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Note
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Per
questa definizione siamo ovviamente debitori dell’opera di F. Schuon (cfr.
Unità trascendente delle Religioni, Ed. Mediterranee, Roma,
1980) a cui rinviamo per un più approfondito sviluppo del tema che, in
questa sede, viene solo marginalmente accennato.
Nasr, Sufismo, Rusconi, Milano, 1994, p. 127.
Nasr, Op. cit., p. 131.
Lumen gentium, c. n. 16
Paolo Dall’Oglio, Speranza nell’Islam, Ed. Marietti,
Genova, 1991, p. 6.
L’escatologia apocalittica costituì la
matrice del primo Cristianesimo e [ …]
il Messia delle speranze apocalittiche giudaiche divenne il Cristo della
fede cristiana.» (Bernard Mc Ginn, L’Anticristo, Corbaccio,
Milano, 1996, p. 19). Si conoscono a tutt’oggi circa quindici «apocalissi» ebraiche, la più antica delle quali è quella
nota come il Libro di Enoc (Enoc etiopico) la cui
datazione risale intorno al IV-V secolo a.C. (Il Libro di Enoc,
in Apocrifi dell’Antico testamento, a cura di P. Sacchi, TEA, Milano,
t. I) e che bene riflette le idee di quel movimento religioso «apocalittico», sorto in seno al giudaismo e proseguitosi
quindi con gli Esseni, che tanta influenza avrebbe avuto sulla
riflessione escatologica di ebrei e cristiani, riconoscibile in testi
diversi e di diverse epoche, come il libro dei Giubilei, i Testamenti
dei Dodici patriarchi, l’ascensione di Isaia, i manoscritti esseni
di Qumram, la seconda lettera ai Tessalonicesi e la stessa
Apocalisse di Giovanni.
I
Vangeli sinottici trattano a più riprese
della Fine del mondo e del Giudizio finale, tant’è che l’associazione
dei passi in questione è conosciuta con il termine di «Piccola
Apocalisse dei Vangeli Sinottici» (Mt. 24: 1-25, 25:46, Mc. 13:
1-37; Lc 21:5-38).
P.
Dall’Oglio, Op. cit., p. 319.
Muslim, musulmano, significa, alla lettera,
«sottomesso a Dio».
Il
termine «guaio» viene significativamente impiegato
tanto nell’Apocalisse di Giovanni, quanto nei testi esseni (cfr. i
Manoscritti di Qumran) e islamici (Corano, Hadit).
Sulla scia della Tradizione enochica, la
maggior parte dei testi apocalittici conosciuti «non considerano il
male che c’è nel mondo come conseguenza della trasgressione della
Legge divina da parte degli uomini. Certo la trasgresione, il peccato,
era male… [ ma]
..la causa di questa inclinazione al male andava ricercata al di là
della sfera umana… questa causa prima del peccato fu ricercata nel
mondo angelico: un gruppo di angeli violò deliberatamente l’ordine
cosmico voluto da Dio, unendosi con donne per procreare» (Il
Libro di Enoc, in Apocrifi dell’Antico Testamento, a cura di P.
Sacchi, TEA, Milano, t.. I, p. XIII e ssg.). Dall’unione «innaturale» di angeli e donne nacquero i Giganti e tracce di
questo mito sono rintracciabili anche nel Genesi (Gen., 6:1).
Rileviamo solo di sfuggita come, in questa prospettiva, l’origine «storica» del male viene ricondotta all’esistenza di una
«mala genia» di iniziati deviati – cui allude il mito dell’unione
tra «figli di Dio e figlie degli uomini» – e quindi, in
definitiva a quella che il Guénon chiama «l’origine della
Controiniziazione» (R. Guénon, Il Regno della Quantità e i
Segni dei Tempi, Adelphi, Milano, 1982, p. 257).
Il
concetto di walayat presenta aspetti
estremamente complessi su cui non è possibile soffermarsi in questa
sede; come definizione approssimativa possiamo ritenere che essa esprima
il carattere propriamente «esoterico» della profezia stessa.
