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Frammenti
di erotica gnostica e manichea
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Ezio Albrile
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È parte dell’intuizione religiosa di Alberto Moravia il percepire
l’erotismo come una forma di conoscenza che nel momento stesso che disvela la realtà, la distrugge: in altri termini si può conoscere il
reale per mezzo dell’erotismo, ma al prezzo dell’annientamento completo
e irreparabile del reale medesimo. In questo senso l’esperienza erotica
si coniuga a quella mistica: ambedue sono senza ritorni, i ponti sono
bruciati, il mondo «reale» è perduto per sempre. Altro carattere
comune all’esperienza mistica e a quella erotica è che entrambe hanno
bisogno dell’eccesso, un eccesso che porta alla morte. Erotismo e
misticismo hanno in comune un medesimo fine, la svalutazione del mondo,
strumento indispensabile di ogni operazione conoscitiva.
Comunque, l’erotismo si rivela elemento di conoscenza soprattutto in
quanto non è mai un
fatto di natura o meglio soltanto di natura: esso si sforza di
conoscere se stesso e attraverso questo sforzo autodistruttivo si
manifesta e si esprime. Tali pulsioni, accuratamente soppresse dalla
mentalità occidentale prima religiosa e poi culturale, fanno parte di
un retaggio misterico arcaico che trova nello gnosticismo ellenistico
una compiuta e sofisticata elaborazione.
È
merito della ricerca storico-religiosa degli ultimi anni aver delimitato
le innumerevoli linee di sviluppo del pensiero e della mitologia
gnostica, in rapporto ad un insieme generale di tematiche e di
motivazioni ontologiche riconducibili a un comune milieu di
impostazione dualistica ed anticosmica. Gli orientamenti complessivi
dell’ideologia gnostica emergono chiaramente, nella loro essenza come
nella loro individuazione storica, proprio dal confronto con la
tradizione e con gli elementi dottrinali presenti nella situazione
interreligiosa e interculturale che contraddistingue costantemente la
storia e lo sviluppo dei movimenti spirituali tra il secondo ed il
quarto secolo dopo Cristo.
La
biblioteca copta di Nag-Hammadi, che raccoglie testi di provenienza
diversa (gnostici, ermetici e apocrifi cristiani), sembra riassumere in
questo senso il quadro delle trasformazioni e degli esiti culturali
caratterizzanti il sincretismo della tarda antichità. Proprio per la
loro ampiezza e complessità, i testi di Nag-Hammadi non rispecchiano
unicamente l’attività di questa o di quella fazione gnostica, né
un’operazione culturale simile sembra ascrivibile ad un unico
Hintergrund religioso riferibile alla tradizione delle conventicole
gnostiche del secondo secolo. Il raffronto tra gnosi pagana e gnosi
cristiana pone quindi concretamente il problema della natura e delle
origini di questa biblioteca, della sua utilizzazione e formazione in
lingua copta, tema che coinvolge movimenti e forme di spiritualità
variamente presenti nell’Egitto del secondo e quarto secolo.
Nei
testi di Nag-Hammadi è possibile individuare una struttura mitica ed
ontologica implicante nella sua essenza una vicenda di perfezione
iniziale, di caduta e di restaurazione finale, di apokatastasis:
essa sembra costituire il modello costante di gran parte dei trattati
conservati, sia che questi si presentino in una formulazione
esplicitamente dualistica, sia che vi alludano soltanto o, come nel caso
degli scritti ermetici, appartengano a tutt’altra categoria di pensiero.
È
un’ipotesi largamente plausibile che nella parabola dell’ideologia
gnostica si siano avuti una fase originaria, uno sviluppo ed un
intreccio successivi, che non escludono tuttavia elementi persistenti
anche nei testi più tardi. Dal punto di vista della classificazione dei
testi, è da escludere per la biblioteca di Nag-Hammadi l’immagine di uno
Gnosticismo recepito secondo le tradizionali categorie eresiologiche. I
criteri di scelta, di valutazione e di accostamento tematico sono di
fatto del tutto particolari, presentando negli scritti valentiniani o in
quelli di tipo sethiano a carattere triadico peculiarità che, tranne
rari casi, sono incompatibili con i sistemi gnostici descritti dagli
eresiologi cristiani. È un dato di fatto che a Nag-Hammadi non emerga
l’immagine omogenea dello Gnosticismo dei primi secoli, cioè di uno
«Gnosticismo unitario». Né questi testi hanno restituito, come si
pensava, le voci autentiche di un Valentino o di un Basilide, bensì
opere spesso compilatorie a carattere cosmo-antropogonico (è il caso
dell’Ipostasi degli Arconti o dello Scritto senza Titolo,
anche conosciuto come trattato Sull’Origine del Mondo), oppure
veri e propri manuali, sorta di guide litugiche probabilmente utilizzate
per favorire l’ascensione celeste dell’Anima al di là delle sfere
arcontiche, al fine di pervenire al pleroma divino (è il caso per
esempio di Zostriano o di Marsane). Secondo alcuni ciò
proverebbe che la biblioteca di Nag-Hammadi appartiene ad un periodo di
«dissolvenza ereticale», e non a quello iniziale del movimento gnostico,
anche se altri trattati, come ad esempio la Parafrasi di Seem,
rivelano una tipologia marcatamente pre-cristiana.
