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Le ragioni del dialogo
I motivi che almeno in parte sono all’origine
del riaffiorare di un dialogo costruttivo tra i rappresentanti delle tre
grandi religioni monoteiste, quelle in cui si riconoscono le cosiddette «genti
del Libro», rilevano di ordini sostanzialmente diversi di significato e
come tali sono suscettibili di letture e interpretazioni differenti, ma
non necessariamente per questo contraddittorie.
Il dialogo è innanzitutto venuto imponendosi come una necessità in un’epoca
che del tutto paradossalmente ha visto e vede affrontarsi militarmente i
popoli e gli eserciti che a quelle religioni fanno riferimento, il più
delle volte scontrandosi proprio in quel luogo –Gerusalemme e la
Palestina– che in qualche modo rappresenta la patria comune d’origine
di ciascuno. L’esigenza suprema della Pace il cui valore, pur differendo
significativamente nella sua duplice accezione profana ed esoterica, non
ci stancheremo mai di sottolineare, non può prescindere da una
ricomposizione che primariamente deve avvenire a livello religioso se non
si vuole che il conflitto si ammanti fraudolentemente di una falsa e
perversa nobilitazione teologica, come purtroppo spesso accade.
L’ambito del dialogo
Sussistono fondamentalmente due approcci
possibili al confronto tra le tre religioni monoteiste del bacino
mediterraneo. Il primo di questi è chiaramente essoterico nella forma e
muove dalle convergenze dottrinali, etiche e filosofiche che indubbiamente
finiscono con l’assumere un carattere prevalente sulle divergenze che in
ultima istanza si riassumono, per tutte e tre le forme religiose, nella
diversa valutazione e interpretazione della figura storica e teologica del
Cristo.
Queste stesse divergenze si stemperano e si risolvono nell’approccio esoterico
che, al di là delle forme, va a cogliere la sostanza trascendente 1
delle tre rivelazioni e che, per sua stessa natura, è comunque
destinata a rimanere patrimonio esclusivo di pochi.
Ciò non deve nè stupire nè amareggiare, in quanto tale distinzione
rientra nell’ordine naturale delle cose e deve anzi essere interpretata
come un segno della provvidenza misericordiosa dell’Ente Supremo. Molto
opportunamente scrive al riguardo un autore Sufi:
Per l’uomo tradizionale, sia egli musulmano o di
altra fede, cioè per l’uomo la cui vita e il cui pensiero sono
modellati da un insieme di principi di ordine trascendente e che vive in
una società in cui questi principi si manifestano in ogni campo, le
altre tradizioni religiose appaiono come mondi estranei che non lo
riguardano, nella loro realtà spirituale immediata, salvo in casi
eccezionali che servono solo a confermare la regola… 2
Così come l’uomo è stato costituito
per vivere in un mondo fisico in cui gli appare un unico sole, ancorché l’astrofisica
lo assicuri dell’esistenza di infiniti altri, così egli è stato
costituito, nell’anima religiosa e spirituale, per vivere sotto la luce
di quella Tradizione e di quella Religione che è propria
dell’area geografica, della società e della cultura in cui quell’uomo,
così determinato rispetto al Tempo ed allo Spazio, vive ed opera. Con l’avvento
del Mondo Moderno abbiamo assistito ad un duplice processo che sul piano
filosofico ha portato alla diffusione di un relativismo teologico ed
etico, con la negazione non solo del carattere assoluto di ciascuna forma
religiosa, ma del fondamento metafisico stesso dei Libri Sacri e, sul
piano più squisitamente socio-demografico, a una frammistione confusa e
confondente di popoli, culture e consuetudini.
Così anche per l’uomo comune è venuta emergendo la necessità
di confrontarsi e conoscere altre tradizioni religiose, parallelamente al
procedere di quella disgregazione degli universi di riferimento,
astronomico, geopolitico e religioso, che costituivano per lui pilastri di
certezza assoluta, al di là dei quali non era generalmente consentito
inoltrarsi: nec plus ultra.
In quale misura questo stato di cose, che nel suo procedere sembra
essere tutt’altro che esaurito, possa essere qualificato in
termini positivi è certo operazione non facile. Da un lato ha infatti
creato i presupposti per una ripresa del dialogo e dell’incontro tra le
tre religioni, dall’altro ha ulteriormente contribuito a seminare
scetticismo e smarrimento circa la natura e i caratteri di quegli elementi
che, costituendo gli aspetti fondanti di ciascuna rivelazione, ne
costituiscono per così dire il «nocciolo» esoterico sulla base dei
quali è possibile individuare quella che è l’unità essenziale e l’essenziale
universalità di ciascuna. Infatti
si può essere d’accordo che è un bene avere
spalancate le finestre della mente, sempre che la mente sia dotata anche
di muri. Se una stanza non ha alcun muro, è irrilevante che le sue
finestre siano aperte oppure chiuse. Quando l’uomo respinge la
rivelazione e la tradizione, la sua apertura mentale dal punto di vista
religioso ha poco valore, in quanto ha smarrito il criterio che gli
permettere di discernere il vero dal falso 3
I «muri» di cui è qui questione
rappresentano propriamente quegli elementi fondanti ciascun messaggio
religioso e che ne attestano l’essenziale uniformità rispetto alla
Tradizione Primordiale, sicché, al di là delle apparenti differenze, si
può in ciascuna intravedere la comune sostanza. Al riguardo è utile
ricordare come la Lumen gentium abbia saputo efficacemente
riassumere in poche righe questo comune «fondamento»:
Ma il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che
riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i Musulmani, i
quali professando di tenere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio
unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giorno finale.
4
Tutte e tre le religioni condividono
infatti a) una comune discendenza abramitica; b) la credenza in un Dio
unico, c) misericordioso e, last but not least, una prospettiva
escatologica che, sia sul piano teologico, quanto su quello simbolico,
presenta non solo stringenti affinità ma finisce con l’essere oggi un
terreno preferenziale di dialogo.
L’Apocalisse nelle religioni
monoteistiche
Tra gli aspetti fondanti che assumono un
rilievo preminente tanto nella prospettiva religiosa, essoterica, quanto
in quella esoterica, un ruolo di primo piano assumono quelli inerenti l’escatologia
apocalittica. Indubbiamente il riemergere di aspettative millenaristiche, alimentate
in primis dalle tensioni e dalle laceranti contraddizioni del Mondo
Moderno, non è estraneo al rinnovato interesse che, da più parti, e da
prospettive le più diverse, viene manifestandosi sui temi inerenti la «fine
del mondo».
