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Durer, San Michele Arcangelo che combatte il drago, silografia

Il dialogo tra le «genti del Libro»
alla luce del simbolismo apocalittico

Mariano Bizzarri
Università di Roma La Sapienza

 

Bismillah Rrahmani Rrahim
Nel Nome di Dio Clemente e Misericordioso
(Cor., XVIII, 1)

Le ragioni del dialogo

I motivi che almeno in parte sono all’origine del riaffiorare di un dialogo costruttivo tra i rappresentanti delle tre grandi religioni monoteiste, quelle in cui si riconoscono le cosiddette «genti del Libro», rilevano di ordini sostanzialmente diversi di significato e come tali sono suscettibili di letture e interpretazioni differenti, ma non necessariamente per questo contraddittorie.
Il dialogo è innanzitutto venuto imponendosi come una necessità in un’epoca che del tutto paradossalmente ha visto e vede affrontarsi militarmente i popoli e gli eserciti che a quelle religioni fanno riferimento, il più delle volte scontrandosi proprio in quel luogo –Gerusalemme e la Palestina– che in qualche modo rappresenta la patria comune d’origine di ciascuno. L’esigenza suprema della Pace il cui valore, pur differendo significativamente nella sua duplice accezione profana ed esoterica, non ci stancheremo mai di sottolineare, non può prescindere da una ricomposizione che primariamente deve avvenire a livello religioso se non si vuole che il conflitto si ammanti fraudolentemente di una falsa e perversa nobilitazione teologica, come purtroppo spesso accade.

 

L’ambito del dialogo

Sussistono fondamentalmente due approcci possibili al confronto tra le tre religioni monoteiste del bacino mediterraneo. Il primo di questi è chiaramente essoterico nella forma e muove dalle convergenze dottrinali, etiche e filosofiche che indubbiamente finiscono con l’assumere un carattere prevalente sulle divergenze che in ultima istanza si riassumono, per tutte e tre le forme religiose, nella diversa valutazione e interpretazione della figura storica e teologica del Cristo.
Queste stesse divergenze si stemperano e si risolvono nell’approccio esoterico che, al di là delle forme, va a cogliere la sostanza trascendente 1 delle tre rivelazioni e che, per sua stessa natura, è comunque destinata a rimanere patrimonio esclusivo di pochi.
Ciò non deve nè stupire nè amareggiare, in quanto tale distinzione rientra nell’ordine naturale delle cose e deve anzi essere interpretata come un segno della provvidenza misericordiosa dell’Ente Supremo. Molto opportunamente scrive al riguardo un autore Sufi:

Per l’uomo tradizionale, sia egli musulmano o di altra fede, cioè per l’uomo la cui vita e il cui pensiero sono modellati da un insieme di principi di ordine trascendente e che vive in una società in cui questi principi si manifestano in ogni campo, le altre tradizioni religiose appaiono come mondi estranei che non lo riguardano, nella loro realtà spirituale immediata, salvo in casi eccezionali che servono solo a confermare la regola… 2

Così come l’uomo è stato costituito per vivere in un mondo fisico in cui gli appare un unico sole, ancorché l’astrofisica lo assicuri dell’esistenza di infiniti altri, così egli è stato costituito, nell’anima religiosa e spirituale, per vivere sotto la luce di quella Tradizione e di quella Religione che è propria dell’area geografica, della società e della cultura in cui quell’uomo, così determinato rispetto al Tempo ed allo Spazio, vive ed opera. Con l’avvento del Mondo Moderno abbiamo assistito ad un duplice processo che sul piano filosofico ha portato alla diffusione di un relativismo teologico ed etico, con la negazione non solo del carattere assoluto di ciascuna forma religiosa, ma del fondamento metafisico stesso dei Libri Sacri e, sul piano più squisitamente socio-demografico, a una frammistione confusa e confondente di popoli, culture e consuetudini.
Così anche per l’uomo comune è venuta emergendo la necessità di confrontarsi e conoscere altre tradizioni religiose, parallelamente al procedere di quella disgregazione degli universi di riferimento, astronomico, geopolitico e religioso, che costituivano per lui pilastri di certezza assoluta, al di là dei quali non era generalmente consentito inoltrarsi: nec plus ultra.
In quale misura questo stato di cose, che nel suo procedere sembra essere tutt’altro che esaurito,  possa essere qualificato in termini positivi è certo operazione non facile. Da un lato ha infatti creato i presupposti per una ripresa del dialogo e dell’incontro tra le tre religioni, dall’altro ha ulteriormente contribuito a seminare scetticismo e smarrimento circa la natura e i caratteri di quegli elementi che, costituendo gli aspetti fondanti di ciascuna rivelazione, ne costituiscono per così dire il «nocciolo» esoterico sulla base dei quali è possibile individuare quella che è l’unità essenziale e l’essenziale universalità di ciascuna. Infatti

si può essere d’accordo che è un bene avere spalancate le finestre della mente, sempre che la mente sia dotata anche di muri. Se una stanza non ha alcun muro, è irrilevante che le sue finestre siano aperte oppure chiuse. Quando l’uomo respinge la rivelazione e la tradizione, la sua apertura mentale dal punto di vista religioso ha poco valore, in quanto ha smarrito il criterio che gli permettere di discernere il vero dal falso 3

I «muri» di cui è qui questione rappresentano propriamente quegli elementi fondanti ciascun messaggio religioso e che ne attestano l’essenziale uniformità rispetto alla Tradizione Primordiale, sicché, al di là delle apparenti differenze, si può in ciascuna intravedere la comune sostanza. Al riguardo è utile ricordare come la Lumen gentium abbia saputo efficacemente riassumere in poche righe questo comune «fondamento»:

Ma il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i Musulmani, i quali professando di tenere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giorno finale. 4

Tutte e tre le religioni condividono infatti a) una comune discendenza abramitica; b) la credenza in un Dio unico, c) misericordioso e, last but not least, una prospettiva escatologica che, sia sul piano teologico, quanto su quello simbolico, presenta non solo stringenti affinità ma finisce con l’essere oggi un terreno preferenziale di dialogo.

