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Heredom
 

La dottrina che si cela nei riti e i simboli massonici - III parte

La leggenda di Hiram

La dottrina che si cela nei riti e i simboli massonici - III parte

La leggenda di Hiram

 

 

 

 

Franco Peregrino

 

 

  1. «Il significato di tutto ciò [l’inesprimibile] è stato molto spesso frainteso, quasi volesse dire che esistono delle cose taciute di proposito a coloro che devono dipendere da dei mezzi, o persino che tali mezzi sono loro offerti nell’intento di mantenerli nell’ignoranza; esistono alcuni che vorrebbero una sorta di istruzione obbligatoria universale nei misteri, ritenendo che un mistero non sia che un segreto comunicabile, per quanto finora taciuto, e non sia per niente diverso dai temi dell’istruzione profana. Lungi dall’essere così, il fatto di non poter essere comunicato ma solo realizzato appartiene all’essenza del mistero, e sopratutto del mysterium magnum: tutto ciò che di esso è possibile comunicare sono i suoi supporti esteriori o le sue espressioni simboliche; ognuno deve compiere la Grande Opera da se stesso». (Ananda K. Coomaraswamy , «Il Grande Brivido», Ed. Adelphi, pag. 144)
  2. Il pregiudizio che consiste nel considerare il «mito» come se fosse un racconto fantastico, è qualcosa che deriva da un modo di vedere le cose tipicamente profano (che è lo stesso che dire ignorante), e non dovrebbero esserne soggetti coloro che sono ricollegati ad una autentica organizzazione iniziatica. Considerato nel giusto modo, il mito, così come il simbolo, è uno strumento adeguato per giungere a intuire l’inesprimibile. La leggenda di Hiram, da parte sua, si iscrive sicuramente in questa categoria. Vedere, a questo proposito, René Guénon, Considerazioni sull’Iniziazione, cap. XVII.
  3. Quello che si conosce anche come il «Signore dell’eternità», Osiride, «quello dai molti occhi», «Quello che non può essere nominato», rappresenta alla fin fine questo Sole spirituale che mediante la molteplicità dei suoi raggi anima gli esseri particolari. E’ per questo che un inno dedicato a Osiride recita così: «Tu sei il padre e la madre del genere umano, gli uomini vivono grazie al tuo respiro e alla carne del tuo corpo».
  4. Purusha è identico a Prajapati, il «signore degli esseri prodotti». Come Osiride stesso rappresenta quel Sole che «è lo Spirito di tutto ciò che si muove o sta fermo» (cfr. Rig Veda, I, 15, 1. Citato da A. K. Coomaraswamy, Il Grande Brivido, Ed. Adelphi, pag. 444).
  5. «I Padri del Taoismo; Lao-Tzu, Tao-Te-Ching», Luni Ed., cap XXVIII, D, 4-5 (traduzione P. Wieger).
  6. René Guénon, «Simboli della Scienza Sacra», Ed. Adelphi,  pag. 392.
  7. Idem, pag. 260.
  8. «Noi siamo esseri distinti perché creiamo noi stessi la distinzione, la quale non esiste se non nella misura in cui la creiamo; creando questa distinzione, siamo gli elementi del Demiurgo, e, fintantoché siamo esseri distinti, apparteniamo al dominio di questo stesso Demiurgo, il quale è appunto la "Creazione"» (cfr. René Guénon, «Mélanges», pag. 16).
  9. René Guénon, «Simboli della Scienza Sacra», pag. 259. Secondo A.K. Coomaraswamy («Induismo e Buddismo», Rusconi Ed., pag. 16) la parola Deva può essere usata al singolare per indicare Dio e al plurale per indicare gli dei. In quest’ultimo caso, che è anche quello degli angeli e delle idee platoniche (cfr. Dante, «Convivio», II, 4), si può affermare che essi traggono il loro proprio essere dalla partecipazione al Principio, del quale non rappresentano che aspetti o attributi diversi. Ma, quando tale partecipazione è disconosciuta «non resta più che un aspetto puramente negativo, come una sorta d’ombra rovesciata in rapporto a quest’essere stesso». (cfr. René Guénon, «Simboli della Scienza Sacra», pag. 327); e questo è precisamente il caso degli angeli «decaduti», o se si vuole, dei titani o degli asura, cioè delle potenze di illusione. L’ignoranza che porta a considerare l’angelo come un essere separato, comporta che ciò che costituisce un vincolo di unione con il Principio si trasformi in una barriera, assumendo così un aspetto malefico. Pertanto, se «nel caso di Osiride e in quello di Hiram non si tratta più di un sacrificio, almeno esplicitamente, ma di un assassinio (...) questo non cambia nulla essenzialmente, poiché è la medesima cosa considerata sotto due aspetti complementari, come sacrificio sotto l’aspetto "devico", e come assassinio sotto l’aspetto "asurico"» (cfr. René Guénon, Idem, pag. 260).
  10. Apporti che, solo volendolo, si sarebbero potuti moltiplicare facilmente. Come prova di ciò, ci basterà ricordare il mito di Zagreus: cioè di Dioniso, figlio di Giove, che fu assassinato ed anche lui smembrato dai titani; qui sarà Demetra, sua madre, che ricostituirà il suo corpo per farlo tornare in vita. Curiosamente questa tradizione attribuisce l’origine del melograno al sangue di Dionisio, e il melograno non è che un modo figurato di riferirsi alla generazione degli esseri particolari. Similmente, negli scritti attribuiti a Ermete, si può trovare un’indicazione che va nella stessa direzione: «Le anime provengono per così dire dallo spezzettamento di un’unica Anima Totale» (cfr. Lib. X, 7. Citato da A.K.Coomaraswamy, «Induismo e Buddismo», pag. 30). L’universalità del modello non può escludere gli antichi romani fra i quali troviamo una tradizione riferita a Romolo, secondo la quale il mitico Re di Roma fu fatto a pezzi dai senatori, i quali poi sotterrarono i numerosi frammenti del suo corpo. Anche nell’America precolombiana incontriamo altre varianti dello stesso modello come, per esempio, fra gli Aztechi: questi osservavano la tradizione rituale di «sacrificare», durante il solstizio d’inverno, il corpo del dio Huitzilopochtli - composto da un impasto di vari tipi di semi - dalla cui frammentazione poi si nutrivano coloro che partecipavano al rito, al fine di divenire simili al dio.
