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Ad esempio Hapel recensisce la rivista
«Il Messagio» [sic]
edita dal «Centro Studi Manifesici» [sic!], e in una mezza dozzina di
citazioni in italiano riesce a commettere quattro errori di trascrizione:
il che può far legittimamente sorgere qualche dubbio sulla padronanza della
lingua italiana dell'autore della recensione, e dunque sull'attendibilità delle
argomentazioni sviluppate, che in effetti si limitano al commento di qualche
frase isolata.
-
In queste occasioni si potrebbe parafrasare, ad uso dei redattori di
«Ganesha», l'espressione «braccia rubate all'agricoltura»: «mani rubate
alla tipografia»! Questa osservazione si potrebbe del resto applicare bene anche
a quelle altre iniziative, analoghe, che, soprattutto in Francia e nel campo
della «telematica», stanno prendendo un singolare quanto inintelligente
sviluppo, assumendo a obiettivo sempre l’opera di René Guénon. Per di più, esse
sono - nella loro quasi totalità - caratterizzate da atteggiamenti di saccenza
individuale che i loro autori, se fossero dotati di un minimo di discernimento,
si guarderebbero dal pretendere che possano avere qualche rapporto con la
«tradizione»...
-
Chi volesse ulteriori ragguagli a proposito del punto di
vista di Guénon su tali procedimenti potrà riferirsi all'articolo
«Qualche
considerazione sull'"erudizione"»
di P. Nutrizio, in «Rivista di Studi
Tradizionali», n. 92, Gennaio-Giugno 2001, dal quale estraiamo qualche
passo significativo tratto da Guénon: «[...] capisce veramente soltanto chi sa
vedere più lontano delle parole, cosicché si potrebbe dire che lo "spirito" di
qualsiasi dottrina è di natura esoterica, mentre la sua lettera è di natura
exoterica. Ciò sarebbe applicabile, in modo particolare, a tutti i testi
tradizionali, i quali hanno del resto molto spesso una pluralità di significati
più o meno profondi che corrispondono ad altrettante prospettive differenti;
sennonché, invece di cercare di penetrare questi significati, si preferisce per
solito dedicarsi a futili ricerche di esègesi e di "critica dei testi" secondo i
metodi laboriosamente composti dalla più moderna erudizione; e un tale lavoro,
per quanto fastidioso sia e per quanta pazienza richieda, è molto più facile
dell'altro, giacché è, per lo meno, a portata di qualsiasi intelligenza» (Introduzione
generale allo studio delle dottrine indù, parte II, cap. IX).
«È probabile che taluni abbiamo giudicato un male il nostro
attacco all'erudizione, o piuttosto ai suoi abusi e ai suoi pericoli, pur se ci
siamo astenuti accuratamente da tutto quel che avrebbe potuto presentare i
caratteri di una polemica; sennonché, una delle ragioni per le quali abbiamo
condotto questo attacco, è precisamente che l'erudizione, con i suoi metodi
speciali, ha l'effetto di distogliere da determinate cose proprio coloro che
sarebbero più capaci di comprenderle» (Oriente
e Occidente, «Premessa»).
-
R. Gonin afferma addirittura che l'articolo
«Le dottrine indù»
pubblicato nella
«Revue Blue» nel 1924 sarebbe un «complemento
indispensabile per leggere il suo primo libro [Introduzione generale allo
studio delle dottrine indù]» [i corsivi sono nostri]; ammettiamo pure che
Gonin si sia espresso male, e che si debba intendere «comprendere» al posto di
«leggere», giusto perché la frase abbia un senso compiuto; ma anche così, si
rende conto Gonin che la sua affermazione implica che i lettori di Guénon
sarebbero stati privati di un elemento indispensabile alla comprensione
dell'Introduzione generale, nonostante lo stesso Guénon abbia curato
tre revisioni di tale libro? Ma forse Gonin pensa che Guénon volesse
rivolgersi soprattutto agli assidui visitatori di biblioteche pubbliche, o ai
collezionisti...
-
Cfr. l'articolo
«"Nuovo corso" per
"Études Traditionnelles"»? di P.
Nutrizio, in
«Rivista di Studi Tradizionali», n. 65, Luglio - Dicembre
1986.
-
Tuttavia bisogna ammettere che, tra i lettori di Guénon dell'epoca,
non molti sarebbero stati «tagliati» per il tipo di lavoro che conduce oggi
Hapel, e forse Guénon si sarebbe trovato costretto a ricorrere a qualche
universitario tedesco...
