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Heredom

Note di lettura

Pierre Feydel
Aperçus historiques touchant à la fonction de René Guénon

Note di lettura

Pierre Feydel
Aperçus historiques touchant à la fonction de René Guénon

 

 

 

 

 

 

Giovanni Testanera

 

  1. René Guénon, Oriente e Occidente, Luni Editrice, pag. 47-48; questo sintetico giudizio sulle conseguenze della mancanza di principi veri da cui sono afflitte le «scienze» moderne, rende anche ben conto della malafede e della sottile doppiezza di coloro che vogliono far credere che lo studio di qualcuna di tali scienze sarebbe, in modo indispensabile, propedeutico alla... comprensione dell'opera stessa di René Guénon.
  2. Archè, Milano, 2003.
  3. Aperçus historiques touchant à la fonction de René Guénon, pag. 8-9.
  4. René Guénon, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, Adelphi Edizioni, pag. 240.
  5. Le Voile d'Isis, nov. 1932, attualmente a pag. 455 di René Guénon, Le Théosophisme, histoire d'une pseudo-religion.
  6. Vogliamo credere che riportando questo argomento il Feydel abbia voluto semplicemente burlarsi dei lettori con uno scherzo di pessimo gusto, perché altrimenti il suo «caso» sarebbe assai più preoccupante...
  7. Ad esempio, come quando, a proposito del ruolo avuto da Guénon nei confronti dell'Hermetic Brotherhood of Luxor, egli scrive: «A questo riguardo, il metafisico [Guénon] apparirebbe in tale storia alla stregua di Gesù, il quale, nelle visioni di Anne-Catherine Emmerich, rispondendo alle domande dei filosofi dell'isola di Cipro e spiegando loro che l'antenato di Zoroastro, "Dschemschid", fu di fatto "un uomo naturalmente abile e dotato di grande saggezza", "il quale aveva preso la direzione di una tribù dopo la confusione della Torre di Babele" [diceva però] che i suoi successori furono in seguito sempre maggiormente deviati, e che "Dscemschid" era in realtà soltanto "una copia falsa e deformata del Sacerdote e Re Melchissédec", sul quale [ultimo] era meglio rivolgere il proprio interesse, così com'era meglio occuparsi della razza di Abramo» (Feydel, cit. pagg. 20-1).
    Senza commenti; così com'è senza commenti l'accostamento di un aspetto della funzione di René Guénon con le divagazioni di una «mistica» quale fu Anne-Catherine Emmerich. E se questi non sono sintomi della malafede di cui dicevamo più sopra...
  8. Tra di essi possiamo ricordare specialmente Jean Robin, che appare in qualche misura come il «padre» del Feydel in ragione della stretta parentela di mentalità che, con tutta evidenza, li unisce: ma non mancano, nel libro stesso del Feydel, apporti da far risalire a Paul Chacornac o ai molti biografi di René Guénon già annessi alla «scuderia» Archè sulla falsariga di Esoterisme et Christianisme autour de René Guénon di Marie-France James.
  9. Alle produzioni di questo stesso «forum» si riferiscono le precisazioni contenute nella Nota pubblicata nel numero 95 della Rivista di Studi Tradizionali.
  10. Isikqukqumadevu è il nome che gli Zulu danno a un mostro informe e barbuto, di sesso femminile, che vive sul fondo di una palude e divora ogni cosa gli capiti a tiro (cfr. Alice Werner, Myths and legends of the Bantu, Frank Cass Publishers).
  11. Un altro atteggiamento al quale confessiamo di non essere in grado di abituarci (ed è probabilmente questa la ragione per cui esso viene adottato) è il tono aggressivo e ingiurioso - al limite della rilevanza penale - che in questo «forum» e in altri consimili «spazi di interscambio» di Internet pare costituisca la regola: fortunatamente, riteniamo, esistono lodevoli eccezioni a questa «regola» deteriore anche se, effettivamente, non è molto ragionevole andare a ricercarle tra i mostri africani...
  12. René Guénon, Considerazioni sull'iniziazione, Luni Editrice, pag. 261-262.
È cosa risaputa, e per molti motivo di ingiustificato orgoglio, che la capacità di analisi dei fenomeni del mondo sensibile in cui consistono le scienze dell'Occidente moderno non sia neppure lontanamente paragonabile a quanto abbiano sviluppato nello stesso ambito le civiltà che hanno preceduto quella occidentale attuale, e che la quantità di informazioni che si accumula oggi nel volgere di pochi anni sovrasti in modo schiacciante quanto generazioni intere di studiosi del passato abbiano saputo raccogliere in secoli di sforzi. Anche nel campo delle cosiddette «scienze umane», non v'è dubbio che l'introduzione dei metodi originati dalla pratica delle «scienze naturali» abbia condotto a un impressionante sviluppo quantitativo, e ci si può immaginare lo stupore e lo smarrimento di un uomo dell'antichità che si trovasse proiettato in una qualsiasi grande biblioteca del giorno d'oggi, ove ogni più minuscolo dettaglio del pensiero e delle azioni di uomini e popoli delle epoche e delle razze più diverse viene custodito, catalogato e analizzato.

