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«Mélanges», pag. 102 dell’edizione francese.
«Mélanges», pagg. 103-4 dell’edizione francese.
«Simboli della scienza sacra», pag. 261; Adelphi Ed.
«Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage»,
Tome II, pag. 284 dell’edizione francese.
«Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le
Compagnonnage», Tome II, pag. 10 dell’edizione francese.
«La Crise du Monde moderne», pag. 20 dell’edizione francese.
«Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage», Tome II,
pag. 9 dell’edizione francese.
«Simboli della Scienza sacra», pagg. 270-71; Adelphi Ed.
«Simboli della Scienza sacra», pag.271; Adelphi Ed.
«Autorità spirituale e potere temporale», pag. 54, nota 1; Luni Ed.
«Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage», Tome I,
pag. 10 dell’edizione francese.
«La Crise du Monde moderne», pag. 66 dell’edizione francese.
«Il regno della quantità e i segni dei tempi», pag. 63; Adelphi Ed.
«Simboli della Scienza sacra», pag. 221; Adelphi Ed.
«Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage», Tome II,
pag. 10 dell’edizione francese.
«Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage», Tome II,
pag. 76 dell’edizione francese.
«Simboli della Scienza sacra», pag. 223; Adelphi Ed.
«Simboli della Scienza sacra», pag. 241; Adelphi Ed.
«Il regno della quantità e i segni dei tempi», pagg. 59-60; Adelphi Ed.
«Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage», Tome II,
pag. 12 dell’edizione francese.
Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le
Compagnonnage», Tome II, pagg. 283-4 dell’edizione francese.
«Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le
Compagnonnage», Tome II, pag. 285 dell’edizione francese.
«Iniziazione e realizzazione spirituale», pagg. 73-4; Luni Ed.
«Simboli della Scienza sacra», pag. 254, l’ultima frase alla nota 15; Adelphi Ed.
«Il Re del Mondo», pag. 102; Adelphi Ed.
«Il Re del Mondo», pagg. 27-8; Adelphi Ed.
«Autorità spirituale e potere temporale», pagg. 32-3; Luni Ed.
«Autorità spirituale e potere temporale», pag. 33, nota 1; Luni Ed.
A. G. Mackey, «Encyclopedia of Freemasonry»,
vol I, pag. 159.
«Considerazioni sull’iniziazione», pag. 300; Luni Ed.
«Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage», Tome I, pag. 145 dell’edizione francese.
«La Grande Triade», pag. 105; Adelphi Ed.
«Considerazioni sull’iniziazione», pag. 329; Luni Ed.
«Simboli
della Scienza sacra», pag. 241; Adelphi Ed.
«Etudes sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage»,
Tome II, pag. 261 dell’edizione francese.
«La Grande Triade», pag. 15; Adelphi Ed.
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Nel suo
articolo «Le arti e la loro concezione tradizionale» René Guénon precisava che
la distinzione tra le scienze e le arti «era un tempo molto meno accentuata di
quanto non sia oggi; il termine latino artes era talvolta applicato anche alle
scienze, e, nel medioevo, l’enumerazione delle "arti liberali"
accomunava cose che i moderni farebbero rientrare o nell’una o nell’altra
categoria. Già questa semplice osservazione sarebbe sufficiente a far vedere
come l’arte [...] comportasse una vera e propria conoscenza, con la quale faceva
in qualche modo corpo; e una tale conoscenza poteva evidentemente soltanto
essere del tipo delle scienze tradizionali» (1).
Guénon
aggiungeva anche che «in questi casi si trattava sempre, a gradi diversi,
dell’applicazione e della messa in opera di certe conoscenze d’ordine
superiore, che si ricollegavano, sempre più addentro, alla conoscenza
iniziatica stessa; e, d’altro canto, la messa in opera diretta della conoscenza
iniziatica riceveva anch’essa il nome di arte, come appare chiaramente da
espressioni quali "arte sacerdotale" e "arte regale" [...]» (2).
Dal punto
di vista tradizionale l’arte è perciò l’applicazione e la messa in opera di una
scienza tradizionale, che si ricollega alla stessa conoscenza iniziatica e, di
conseguenza, può altresì formare la base di un vero lavoro «operativo». Quanto
al termine «costruzione», la sua origine etimologica, dal latino, è «cum»,
insieme, e «struere», raggruppare, per cui il suo significato letterale
equivarrebbe a «composizione», o «riunione». Nell’articolo «Rassembler ce qui
est épars», scritto nel 1946, René Guénon precisava: «[...] nel senso più
immediato, il costruttore riunisce effettivamente dei materiali sparsi per
farne un edificio che, se è veramente quel che deve essere, avrà un’unità
"organica", paragonabile a quella di un essere vivente, se ci si pone
dal punto di vista microcosmico, o a quella di un mondo, se ci si pone da un
punto di vista macrocosmico» (3).
In questo
studio cercheremo di sviluppare l’argomento dell’arte della costruzione,
partendo dalle definizioni fornite da René Guénon, e riunendo dei materiali
sparsi nella sua opera.