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Un'analisi dettagliata delle modalità di azione di
tali reti è stata condotta sulla
«Rivista di Studi Tradizionali»
da A.
Balestrieri, in una serie di articoli poi confluiti nell'opera René Guénon e
l'Occidente di P. Nutrizio e altri, Luni Editrice.
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Il cinquantesimo anniversario della morte di René
Guénon ha fornito a molti professionisti del settore culturale
l'occasione per venire in contatto con l'opera del metafisico
francese, e ha stimolato presso varie case editrici, soprattutto
francesi, la produzione di pubblicazioni destinate a «coprire»
l'evento nei modi più svariati: dalle biografie destinate al «grosso
pubblico» alle raccolte di «testimonianze» di uomini di lettere, dai
dibattiti «virtuali» via Internet alle «riscoperte» di
inediti più o meno fraudolenti, è stato ben raro chi abbia accettato
la «sfida» rappresentata dal confronto con quest'opera senza fornire
involontariamente un'ulteriore prova dell'inesorabile stato di
declino dell'«intellettualità» occidentale.
Tra le poche pubblicazioni che abbiano tentato di
reagire nei confronti di tale desolante panorama meritano una
particolare attenzione i primi tre numeri della neonata rivista
«Ganesha - Études de l'oeuvre de René Guénon», fra i cui promotori
troviamo Bruno Hapel, autore di varie opere tra le quali, in
particolare, alcune dedicate alla ricostruzione «filologica» degli
scritti di René Guénon.
Fin dalle pagine iniziali del primo numero è
visibile la preoccupazione di «mettere in guardia» il lettore contro
quanto vi sia di incongruo nei recenti tentativi di volgarizzazione
dell'opera di René Guénon, e in effetti la rivista si apre con la
rubrica
«Chronique d'un Jubilé, 1951 - 2001», destinata a
proseguire nei numeri seguenti e a fungere in qualche modo da
«editoriale», in assenza di una più organica descrizione di quali
siano gli scopi e gli orientamenti dei suoi promotori. In essa i
vari Pallavicini, Accart, Grossato, Gattegno, vengono passati al
vaglio della critica pungente ed efficace, ancorché a volte un po'
sommaria (1), di Hapel, che mantiene l'indirizzo costante di
confrontare le affermazioni di tali autori con quello che
effettivamente scrisse René Guénon, «sbugiardando» le loro pretese
di ispirarsi alla sua opera. Un'altra rubrica fissa della rivista è
dedicata alla presenza di riferimenti a René Guénon in Internet,
e dobbiamo essere grati alla pazienza di Yves Lecadre che si è
sobbarcato la fatica di «pescare», nel mare magnum della rete
informatica mondiale, alcune tra le molte sciocchezze su Guénon che
purtroppo infestano questo mezzo di diffusione, nel quale l'assenza
di «barriere all'ingresso» permette a chiunque di essere
«protagonista», per di più al comodo riparo dell'anonimato
«virtuale».
Nella sezione delle recensioni vengono esaminate,
lungo i primi tre numeri della rivista, varie pubblicazioni
attinenti all'opera di René Guénon, fra le quali la rivista
«Science sacrée», Le dictionnaire de l'oeuvre de René Guénon
di J. M. Vivenza, Introduction à l'enseignement et au mystère de
René Guénon di Ch.-A. Gilis, La Grande Influence de René
Guénon en Roumanie di C. Mutti: di tutte queste opere vengono
messi in luce i limiti e le incongruenze, dimostrando ancora una
volta la volontà di «rigore» che sottende l'operato dei
collaboratori di
«Ganesha».
A complemento della parte «critica» della rivista
troviamo due articoli di Patrick Zanzi, uno («Ganesha» n° 2)
dedicato a Jean Borella, accusato di «limitazioni...
