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Questo
testo non è originariamente un articolo, né un saggio, ma una lettera di risposta a
una studentessa dellaccademia darte drammatica. Della lettera mantiene un
certo tono colloquiale.
Cfr. Károly
Kerényi, Miti e misteri, Torino 1979, Boringhieri, p. 143 sgg.
Rimbaud sviluppava il pensiero con
radicale lucidità: «È falso dire: io penso. Bisognerebbe dire: mi si pensa..».
- Questa è la conclusione cui giunge Kerényi nel saggio Uomo
e maschera del libro citato. Sulla maschera si veda anche Titus Burckhardt, La
maschera sacra, Milano 1989, SE.
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Come è possibile larte
dellattore? La prima risposta potrebbe essere: per luomo comune larte
dellattore è impossibile. Non voglio con ciò dire che luomo comune sia
inferiore allattore. Larte dellattore consiste cioè esiste solo
allorché riesca nel far vivere un personaggio il cui destino è predeterminato e
conosciuto da chi lo interpreta.
Attore è colui che si pone in atto. Se assumiamo che un ente sia in atto quando
possegga la propria determinazione, o in altre parole la propria compiutezza, è evidente
che luomo comune sia in atto solo varcando la soglia della morte. Allora, solo
allora, il suo destino è compiuto. Mentre il destino del personaggio è sempre in atto.
Anche quando il drammaturgo non pone alcun termine allazione del suo personaggio o
perfino nessun principio alla sua azione (come per esempio in Sei personaggi in cerca
dautore di Pirandello) o, ancora, suggerisce altri percorsi possibili, il
personaggio sarà sempre determinato: il suo destino sarà di esserne privo. La sua
vita si spegnerà comunque alloffuscarsi dei riflettori.
Luomo comune, invece, non conosce le rotte del proprio destino. Egli può riguardare
la sua navigazione solo quando approda allestremo ormeggio. La sua vita è dunque,
prima dallora, sempre in potenza. Ma in quanto individuo che ignora il proprio
destino, lattore è anche, è in primo luogo, uomo comune. Così però si torna alla
risposta iniziale che si prospetta come un vicolo cieco nel quale è impossibile avanzare.
Ma forse si può fare ugualmente un passo avanti, prendendone atto. Per un
verso si può dunque pensare larte dellattore come larte
dellimpossibile.
E dunque unarte in perenne difetto, che addita una meta, la compiutezza del destino,
senza poterla raggiungere. È in questo difetto la sua grandezza: nelladditare una
grandezza sovrumana. Il dramma (in greco azione) è catarsi, come diceva
Aristotele, forse in questo senso: manifesta la compiutezza allessere incompiuto; è
purificazione, questo vuol dire catarsi, in quanto permette alluomo comune, alla sua
incompiutezza, di poter osservare un destino compiuto: il destino dei personaggi. Egli
può osservarlo con distacco: con lo sguardo del dio. O immedesimandosi. E allora
indosserà il destino del personaggio come un abito.
Eschilo fa pronunciare al suo Prometeo amare parole. Ho donato il fuoco alluomo, e
con esso la vita, e la conoscenza dichiara in sostanza il grande incatenato ma
perché luomo non veda il futuro, cioè il suo destino, la morte, e se ne strugga,
gli ho velato gli occhi. Prometeo significa in greco: colui che prevede. (Dal Prometeo
incatenato di Eschilo, la voce di Prometeo: «Piuttosto, scese a terra,
lavvenire della mia sorte state ad ascoltare, per poter fino allultimo
conoscere ogni vicenda»). Luomo comune è invece come suo fratello Epimeteo, che
significa colui che impara solo dopo. Lattore è prometeico: sa quali
saranno gli atti del suo personaggio, cioè i suoi atti, e quale il suo destino.
Come Prometeo dona fuoco, dona luce alluomo comune.
Larte dellattore prefigura un disvelamento. Lo spettatore può osservare il
personaggio come fosse se stesso e leggere nel proprio incerto coacervo di eventi chiamato
vita, la trama, la trama del destino. Ma come può lattore, se egli stesso è uomo
comune, rendere possibile limpossibile?
Per un altro verso si può dunque pensare larte dellattore come larte
dei destini già tracciati. Se lattore, in quanto uomo comune che ignora il
proprio destino e vive in potenza, deve impersonare il personaggio, il cui destino è noto
e in quanto compiuto è posto in atto, allora può riuscirvi solo se non sia se stesso,
solo allorché sia in grado dessere altro da sé. Può essere detto attore solo chi
è fuori di sé. Proprio perché larte dellattore è larte dei destini
già tracciati, egli deve essere altro da sé, non io. E questo in realtà cela la domanda
come è possibile larte dellattore: come è possibile essere altro
da sé ? È un mistero.