Una delle
prime osservazioni che si impongono è che, definendo l’attività del
costruttore, R. Guénon precisa che si tratta del «senso più immediato», il che
vuol dire che esiste altresì un senso più profondo, il quale non è contenuto
nella definizione data, senso che occorre ricercare; ma, prima di affrontare
questa ricerca, esaminiamo più nel particolare il «senso immediato» in
questione.
René
Guénon adotta in questo caso la parola «costruttore» al singolare, cosa che
implica la possibilità che un solo costruttore possa portare a termine l’opera:
ciò dipende evidentemente dalle dimensioni dell’edificio da erigere, e, quando
si tratti di una piccola abitazione, può essere in effetti sufficiente un solo
costruttore; ma quando si trattava di una cattedrale o di un tempio come quello
di Salomone il numero degli operai utilizzati superava abitualmente il centinaio,
talvolta anche il migliaio. In un simile caso il lavoro di una tale moltitudine
di operai era diretta da un «costruttore capo», denominato, con un nome di
origine greca, «architetto», il quale era il depositario delle conoscenze
necessarie alla costruzione dell’edificio. Nel 1911 Palingenius scriveva: «[...]
"L’Architetto è quegli che concepisce l’edificio, colui che ne dirige la
costruzione" dice lo stesso F.˙. Nergal, e anche su questo punto
siamo con lui perfettamente d’accordo; ma se in questo senso si può dire che
egli è veramente "l’autore dell’opera", è tuttavia evidente che egli
non ne è materialmente (o, in maniera più generale, formalmente) "il
creatore", giacché l’architetto, che traccia il piano, non deve venir confuso
con l’operaio che lo eseguisce; si tratta, secondo un altro punto di vista,
della differenza esistente tra la Massoneria speculativa e la Massoneria
operativa» (4).
Ora,
l’arte della costruzione, in tanto in quanto comporta sia la scienza sia la
messa in opera, è tutta intera di competenza dell’architetto, e può di
conseguenza venire assimilata all’«architettura». Tuttavia non è il caso di
limitare la funzione dell’architetto come se fosse indirizzata alle sole
costruzioni in pietra, come si potrebbe esser tentati di fare esaminando il
caso della Massoneria. In effetti, René Guénon precisava che «nei testi più
antichi dell’India, tutti i paragoni inerenti al simbolismo costruttivo sono
sempre riferiti al carpentiere, ai suoi strumenti e al suo lavoro; [...] È
assiomatico che non per questo il ruolo dell’architetto (Sthapati, che d’altra
parte primitivamente è il mastro carpentiere) risulta modificato, giacché,
fatto salvo l’adattamento richiesto dalla natura dei materiali usati, è sempre
allo stesso "archetipo" o "modello cosmico" che egli deve
ispirarsi, e questo sia che si tratti della costruzione di un tempio o di una
casa, di un carro o di una imbarcazione ( in questi ultimi casi il mestiere del
carpentiere non ha mai perduto nulla della sua importanza originaria, per lo
meno fino all’uso del tutto moderno dei metalli, che rappresentano l’ultimo
grado della "solidificazione"). Ed è anche evidente che se certe
parti dell’edificio sono costruite in legno o in pietra, questo non cambia
nulla – se non nella loro forma esteriore – per lo meno al loro significato
simbolico» (5).
Nella
definizione da noi citata all’inizio si parla di «materiali sparsi», senza che
sia precisato ulteriormente, e d’altronde René Guénon ha più volte sottolineato
l’anteriorità delle costruzioni in legno nei confronti delle costruzioni in
pietra: «Cosa piuttosto curiosa, è il fatto che in India non si ritrovi nessun
monumento che risalga al di là di quest’epoca [...]; la spiegazione di questo
fatto è tuttavia assai semplice, ed è che tutte le costruzioni anteriori erano
in legno, per modo che esse sono naturalmente scomparse senza lasciar traccia;
ma quel che è vero, è che un simile cambiamento nel modo di costruzione
corrisponde necessariamente a una modificazione profonda delle condizioni
generali di esistenza del popolo presso il quale esso è avvenuto» (6).
«Le
costruzioni, in modo ampiamente generale, furono in legno prima di essere in
pietra, e questo spiega come, particolarmente in India, non si ritrovi nessuna
traccia di quelle che risalgono di là da una certa epoca. Simili edifici erano
evidentemente meno duraturi di quelli costruiti in pietra; per cui l’impiego
del legno corrisponde, nei popoli sedentari, a uno stato di minore fissità che
non quello caratterizzato dall’uso della pietra, ovvero, se si vuole, a un
minor grado di "solidificazione", cosa che è in perfetto accordo con
il fatto che è in rapporto con una tappa anteriore nel corso del processo
ciclico» (7).
«D’altra
parte, è anche del tutto certo, e l’abbiamo detto altrove, che fra i popoli
sedentari il sostituirsi delle costruzioni di pietra alle costruzioni di legno
corrisponda a un grado più accentuato di "solidificazione", in
conformità con le tappe della "discesa" ciclica; ma, dal momento che
tale nuovo sistema di costruzione era reso necessario dalle mutate condizioni
ambientali, bisognava che in una civiltà tradizionale esso ricevesse dalla
tradizione stessa, per mezzo di riti e simboli appropriati, la consacrazione
che sola era suscettibile di legittimarlo e quindi di integrarlo a tale civiltà,
e proprio per questo abbiamo parlato al riguardo di adattamento. Simile
legittimazione implicava quella di tutti i mestieri, a cominciare dal taglio
delle pietre richieste per la costruzione, ed essa non poteva essere veramente
effettiva se non a condizione che l’esercizio di ogni mestiere fosse
ricollegato a una iniziazione corrispondente, poiché, conformemente alla
concezione tradizionale, esso doveva rappresentare l’applicazione regolare dei
princìpi nel proprio ordine contingente» (8).