Tuttavia, di fronte a un tale poderoso spiegamento di forze, forse lo stesso nostro antenato non potrebbe fare a meno di chiedersi a quali risultati abbia condotto un tale accumulo, e, siccome «nessun ago ha due punte aguzze», se allo sviluppo intensivo dell'attitudine all'analisi non abbia corrisposto, in coloro che l'Occidente considera i suoi «intellettuali», una speculare atrofia della capacità di sintesi. Queste domande, a dire il vero, se le pongono ormai con una certa frequenza anche i più lucidi tra i nostri contemporanei, constatando lo stato di crisi permanente in cui si dibatte ciò che ci si ostina a chiamare il «pensiero occidentale», e che non è ormai se non un caotico caleidoscopio in cui le ipotesi più gratuite e contraddittorie cozzano l'una contro l'altra con una violenza pari solo alla propria precarietà; è questa la situazione che fin dai primi decenni del secolo scorso René Guénon mise magistralmente in luce attraverso le sue opere, alle quali del resto molti dei recenti «critici» della civiltà moderna dimostrano di aver attinto in modo più o meno esplicito: «la scienza occidentale è, se così si può dire, tutta in superficie; disperdendosi nella molteplicità indefinita delle conoscenze frammentarie, perdendosi negli innumerevoli particolari dei fatti, essa non permette di conoscere nulla della vera natura delle cose [...]. Anche quando vengono fatti dei tentativi per unificare un simile sapere eminentemente analitico, questi sono puramente fittizi e si fondano esclusivamente su ipotesi più o meno azzardate, sicché crollano gli uni dopo gli altri [...]. Del resto, l'idea occidentale secondo cui la sintesi è come un risultato e una conclusione dell'analisi è radicalmente falsa; la verità è che per mezzo dell'analisi non si può mai arrivare ad una sintesi degna di questo nome, perché si tratta di due cose che non sono affatto del medesimo ordine; ed è nella natura dell'analisi di poter essere proseguita indefinitamente (se il campo in cui si esercita permette una tale estensione), senza che con ciò si avanzi di un sol passo verso l'acquisizione di una veduta d'insieme di questo campo» (1).

Oggi coloro che sarebbero disposti a sottoscrivere tali parole di René Guénon sono indubbiamente assai di più di quanti ne riconobbero la fondatezza al momento in cui furono scritte, e potremmo quasi dire che la storia del pensiero del Novecento abbia costituito una sorta di illustrazione dei difetti che egli individuò nel pensiero moderno: ciononostante, peccheremmo forse di ingenuità se ritenessimo che oggi queste parole sono realmente più comprese che allora, poiché la tendenza che si delinea anzi con maggiore vigore, proprio tra coloro che a parole si dichiarano convinti della veridicità di tali osservazioni, è viceversa quella di importare nel campo stesso degli studi tradizionali ispirati all'opera di René Guénon quelle medesime tendenze all'analisi e all'erudizione contro le quali egli ebbe modo di combattere per tutta la sua vita. Già abbiamo avuto occasione di occuparci del caso emblematico della rivista «Ganesha», nei cui redattori rilevammo, accanto a indubbie qualità di «critica», la lamentevole tendenza a lasciare che un'erudizione fine a se stessa usurpi il posto che dovrebbe essere occupato dalla conoscenza; il recente volume di Pierre Feydel Aperçus historiques touchant à la fonction de René Guénon (2) potrebbe a prima vista non sembrare null'altro che un'ulteriore «pietra d'inciampo» posta sul cammino di quanti fossero seriamente intenzionati a combattere, innanzitutto in se stessi, tali tendenze, ma dobbiamo sfortunatamente constatare che simile lettura risulta essere, a un esame più attento, persin troppo «ottimistica» rispetto ai reali risultati che questo libro appare inteso scientemente a produrre nell'animo degli attuali lettori di Guénon.

