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Heredom

Note di lettura

Ganesha - Études de l'oeuvre de René Guénon

Note di lettura

Ganesha - Études de l'oeuvre de René Guénon

 

 

 

 

 

Giovanni Testanera

 

  1. Ad esempio Hapel recensisce la rivista «Il Messagio» [sic] edita dal «Centro Studi Manifesici» [sic!], e in una mezza dozzina di citazioni in italiano riesce a commettere quattro errori di trascrizione: il che può far legittimamente sorgere qualche dubbio sulla padronanza della lingua italiana dell'autore della recensione, e dunque sull'attendibilità delle argomentazioni sviluppate, che in effetti si limitano al commento di qualche frase isolata.
  2. In queste occasioni si potrebbe parafrasare, ad uso dei redattori di «Ganesha», l'espressione «braccia rubate all'agricoltura»: «mani rubate alla tipografia»! Questa osservazione si potrebbe del resto applicare bene anche a quelle altre iniziative, analoghe, che, soprattutto in Francia e nel campo della «telematica», stanno prendendo un singolare quanto inintelligente sviluppo, assumendo a obiettivo sempre l’opera di René Guénon. Per di più, esse sono - nella loro quasi totalità - caratterizzate da atteggiamenti di saccenza individuale che i loro autori, se fossero dotati di un minimo di discernimento, si guarderebbero dal pretendere che possano avere qualche rapporto con la «tradizione»...
  3. Chi volesse ulteriori ragguagli a proposito del punto di vista di Guénon su tali procedimenti potrà riferirsi all'articolo «Qualche considerazione sull'"erudizione"» di P. Nutrizio, in «Rivista di Studi Tradizionali», n. 92, Gennaio-Giugno 2001, dal quale estraiamo qualche passo significativo tratto da Guénon: «[...] capisce veramente soltanto chi sa vedere più lontano delle parole, cosicché si potrebbe dire che lo "spirito" di qualsiasi dottrina è di natura esoterica, mentre la sua lettera è di natura exoterica. Ciò sarebbe applicabile, in modo particolare, a tutti i testi tradizionali, i quali hanno del resto molto spesso una pluralità di significati più o meno profondi che corrispondono ad altrettante prospettive differenti; sennonché, invece di cercare di penetrare questi significati, si preferisce per solito dedicarsi a futili ricerche di esègesi e di "critica dei testi" secondo i metodi laboriosamente composti dalla più moderna erudizione; e un tale lavoro, per quanto fastidioso sia e per quanta pazienza richieda, è molto più facile dell'altro, giacché è, per lo meno, a portata di qualsiasi intelligenza» (Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, parte II, cap. IX).
    «È probabile che taluni abbiamo giudicato un male il nostro attacco all'erudizione, o piuttosto ai suoi abusi e ai suoi pericoli, pur se ci siamo astenuti accuratamente da tutto quel che avrebbe potuto presentare i caratteri di una polemica; sennonché, una delle ragioni per le quali abbiamo condotto questo attacco, è precisamente che l'erudizione, con i suoi metodi speciali, ha l'effetto di distogliere da determinate cose proprio coloro che sarebbero più capaci di comprenderle» (Oriente e Occidente, «Premessa»).
  4. R. Gonin afferma addirittura che l'articolo «Le dottrine indù» pubblicato nella «Revue Blue» nel 1924 sarebbe un «complemento indispensabile per leggere il suo primo libro [Introduzione generale allo studio delle dottrine indù]» [i corsivi sono nostri]; ammettiamo pure che Gonin si sia espresso male, e che si debba intendere «comprendere» al posto di «leggere», giusto perché la frase abbia un senso compiuto; ma anche così, si rende conto Gonin che la sua affermazione implica che i lettori di Guénon sarebbero stati privati di un elemento indispensabile alla comprensione dell'Introduzione generale, nonostante lo stesso Guénon abbia curato tre revisioni di tale libro? Ma forse Gonin pensa che Guénon volesse rivolgersi soprattutto agli assidui visitatori di biblioteche pubbliche, o ai collezionisti...
  5. Cfr. l'articolo «"Nuovo corso" per "Études Traditionnelles"»? di P. Nutrizio, in «Rivista di Studi Tradizionali», n. 65, Luglio - Dicembre 1986.
  6. Tuttavia bisogna ammettere che, tra i lettori di Guénon dell'epoca, non molti sarebbero stati «tagliati» per il tipo di lavoro che conduce oggi Hapel, e forse Guénon si sarebbe trovato costretto a ricorrere a qualche universitario tedesco...
  7. Un'analisi dettagliata delle modalità di azione di tali reti è stata condotta sulla «Rivista di Studi Tradizionali» da A. Balestrieri, in una serie di articoli poi confluiti nell'opera René Guénon e l'Occidente di P. Nutrizio e altri, Luni Editrice.
Il cinquantesimo anniversario della morte di René Guénon ha fornito a molti professionisti del settore culturale l'occasione per venire in contatto con l'opera del metafisico francese, e ha stimolato presso varie case editrici, soprattutto francesi, la produzione di pubblicazioni destinate a «coprire» l'evento nei modi più svariati: dalle biografie destinate al «grosso pubblico» alle raccolte di «testimonianze» di uomini di lettere, dai dibattiti «virtuali» via Internet alle «riscoperte» di inediti più o meno fraudolenti, è stato ben raro chi abbia accettato la «sfida» rappresentata dal confronto con quest'opera senza fornire involontariamente un'ulteriore prova dell'inesorabile stato di declino dell'«intellettualità» occidentale.