***
Quali che
siano i materiali usati, il costruttore li raggruppa «per formare un edificio
che avrà un’unità»; se comparata ad altri mestieri o arti, quella del costruire
si configura proprio secondo questa riduzione di una molteplicità di materiali
sparsi in un’unità. Se si pensa al mestiere del vasaio o del fabbro, ci si
rende infatti conto che questi artigiani hanno come scopo quello di dare una
forma a una materia che è informe, e non di riunificare delle parti; per quanto
ciò possa sembrare strano a un Muratore, lo stesso lavoro del tagliatore di
pietre non è in sé un lavoro «costruttivo»; abbiamo visto, nel corso di uno dei
passi da noi citati in precedenza, che René Guènon scriveva: «[...] tutti i
mestieri, a cominciare dal taglio delle pietre richieste per la costruzione
[...]» (9), e che più avanti, nello stesso scritto, precisava: «Ora, per
i tagliatori di pietre e per i costruttori che utilizzavano i prodotti del loro
lavoro [...]», facendo così una chiara distinzione tra i tagliatori di pietre e i
costruttori.
Ma
torniamo per il momento alla definizione data da Guénon quando precisa che si
tratta di «formare un edificio»; un edificio, stando al significato etimologico
della parola, è una casa [«aedes», in latino], un luogo di abitazione o di
residenza, quale ne sia la destinazione. Abbiamo visto prima che René Guénon
prendeva in esame vuoi la costruzione di un tempio, vuoi quella di un carro o
di un’imbarcazione; ora, un carro o un’imbarcazione non sono luoghi di
abitazione fissi, ma possono lo stesso servire da «luoghi di residenza» per
l’uomo nel corso dei suoi viaggi, per cui la definizione di costruzione in
quanto «formazione di un edificio» è altresì valida in questo caso. Quel che è
ancor più notevole è che un simile edificio, «se è veramente ciò che deve essere,
avrà un’unità "organica", paragonabile a quella di un essere
vivente»: tale osservazione di René Guénon è forse ciò che è meno comprensibile
per la mentalità profana, la quale non riesce a concepire che in un
raggruppamento di pietre, o di altri materiali, possa esserci qualcosa di
«vitale». «L’essere vivente ha in sé il proprio principio d’unità, superiore
alla molteplicità degli elementi che intervengono nella sua costituzione;
niente di simile avviene per la collettività, la quale non è propriamente altro
se non la somma degli individui che la compongono» (10). L’edificio in
questione non è perciò la somma delle pietre che lo compongono, e d’altra
parte, proprio trattando degli edifici costruiti secondo le regole
tradizionali, René Guénon citava la seguente affermazione di A. K.
Coomaraswamy: «il principio di una cosa non è né una delle sue parti fra le
altre né la totalità delle sue parti, ma ciò per cui tutte le parti sono
ridotte in un’unità senza composizione».
Tale
questione dell’unità «organica» è stata brevemente accostata da Guénon in uno
dei suoi primi articoli per il «Voile d’Isis», articolo nel quale egli
precisava: «[...] siamo pienamente d’accordo con Albert Bernet quando dice che il
"punto sensibile" deve esistere in tutte le cattedrali che siano
state costruite secondo le vere regole dell’arte, e pure quando sostiene che
ciò va interpretato secondo un punto di vista simbolico. A tal proposito si può
fare un accostamento curioso: Wronski affermava che in tutti i corpi c’è un
punto di tal genere che, quando sia compromesso, l’intero corpo è di
conseguenza immediatamente disgregato, in qualche modo volatilizzato,
dissociandosi tutte le sue molecole; e sosteneva di aver trovato il mezzo per
determinare con il calcolo la posizione di questo centro di coesione. Non si
tratta forse, soprattutto se la cosa è intesa simbolicamente, come pensiamo si
debba fare, esattamente della stessa cosa del "punto sensibile" delle
cattedrali? Sotto la sua forma più generale, la questione è quella di quel che
si potrebbe chiamare il "nodo vitale" che esiste in ogni composto, in
quanto punto di giunzione dei suoi elementi costitutivi. La cattedrale
costruita secondo le regole forma un vero insieme organico, ed è questa la
ragione per cui ha anch’essa un "nodo vitale". Il problema che
concerne questo punto è lo stesso problema che nell’antichità era espresso dal
noto simbolo del "nodo gordiano", ma certamente i massoni moderni
resterebbero assai sorpresi se gli si dicesse che la loro spada può rivestire
ritualmente, a tal proposito, lo stesso ruolo di quella di Alessandro [...]» (11).
