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Ezio Albrile
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Anni addietro inviai
un articoletto –a dire il vero poca cosa– alla redazione della
«Rivista di Studi Tradizionali» di Torino ignorandone, con grande
ingenuità e dabbenaggine, la natura strettamente «ortodossa» e
intollerante. Il mio modesto lavoro, dedicato al pensiero gnostico, non
venne cestinato per la sua forse ovvia mediocrità dilettantesca bensì,
addusse lo zelante direttore, poiché si faceva portavoce di una
tradizione –come quella gnostica– chiaramente spuria e degenere, una
congerie insomma di dottrine degradate e blasfeme.
Siccome attraverso il
tempo ho cercato di affinare le mie ricerche a tematica «gnostica»,
vorrei ora tentare di spiegare per sommi capi lo sviluppo di questa
«nefanda» dottrina, precipitata nell’occaso del tradizionalismo nostrano
e non. La mia non vuole essere una polemica, al contrario vuole
restituire al dibattito tradizionalista un pensiero obliato da
precomprensioni di ordine strettamente religioso, quali l’integralismo
guénoniano, araldo di quell’altro penoso integralismo islamico che
oggidì colma le prime pagine dei quotidiani.
Vi sono alcuni principi fondamentali che sono comuni a
quasi tutti i sistemi gnostici. Li accenniamo brevemente.
Il
punto di partenza dello gnosticismo è il dilemma dell’uomo: la sua
origine, la sua natura, il suo fine. Questo problema ha la sua
scaturigine in una visione del mondo, dell’uomo e di Dio grandiosa ma
allo stesso tempo terrificante: un’idea altissima di Dio, desunta dal
monoteismo giudaico e tradotta in espressioni che indicano la sua
infinita distanza dalla natura e dal tumulto degli esseri
materiali: Sigē, il gran Silenzio e Bythos, l’Abisso.
Un’idea bassissima della materia, concepita come intrinsecamente
malvagia, un elemento esiziale innervato nell’interiorità dell’uomo, il
quale legandosi ad essa si perverte e si allontana da Dio.
Il
dilemma dell’uomo si riflette in una molteplicità di domande: Qual è
l’origine della Materia? Un Dio perfetto ha mai potuto creare un essere
per sua natura malvagio? Qual è l’origine del male nel mondo e
nell’uomo? È forse Dio stesso che l’ha infuso nella natura? Può
l’uomo liberarsi dal male? Come si libererà l’uomo dal mondo materiale e
come diventerà partecipe del mondo spirituale, del mondo divino? Chi è
il Salvatore e in che consiste la salvezza? Qual è il criterio di
comprensione e di giudizio per capire l’attuale situazione dell’uomo e
del mondo? Un tale criterio può dimostrarsi verità rivelata?
Alla base
della problematica gnostica, come postulato iniziale di tutto il
sistema, c’è il dualismo, l’opposizione tra Dio e la Materia, tra
il divino e l’antidivino. Esso non è in genere un dualismo radicale, ha
infatti, nella versione cosiddetta «siro-egizia» o «aramaico-egizia» del
mito, un sostrato emanatista. Pur essendo Dio e il mondo materiale
incompatibili ed opposti, il mondo ha avuto origine da Dio per
emanazione: non un’emanazione armonica nella quale la periferia è unita
all’inizio attraverso una sequela di esseri intermedi, ma un’emanazione
che ha subito una brusca interruzione a causa di una «caduta», una
«scissione del divino», una frattura tra le emanazioni divine (Dio e gli
Eoni da lui creati) ed il mondo delle emanazioni antidivine (Demiurgo,
Archonti, cosmo, materia), ambedue in degradazione progressiva.