Tra le poche pubblicazioni che abbiano tentato di reagire nei confronti di tale desolante panorama meritano una particolare attenzione i primi tre numeri della neonata rivista «Ganesha - Études de l'oeuvre de René Guénon», fra i cui promotori troviamo Bruno Hapel, autore di varie opere tra le quali, in particolare, alcune dedicate alla ricostruzione «filologica» degli scritti di René Guénon.

Fin dalle pagine iniziali del primo numero è visibile la preoccupazione di «mettere in guardia» il lettore contro quanto vi sia di incongruo nei recenti tentativi di volgarizzazione dell'opera di René Guénon, e in effetti la rivista si apre con la rubrica «Chronique d'un Jubilé, 1951 - 2001», destinata a proseguire nei numeri seguenti e a fungere in qualche modo da «editoriale», in assenza di una più organica descrizione di quali siano gli scopi e gli orientamenti dei suoi promotori. In essa i vari Pallavicini, Accart, Grossato, Gattegno, vengono passati al vaglio della critica pungente ed efficace, ancorché a volte un po' sommaria (1), di Hapel, che mantiene l'indirizzo costante di confrontare le affermazioni di tali autori con quello che effettivamente scrisse René Guénon, «sbugiardando» le loro pretese di ispirarsi alla sua opera. Un'altra rubrica fissa della rivista è dedicata alla presenza di riferimenti a René Guénon in Internet, e dobbiamo essere grati alla pazienza di Yves Lecadre che si è sobbarcato la fatica di «pescare», nel mare magnum della rete informatica mondiale, alcune tra le molte sciocchezze su Guénon che purtroppo infestano questo mezzo di diffusione, nel quale l'assenza di «barriere all'ingresso» permette a chiunque di essere «protagonista», per di più al comodo riparo dell'anonimato «virtuale».

Nella sezione delle recensioni vengono esaminate, lungo i primi tre numeri della rivista, varie pubblicazioni attinenti all'opera di René Guénon, fra le quali la rivista «Science sacrée», Le dictionnaire de l'oeuvre de René Guénon di J. M. Vivenza, Introduction à l'enseignement et au mystère de René Guénon di Ch.-A. Gilis, La Grande Influence de René Guénon en Roumanie di C. Mutti: di tutte queste opere vengono messi in luce i limiti e le incongruenze, dimostrando ancora una volta la volontà di «rigore» che sottende l'operato dei collaboratori di «Ganesha».