Cos’è che
permette che un ammassamento di pietre non sia soltanto un’entità corporea, ma
abbia altresì un’«unità organica» e un «nodo vitale»? Si trova la risposta a
questa domanda nelle espressioni «Costruita secondo le regole» e «se è
veramente ciò che deve essere», e questo ci riporta alla «scienza» che
presiedeva alla costruzione e all’aspetto più profondo e interiore della stessa
arte della costruzione.
***
«L’arte dei costruttori
del medioevo può essere menzionata quale un esempio particolarmente
significativo di tali "arti tradizionali", la cui pratica implicava
d’altra parte la conoscenza reale delle scienze corrispondenti» (12)
[il corsivo è nostro]. La specificazione di come questa conoscenza fosse reale
sembra indicare abbastanza chiaramente che non si trattasse soltanto di una
conoscenza «teorica», ma ben piuttosto di una conoscenza «effettiva». Esiste in
proposito un passo di René Guénon che può del resto confermare simile
interpretazione: «[...] L’essere, in effetti, avendo pienamente realizzato le
possibilità di cui la sua attività professionale non è che un’espressione
esteriore, e possedendo così la conoscenza effettiva di quel che è il principio
stesso di questa attività, effettuerà da quel momento coscientemente quanto non
era prima che una conseguenza del tutto "istintiva" della sua natura;
e pertanto, se la conoscenza iniziatica è nata per lui dal mestiere, questo, a
sua volta, diventerà il campo di applicazione di tale conoscenza, e quindi non
potrà più esserne separato. Ci sarà allora corrispondenza perfetta tra interno
ed esterno, e l’opera prodotta potrà essere non più soltanto un modo qualsiasi
d’espressione ad un livello più o meno superficiale, ma l’espressione realmente
adeguata di colui che l’avrà concepita ed eseguita, il che costituirà il
"capolavoro" nel vero senso della parola» (13). Non è forse
il caso di dire che, mentre in una via di conoscenza pura, o Jnana-marga, la
realizzazione corrisponde alla stessa conoscenza, in una via legata all’azione,
o Karma-marga, la corrispondente realizzazione si esprime attraverso il
«capolavoro»?
Ma
ritorniamo alla «scienza» implicata nell’arte della costruzione. «Il primo
punto essenziale da notare a tale riguardo – scriveva René Guénon – in
connessione con il valore propriamente simbolico e iniziatico dell’arte
architettonica, è che ogni edificio costruito seguendo presupposti strettamente
tradizionali presenta nella struttura e nella disposizione delle varie parti di
cui si compone un significato "cosmico" [il corsivo è nostro],
suscettibile d’altronde di una duplice applicazione, conformemente alla
relazione analogica fra macrocosmo e microcosmo, riferendosi cioè sia al mondo
sia all’uomo. Questo è naturalmente vero, in primo luogo, per i templi o altri
edifici che hanno una destinazione "sacra" nel senso più limitato
della parola; ma, inoltre, lo è pure per le semplici abitazioni umane, poiché
non si deve dimenticare che in realtà non c’è niente di "profano"
nelle civiltà integralmente tradizionali [...]» (14).
In altre
sedi egli precisava: «È implicito che la funzione dell’architetto non è da ciò
minimamente modificata, giacché, fatto salvo l’adattamento richiesto dalla
natura dei materiali impiegati, egli deve sempre ispirarsi allo stesso
"archetipo", ovvero allo stesso "modello cosmico"
[il corsivo è nostro]» (15), e faceva altresì allusione alla
«concezione dei costruttori di cattedrali, i quali si proponevano di fare delle
loro opere come una sorta di riduzione sintetica dell’Universo» (16).
Sennonché, «[...] A questo significato generale se ne aggiunge un altro ancora
più preciso: l’insieme dell’edificio, guardato dall’alto verso il basso,
rappresenta il passaggio dall’Unità principiale (alla quale corrisponde il
punto centrale, o la sommità, della cupola, del quale tutta la volta non è in
certo modo se non un’espansione) al quaternario della manifestazione
elementare; inversamente, se lo si guarda dal basso verso l’alto, il senso ne è
il ritorno di tale manifestazione all’Unità» (17). E René Guénon
precisava inoltre che «[...] la costruzione rappresenta la manifestazione» (18).
L’edificio, costruito secondo le regole tradizionali, era perciò una riduzione
sintetica dell’Universo manifestato ed era a questo modello cosmico che l’architetto
doveva ispirarsi, in virtù di una conoscenza «reale» di tale «archetipo».
D’altra parte, se l’edificio era un’«imitazione» di un modello cosmico, anche
l’attività dell’architetto e del costruttore era l’imitazione di un archetipo.
«In ogni
civiltà tradizionale, come spesso abbiamo affermato, qualsiasi attività umana
viene sempre considerata come essenzialmente derivante dai princìpi; questo,
che è particolarmente vero per le scienze, lo è altrettanto per le arti e i
mestieri; e vi è d’altronde una stretta connessione tra questi e quelle perché,
secondo una formula che era un assioma fra i costruttori del medioevo, ars sine
scientia nihil, da intendersi naturalmente nel senso di scienza tradizionale e
non in quello di scienza profana, perché l’unico risultato possibile
dell’applicazione di questa è la nascita dell’industria moderna. Mediante
questo ricollegarsi ai princìpi, si può dire che l’attività umana viene
"trasformata", per cui, invece di ridursi a quel che è in quanto
semplice manifestazione esteriore (che è poi il punto di vista profano), si
integra nella tradizione e costituisce, per colui che la compie, un mezzo per
partecipare effettivamente ad essa, il che equivale a dire che tale attività
riveste un carattere prettamente "sacro" e "rituale" [...]» (19).