Si tratta
di un dualismo anticosmico ed escatologico: il male è questo
mondo, la realtà fittizia di tutti i giorni, la cui sostanza non è stata
creata da Dio. Il mondo rappresenta la crisi, il collasso ontologico di
Dio; il mondo esclude Dio, mentre Dio –cioè la sua essenza luminosa–
mette fine al potere che il mondo esercita sull’uomo, nell’attesa di
metter fine al mondo stesso. Questo dualismo rispetto al mondo e
all’uomo si esprime in un’antitesi cosmologica ed antropologica,
nell’opposizione cioè della scintilla (spinthēr o pneuma)
divina, caduta o immessa dall’alto nel cosmo o direttamente
nell’involucro somatico dell’uomo (nel suo sperma).
Dio è
unico, assolutamente separato dagli esseri materiali, trascendente e
sconosciuto, è talvolta nominato come Silenzio o Abisso. La sua
trascendenza implica una totale estraniazione, lo sfuggire cioè a
qualsiasi analogia con il mondo empirico, caratterizzato dal continuo
avvicendarsi di generazione e corruzione. Come tale egli è inconoscibile.
Si tratta
di un Dio essenzialmente latente, che si rivela attraverso emanazioni
successive. L’emanazione secondo gli Gnostici «è la
manifestazione, fuori dell’emanante, di colui che viene emanato» (cfr.
Ir. Adv. haer. II, 13, 6). Esito del processo di emanazione sono
la separazione (separatio, chōrismos), l’allontanamento e
la degradazione qualitativa (descensio, deminoratio) in
modo progressivo rispetto all’emanante (cfr. Ir. Adv. haer. II,
13, 4-7; 17,9). Il prodotto dell’emanazione viene detto comunemente «Eone»,
«Cielo», «Angelo», trasformazione della potenza luminosa in senso
spazio-temporale . Questi esseri intermediari tra Dio e la Materia,
eterni anch’essi, emanano da Dio a coppie, maschio e femmina, formando
una syzygia, una entità androginica che a sua volta genera altre
entità bisessuate. La serie totale di tali Eoni costituisce quello che
gli Gnostici chiamano plērōma, la plenitudine. A un certo punto
del depotenziamento emanativo avviene una «caduta», che suscita una
specie di «salto quantico»: la distinzione tra il mondo delle
emanazioni divine (il plērōma) e il mondo delle emanazioni antidivine, il kenōma, il «vuoto». L’Eone a cui si deve la
tragica hybris, detto in genere Sophia, emana una serie di Eoni
inferiori, uno dei quali è il Demiurgo omicida Yaldabaoth, il «Padre del
Chaos», il Dio degli Ebrei e del Vecchio Testamento, creatore somatico
del cosmo e dell’uomo.
Il
problema dell’uomo, scaturigine della riflessione gnostica, è anche
fulcro di altri sviluppi dottrinali. L’antropologia gnostica
sviluppa infatti una dottrina, detta dei tre tempi, in quanto la
situazione attuale dell’uomo viene spiegata in rapporto all’origine del
mondo e in rapporto al suo destino spirituale, che dovrebbe essere ipercosmico. L’antropologia gnostica è quindi strettamente collegata
alla cosmogonia, alla soteriologia ed alla cristologia, e le
giustifica.
Le
potenze demiurgiche o Archonti creano l’uomo e v’imprigionano lo
pneuma o «spirito», la scintilla divina caduta o immessa dal mondo
divino. Per rendere lo «spirito» sicuramente inefficace essi immettono
nell’uomo anche un vincolo astrale, una psychē, un’«anima» che lo
trattenga nella Materia. C’è dunque una tricotomia nell’uomo: lo «spirito», la psychē e il corpo. Lo pneuma, che proviene
dal mondo divino e ad esso appartiene, è prigioniero della psychē
e del corpo umano, dello spazio e del tempo, sotto il governo dispotico
del Demiurgo omicida e degli Archonti. In alcuni sistemi gnostici si dà
posto ad una sorta di peccato originale, considerato come peccato
sessuale di Eva, maldestra seduttrice di Adamo, oppure come stupro
primordiale consumato dagli Archonti.
Solo la
«gnosi», la conoscenza dei misteri divini, la conoscenza cioè
della propria situazione cosmica e del destino che lo attende, potrà
liberare lo spirito dell’eletto, il teleutē, dalla Materia. La
conoscenza di chi eravamo, di cosa siamo diventati, di dove eravamo, di
dove siamo stati gettati, di dove andiamo e da cosa veniamo redenti (cfr.
