È cosa risaputa, e per molti motivo di
ingiustificato orgoglio, che la capacità di analisi dei fenomeni del
mondo sensibile in cui consistono le scienze dell'Occidente moderno
non sia neppure lontanamente paragonabile a quanto abbiano
sviluppato nello stesso ambito le civiltà che hanno preceduto quella
occidentale attuale, e che la quantità di informazioni che si
accumula oggi nel volgere di pochi anni sovrasti in modo
schiacciante quanto generazioni intere di studiosi del passato
abbiano saputo raccogliere in secoli di sforzi. Anche nel campo
delle cosiddette «scienze umane», non v'è dubbio che l'introduzione
dei metodi originati dalla pratica delle «scienze naturali» abbia
condotto a un impressionante sviluppo quantitativo, e ci si può
immaginare lo stupore e lo smarrimento di un uomo dell'antichità che
si trovasse proiettato in una qualsiasi grande biblioteca del giorno
d'oggi, ove ogni più minuscolo dettaglio del pensiero e delle azioni
di uomini e popoli delle epoche e delle razze più diverse viene
custodito, catalogato e analizzato.
Tuttavia, di fronte a un tale poderoso
spiegamento di forze, forse lo stesso nostro antenato non potrebbe
fare a meno di chiedersi a quali risultati abbia condotto un tale
accumulo, e, siccome «nessun ago ha due punte aguzze», se allo
sviluppo intensivo dell'attitudine all'analisi non abbia
corrisposto, in coloro che l'Occidente considera i suoi
«intellettuali», una speculare atrofia della capacità di sintesi.
Queste domande, a dire il vero, se le pongono ormai con una certa
frequenza anche i più lucidi tra i nostri contemporanei, constatando
lo stato di crisi permanente in cui si dibatte ciò che ci si ostina
a chiamare il «pensiero occidentale», e che non è ormai se non un
caotico caleidoscopio in cui le ipotesi più gratuite e
contraddittorie cozzano l'una contro l'altra con una violenza pari
solo alla propria precarietà; è questa la situazione che fin dai
primi decenni del secolo scorso René Guénon mise magistralmente in
luce attraverso le sue opere, alle quali del resto molti dei recenti
«critici» della civiltà moderna dimostrano di aver attinto in modo
più o meno esplicito: «la scienza occidentale è, se così si può
dire, tutta in superficie; disperdendosi nella molteplicità
indefinita delle conoscenze frammentarie, perdendosi negli
innumerevoli particolari dei fatti, essa non permette di conoscere
nulla della vera natura delle cose [...]. Anche quando vengono fatti
dei tentativi per unificare un simile sapere eminentemente
analitico, questi sono puramente fittizi e si fondano esclusivamente
su ipotesi più o meno azzardate, sicché crollano gli uni dopo gli
altri [...]. Del resto, l'idea occidentale secondo cui la sintesi è
come un risultato e una conclusione dell'analisi è radicalmente
falsa; la verità è che per mezzo dell'analisi non si può mai
arrivare ad una sintesi degna di questo nome, perché si tratta di
due cose che non sono affatto del medesimo ordine; ed è nella natura
dell'analisi di poter essere proseguita indefinitamente (se il campo
in cui si esercita permette una tale estensione), senza che con ciò
si avanzi di un sol passo verso l'acquisizione di una veduta
d'insieme di questo campo» (1).