Quel che
è detto in questo passo si applica a tutte le arti tradizionali, ma in altra
occasione R. Guénon ha anche precisato qual è l’archetipo che il costruttore
deve imitare, ed è quando egli parla dei «[...] costruttori umani, la cui arte,
dal punto di vista tradizionale, è essenzialmente una "imitazione" di
quella del "Grande Architetto" [...]» (20).
Nell’arte
della costruzione si ritrova perciò un duplice ricollegamento ai princìpi: da
un lato l’edificio, il quale costituisce la finalità della costruzione, è
un’imitazione dell’Universo; dall’altro, l’attività dell’architetto umano è
imitazione dell’attività del Grande Architetto dell’Universo. Sarebbe arduo, e
forse in certo qual modo fuori posto, affrontare in questa occasione l’argomento
del Grande Architetto dell’Universo, sia pure utilizzando, come appoggio, le
nozioni esposte su di esso da René Guénon nel corso della sua opera. Non
possiamo però esimerci dal suggerire un’idea appropriata del tipo di
«grandezza» del principio a cui si ricollega tradizionalmente l’attività
dell’architetto umano, e questo faremo riprendendo due brani in cui Palingenius
(nome con il quale Guénon firmò in gioventù alcuni suoi studi) di questa
grandezza parla con inarrivata chiarezza.
«In
effetti il Grande Architetto non è il Demiurgo; egli è qualcosa di più, anzi,
infinitamente di più, poiché rappresenta una concezione molto più elevata: esso
traccia il piano ideale che è realizzato in atto, ossia manifestato nel suo
sviluppo indefinito (non però infinito), dagli esseri individuali che sono
contenuti (in quanto possibilità particolari, elementi di tale manifestazione e
allo stesso tempo suoi agenti) nel suo Essere Universale; ed è la collettività
di questi esseri individuali, vista nel suo insieme, che in realtà costituisce
il Demiurgo, l’artigiano od operaio dell’Universo» (21).
«[...] Allâh,
altro Tetragramma la cui composizione geroglifica designa in modo netto il
Principio della Costruzione Universale [...]. In effetti, simbolicamente, le
quattro lettere che formano in arabo il nome di Allâh equivalgono
rispettivamente al regolo, alla squadra, al compasso e al cerchio, quest’ultimo
sostituito dal triangolo nella Massoneria a simbolismo esclusivamente
rettilineo» (22).
Si noterà
che R. Guénon distingue qui l’architetto dagli operai; di fatto, nel corso
della costruzione del Tempio di Salomone erano presenti un architetto, Hiram
Abi, trecento Harodim, tremilatrecento Menatzchim o Sorveglianti, e
centocinquantamila operai: ora, se l’architetto umano imitava il Grande
Architetto, lo stesso non può esser detto degli operai, i quali non conoscevano
che una piccola parte del «piano» alla realizzazione del quale collaboravano
con il loro lavoro.
«Tutte le
tradizioni insistono sull’analogia esistente tra gli artigiani umani e
l’Artigiano divino, in quanto tanto gli uni come l’altro operano "in
grazia di un verbo concepito nell’intelletto", il che – sia osservato di
sfuggita – indica nel modo più chiaro possibile il ruolo della contemplazione
quale condizione preventiva e necessaria per la produzione di qualsiasi opera
d’arte; e anche questa è una differenza essenziale tra la concezione
tradizionale e la concezione profana del lavoro, concezione – quest’ultima –
che lo riduce a essere pura e semplice azione, come dicevamo or ora, e
addirittura pretende di opporlo alla contemplazione. Secondo l’espressione dei
Libri indù, "noi dobbiamo costruire come i Dêva costruirono al
principio"; quest’ingiunzione, che naturalmente abbraccia anche
l’esercizio di ogni mestiere degno di tale nome, implica che il lavoro abbia un
carattere propriamente rituale, carattere che del resto ogni cosa deve avere in
una civiltà integralmente tradizionale; e non solamente questo è questo
carattere rituale ad assicurare quella "conformità all’ordine" della
quale parlavamo poco fa, ma si può persino dire che con tale conformità faccia
una sola cosa.