Clem.Alex. Ex. Theod. 78, 2 = Sagnard, p.202), la scoperta
che il «Regno di Dio» è in noi, è una conoscenza anamnestica della
propria origine divina, del proprio essere continuamente sulla via della
salvezza verso sé stessi in quanto si è Dio. È il mito gnostico,
riflesso ed oggettivazione del destino umano, inverantesi nella
conoscenza di sè che apre alla salvezza. Il salvato è quindi colui che
dopo aver ritrovato sé stesso, la propria origine e il proprio fine, e
aver rifiutato nella apotagè il mondo della materia e della
carne, segue il richiamo del Salvatore, del Cristo vivente, in sé
stesso: solo chi è stato scelto ed è «degno» (axios) della
rivelazione, è nel suo essere più profondo unito a Dio e può perciò
sperare nella salvezza, nel ritorno del suo «Io divino» nella sua
«patria» alla fine del mondo. Una rivelazione che le cerchie gnostiche
dicevano, dopo il Redentore, tramandata dalla Maddalena, lasciva
depositaria di una traditio gnostica, che ha nel mistero luminoso
e spermatico un elemento centrale.
Non tutti
gli uomini sono «scelti» per la conoscenza salvifica, rispetto alla
quale essi –secondo i Valentiniani– si scindono in tre livelli,
conseguenza della tripartizione antropica in corpo (hylē =
sarx), psychē e pneuma; gli hylici, cioè la
maggioranza degli uomini, dominati dall’ignoranza e vincolati alla bruta
genitalità, non sono in grado di penetrare il mistero dell’uomo e sono
condannati perciò alla perdizione; gli psichici, in minor numero, pur
dominati da passioni e vacuità mondane, sono perlomeno in grado di
decidersi tra dannazione o salvezza, alla quale giungono con la
osservanza delle prescrizioni della Chiesa; pochi sono invece gli
pneumatikoi, coloro nei quali è insufflato lo «spirito», che sono
Luce e che possono parlare mossi dalla Luce, i soli che possono
insinuarsi nelle profondità dell’essere, i «salvati per natura»,
physei sōzomenoi, l’elite dell’umanità su cui poggia la speranza del
cosmo.
L’escatologia individuale –rinascita o palingenesia– ha nello
gnosticismo un posto determinante. È adombrata nel mito della salita
dell’Anima luminosa, l’ascensione celeste allestita da una rituaria
magica e iniziatica la cui finalità è la vanificazione delle sfere
planetarie (= Archonti) e la comunione con il mondo luminoso. Vicenda
plasticamente rievocata in un trattato cosmogonico di Nag-Hammadi,
secondo il quale la «Luce ritornerà alla sua origine; e lo splendore
dell'Ingenerato si manifesterà e riempirà tutti gli Eoni, quando la
profezia e la storia di quelli che sono Re si adempirà e sarà
raccontata da quelli che saranno chiamati «perfetti». Quelli invece che
non sono diventati perfetti nel Padre Ingenerato riceveranno i loro
splendori nei loro Eoni e nei Regni immortali. Essi comunque non saranno
mai privati del Regno. Poiché è necessario che ognuno vada nel luogo dal
quale è venuto. Ognuno infatti manifesterà la sua natura per mezzo delle
sue opere (praxis) e della sua gnosi » (Scriptum sine titulo
II, 5, 175, 4-17).
L’escatologia individuale implica quella universale, la fine del
mondo e dei corpi quale separazione definitiva del divino dal
non-divino. Si conclude con questo atto un processo irreversibile: lo
gnosticismo esclude la risurrezione dei corpi, la ciclicità somatica è
intesa unicamente quale via di perfezionamento degli hylici,
progressivamente mutanti in psichici e pneumatici.