 

L’Apocalisse nelle religioni monoteistiche

Tra gli aspetti fondanti che assumono un rilievo preminente tanto nella prospettiva religiosa, essoterica, quanto in quella esoterica, un ruolo di primo piano assumono quelli inerenti l’escatologia apocalittica. Indubbiamente il riemergere di aspettative millenaristiche, alimentate in primis dalle tensioni e dalle laceranti contraddizioni del Mondo Moderno, non è estraneo al rinnovato interesse che, da più parti, e da prospettive le più diverse, viene manifestandosi sui temi inerenti la «fine del mondo».
La preoccupazione per i destini dell’umanità, seppure connaturata all’escatologia stessa di ciascuna religione, è venuta parallelamente accrescendosi e ha finito con il costituire, soprattutto negli ultimi anni, un terreno di incontro e di confronto privilegiato tra gli esponenti delle tre Tradizioni. Non a caso un esponente cristiano, padre Paolo Dall’Oglio, alle cui riflessioni queste note devono molto, nell’esortare alla «mutua comprensione», cui fa riferimento la dichiarazione conciliare Nostra aetate, ha voluto sottolineare come questa sia alimentata dalle

aspettative per il futuro, il quale non può che essere comune, dei cristiani e dei musulmani, in vista del giorno del giudizio. Studiare la speranza nell’Islam vuole essere un atto di discernimento spirituale che permetta di cogliere qualcosa delle vie lungo le quali lo Spirito conduce i nostri fratelli musulmani verso una metastorica pienezza di verità… [ per questo] i tempi del movimento ecumenico sembrano spesso prendere dei ritmi escatologici 5

Considerazioni analoghe possono beninteso essere formulate anche all’indirizzo della Tradizione ebraica da cui è, per buona parte, mutuata l’escatologia apocalittica cristiana 6. Per altro verso i testi fondanti – Enoc, l’Apocalisse siriaca di Baruc, gli stessi Vangeli 7, Isaia, l’Apocalisse di Giovanni e, in primo luogo, il Libro di Daniele – hanno influenzato, quà e là, la stesura degli Hadit islamici e lo stesso Corano che, nel suo complesso, è costruito tutto nell’attesa della Parusia. La tensione apocalittica è infatti alla base della predicazione coranica:

Muhammad è colui che apre una prospettiva esplicitamente escatologica e ci introduce nella condizione spirituale di chi sa imminente il Giudizio e vive nella prospettiva di quell’ora. In questo senso il Corano stesso ha valore di annuncio della Fine ormai vicina ed è simile agli squilli della tromba del Giudizio 8

tant’è che il vero muslim 9 percepisce questo mondo e le prove che deve superare come una anticipazione degli eventi di fine ciclo. La condivisione di temi e simboli da parte delle tre Religioni non deve stupire più di tanto ed è una ulteriore riprova, s’il en faut, di quella unità trascendente delle religioni di cui parlava il compianto Frithjof Schuon. Ciò che in realtà è veramente sorprendente è il velo di silenzio e la pervicace ignoranza, che alligna preferenzialmente tra gli studiosi occidentali, che su queste tematiche è andata sempre più radicandosi a dispetto della rilevanza che l’argomento riveste nella liturgia e nell’esoterismo delle tre Tradizioni.

 

La struttura della letteratura apocalittica

Le apocalissi appartengono al genere di letteratura di rivelazione, testi direttamente ispirati dalla divinità per il tramite di una visione, suscettibili di un duplice ordine di interpretazione, cui fa del resto esplicito riferimento il termine stesso che ne sottolinea il «doppio» occultamento («ri-velazione»). Come tali sono rivolte, nel loro aspetto allegorico e letterale, alla comunità dei credenti, mentre il loro contenuto esoterico ed il significato anagogico rimangono, per loro stessa natura, «ascondite» e riservate ad una élite iniziatica. Questo secondo aspetto acquisisce una preminenza specialissima, non solo ai fini della comprensione effettiva del testo, ma perché individua i destinatari privilegiati del messaggio tra coloro che dispongono delle qualificazioni necessarie e indispensabili alla fruizione ermeneutica della «rivelazione» in oggetto.
Crediamo che questa caratteristica, tutt’altro che marginale, non sia stata tenuta nel debito conto e che debba invece essere riconsiderata alla luce dell’agire storico di quei movimenti misteriosofici che esplicitamente o meno si richiamano alla rivelazione apocalittica e in senso lato a quello che è comunente inteso essere l’insegnamento segreto delle tre Tradizioni.
L’esegesi dottrinale e simbolica dei testi apocalittici è estremamente complessa per cui, in questa sede, ci soffermeremo solo su alcuni temi la cui analisi meglio consente di evidenziare quelle caratteristiche che più propriamente fanno appello e riferimento ad una comunità di eletti chiamata ad interpretare «rettamente» e ad agire di conseguenza in vista della Fine del mondo.
La struttura dei testi apocalittici si fonda su una narrazione nel corso della quale un mediatore ultraterreno,  il più delle volte un angelo,  svela il significato stesso della storia dell’uomo, concepita come percorso ciclico, alla luce ed in funzione di una realtà trascendente in cui si realizza quella salvezza escatologica che viene ad essere così definita nelle sue dimensioni spaziali e temporali.
Se si procede ad una schematica lettura analitica dei diversi testi è possibile enucleare una logica d’esposizione che si articola sui seguenti temi:

  1. Il messaggio di cui è questione consiste in una «rivelazione», suscettibile di livelli di interpretazione diversi, ma preferenzialmente rivolta, nella sua essenza di verità, a una cerchia ristretta di adepti. L’immediato beneficiario non può generalmente trascrivere tutto quanto avrà modo di percepire da una ispirazione che proviene direttamente dal Dio unico e, peraltro, a nessuno è dato poterne travisare o modificare nè il senso nè le parole.

  2. L’oggetto del messaggio consiste nel «mettere in guardia» 10 da un «guaio». Il «guaio» di cui è questione consiste nell’imminente venuta dell’ora del giudizio, immediatamente prima del quale questo mondo andrà incontro ad eventi catastrofici che ne decreteranno la Fine quale estrema conseguenza del fronteggiarsi, finalmente in campo aperto, delle armate celesti e di quelle guidate dalla mala genia degli angeli ribelli. Questo evento ricapitola precedenti castighi «parziali» (come quello descritto in relazione a Sodoma e Gomorra) e chiude un ciclo nella storia di questa umanità.