Quando
l’artigiano umano imita in questo modo, nel suo campo particolare, il modo di
operare dell’Artigiano divino, egli partecipa all’opera stessa di quest’ultimo
in misura corrispondente, e in maniera tanto più effettiva quanto più cosciente
sia di tale cooperazione; e quanto più realizzi con il suo lavoro le virtualità
della sua natura propria, tanto più fa accrescere nel contempo la sua
rassomiglianza con l’Artigiano divino e tanto più perfettamente le sue opere si
integrano nell’armonia del Cosmo. È facile scorgere quanto ciò sia lontano
dalle banalità che i nostri contemporanei hanno l’abitudine di proferire
credendo di fare con esse l’elogio del lavoro; quest’ultimo, quando sia quel
che dev’essere tradizionalmente – ma soltanto in tal caso – è in realtà ben al
di sopra di tutto quel che essi sono in grado di concepire. Possiamo perciò
concludere queste poche indicazioni – che non sarebbe difficile sviluppare
quasi indefinitamente – dicendo quel che segue: la "glorificazione del
lavoro" corrisponde di fatto a una verità, e a una verità di ordine anche
profondo; ma il modo in cui i moderni abitualmente la intendono non è che una
deformazione caricaturale della nozione che la tradizione ha di esso,
deformazione che si spinge in qualche modo fino a diventare un’inversione. In
effetti non è con vani discorsi che si "glorifica il lavoro", cosa
che non ha neppure un senso plausibile; ma è il lavoro stesso a essere
"glorificato", ossia "trasformato", quando, invece di
essere una semplice attività profana, costituisce una collaborazione cosciente
ed effettiva alla realizzazione del piano del "Grande Architetto
dell’Universo"» (23). Possiamo perciò affermare che mentre
l’archetipo dell’architetto è il Grande Architetto dell’Universo, gli archetipi
degli operai sono i Dêva, e questo d’altra parte si deduce piuttosto
chiaramente dal seguente passo di Guénon: «[...] se si considerano, dal punto di
vista cosmico, questi "costruttori" come gli Angeli o i Dêva [...] si
deve pensare che questi lavorino sotto la direzione di Vishwakarma, che è, come
abbiamo già spiegato in altre occasioni, la stessa cosa che il "Grande
Architetto dell’Universo"» (24).
***
René Guénon ha più volte attirato l’attenzione, da un
lato, sul rapporto di subordinazione esistente tra i «piccoli misteri» e,
dall’altro, sulle relazioni che intercorrono tra l’iniziazione cavalleresca o
regale e le forme iniziatiche basate sull’esercizio dei mestieri: ora, l’arte
della costruzione si colloca propriamente nel campo dei «piccoli misteri», in
particolare in quello delle forme iniziatiche fondate sull’esercizio dei
mestieri, e Guénon non ha mai mancato di sottolineare «[...] i legami che univano
l’"arte sacerdotale" e l’"arte regale" all’arte dei
costruttori» (25). Al momento della costruzione del Tempio di
Gerusalemme, i «tre primi Grandi Maestri» erano Salomone, Hiram, re di Tiro e
Hiram-Abi; ora, Salomone come profeta-re, Hiram, re di Tiro, e Hiram-Abi come
architetto, rappresentano rispettivamente l’iniziazione sacerdotale,
l’iniziazione regale e l’iniziazione di mestiere. D’altra parte, il progetto
del Tempio era stato trasmesso da Davide a Salomone, il quale però, non essendo
in possesso delle conoscenze indispensabili per la sua costruzione in pietra,
dovette necessariamente ricorrere a operai e a un architetto stranieri, facenti
parte di una popolazione di tipo sedentario. Quanto alla partecipazione del
sacerdozio alla costruzione del Tempio, essa era inoltre tanto più necessaria
in quanto il Tempio era destinato a essere il luogo della manifestazione
divina. A quest’ultimo proposito R. Guénon precisa infatti che «gli
"intermediari celesti" [...] sono la Shekina e Metatron; diremo
innanzitutto che, nel suo senso più generale, la Shekina è la "presenza
reale" della Divinità. Si noti che i passi della Scrittura dove ne è fatta
menzione sono soprattutto quelli in cui si tratta dell’istituzione di un centro
spirituale: la costruzione di un Tabernacolo, l’edificazione dei Templi di
Salomone e di Zorobabel. Un simile centro, costituito in condizioni definite
secondo la regola, doveva essere di fatto il luogo della manifestazione divina,
sempre rappresentata come "Luce"; è curioso osservare che l’espressione
"luogo illuminatissimo e regolarissimo", conservata dalla Massoneria,
sembra proprio essere un ricordo dell’antica scienza sacerdotale che presiedeva
alla costruzione dei templi e che, del resto, non era peculiare degli Ebrei
[...]» (26).
L’espressione «l’antica scienza sacerdotale che
presiedeva alla costruzione dei templi» si ritrova piuttosto curiosamente,
sotto forma invocativa, in un passo del tutto simile di un antico rituale
massonico: «Che la Saggezza presieda alla costruzione del nostro edificio», e ciò
indica che probabilmente essa faceva riferimento a un’epoca nella quale il
legame tra l’arte dei costruttori e l’arte sacerdotale era ancora esistente. Di
fatto, mentre l’espressione «arte regale» si è conservata nella Massoneria
attuale, quella di «arte sacerdotale» è stata completamente dimenticata, e
questo, a quanto sembra, a partire dall’epoca a cui è da far risalire la
rottura dell’Occidente con il centro spirituale del mondo. A tal proposito si
possono ricordare le seguenti considerazioni di René Guénon: «a lato delle
espressioni "iniziazione sacerdotale" e "iniziazione
regale", per così dire parallelamente a esse, si incontrano altresì quelle
di "arte sacerdotale" e di "arte regale", le quali
designano la "messa in opera" delle conoscenze insegnate dalle
corrispondenti iniziazioni, con tutto l’insieme delle "tecniche"
attinenti ai loro campi rispettivi.