Oggi coloro che sarebbero disposti a
sottoscrivere tali parole di René Guénon sono indubbiamente assai di
più di quanti ne riconobbero la fondatezza al momento in cui furono
scritte, e potremmo quasi dire che la storia del pensiero del
Novecento abbia costituito una sorta di illustrazione dei difetti
che egli individuò nel pensiero moderno: ciononostante, peccheremmo
forse di ingenuità se ritenessimo che oggi queste parole sono
realmente più comprese che allora, poiché la tendenza che si delinea
anzi con maggiore vigore, proprio tra coloro che a parole si
dichiarano convinti della veridicità di tali osservazioni, è
viceversa quella di importare nel campo stesso degli studi
tradizionali ispirati all'opera di René Guénon quelle medesime
tendenze all'analisi e all'erudizione contro le quali egli ebbe modo
di combattere per tutta la sua vita. Già abbiamo avuto occasione di
occuparci del caso emblematico della rivista «Ganesha», nei
cui redattori rilevammo, accanto a indubbie qualità di «critica», la
lamentevole tendenza a lasciare che un'erudizione fine a se stessa
usurpi il posto che dovrebbe essere occupato dalla conoscenza; il
recente volume di Pierre Feydel Aperçus historiques touchant à la
fonction de René Guénon (2)potrebbe a prima vista non
sembrare null'altro che un'ulteriore «pietra d'inciampo» posta sul
cammino di quanti fossero seriamente intenzionati a combattere,
innanzitutto in se stessi, tali tendenze, ma dobbiamo
sfortunatamente constatare che simile lettura risulta essere, a un
esame più attento, persin troppo «ottimistica» rispetto ai reali
risultati che questo libro appare inteso scientemente a produrre
nell'animo degli attuali lettori di Guénon.
Ciò che soprattutto rende il caso di questo
lavoro del Feydel diverso da quello costituito dai tentativi che in
tal campo l'hanno preceduto (e che forse solo parzialmente, e in
qualche modo «naturalmente», obbedivano a una simile istanza
«oppositiva» nei confronti dell'opera di Guénon), è il fatto che il
suo autore abbia voluto - sono le sue proprie parole - «presentare
un quadro dei percorsi nascosti che il metafisico [René Guénon]
ridisegnò [?] sotto i nostri occhi, tanto nei suoi scritti
pubblici e privati come attraverso la propria esistenza; è
perciò che la prima parte del nostro studio prende appoggio su certi
episodi della vita "santa" [!], o piuttosto sacra, di René Guénon,
al fine di far emergere gli avvenimenti di importanza almeno cosmica
[sic!] che vennero a manifestarvisi, così come doveva essere»
(3). Al di là dello stile esageratamente «devozionale», del tutto
sorprendentemente fuori luogo nei confronti di un autore come
Guénon, va innanzitutto sottolineato come lo stesso obiettivo
generale perseguito dal Feydel, ovvero il voler ricavare
dall'analisi di «eventi» biografici delle indicazioni utili a
comprendere realmente le idee esposte da un autore, corrisponda a
quanto Guénon stesso ebbe a stigmatizzare esplicitamente come
«un'illusione»: «È noto [...] quanto spazio tengano i particolari
biografici più insignificanti in quella che dovrebbe essere la
storia delle idee, e quanto diffusa sia l'illusione nel
credere che se si conosce un nome proprio o una data si possiede con
ciò stesso una conoscenza reale; e come potrebbe essere altrimenti
quando si pregiano di più i fatti delle idee?» (4) [i corsivi
sono nostri]. Nel caso specifico dell'applicazione di un tale
«metodo» all'opera di René Guénon, tale illusione assume un
carattere di particolare gravità, corrispondendo alla pretesa di
risalire dall'analisi di «fatti» esteriori alla comprensione della
funzione di un metafisico che, in buona logica, potrebbe essere
valutata solo grazie alla penetrazione intellettuale delle dottrine
metafisiche che egli espose, ovvero tramite lo sviluppo di
un'attitudine opposta a quella, in fin dei conti «empirica» e
superficiale, proposta dal Feydel: dovremmo quindi parlare, in
questo caso, di sviamento più che di illusione, sviamento che
non possiamo credere che il Feydel, per quanto spinto da forze di
cui non sospetta forse la natura, sia del tutto incosciente di
proporre ai suoi lettori.