Ciò che soprattutto rende il caso di questo lavoro del Feydel diverso da quello costituito dai tentativi che in tal campo l'hanno preceduto (e che forse solo parzialmente, e in qualche modo «naturalmente», obbedivano a una simile istanza «oppositiva» nei confronti dell'opera di Guénon), è il fatto che il suo autore abbia voluto - sono le sue proprie parole - «presentare un quadro dei percorsi nascosti che il metafisico [René Guénon] ridisegnò [?] sotto i nostri occhi, tanto nei suoi scritti pubblici e privati come attraverso la propria esistenza; è perciò che la prima parte del nostro studio prende appoggio su certi episodi della vita "santa" [!], o piuttosto sacra, di René Guénon, al fine di far emergere gli avvenimenti di importanza almeno cosmica [sic!] che vennero a manifestarvisi, così come doveva essere» (3). Al di là dello stile esageratamente «devozionale», del tutto sorprendentemente fuori luogo nei confronti di un autore come Guénon, va innanzitutto sottolineato come lo stesso obiettivo generale perseguito dal Feydel, ovvero il voler ricavare dall'analisi di «eventi» biografici delle indicazioni utili a comprendere realmente le idee esposte da un autore, corrisponda a quanto Guénon stesso ebbe a stigmatizzare esplicitamente come «un'illusione»: «È noto [...] quanto spazio tengano i particolari biografici più insignificanti in quella che dovrebbe essere la storia delle idee, e quanto diffusa sia l'illusione nel credere che se si conosce un nome proprio o una data si possiede con ciò stesso una conoscenza reale; e come potrebbe essere altrimenti quando si pregiano di più i fatti delle idee(4) [i corsivi sono nostri]. Nel caso specifico dell'applicazione di un tale «metodo» all'opera di René Guénon, tale illusione assume un carattere di particolare gravità, corrispondendo alla pretesa di risalire dall'analisi di «fatti» esteriori alla comprensione della funzione di un metafisico che, in buona logica, potrebbe essere valutata solo grazie alla penetrazione intellettuale delle dottrine metafisiche che egli espose, ovvero tramite lo sviluppo di un'attitudine opposta a quella, in fin dei conti «empirica» e superficiale, proposta dal Feydel: dovremmo quindi parlare, in questo caso, di sviamento più che di illusione, sviamento che non possiamo credere che il Feydel, per quanto spinto da forze di cui non sospetta forse la natura, sia del tutto incosciente di proporre ai suoi lettori.

Ad ogni buon conto, quel che ci rende dubbiosi a riconoscere a tutti gli autori di «agiografie» di Guénon (compreso il Feydel) l'attenuante della buona fede, è il fatto che essi non abbiano, a quel che sembra, avuto l'occasione, nel corso del loro paziente «spoglio delle fonti», di imbattersi in qualcuna delle varie affermazioni nelle quali René Guénon stesso ebbe modo di pronunciarsi, nella sua opera pubblica, rispetto a tentativi di «indagine» analoghi a quello condotto dal Feydel, stroncando sul nascere ogni pretesa alla ricerca di «chiavi biografiche» utili a comprendere la sua funzione e la sua opera: «preghiamo i nostri lettori di prendere nota: [...] che è ugualmente inutile chiederci informazioni "biografiche" su noi stessi, dal momento che nulla di ciò che ci riguarda personalmente appartiene al pubblico, e che del resto queste cose non possono avere per nessuno il benché minimo interesse vero: solo la dottrina conta, e, davanti ad essa, le individualità non esistono» (5) [i corsivi sono nostri].

Ora, che tali parole possano non fare né caldo né freddo a un biografo che consideri Guénon semplicemente uno «scrittore» fra i tanti, e che si curi soprattutto di soddisfare le meno raccomandabili «curiosità» del pubblico pagante (è ciò che subdolamente affermò per primo Chacornac/Reyor nella sua Vie simple de René Guénon) è cosa che comprendiamo senza pena: ma ciò che ci risulta del tutto incomprensibile è come possano convivere, nella stessa persona, un sincero e onesto rispetto per ciò che René Guénon ha rappresentato, e un disprezzo così plateale per le indicazioni che egli diede, nell'interesse dei suoi lettori, riguardo alle informazioni «biografiche» su se stesso.