  3. Di fatto l’umanità è entrata in una prospettiva escatologica da lungo tempo e da tempo le forze dissolvitrici, simbolicamente identificate in Gog e Magog, premono per irrompere attraverso il «muro» e distruggere il mondo. È solo la Misericordia divina, riflessa nella presenza e nell’agire di figure non ben specificate, che trattiene, così come ha finora trattenuto, la devastazione che tuttavia si annuncia come prossima, per il tramite di segni che gli eletti possono interpretare.

  4. L’avvento delle Tenebre (personificate dall’Anticristo) istaurerà un Regno di desolazione, che sarà tuttavia di breve durata. Il Messia (per gli ebrei) o Gesù (per cristiani e musulmani) sconfiggerà quindi i nemici di Dio.

  5. Il Giudizio giunge a conclusione di un processo dovuto, non solo all’allontanarsi dell’uomo dal suo Principio, il Dio unico, e dalla Verità trasmessa dai Libri sacri e riaffermata dal ciclo della profezia, ma altresì all’azione pervertitrice degli «angeli ribelli», la cui vicenda si interseca e si sovrappone a quella dell’umanità 11.

  6. Esiste una comunità di prescelti che saprà trovare un luogo sicuro in cui rifugiarsi per scampare all’olocausto e costituire così il germe del mondo futuro e preservare il deposito del messaggio divino che in loro e per loro tramite, adempie alla promessa e rende testimonianza della Misericordia divina.

  7. Il giudizio si accompagnerà alla resurrezione dei corpi e alla discesa del Paradiso Terrestre.

Alcuni di questi argomenti presentano una rilevanza determinante ai fini del tema che ci siamo proposti e in base al quale l’Apocalisse, come genere di letteratura sacra, costituisce un argomento specificamente rivolto ad una élite iniziatica, nell’accezione che a questo termine dava il Guénon. È su queste tematiche che la concordanza simbolica e spesso testuale tra le tre religioni abramitiche ci appare più evidente e significativa.

 

La concezione dei cicli

La concezione della storia come epifania di un disegno divino che si snoda lungo un periodismo ciclico, caratterizzato da un progressivo allontamento dal Principio e culminante, nel suo punto più basso, in una successione di eventi altamente drammatici a partire dai quali si ricreano le condizioni di originaria fruizione della Luce spirituale, accomuna le tre Rivelazioni non solo nella forma, cui pertiene il dominio propriamente essoterico, avvicinandole ad altre forme tradizionali ortodosse come l’induismo, ma soprattutto nel «fondamento» metafisico. Di fatto la comprensione vera del concetto stesso di ciclo può avvenire secondo il sufismo alla luce della walayat 12 il cui rivelarsi si appalesa progressivamente in conformità con ciascun ciclo ma che nondimeno rimane occultato fino all’ultimo per esprimersi compiutamente solo in concomitanza con la parusia. I «fatti» della storia non vengono per questo «letti» come eventi empirici, ma come elementi di un disegno coerente la cui comprensione può avvenire esclusivamente nell’ambito del sovrasensibile al cui livello è possibile percepire la realtà come tutta dinamicamente significativa, cioè sacramentale.
Questa impostazione nega validità effettiva a qualsiasi approccio interpretativo che si articoli nell’ambito letterale allegorico e riconferma il carattere privilegiato di messaggio iniziatico che la letteratura apocalittica riveste proprio perché tale, in quanto «rivelazione». Gli eventi di cui è questione sono:

[ …] spirituali … essi si compiono nella metastoria o traspaiono nel corso degli avvenimenti di questo mondo, costituendovi l’invisibile dell’evento e l’evento invisibile che sfugge alla percezione empirica profana, in quanto presupponente quella percezione teofanica che sola è in grado di cogliere un mahazar, una forma teofanica. I profeti e gli Imam non sono percepiti come tali se non sul piano di una ierostoria…[ che] comincia dunque con il considerare il fenomeno della discesa, per descrivere poi la risalita, la chiusura del ciclo. 13

Queste considerazioni di Henry Corbin, relative all’escatologia esoterica islamica, sono facilmente estensibili a quella delle altre due tradizioni, ebraica e cristiana. In quest’ottica l’avvento dell’Apocalisse acquisisce sì, una dimensione temporale, nella misura in cui riguarda la Storia a cui, paradossalmente, pone termine, ma contemporaneamente investe quell’ambito atemporale entro cui si dipana il divenire tracciato dal percorso iniziatico. In questo senso l’Apocalisse può sopraggiungere hic et nunc nella vita di quanti affrontano la grande Jihad, la Grande Guerra Santa dell’Islam, dato che «ogni credente è chiamato, in vita, a realizzare, sul modello di quella, la sua egira, la quale non si perfeziona infine che con l’uscita da questo mondo…. per cui il puro credente (muslim) vive sempre in una condizione di estraneità al mondo nel perseguimento escatologico della giustizia» 14, in una condizione paragonabile a quella della «veglia in armi» dei Templari, dato che

[ …] questo mondo è paragonabile ad un ribât costruito sulla strada verso il mondo della resurrezione. 15

dove per ribât si intende un avamposto della «guerra santa» (jihad’l-akbar) e, per estensione, i conventi delle confraternite iniziatiche.
Paradigmatico è al riguardo il racconto dei Sette dormienti di Efeso, leggenda comune a tutt’e tre le religioni 16 e recepita dalla sura XVIII del Corano, considerata come «l’Apocalisse dell’Islam, testo fondante per la speranza escatologica dei musulmani» 17, ma che contemporaneamente rappresenta quella visione escatologica comune ai figli di Abramo e tendenzialmente universale. La narrazione è incentrata sulla vicenda di sette «puri credenti» che per sfuggire le persecuzioni del potere, in cui si individua la figura stessa dell’Anticristo (El-Dajjal nella tradizione araba), si rifugiano in una grotta dove cadono in un sonno che verrà interrotto solo dopo trecento anni. Al loro risveglio, integri nel corpo e nello spirito, si avvedono con stupore del tempo passato e di come la loro fede, una volta perseguitata e occultata, è adesso pubblicamente professata 18.
Nel suo aspetto atemporale la storia dei Sette dormienti configura la rappresentazione di un avvenimento interiore, un’allegoria dell’esperienza mistica vissuta sub specie interioritatis dall’iniziato e che nel suo svolgimento simbolico prefigura in nuce gli avvenimenti che accadranno nella Storia. Questo è il motivo per cui ogni lettura apocalittica viene ad essere definita come imminente. Uno dei commentatori sufi della sura XVIII, Al-Tabari, parlando infatti del giudizio di Dio, sottolinea che con tale termine si debba intendere «il tormento immediato e l’esemplare punizione attuale e irrompente» 19.
Nella tradizione ebraica, così come in quella greco-romana, la concezione dei cicli attraverso cui si sviluppa e si manifesta «uno stato o un grado dell’Esistenza Universale» 20 viene generalmente espressa dalla successione delle quattro «età» in cui si articola un Manvantara spesso, come fa il Libro di Daniele, simbolicamente rappresentato dalla figura del «gigante dai piedi d’argilla». L’Apocalisse di Giovanni eredita tout naturellement questa concezione e colloca la «fine» di questo mondo a livello della coda dell’ultima età, quella che l’induismo identifica con il Kali-Yuga (l’età oscura). La successione dei cicli è meno evidente nella lettera del Corano e più esplicita nei testi dei commentatori sufi. Ciò nondimeno la versione islamica della leggenda 21 sottolinea come la «resurrezione dei sette giusti» debba essere letta