A complemento della parte «critica» della rivista troviamo due articoli di Patrick Zanzi, uno («Ganesha» n° 2) dedicato a Jean Borella, accusato di «limitazioni... teologico-universitarie» e di essere «uno dei rappresentanti più vendicativi» dell'ambiente cattolico, l'altro («Ganesha» n° 3) dedicato a Denys Roman, assimilato a Schuon e Reyor e «semplicemente» accusato dell'«incomprensione più straordinaria» nei confronti dell'opera di Guénon. A proposito di tali articoli dobbiamo innanzitutto rilevare il carattere tendenzioso del modo di procedere di Zanzi, consistente nell'analizzare le singole considerazioni degli autori che esamina in modo del tutto indipendente dal contesto complessivo in cui esse si collocano. Ora, se nel caso di Borella le affermazioni considerate possono in qualche misura esemplificare l'attitudine di fondo dell'autore, determinatamente avversa a René Guénon, nel caso di Roman esse potrebbero, al massimo, far constatare la presenza di alcune occasionali imprecisioni di espressione in un'opera che contiene, soprattutto dal lato massonico, numerosi sviluppi di innegabile interesse, ai quali Zanzi non accenna minimamente. Quando si sappia che sono proprio questi sviluppi, basati sull'opera di René Guénon, a costituire il nerbo degli scritti di Roman, e che lo stesso René Guénon accordò a tale autore il proprio concorso e controllo per una restaurazione dei rituali massonici, ci si può domandare se Patrick Zanzi non si sia, «semplicemente», compiaciuto a «cercare il pelo nell'uovo», facendo perdere di vista ai suoi lettori il «senso» complessivo dell'opera di Denys Roman. Infatti, al di là dell'impressione di estrema parzialità che tale modo di procedere non può non suscitare in chi abbia letto l'opera di Denys Roman, va notato che un lettore meno avvertito, o semplicemente meno informato, potrebbe farsi l'idea che tale autore possa essere collocato più o meno sullo stesso piano di Schuon e Reyor, sia per quanto concerne il valore intrinseco delle rispettive opere, sia, soprattutto, per quanto riguarda l'attitudine nei confronti dell'opera di Guénon: e ciò, per i lettori di «Ganesha», non è certo un buon servizio...

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Conclusasi la rassegna della sezione «negativa» della rivista, e passando a ciò che si presenterebbe come parte «propositiva» della stessa, dobbiamo purtroppo rilevare come essa si presenti caratterizzata dalle medesime tare e deformazioni che i suoi inflessibili redattori rilevano abitualmente nelle pubblicazioni altrui. Non può infatti non lasciare smarrito il lettore di René Guénon la constatazione che la rimanente parte dei primi tre numeri è costituita dalla riproduzione sistematica dei passi e dei capitoli soppressi o modificati dell'Introduction générale à l'étude des doctrines hindoues di René Guénon, con un'analisi «filologica» che ricalca i dettami della più meccanica e ottusa «critica» universitaria. Occorre aggiungere che tale ruolo è interpretato dai redattori di «Ganesha» senza paura del ridicolo: ad esempio quando ritengono necessario informare il lettore che il copyright dell'edizione del 1939 dell'Introduction générale à l'étude des doctrines hindoues riporta curiosamente [?] la data 1930, mentre il colophon riporta, correttamente, il 1939; o quando viene fatto notare che, mentre nell'edizione del 1921, a pagina 256, è citato il termine chhandas, lo steso passo, a pag. 244 dell'edizione del 1952, riporta il termine chandas (2).

La ragione di una simile «revisione alla rovescia» non viene chiaramente delineata, e a voler essere benevoli si potrebbe leggere tra le righe della presentazione di R. Gonin l'intenzione di inserirsi a difesa di Guénon nei numerosi «dibattiti» [débats] sorti a proposito dei rapporti tra René Guénon e il Buddhismo, cui in effetti si riferiscono gran parte delle modifiche in questione: ovviamente diciamo «benevoli» riferendoci alle intenzioni che possono aver inizialmente ispirato i redattori, ma, anche ammettendo ciò, è chiaro che la stessa idea che l'opera di Guénon possa o debba essere difesa sul terreno dei dibattiti letterari non può che fornire un quadro poco lusinghiero dell'«orizzonte intellettuale» dei promotori di tale pubblicazione. Quel che ad ogni modo è sicuro è che una tale iniziativa, che sposta l'attenzione del lettore dallo sforzo di penetrazione intellettuale, cui dovrebbe essere finalizzato lo studio dell'opera di René Guénon, al terreno dell'analisi e dell'assimilazione mnemonica, che è tipico dell'erudizione, rappresenta per i lettori uno «sviamento» ancor più insidioso delle grossolane incomprensioni giustamente denunciate dalla stessa rivista «Ganesha».