Una illuminazione
recepita dalla poetica di J. L. Borges ne La Casa di Asterione,
vero piccolo capolavoro di dottrina gnostica. L’abilità di Borges è
creare un intreccio in poche righe, una attesa sospesa: Asterione è il
crudele Minotauro cretese, scaturigine della foia genitale di Pasifae e
Demiurgo bicorne, Re del Mondo che attende il proprio Redentore (=
Teseo) al centro del Labirinto. Così prendono forma i pensieri visionari
del Minotauro: «Tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due
cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l’intricato
Sole; in basso Asterione. Forse fui io a creare le stelle e il Sole e
questa enorme casa [= Labirinto], ma non me ne ricordo…».
La Casa di Asterione come La Casa di Arimane del
poeta neo-manicheo Domenico Ferla «traduttor dei traduttor d’Omero»: il
bicorne Demiurgo come il candido Demiurgo della saga di Matrix,
epifania di celluloide nella quale affiora il bianco daēva,
fantasmatica apparizione iranica nello Shāh-nāmah di Firdusi.
Qualcuno forse ricorda, trattando di demonialità albina come il
nevischio, la misconosciuta Space Vampires di Tobe Hooper,
pellicola il cui titolo nostrano non traduceva l’originale statunitense
Lifeforce, bensì ritraduceva il titolo del piccolo gioiello di
Colin Wilson da cui era tratta, «Vampiri dello Spazio» per l’appunto.
Il
romanzo ed in seguito il lungometraggio, sono un reale compendio di
dottrina gnostica: la psicofagia degli Archonti, vampireschi passeggeri
della Cometa di Halley, il mito dell’Uomo iniziale, inattaccabile dalle
Tenebre e restauratore della Colonna di Luce nel coito androginico con
la grande demonessa.
La psychē bramata e digerita dagli Archonti
è proprio quella Lifeforce di cui parla il titolo anglofono, pura
pulsione vitale e alimento per il cosmo. Nella molteplicità umana intesa
unicamente come «cibo», si distingue il protagonista, un «eletto» immune
alle mutazioni vampiriche: un Anthrōpos phōteinos in negativo,
effigie di una redenzione mancata.
Questo personaggio, in cui è facile
scorgere i tratti dell’Uomo primigenio gnostico, rappresenta un doppio
anelito di salvezza: individuale e collettivo. L’amplesso finale con la
grande demonessa, se da un punto di vista «ecclesiastico» prefigura la
liberazione del mondo dalla piaga vampirica, da un altro e per paradosso
descrive il compimento della salvezza individuale del protagonista,
riunito «archonticamente» alla syzygia diabolica.
Per comprendere la specificità storico-religiosa dell’incontro tra
immaginario gnostico ed epidemie vampiriche è utile ancora richiamare l’apokatastasis
dell’ultimo Dracula di F. Ford Coppola, nel quale il tema della
rigenerazione del male, sullo sfondo di una umanità caratterialmente
nullificata, è il tema dominante. Altri spunti stanno nella cospicua
opera letteraria di Anne Rice, in particolare un suo romanzo, Pandora,
sviluppa il tema della trasmigrazione vampirica.
Una kakodaimonia
che nel romanzo della Rice è vissuta come ibridazione di due distinte
correnti sapienziali: una classicamente vampirica, l’altra
gnostico-italica o apuleianamente parlando «isiaca». Gli umidi e tumidi
seguaci dell’esoterismo nostrano (sub specie «kremmerziano»)
troveranno motivo di gaudio, anche pensando alla lunga digressione
prammatica e teologica circa la setta gnostica degli Ofiti, la
misteriosa combriccola di veneratori dell’edenico rettile.
Una gnosi, quella ofitico-sethiana, dalle remote ascendenze
iranico-mesopotamiche, nell’alveo di quella teologia persico-caldea dei
Magi cosiddetti «ellenizzati». Quei Magi araldi del «Tempo», di Zurwān,
approdati a un Cristo-Zurwān le cui forme cangianti sono poi, nel
contempo, anche quelle dell’Avversario, il Satana degli Atti di
Tomaso, un apocrifo –dimostrato negli studi del Bussagli e dello Scarcia– , al crocevia di mondo iranico e predicazione
gnostico-cristiana.
