due aspetti inseparabili di una sola e identica cosa, perché tale traduzione sia accettabile e legittima, si dovrà aggiungere che l'amore in questione è altrettanto diverso dal sentimento cui si dà lo stesso nome quanto l'intelligenza pura è diversa dalla ragione» (2).
È da notare come queste considerazioni ci abbiano ricondotto, in definitiva, a quella stessa «conoscenza del cuore» a cui eravamo già approdati nel corso della nostra disamina della questione dei «cinque sensi dell'uomo». Si potrebbe ancora aggiungere a questo proposito che, secondo quanto sta a testimoniare un rituale del 1735, anticamente la «Stella fiammeggiante» segnava il «Centro» del «Pavimento di Loggia», la qual cosa, fatte le dovute trasposizioni sul piano individuale umano, costituisce un'ulteriore conferma della congruità di questa lettura. Inoltre, la distinzione tra luce e calore e le considerazioni che ne abbiamo derivato trovano in qualche modo riscontro in certi testi antichi, nei quali viene sostenuto che «il Centro da cui proviene la vera Luce» è quella «lettera G» che si trova all'interno della «Stella fiammeggiante»; questa indicazione permette di capire perché, in quegli stessi «catechismi» a cui avevamo fatto riferimento prima, alla seconda domanda, «Perché vi siete fatto ricevere Compagno?», l'unica risposta ammessa sia: «Per conoscere la lettera G». La terza domanda, riferita al significato di tale «lettera», riceve, successivamente, due risposte, la prima delle quali è: «La Geometria, cioè la quinta scienza», e la seconda: «Il Grande Geometra dell'Universo»; è molto probabile che, come riporta un testo del 1745 («L'Ordre des Francs-Maçons trahi»), le risposte convengano in realtà a «gradi» diversi, una a quello di «Compagno» e l'altra, con le modifiche del caso, a quello di «Maestro». Comunque sia, e indipendentemente dalle suddette risposte, le quali a nostro modo di vedere riflettono due visioni complementari corrispondenti a due piani diversi di approfondimento della realtà, resta il fatto che in genere si reputa che la «lettera G» sia una «lettera sostituita», venuta a prendere il posto di uno iod ebraico. In effetti, bisogna ammettere che lo iod si presta in modo molto efficace a raffigurare quel «Centro da cui proviene la vera Luce», dal momento che «Lo iod è la più piccola di tutte le lettere dell'alfabeto ebraico, e tuttavia da esso derivano le forme di tutte le altre lettere. A questo duplice aspetto si ricollega d'altronde il duplice senso geroglifico dello iod, come "principio" e come "germe": nel mondo superiore, è il principio che contiene tutte le cose; nel mondo inferiore, è il germe, che è contenuto in tutte le cose» (3).
Chiudiamo qui queste nostre note riguardanti alcuni punti propri del simbolismo del «grado di Compagno», non senza però ripetere un'altra volta che, se ci siamo soffermati a rilevare il filo conduttore che in esso ricollega ogni cosa, a cominciare dalla «parola di passo» che ne consente l'accesso fino ad arrivare a quella «lettera G» che ne rappresenta il termine, è stato soprattutto con il proposito di apportare uno spunto che ci auguriamo possa aiutare ad affrontare gli insegnamenti iniziatici di questo «grado» nel modo dovuto, e cioè come qualcosa che per mezzo del proprio lavoro interiore va effettivamente realizzato, se non si vuole restare indefinitamente fermi sulla soglia di una via iniziatica a cui sicuramente per ben più alti scopi si ha avuto la singolare opportunità di venire «chiamati».