L’eterogeneità di questi testi è ascrivibile forse ad un processo di
assimilazione e di ricomposizione sincretistico che ha riunito assieme,
accanto alla spiritualità degli scritti ermetici ed alle speculazioni di
opere manifestamente non gnostiche, come ad esempio le Sentenze di
Sesto, gli enunciati anticosmici e dualistici della Testimonianza
Veritiera, di Zostriano, della Parafrasi di Seem e di
altri testi propriamente gnostici. Dal punto di vista dottrinale sembra
che proprio laddove appare più accentuato il contrasto si disvelino
alcune affinità di fondo. Il continuo intrecciarsi di elementi
differenti si esprime in questi testi mediante iterati richiami alla
condanna del mondo, del desiderio e delle passioni, quali manifestazioni
corporee della hyle oscura. Vengono poi descritte le vicende e le
motivazioni ontologiche che hanno prodotto la condanna dell’Anima,
della psyche, in questo mondo, la disgregazione dell’unità
primordiale della sostanza divina, la separazione dei sessi e la
svalutazione della femminilità nel suo aspetto materiale, hylico
(l’aspetto spirituale resta infatti intatto nella sua purezza). Il
trascendimento della realtà mondana e del divenire non si limita però
nei testi gnostici al conseguimento di una condizione di purità
catartica, ma risulta motivato da presupposti di ordine prettamente
spirituale, con un costante richiamo all’idea che la vera «verginità»
sia quella dello pneuma, dello «Spirito». Altri testi propongono
motivazioni differenti, senza espliciti riferimenti alla opposizione tra
il Demiurgo omicida e il Dio ineffabile ed ignoto (come ad esempio il
Vangelo di Verità o il Trattato sulla Resurrezione). Ma anche
in questi scritti viene sottolineata la motivazione ontologica, volta a
coniugare, rispetto alle vicissitudini dell’Anima divina, un doppio
movimento di descensio e di ascensio, di caduta e di
reintegrazione.
È
necessario quindi confrontare, con un simile intento, quelle opere che a
Nag-Hammadi presentano, pur in contesti diversi, una medesima tematica
di salvezza legata allo anodos ton psychon, alla discesa ed alla
risalita dell’Anima di Luce.
La
costante esposizione di problematiche morali in forma mitologica ricorre
in un gruppo di scritti che presentano strette affinità terminologiche e
dottrinali, e che sviluppano un’idea centrale riconducibile al tema
dell’ambiguità dell’Anima, della sua compromissione con il mondo
sensibile e del suo riscatto ontologico. Un esempio deriva dal quadro
narrativo di un trattato del quarto codice di Nag-Hammadi, il Logos
Autentico, o Discorso Veritiero, che pone l’anima di fronte
ad una decisione fondamentale di scelta tra la Vita e la Morte. L’Anima
deve scegliere tra la vita spirituale e la vita dei sensi (che in altri
termini rappresenta la morte spirituale): la redenzione è possibile
unicamente quando si è giunti al riconoscimento della radice ontologica,
della scaturigine celestiale dell’Anima. Occorre dunque decidere tra il
Padre divino, inconoscibile, e la terra matrigna, luogo di prigionia e
di sofferenza: la libertà, l’emancipazione e la responsabilità
dell’Anima si realizzano dunque in questa opzione decisiva. La natura
psichica individuale viene aiutata dal nymphios, lo Sposo
celeste, senza che la rivelazione divina escluda la possibilità che
l’Anima determini da sola il proprio destino di salvezza. Il momento in
cui l’uomo viene messo di fronte a questa scelta non appare chiaro:
sembrerebbe infatti che lo scritto intenda rimettere ai lettori questa
decisione cruciale, optando in un certo senso per una proposta ascetica
fondata più sul libero arbitrio che su un determinismo di natura.