teologico-universitarie» e di essere «uno dei rappresentanti più
vendicativi» dell'ambiente cattolico, l'altro («Ganesha» n° 3)
dedicato a Denys Roman, assimilato a Schuon e Reyor e
«semplicemente» accusato dell'«incomprensione più straordinaria» nei
confronti dell'opera di Guénon. A proposito di tali articoli
dobbiamo innanzitutto rilevare il carattere tendenzioso del modo di
procedere di Zanzi, consistente nell'analizzare le singole
considerazioni degli autori che esamina in modo del tutto
indipendente dal contesto complessivo in cui esse si collocano. Ora,
se nel caso di Borella le affermazioni considerate possono in
qualche misura esemplificare l'attitudine di fondo dell'autore,
determinatamente avversa a René Guénon, nel caso di Roman esse
potrebbero, al massimo, far constatare la presenza di alcune
occasionali imprecisioni di espressione in un'opera che contiene,
soprattutto dal lato massonico, numerosi sviluppi di innegabile
interesse, ai quali Zanzi non accenna minimamente. Quando si sappia
che sono proprio questi sviluppi, basati sull'opera di René Guénon,
a costituire il nerbo degli scritti di Roman, e che lo stesso René
Guénon accordò a tale autore il proprio concorso e controllo per una
restaurazione dei rituali massonici, ci si può domandare se Patrick
Zanzi non si sia, «semplicemente», compiaciuto a «cercare il pelo
nell'uovo», facendo perdere di vista ai suoi lettori il «senso»
complessivo dell'opera di Denys Roman. Infatti, al di là
dell'impressione di estrema parzialità che tale modo di procedere
non può non suscitare in chi abbia letto l'opera di Denys Roman, va
notato che un lettore meno avvertito, o semplicemente meno
informato, potrebbe farsi l'idea che tale autore possa essere
collocato più o meno sullo stesso piano di Schuon e Reyor, sia per
quanto concerne il valore intrinseco delle rispettive opere, sia,
soprattutto, per quanto riguarda l'attitudine nei confronti
dell'opera di Guénon: e ciò, per i lettori di
«Ganesha», non è
certo un buon servizio...
***
Conclusasi la rassegna della sezione «negativa» della
rivista, e passando a ciò che si presenterebbe come parte «propositiva» della
stessa, dobbiamo purtroppo rilevare come essa si presenti caratterizzata dalle
medesime tare e deformazioni che i suoi inflessibili redattori rilevano
abitualmente nelle pubblicazioni altrui. Non può infatti non lasciare smarrito
il lettore di René Guénon la constatazione che la rimanente parte dei primi tre
numeri è costituita dalla riproduzione sistematica dei passi e dei capitoli
soppressi o modificati dell'Introduction générale à l'étude des doctrines
hindoues di René Guénon, con un'analisi «filologica» che ricalca i dettami
della più meccanica e ottusa «critica» universitaria. Occorre aggiungere che
tale ruolo è interpretato dai redattori di «Ganesha» senza paura del
ridicolo: ad esempio quando ritengono necessario informare il lettore che il
copyright dell'edizione del 1939 dell'Introduction générale à l'étude des
doctrines hindoues riporta curiosamente [?] la data 1930, mentre il colophon
riporta, correttamente, il 1939; o quando viene fatto notare che, mentre
nell'edizione del 1921, a pagina 256, è citato il termine chhandas, lo
steso passo, a pag. 244 dell'edizione del 1952, riporta il termine chandas
(2).
La ragione di una simile «revisione alla
rovescia» non viene chiaramente delineata, e a voler essere benevoli
si potrebbe leggere tra le righe della presentazione di R. Gonin
l'intenzione di inserirsi a difesa di Guénon nei numerosi
«dibattiti» [débats] sorti a proposito dei rapporti tra René
Guénon e il Buddhismo, cui in effetti si riferiscono gran parte
delle modifiche in questione: ovviamente diciamo «benevoli»
riferendoci alle intenzioni che possono aver inizialmente ispirato i
redattori, ma, anche ammettendo ciò, è chiaro che la stessa idea che
l'opera di Guénon possa o debba essere difesa sul terreno dei
dibattiti letterari non può che fornire un quadro poco lusinghiero
dell'«orizzonte intellettuale» dei promotori di tale pubblicazione.
Quel che ad ogni modo è sicuro è che una tale iniziativa, che sposta
l'attenzione del lettore dallo sforzo di penetrazione intellettuale,
cui dovrebbe essere finalizzato lo studio dell'opera di René Guénon,
al terreno dell'analisi e dell'assimilazione mnemonica, che è tipico
dell'erudizione, rappresenta per i lettori uno «sviamento» ancor più
insidioso delle grossolane incomprensioni giustamente denunciate
dalla stessa rivista
«Ganesha».