  11. René Guénon, «Considerazioni sull’Iniziazione», Luni Ed, pagg. 299-300.
  12. I dati riguardanti il tempio indù sono stati estratti dall’opera di Stella Kramisch, «Il Tempio Indù», Luni Ed., la cui lettura ci permettiamo di consigliare a tutti coloro che sono interessati ad approfondire questo argomento.
  13. Ananda K. Coomaraswamy, «Il Grande Brivido», pagg. 5-7.
  14. Pietro Nutrizio, «"La porta stretta" e "La cruna dell’ago": studio su un aspetto particolare del simbolismo costruttivo», in Rivista di Studi Tradizionali, Torino, nº 80, pag. 200.
  15. Vedere a questo proposito, René Guénon, «Considerazioni sull’Iniziazione», pag. 180.
  16. René Guénon, «La Metafísica Orientale», in Rivista di Studi Tradizionali, Torino, n° 44 pag. 18.
  17. Ananda K. Coomaraswamy, «Induismo e Buddismo», pag. 40.
  18. «In questa guerra fra la Divinità e il Titano che ormai si svolge in noi, per cui siamo in "guerra con noi stessi", la sua vittoria e la sua risurrezione saranno ugualmente le nostre, ma a una condizione: se sapremo chi noi siamo» (cfr. A. K. Coomaraswamy, «Induismo e Buddismo», pag.20). Il rituale stesso mette in relazione i «cattivi compagni» con quell’ignoranza, fanatismo e ambizione che costituiscono gli errori che portiamo in noi e contro i quali veniamo esortati a combattere. In fondo si tratta della stessa esortazione che gli antichi Greci avevano scolpito nel Tempio di Apollo: «Conosci te stesso». Conoscenza che è essenzialmente spirituale e «la sua realizzazione, o la realizzazione dell’essere stesso, è simile alla formazione del mondo (...) Si comprende così perché certe scienze possono descrivere la reale conoscenza sotto le apparenze di tale formazione» (cfr. René Guénon, «Mélanges», pag. 56, traduzione italiana in Rivista di Studi Tradizionali n° 23 pag. 69).
  19. «Quando l’ignoranza, che è la radice e la causa di ogni limitazione, scompare, l’individualità, che dalle sue limitazioni è caratterizzata, scompare a sua volta» (cfr. René Guénon, «Introduzione generale allo studio delle Dottrine Indú», Ed. Studi Tradizionali, pag. 247). In altre parole, quando togliamo la maschera del nostro io scopriamo il nostro vero essere, che è unico e identico per tutti.
Crediamo sia opportuno chiarire fin dall’inizio, prima di entrare nell’argomento di questo studio, che non ci limiteremo a prendere in considerazione il senso letterale della leggenda di Hiram, poiché ci sembra che così facendo non si riesca a giungere molto lontano. A dire il vero siamo orientati ad indagarne il senso ultimo così come si fa con i simboli, giacché pensiamo che così procedendo, chi persegue la comprensione si vede portato a adottare un’attitudine più aperta, più adeguata alla ricerca, con qualche probabilità di riuscita, della risoluzione della questione; perlomeno, si evita di ignorare, o peggio ancora, criticare immotivatamente, come spesso purtroppo capita di vedere, ciò che per il momento la propria ignoranza non permette di comprendere; un simile atteggiamento predispone inoltre a tornare sulla questione tutte le volte necessarie per risolvere le difficoltà.
Non c’è dubbio che lo sforzo richiesto per penetrare al di là della scorza comporta, di per sé, determinati benefici di cui si priva colui che si attiene alle mere apparenze; ciò nonostante, questo non vuole dire che di fronte al primo risultato ottenuto in questo senso non sia più necessario continuare con questa attitudine, poiché bisogna tener presente che a partire da qui e fin quando non si sia colto il nocciolo della questione, si inserisce in realtà un lungo cammino. In effetti, fra i due punti si potranno trovare molteplici delucidazioni, corrispondenti ad altrettanti gradi di comprensione, i quali, lungi dall'escludersi reciprocamente, coesisteranno armoniosamente - essendo ciascuno di essi valido al suo proprio livello -, disponendosi come una serie di gradini che permettono di innalzarsi verso la meta; ciò che non deve mai essere perso di vista è il fatto che è proprio la meta ciò che costituisce la ragion d’essere sia di ciascuno dei «gradini», individualmente considerati, sia della stessa «scala» vista nella sua totalità.
Ciò detto, sarebbe sbagliato pensare che con il presente studio si possa esaurire l’argomento fino ad arrivare a rivelare l’essenza stessa della leggenda di Hiram; d’altra parte, sarebbe bene abbandonare l’illusione, ben poco esoterica, che la soluzione di una questione come questa possa provenire dall’esterno, per la semplice ragione che la sua essenza è in realtà inesprimibile (1).