Il Cristo fa capolino nell’epifania del Mahdī imamita, il
«Salvatore-Salvato» che per la sua incredibilmente veneranda età è un
Matusalemme, uno Yūz Asaf delle leggende persico-cristiane ed anche uno
Zāl-i zar, il canuto eroe dell’epopea firdusiana: nella leggenda dei
Magi a Betlemme Cristo era il Saoshyant, cioè il «Promesso da Zoroastro»
giunto in soccorso delle Anime e nella prospettiva escatologica,
implicante una corrispondenza ciclica tra attimo iniziale e attimo
finale, i Magi erano anche gli «inventori» del fuoco del culto iranico,
bagliori di una ekpyrosis annunciata nella scansione eonica del
tempo. Così il Redentore è tutt’uno con il proprio carnefice e con il
proprio spazio sacro, l’afghana Zābul, mujaddid del culto
svolgentesi intorno alla «Mecca d’Arachosia», cioè del culto di Zūr,
allotropia di Zurwān.
Ma proprio, magari per quella esasperazione e sublimazione del «caldeismo»
che fa tendere il pensiero gnostico all’apparente eccezione
millenaristica dell’Evento previsto e promesso, in questa modalità di
esistenza l’evento redentivo diventa il Nuovo Ordine Mondiale,
calcolabile e pianificabile del jadwalī ismailita Hasan al-Sabbāh,
antesignano dell’odierno Bin Laden. Ma esiste una sorta di reciprocità
metapolitica, se seguiamo le ipotesi complottiste di S. Falanca (Banche
armate alla guerra, Frilli Editori, Genova 2003, p. 21):
secondo il nostro autore non si può dire infatti che la famiglia Bush
sia una famiglia comune.
Le prime eccentricità che il Falanca descrive
risalgono a Prescott Bush, il nonno dell’attuale presidente W. Bush. Una
sorta di buontempone esopolitico che nel 1918 guidò un’incursione in un
cimitero Apache per prendersi il teschio di Geronimo e farne il trofeo
della sua confraternita di studenti, la «Skulls & Bones», una mitica
setta gnostica i cui conseguimenti mondani sono stati immortalati anche
in un recente lungometraggio.
Ma la reliquia ossea verrà a suo modo
restituita all’allora capo della nazione Apache, in una cerimonia che
finirà male, perché il buon nonno Prescott avrà la faccia tosta di
provare a rifilare al capo pellerossa un teschio qualsiasi, offendendolo
a morte.
Cose che capitano, leggendo la ormai sterminata pubblicistica
«di parte», un tempo conosciuta come «di sinistra» e che oggi ha il suo
mare magnum in quella «cosa» (ergon, come il Demiurgo
gnostico) chiamata «Indymedia», vero e proprio sacello delle «parole in
libertà». Un tempo si sarebbe favellato di «immaginazione al potere»,
usando un verbalismo situazionista che svelava chiare radici comuniste,
ma anche e soprattutto gnostiche.
Che la divinizzazione
gnostica dell’uomo sia la meta finale della rivoluzione comunista può di
fatto sembrare una idea pazzesca. Eppure Marx, come ha rivelato Luciano
Pellicani (I nemici della Modernità [Tra due secoli 6],
Ideazione Editrice, Roma 2000, pp. 36-39) quando scrive che il comunismo
eliminerà il conflitto fra l’esistenza individuale sensibile e
l’essenza generica dell’uomo, intende paradossalmente materializzare
l’idea dell’Uomo-Dio, se è vero come è vero, che per la teologia
tomistica Dio è l’essere in cui essenza ed esistenza coincidono
perfettamente. È legittimo quindi vedere nel marxismo una vera e
propria religione, che il Pellicani definisce a carattere «ibristico»,
riprendendo una definizione cara alla gnosi ellenistica.