Queste denominazioni si conservarono a lungo nelle
antiche corporazioni; e la seconda, quella di "arte regale", ha avuto
un destino abbastanza singolare, essendosi trasmessa fino alla massoneria
moderna nella quale, inutile dirlo, non sussiste più, alla stregua di molti
altri termini e simboli, se non come un vestigio incompreso del passato. Quanto
alla denominazione di "arte sacerdotale", essa è completamente
scomparsa; ciò nonostante quest’ultima si applicava all’arte dei costruttori di
cattedrali del medioevo altrettanto bene quanto a quella dei costruttori di
templi dell’antichità; ma a un certo punto si verificò una confusione delle due
sfere, dovuta a una perdita per lo meno parziale della tradizione, conseguenza
a sua volta delle usurpazioni del potere temporale ai danni di quello
spirituale; e fu così che andò perduto financo il nome di "arte
sacerdotale", indubbiamente nei dintorni del Rinascimento, epoca che segna
di fatto, sotto ogni punto di vista, il compimento della rottura del mondo
occidentale con le proprie dottrine tradizionali» (27).
Rimarrebbe da elucidare il significato del verbo
«presiedere» assegnato alla scienza sacerdotale con riferimento alla
costruzione dei templi, ma sfortunatamente su questo argomento René Guénon non
ha fornito particolari molto abbondanti: nel medioevo occidentale si trovano
esempi di monaci «costruttori», come i Culdei e i Benedettini, ma in genere la
«costruzione» in quanto tale veniva portata a termine da confraternite non
sacerdotali. Stando a talune allusioni fatte da Guénon, pare che la scienza
sacerdotale intervenisse soprattutto nella scelta del luogo in cui sarebbe
stato eretto l’edificio sacro e in merito al suo orientamento, come si deduce
dalla seguente annotazione: «Taluni indicano con precisione la metà del secolo
XV come data di tale perdita dell’antica tradizione, perdita che comportò la
riorganizzazione, nel 1459, delle confraternite dei costruttori su nuovi
fondamenti, ormai incompleti. È opportuno notare che a partire da quest’epoca
le chiese cessarono di essere orientate regolarmente, e un tale fatto ha,
riguardo alla questione trattata, un’importanza molto più rilevante di quanto
non si possa pensare di primo acchito» (28).
D’altra parte, stando a una tradizione, Alberto Magno
sarebbe l’autore di un libro, oggi perduto, dal titolo «Liber Costructionum
Alberti», che «racchiudeva i segreti (sic!) dei Massoni operativi e forniva
indicazioni sul modo di determinare le fondazioni delle cattedrali» (29).
Quale che sia la validità di una simile tradizione, essa sta per lo meno a
indicare la dipendenza della scienza architetturale nei confronti della scienza
sacerdotale, dipendenza la cui esistenza René Guénon ha più volte sostenuto,
come nel passo seguente: «La conoscenza metafisica pura dipende perciò
propriamente dai "grandi misteri", e la conoscenza delle scienze
tradizionali dai "piccoli misteri"; siccome la prima è però il principio
dal quale derivano necessariamente tutte le scienze tradizionali, ne discende
di conseguenza che i "piccoli misteri" dipendono essenzialmente dai
"grandi misteri" e hanno in essi il loro stesso principio, così come
il potere temporale, per essere legittimo, dipende dall’autorità spirituale e
ha in essa il suo principio» (30).
Ora, se il rapporto dell’inferiore nei confronti del
superiore si può esprimere con il verbo «dipendere», quello del superiore nei
confronti dell’inferiore può di fatto essere, inversamente, espresso con il
verbo «presiedere», ed è questo certamente uno dei significati che si possono
assegnare alla frase «l’antica arte sacerdotale che presiedeva alla costruzione
dei templi». Del resto, nel passo che contiene tale espressione si parla
dell’«istituzione di un centro spirituale» che «costituito in condizioni
definite secondo la regola, doveva essere di fatto il luogo della
manifestazione divina». Di conseguenza, l’edificio costituiva evidentemente il
contenitore corporeo, se così si può dire, di tale centro, ma per l’istituzione
vera e propria del centro spirituale era necessaria una «consacrazione», la
quale non poteva essere che appannaggio dell’arte sacerdotale. Nell’antica
massoneria operativa la consacrazione, o sacralizzazione, dei lavori non era forse
anch’essa l’appannaggio del «Brother Jakin»?