Ad ogni buon conto, quel che ci rende dubbiosi a
riconoscere a tutti gli autori di «agiografie» di Guénon (compreso
il Feydel) l'attenuante della buona fede, è il fatto che essi
non abbiano, a quel che sembra, avuto l'occasione, nel corso del
loro paziente «spoglio delle fonti», di imbattersi in qualcuna delle
varie affermazioni nelle quali René Guénon stesso ebbe modo di
pronunciarsi, nella sua opera pubblica, rispetto a tentativi di
«indagine» analoghi a quello condotto dal Feydel, stroncando sul
nascere ogni pretesa alla ricerca di «chiavi biografiche» utili a
comprendere la sua funzione e la sua opera: «preghiamo i nostri
lettori di prendere nota: [...] che è ugualmente inutile chiederci
informazioni "biografiche" su noi stessi, dal momento che nulla di
ciò che ci riguarda personalmente appartiene al pubblico, e che del
resto queste cose non possono avere per nessuno il benché minimo
interesse vero: solo la dottrina conta, e, davanti ad essa, le
individualità non esistono» (5) [i corsivi sono nostri].
Ora, che tali parole possano non fare né caldo né
freddo a un biografo che consideri Guénon semplicemente uno
«scrittore» fra i tanti, e che si curi soprattutto di soddisfare le
meno raccomandabili «curiosità» del pubblico pagante (è ciò che
subdolamente affermò per primo Chacornac/Reyor nella sua Vie
simple de René Guénon) è cosa che comprendiamo senza pena: ma
ciò che ci risulta del tutto incomprensibile è come possano
convivere, nella stessa persona, un sincero e onesto rispetto per
ciò che René Guénon ha rappresentato, e un disprezzo così plateale
per le indicazioni che egli diede, nell'interesse dei suoi
lettori, riguardo alle informazioni «biografiche» su se stesso.
Ma anche a voler forzare il «buon senso» fino a
fargli ammettere che si possa cercare di essere «fedeli» a un
autore... facendo esattamente l'opposto di ciò che egli indicava,
dobbiamo tuttavia rilevare che le «stranezze» presenti nell'impianto
stesso del libro che abbiamo sotto le mani non si fermano qui, e ciò
non fa che confermare che il nostro sospetto di una malafede
insinuante che pervaderebbe l'intero lavoro è piuttosto fondato: in
particolare non può non apparire incongrua la pretesa, avanzata dal
Feydel nella già citata introduzione, di porre sullo stesso piano
gli scritti pubblici di Guénon e quelli privati, pretesa basata sul
grottesco argomento, mutuato dal Gayat, che siccome il nome arabo di
Guénon significa «Servitore dell'Unico», allora non bisogna
distinguere tra la sua corrispondenza privata e i suoi libri
pubblici, perché «è tutto un insieme unico» (6). Tralasciando per
indulgenza di rispondere nel dettaglio a tali assurdità, dobbiamo
semplicemente rilevare che se anche la corrispondenza di Guénon
fosse, come ancora il Feydel cita dal Gayat, «una delle espressioni
della sua funzione», essa lo sarebbe esclusivamente nei confronti
dei suoi destinatari, e che se Guénon avesse voluto rendere
pubbliche le indicazioni e i suggerimenti che formulava ad
personam ai suoi corrispondenti, egli, semplicemente, lo avrebbe
fatto, inserendoli nei suoi articoli o nei suoi libri. Si tratta di
una considerazione molto elementare, senza alcuna pretesa «cosmica»,
così come è esperienza comune il non desiderare che ciò che si
scrive in privato a un proprio corrispondente sia destinato a
soddisfare la curiosità di terzi importuni. Siamo ben coscienti che
queste elementari regole di comportamento non fanno parte del
costume corrente tra i cosiddetti «uomini di lettere», fra i quali
ve ne sono certamente alcuni che, anzi, gioirebbero a vedere la
propria vita privata passata al setaccio dagli ammiratori più
devoti: ma, come è fin troppo chiaro dalle citazioni riportate più
sopra, non fu assolutamente questo il caso di René Guénon, né poteva
ovviamente esserlo...