L’hybris
nella tradizione greca e poi gnostica è la smodata arroganza dell’uomo
di fronte al Dio pleromatico, il desiderio di essere come lui e più di
lui, il rifiuto della propria finitudine. Se partiamo dalla nota
impostura di Sartre, secondo cui l’uomo è fondamentalmente desiderio di
essere Dio, l’hybris appare come una tentazione naturale e
permanente.
In effetti, l’esperienza più radicale e decisiva che l’uomo
fa nella sua vita, come trascritto anche dalla moda psicanalitica, è,
molto probabilmente, quella di scoprire con angoscia che egli è un
essere limitato, debole, contingente. Tale esperienza produce quasi per
incanto l’immagine compensatoria di una realtà totalmente «altra»,
definibile solo in termini negativi: una realtà in cui non si possono
dare quelle esperienze esistenziali –la morte, prima e sopra di tutte–
che affliggono l’uomo.
La ragione ci spinge a riconoscere che l’alienazione
ontologica è insuperabile e che dobbiamo accettare la finitudine come un
elemento costitutivo della nostra natura. Ma è esattamente ciò che Marx
trova inaccettabile e non potendo sperare nell'intervento salvifico di
una forza oltremondana, egli indica nella rivoluzione comunista l’evento
catastrofico (in senso aristotelico) e palingenetico che riuscirà a
soddisfare l’umano desiderio di assoluto, cancellando le rovinose
conseguenze del disincanto del mondo attraverso l’edificazione prometeica di «un Regno di Dio senza Dio», cioè l’utopia comunista.
Come
altrimenti può essere definita una società senza divisione del lavoro
sociale e senza classi, senza Stato e senza diritto, senza economia e
senza moneta? Una società regolata dal principio evangelico «a ciascuno
secondo i suoi bisogni» e nella quale non vi sarà traccia alcuna della
religione, stigma della umana finitudine?
Del resto
sia Marx che Engels a dispetto della loro pretesa di aver dato al
comunismo una dignità rigorosamente «scientifica», basandosi su precomprensioni di ordine principalmente aristotelico, non hanno fatto
mistero del carattere religioso ed escatologico del loro messaggio.
Marx
ha definito gnosticamente il comunismo il «Paradiso in terra», Engels
apocalitticamente il «Regno millenario della libertà»: due espressioni
equivalenti per indicare come la rivoluzione permanente sarebbe riuscita
là dove il cristianesimo aveva fallito.
Il che spiega perché qualcuno
abbia visto nel marxismo l’ultimo avatara del messianesimo che
«collega con la Specie l’idea di redenzione e solo nella Specie vede,
metaforicamente parlando, il Dio-infante, la cui culla è circondata
dagli ottusi, neri serpenti delle forze elementari della natura»
(cfr. A. Lunačarskij, Religione e socialismo, Guaraldi
Editori, Rimini 1973, p.193).
Naturalmente, se Marx si fosse limitato a presentare il progetto
rivoluzionario come la risposta all’abissale vuoto metafisico lasciato
dalla morte di Dio, non sarebbe mai diventato il padre spirituale del
movimento –il comunismo leninista– che, con il suo formidabile
dinamismo elitario e totalitario, come ha svelato I. P. Culiano, ha
sconvolto il mondo.
Egli, però, compì una mossa strategica di
fondamentale importanza: innestò le istanze teologiche giudaico-cristiane da cui era partito, nella questione sociale e quindi
fuse e confuse il «problema della salvezza» con il «problema della
giustizia». Dichiarò che la rivoluzione comunista avrebbe cancellato in
un sol colpo sia l’alienazione ontologica dell’uomo che l’alienazione
sociale del proletariato scaturita in illo tempore dalla civiltà
liberale.
Il che gli permise di trasformare la lotta di classe in una
guerra gnostica fra i figli della Luce e i figli della Tenebra e di
creare un nesso teorico-pratico fra le esigenze degli «orfani di Dio» e
le esigenze dei «dannati della terra».
Resta comunque il fatto che il punto di partenza di Marx, il suo
problema centrale ed il suo «inganno gnostico», non fu l’indignazione
di fronte alla mercificazione degli operai operata dal sistema di
mercato, bensì la sua passionalità egoica, il suo rifiuto di essere una
creatura finita, lapsaria, destinata ad essere cibo del tempo, in altre
parole il suo desiderio di essere Dio.