come un segno per una nazione che sarebbe stata fatta loro succedere, affinché apparisse loro che l’Ora del giudizio è imminente, in questo non v’è alcun dubbio, e che Dio farà risorgere coloro che sono nella tomba. 27

In questo capoverso c’è una chiara indicazione dell’avvento di un tempo e di una nazione futuri di cui, in qualche modo, la storia dei sette dormienti costituisce il segno ed il germe: il segno, perché la «nazione futura» verrà edificata sopra quel «segno» (la croce, in quasi tutte le versioni del racconto indipendentemente se cristiane, ebraiche o musulmane) che sarà reso manifesto (in contrapposizione all’occultamento degli ultimi giorni); ed un «germe» perché è proprio dall’esempio e dalla testimonianza dei Sette dormienti, gli eletti scampati all’Apocalisse, che la «Nazione futura» trarrà linfa vitale.

 

I Sette dormienti

La leggenda dei sette dormienti fa riferimento a sette «giovanetti» che, nella versione islamica, vengono definiti «puri credenti». Come tali essi non s’apparentano ad alcuna confessione religiosa particolare, ma sembrano piuttosto identificarsi ai membri di una confraternita iniziatica che ricorda quei giusti (abdal, nella tradizione sufi) di cui già Abramo, a Mambre, aveva invocato, più che la venuta, il manifestarsi dopo un protratto occultamento. Nell’esoterismo islamico la comparsa degli abdal precede la venuta del Mahdi e di Gesù ed è in qualche modo in relazione con il trattenimento di quel giudizio 22 che, peraltro, viene dato per imminente.
Nel racconto coranico questi «giovanetti» sono contraddistinti da un simbolo – la croce – che deve essere occultato durante la persecuzione per tornare quindi ad essere manifestato al loro risveglio, una volta cioè avvenuta la catastrofe apocalittica. Similmente, si ricorderà, in Giovanni (Apoc. 7,3-5), un marchio impresso sulla fronte contrassegnerà coloro che troveranno scampo «agli occhi di Dio». In arabo il termine «giovanetti» (Fitya) costituisce la radice della parola – futuwa - che indica la «cavalleria spirituale». Molto opportunamente un commentatore medievale, al-Qurtubi, sottolinea come questi fossero dei:

giovani, resi cavalieri (hukima lahum bil-futuwwa) allorché credettero senza alcun intermediario. E così pure hanno detto i linguisti: «la vetta della Cavalleria è la fede». 23

Senza volerci inoltrare in una riflessione che ci porterebbe lontano dal tema prefissoci, va ricordato che la futuwwa, così come la Cavalleria Spirituale in Occidente, hanno da sempre contratto stretti rapporti con le Confraternite degli Artigiani e dei Costruttori (tra cui la Massoneria in primo luogo) e possono essere considerate senz’altro espressioni ortodosse delle istituzioni iniziatiche. Questa qualifica viene suggerita a più riprese, sia nelle versioni giudeo-cristiane sia in quelle islamiche, soprattutto quando ai «giovanetti» viene accreditato l’espletamento di «opere perenni e buone» 24 che, nei commenti medievali, sono accomunate a specifiche pratiche di carattere esoterico, come la recitazione dei Nomi di Dio e la meditazione sui Nomi di Potenza 25.
Un accenno a questi predestinati è rintracciabile anche in altri testi apocalittici, tra cui lo stesso Nuovo Testamento, in cui si fa riferimento a 7000 eletti (dove il 7000, come numero simbolico, acquisisce una valenza del tutto sovrapponibile a quella dei «7» Dormienti di Efeso), preservati dalla catastrofe e pronti a riapparire nel Giorno Finale:

mi sono riservato 7000 uomini, quelli che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal… 26

La presenza di questi giusti rinvia il Giudizio e, al tempo stesso, ne abbrevia il corso, sollevando l’Umanità di non poche sofferenze e tribolazioni. E’ in questo senso, crediamo, che debba essere interpretata la frase riportata in Matteo:

Quando dunque vedrete l’abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo – chi legge comprenda – allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti [ …] vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall’inizio del mondo fino ad ora …. E se quei giorni non fossero abbreviati nessuno si salverebbe; ma a causa degli eletti quei giorni saranno abbreviati. [ il corsivo è nostro]. 27

A nostro parere quest’ultima notazione non ha ricevuto l’attenzione che avrebbe meritato e suggerisce una specifica funzione degli iniziati in funzione di quell’Apocalisse, il cui messaggio è proprio a loro preferenzialmente riservato 28.
I «giovanetti» sono infatti riconoscibili come tali per la loro Fede (attestata dal «segno», cioè la croce) e per le loro opere («compiono opere perenni e buone»), ma è in primo luogo in virtù della grazia che essi vengono salvati. A ciò fa riferimento la versione coranica dei Sette dormienti quando afferma che:

E avresti visto il sole sorgendo, deviare dalla grotta verso destra e, tramontando, sfiorarli verso sinistra, mentr’essi eran dentro un suo antro. È quello uno dei segni di Dio; colui che Dio diriga egli è un retto [ ….] La Verità viene da vostro Signore, così chi avrà voluto, che creda, e chi avrà voluto, che sia infedele…..mentre color che avran creduto ed avran compiuto le opere buone, ecco che Noi non lasceremo privo di salario chi si sarà ben comportato. 29

Indipendentemente dalla rivelazione, solo colui che viene diretto da Dio – che cioè da lui riceve la grazia della Fede – può essere retto, «rettificato» nelle sue azioni, e perciò stesso può dunque salvarsi. Commenta al riguardo Ibn Ata, rifacendosi alla sura XIV:

Il Vero ha mostrato alle creature i sentieri del Vero e le vie della Verità. E c’è poi colui che cammina in esso con successo e colui che è esposto per esso al fallimento. E colui per il quale il Vero avrà voluto la retta via, Esso lo condurrà alla via della fede. E colui per il quale Dio l’Eccelso avrà voluto il traviamento, vi percorrerà l’intinerario della miscredenza che è il traviamento estremo. 30

Tutto questo ricorda la stridente contrapposizione che da sempre ha animato la discussione teologica cristiana circa la preminenza della «fede» sulle «opere» e può essere facilmente messo in relazione a quanto viene detto da Pietro nelle sue lettere:

Loro vi inciampano [ nella Rivelazione] perché non credono alla Parola, a questo sono stati destinati. 31

o da Paolo che, dopo aver ricordato come «[ Dio] renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che perseverando nelle opere di bene cercano gloria, onore e incorruttibilità» 32, soggiunge, tuttavia, poco più oltre, «…il disegno divino [ è] fondato sull’elezione non in base alle opere, ma alla volontà di colui che chiama»; e a proposito dei «settemila» che Dio ha preservato dall’olocausto, ricorda come ciò sia «conforme ad una elezione per grazia. E se lo è per grazia, non lo è per le opere; altrimenti la grazia non sarebbe più grazia».
La grazia di cui è qui questione deve essere considerata come quella Fede che consente di potersi efficacemente avvalere della Rivelazione stessa. Fede e Rivelazione sono qui consustanziali ed rilevano non solo di uno stesso Principio – l’ispirazione spirituale – ma individuano in qualche modo quella che è la chiave di lettura del messaggio apocalittico, senza la quale qualunque esegesi rischia di diventare mero esercizio intellettuale, in quanto tale incapace di illuminare e di guidare l’iniziato lungo quella «retta via» che lo porta a salvazione. Questa Fede si traduce, essotericamente, per i credenti di tutte e tre le confessioni, nel riconoscimento dell’unicità del Dio misericordioso che agisce concretamente nella storia degli uomini e che ne «guida» le azioni. Sotto il profilo più strettamente esoterico, se il ricevimento della grazia suggerisce, da un lato, un atteggiamento di recezione passiva dell’influsso spirituale, nel contempo ne evoca uno attivo, fondato su quella ricerca interiore che, proprio in virtù della illuminazione ricevuta (la Fede), porta l’iniziato – il muslim, cioè il «sottomesso» a Dio – a rendere attuale ciò che, di fatto, è allo stato virtuale. È questo del resto quello che accade nelle istituzioni iniziatiche dove il «ricevimento» di una investitura spirituale non esime affatto il neofita da quel lavoro interiore (il VITRIOL della tradizione Muratoria) che solo potrà rendere effettivo e reale ciò che viene trasmesso in modalità virtuale e simbolica. A questo lavoro interiore, nel corso del quale la «parola» in quanto tale viene metabolizzata ed assimilata per diventare «carne e sangue» dell’eletto, fa evidentemente riferimento l’Apocalisse di Giovanni quando dice di come l’apostolo abbia dovuto «ingoiare» il Libro perché potesse quindi «profetare» 33. In questa prospettiva è l’aprirsi alla «grazia» del Dio misericordioso che consente di recuperare quegli strumenti che permettono di edificare «opere perenni e buone», ed è in forza di entrambe che è possibile scampare al Giudizio, riconciliando quella che – a livello letterale – sembra essere una contraddizione teologica inconciliabile.
Considerazioni analoghe possono essere rinvenute in un passaggio estremamente significativo dei manoscritti di Qumran:

E Dio considerò le loro opere perché l’avevano ricercato con cuore perfetto: suscitò per loro un Maestro di Giustizia per guidarli sulla via del suo cuore e per fare conoscere alle ultime generazioni ciò che ha fatto all’ultima generazione. 34

 

Lo Spirito di Santità

L’accenno alla «perfezione del cuore» evoca quel processo di «rettificazione» che verosimilmente allude alla «realizzazione» di uno stato dell’essere per il tramite del quale l’agire può effettivamente conformarsi al volere divino producendo «opere» che possono essere quindi «considerate». L’esortazione è manifestamente rivolta ad una comunità iniziatica per la quale la «trasfigurazione alchemica» costituisce il presupposto necessario dell’azione; per altro verso, al di fuori di questa «illuminazione», ogni azione perde ogni valore. Rileviamo di sfuggita come il brano citato faccia esplicito riferimento alla comparsa di un Maestro che – al pari dell’Imam della tradizione shiita – assolve qui alle funzioni di «maestro della walayat», ovvero della profezia esoterica, che verrà custodita da quanti scamperanno all’apocalisse per informarne le generazioni future («per fare conoscere alle ultime generazioni ciò che [ Egli] ha fatto all’ultima generazione»). Sembra quasi di udire le parole che Melville mette in bocca ad Ismaele: «E sono scampato io solo per informarvene» 35. In effetti, poco più oltre, i Rotoli del Mar Morto, con il documento di Damasco, precisano che

E in tutti questi tempi [ Egli ha] suscitato uomini notabili per lasciare uno scampo alla terra e riempire la superficie del mondo con la loro discendenza; egli li istruì per mezzo dello degli unti del suo Spirito di Santità e dei veggenti, e della verità, e con precisione determinò i loro nomi 36; ma fece smarrire quelli che odia. 37