***
Considerati perciò i pesanti limiti che gravano
sul «metodo» scelto dal Feydel per accostarsi all'oggetto del suo
studio, non ci stupisce che il contenuto del libro si presenti come
quanto di più lontano si possa immaginare da quella «storia sacra»
che egli imprudentemente evoca nell'introduzione, e si riduca
esclusivamente a un'impressionante messe di dettagli biografici
tratti dalle fonti della più varia ed eterogenea attendibilità,
collegati tra loro solo dalle congetture spesso fantasiose, e a
volte addirittura visionarie (7), dell'autore. D'altra parte,
potremmo chiederci, se veramente Guénon avesse ricoperto un ruolo
del tutto «fuori dal comune» (cosa che riteniamo pure noi stessi,
anche se in un senso molto diverso da quello cui danno a pensare le
divagazioni fanta-esoteriche del Feydel), come pensare che il reale
significato degli avvenimenti e delle indicazioni private che egli
dava ai suoi più fidati corrispondenti possa essere penetrato, ci
permetta il Feydel, dal primo venuto, con dalla sua soltanto la
paziente perseveranza del «collezionista di aneddoti» e una fervente
fantasia?
Non ci sembra il caso di dilungarci oltre misura
sul risultato «fattuale» delle fatiche del Feydel, che lasciamo
volentieri ai curiosi di «storia segreta» più o meno indiscreta e
malevola, mentre riteniamo più opportuno proseguire brevemente
questa recensione con alcune considerazioni relative alle fonti da
lui utilizzate per comporre questo insolito patchwork. Se
diciamo «insolito» non è perché l'idea del Feydel sia in sé
particolarmente originale, dato che essa corrisponde invece
abbastanza fedelmente, come rimarcavamo sopra, a uno dei più tipici
«vizi» della mentalità occidentale moderna, che ha già prodotto
diversi antecedenti nel campo stesso dei «biografi» di Guénon
(8):
ciò che differenzia questo libro rispetto ai suoi «antenati» è la
mole impressionante di dettagli che esso squaderna, impossibile a
spiegarsi ricorrendo ai soli, pur abbondanti, «ripescaggi» che il
Feydel opera rispetto ad autori precedenti.
Ci soccorre nella soluzione di questo quesito
l'informazione, della quale non abbiamo ragione di dubitare, che il
«brodo di coltura» di questo libro sono state le moderne tecnologie
di elaborazione delle informazioni, grazie alle quali è stato
possibile creare un vero e proprio «forum» di interscambio di
informative (9), nel quale circolerebbero veri e propri «dossier» su
personaggi presenti e passati che si sono interessati all'opera di
Guénon, mescolati a cosiddette «recensioni» che consisterebbero in
realtà in... elenchi degli errori di ortografia e di stampa commessi
da tutti coloro che si occupano di questioni attinenti all'opera di
Guénon. Quale sia il fine recondito per cui lavora tale «centrale»,
che ci viene descritta come estremamente prolifica e
«professionale», non ci è dato di sapere: non possiamo però non
notare il sinistro «nome di battaglia» scelto dal suo dominus,
isikqukqumadevu (10), e il non meno sconcertante appellativo col
quale, a quanto pare, il Feydel si farebbe chiamare in tali
ambienti, ovvero campanuleaberrante. Forse siamo
irrimediabilmente «tagliati fuori» dalla comprensione di fenomeni
che alle nuove generazioni, forgiate al gusto dell'horror,
possono apparire «usuali» (11), ma non possiamo fare a meno di
rilevare che - perlomeno nel caso da noi qui esaminato - tutte
queste ingiustificabili «stranezze», se osservate da sufficiente
distanza, finiscono col comporre (ed è questo l'obiettivo al quale
ci pare si miri sottilmente) un quadro passabilmente coerente nel
senso della sua capacità di distogliere i potenziali lettori di René
Guénon da un serio approfondimento nella direzione da lui stesso
indicata; che non era certo quella della ricerca biografica, o
bibliografica, o della compilazione di «dossier» polizieschi, bensì
qualcosa di incomparabilmente più serio, impegnativo, e, vorremmo
aggiungere, effettivo - non foss'altro che nell'acquisizione
corretta della dottrina.