La base di questa mistificazione può essere facilmente letta nella
prospettiva relativistica e quindi virtuale che propone il pensiero
gnostico. Secondo la tradizione gnostica, vergata in peculiari scritti a
coloritura «ofitica» o «sethiana» quali ad esempio la Parafrasi di
Sēem affiorata a Nag-Hammadi, esiste una serie indefinita di
«mondi», corrispondenti ad altrettanti stati o gradi dell’esistenza
universale.
Il cosmo gnostico, in sintonia con il sincretismo
stoico-platonico del tempo, è a volte sottoposto ad intervalli di
creazione e di distruzione: basti pensare alle peripezie dell’eletto Seth, immagine del Redentore, la cui genìa è braccata dal Demiurgo
omicida nei momenti cruciali della ierostoria gnostica. Distrutto un
«mondo», prima della manifestazione del successivo, il Nous,
essenza noetica universale, si rivela nelle fattezze di un Serpente
fluttuante sulle acque abissali, eufemismo per designare i penetrali
della fica cosmica. Quando è giunto il momento la Madre-Matrice, cioè la
hylē, manifesta dal suo ombelico il sigillo cosmico da cui
prenderà sviluppo il nuovo modello di mondo.
Ogni volta il Demiurgo
attraversa una crisi mitica, cadendo in uno stato di gestazione simile
alla condizione spermatica vissuta dal dio Phanes nella vicenda orfica.
Secondo la cosmogonia orfica ridicolizzata da Aristofane (Aves
695) la Notte sotto forma di Uccello Nero depone un Uovo d’Argento dal
quale erompe il quadricefalo Phanes, il dio nato dall’Infinito come il
Tempo iranico Zurwān akanārag. Un Uovo demiurgico sovrapponibile
alla Perla primigenia, che nella cosmogonia dei curdi Yezidi al
frantumarsi produce le parti del mondo.
La
finalità che si prefiggevano i maestri gnostici era quella di fornire ai
propri discepoli una via per sfuggire al «destino», la heimarmenē,
per liberarsi dai lacci delle archai ed exousiai che
regnano sul cosmo, al fine di conseguire l’athanasia,
l’immortalità. Un’immortalità, diffusa in tutta l’area
ermetico-misterica, che si raggiunge con il «ritorno», con l’epistrophé
dell’Anima luminosa e superiore alle sue origini divine e «pleromatiche».
L’Anima infatti è una particella di Dio, il Dio luminoso ed ineffabile
che nel mito gnostico scende nel vuoto della hylē, la Materia, a
salvare se stesso. È il paradosso del mito che uno storico delle
religioni di inizio Novecento, Richard Reitzenstein, ha definito del
«Salvatore salvato», espressione poi perfezionata da Carsten Colpe in
«Salvatore salvando»: Dio è Luce sorgiva ed una frazione di questa Luce
cade prigioniera nella Tenebra; salvandola, Dio paradossalmente salva se
stesso!
La scintilla divina,
lo pneuma, è come attorniata da cerchi cosmici popolati da
potenze malvage: il suo è un mondo ipercosmico, il plērōma,
l’universo delle realtà eidetiche. Il mondo di quaggiù è demoniaco in
quanto depotenziato dalla hylē, la Materia caotica, la forza
cangiante esito di una vana mescolanza tra Luce e Tenebre.
Plasticamente
l’esilio della scintilla luminosa racchiusa nelle sfere archontiche
ricorda il cosmogramma indo-iranico suddiviso nei sette dvīpa, i
sette continenti dello ierocosmo hindu, avvolti attorno al Monte Meru,
il monte salvifico sito al centro dell’universo. Non a caso studiosi di
valore come Mircea Eliade hanno rintracciato nello gnosticismo una
attitudine speculativa affine, se non sovrapponibile, alla mentalità
indo-iranica.