Non mancherà, probabilmente, chi giudicherà perlomeno sorprendente quest’ultima affermazione, abituato com’è a considerare esclusivamente un tipo di conoscenza superficiale, che non va più in là di una mera annotazione mnemonica di dati appresi osservando le cose dall’esterno: non possiamo non far notare che in definitiva questa posizione è in tutto e per tutto identica a quella che caratterizza lo stato di «profano». Al contrario, l’attitudine propria di un iniziato dovrebbe essere del tutto diversa: la conoscenza esoterica, necessitando di una visione che vada al di là di tutte le forme - e servendosi delle stesse come di un trampolino per raggiungere la sua propria finalità -, mai potrà essere confusa con l’erudizione; cogliere il «cuore» del simbolo equivale a identificarsi con il principio che lo «informa», superando la distinzione esteriore soggetto-oggetto, e una conoscenza di questo genere può sorgere unicamente come conseguenza di un lavoro interiore di concentrazione delle proprie potenze nella modalità intellettuale. In fin dei conti, questo studio non pretende di essere altro che una sorta di glossa che, peraltro, esclude a priori buona parte degli elementi che figurano tanto nella leggenda come nello stesso rito di iniziazione. Data l’estrema complessità dell’argomento, abbiamo preferito procedere in questo modo al fine di assicurare una maggior chiarezza alla nostra esposizione; ciò non vuol dire che in futuro non torneremo su qualcuno degli aspetti che qui abbiamo tralasciato per sviluppare le implicazioni, non meno importanti, che essi hanno da altri punti di vista
Esaminando la questione, la prima impressione che si ha è che la leggenda e il rituale di iniziazione si trovino intimamente collegati, al punto di sembrare una sola e medesima cosa. In seguito, nella misura in cui si riesce ad isolare la prima dal secondo e si procede a confrontarli, diviene possibile stabilire una importante differenza: mentre la leggenda pone l’attenzione sulla morte del Maestro Hiram, il rituale, da parte sua, insiste sulla sua resurrezione. Questa constatazione, d’altronde, non smentisce ma piuttosto conferma pienamente la sensazione di indivisibile unità di cui parlavamo, poiché l’una cosa richiede necessariamente l’esistenza dell’altra, in una precisa relazione di complementarità. Inoltre il cuore di tale relazione risiede nella leggenda: in effetti, il rituale non fa altro che riflettere, in un certo modo, un’immagine rovesciata della leggenda, completandola e chiarendone - nella misura del possibile - il senso.
Sapendo che la leggenda di Hiram gioca un ruolo centrale nel grado più elevato della Massoneria simbolica, e considerando che quest’ultima è una delle forme particolari della Iniziazione universale, non sarebbe ragionevole supporre che, a sua volta, tale leggenda possa essere un’espressione particolare - propriamente massonica - di un modello ugualmente universale ? Se così fosse, dovremmo poter trovarne, fra le varie tradizioni presenti ovunque in tutte le epoche, altre versioni analogamente equivalenti; ad ogni modo, confrontando tali versioni si potrebbero scoprire altri elementi capaci di aiutarci ad inquadrare nel modo più adatto la questione di cui ci stiamo occupando. Non c’è dubbio che il caso più conosciuto fra tutti quelli che considereremo è quello del mito di Osiride (2), ripetutamente messo in relazione con la leggenda massonica. In breve: anche qui è questione di un personaggio centrale (Osiride), vittima di omicidio per mano del proprio fratello (Set-Tifone); per cancellare ogni traccia dell’accaduto quest’ultimo smembra la vittima disperdendo ovunque le parti del corpo. In seguito, in quella che sembrerebbe essere una seconda fase del mito, la vedova della vittima, Iside, si preoccupa di rimediare alla sopravvenuta perdita, recuperando, una dopo l’altra, le membra disperse di Osiride, fino a ricostituirne l’unità del corpo.
Invece di continuare a mettere in risalto i punti di contatto di questo mito con la leggenda massonica, cosa che chiunque sia interessato può fare, preferiamo passare oltre e considerare un’altra versione, questa volta tratta dalla tradizione indù, che presenta, inoltre, una stretta affinità con quella di origine egizia che abbiamo appena esaminato (3). Ci riferiamo al mito di Purusha che il Rig-Veda espone in termini capaci di gettare nuova luce sull’enigma che stiamo studiando, fino al punto di permetterci di intravederne la chiave. In effetti, qui non è più questione di omicidio ma di sacrificio, più esattamente dell’archetipo di tutti i sacrifici, il primo in assoluto, quello che i Deva compiono ritualmente «all’inizio di tutti i tempi»; e ciò che è ancora più significativo è che la conseguenza del sacrificio e smembramento della vittima, ossia del Purusha primordiale, è la generazione di tutti gli esseri particolari.
Cosa ugualmente degna di nota, anche qui, così come abbiamo visto accadere nel mito egizio, ad una prima fase di divisione e dispersione ne succede una seconda nella quale si procede alla reintegrazione di Purusha (4). Questo sacrificio compiuto «all’inizio di tutti i tempi» che conduce dall’unità alla molteplicità, non si riferisce forse, simbolicamente, al processo che dà luogo alla manifestazione ? E, seguendo il filo di questo ragionamento, non è altrettanto ragionevole ritenere che la reintegrazione di Purusha, o di Osiride, indica il ritorno alla unità del principio o, in altri termini, che ci parli di una «uscita» dalla molteplicità della manifestazione ? Se fosse effettivamente questo ciò che ci propone il modello universale che abbiamo supposto essere la matrice di queste ed altre formulazioni più o meno analoghe, allora termini come «assassinio», «sacrificio», «smembramento» e «dispersione» smetterebbero di suonare così enigmatici.
Ma continuiamo ad esaminare qualche altro esempio per verificare se è possibile trovare ulteriori conferme a questa ipotesi. Ad esempio, nel linguaggio particolarmente sintetico che è proprio dell’esoterismo estremo orientale, la questione, in luogo di assumere la forma di mito o di leggenda, si pone in termini puramente metafisici: «dall’unità primordiale/ gli esseri molteplici sono usciti per dispersione» (5).
Tornando all’Occidente, è possibile scoprire formulazioni equivalenti, e soprattutto ugualmente sintetiche, fra i Greci presocratici, per esempio in Eraclito, di cui citiamo questo frammento: «Dall’Uno/ tutte le cose/ da tutte le cose/ Uno». Nella stessa tradizione cristiana si possono trovare diversi echi di questo modello primordiale, tanto nei suoi riti come nella dottrina: per esempio «l’immolazione dell’Agnello "fin dal principio del mondo" é in realtà la stessa cosa del sacrificio vedico di Purusha che in apparenza si divide, all’origine della manifestazione, per risiedere contemporaneamente in tutti gli esseri e in tutti i mondi, in modo che, pur rimanendo sempre essenzialmente uno e contenendo tutto principialmente nella sua stessa unità, esso appare esteriormente molteplice» (6).