Il teatro nasce dai misteri. Dai misteri di Dioniso. I misteri di Dioniso sono divenuti
teatro, tragedia, commedia, dramma. Da mistero derivano le parole mistica,
mistico. Mistico, per lateniese del Quinto secolo, rievoca latmosfera di una
festa notturna. Mysteria erano feste che si svolgevano in Grecia in
autunno e in primavera: Nel calendario si designavano così i misteri
autunnali, detti anche grandi misteri. Il nucleo del termine mysteria
è costituito da un verbo, myein, il cui significato rituale è iniziare e che a
sua volta deriva da myein: chiudere gli occhi e la bocca. Il myste,
colui che era stato iniziato ai misteri, dopo lepopteia, una
visione, era tenuto al segreto: chiudeva gli occhi e la bocca e gli si schiudeva la
visione: era tenuto a mantenere segreto il mistero 1.
Liniziazione si fondava su un velamento e su un successivo disvelamento. Si veniva
iniziati ai misteri della vita e della morte in primavera, i piccoli misteri, e ai misteri
della morte e della vita in autunno, tempo dei grandi misteri.
Di Dioniso si mostrava la maschera. Anzi, in origine Dioniso è la maschera. E dal mistero
della maschera nasce la tragedia, larte delle maschere. Nelle feste di Dioniso la
sposa dellarconte re si coricava con la maschera con il
diomaschera fino alla mattina. Daltronde nelle processioni i mystei,
gliniziati savanzavano, il volto coperto da maschere sileniche o daltro
genere. Altrettanto nel teatro. In cui vivevano, grazie agli attori, le maschere degli
eroi morti.
E cosè la maschera se non la morte? «Morire significa essere una maschera
scrive Shakespeare perché chi non ha vita di un uomo, è soltanto la maschera
di un uomo». Ma la morte non è forse il non io? Non è forse laltro da sé?
Perciò Dioniso è la maschera: egli è lebbro danzante, il fuori di sé. La
maschera impedisce lespressione individuale: indossandola io sono non io,
sono laltro. «Io è un altro», scriveva Rimbaud 2. È quanto lattore può dire di sé, se è
attore: io è un altro. Indossando la maschera lattore indossa il destino; ma il
destino è compiuto solo allatto della morte. Pertanto egli indossa la morte: la
morte dellio. Ché questo è la morte; morte dellio, nascita del sé.
Nascita dellaltro. Ecco il motivo della presenza delle maschere sui sarcofagi
antichi. Ma in senso più ampio indossare la maschera crea un rapporto tra luomo,
luomo comune, e un altro essere. La maschera crea una relazione, è lo strumento di
una trasformazione unificatrice, in quanto essa elimina i limiti divisorî e consente
unidentificazione con laltro. Più in generale: la maschera consente
lincontro dellindividuo con il non individuale 3. Ecco perché dicevo una grandezza
sovrumana.
Quanto detto sinora può forse spiegare perché lattore non possa essere un uomo
comune e le origini sacrali del teatro, ma non certo come si possa essere altro da sé. La
risposta non può che essere parziale e allusiva. Non può che affermare: si diviene altro
da sé suscitando laltro che è nellio, laltro che è in noi.
Liniziato, attraverso la maschera, manifesta il dio il non io ed è il
dio. Liniziato sidentifica con i principi costituivi del cosmo riconoscendo in
sé quei medesimi principi. Si diviene altro da sé ascoltando le molteplici, possibili
voci del nostro essere, riconoscendoci accomunati allaltro: nel destino.
Laltro non è lestraneo, come generalmente si pensa, al contrario: io è
laltro. Ovvero pensando al nostro io come ad un abito che indossiamo e che verrà in
futuro dismesso, al nostro io come a una maschera.
Lattore manifesta un ordine superiore. Deve sapere e potere rinunciare alluomo
comune che indossa. La mia vita è solo un abito, si dovrebbe dire: posso dunque indossare
un altro abito.
Ma essere fuori di sé non significa rischiare la follia? È quanto si chiede
allattore? Naturalmente no. Perciò Stanislavskij raccomandava allattore la
giusta misura. Essere fuori di sé significa in questo contesto e in primo luogo varcare i
limiti dei sensi. Il nostro io si nutre delle sensazioni del mondo e in tal modo si
sostanzia. Quando gli occhi gli comunicano limmagine dellalbero egli lo
riconosce come forma, in primo luogo, e come forma diversa dalla sua. Lalbero è
parte del mondo, ma io non sono esso, quindi lalbero è non io. Perciò
lattore, per essere laltro, deve superare i limiti dei sensi.