Il
tema dell’Anima legata alla fornicazione, alla porneia, allo
scadimento ed alla contaminazione da parte delle passioni corporee, è
poi descritta in modo tragicamente espressivo nell’Esegesi dell’Anima:
«… quando
discese nel corpo, venuta in questa vita, cadde nelle mani di molti
briganti (lestes), e gli sfacciati se la passarono l’un con
l’altro e la contaminarono. Alcuni abusarono di lei con violenza, altri
invece la persuasero con un dono ingannevole. In breve, fu contaminata.
Ella perse la sua verginità (parthenia) e fornicò (porneuein)
con il suo corpo e si diede a tutti».
L’espressione porneuein, fornicare, ricorre con frequenza quasi
ossessiva in questo testo di Nag-Hammadi. Alla constatazione di un
simile stato di impurità, di maculazione e di violenza è legata l’idea
della generazione imperfetta dell’Anima, provocata dalla koinonia,
dall’unione e dalla commistione con le potenze oscure e malvagie della
hyle.
Il
motivo dell’unione illecita dell’Anima ricorre, in ambiente valentiniano,
negli Excerpta ex Theodoto:
«… finché
eravamo figli della sola donna come di un’unione vergognosa… eravamo
figli della donna. Ma una volta formati dal Salvatore, siamo diventati
figli dell’Uomo e della camera nuziale».
La
medesima antitesi, letta nei moduli espressivi di una mistica nuziale,
tra la koinonia materiale dell’Anima e l’unione con il «vero
Sposo», è rintracciabile anche in altri contesti, ad esempio nel nono
trattato del Corpus Hermeticum o, in particolare, nel Vangelo
di Filippo di Nag-Hammadi:
«Se il
matrimonio della contaminazione è nascosto, a maggior ragione il
matrimonio immacolato è un vero mistero. Non è carnale, ma puro. Non
appartiene alla passione, ma alla volontà. Non appartiene alle Tenebre o
alla notte, ma appartiene al giorno e alla Luce».
Nell’Esegesi dell’Anima i due livelli psico-antropologici, quello
della caduta e quello della contaminazione nel mondo, sono intimamente
connessi: entrambi richiamano una negazione dell’eros, della
genesis e della hedoné, visti come concatenazione ed effetto
della commistione dell’Anima con desideri e passioni corporee.
Un’ermeneutica esistenziale questa, che si precisa in senso ontologico e
soteriologico, fermo restando l’evento salvifico che porta l’Anima,
cosciente della propria filiazione divina, al ritorno verso la
condizione originaria nel pleroma di Luce. La metanoia, la
conversione dell’Anima, consisterà infatti nel volgere la matrice,
l’utero divino, dall’esterno verso l’interno:
«… allora il
Padre avrà pietà di lei e volgerà il suo utero (metra);
dall’esterno egli lo volgerà di nuovo verso l’interno, riacquistando
l’Anima ciò che le è proprio».
Abbiamo quindi un richiamo esplicito alla verginità ed alla continenza,
volta a sottrarre la matrice animica alla contaminazione degli
amanti-Arconti: condizione che si realizza attraverso un mutamento di
«fisiologia sottile» e di riconquista dello stato di perfezione
interiore; difatti solo un comportamento continente può restaurare la
condizione di aphtharsia, di integrità e di immortalità.
Prestiamo ora attenzione ad un gruppo di testi, sempre conservati a
Nag-Hammadi, in cui la teoria della caduta e della risalita dell’Anima
divina è pensata, secondo paradigmi più mitologici, in connessione con
l’idea di un’unione sessuale con le forze arcontiche (e di separazione
da esse), con conseguente riconquista della verginità, parthenia,
celestiale. Considerati da questo punto di vista, è possibile
rintracciare in essi una medesima linea ermeneutica che si prolunga in
ambito manicheo.
Collocato nell’ambito di una polemica reinterpretazione del racconto
genesiaco intorno alla vicenda del Paradiso terrestre, l’Apokryphon
Johannis presenta una lettura dualistica dei passi della Genesi
relativi al peccato originale:
«… Il
Serpente le insegnò la generazione (sporá) della concupiscenza (epithymia),
della contaminazione e della distruzione, poiché queste cose gli sono
utili…».