Ma anche a voler forzare il «buon senso» fino a fargli ammettere che si possa cercare di essere «fedeli» a un autore... facendo esattamente l'opposto di ciò che egli indicava, dobbiamo tuttavia rilevare che le «stranezze» presenti nell'impianto stesso del libro che abbiamo sotto le mani non si fermano qui, e ciò non fa che confermare che il nostro sospetto di una malafede insinuante che pervaderebbe l'intero lavoro è piuttosto fondato: in particolare non può non apparire incongrua la pretesa, avanzata dal Feydel nella già citata introduzione, di porre sullo stesso piano gli scritti pubblici di Guénon e quelli privati, pretesa basata sul grottesco argomento, mutuato dal Gayat, che siccome il nome arabo di Guénon significa «Servitore dell'Unico», allora non bisogna distinguere tra la sua corrispondenza privata e i suoi libri pubblici, perché «è tutto un insieme unico» (6). Tralasciando per indulgenza di rispondere nel dettaglio a tali assurdità, dobbiamo semplicemente rilevare che se anche la corrispondenza di Guénon fosse, come ancora il Feydel cita dal Gayat, «una delle espressioni della sua funzione», essa lo sarebbe esclusivamente nei confronti dei suoi destinatari, e che se Guénon avesse voluto rendere pubbliche le indicazioni e i suggerimenti che formulava ad personam ai suoi corrispondenti, egli, semplicemente, lo avrebbe fatto, inserendoli nei suoi articoli o nei suoi libri. Si tratta di una considerazione molto elementare, senza alcuna pretesa «cosmica», così come è esperienza comune il non desiderare che ciò che si scrive in privato a un proprio corrispondente sia destinato a soddisfare la curiosità di terzi importuni. Siamo ben coscienti che queste elementari regole di comportamento non fanno parte del costume corrente tra i cosiddetti «uomini di lettere», fra i quali ve ne sono certamente alcuni che, anzi, gioirebbero a vedere la propria vita privata passata al setaccio dagli ammiratori più devoti: ma, come è fin troppo chiaro dalle citazioni riportate più sopra, non fu assolutamente questo il caso di René Guénon, né poteva ovviamente esserlo...

***

Considerati perciò i pesanti limiti che gravano sul «metodo» scelto dal Feydel per accostarsi all'oggetto del suo studio, non ci stupisce che il contenuto del libro si presenti come quanto di più lontano si possa immaginare da quella «storia sacra» che egli imprudentemente evoca nell'introduzione, e si riduca esclusivamente a un'impressionante messe di dettagli biografici tratti dalle fonti della più varia ed eterogenea attendibilità, collegati tra loro solo dalle congetture spesso fantasiose, e a volte addirittura visionarie (7), dell'autore. D'altra parte, potremmo chiederci, se veramente Guénon avesse ricoperto un ruolo del tutto «fuori dal comune» (cosa che riteniamo pure noi stessi, anche se in un senso molto diverso da quello cui danno a pensare le divagazioni fanta-esoteriche del Feydel), come pensare che il reale significato degli avvenimenti e delle indicazioni private che egli dava ai suoi più fidati corrispondenti possa essere penetrato, ci permetta il Feydel, dal primo venuto, con dalla sua soltanto la paziente perseveranza del «collezionista di aneddoti» e una fervente fantasia?

Non ci sembra il caso di dilungarci oltre misura sul risultato «fattuale» delle fatiche del Feydel, che lasciamo volentieri ai curiosi di «storia segreta» più o meno indiscreta e malevola, mentre riteniamo più opportuno proseguire brevemente questa recensione con alcune considerazioni relative alle fonti da lui utilizzate per comporre questo insolito patchwork. Se diciamo «insolito» non è perché l'idea del Feydel sia in sé particolarmente originale, dato che essa corrisponde invece abbastanza fedelmente, come rimarcavamo sopra, a uno dei più tipici «vizi» della mentalità occidentale moderna, che ha già prodotto diversi antecedenti nel campo stesso dei «biografi» di Guénon (8): ciò che differenzia questo libro rispetto ai suoi «antenati» è la mole impressionante di dettagli che esso squaderna, impossibile a spiegarsi ricorrendo ai soli, pur abbondanti, «ripescaggi» che il Feydel opera rispetto ad autori precedenti.