Da tutto questo possiamo trarre la naturale deduzione che, in generale, i sacrifici rituali presenti in un modo o nell’altro nelle principali forme tradizionali, non essendo altro che espressioni diverse di un medesimo archetipo primordiale adattato ogni volta alla particolare forma cui si rivolge, non fanno che riproporre sul piano intellettuale, costantemente, lo stesso messaggio che qui abbiamo esposto nei termini usati da René Guénon. Di conseguenza, ci sembra che sia superfluo continuare ad esaminare i casi conosciuti di questo genere; senza considerare, inoltre, che sarebbe indubbiamente più vantaggioso, per coloro che sono interessati ad approfondire la propria conoscenza sulle forme tradizionali, che ognuno, per proprio conto, si dedichi a questo lavoro, cosa che, quando si abbia compreso ciò che abbiamo detto in precedenza, non può comportare del resto grandi difficoltà.
C’è ancora un punto, ciò nonostante, sopra il quale vogliamo richiamare l’attenzione: il tema che abbiamo seguito fino ad ora per mezzo di alcune delle sue varianti lo si ritrova anche nella Cabala ebraica, con la differenza che in questa occasione viene proposto non più sotto forma di un assassinio o di un sacrificio, ma si preferisce appellarsi ad un’altra idea, quella di una specie di «disintegrazione» del principio, che qui si chiama Adam Qadmon, «disintegrazione» che ha, d’altra parte, una certa affinità con lo «smembramento» di Osiride e del Purusha, poiché in definitiva si tratta sempre di separare gli elementi che formano un tutto. In effetti, le conseguenze che la Cabala fa discendere da questo «fatto» non differiscono da quelle che già conosciamo, perché, come scrive René Guénon, «è dalla frammentazione del corpo dell’Adam Qadmon che si è formato l’Universo con tutti gli esseri che contiene, di modo che questi ultimi sono quasi particelle di tale corpo, e la loro "reintegrazione" nell’unità appare come la ricostituzione stessa dell’Adam Qadmon. Esso è l’"Uomo Universale", e Purusha, secondo uno dei significati di questa parola, è pure l’"Uomo" per eccellenza; si tratta quindi esattamente della stessa cosa» (7). D’altro canto, se nei miti di Osiride e Purusha, l’omicidio del primo e il sacrificio del secondo, si devono all’intervento di cause apparentemente «esteriori» ad essi stessi, nel caso che stiamo esaminando non è così, poiché si dice che ciò che causa la frammentazione dell’Adam Qadmon è l’«egoismo» (Nahash), ossia, in altre parole, il desiderio dell’esistenza individuale (8); è precisamente questo il punto che ci ha indotto a concludere con questo esempio il repertorio di casi destinati a illustrare l’ipotesi che abbiamo formulato all’inizio.
Il fatto di attribuire all’«egoismo» il carattere di «carnefice» - termine che, in mancanza di uno migliore, impieghiamo per designare indifferentemente il caso dell’omicida e di colui che compie il sacrificio - può solo riferirsi, nel contesto considerato, all'azione che, nel processo di manifestazione dell’Essere, viene introdotta da una potenza di individuazione per mezzo della quale saranno determinati i limiti dell’individuo, con il conseguente risultato di far svanire ogni ricordo, ogni coscienza della propria origine; in altre parole, la nascita dell’individuo comporta necessariamente la sua correlativa «morte» al precedente stato di non-manifestazione: a partire da questo momento l’individuo cade nella più tenebrosa ignoranza - le «tenebre esteriori» -, condizionato com’è da quella potenza di illusione che porta in sé stesso, e non può più percepire ciò che lo circonda se non in modo frammentario e separativo, cosicché tutto gli apparirà come una specie di «campo di battaglia» in cui l’insieme delle imperfezioni che fanno di esso un «qualcuno» lo spingeranno a lottare fanaticamente contro qualsiasi cosa che appare opporsi alla sua ambizione di affermarsi individualmente.
E’ chiaro, d’altronde, che i miti citati si riferiscono, metaforicamente, alla formazione di questo mondo da una prospettiva unitaria, cioè «situandolo» per intero all’interno del Principio stesso fuori dal quale assolutamente niente può esistere se non illusoriamente. E’ per questo che nel mito di Purusha è «lui a compiere il sacrificio pur essendone nello stesso tempo la vittima; e, se si dice che è sacrificato dai Deva, ciò non comporta in realtà alcuna differenza, poiché i Deva non sono in definitiva nient’altro che le "potenze" che egli porta in se stesso» (9). E, quando nel mito egizio si precisa che i «personaggi» della triade sono fratelli, non è questo forse un modo figurato di dire che, anche qui, si sta facendo riferimento ad aspetti diversi di uno stesso principio? In quest’ottica, allora, «il Signore del Tutto», Osiride, sarà contemporaneamente la vittima e il suo proprio «carnefice», adottando per quest’ultimo l’aspetto tenebroso di Set-Tifon; ma, a sua volta, sarà anche colui che si occupa di «riunire ciò che è sparso», assumendo allora l’aspetto di Iside, «la dea dai mille nomi».
Inoltre da ciò che abbiamo visto, c’è un’altra indicazione che compare in quest’ultimo mito su cui non possiamo sorvolare, ed è quella che il proprio «carnefice», vale a dire Set-Tifon, finisce per seguire la stessa sorte della sua vittima, perché anche lui viene «fatto a pezzi»; e in questo modo, dividendosi, si muta in «legione» e va a occupare il posto che gli compete in ciascuno degli esseri particolari, al fine di animare in tutti essi quella parte «soggetta alle passioni e titanica» di cui parla Plutarco. Ed è per ciò che ogni essere particolare riflette, nella propria relativa unità, quella del suo principio, ma lo fa in certo modo in maniera inversa, ragion per cui soggiace alla influenza predominante di questo aspetto tenebroso che, come abbiamo già detto, non è altro che «il desiderio dell’esistenza individuale».