Henry Corbin, Storia della filosofia islamica, Adelphi,
Milano, 1989, p. 74
P. Dall’Oglio, Op. cit.,p. 175.
citato in P. Dall’Oglio, Op. cit., p. 148
La
leggenda era nota in ambiente giudaico e di
ciò ne fa fede lo stesso Corano (sura XVIII) che sottolinea come siano
gli ambienti ebraici di Medina a richiederne l’interpretazione a
Muhammad. Secondo un hadit tramandato da Ibn ‘Abbas, gli
inviati dei Qurays – la tribù egemone della Mecca – «raggiunsero Medina ed interrogarono i rabbini dei giudei a
proposito dell’Inviato di Dio [ ….] [ questi]
risposero: «Interrogatelo su tre cose che vi indicheremo [
…] chiedetegli dei giovanetti ch’erano
svaniti in un’era antica e qual’era la loro storia?» (citato in
P. Dall’Oglio, Op. cit., p. 60).
Louis Massignon, Les Sept Dormant,
Apocalypse de l’Islam, in Opera minore, Dar el Maaref,
Beirut,1950, III, p. 104
Sulla
tradizione dei Sette Dormienti si
veda F. Jourdan, La tradition des sept dormants, Paris 1983; P.
Dall’Oglio, Op. cit., ; circa il commento islamico alla sura
XVIII si veda Al-Tabari, The commentary on the Qur’an,Oxfors
University Press, Oxford, 1987.
Al-Tabari, Op, cit., XV, p. 192
René
Guénon, Forme Tradizionali e Cicli Cosmici, Mediterranee,
Roma, 1987, p. 12
Il testo qui riportato è mutuato dalla
versione cristiana siriaca, attribuita a Giacomo di Sarough, e adattata
alla sura XVIII da Ibn Ishaq (cfr. P. dall’Oglio, Op. cit., p.
64).
Il giudizio viene sospeso
fintantoché
questi «giusti» non trovino riparo. Questo aspetto è da
mettere in relazione all’episodio di Sodoma e Gomorra per il quale,
fintantoché Lot sarà presente nella città, non potranno essere
distrutte. Questa considerazione sottolinea ulteriormente l’apparentamento
dei «giovanetti» a quei «giusti» (tra cui Lot) di
Abramo la cui presenza, appunto, trattiene la «mano di Dio».
Va altresì sottolineato che anche il Diluvio non viene scatenato
fintantoché Noè non avrà completato l’Arca e, tramite questa, messo
al riparo i rappresentanti del mondo animale (uomo compreso) che
costituiranno il «seme» del mondo futuro.
Al-Qurtubi, cit. in P. Dall’Oglio, Op. cit., p. 173.
«
[ …]
ma le opere perenni e buone costituiscono presso Dio un miglior
premio» (Cor. XVIII, 46).
A proposito delle
«opere perenni e
buone» i commentatori arabi fanno un esplicito riferimento al dikr,
una meditazione che associa la recitazione di mantra (i Nomi di Allah)
ad uno specifico ritmo respiratorio e che, come tale, non è certo
ignota nè ai cabalisti, nè all’esoterismo cristiano o tantomeno a
quello indù (si veda al riguardo in R. Guénon, Il divenire dell’Uomo
secondo il Vedanta,Adelphi, Milano, 1992, p. 92).
Romani, 11,4 e ssg.
Matteo, 24, 15.
Su questo aspetto, che la brevità di questa
nota ci impedisce di approfondire come meriterebbe, si trovano accenni
di grande interesse nel testo di G. Faraci (Il vero fine della
Massoneria, Arktos, 1993), in cui il problema viene analizzato nella
prospettiva dell’escatologia esoterica occidentale.
Cor.
XVIII, 17 e ssg.
P.
Nwyia, Trois oeuvres inédites de mystiques musulmans,
Beirut 1973, p. 82.