La preoccupazione per i destini dell’umanità, seppure connaturata all’escatologia
stessa di ciascuna religione, è venuta parallelamente accrescendosi e ha
finito con il costituire, soprattutto negli ultimi anni, un terreno di
incontro e di confronto privilegiato tra gli esponenti delle tre
Tradizioni. Non a caso un esponente cristiano, padre Paolo Dall’Oglio,
alle cui riflessioni queste note devono molto, nell’esortare alla «mutua
comprensione», cui fa riferimento la dichiarazione conciliare Nostra
aetate, ha voluto sottolineare come questa sia alimentata dalle
aspettative per il futuro, il quale non può che
essere comune, dei cristiani e dei musulmani, in vista del giorno del
giudizio. Studiare la speranza nell’Islam vuole essere un atto di
discernimento spirituale che permetta di cogliere qualcosa delle vie
lungo le quali lo Spirito conduce i nostri fratelli musulmani verso una
metastorica pienezza di verità… [ per questo] i tempi del movimento
ecumenico sembrano spesso prendere dei ritmi escatologici 5
Considerazioni analoghe possono
beninteso essere formulate anche all’indirizzo della Tradizione ebraica
da cui è, per buona parte, mutuata l’escatologia apocalittica cristiana
6. Per altro verso i testi fondanti – Enoc, l’Apocalisse
siriaca di Baruc, gli stessi Vangeli 7, Isaia, l’Apocalisse di
Giovanni e, in primo luogo, il Libro di Daniele – hanno influenzato,
quà e là, la stesura degli Hadit islamici e lo stesso Corano che,
nel suo complesso, è costruito tutto nell’attesa della Parusia. La
tensione apocalittica è infatti alla base della predicazione coranica:
Muhammad è colui che apre una prospettiva
esplicitamente escatologica e ci introduce nella condizione spirituale
di chi sa imminente il Giudizio e vive nella prospettiva di quell’ora.
In questo senso il Corano stesso ha valore di annuncio della Fine ormai
vicina ed è simile agli squilli della tromba del Giudizio 8
tant’è che il vero muslim 9
percepisce questo mondo e le prove che deve superare come una anticipazione
degli eventi di fine ciclo. La condivisione di temi e simboli da parte
delle tre Religioni non deve stupire più di tanto ed è una ulteriore
riprova, s’il en faut, di quella unità trascendente delle
religioni di cui parlava il compianto Frithjof Schuon. Ciò che in realtà
è veramente sorprendente è il velo di silenzio e la pervicace ignoranza,
che alligna preferenzialmente tra gli studiosi occidentali, che su queste
tematiche è andata sempre più radicandosi a dispetto della rilevanza che
l’argomento riveste nella liturgia e nell’esoterismo delle tre
Tradizioni.
La struttura della letteratura
apocalittica
Le apocalissi appartengono al genere di
letteratura di rivelazione, testi direttamente ispirati dalla divinità per
il tramite di una visione, suscettibili di un duplice ordine di
interpretazione, cui fa del resto esplicito riferimento il termine stesso
che ne sottolinea il «doppio» occultamento («ri-velazione»). Come tali
sono rivolte, nel loro aspetto allegorico e letterale, alla comunità dei
credenti, mentre il loro contenuto esoterico ed il significato anagogico
rimangono, per loro stessa natura, «ascondite» e riservate ad una élite
iniziatica. Questo secondo aspetto acquisisce una preminenza
specialissima, non solo ai fini della comprensione effettiva del testo, ma
perché individua i destinatari privilegiati del messaggio tra coloro che
dispongono delle qualificazioni necessarie e indispensabili alla fruizione
ermeneutica della «rivelazione» in oggetto.
Crediamo che questa caratteristica, tutt’altro che marginale, non sia
stata tenuta nel debito conto e che debba invece essere riconsiderata alla
luce dell’agire storico di quei movimenti misteriosofici che
esplicitamente o meno si richiamano alla rivelazione apocalittica e in
senso lato a quello che è comunente inteso essere l’insegnamento
segreto delle tre Tradizioni.
L’esegesi dottrinale e simbolica dei testi apocalittici è estremamente
complessa per cui, in questa sede, ci soffermeremo solo su alcuni temi la
cui analisi meglio consente di evidenziare quelle caratteristiche che più
propriamente fanno appello e riferimento ad una comunità di eletti
chiamata ad interpretare «rettamente» e ad agire di conseguenza in vista
della Fine del mondo.
La struttura dei testi apocalittici si fonda su una narrazione nel corso
della quale un mediatore ultraterreno, il più delle volte un
angelo, svela il significato stesso della storia dell’uomo,
concepita come percorso ciclico, alla luce ed in funzione di una
realtà trascendente in cui si realizza quella salvezza escatologica che
viene ad essere così definita nelle sue dimensioni spaziali e temporali.
Se si procede ad una schematica lettura analitica dei diversi testi è
possibile enucleare una logica d’esposizione che si articola sui
seguenti temi:
-
Il messaggio di cui è questione
consiste in una «rivelazione», suscettibile di livelli di
interpretazione diversi, ma preferenzialmente rivolta, nella sua
essenza di verità, a una cerchia ristretta di adepti. L’immediato
beneficiario non può generalmente trascrivere tutto quanto avrà modo
di percepire da una ispirazione che proviene direttamente dal Dio
unico e, peraltro, a nessuno è dato poterne travisare o modificare
nè il senso nè le parole.
-
L’oggetto del messaggio consiste
nel «mettere in guardia» 10 da un «guaio». Il «guaio» di
cui è questione consiste nell’imminente venuta dell’ora del
giudizio, immediatamente prima del quale questo mondo andrà
incontro ad eventi catastrofici che ne decreteranno la Fine quale
estrema conseguenza del fronteggiarsi, finalmente in campo aperto,
delle armate celesti e di quelle guidate dalla mala genia degli angeli
ribelli. Questo evento ricapitola precedenti castighi «parziali»
(come quello descritto in relazione a Sodoma e Gomorra) e chiude un
ciclo nella storia di questa umanità.
-
Di fatto l’umanità è entrata in
una prospettiva escatologica da lungo tempo e da tempo le forze
dissolvitrici, simbolicamente identificate in Gog e Magog, premono per
irrompere attraverso il «muro» e distruggere il mondo. È solo la
Misericordia divina, riflessa nella presenza e nell’agire di figure
non ben specificate, che trattiene, così come ha finora trattenuto,
la devastazione che tuttavia si annuncia come prossima, per il tramite
di segni che gli eletti possono interpretare.