È il caso ancora dei sistemi gnostico-sethiani cosiddetti
«triadici» di cui s’è parlato: Luce, pneuma e Tenebre sono i tre
principî da cui sgorga il cosmo, generato da una unione di «sigilli»
copulanti attorno ad un ombelico serpentiforme.
Un mito indiano
narra un episodio tipologicamente sovrapponibile: due delle maggiori
divinità del folto pantheon hindu, Visnu, adagiato sull’Infinito,
fluttuante sulle acque del caos primigenio, e Brahma, entità suprema,
l’ordinatore cosmico dai cinque volti, si sfidarono a singolar tenzone.
Fu allora che, nella «notte priva di stelle, nell’intervallo senza vita
fra la dissoluzione e la creazione», improvvisamente affiorò nelle acque
del mare cosmico una immensa colonna di fuoco, apparentemente senza
inizio e senza fine.
I due contendenti sospesero la disputa tentando di
capire dove iniziasse e dove terminasse quella immane montagna di Luce e
di fuoco. Assumendo sembianze zoomorfe, Brahma in forma di oca selvatica
e Visnu di cinghiale, tentarono invano di svelare l’enigma: stavano già
per riprendere l’animata sfida, quando l’immensa colonna si squarciò
rivelando al suo interno il sembiante di Śiva, il Signore dell’universo.
Quella favolosa massa ignea altro non era che un «segno», linga,
di colui che è appellato Grande Dio, Mahadeva: immantinenti Śiva pose
fine alla disputa tra Brahma e Visnu, affermando in modo indiscutibile
la propria supremazia sul tutto.
Il linga
splendente non è solo l’epifania della potenza ignea del dio Śiva, forza
demiurgica e fecondante simile al Nous serpentiforme che nella
gnosi sethiana penetra le hydata phobera, le «acque terribili»,
ma è anche l’axis mundi attorno al quale ruota l’intero universo,
cardine di tutte le cose e sostegno dei mondi divini. Le immagini che lo
raffigurano iterano un modello indo-iranico: è il Monte Mandara,
utilizzato dai deva, gli dèi luminosi del cielo, e dai loro
avversari, i divini ed antitetici asura, per frullare l’Oceano
spermatico al fine di ricavarne l’ambrosia, la libagione d’immortalità,
l’amrita; ma è anche e soprattutto il Meru o Sumeru,
corrispondente all’Hara iranico, il picco dalle pendici dorate attorno
al quale oscillano il Sole e la Luna.
Sulla sua sommità si cela il
Paradiso terrestre, il polo cosmico, via d’accesso allo svar-loka,
il mondo celeste strutturato in una serie di dimore adamantine, prima
fra tutte il Paradiso del dio Indra, luogo in cui cresce il miracoloso
albero Parijata, l’albero che esaudisce tutti i desideri: da lì si
dischiude una sequela di mondi paradisiaci sempre più puri
e perfetti, irrigati dal Gange celeste, il fiume cosmico identificabile
con la costellazione di Eridano. Allo zenit di questo universo
spirituale si trova il Vaikuntha, il Paradiso di Visnu, sovrastato quale
empireo dal go-loka, il «mondo dei bovini», il satya-loka
paradisiaco in cui scorrono fiumi di latte, burro fuso e miele, un
universo di beatitudine che gli scivaiti identificano con il mondo del
loro demiurgico dio.
In tutto siffatto sentire gnostico ciò che si intende significare è
principalmente l’idea del prorompere e propagarsi di un piano
dell’Esistenza intelligibile a partire da un centro di manifestazione,
il plērōma. Tra il «centro» e la «periferia» si è però prodotto
un insanabile dissidio nella hybris di una creazione intermedia,
sovente designata come Sophia, la «Sapienza» che priva di direzione
gnoseologica, e principalmente di Conoscenza di Sé, genera una realtà
irregolare e fittizia, un divenire fluidico nel quale le dicotomie
metafisiche si coagulano in un dualismo sessuale, veicolo prediletto
nella trasmissione della agnōsia, la vedica avidya, la
nescienza della temporalità. |
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