Pietro, I, 2,9. Del pari in Isaia si può
leggere come «Dio ha dato loro uno spirito di torpore, occhi per
non vedere ed orecchi per non sentire» (Is., 29,10) e il salmo
di Davide recita «Diventi la loro mensa un laccio, un tranello
ed un inciampo e serva loro di giusto castigo. Siano oscurati i loro
occhi si da non vedere, e fa loro curvare la schiena per sempre»
(Salmo di Davide, 69, 23s). Sempre in Cor. XVIII, 58 si sottolinea che «Poiché abbiam posto nei loro cuori degli impedimenti a
comprenderlo e nelle loro orecchie durezza, ed anche se tu li chiamassi
alla retta via, anche allora mai si convertirebbero».
Romani, 2,6.
«Prendilo
[ il
Libro] ed inghiottilo; ti renderò amaro
il ventre mentre in bocca sarà dolce come il miele» (Giov., Apoc.,
10,9). Non è possibile dilungarci su questo aspetto della Rivelazione
che chiama in causa alcune modalità specifiche di raggiungimento della
visione iniziatica, senza le quali non è di fatto possibile ricevere
Rivelazione alcuna e, tantomeno, divulgarla entro quei limiti cui fanno
riferimento sia il Corano («Comunica [
solo] quanto ti è rivelato dalla
scrittura del tuo Signore, nessuno può mutarNe le parole»),
sia l’Apocalisse («Metti sotto sigillo quello che han detto i
sette tuoni e non scriverlo! [ ….]
Se uno vi fa qualche aggiunta, Dio gli infliggerà le piaghe descritte
in questo libro; se uno toglie alcunché delle parole di questa
profezia, Dio toglierà la parte ch’egli ha all’albero della
vita..»).
Documento di Damasco, in Manoscritti di Qumran, UTET-TEA,
Milano, 1986, p. 226
Melville H., Moby Dick, Adelphi, Milano, p. 34.
Il passaggio è sostanzialmente analogo a
quanto si legge nella sura XVIII dove si sottolinea come «Il mio
Signore è il più informato sul loro [ dei
giovanetti] numero e non li conoscono che
in pochi».
Documento di
Damasco, in Manoscritti di Qumran, UTET-TEA, Milano, 1986, p.
229 e ssg.
Rileviamo come in questo caso si tratti di
qualcosa di sostanzialmente diverso da quello che comunemente si intende
per «stato altro di coscienza» dato che questo costituisce, a
rigore, solo un prerequisito indispensabile a realizzare una
trasformazione di carattere ontologico che investe la persona nella sua
totalità e, per esprimersi in termini simbolici, che lo riguarda tanto
nella sua modalità orizzontale quanto in quella verticale,
realizzando così la croce X .
L’amicizia
con Dio è una attribuzione
propriamente «abramitica», considerato che nell’Islam Abramo
(Ibrahim) è qualificato di «amico intimo di Dio» (Ibrahim
al-Khalil) riaffermando quanto si legge in Isaia (Is., 41,8): «Tu Giacobbe, che ho scelto, discendente di Abramo mio amico».
Parimenti nel documento di Damasco (Manoscritti di Qumram,Op.
cit, p. 232) è scritto: «Abramo [
…] fu fatto amico, avendo osservato gli
ordini di Dio».
L’hadit è attribuito ad Ibn-Hanbal,
citato in: An-Nawabi, Les Quarante Hadiths, Paris 1980, VI, (38°
hadit) p. 256.
Non è evidentemente un caso che il Mahdi significhi
appunto «ben guidato» e che con tale termine si identifichi
una figura escatologica destinata, come i «giovanetti» della
grotta, a «riapparire» alla fine dei tempi.
Il
«riparare nella grotta» equivale
ad una separazione, una segregazione volontaria: «separarsi dal
male e dai suoi seguaci, nel proprio cuore e nel proprio agire» (Cor.
XVIII, 66). Numerosi passi dei manoscritti di Qumran riportano lo stesso
concetto (cfr, in particolare,il documento di Damasco, Op. cit., p.
239 e ssg.).
H.
Corbin, Op. cit., p. 76.
H.