Non vogliamo affermare che i passi «riesumati» dall'équipe di «Ganesha» siano sprovvisti di qualche interesse, poiché ve ne sono anzi alcuni che, se fossero stati letti con la dovuta attenzione dai suoi redattori, avrebbero forse potuto contribuire a meglio indirizzare i loro «studi dell'opera di René Guénon»; ci riferiamo ad esempio al seguente estratto del capitolo «L'influence allemande», pubblicato nel numero 3: parlando dei lavori d'interpretazione degli orientalisti tedeschi, Guénon afferma che essi s'impongono, fra l'altro, a causa del fatto che «si ammantano di un apparato d'erudizione che impressiona al massimo grado coloro che per certi metodi hanno un rispetto che sconfina nella superstizione. [...] [I Tedeschi] eccellono nella stesura di dizionari, di grammatiche, e di quelle voluminose opere di compilazione e bibliografia che non richiedono altro se non memoria e pazienza; è estremamente deplorevole che non si siano interamente specializzati in questo genere di lavori, utilissimi all'occasione, e che, cosa apprezzabile, fanno risparmiare tempo a chi sia in grado di fare dell'altro. Non meno deplorevole è che questi stessi metodi, invece di restare appannaggio dei tedeschi, al cui temperamento sono così adatti, si siano diffusi in tutte le università europee, e soprattutto in Francia, dove sono ritenuti i soli "scientifici", quasi che la scienza e l'erudizione fossero la sola e medesima cosa; cosicché, conseguenza di simile deplorevole mentalità, l'erudizione giunge a usurpare il posto della scienza vera. L'abuso dell'erudizione coltivata per se stessa, la falsa supposizione che essa possa bastare a far comprendere le idee, tutto ciò può essere ancora comprensibile e fino a un certo punto scusabile nei Tedeschi; ma presso popoli che non hanno le stesse specifiche attitudini non si può vedervi altro che l'effetto di una servile tendenza all'imitazione, segno di una decadenza intellettuale a cui sarebbe tempo di porre rimedio prima di vederla trasformarsi in decadenza definitiva» [i corsivi sono nostri]. A ottant'anni di distanza da quando furono scritte queste parole dobbiamo purtroppo constatare come tale decadenza, lungi dall'arrestarsi, tenda invece ad imporsi, oggi, in campi in cui sarebbe stato in passato inconcepibile trovarla: e chi mai avrebbe osato, Guénon vivente, pubblicare pagine e pagine di ripescaggi dagli scarti dei suoi libri?

Al di là quindi del valore dei testi riproposti, ciò che suona male al lettore «non erudito» è che la parte più propriamente «dottrinale» di tale rivista non contenga altro che una lunga rassegna di passi che Guénon stesso ritenne opportuno sopprimere, per di più presentati in una forma che ricalca i metodi di «critica dei testi» tipici degli eruditi (3). Un lettore «normale», che ritenga, cioè, che René Guénon operasse le modificazioni alle sue opere sulla base di un criterio valido, o, meglio, sulla base del medesimo criterio che ne ispirava la redazione, dovrebbe concludere che i redattori di «Ganesha», conseguentemente, non riconoscano a René Guénon la competenza necessaria per adattare la sua esposizione delle dottrine tradizionali ai pochi Occidentali ancora qualificati per tali studi (4): e qual altro motivo potrebbe ispirare la massiccia riproposizione di ciò che un autore ha volontariamente scartato? Ma lo stesso lettore «normale», leggendo le sferzanti accuse di «incompetenza vertiginosa» formulate nei libri di Hapel nei confronti dei curatori delle opere postume di Guénon, riecheggianti qua e là nella rivista «Ganesha», e sapendo che tali curatori furono espressamente designati per tale compito da Guénon stesso (5), dovrebbe ritenere che, secondo Hapel, Guénon si sia pesantemente sbagliato nella scelta di tali persone (6). Tali sarebbero le deduzioni di una persona «normale», che, infine, dovrebbe concludere che, secondo i redattori di «Ganesha», Guénon non fosse altro che uno «scrittore» come tanti altri, magari più «informato» di altri, ma privo delle qualità necessarie per esercitare correttamente la funzione di interprete delle dottrine tradizionali nei confronti di coloro ai quali si rivolgeva.

Questo è in fondo ciò che suggeriva il famigerato Documento confidenziale inedito di Jean Reyor, e questa fu, in generale, l'idea dalla quale partirono più o meno tutti coloro che G. Manara battezzò, con felice espressione, i «parassiti dell'opera di René Guénon», alla cui schiera Hapel sembrerebbe dunque aspirare a ricongiungersi, quali che siano le sue attuali pretese; ciò che rende apparentemente meno grave il caso di Hapel è il fatto che egli applichi la sua attività su un piano quasi esclusivamente «formale», come d'uso tra gli eruditi: ma lo stesso accostarsi a quest'opera con il piglio da erudito che caratterizza Hapel, non è forse, di fatto, un modo per reintrodurre tra i lettori di Guénon un'attitudine che Guénon cercò lungo tutta la sua opera di neutralizzare, proprio perché sapeva che essa corrispondeva (e corrisponde) a uno dei punti dolenti della mentalità occidentale?