Ma anche luomo comune deve superare i limiti dei sensi. Forse che il nostro occhio
è in grado di precisare una distanza, o la nostra mano può precisare un peso? Si può
dire che una cosa è molto, poco distante o molto o poco pesante, ma si resta
nellapprossimazione, nella vaghezza. La misura nasce dalla consapevolezza dei limiti
dei sensi.
Un metro, in greco misura, non è indicazione soggettiva, individuale, ma
impersonale, sovraindividuale. La misura è il modo di cui luomo si è dotato per
uscire dalla fallibilità dei sensi. Per i greci la misura, metron, è rapporto. È
la scienza che consente di istituire rapporti tra fenomeni e fenomeni nonché, al
contempo, tra i fenomeni e coloro che li osservano. È la scienza delle relazioni. «Tutte
le nostre scienze avverte però Novalis sono scienze di relazione».
Larte dellattore, come arte dellessere altro, ha bisogno di una
scienza. Della scienza delle relazioni. In che modo la scienza delle relazioni si
manifesta nel teatro? Si manifesta fra gli attori e nellattore. Larte
dellattore mostra la propria e laltrui vita come mondo delle relazioni, e il
mondo come vita delle relazioni. Mostra il mondo come scenario e la vita umana come
parte.
Fra gli attori si manifesta attraverso le relazioni che la trama istituisce fra loro.
Lattore incarna un destino, con la maschera, e al contempo conosce i destini dei
personaggi che si intrecciano al suo. Sperimenta il proprio destino e quello altrui. In
quanto impara a conoscere le relazioni che legano gli uomini agli uomini può manifestare
le relazioni che legano i personaggi fra loro. Egli manifesta, con la sua arte, che la
molteplicità di forme desistenza e di rapporti che intercorrono tra loro, forma una
unità inscindibile. Non è possibile, a prezzo di distruggere lunità del testo,
eliminare un personaggio o una scena.
I personaggi sono uniti dalla trama. E una trama è sempre ordinamento. Un ordinamento. La
giusta misura, per lattore, è di non dimenticare il tutto di cui è parte, sia come
uomo comune, sia come attore. Anzi: di fondare la sua arte sulla volontà di manifestare
il tutto di cui è parte, sia come personaggio che come uomo comune.
Larte dellattore, come arte dellessere altro, ha bisogno di una
scienza. Della scienza delloggettività come scienza che trapassa i limiti dei sensi
e della soggettività, gli umori, le pulsioni, le brame, i desideri e gli appetiti che noi
crediamo di rendere unitari chiamandoli «io». Questa scienza, che non è esattamente
ciò che oggi intendiamo con questa parola, savvia quando si è in grado di dire:
non io ma il cosmo in me. Kosmos in greco significa ordine. Per i greci il cosmo è
ordinato, soggetto alla misura. È scritto in Proverbi della Bibbia: «Dio ha tutto
disposto secondo misura, numero e peso». Il cosmo, in altre parole, è misurabile. Su
ciò si affanna la scienza. E lo dimostra. Non io ma il cosmo in me significa: in accordo
con le leggi che governano il cosmo, coordinato alle leggi del cosmo.
In quanto le leggi che hanno formato e governano il cosmo, hanno formato e governano anche
me, manifestandole attraverso il mio abito, il mio io, io sono esse, esco dai limiti
corporei e sensoriali del mio essere e vivo esperisco il tutto. Io è laltro. La
goccia delloceano non è loceano ma partecipa delle medesime leggi.
Nellattore la scienza delle relazioni si manifesta nella consapevolezza di questa partecipazione
al cosmo. Lattore può esperire la misura del cosmo a partire da sé. Nel ritmo.
Poiché il senso della misura non è nella misurazione, ma nella consapevolezza del ritmo:
nella consapevolezza del respiro, del battito cardiaco, dellavvicendarsi delle
stagioni, e della vita e della morte.
Tutta la poesia e il teatro greci si avvalgono della metrica. E cosè la metrica se
non scienza del respiro? La misura, in greco metron è per
lattore, come per il cosmo, larte del ritmo: larte del respiro.
Nel respiro lattore esperisce il cosmo, cioè laltro. Nel respiro il cosmo si
manifesta allattore. A chi gli chiedeva come si definisse, Duchamp ha risposto:
"sono uno che respira". Ovvero: sono consapevole di respirare; sono consapevole,
altresì, di essere respirato. Sono consapevole che nel respiro il cosmo si manifesta in
me come vita.
Si può dunque pensare larte dellattore come larte del respiro.
Come larte di colui che manifesta il cosmo attraverso il respiro. In cui
lattore è il lucente specchio della totalità: nel frammento. Il lucente specchio
dellincommensurabile: nella misura. Il lucente specchio del sé: nellio.
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