Corbin, Op. cit.,p. 84. Circa la
«resurrezione dei corpi nell’ultimo giorno», questo tema
rileva della coerente continuità della tre Religioni: «infatti la
fede nella resurrezione della carne, alla fine dei tempi, è comune a
tutte e tre le religioni abramictiche. La storia dei Compagni della
Grotta, nella sua origine efesina, è proprio un segno, una
testimonianza, una prova ed una profezia riguardo alla
resurrezione» (P. Dall’Oglio, Op. cit., p. 189). Su questo
argomento si veda l’ampio commento e la polemica innescata dal saggio
di Sergio Quinzio, Mysterium Iniquitatis, Adelphi, Milano, 1995.
Efesini, 3:5
Giovanni, 16:13
Matteo, 13:35
Lo svelamento dei misteri è, nell’ora
attuale, riservato ai discepoli e agli apostoli, mentre «agli altri
parlava in parabole». È solo con la parusia, il ritorno glorioso
che la ragion d’essere stessa dell’esoterismo vien meno e con questa
cade anche il velo che rende oscuro ai più i segreti del «Regno
dei Cieli».
H.
Corbin, Op- cit.,p. 19.
Efesini, 6:11
In P.
Dall’Oglio, Op. cit., p. 114
La sura
XVIII è conosciuta come la sura della
Mecca (Suratu L-Khaf) e viene recitata il venerdì, ogni
settimana, per «scopi protettivi», dato che numerosi autori
sufi e commentatori islamici hanno da sempre sottolineato che «chi
l’avrà letta nel giorno del venerdì gli sarà perdonato fino all’altro
venerdì [ …] e
gli sarà data una luce che giunge fino al cielo e che salva dalla
sedizione dell’Anticristo» (cit. in Al-Qurtubi, al-gami
li-ahlam l-qur’an, al-Maktaba al.Arabiyya, Al-Qaira (Cairo) 1967,
X, p. 346).
Nel De Laude Novae Militiae (in: L’Ordre
du Temple, les textes fondateurs, a cura di B. Hapel, G. Tédaniel
Ed., 1991, p. 13) S. Bernardo fa riferimento alla «spada della
conoscenza» che permette appunto al monaco-guerriero di condurre «senza tregua un duplice combattimento contro la carne e il sangue
e contro gli spiriti di malizia diffusi nell’aria».
Documento di Damasco, in Manoscritti di Qumran, UTET-TEA,
Milano, 1986, p. 228.
Ezechiele, 13:5
Al riguardo è significativo il commento
islamico di At-Tabari che ricollega l’esistenza del muro ad un atto di
misericordia divina che si esprime per il tramite dell’operato di
Alessandro magno; infatti il muro «è un atto di misericordia del
mio Signore col quale ho avuto pietà della gente che si trova al di qua
della muraglia, e m’ha sostenuto con la Sua misericordia per loro finché l’ho costruita
affinché attraverso di essa …. trattenesse
la catastrofe» (Op. cit., XVI, p. 21 e ssg.).
H.
Corbin, Op. cit., p. 79.
Corano,
XLIII, 61.
Citato in P. Dall’Oglio, Op. cit., p. 117.
H.
Corbin, Op. cit., p. 83.
Ed è alquanto significativo come il Vangelo di
S. Giovanni sia particolarmente venerato e studiato dalla comunità
shiita che identifica la figura del Paracleto con quello dell’Imam
atteso per la Grande Resurrezione. Il concetto di «resurrezione», nell’accezione che ne dà l’esoterismo
islamico, è per molti versi affine al concetto di «liberazione» della Tradizione indù e distingue una
«piccola resurrezione», che consiste nell’esodo individuale
dal mondo materiale – analoga alla «liberazione in vita»
dell’induismo - ed una «grande resurrezione» (Qiyamat
al-Qiyamat) che sancisce invece l’avvento del nuovo Aion.
Cor. XVIII
Marco, 13: 35
P. Dall’Oglio, Op. cit., p. 317 e
ssg.
Paolo
Branca, Introduzione all’Islam, Ed. San Paolo,
Milano, 1995, p. 194.
P. Dall’Oglio, Op. cit., p. 319
P. Dall’Oglio, Op. cit., p. 13
P. Dall’Oglio, Op. cit., p. 343
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