E proprio con un richiamo a ciò che potrebbe e
dovrebbe essere fatto, coerentemente con le esplicite e pubbliche
indicazioni di René Guénon, vorremmo chiudere questa già fin troppo
estesa rassegna di storture e deviazioni, sperando di lasciare così
nell'animo del lettore qualcosa di più «positivo» rispetto al
ricordo del libro e degli ambienti di cui abbiamo avuto la ventura
di doverci occupare: «[...] qualsiasi conoscenza esclusivamente
"libresca" non ha niente in comune con la conoscenza iniziatica,
quand'anche intesa nel suo stadio semplicemente teorico. [...] Chi
legge [libri dal contenuto di natura iniziatica] al modo delle
persone "colte", o pure chi li studia alla maniera degli "eruditi" e
secondo i metodi profani, non sarà con questo minimamente più vicino
alla vera conoscenza, a causa del fatto che la sua lettura è
caratterizzata da disposizioni che non gli permettono di penetrare
il senso reale dei libri che legge né di assimilarne il contenuto in
una qualunque misura [...]. Del tutto differente è il caso di chi,
prendendo questi stessi libri come "supporti" del suo lavoro
interiore - che è la funzione per la quale essi sono essenzialmente
destinati - sappia vedere al di là delle parole e trovi in essi
un'occasione e un punto d'appoggio per lo sviluppo delle sue proprie
possibilità; in tal caso si ritorna, tutto sommato, alla questione
dell'uso propriamente simbolico di cui è capace il linguaggio, e del
quale abbiamo parlato in precedenza. Ciò, si capirà senza sforzo,
non ha più nulla in comune con il semplice studio libresco,
quand'anche i libri ne siano il punto di partenza; il fatto di
ammassare nella propria memoria nozioni verbali non produce neppure
l'ombra di una conoscenza reale; la sola che conti è la penetrazione
dello "spirito" avvolto sotto le forme esteriori, penetrazione che
presuppone che l'essere porti in se stesso possibilità
corrispondenti, giacché qualsiasi conoscenza è essenzialmente
identificazione; e, in assenza di tale qualificazione inerente alla
natura stessa di quell'essere, le più elevate espressioni della
conoscenza iniziatica, nella misura in cui essa è esprimibile, e
persino le Scritture sacre di tutte le tradizioni, non saranno
mai se non "lettera morta" e flatus vocis»
(12) [i corsivi sono
nostri].
Per quanto ciò possa sembrare sorprendente per
qualcuno, e forse per taluni anche sconvolgente, è per favorire il
perseguimento di quest'ultimo obiettivo negativo che vengono scritti
libri come questo (per convincersene basta osservare da quale fonte
editoriale esso provenga...). E possiamo aggiungere che le
iniziative «telematiche» che fanno ora falsamente mossa di
contrastarli, in realtà obbediscono alla stessa logica perversa (per
rendersene conto è sufficiente prendere atto dell'invereconda
«qualità» del linguaggio adottato, il più lontano possibile dalla
luminosa prosa di René Guénon...), e senza che mai si spieghino le
ragioni delle posizioni sostenute. Ai nostri occhi non fa dubbio
che, sia nell'uno sia nell'altro caso, siamo di fronte all'ultimo
«ritrovato» nel campo delle «nuove tecniche di attacco all'opera di
René Guénon»; ma ci pare chiaro che in queste subdole trappole
portanti le stigmate della più moderna «psicologia applicata»,
cadranno soltanto coloro che queste cose le studiano «alla maniera
degli "eruditi" e secondo i metodi "profani"». I pochi altri, che
ancora esistono, per i quali conta ancora la «penetrazione dello
"spirito"», di simili insidie si rideranno, e non potranno che
compiangere coloro che le stanno mettendo in atto.