-
L’avvento delle Tenebre
(personificate dall’Anticristo) istaurerà un Regno di desolazione,
che sarà tuttavia di breve durata. Il Messia (per gli ebrei) o Gesù
(per cristiani e musulmani) sconfiggerà quindi i nemici di Dio.
-
Il Giudizio giunge a conclusione di
un processo dovuto, non solo all’allontanarsi dell’uomo dal suo
Principio, il Dio unico, e dalla Verità trasmessa dai Libri sacri e
riaffermata dal ciclo della profezia, ma altresì all’azione
pervertitrice degli «angeli ribelli», la cui vicenda si interseca e
si sovrappone a quella dell’umanità 11.
-
Esiste una comunità di prescelti
che saprà trovare un luogo sicuro in cui rifugiarsi per scampare
all’olocausto e costituire così il germe del mondo futuro e
preservare il deposito del messaggio divino che in loro e per loro
tramite, adempie alla promessa e rende testimonianza della
Misericordia divina.
-
Il giudizio si accompagnerà alla
resurrezione dei corpi e alla discesa del Paradiso Terrestre.
Alcuni di questi argomenti presentano
una rilevanza determinante ai fini del tema che ci siamo proposti e in
base al quale l’Apocalisse, come genere di letteratura sacra,
costituisce un argomento specificamente rivolto ad una élite iniziatica,
nell’accezione che a questo termine dava il Guénon. È su queste
tematiche che la concordanza simbolica e spesso testuale tra le tre
religioni abramitiche ci appare più evidente e significativa.
La concezione dei cicli
La concezione della storia come epifania
di un disegno divino che si snoda lungo un periodismo ciclico,
caratterizzato da un progressivo allontamento dal Principio e culminante,
nel suo punto più basso, in una successione di eventi altamente
drammatici a partire dai quali si ricreano le condizioni di originaria
fruizione della Luce spirituale, accomuna le tre Rivelazioni non solo
nella forma, cui pertiene il dominio propriamente essoterico,
avvicinandole ad altre forme tradizionali ortodosse come l’induismo, ma
soprattutto nel «fondamento» metafisico. Di fatto la comprensione vera
del concetto stesso di ciclo può avvenire secondo il sufismo alla luce
della walayat 12 il cui rivelarsi si appalesa
progressivamente in conformità con ciascun ciclo ma che nondimeno rimane
occultato fino all’ultimo per esprimersi compiutamente solo in
concomitanza con la parusia. I «fatti» della storia non vengono per
questo «letti» come eventi empirici, ma come elementi di un disegno
coerente la cui comprensione può avvenire esclusivamente nell’ambito
del sovrasensibile al cui livello è possibile percepire la realtà come
tutta dinamicamente significativa, cioè sacramentale.
Questa impostazione nega validità effettiva a qualsiasi approccio
interpretativo che si articoli nell’ambito letterale allegorico e
riconferma il carattere privilegiato di messaggio iniziatico che la
letteratura apocalittica riveste proprio perché tale, in quanto «rivelazione».
Gli eventi di cui è questione sono:
[ …] spirituali … essi si compiono nella
metastoria o traspaiono nel corso degli avvenimenti di questo mondo,
costituendovi l’invisibile dell’evento e l’evento invisibile che
sfugge alla percezione empirica profana, in quanto presupponente quella
percezione teofanica che sola è in grado di cogliere un mahazar,
una forma teofanica. I profeti e gli Imam non sono percepiti come tali
se non sul piano di una ierostoria…[ che] comincia dunque con il
considerare il fenomeno della discesa, per descrivere poi la risalita,
la chiusura del ciclo. 13
Queste considerazioni di Henry Corbin,
relative all’escatologia esoterica islamica, sono facilmente estensibili
a quella delle altre due tradizioni, ebraica e cristiana. In quest’ottica
l’avvento dell’Apocalisse acquisisce sì, una dimensione temporale,
nella misura in cui riguarda la Storia a cui, paradossalmente, pone
termine, ma contemporaneamente investe quell’ambito atemporale entro cui
si dipana il divenire tracciato dal percorso iniziatico. In questo senso l’Apocalisse
può sopraggiungere hic et nunc nella vita di quanti affrontano la
grande Jihad, la Grande Guerra Santa dell’Islam, dato che «ogni
credente è chiamato, in vita, a realizzare, sul modello di quella, la sua
egira, la quale non si perfeziona infine che con l’uscita da
questo mondo…. per cui il puro credente (muslim) vive sempre in una
condizione di estraneità al mondo nel perseguimento escatologico della
giustizia» 14, in una condizione paragonabile a quella della «veglia
in armi» dei Templari, dato che
[ …] questo mondo è paragonabile ad un ribât costruito
sulla strada verso il mondo della resurrezione. 15
dove per ribât si intende un
avamposto della «guerra santa» (jihad’l-akbar) e, per
estensione, i conventi delle confraternite iniziatiche.
Paradigmatico è al riguardo il racconto dei Sette dormienti di Efeso,
leggenda comune a tutt’e tre le religioni 16 e recepita dalla
sura XVIII del Corano, considerata come «l’Apocalisse dell’Islam,
testo fondante per la speranza escatologica dei musulmani» 17, ma
che contemporaneamente rappresenta quella visione escatologica comune ai
figli di Abramo e tendenzialmente universale. La narrazione è incentrata
sulla vicenda di sette «puri credenti» che per sfuggire le persecuzioni
del potere, in cui si individua la figura stessa dell’Anticristo (El-Dajjal
nella tradizione araba), si rifugiano in una grotta dove cadono in un
sonno che verrà interrotto solo dopo trecento anni. Al loro risveglio,
integri nel corpo e nello spirito, si avvedono con stupore del tempo
passato e di come la loro fede, una volta perseguitata e occultata, è
adesso pubblicamente professata 18.
Nel suo aspetto atemporale la storia dei Sette dormienti configura
la rappresentazione di un avvenimento interiore, un’allegoria dell’esperienza
mistica vissuta sub specie interioritatis dall’iniziato e che nel
suo svolgimento simbolico prefigura in nuce gli avvenimenti che accadranno
nella Storia. Questo è il motivo per cui ogni lettura apocalittica viene
ad essere definita come imminente. Uno dei commentatori sufi della sura
XVIII, Al-Tabari, parlando infatti del giudizio di Dio, sottolinea che con
tale termine si debba intendere «il tormento immediato e l’esemplare
punizione attuale e irrompente» 19.