Non vogliamo affermare che i passi «riesumati»
dall'équipe di
«Ganesha» siano sprovvisti di qualche interesse,
poiché ve ne sono anzi alcuni che, se fossero stati letti con la
dovuta attenzione dai suoi redattori, avrebbero forse potuto
contribuire a meglio indirizzare i loro «studi dell'opera di René
Guénon»; ci riferiamo ad esempio al seguente estratto del capitolo
«L'influence allemande», pubblicato nel numero 3: parlando dei
lavori d'interpretazione degli orientalisti tedeschi, Guénon afferma
che essi s'impongono, fra l'altro, a causa del fatto che «si
ammantano di un apparato d'erudizione che impressiona al massimo
grado coloro che per certi metodi hanno un rispetto che sconfina
nella superstizione. [...] [I Tedeschi] eccellono nella stesura di
dizionari, di grammatiche, e di quelle voluminose opere di
compilazione e bibliografia che non richiedono altro se non memoria
e pazienza; è estremamente deplorevole che non si siano interamente
specializzati in questo genere di lavori, utilissimi all'occasione,
e che, cosa apprezzabile, fanno risparmiare tempo a chi sia in grado
di fare dell'altro. Non meno deplorevole è che questi stessi metodi,
invece di restare appannaggio dei tedeschi, al cui temperamento sono
così adatti, si siano diffusi in tutte le università europee, e
soprattutto in Francia, dove sono ritenuti i soli "scientifici",
quasi che la scienza e l'erudizione fossero la sola e medesima cosa;
cosicché, conseguenza di simile deplorevole mentalità,
l'erudizione giunge a usurpare il posto della scienza vera.
L'abuso dell'erudizione coltivata per se stessa, la falsa
supposizione che essa possa bastare a far comprendere le idee,
tutto ciò può essere ancora comprensibile e fino a un certo punto
scusabile nei Tedeschi; ma presso popoli che non hanno le stesse
specifiche attitudini non si può vedervi altro che l'effetto di una
servile tendenza all'imitazione, segno di una decadenza
intellettuale a cui sarebbe tempo di porre rimedio prima di vederla
trasformarsi in decadenza definitiva» [i corsivi sono nostri]. A ottant'anni di distanza da quando furono scritte queste
parole dobbiamo purtroppo constatare come tale decadenza, lungi
dall'arrestarsi, tenda invece ad imporsi, oggi, in campi in cui
sarebbe stato in passato inconcepibile trovarla: e chi mai avrebbe
osato, Guénon vivente, pubblicare pagine e pagine di ripescaggi
dagli scarti dei suoi libri?
Al di là quindi del valore dei testi riproposti,
ciò che suona male al lettore «non erudito» è che la parte più
propriamente «dottrinale» di tale rivista non contenga altro che una
lunga rassegna di passi che Guénon stesso ritenne opportuno
sopprimere, per di più presentati in una forma che ricalca i metodi
di «critica dei testi» tipici degli eruditi (3). Un lettore
«normale», che ritenga, cioè, che René Guénon operasse le
modificazioni alle sue opere sulla base di un criterio valido, o,
meglio, sulla base del medesimo criterio che ne ispirava la
redazione, dovrebbe concludere che i redattori di
«Ganesha»,
conseguentemente, non riconoscano a René Guénon la competenza
necessaria per adattare la sua esposizione delle dottrine
tradizionali ai pochi Occidentali ancora qualificati per tali studi
(4): e qual altro motivo potrebbe ispirare la massiccia
riproposizione di ciò che un autore ha volontariamente scartato? Ma
lo stesso lettore «normale», leggendo le sferzanti accuse di
«incompetenza vertiginosa» formulate nei libri di Hapel nei
confronti dei curatori delle opere postume di Guénon, riecheggianti
qua e là nella rivista
«Ganesha», e sapendo che tali curatori
furono espressamente designati per tale compito da Guénon stesso
(5), dovrebbe ritenere che, secondo Hapel, Guénon si sia
pesantemente sbagliato nella scelta di tali persone (6). Tali
sarebbero le deduzioni di una persona «normale», che, infine,
dovrebbe concludere che, secondo i redattori di
«Ganesha», Guénon non fosse altro che uno «scrittore» come tanti altri,
magari più «informato» di altri, ma privo delle qualità necessarie
per esercitare correttamente la funzione di interprete delle
dottrine tradizionali nei confronti di coloro ai quali si rivolgeva.
Questo è in fondo ciò che suggeriva il famigerato Documento confidenziale inedito di Jean Reyor, e questa fu, in
generale, l'idea dalla quale partirono più o meno tutti coloro che
G. Manara battezzò, con felice espressione, i «parassiti dell'opera
di René Guénon», alla cui schiera Hapel sembrerebbe dunque aspirare
a ricongiungersi, quali che siano le sue attuali pretese; ciò che
rende apparentemente meno grave il caso di Hapel è il fatto che egli
applichi la sua attività su un piano quasi esclusivamente «formale»,
come d'uso tra gli eruditi: ma lo stesso accostarsi a quest'opera
con il piglio da erudito che caratterizza Hapel, non è forse, di
fatto, un modo per reintrodurre tra i lettori di Guénon
un'attitudine che Guénon cercò lungo tutta la sua opera di
neutralizzare, proprio perché sapeva che essa corrispondeva (e
corrisponde) a uno dei punti dolenti della mentalità occidentale?