Infine, vale la pena aggiungere che nell’escatologia egizia il morto - ossia, esotericamente, l’iniziato -, quando riesce a superare, al termine del suo viaggio di «oltretomba», quella che è chiamata la «porta del sole», ritorna simile ad Osiride, cosa che ha una certa analogia con il caso di chi in Massoneria accede alla Maestria, poiché questo accesso può ottenersi solo «rinascendo» come Hiram.
Giunti a questo punto, bisogna ora domandarsi se i diversi contributi che abbiamo riunito e confrontato (10), provenienti dai quattro punti cardinali, tutti relativamente differenti per ciò che riguarda la forma ma certamente concordanti - come speriamo di aver dimostrato - per ciò che riguarda l’essenza, e ugualmente forniti di un contenuto preciso e intelliggibile, vale a dire adeguato ad uno scopo di conoscenza che non può essere se non propriamente iniziatica e esoterica, condurranno, dicevamo, ad ammettere la verosimiglianza della nostra ipotesi di far discendere tutte queste espressioni tradizionali da un unico modello primordiale, riconoscendo inoltre che la leggenda di Hiram, a sua volta, discende effettivamente da questo stesso modello. Da parte nostra, così come siamo convinti di poter rispondere affermativamente alla prima parte della questione, crediamo anche che, per poter verificare la seconda parte, ci restino ancora da sviluppare alcune considerazioni relative al caso specifico della leggenda massonica.
Riguardo all’ipotesi di «filiazione», forse qualcuno potrà obiettare che la leggenda di Hiram, lungi dal trattare della formazione dell’Universo, si limita ad occuparsi di un episodio connesso all’edificazione del Tempio di Gerusalemme, cioè fa ricorso ad un avvenimento di ordine storico per farne la base su cui intessere la trama della sua tragedia. Se da un lato le cose stanno effettivamente così, non possiamo fare a meno di osservare che, da un altro lato, il contenuto di un racconto simbolico non può limitarsi unicamente al mero senso letterale del testo: piuttosto, in esso deve coesistere tutta una pluralità di sensi, ciascuno dei quali non attende altro che si divenga ricettivi perché la sua influenza si manifesti chiaramente in noi; per evitare qualsiasi possibile incomprensione, diremo subito che questa interpretazione si oppone ad ogni elucubrazione più o meno funambolica che si basi unicamente sulla propria fantasia, dato che anch’essa dovrà accordarsi sempre, nel suo sviluppo, a ciò che è possibile dedurre rigorosamente, - in accordo con il punto di vista adottato - dalle stesse parole del testo.
Orbene, non c’è dubbio che per entrare in «sintonia» con lo spirito che anima la leggenda massonica è richiesto, innanzi tutto, che la si consideri in rapporto all’ambiente di provenienza: trattandosi di una forma iniziatica originariamente destinata a coloro che esercitavano l’arte del costruire, possiamo legittimamente sostenere che la modalità che riveste questa leggenda deve conservare una relazione con l’ambito specifico dei «piccoli misteri», giacché la conoscenza delle arti e scienze tradizionali dipende da questi ultimi, così come la conoscenza della metafisica pura dipende, da parte sua, dai «grandi misteri». La distinzione che abbiamo appena fatto non si riferisce, come qualcuno potrebbe credere, a generi diversi di iniziazione ma a gradi diversi di una sola e medesima iniziazione, gradi che, pertanto, dobbiamo considerare gerarchicamente ordinati in base all’ampiezza e all’elevazione della conoscenza alla quale ciascuno di essi dà virtualmente accesso o, più precisamente, che corrisponde alla sua effettiva realizzazione. I «piccoli misteri» sviluppano le diverse possibilità dell’essere umano e culminano nella perfezione integrale di questo stato, mentre i «grandi misteri» si elevano, a partire da qui, verso gli stati puramente intellettuali della conoscenza; gli uni hanno come obiettivo la conoscenza del mondo fisico, nel senso che gli davano gli antichi Greci (come sinonimo di cosmogonia), gli altri perseguono, invece, la conoscenza dei principi superiori che lo determinano e che, estendendosi al di là di questo, costituiscono l’oggetto proprio della metafisica. Ma entrambi sono integrati, ripetiamo, in un’unica scala di conoscenza, nella quale i primi si dispongono in modo da costituire una preparazione ai secondi, conducendo gradualmente chi possiede le debite «qualificazioni» a una maturazione capace di aprirgli, senza vera soluzione di continuità, le porte dei «grandi misteri». Perché ciò si realizzi, è necessario che gli strumenti «operativi» che si incontrano lungo i diversi gradi di questa scala siano stati disposti con cognizione di causa, direttamente o indirettamente, da chi deteneva la piena conoscenza che costituisce la meta finale dell’iniziazione. Ricapitolando, possiamo dunque dire che così come la conoscenza metafisica costituisce «il principio dal quale derivano necessariamente tutte le scienze tradizionali», i «grandi misteri», per quanto riguarda la scala iniziatica, rappresentano, a loro volta, la fonte da dove provengono, e dalla quale dipendono direttamente, i «piccoli misteri» (11).
Tornando a noi, siamo ora in condizione di concludere che la leggenda massonica, così come la si conosce attualmente, deve discendere, verosimilmente, da un prototipo stabilito in un tempo immemore, grazie alla «azione di presenza» che, nell’ambito specifico di ciò di cui si tratta, poterono esercitare coloro che possedevano una conoscenza effettiva dei «grandi misteri». Intendiamo dire che da un punto di vista iniziatico, la stessa leggenda non può essere che il risultato dell’esatta trasposizione di una certezza metafisica sul piano corrispondente ai «piccoli misteri».