Nella loro valenza esoterica questi «uomini notabili» non sono altri che quei «giovanetti» di cui parlano le versioni cristiane ed islamiche della leggenda dei Sette Dormienti. Particolarmente rilevante è l’accenno che qui si fa allo «Spirito di Santità» di cui sono investiti i profeti e che permette loro di adempiere alla funzione di «guida». E possibile, infatti tracciare un parallelismo con la discesa dello Spirito Pentecostale e più in generale con quell’investitura che mette il discepolo in condizione di essere effettivamente «Maestro». In questo senso l’attributo di «santità» si rifà ad una qualificazione iniziatica particolare che può essere ritrovata nel XXX grado della massoneria scozzese – Cavaliere Kadosh, cioè appunto «santo» – mentre in ambito più generalmente religioso richiama immediatamente alla mente l’attributo principiale di Gesù, definito dall’Islam come «Sigillo di Santità». In ambito iniziatico la nozione di realizzazione spirituale implica l’esistenza di una gerarchizzazione dei livelli che, nella loro successione ordinata, definiscono una progressione ascensionale verso uno stato altro d’essere 38. Questa realizzazione è propriamente quella che, nelle diverse tradizioni, contraddistingue la figura del sanctus, l’iniziato che ha reintegrato in sè quelle trasformazioni di stato che lo lo hanno ricondotto verso e presso il Principio divino. Il termine arabo che più si avvicina al concetto di «santo» è wali (plurale awyla) che può essere tradotto con «amico» 39 e che bene rende il senso di prossimità, di amicizia con Dio. Un hadit Qudsi sottolinea, a proposito del «santo» come questi:

...non cessa di accostarsi [ a Dio] attraverso opere supererogatorie affinché Io lo ami, e quando Io lo amo sono Io che seguo il suo udito con il quale egli comprende, la sua vista con la quale egli percepisce, la sua mano con la quale egli afferra e il suo piede con il quale egli cammina; se lui Mi sollecita Io gli accorderò certamente ciò che Mi chiede e se cerca rifugio in me, Io gli accorderò certamente la Mia protezione. 40

In questo contesto la Wilaya, la santità appare chiaramente come il frutto dell’incontro tra l’elezione divina, sollecitata dall’amore del cuore retto, e lo sforzo umano che si traduce in opere «ispirate»: la salvezza ottenuta per il tramite della grazia e delle opere, acquisisce qui, in una dimensione squisitamente iniziatica, un significato che riassume e travalica quelle opposizioni che, in ambito teologico, cioè essoterico, sembravano irriducibili.

 

La Rivelazione «rivelata»

Così «ben guidati» 41 i giovanetti troveranno scampo dalle persecuzioni rifugiandosi dentro una grotta. Il «riparare nella grotta» allude verosimilmente (ma non solo) ad un processo di occultamento delle società iniziatiche autentiche, che precede i tempi dell’Apocalisse propriamente detta. Il tema, già presente nei testi della comunità essena di Qumram 42, sarà ampiamente ripreso dalla tradizione shiita per la quale «il tempo presente, di cui l’Imam nascosto è il denominatore, è il tempo della sua occultazione (gaybat43. L’Imam nascosto (il dodicesimo Imam) è il Paracleto, la cui venuta è annunciata dal Vangelo di Giovanni (testo di riferimento dell’esoterismo shiita) e che coinciderà con la parusia e l’inaugurazione del regno del

puro senso spirituale delle Rivelazioni divine, e cioè della Religione vera che è la wayalat eterna. Ecco perché il Regno dell’Imam prelude alla Grande Resurrezione. La resurrezione dei morti [ …] è la condizione che permetterà che siano infine realizzati il fine e il frutto dell’esistenziazione degli esseri. [ …] Questa identificazione [ tra Paracleto e Imam atteso] rivela una impressionante convergenza tra la concezione più profonda dello shi’ismo e quell’insieme di tendenze che in Occidente, a cominciare dai Gioachimiti del XIII secolo fino ai nostri giorni, sono state guidate dall’idea del Paracleto e che hanno portato a pensare e a operare in vista del regno dello Spirito Santo. Se fosse preso nella considerazione dovuta questo fatto avrebbe grandi conseguenze. 44

Con la Parusia non verrà data una nuova legge (shariat), un nuovo Libro sacro, ma verrà rivelato il senso nascosto di tutte le Rivelazioni, poiché è nello stesso Imam che si compie la «rivelazione delle rivelazioni», in quanto Uomo Integrale (Insan Kamil, Anthropos teleios).
Ed è per questo che la rivelazione apocalittica acquisisce – di per se stessa – un carattere del tutto speciale e richiede, da parte di chi la riceve, delle specialissime qualificazioni.
Infatti i testi fondanti la visione escatologica delle tre Tradizioni sono tutti esplicitamente ricondotti ad una comunicazione diretta con la divinità, che è però possibile ottenere solo realizzando una condizione che, lungi dall’essere genericamente assimilata all’estasi mistica, più propriamente deve essere ricondotta a quegli stati altri di coscienza conseguibili nel corso della pratica meditativa. 
Questa peculiarità inserisce un «messaggio» nel «messaggio» e fa della «rivelazione» escatologica una comunicazione privilegiata che, pur riguardando tutti nella sua molteplice gerarchia di significati, ciò nondimeno si rivolge specificamente l’iniziato nella sua essenza esoterica. Non a caso, per lo shiismo ismailita, il ciclo della profezia si accompagna e si continua con quello della walayat, cioè della «profezia esoterica», il cui reale significato rimane «occultato», così come occultate sono le istituzioni iniziatiche che ne possono effettivamente interpretare il senso. Una conferma indiretta ma significativa può essere ritrovata in alcune affermazioni sparse un po’ dovunque nella Bibbia e nello stesso Corano. In Efesini si legge:

Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle generazioni precedenti come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli per mezzo dello Spirito. 45 [ il corsivo è nostro]

A quel mistero finora occultato fa esplicito riferimento il «libro chiuso dai sette sigilli», nell’Apocalisse di Giovanni, il cui contenuto, solo in parte può essere ora svelato, mentre la Rivelazione totale dovrà necessariamente attendere l’ora del giudizio, quando, con la Parusia ogni cosa verrà svelata. Del pari si legge in Giovanni che «Quando verrà lo Spirito di verità, Egli vi guiderà alla Verità tutta intera» 46. E ancor più esplicitamente in Matteo:

«Aprirò la mia bocca in parabole,  proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del Mondo» 47

dove la successione delle due affermazioni fa riferimento a tempi diversi e – a nostro modo di vedere – l’annunciazione dei Misteri si ricollega alla venuta futura del Cristo e non già al presente 48. Queste considerazioni sollevano due ordini di problematiche. Da un lato ripropongono al centro della riflessione quello che è l’interrogativo di fondo con il quale si confrontano le comunità che il Corano designa come «le genti del Libro» (Ahl al-Kitab) e che si riassume nella questione decisiva

della comprensione del senso vero di questo Libro. Ma il modo di comprendere è condizionato dal modo di essere di colui che comprende; e, reciprocamente, tutto il comportamento interiore del credente deriva dal modo di comprendere. La situazione vissuta è essenzialmente una situazione ermeneutica, cioè la situazione in cui si schiude al credente il senso vero, il quale al tempo stesso rende vera la sua esistenza. 49

È in virtù di quei «cambiamenti di stato» – realizzati con il proprio lavoro ma resi possibili innanzitutto dal ricevimento di una influenza spirituale per il tramite della quale si attualizza quella grazia a cui si riferisce la teologia - che all’iniziato viene reso possibile il compiere quelle «opere perenni e buone» che gli dischiudono la via di comprensione e quindi di salvezza. Il ricevimento della grazia permette di cogliere il senso vero della Rivelazione e, grazie a questo, di agire in modo «retto» o, il che equivale in fondo allo stesso, di essere «guidati lungo la retta via» dalla parola di Dio. Questa verità nascosta al profano, realmente comprensibile solo da chi ha beneficiato della grazia, viene resa in arabo da un termine efficace – haqiqat – che

designa il senso vero delle rivelazioni divine, ovvero il senso che, essendone la verità, ne è l’essenza e quindi il senso spirituale. [ …] indicare come il fine il raggiungimento del senso spirituale, vuol dire sottintendere che esiste un senso che non è spirituale e che fra i due esiste forse una serie di gradi …. Tutto dipende dunque dall’atto iniziale della coscienza che proietta la prospettiva stabilendone le leggi. 51

Lo «spirito di santità», nella misura in cui «discende» su quegli iniziati che in sè hanno ricomposto la figura dell’Adam Kadmon – l’Uomo Perfetto che in sè ricongiunge la natura divina (s ) con quella umana (t ) - portando a realizzazione effettiva quanto viene simbolicamente raffigurato nel Sigillo di S Salomone (Y ), sono appunto coloro a cui viene demandata l’interpretazione integrale della Rivelazione e, sotto certi aspetti, la sua stessa «realizzazione». Questo è fondamentalmente il motivo per cui l’Islam riconosce al «Sigillo di Santità» – a Gesù – il compito di chiudere il ciclo.

 

Gog e Magog

Si giunge così naturalmente alla seconda questione implicitamente sollevata: i successori «nascosti» dell’ultimo profeta (sia che si riconosca questi in Gesù, in Muhammad o nel Messia a venire degli ebrei) che uso devono fare della profezia stessa?
A tale riguardo i testi sacri sono prodighi di allusioni ma sorprendentemente poveri di qualsiasi riferimento immediatamente intelligibile. Qualche acceno più esplicito può essere trovato in Paolo che, dopo aver parlato del Mistero della Rivelazione degli ultimi giorni, esorta a rivestirsi

[ …] dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del Diavolo. La nostra battaglia non è infatti contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. [ …] Tenete sempre in mano lo scudo della Fede, …. Prendete anche l’elmo della salvezza e la Spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. 50

Si ricorderà che Giovanni, nell’Apocalisse, descriverà una spada – qui simbolo di conoscenza misteriosofica – che fuoriesce dalla bocca del Cristo nel mentre comunica la Rivelazione.
Peraltro, uno dei compiti escatologici dei «giovanetti» del racconto dei Sette Dormienti, è proprio quello di «trattenere», non solo in modalità passiva l’avvento del giudizio e l’inevitabile castigo, ma altresì di custodire – attivamente - quel «muro» che finora ha impedito alle «armate delle tenebre» – i popoli di Gog e Magog – di irrompere nel nostro mondo. La relazione tra i giovanetti e la minaccia di Gog e Magog, seppure entrambe le questioni siano affrontate dalla medesima sura (Cor. XVIII), non è immediatamente evidente. Ciò non sorprende più di tanto, considerato che temi apparentemente diversi vengono spesso trattati in una stessa sura e seppure la loro coincidenza sembra poter disturbare una lettura digitale, cionondimeno questa assume una coerenza profonda qualora venga considerata nei suoi aspetti esoterici.
La furia devastatrice di questi popoli adoratori del diavolo è descritta a tinte fosche dai commentatori islamici che attribuiscono, sulla base della sura XVIII, alla figura di Alessandro Magno (identificato con l’appellativo di «bicorne») l’erezione di una muraglia – costruita con rocce, ferro e rame (o bronzo?) – destinata a contenerne i propositi bellicosi. Un hadit del Profeta, riferito da Abu Hurayra, ricorda come « Invero Gog e Magog scavano nel muro ogni giorno fintanto che, al momento in cui stanno per vedere i raggi del sole, dice colui che è loro preposto: «Tornate a scavare domani». E Dio lo [ il muro] restaura com’era nel giorno in cui l’avevano abbandonato» 51. La recitazione rituale, ogni venerdì, della sura XVIII ha tra l’altro lo scopo di «riparare le brecce fatte al muro di Gog e Magog [ …] l’irruzione dei quali provocherà la fine del mondo» e di preservare dalla «sedizione» dell’Anticristo (El-Dajjal) 52.
La figura del «bicorne» rinvia, in questo contesto, ad una qualificazione eminentemente guerriera dell’iniziato che, per motivi diversi, ricorda non solo il ruolo dei Templari (i custodi della «Terra Santa» dotati di due spade in vista del «duplice» combattimento cui accenna San Bernardo 53), ma altresì quella del Messia della Tribù di Davide, atteso dagli Esseni. Nei documenti di questi possiamo ritrovare un ulteriore accenno a questo misterioso «muro», la cui custodia è esplicitamente affidata ad una comunità sacerdotale la cui lassitudine ne ha compromesso la stabilità, dato che, in luogo di ricostruirlo, si sono accontentati di «verniciarne» le brecce:

Essi avevano infatti inseguito cose ingannevoli e scelto illusioni, verniciato le brecce [ del muro di Gog e Magog]. 54