Nella tradizione ebraica, così come in quella greco-romana, la concezione
dei cicli attraverso cui si sviluppa e si manifesta «uno stato o un grado
dell’Esistenza Universale» 20 viene generalmente espressa dalla
successione delle quattro «età» in cui si articola un Manvantara spesso,
come fa il Libro di Daniele, simbolicamente rappresentato dalla figura del
«gigante dai piedi d’argilla». L’Apocalisse di Giovanni eredita tout
naturellement questa concezione e colloca la «fine» di questo mondo
a livello della coda dell’ultima età, quella che l’induismo
identifica con il Kali-Yuga (l’età oscura). La successione dei
cicli è meno evidente nella lettera del Corano e più esplicita nei testi
dei commentatori sufi. Ciò nondimeno la versione islamica della leggenda 21
sottolinea come la «resurrezione dei sette giusti» debba essere letta
come un segno per una nazione che sarebbe stata
fatta loro succedere, affinché apparisse loro che l’Ora del
giudizio è imminente, in questo non v’è alcun dubbio, e che Dio
farà risorgere coloro che sono nella tomba. 27
In questo capoverso c’è una chiara
indicazione dell’avvento di un tempo e di una nazione futuri di
cui, in qualche modo, la storia dei sette dormienti costituisce il segno
ed il germe: il segno, perché la «nazione futura» verrà
edificata sopra quel «segno» (la croce, in quasi tutte le
versioni del racconto indipendentemente se cristiane, ebraiche o
musulmane) che sarà reso manifesto (in contrapposizione all’occultamento
degli ultimi giorni); ed un «germe» perché è proprio dall’esempio e
dalla testimonianza dei Sette dormienti, gli eletti scampati all’Apocalisse,
che la «Nazione futura» trarrà linfa vitale.
I Sette dormienti
La leggenda dei sette dormienti fa
riferimento a sette «giovanetti» che, nella versione islamica, vengono
definiti «puri credenti». Come tali essi non s’apparentano ad alcuna
confessione religiosa particolare, ma sembrano piuttosto identificarsi ai
membri di una confraternita iniziatica che ricorda quei giusti (abdal,
nella tradizione sufi) di cui già Abramo, a Mambre, aveva invocato, più
che la venuta, il manifestarsi dopo un protratto occultamento. Nell’esoterismo
islamico la comparsa degli abdal precede la venuta del Mahdi
e di Gesù ed è in qualche modo in relazione con il trattenimento di quel
giudizio 22 che, peraltro, viene dato per imminente.
Nel racconto coranico questi «giovanetti» sono contraddistinti da un
simbolo – la croce – che deve essere occultato durante la persecuzione
per tornare quindi ad essere manifestato al loro risveglio, una volta
cioè avvenuta la catastrofe apocalittica. Similmente, si ricorderà, in
Giovanni (Apoc. 7,3-5), un marchio impresso sulla fronte
contrassegnerà coloro che troveranno scampo «agli occhi di Dio». In
arabo il termine «giovanetti» (Fitya) costituisce la radice della
parola – futuwa - che indica la «cavalleria spirituale». Molto
opportunamente un commentatore medievale, al-Qurtubi, sottolinea come
questi fossero dei:
giovani, resi cavalieri (hukima lahum bil-futuwwa)
allorché credettero senza alcun intermediario. E così pure hanno detto
i linguisti: «la vetta della Cavalleria è la fede». 23
Senza volerci inoltrare in una riflessione che
ci porterebbe lontano dal tema prefissoci, va ricordato che la futuwwa,
così come la Cavalleria Spirituale in Occidente, hanno da sempre contratto
stretti rapporti con le Confraternite degli Artigiani e dei Costruttori (tra cui
la Massoneria in primo luogo) e possono essere considerate senz’altro
espressioni ortodosse delle istituzioni iniziatiche. Questa qualifica viene
suggerita a più riprese, sia nelle versioni giudeo-cristiane sia in quelle
islamiche, soprattutto quando ai «giovanetti» viene accreditato l’espletamento
di «opere perenni e buone» 24 che, nei commenti medievali, sono
accomunate a specifiche pratiche di carattere esoterico, come la recitazione dei
Nomi di Dio e la meditazione sui Nomi di Potenza 25.
Un accenno a questi predestinati è rintracciabile anche in altri testi
apocalittici, tra cui lo stesso Nuovo Testamento, in cui si fa riferimento a
7000 eletti (dove il 7000, come numero simbolico, acquisisce una valenza del
tutto sovrapponibile a quella dei «7» Dormienti di Efeso), preservati dalla
catastrofe e pronti a riapparire nel Giorno Finale:
mi sono riservato 7000 uomini, quelli che non hanno piegato
il ginocchio davanti a Baal… 26
La presenza di questi giusti rinvia il
Giudizio e, al tempo stesso, ne abbrevia il corso, sollevando l’Umanità di
non poche sofferenze e tribolazioni. E’ in questo senso, crediamo, che debba
essere interpretata la frase riportata in Matteo:
Quando dunque vedrete l’abominio della desolazione,
di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo – chi legge
comprenda – allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti [ …] vi
sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall’inizio del
mondo fino ad ora …. E se quei giorni non fossero abbreviati nessuno si
salverebbe; ma a causa degli eletti quei giorni saranno abbreviati. [
il corsivo è nostro]. 27
A nostro parere quest’ultima notazione non
ha ricevuto l’attenzione che avrebbe meritato e suggerisce una specifica
funzione degli iniziati in funzione di quell’Apocalisse, il cui messaggio è
proprio a loro preferenzialmente riservato 28.