Ci soccorre nella soluzione di questo quesito l'informazione, della quale non abbiamo ragione di dubitare, che il «brodo di coltura» di questo libro sono state le moderne tecnologie di elaborazione delle informazioni, grazie alle quali è stato possibile creare un vero e proprio «forum» di interscambio di informative (9), nel quale circolerebbero veri e propri «dossier» su personaggi presenti e passati che si sono interessati all'opera di Guénon, mescolati a cosiddette «recensioni» che consisterebbero in realtà in... elenchi degli errori di ortografia e di stampa commessi da tutti coloro che si occupano di questioni attinenti all'opera di Guénon. Quale sia il fine recondito per cui lavora tale «centrale», che ci viene descritta come estremamente prolifica e «professionale», non ci è dato di sapere: non possiamo però non notare il sinistro «nome di battaglia» scelto dal suo dominus, isikqukqumadevu (10), e il non meno sconcertante appellativo col quale, a quanto pare, il Feydel si farebbe chiamare in tali ambienti, ovvero campanuleaberrante. Forse siamo irrimediabilmente «tagliati fuori» dalla comprensione di fenomeni che alle nuove generazioni, forgiate al gusto dell'horror, possono apparire «usuali» (11), ma non possiamo fare a meno di rilevare che - perlomeno nel caso da noi qui esaminato - tutte queste ingiustificabili «stranezze», se osservate da sufficiente distanza, finiscono col comporre (ed è questo l'obiettivo al quale ci pare si miri sottilmente) un quadro passabilmente coerente nel senso della sua capacità di distogliere i potenziali lettori di René Guénon da un serio approfondimento nella direzione da lui stesso indicata; che non era certo quella della ricerca biografica, o bibliografica, o della compilazione di «dossier» polizieschi, bensì qualcosa di incomparabilmente più serio, impegnativo, e, vorremmo aggiungere, effettivo - non foss'altro che nell'acquisizione corretta della dottrina.

E proprio con un richiamo a ciò che potrebbe e dovrebbe essere fatto, coerentemente con le esplicite e pubbliche indicazioni di René Guénon, vorremmo chiudere questa già fin troppo estesa rassegna di storture e deviazioni, sperando di lasciare così nell'animo del lettore qualcosa di più «positivo» rispetto al ricordo del libro e degli ambienti di cui abbiamo avuto la ventura di doverci occupare: «[...] qualsiasi conoscenza esclusivamente "libresca" non ha niente in comune con la conoscenza iniziatica, quand'anche intesa nel suo stadio semplicemente teorico. [...] Chi legge [libri dal contenuto di natura iniziatica] al modo delle persone "colte", o pure chi li studia alla maniera degli "eruditi" e secondo i metodi profani, non sarà con questo minimamente più vicino alla vera conoscenza, a causa del fatto che la sua lettura è caratterizzata da disposizioni che non gli permettono di penetrare il senso reale dei libri che legge né di assimilarne il contenuto in una qualunque misura [...]. Del tutto differente è il caso di chi, prendendo questi stessi libri come "supporti" del suo lavoro interiore - che è la funzione per la quale essi sono essenzialmente destinati - sappia vedere al di là delle parole e trovi in essi un'occasione e un punto d'appoggio per lo sviluppo delle sue proprie possibilità; in tal caso si ritorna, tutto sommato, alla questione dell'uso propriamente simbolico di cui è capace il linguaggio, e del quale abbiamo parlato in precedenza. Ciò, si capirà senza sforzo, non ha più nulla in comune con il semplice studio libresco, quand'anche i libri ne siano il punto di partenza; il fatto di ammassare nella propria memoria nozioni verbali non produce neppure l'ombra di una conoscenza reale; la sola che conti è la penetrazione dello "spirito" avvolto sotto le forme esteriori, penetrazione che presuppone che l'essere porti in se stesso possibilità corrispondenti, giacché qualsiasi conoscenza è essenzialmente identificazione; e, in assenza di tale qualificazione inerente alla natura stessa di quell'essere, le più elevate espressioni della conoscenza iniziatica, nella misura in cui essa è esprimibile, e persino le Scritture sacre di tutte le tradizioni, non saranno mai se non "lettera morta" e flatus vocis» (12) [i corsivi sono nostri].

Per quanto ciò possa sembrare sorprendente per qualcuno, e forse per taluni anche sconvolgente, è per favorire il perseguimento di quest'ultimo obiettivo negativo che vengono scritti libri come questo (per convincersene basta osservare da quale fonte editoriale esso provenga...). E possiamo aggiungere che le iniziative «telematiche» che fanno ora falsamente mossa di contrastarli, in realtà obbediscono alla stessa logica perversa (per rendersene conto è sufficiente prendere atto dell'invereconda «qualità» del linguaggio adottato, il più lontano possibile dalla luminosa prosa di René Guénon...), e senza che mai si spieghino le ragioni delle posizioni sostenute. Ai nostri occhi non fa dubbio che, sia nell'uno sia nell'altro caso, siamo di fronte all'ultimo «ritrovato» nel campo delle «nuove tecniche di attacco all'opera di René Guénon»; ma ci pare chiaro che in queste subdole trappole portanti le stigmate della più moderna «psicologia applicata», cadranno soltanto coloro che queste cose le studiano «alla maniera degli "eruditi" e secondo i metodi "profani"». I pochi altri, che ancora esistono, per i quali conta ancora la «penetrazione dello "spirito"», di simili insidie si rideranno, e non potranno che compiangere coloro che le stanno mettendo in atto.