Dicevamo che queste sarebbero le conclusioni dei
pochissimi uomini «normali» che, nonostante tutto, continuano a
esistere in Occidente; da tempo però ci siamo convinti che la
mentalità di coloro che, consapevolmente o inconsapevolmente, sono
vittime delle suggestioni del mondo moderno, è in tale misura
assuefatta all'artificialità che lo caratterizza da non essere
capace di rendersi conto delle flagranti contraddizioni che spesso
soggiacciono alle proprie produzioni: e, una volta che le loro
costruzioni siano ultimate e ornate da brillanti decorazioni, tutto
crolla, a causa dell'incongruenza dei progetti e dell'inadeguatezza
delle fondamenta. Nel caso di
«Ganesha», a essere traditi
risulteranno i lettori «nuovi» di Guénon (che sembrano stare così a
cuore ai redattori di tale rivista), ai quali sarà offerto il
brillante spettacolo di un'acuta «revisione», mentre - a ben
guardare - essi saranno condotti ad adottare un'attitudine in
profondo contrasto rispetto a quella verso cui Guénon cercava di
indirizzare i destinatari della sua opera.
***
Se ci siamo soffermati così a lungo
nell'esaminare le tare, non così facilmente individuabili, di una
pubblicazione come
«Ganesha», è soprattutto perché tale rivista
rappresenta uno dei prodotti più compiuti della tendenza alla
«catalogazione meccanica» del sapere tradizionale che pare affiorare
con sempre maggiore insistenza anche tra coloro che, talvolta non
necessariamente in mala fede, si dichiarano aspiranti «uomini
tradizionali»; è sintomatico che tali attitudini, inizialmente
diffuse presso chi non faceva mistero di dichiararsi paladino del
«progresso», abbiano in seguito conquistato larghe porzioni dei
rappresentanti dell'exoterismo occidentale, e da qualche decennio
non risparmino gli sforzi per sedurre anche quei pochissimi
occidentali presso cui rimane un barlume di cognizione di cosa sia
realmente l'esoterismo.
È certo che i metodi di educazione (meglio
sarebbe dire: di diseducazione) scolare e universitaria
rappresentano un formidabile strumento di propaganda per tali
indirizzi, resi oggi ancor più «alla portata di tutti» dalla
crescente diffusione delle tecnologie di elaborazione dei dati.
Tuttavia ci deve essere dell'altro, se è vero che i maggiori sforzi
per accreditare questi metodi agli occhi degli aspiranti alla
realizzazione spirituale furono e sono posti in atto proprio da quei
soggetti, o piuttosto da quelle «reti», eredi di chi ha contrastato
l'opera di Guénon fin dalle sue prime manifestazioni (7). Vi è
senz'altro in ciò un intento puramente «negativo», consistente nel
tentativo di evitare che chi abbia qualche potenzialità di sviluppo
spirituale si dedichi a ciò che è realmente essenziale, e di
conseguenza contribuisca a mettere a rischio l'equilibrio sempre più
precario su cui si regge l'illusione moderna. Ma ciò non esclude che
l'approccio frammentario e disorganico promosso da tali metodi di
pseudo-preparazione teorica possa favorire forme di assimilazione
parimenti «meccanica» ed esteriore quando si passi, come prima o poi
sarebbe naturale, sul terreno della «realizzazione spirituale», o di
ciò che si ritiene essere tale: ed è dunque molto probabilmente su
questo terreno che potrà cercare i risultati più inquietanti, chi
persegue l'obiettivo, eminentemente illusorio, di separare l'opera
di Guénon dall'influenza spirituale che ne suscitò e indirizzò lo
sviluppo...
Vorremmo infine concludere questa breve rassegna
dei primi tre numeri della rivista
«Ganesha» con l'auspicio che
l'acume e la sottigliezza con cui la sua équipe redazionale si
applica ad evidenziare le debolezze delle altrui produzioni fossero,
per una volta, rivolte senza pregiudizi alla lettura della propria
rivista, per rispondere alla domanda: è questo lo studio che René
Guénon auspicava fosse fatto della sua opera? E se la risposta
fosse, come speriamo, negativa, non potremmo che rivolgere loro,
come sincero augurio, il motto: medice, cura te ipsum!
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