Anche se, attraverso queste considerazioni, va prendendo corpo la nostra convinzione che la fonte metafisica della leggenda debba coincidere con questo «modello universale», del quale proprio qui abbiamo riportato un paio di versioni puramente metafisiche, bisogna considerare che l’adattamento di cui dicevamo, dovendo rivestire un’apparenza in accordo con quelle scienze tradizionali di cui dovettero servirsi gli antichi massoni operativi, comporta per forza di cose in se stessa un certo oscuramento capace di fuorviare sopratutto coloro che non possiedono nemmeno una lontana idea al riguardo. Possiamo aggiungere che la difficoltà sussiste anche tra gli stessi massoni «speculativi», i quali, orfani del supporto che i loro predecessori trovavano nella pratica del corrispondente mestiere tradizionale, non sempre sanno incanalare i propri sforzi nella giusta direzione, dimenticando, fra l’altro, che l’eredità ricevuta non li obbliga solo a una zelante custodia ed una fedele trasmissione della stessa alle generazioni successive, ma - innanzi tutto - li sprona a valersi di ciò come di un mezzo idoneo ad avvicinarsi a codesta conoscenza che, come abbiamo già detto, costituisce il fine dell’iniziazione: tale è, in effetti, la ragion d’essere dei «misteri» massonici, che continuano ad interrogare silenziosamente tutti coloro che sono stati ammessi a presenziarli, nella attesa che vi sia chi sappia scoprire il tesoro ineffabile che custodiscono nel loro seno.
In realtà, per risolvere la questione del riferimento al Tempio di Salomone, ci si dovrebbe concentrare sul fatto che la forma architettonica che assume un tempio tradizionale, in ognuna delle sue varianti, è sempre eminentemente ricca di significato. A cominciare dalla pianta del tempio, che si può ben assimilare ad uno yantra, cioè a un simbolo geometrico destinato, nella sfera iniziatica, ad essere utilizzato come «supporto» alla meditazione e alla contemplazione; senza dimenticare che il tempio intero può, a sua volta, essere considerato come una specie di yantra tridimensionale, e chi ha avuto l'occasione di vedere, per esempio, dall’alto la figura del Tempio di Borobudur, non potrà fare a meno di riconoscere l’esattezza di questa osservazione. Non c’è, in ciò che diciamo, nulla di strano: in India, quando un iniziato compie un pellegrinaggio o una visita ad un tempio, lo fa con il fine di contemplarlo dal punto di vista (darshana) della conoscenza; per lui, la struttura stessa dell’edificio costituisce un mezzo capace di favorire la sua realizzazione spirituale, proprio perché l’oggetto del tempio si manifesta attraverso la sua forma, che è un’immagine simbolica del cosmo. In effetti, il tempio indù, seguendo le minuziose prescrizioni della «geografia sacra», si situa invariabilmente nell’«ombelico del mondo»; l’opera procede partendo dal tracciato, in loco, di un diagramma rituale, il quale deve riflettere, fra le altre cose, la situazione che presenta il firmamento in quel momento: la posizione dei diversi pianeti e stelle sarà successivamente «incorporata» nell’edificio, regolando, in qualche modo, le proporzioni di ciascuna delle sue parti; vi si disegnano ugualmente i movimenti apparenti del Sole e della Luna al fine di catturare il ritmo temporale che essi segnano e stabilire così una corrispondenza fra il tempio e i cicli, maggiori e minori, che si ripetono nell’ordine cosmico. Questo diagramma riceve il nome di Vastupurushamandala, vastu si riferisce al piano dell’esistenza corporea, mentre Purusha si riferisce a quella Essenza universale che, in questo ambito, determina la forma. Così come il mandala è l’ideogramma di Purusha, l’edificio risultante rappresenta, emblematicamente, la forma sostanziale, equivalente alla totalità dell’universo. Il tempio indù appare, quindi, come la «casa» di Purusha, e chi lo contempla può intuire la corrispondenza analogica che esiste tra il macrocosmo e il microcosmo: in questo modo sarà in grado di «realizzare» che il suo proprio corpo, così come l’universo intero, costituisce ugualmente il tempio o «casa» dell’unico Purusha (12).
Perché la corrispondenza analogica che abbiamo indicato sia appropriata è necessario che, in qualche modo, «le parti del tempio - come dice Coomaraswamy - corrispondano a quelle del corpo umano non meno che a quelle dell’universo stesso. Tutte queste forme dimensionalmente determinate sono chiaramente delle "case", abitate e pervase da una Presenza invisibile di cui esse rappresentano le possibilità di manifestazione nel tempo e nello spazio; la loro raison d’être è di renderLa conoscibile. Infatti questo Principio unificante e costruttivo, Spirito o Sé di tutti gli esseri, è solo in apparenza limitato dalle sue abitazioni che, come le altre sue immagini, servono da supporti per la contemplazione, non essendo dei fini in sé ma soltanto dei mezzi più o meno indispensabili per liberarsi da ogni genere di limitazione. (...) Ciascuna di queste "case" è dimensionalmente determinata, e limitata in sei direzioni: il nadir, i quattro punti cardinali e lo zenit - i piedi, il pavimento, e la terra; il tronco, lo spazio interno, e lo spazio atmosferico; e il cranio, il tetto, e il cielo -, che definiscono, rispettivamente, l’estensione di quest’uomo, di questa chiesa, e di questo mondo (...). Il tempio ha, per esempio, finestre e porte da cui colui che vi abita può guardar fuori e uscire, oppure al contrario tornare nello stesso; e queste corrispondono nel corpo alle "porte dei sensi" attraverso cui è possibile guardare fuori nei periodi di attività, o tornare nel "cuore" del proprio essere quando i sensi sono ritratti dai loro oggetti, cioè nella concentrazione. Esiste però, in teoria, un’altra porta o finestra, accessibile soltanto attraverso una "scala" oppure attraverso la "corda" [sushumna] che dall’alto tiene sospeso il nostro essere, e attraverso cui è possibile emergere dalla struttura dimensionalmente determinata, così da non esserne più al fondo, o al suo interno, ma completamente al di sopra. Nell’uomo quest’uscita è rappresentata dal foramen cranico: ancora aperto alla nascita, esso viene riaperto [in alcune tradizioni] dopo la morte forando ritualmente il cranio, anche se per quanto concerne il suo significato esso può esser tenuto aperto per tutto il corso della vita per mezzo di esercizi spirituali appropriati, dato che questa apertura-di-Dio (brahma-randhra) corrisponde alla "punta" ovvero all’"occhio del cuore", che è la Città di Dio (brahma-pura) microcosmica dentro di noi, da cui al momento della morte si diparte lo Spirito. Architettonicamente, il brahma-randhra, o foramen del cranio umano e del tempio fatto dall’uomo, corrisponde alla lanterna, all’apertura per il fumo, o al lucernario (Licthloch) della casa tradizionale; e in alcuni templi occidentali antichi, o persino relativamente moderni, quest’occhio della cupola è ancora una finestra circolare aperta, sicché la struttura rimane ipetrale [ossia, come nei santuari più antichi, senza tetto o con un’apertura nel tetto]. Nelle prime cupole indiane di legno, l’apertura superiore è in apparenza chiusa dalla piastra circolare del tetto (kannika) su cui le travi poggiano come altrettanti raggi di una ruota o stecche di un ombrello, ma questa piastra è perforata, e in ogni caso funge da via d’uscita per i Perfetti (arahant) che-si-muovono-a-loro-piacimento e i "viandanti-del-cielo" che spesse volte proprio di lì fanno la loro dipartita; è una "porta superiore" (agga-dvara) (...). E infine, nel mondo, il cui tetto è il cielo, è lo stesso sole la Janua Coeli, la "porta della liberazione" (moksa-dvara), l’unica via per erompere dall’universo dimensionale e così "scappare definitivamente" [alla ruota delle trasmigrazioni, samsara]» (13).