Dicevamo che queste sarebbero le conclusioni dei pochissimi uomini «normali» che, nonostante tutto, continuano a esistere in Occidente; da tempo però ci siamo convinti che la mentalità di coloro che, consapevolmente o inconsapevolmente, sono vittime delle suggestioni del mondo moderno, è in tale misura assuefatta all'artificialità che lo caratterizza da non essere capace di rendersi conto delle flagranti contraddizioni che spesso soggiacciono alle proprie produzioni: e, una volta che le loro costruzioni siano ultimate e ornate da brillanti decorazioni, tutto crolla, a causa dell'incongruenza dei progetti e dell'inadeguatezza delle fondamenta. Nel caso di «Ganesha», a essere traditi risulteranno i lettori «nuovi» di Guénon (che sembrano stare così a cuore ai redattori di tale rivista), ai quali sarà offerto il brillante spettacolo di un'acuta «revisione», mentre - a ben guardare - essi saranno condotti ad adottare un'attitudine in profondo contrasto rispetto a quella verso cui Guénon cercava di indirizzare i destinatari della sua opera.

***

Se ci siamo soffermati così a lungo nell'esaminare le tare, non così facilmente individuabili, di una pubblicazione come «Ganesha», è soprattutto perché tale rivista rappresenta uno dei prodotti più compiuti della tendenza alla «catalogazione meccanica» del sapere tradizionale che pare affiorare con sempre maggiore insistenza anche tra coloro che, talvolta non necessariamente in mala fede, si dichiarano aspiranti «uomini tradizionali»; è sintomatico che tali attitudini, inizialmente diffuse presso chi non faceva mistero di dichiararsi paladino del «progresso», abbiano in seguito conquistato larghe porzioni dei rappresentanti dell'exoterismo occidentale, e da qualche decennio non risparmino gli sforzi per sedurre anche quei pochissimi occidentali presso cui rimane un barlume di cognizione di cosa sia realmente l'esoterismo.

È certo che i metodi di educazione (meglio sarebbe dire: di diseducazione) scolare e universitaria rappresentano un formidabile strumento di propaganda per tali indirizzi, resi oggi ancor più «alla portata di tutti» dalla crescente diffusione delle tecnologie di elaborazione dei dati. Tuttavia ci deve essere dell'altro, se è vero che i maggiori sforzi per accreditare questi metodi agli occhi degli aspiranti alla realizzazione spirituale furono e sono posti in atto proprio da quei soggetti, o piuttosto da quelle «reti», eredi di chi ha contrastato l'opera di Guénon fin dalle sue prime manifestazioni (7). Vi è senz'altro in ciò un intento puramente «negativo», consistente nel tentativo di evitare che chi abbia qualche potenzialità di sviluppo spirituale si dedichi a ciò che è realmente essenziale, e di conseguenza contribuisca a mettere a rischio l'equilibrio sempre più precario su cui si regge l'illusione moderna. Ma ciò non esclude che l'approccio frammentario e disorganico promosso da tali metodi di pseudo-preparazione teorica possa favorire forme di assimilazione parimenti «meccanica» ed esteriore quando si passi, come prima o poi sarebbe naturale, sul terreno della «realizzazione spirituale», o di ciò che si ritiene essere tale: ed è dunque molto probabilmente su questo terreno che potrà cercare i risultati più inquietanti, chi persegue l'obiettivo, eminentemente illusorio, di separare l'opera di Guénon dall'influenza spirituale che ne suscitò e indirizzò lo sviluppo...

Vorremmo infine concludere questa breve rassegna dei primi tre numeri della rivista «Ganesha» con l'auspicio che l'acume e la sottigliezza con cui la sua équipe redazionale si applica ad evidenziare le debolezze delle altrui produzioni fossero, per una volta, rivolte senza pregiudizi alla lettura della propria rivista, per rispondere alla domanda: è questo lo studio che René Guénon auspicava fosse fatto della sua opera? E se la risposta fosse, come speriamo, negativa, non potremmo che rivolgere loro, come sincero augurio, il motto: medice, cura te ipsum!