I «giovanetti» sono infatti riconoscibili come tali per la loro Fede
(attestata dal «segno», cioè la croce) e per le loro opere («compiono opere
perenni e buone»), ma è in primo luogo in virtù della grazia che essi
vengono salvati. A ciò fa riferimento la versione coranica dei Sette
dormienti quando afferma che:
E avresti visto il sole sorgendo, deviare dalla grotta
verso destra e, tramontando, sfiorarli verso sinistra, mentr’essi eran
dentro un suo antro. È quello uno dei segni di Dio; colui che Dio diriga egli
è un retto [ ….] La Verità viene da vostro Signore, così chi avrà
voluto, che creda, e chi avrà voluto, che sia infedele…..mentre color che
avran creduto ed avran compiuto le opere buone, ecco che Noi non lasceremo
privo di salario chi si sarà ben comportato. 29
Indipendentemente dalla rivelazione, solo
colui che viene diretto da Dio – che cioè da lui riceve la grazia
della Fede – può essere retto, «rettificato» nelle sue azioni, e
perciò stesso può dunque salvarsi. Commenta al riguardo Ibn Ata, rifacendosi
alla sura XIV:
Il Vero ha mostrato alle creature i sentieri del Vero e le
vie della Verità. E c’è poi colui che cammina in esso con successo e colui
che è esposto per esso al fallimento. E colui per il quale il Vero avrà
voluto la retta via, Esso lo condurrà alla via della fede. E colui per il
quale Dio l’Eccelso avrà voluto il traviamento, vi percorrerà l’intinerario
della miscredenza che è il traviamento estremo. 30
Tutto questo ricorda la stridente
contrapposizione che da sempre ha animato la discussione teologica cristiana
circa la preminenza della «fede» sulle «opere» e può essere facilmente
messo in relazione a quanto viene detto da Pietro nelle sue lettere:
Loro vi inciampano [ nella Rivelazione] perché non credono
alla Parola, a questo sono stati destinati. 31
o da Paolo che, dopo aver ricordato come «[
Dio] renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che
perseverando nelle opere di bene cercano gloria, onore e incorruttibilità» 32,
soggiunge, tuttavia, poco più oltre, «…il disegno divino [ è] fondato sull’elezione
non in base alle opere, ma alla volontà di colui che chiama»; e a proposito
dei «settemila» che Dio ha preservato dall’olocausto, ricorda come ciò sia «conforme
ad una elezione per grazia. E se lo è per grazia, non lo è per le opere;
altrimenti la grazia non sarebbe più grazia».
La grazia di cui è qui questione deve essere considerata come quella
Fede che consente di potersi efficacemente avvalere della Rivelazione stessa.
Fede e Rivelazione sono qui consustanziali ed rilevano non solo di uno stesso
Principio – l’ispirazione spirituale – ma individuano in qualche modo
quella che è la chiave di lettura del messaggio apocalittico, senza la quale
qualunque esegesi rischia di diventare mero esercizio intellettuale, in quanto
tale incapace di illuminare e di guidare l’iniziato lungo quella «retta via»
che lo porta a salvazione. Questa Fede si traduce, essotericamente, per i
credenti di tutte e tre le confessioni, nel riconoscimento dell’unicità del
Dio misericordioso che agisce concretamente nella storia degli uomini e
che ne «guida» le azioni. Sotto il profilo più strettamente esoterico, se il
ricevimento della grazia suggerisce, da un lato, un atteggiamento di recezione
passiva dell’influsso spirituale, nel contempo ne evoca uno attivo, fondato su
quella ricerca interiore che, proprio in virtù della illuminazione ricevuta (la
Fede), porta l’iniziato – il muslim, cioè il «sottomesso» a Dio
– a rendere attuale ciò che, di fatto, è allo stato virtuale. È questo del
resto quello che accade nelle istituzioni iniziatiche dove il «ricevimento» di
una investitura spirituale non esime affatto il neofita da quel lavoro interiore
(il VITRIOL della tradizione Muratoria) che solo potrà rendere effettivo e
reale ciò che viene trasmesso in modalità virtuale e simbolica. A questo
lavoro interiore, nel corso del quale la «parola» in quanto tale viene
metabolizzata ed assimilata per diventare «carne e sangue» dell’eletto, fa
evidentemente riferimento l’Apocalisse di Giovanni quando dice di come
l’apostolo abbia dovuto «ingoiare» il Libro perché potesse quindi «profetare»
33. In questa prospettiva è l’aprirsi alla «grazia» del Dio
misericordioso che consente di recuperare quegli strumenti che permettono di
edificare «opere perenni e buone», ed è in forza di entrambe che è
possibile scampare al Giudizio, riconciliando quella che – a livello letterale
– sembra essere una contraddizione teologica inconciliabile.
Considerazioni analoghe possono essere rinvenute in un passaggio estremamente
significativo dei manoscritti di Qumran:
E Dio considerò le loro opere perché l’avevano
ricercato con cuore perfetto: suscitò per loro un Maestro di Giustizia per
guidarli sulla via del suo cuore e per fare conoscere alle ultime generazioni
ciò che ha fatto all’ultima generazione. 34
Lo Spirito di Santità
L’accenno alla «perfezione del cuore»
evoca quel processo di «rettificazione» che verosimilmente allude alla «realizzazione»
di uno stato dell’essere per il tramite del quale l’agire può
effettivamente conformarsi al volere divino producendo «opere» che possono
essere quindi «considerate». L’esortazione è manifestamente rivolta ad una
comunità iniziatica per la quale la «trasfigurazione alchemica»
costituisce il presupposto necessario dell’azione; per altro verso, al di
fuori di questa «illuminazione», ogni azione perde ogni valore. Rileviamo di
sfuggita come il brano citato faccia esplicito riferimento alla comparsa di un
Maestro che – al pari dell’Imam della tradizione shiita – assolve qui alle
funzioni di «maestro della walayat», ovvero della profezia esoterica,
che verrà custodita da quanti scamperanno all’apocalisse per informarne le
generazioni future («per fare conoscere alle ultime generazioni ciò che [
Egli] ha fatto all’ultima generazione»). Sembra quasi di udire le parole che
Melville mette in bocca ad Ismaele: «E
sono scampato io solo per informarvene» 35. In
effetti, poco più oltre, i Rotoli del Mar Morto, con il documento di
Damasco, precisano che
E in tutti questi tempi [ Egli ha] suscitato uomini
notabili per lasciare uno scampo alla terra e riempire la superficie del
mondo con la loro discendenza; egli li istruì per mezzo dello degli unti del
suo Spirito di Santità e dei veggenti, e della verità, e con precisione
determinò i loro nomi 36; ma fece smarrire quelli che odia. 37
Nella loro valenza esoterica questi «uomini
notabili» non sono altri che quei «giovanetti» di cui parlano le versioni
cristiane ed islamiche della leggenda dei Sette Dormienti.