***
I massoni d’oggi, e ciò da qualche secolo, non erigono più
costruzioni in pietra, ma questo non toglie nulla al carattere simbolico dell’architettura
e alla possibilità che venga fatto ciò nonostante un lavoro «operativo»
basandosi sul suo simbolismo. Nel corso di una recensione a un libro di Charles
Clyde Hunt, René Guénon precisava: «L’autore sembra assegnare alla Massoneria,
come scopo principale, quella che viene da lui chiamata la "costruzione
del carattere" (character-building); tale espressione in fondo non
costituisce che una semplice "metafora", in luogo di quello che
dovrebbe invece essere un vero e proprio simbolo; la parola "carattere"
è ben vaga e, in ogni caso, non sembra indicare nulla che vada al di là del
piano psicologico; si tratta perciò di qualcosa di ancora assai exoterico,
mentre se si parlasse di "costruzione spirituale", la cosa potrebbe
avere un senso ben altrimenti profondo, soprattutto se vi fossero aggiunte le
precisazioni più propriamente "tecniche" che sarebbero facili da
trarre, a simile proposito, dal simbolismo massonico, a patto che si sapesse
evitare di "moralizzare" in modo puro e semplice a proposito dei
simboli» (31).
È opportuno che i Massoni odierni confessino, stando a
quel che è dato vedere dai loro comportamenti, teorici e pratici, che non
trovano per nulla «facile» trarre «le precisazioni più propriamente
"tecniche"» dal simbolismo massonico in vista di una loro
«costruzione spirituale», ma se un essere della «statura» spirituale quale
quella di René Guénon si è espresso in simile modo, questo significa che si
tratta pure di una cosa possibile.
Uno dei possibili significati di quella che René Guénon
denomina nel passo da noi citato la «costruzione spirituale», obiettivo che è
certo più importante della stessa «costruzione fisica» (e che ad ogni modo
«presiede» a quest’ultima) è quello di riunire e ordinare la molteplicità degli
elementi costitutivi dell’individualità umana per ricondurli all’unità, e in
questo modo costruire un tempio «interiore» per lo Spirito. A tal proposito è
certo opportuno e utile riprendere l’annotazione seguente che R. Guénon faceva
nella «Grande Triade»: «[...] la trasformazione della "pietra grezza"
in "pietra cubica" rappresenta l’elaborazione che deve subire
l’individualità comune per diventare atta a servire da "supporto" o
da "base" alla realizzazione iniziatica; la "pietra cubica a
punta" rappresenta l’effettiva aggiunta a questa individualità di un
principio di ordine sopra-individuale, che costituisce la realizzazione
iniziatica: quest’ultima, peraltro, può essere intesa in maniera analogica e di
conseguenza essere rappresentata dallo stesso simbolo ai suoi vari gradi, dato
che questi ultimi sono sempre ottenuti con operazioni fra loro corrispondenti,
anche se a livelli diversi, come l’"opera al bianco" e l’"opera
al rosso" degli alchimisti» (32). Ma da quel che precede si è
visto che il lavoro sulla pietra non costituisce propriamente un lavoro
«costruttivo»; René Guénon precisava infatti che «la presenza di materiali
preventivamente approntati è indispensabile per la costruzione di un edificio,
anche se è evidente che tali materiali non potranno adempiere la funzione a cui
sono destinati se non quando abbiano trovato la loro posizione nell’edificio
stesso» (33).
La costruzione implica che ogni pietra venga posta
nella posizione che le è destinata, e d’altra parte «[...] la costruzione
rappresenta la manifestazione, nella quale il principio appare solo come il
compimento finale; e proprio in virtù di questa analogia la "prima
pietra", o la "pietra fondamentale", può esser considerata come
un "riflesso" dell’"ultima pietra", che è la vera
"pietra angolare"» (34). La costruzione incomincia perciò con
una pietra e si conclude con una pietra, e le differenze tra le pietre si
limitano alla loro forma, alla loro dimensione e al loro posto nell’edificio.
Considerando ora che la Loggia è un «luogo illuminatissimo e regolarissimo» e che
essa è altresì un simbolo del Cosmo, si potrà dedurre da quel che precede la
necessità, perché la Loggia possa diventare un supporto appropriato per la
presenza del Grande Architetto dell’Universo, della fraternità dei suoi membri,
poiché essi tutti sono altrettante pietre; e della loro organizzazione
gerarchica, giacché ognuno di essi deve occupare il posto che gli è assegnato,
ed è differente da quello di un altro. È d’altronde questa necessità di una
fraternità che possiamo a buon diritto dire «tecnica», quella che Guénon
evocava al termine di uno dei suoi primi lavori sulla Massoneria, scritto nel
1910 sotto il nome di Palingenius: «Ciascuno dei membri [della Massoneria],
entrando nel Tempio, deve spogliarsi della propria personalità profana, e fare
astrazione da tutto quel che è estraneo ai princìpi fondamentali della
Massoneria, princìpi sui quali tutti devono unirsi per lavorare in comune alla
Grande Opera della Costruzione universale» (35). Ma questo studio ci
parrebbe incompleto se non si concludesse con un’ultima citazione da una delle
opere di René Guénon che sottolinea il carattere veramente universale dell’arte
della costruzione: «[...] cose come l’uso del simbolismo dei numeri [...], o anche
quello del simbolismo "costruttivo", non sono in alcun modo esclusive
di questa o quella forma iniziatica, ma rientrano invece nel novero di quelle
che si ritrovano dovunque con semplici differenze di adattamento, perché si
riferiscono a scienze o arti che esistono in tutte le tradizioni, e con lo
stesso carattere "sacro"» (36).
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