Ci auguriamo che questa apparente digressione basti a far intravedere come la struttura architettonica di un tempio, costruito secondo le regole tradizionali dell’arte, racchiuda in se stessa un significato ben preciso che, ripetiamo, riflette analogicamente tanto la composizione di un «mondo» come quella di un essere determinato. Di conseguenza, quando la leggenda massonica fa riferimento al Tempio di Gerusalemme, dobbiamo vedere in ciò, oltre alla ovvia constatazione di un fatto storico, un’allusione a ciò che fu fatto «all’inizio di tutti i tempi»: vale a dire che, per mezzo del simbolismo del tempio, essa ci riporta, in definitiva, al tema della formazione del mondo, proprio come le altre versioni del «modello universale» che abbiamo considerato lungo la prima parte del nostro studio. Con l’unica vera differenza che, dal punto di vista del mestiere degli antichi costruttori, questo risalire ai principi deve aiutare anche a concepire la «forma» dell’archetipo al quale deve accordarsi in tutto e per tutto l’opera successiva, al fine di garantire che l’oggetto risultante, vale a dire il tempio, possa adempiere esattamente, da tutti i punti di vista, alla propria funzione. Non è certo nostra intenzione negare che questo riferimento al Tempio di Gerusalemme nella leggenda massonica possa servire, in realtà, per indicare precisamente questo archetipo; anzi, siamo pienamente convinti che sia così, ma ciò non toglie che, viste le attuali circostanze che attraversa il genere umano, consideriamo che sia preferibile insistere ulteriormente sul carattere, per così dire, di «parola sostituita» che questo riferimento assume, risalendo soltanto ad un particolare adattamento della «tradizione perenne», per meglio mostrare quanto sia necessario prenderla come un «supporto» di meditazione partendo dal quale si dovrà cominciare la «ricerca» della corrispondente «parola perduta», cioè, in questo caso, del suo stesso archetipo metafisico.
Ordunque, se, come abbiamo visto, da un lato è certo che la figura del tempio ritrae allegoricamente la produzione del Cosmo - o, da un punto di vista metafisico, tratta della manifestazione degli stati molteplici dell’essere -, dall’altro si può ugualmente constatare che la costruzione propriamente detta del tempio appare piuttosto come un riflesso invertito di questa produzione primordiale; in effetti, dal punto di vista di coloro che giungono al termine di questa opera, la stessa acquista il carattere di un'inversione di ciò che è stato fatto «all’inizio dei tempi», dal momento che si procede - analogamente al caso della realizzazione spirituale - risalendo a partire dalla molteplicità della manifestazione, di modo che il «principio» di questa dovrà apparire soltanto quando sia collocata l’ultima pietra dell’opera («chiave di volta»). Da questo punto di vista, la costruzione in sé simboleggia allora «il "ritorno" del cosmo al principio stesso, sia che si tratti del cosmo nella sua integralità, sia che si tratti di un essere in via di riassorbimento da uno dei molteplici stati di esso» (14).
Chi abbia seguito attentamente fin qui la nostra esposizione, sicuramente si sarà già accorto dell’identità di fondo che presenta ciò che abbiamo detto con quelle due fasi complementari che compongono il «modello universale». Siamo perciò in condizione di affermare che proprio quella parte della leggenda massonica che a prima vista potrebbe apparire più estranea alla nostra ipotesi, fino al punto che sembra mettere in dubbio la sua verosimiglianza, si è rivelata essere invece, sempre che la si sappia «leggere» correttamente, una prova che verrà a sostenere ulteriormente la nostra posizione.
Rispetto alla morte di Hiram, che costituisce il corpo centrale della leggenda, pensiamo che soffermarci a considerare i numerosi punti di contatto che stabiliscono la sua affinità con il già citato modello sarebbe superfluo, poiché non potremmo fare altro che ripetere con altre parole ciò che abbiamo già avuto occasione di dire man mano che esaminavamo le diverse versioni di tale modello: al di là delle particolarità, possiamo sostenere che, nella sua essenza, la versione massonica vi si identifica, e tutto fa pensare che essa derivi da un adattamento di questo modello alla particolare sfera dell’arte di costruire; d’altra parte le affinità sono talmente evidenti che ognuno può verificarle da sé. Di conseguenza, dedicheremo lo spazio che ci resta a porre in evidenza le conseguenze che sottintende il tema della leggenda nel campo dell’iniziazione massonica. Con la «scomparsa» di Hiram viene espressamente detto che sopraggiunse la perdita della «parola sacra» di maestro. A questo proposito, si converrà che chi sperimenta una perdita vede ridursi con ciò il numero di possibilità che fino allora aveva effettivamente alla sua portata; conviene aggiungere, tuttavia, che di norma la perdita in questione viene in altro modo compensata con la successiva attualizzazione di altre possibilità, che precedentemente permanevano allo stato latente, non corrispondendo ad una necessità di fatto.