Particolarmente rilevante è l’accenno che qui si fa allo «Spirito di
Santità» di cui sono investiti i profeti e che permette loro di adempiere alla
funzione di «guida». E possibile, infatti tracciare un parallelismo con la
discesa dello Spirito Pentecostale e più in generale con quell’investitura
che mette il discepolo in condizione di essere effettivamente «Maestro». In
questo senso l’attributo di «santità» si rifà ad una qualificazione
iniziatica particolare che può essere ritrovata nel XXX grado della massoneria
scozzese – Cavaliere Kadosh, cioè appunto «santo» – mentre in
ambito più generalmente religioso richiama immediatamente alla mente l’attributo
principiale di Gesù, definito dall’Islam come «Sigillo di Santità». In
ambito iniziatico la nozione di realizzazione spirituale implica l’esistenza
di una gerarchizzazione dei livelli che, nella loro successione ordinata,
definiscono una progressione ascensionale verso uno stato altro d’essere 38.
Questa realizzazione è propriamente quella che, nelle diverse tradizioni,
contraddistingue la figura del sanctus, l’iniziato che ha reintegrato
in sè quelle trasformazioni di stato che lo lo hanno ricondotto verso e presso
il Principio divino. Il termine arabo che più si avvicina al concetto di «santo»
è wali (plurale awyla) che può essere tradotto con «amico» 39
e che bene rende il senso di prossimità, di amicizia con Dio. Un hadit
Qudsi sottolinea, a proposito del «santo» come questi:
...non cessa di accostarsi [ a Dio] attraverso opere
supererogatorie affinché Io lo ami, e quando Io lo amo sono Io che seguo
il suo udito con il quale egli comprende, la sua vista con la quale egli
percepisce, la sua mano con la quale egli afferra e il suo piede con il quale
egli cammina; se lui Mi sollecita Io gli accorderò certamente ciò che Mi
chiede e se cerca rifugio in me, Io gli accorderò certamente la Mia
protezione. 40
In questo contesto la Wilaya, la
santità appare chiaramente come il frutto dell’incontro tra l’elezione
divina, sollecitata dall’amore del cuore retto, e lo sforzo umano che
si traduce in opere «ispirate»: la salvezza ottenuta per il tramite della
grazia e delle opere, acquisisce qui, in una dimensione squisitamente iniziatica,
un significato che riassume e travalica quelle opposizioni che, in ambito
teologico, cioè essoterico, sembravano irriducibili.
La Rivelazione «rivelata»
Così «ben guidati» 41 i giovanetti
troveranno scampo dalle persecuzioni rifugiandosi dentro una grotta. Il «riparare
nella grotta» allude verosimilmente (ma non solo) ad un processo di occultamento
delle società iniziatiche autentiche, che precede i tempi dell’Apocalisse
propriamente detta. Il tema, già presente nei testi della comunità essena di
Qumram 42, sarà ampiamente ripreso dalla tradizione shiita per la quale «il
tempo presente, di cui l’Imam nascosto è il denominatore, è il tempo della
sua occultazione (gaybat)» 43. L’Imam nascosto (il dodicesimo
Imam) è il Paracleto, la cui venuta è annunciata dal Vangelo di Giovanni
(testo di riferimento dell’esoterismo shiita) e che coinciderà con la parusia
e l’inaugurazione del regno del
puro senso spirituale delle Rivelazioni divine, e cioè
della Religione vera che è la wayalat eterna. Ecco perché il Regno
dell’Imam prelude alla Grande Resurrezione. La resurrezione dei morti [ …]
è la condizione che permetterà che siano infine realizzati il fine e il
frutto dell’esistenziazione degli esseri. [ …] Questa identificazione [
tra Paracleto e Imam atteso] rivela una impressionante convergenza tra la
concezione più profonda dello shi’ismo e quell’insieme di tendenze che in
Occidente, a cominciare dai Gioachimiti del XIII secolo fino ai nostri giorni,
sono state guidate dall’idea del Paracleto e che hanno portato a pensare e a
operare in vista del regno dello Spirito Santo. Se fosse preso nella
considerazione dovuta questo fatto avrebbe grandi conseguenze. 44
Con la Parusia non verrà data una nuova legge
(shariat), un nuovo Libro sacro, ma verrà rivelato il senso nascosto
di tutte le Rivelazioni, poiché è nello stesso Imam che si compie la «rivelazione
delle rivelazioni», in quanto Uomo Integrale (Insan Kamil, Anthropos
teleios).
Ed è per questo che la rivelazione apocalittica acquisisce – di per se stessa
– un carattere del tutto speciale e richiede, da parte di chi la riceve, delle
specialissime qualificazioni.
Infatti i testi fondanti la visione escatologica delle tre Tradizioni sono tutti
esplicitamente ricondotti ad una comunicazione diretta con la divinità, che è
però possibile ottenere solo realizzando una condizione che, lungi dall’essere
genericamente assimilata all’estasi mistica, più propriamente deve essere
ricondotta a quegli stati altri di coscienza conseguibili nel corso della
pratica meditativa.
Questa peculiarità inserisce un «messaggio» nel «messaggio» e fa della «rivelazione»
escatologica una comunicazione privilegiata che, pur riguardando tutti nella sua
molteplice gerarchia di significati, ciò nondimeno si rivolge specificamente l’iniziato
nella sua essenza esoterica. Non a caso, per lo shiismo ismailita, il ciclo
della profezia si accompagna e si continua con quello della walayat,
cioè della «profezia esoterica», il cui reale significato rimane «occultato»,
così come occultate sono le istituzioni iniziatiche che ne possono
effettivamente interpretare il senso. Una conferma indiretta ma significativa
può essere ritrovata in alcune affermazioni sparse un po’ dovunque nella
Bibbia e nello stesso Corano. In Efesini si legge:
Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle
generazioni precedenti come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli
per mezzo dello Spirito. 45 [ il corsivo è nostro]
A quel mistero finora occultato fa esplicito
riferimento il «libro chiuso dai sette sigilli», nell’Apocalisse di
Giovanni, il cui contenuto, solo in parte può essere ora svelato, mentre la
Rivelazione totale dovrà necessariamente attendere l’ora del giudizio,
quando, con la Parusia ogni cosa verrà svelata. Del pari si legge in
Giovanni che «Quando verrà lo
Spirito di verità, Egli vi guiderà alla Verità tutta intera» 46. E
ancor più esplicitamente in Matteo:
«Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose
nascoste fin dalla fondazione del Mondo» 47
dove la successione delle due affermazioni fa
riferimento a tempi diversi e – a nostro modo di vedere – l’annunciazione
dei Misteri si ricollega alla venuta futura del Cristo e non già al presente 48.