Un analogo riferimento è già presente in Ezechiele, quando, poco prima di descrivere la punizione di Gog, accenna ad un muro «intonacato di mota» e destinato a crollare al primo scossone, dato che i «falsi» profeti hanno colpevolmente tralasciato di «salire sulle brecce e di non aver costruito baluardi agli Israeliti perché potessero resistere al combattimento nel giorno del Signore» 55.
Ciò che Ezechiele sottolinea è come, per tenere in piedi quel muro, sia indispensabile l’attributo di quella santità che viene riconosciuta, appunto, esclusivamente ai veri profeti (in contrapposizione ai «falsi»), capaci di conseguire «vere» visioni e rivelazioni «autentiche». Il muro terrà finché piacerà alla misericordia di Dio 56, la stessa per la quale all’uomo è dato ricevere quell’influsso spirituale che gli spiana le vie della realizzazione iniziatica effettiva.
Ed è sempre in virtù di questa «realizzazione» integrale che, nell’ora del giudizio, sarà possibile affrontare concretamente il pericolo che viene da Gog e Magog. Il conseguimento di questo stato viene attribuito dallo shiismo all’Imam della Resurrezione, in cui si realizza la Santità Assoluta; ciò ha portato sia i commentatori sunniti, sia alcuni di coloro che si richiamano alla tradizione shiita – primo tra tutti Ibn Arabi – forti della testimonianza degli Hadit e del Corano, a identificare questa figura con quella di Gesù, riconosciuto non solo come Seidna Haissa (Sigillo di Santità), ma come Sigillo della walayat assoluta 57. Questa doppia attribuzione riunisce in una le due figure di messia attese e descritte nei documenti della comunità essena di Qumran.
Il «ritorno» di Gesù – il Cristo, cioè «l’unto dallo Spirito di Santità» – viene considerato dal Corano il segno dei segni, il segno per eccellenza della Fine dei tempi: «
Egli (Gesù) è il segno per l’Ora» 58.
Un hadit riferito da Ibn Yaman sottolinea ulteriormente come, tra i segni, da cui è possibile scorgere l’approssimarsi dell’Ora, vi sia appunto «[ la comparsa] dell’Anticristo, la discesa di Gesù, [ …] , la Bestia ed infine Gog e Magog» 59. Una funzione analoga – stante il misconoscimento della figura del Cristo – viene assegnata al Messia della Tradizione ebraica e particolarmente di quella che si espresse nella comunità essena dove si distinguono due Messia: il primo, discendente da Davide, vero e proprio capo militare e politico, il secondo, della discendenza di Aronne, supremo sacerdote e condottiero nell’Ora del Giudizio.
Così come l’Imam della Resurrezione resta nascosto, così «rimangono in incognito i membri delle gerarchie mistiche esoteriche [ che] formano una pura Ecclesia spiritualis» 60, evidenziando un significativo parallelismo con quanto asserito, in Occidente, dalla tradizione gnostica di ispirazione gioannita 61. Il magistero di queste confraternite continua quello della profezia e vigila nell’attesa dell’ora, provvedendo, per quanto possibile, alla «riparazione» di quelle brecce del muro che trattengono, così come hanno finora trattenuto, l’irrompere delle orde dell’Anticristo. Ma l’ora è prossima: 
«è come un uomo che s’affanna intorno alla sua cavalla aspettando quando partorirà» 62. Così nel Vangelo è detto:

Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa tornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all’improvviso trovandovi addormentati. 63

 

Il dialogo «nell’Ora del Giudizio»

Queste brevi note evidenziano chiaramente la tensione apocalittica che anima «l’ultima» Rivelazione – l’Islamismo - in cui si ricapitolano e si condensano le rivelazioni precedenti. Infatti

la prospettiva escatologica islamica è un rilancio di quella biblica. Esso si effettua per mezzo di una santità che prelude e prepara alla giustizia finale, sperata dagli oppressi e realizzata dall’apparire del Cristo Giudice del Hadit: «Non c’è altro Mahdi che Gesù» 64.

Giustamente il Branca ha potuto commentare al riguardo che

l’insistenza sui temi escatologici potrebbe far pensare all’Islam come a un movimento di tipo messianico del tutto assorbito dall’attesa della fine del mondo. 65

Un atteggiamento questo che rievoca quello delle comunità ebraiche e del cristianesimo medievale ma che, in buona parte, è venuto dissolvendosi nel corso degli ultimi secoli per riaffiorare solo recentemente. Tra le tre Tradizioni sussistono indubbie differenze, ma è altrettanto indubbio che

il linguaggio, la geografia, i tempi delle apocalissi musulmane sono sostanzialmente gli stessi di quelle cristiane ed ebraiche, proprio perché la funzione dell’Islam è in gran parte quella di riformare il monoteismo. 66

Le Apocalissi sono preferenzialmente rivolte ad una comunità iniziatica, come abbiamo cercato di evidenziare nell’analisi di alcuni dei passaggi più significativi della lettura comparata dei testi delle tre Tradizioni; ciò ovviamente non esclude che agli stessi testi sia possibile associare una pluralità di significati, primi tra tutti quelli essoterici, ancorché questi siano caratterizzati da un grado distinto di haqiqat, di quella verità dell’essenza, percepibile solo per il tramite del «cuore retto» del miste. Nè stupisce che, anche a livello delle «forme» religiose sussistano ampie convergenze, simboliche e dottrinali, espressione visibile di quell’unica Tradizione da cui discendono. Ciò non deve stupire, dato che:

Lo Spirito di Dio è all’opera ovunque vi siano dei cuori che si aprono alla Sua azione graziosa, e [ …] non è giusto tracciare una linea divisoria netta che riconosca l’azione di Dio nei cuori, ma che rifiuta di riconoscerla nelle istituzioni religiose che da quei cuori nascono ed alle quale i cuori si alimentano. 67

A questa dimensione più strettamente religiosa fa oggi appello il dialogo che si istaura tra le «genti del Libro», in qualche modo consapevoli, come dicono i sufi, che dopo Mosè e Gesù, la Rivelazione «è stata perfezionata attraverso il Sigillo della profezia, in Muhammad, per il bene di tutta l’umanità già nella storia, e quale estremo allarme in vista del giorno del giudizio» 68.


Zenit Indice