Ora, quando le possibilità che sostituiscono quelle che sono venute meno risultano essere analogamente equivalenti a queste ultime, è indubbio che la perdita verificata si debba considerare rimediata, almeno in una certa maniera e fino a un certo punto; al contrario, quando il nuovo campo di possibilità che si apre risulta essere di un ordine completamente diverso da ciò che si è perduto, allora tale perdita diventa chiaramente effettiva, e la nuova situazione costituisce allora una vera rottura e una specie di barriera rispetto alla situazione precedente. Tale è, precisamente, il caso dell’uomo moderno, il quale, predisposto per costituzione all’ordine di possibilità destinate a prevalere in quest’epoca, si vede naturalmente impedito a restaurare l’ordine di cose perduto, sia perché non è più in condizione di attribuirgli il giusto valore, sia perché è giunto a dimenticarlo completamente. Quando si insiste sulla perdita di qualcosa che, come nel nostro caso, viene raffigurato con una «parola» - o, come in altri casi, una «bevanda» (soma) o anche una «coppa» (graal) -, e si riferisce in ogni modo sempre a uno stato che anteriormente era naturale, ciò che si cerca di ottenere è che il destinatario del messaggio si «svegli» dal torpore dell’oblio; in effetti, prendendo coscienza della incompletezza o imperfezione dello stato in cui attualmente si trova, il maestro «virtuale» si vede esortato a iniziare quella ricerca interiore della conoscenza che può condurlo a ricostituire in se stesso lo stato che gli era naturale prima della sopravvenuta decadenza, giungendo così alla maestria effettiva. E poiché la leggenda massonica, seguendo l’esempio del «modello universale», colloca il racconto nell’«eterno presente» dobbiamo dedurre che ciò che deve essere ricostituito risulta essere lo «stato primordiale».
Ora, se si considera che l’ostacolo che si interpone al raggiungimento di tale fine è precisamente tutto ciò che caratterizza in modo specifico il proprio stato di decadenza, sarà innanzi tutto necessario che chi persegue la realizzazione iniziatica in qualche modo «muoia» a tale stato, distaccandosi da quelle personali imperfezioni che lo mantengono imprigionato, per «rinascere» successivamente alla pienezza del proprio stato originale. E’ per ciò che l’iniziazione al grado di maestro viene spesso paragonata alla morte al mondo psichico e ad una rinascita nel mondo dello Spirito (15). Ciò comporta, per chi abbia realizzato effettivamente questo «passaggio», una vera trasformazione, al di là di tutte quelle limitazioni che caratterizzavano la sua condizione precedente, di modo che, per lui, la molteplicità finisce per essere reintegrata nell’unità, poiché, da questo punto in poi, ogni cosa non sarà più vista come isolata e, in un certo senso, completa in sé stessa ma in armoniosa sintesi com’è in realtà.
Ciò che diciamo dà per inteso che, così come precisò René Guénon, l’individuo umano, nella concezione tradizionale, «è ad un tempo, molto di più e molto di meno di quanto ordinariamente si pensi in Occidente: molto di più, in ragione delle sue possibilità di indefinita estensione oltre la modalità corporea, cui in definitiva si riferisce tutto ciò che se ne studia comunemente; molto di meno, in quanto, ben lungi dal costituire un essere completo e sufficiente a se stesso, esso non è che una manifestazione esteriore, una apparenza fuggitiva rivestita dall’essere vero e da cui l’essenza di questo non risulta per nulla affetta nella sua immutabilità» (16). La ricostituzione di Purusha, così come quella di Osiride, la reintegrazione dell’Adam Qadmon e la stessa resurrezione di Hiram, stanno ad indicarci qual’è la direzione da seguire al fine di rendere pienamente effettiva l’iniziazione ricevuta: «quel che era un processo di generazione e divisione, diventa ora un processo di rigenerazione e di unificazione» (17).
E’ questo il motivo per cui diciamo che il rituale di iniziazione riflette, in modo inverso, la leggenda di Hiram. Seguendo questo rituale, chi deve «interpretare» il ruolo di Hiram è l’«iniziando» (l’essere contingente), al quale si offre in questo modo l’occasione di essere in effetti l’attore-spettatore del suo proprio «sacrificio»: dato che, dal momento in cui questi si identifica con la vittima, non fa altro che prefigurarsi quello che in seguito dovrà effettivamente portare a termine se vuole conseguire la realizzazione spirituale. E così l’«iniziando», nel ruolo di Hiram, finisce per rappresentare, per analogia inversa, la morte di se stesso, quando, dopo aver lottato contro la propria ignoranza, fanatismo e ambizione, la sua parte migliore arriverà a prevalere su quei «difetti» che, impedendogli di riconoscere la vera Identità che si incontra oltre il velo del suo effimero «io», lo mantenevano prigioniero del «desiderio dell’esistenza individuale» (18).
In effetti, ogni colpo portato ritualmente all’«iniziato» mira, in definitiva, a scacciare per sempre questo potere di suggestione che al presente lo soggioga e lo isola in una condizione separativa; e, poiché ciò che appare come una distruzione è in realtà una trasformazione, con ciascuno di questi colpi si ricostituisce, e attualizza, quella che era la sua condizione originale (19). Perciò, quando, ferito mortalmente dall’ultimo colpo ricevuto, cade nel feretro, l’«iniziato», in quanto «vittima», riunisce in se stesso, contemporaneamente, sia il carattere della propria natura separativa sia quello proprio di Hiram. Di conseguenza, abbandonate le spoglie contingenti, chi sarà preso e posto nuovamente in piedi, sarà ora lo stesso Hiram, con il quale si è identificato definitivamente il nuovo maestro. Per questo si potrà dire con esattezza che Hiram è rinato, così come sarà ugualmente esatto proclamare che si è ritrovata la Parola che era stata perduta.