Queste considerazioni sollevano due ordini di problematiche. Da un lato
ripropongono al centro della riflessione quello che è l’interrogativo di
fondo con il quale si confrontano le comunità che il Corano designa come «le
genti del Libro» (Ahl al-Kitab) e che si riassume nella questione
decisiva
della comprensione del senso vero di questo Libro. Ma il
modo di comprendere è condizionato dal modo di essere di colui che
comprende; e, reciprocamente, tutto il comportamento interiore del credente
deriva dal modo di comprendere. La situazione vissuta è essenzialmente una
situazione ermeneutica, cioè la situazione in cui si schiude al credente il
senso vero, il quale al tempo stesso rende vera la sua esistenza. 49
È in virtù di quei «cambiamenti di stato»
– realizzati con il proprio lavoro ma resi possibili innanzitutto dal
ricevimento di una influenza spirituale per il tramite della quale si attualizza
quella grazia a cui si riferisce la teologia - che all’iniziato viene reso
possibile il compiere quelle «opere perenni e buone» che gli dischiudono la
via di comprensione e quindi di salvezza. Il ricevimento della grazia permette
di cogliere il senso vero della Rivelazione e, grazie a questo, di agire in modo
«retto» o, il che equivale in fondo allo stesso, di essere «guidati lungo la
retta via» dalla parola di Dio. Questa verità nascosta al profano, realmente
comprensibile solo da chi ha beneficiato della grazia, viene resa in arabo da un
termine efficace – haqiqat – che
designa il senso vero delle rivelazioni divine, ovvero il
senso che, essendone la verità, ne è l’essenza e quindi il senso
spirituale. [ …] indicare come il fine il raggiungimento del senso
spirituale, vuol dire sottintendere che esiste un senso che non è spirituale
e che fra i due esiste forse una serie di gradi …. Tutto dipende dunque dall’atto
iniziale della coscienza che proietta la prospettiva stabilendone le leggi. 51
Lo «spirito di santità», nella misura in
cui «discende» su quegli iniziati che in sè hanno ricomposto la figura dell’Adam
Kadmon – l’Uomo Perfetto che in sè ricongiunge la natura divina (s )
con quella umana (t ) - portando a realizzazione effettiva quanto viene
simbolicamente raffigurato nel Sigillo di S Salomone (Y ), sono appunto coloro a
cui viene demandata l’interpretazione integrale della Rivelazione e, sotto
certi aspetti, la sua stessa «realizzazione». Questo è fondamentalmente il
motivo per cui l’Islam riconosce al «Sigillo di Santità» – a Gesù – il
compito di chiudere il ciclo.
Gog e Magog
Si giunge così naturalmente alla seconda
questione implicitamente sollevata: i successori «nascosti» dell’ultimo
profeta (sia che si riconosca questi in Gesù, in Muhammad o nel Messia a venire
degli ebrei) che uso devono fare della profezia stessa?
A tale riguardo i testi sacri sono prodighi di allusioni ma sorprendentemente
poveri di qualsiasi riferimento immediatamente intelligibile. Qualche acceno
più esplicito può essere trovato in Paolo che, dopo aver parlato del Mistero
della Rivelazione degli ultimi giorni, esorta a rivestirsi
[ …] dell’armatura di Dio, per poter resistere alle
insidie del Diavolo. La nostra battaglia non è infatti contro creature fatte
di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i
dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano
nelle regioni celesti. [ …] Tenete sempre in mano lo scudo della Fede, ….
Prendete anche l’elmo della salvezza e la Spada dello Spirito, cioè la
parola di Dio. 50
Si ricorderà che Giovanni, nell’Apocalisse,
descriverà una spada – qui simbolo di conoscenza misteriosofica – che
fuoriesce dalla bocca del Cristo nel mentre comunica la Rivelazione.
Peraltro, uno dei compiti escatologici dei «giovanetti» del racconto dei Sette
Dormienti, è proprio quello di «trattenere», non solo in modalità
passiva l’avvento del giudizio e l’inevitabile castigo, ma altresì di
custodire – attivamente - quel «muro» che finora ha impedito alle «armate
delle tenebre» – i popoli di Gog e Magog – di irrompere nel nostro mondo.
La relazione tra i giovanetti e la minaccia di Gog e Magog, seppure entrambe le
questioni siano affrontate dalla medesima sura (Cor. XVIII), non è
immediatamente evidente. Ciò non sorprende più di tanto, considerato che temi
apparentemente diversi vengono spesso trattati in una stessa sura e seppure la
loro coincidenza sembra poter disturbare una lettura digitale, cionondimeno
questa assume una coerenza profonda qualora venga considerata nei suoi aspetti
esoterici.
La furia devastatrice di questi popoli adoratori del diavolo è descritta a
tinte fosche dai commentatori islamici che attribuiscono, sulla base della sura
XVIII, alla figura di Alessandro Magno (identificato con l’appellativo di «bicorne»)
l’erezione di una muraglia – costruita con rocce, ferro e rame (o bronzo?)
– destinata a contenerne i propositi bellicosi. Un hadit del Profeta,
riferito da Abu Hurayra, ricorda come « Invero Gog e Magog scavano nel muro
ogni giorno fintanto che, al momento in cui stanno per vedere i raggi del sole,
dice colui che è loro preposto: «Tornate a scavare domani». E Dio lo [ il
muro] restaura com’era nel giorno in cui l’avevano abbandonato» 51.
La recitazione rituale, ogni venerdì, della sura XVIII ha tra l’altro lo
scopo di «riparare le brecce fatte al muro di Gog e Magog [ …] l’irruzione
dei quali provocherà la fine del mondo» e di preservare dalla «sedizione»
dell’Anticristo (El-Dajjal) 52.
La figura del «bicorne» rinvia, in questo contesto, ad una qualificazione
eminentemente guerriera dell’iniziato che, per motivi diversi, ricorda non
solo il ruolo dei Templari (i custodi della «Terra Santa» dotati di due spade
in vista del «duplice» combattimento cui accenna San Bernardo 53), ma
altresì quella del Messia della Tribù di Davide, atteso dagli Esseni. Nei
documenti di questi possiamo ritrovare un ulteriore accenno a questo misterioso «muro»,
la cui custodia è esplicitamente affidata ad una comunità sacerdotale la cui
lassitudine ne ha compromesso la stabilità, dato che, in luogo di ricostruirlo,
si sono accontentati di «verniciarne» le brecce:
Essi avevano infatti inseguito cose ingannevoli e scelto
illusioni, verniciato le brecce [ del muro di Gog e Magog]. 54
Un analogo riferimento è già presente in
Ezechiele, quando, poco prima di descrivere la punizione di Gog, accenna ad un
muro «intonacato di mota» e destinato a crollare al primo scossone, dato che i
«falsi» profeti hanno colpevolmente tralasciato di «salire sulle brecce e di
non aver costruito baluardi agli Israeliti perché potessero resistere al
combattimento nel giorno del Signore» 55.
Ciò che Ezechiele sottolinea è come, per tenere in piedi quel muro, sia
indispensabile l’attributo di quella santità che viene riconosciuta,
appunto, esclusivamente ai veri profeti (in contrapposizione ai «falsi»),
capaci di conseguire «vere» visioni e rivelazioni «autentiche». Il muro
terrà finché piacerà alla misericordia di Dio 56, la stessa per la
quale all’uomo è dato ricevere quell’influsso spirituale che gli spiana le
vie della realizzazione iniziatica effettiva.
Ed è sempre in virtù di questa «realizzazione» integrale che, nell’ora del
giudizio, sarà possibile affrontare concretamente il pericolo che viene da Gog
e Magog. Il conseguimento di questo stato viene attribuito dallo shiismo all’Imam
della Resurrezione, in cui si realizza la Santità Assoluta; ciò ha portato sia
i commentatori sunniti, sia alcuni di coloro che si richiamano alla tradizione
shiita – primo tra tutti Ibn Arabi – forti della testimonianza degli Hadit
e del Corano, a identificare questa figura con quella di Gesù, riconosciuto non
solo come Seidna Haissa (Sigillo di Santità), ma come Sigillo della walayat
assoluta 57. Questa doppia attribuzione riunisce in una le due figure di
messia attese e descritte nei documenti della comunità essena di Qumran.
Il «ritorno» di Gesù – il Cristo, cioè «l’unto dallo Spirito di
Santità» – viene considerato dal Corano il segno dei segni, il segno per
eccellenza della Fine dei tempi: «Egli
(Gesù) è il segno per l’Ora» 58.
Un hadit riferito da Ibn Yaman sottolinea
ulteriormente come, tra i segni, da cui è possibile scorgere l’approssimarsi
dell’Ora, vi sia appunto «[ la comparsa] dell’Anticristo, la discesa di
Gesù, [ …] , la Bestia ed infine Gog e Magog» 59. Una funzione
analoga – stante il misconoscimento della figura del Cristo – viene
assegnata al Messia della Tradizione ebraica e particolarmente di quella che si
espresse nella comunità essena dove si distinguono due Messia: il primo,
discendente da Davide, vero e proprio capo militare e politico, il secondo,
della discendenza di Aronne, supremo sacerdote e condottiero nell’Ora del
Giudizio.
Così come l’Imam della Resurrezione resta nascosto, così «rimangono in
incognito i membri delle gerarchie mistiche esoteriche [ che] formano una pura Ecclesia
spiritualis» 60, evidenziando un significativo parallelismo con
quanto asserito, in Occidente, dalla tradizione gnostica di ispirazione
gioannita 61. Il magistero di queste confraternite continua quello
della profezia e vigila nell’attesa dell’ora, provvedendo, per quanto
possibile, alla «riparazione» di quelle brecce del muro che trattengono, così
come hanno finora trattenuto, l’irrompere delle orde dell’Anticristo. Ma l’ora
è prossima: «è
come un uomo che s’affanna intorno alla sua cavalla aspettando quando
partorirà» 62. Così nel Vangelo è detto:
Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di
casa tornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino,
perché non giunga all’improvviso trovandovi addormentati. 63
Il dialogo «nell’Ora del Giudizio»
Queste brevi note evidenziano chiaramente la
tensione apocalittica che anima «l’ultima» Rivelazione – l’Islamismo -
in cui si ricapitolano e si condensano le rivelazioni precedenti. Infatti
la prospettiva escatologica islamica è un rilancio di
quella biblica. Esso si effettua per mezzo di una santità che prelude e
prepara alla giustizia finale, sperata dagli oppressi e realizzata dall’apparire
del Cristo Giudice del Hadit: «Non c’è altro Mahdi che Gesù» 64.
Giustamente il Branca ha potuto commentare al
riguardo che
l’insistenza sui temi escatologici potrebbe far pensare
all’Islam come a un movimento di tipo messianico del tutto assorbito dall’attesa
della fine del mondo. 65
Un atteggiamento questo che rievoca quello
delle comunità ebraiche e del cristianesimo medievale ma che, in buona parte,
è venuto dissolvendosi nel corso degli ultimi secoli per riaffiorare solo
recentemente. Tra le tre Tradizioni sussistono indubbie differenze, ma è
altrettanto indubbio che
il linguaggio, la geografia, i tempi delle apocalissi
musulmane sono sostanzialmente gli stessi di quelle cristiane ed ebraiche,
proprio perché la funzione dell’Islam è in gran parte quella di riformare
il monoteismo. 66
Le Apocalissi sono preferenzialmente rivolte
ad una comunità iniziatica, come abbiamo cercato di evidenziare nell’analisi
di alcuni dei passaggi più significativi della lettura comparata dei testi
delle tre Tradizioni; ciò ovviamente non esclude che agli stessi testi sia
possibile associare una pluralità di significati, primi tra tutti quelli
essoterici, ancorché questi siano caratterizzati da un grado distinto di haqiqat,
di quella verità dell’essenza, percepibile solo per il tramite del «cuore
retto» del miste. Nè stupisce che, anche a livello delle «forme» religiose
sussistano ampie convergenze, simboliche e dottrinali, espressione visibile di
quell’unica Tradizione da cui discendono. Ciò non deve stupire, dato che:
Lo Spirito di Dio è all’opera ovunque vi siano dei cuori
che si aprono alla Sua azione graziosa, e [ …] non è giusto tracciare una
linea divisoria netta che riconosca l’azione di Dio nei cuori, ma che
rifiuta di riconoscerla nelle istituzioni religiose che da quei cuori nascono
ed alle quale i cuori si alimentano. 67
A questa dimensione più strettamente
religiosa fa oggi appello il dialogo che si istaura tra le «genti del
Libro», in qualche modo consapevoli, come dicono i sufi, che dopo
Mosè e Gesù, la Rivelazione «è stata perfezionata attraverso il
Sigillo della profezia, in Muhammad, per il bene di tutta l’umanità
già nella storia, e quale estremo allarme in vista del giorno del
giudizio» 68.
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