La
conoscenza del Bene e del Male viene quindi descritta come una
conoscenza di carattere sessuale. La narrazione dell’Apokryphon
Johannis riprende alcune linee interpretative persistenti nel
racconto gnostico sulla creazione dell’uomo. Il trattato è
particolarmente importante, poiché in esso troviamo due diverse chiavi
ermeneutiche del testo biblico: da una parte difatti troviamo una forma
di esegesi letterale, secondo cui l’Epinoia di Luce spinge Adamo ed Eva
a mangiare dell’Albero della Conoscenza, rendendoli così liberi dalla
loro ignoranza; dall’altra invece, nelle sequenze successive del mito, è
riportata una interpretazione del peccato come di una conoscenza di tipo
sessuale (il Serpente trasmette l’insegnamento della procreazione) che
non è esclusiva delle scuole gnostiche, ma è molto più antica, diffusa
in un ambiente giudeo-cristiano di impostazione fortemente encratita, in
cui si privilegiava una rigorosa astinenza in materia sessuale.
L’intento ermeneutico dell’autore gnostico dell’Apokryphon Johannis
comporta quindi una precisa presa di posizione contro la semplice
esegesi letterale dell’Antico Testamento, coinvolgendo in essa tutt’e
due queste linee interpretative: il che dimostra come la metafora e
l’allegoria gnostiche, attraverso un processo sincretistico di
combinazione e di assimilazione di motivi e di tradizioni ermeneutiche
differenti, non si riducono semplicemente a trasmettere o a riplasmare
in termini antitetici ed eversivi concezioni tradite, ma giungono a
coniare categorie religiose nuove, unendo assieme materiali mitologici
pre-cristiani biblici, giudaici, greci o iranici, con presupposti
ideologico-speculativi tipicamente gnostici.
Vedremo come questa forma di sincretismo assuma particolare rilevanza
nel Manicheismo; per ora torniamo ai testi gnostici che riportano
l’esegesi dei primi tre capitoli della Genesi, quali la
Testimonianza Veritiera, l’Ipostasi degli Arconti, il
trattato Sull’Origine del Mondo ed altri ancora. Essi presentano,
pur con alcune differenze, un capovolgimento radicale dell’ermeneutica
tradizionale: la proibizione di Genesi 2, 17 di cibarsi del
frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male è spiegata come
la volontà gelosa del Demiurgo ignorante e omicida di salvaguardare la
sua illusoria unicità, mentre la trasgressione di tale divieto rende
accessibile all’uomo la conoscenza, la gnosi dei misteri divini. In
particolare il motivo dell’«Albero della Gnosi» insegna esemplarmente a
sottrarsi al dominio delle potenze delle Tenebre e ad emanciparsi dalla
epithymia, dalla concupiscenza, per conseguire la synousia
mistica con l’elemento salvifico divino. Il tema di fondo resta così
sempre legato all’antitesi tra il piano della genesis-phthorá,
della generazione e della corruzione, e la perfezione del mondo
superiore.
Con
riferimento ad aspirazioni di rigenerazione spirituale, di palingenesi,
le quattro recensioni dell’Apokryphon Johannis narrano, nel
quadro di una rigorosa logica gnostica indirizzata ad evitare che
l’elemento spirituale, lo pneuma di Luce insito in Adamo possa
essere leso e contaminato dal Demiurgo omicida, l’effetto negativo della
procreazione scaturita dalla maculazione di Eva da parte delle forze
arcontiche:
«… allora
Jaldabaoth vide la vergine che stava a fianco di Adamo. Colmo di
ignoranza volle produrre una semenza in lei. Egli la contaminò e generò
il primo figlio e parimenti il secondo: Jave, dalla faccia d’orso, ed
Eloeim, dalla faccia di gatto… Per opera del Primo Arconte ebbe origine
l’unione del matrimonio (synousia tou gamou)…».
La
tematica sessuale della contaminazione nella procreazione è espressa,
con identici riferimenti terminologici, nel ciclo mitico di Eros narrato
in Sull’Origine del Mondo:
«… Quando
dal luogo di mezzo, situato fra la Luce e le Tenebre, si manifestò
l’Eros fra gli angeli e gli uomini, si compì l’amplesso (synousia)
dell’Eros. Così sulla terra germinò la prima voluttà (hedoné). La
donna seguì la terra, il matrimonio (gamos) seguì la donna, la
procreazione (genesis) seguì il matrimonio, la dissoluzione (thanatos)
seguì la procreazione. Dopo quell’Eros il ceppo della vigna germinò a
partire da quel sangue che era stato versato sulla terra: ecco perché
quelli che lo bevono fanno nascere in loro il desiderio (epithymia)
dell’amplesso (synousia)…».
L’autore (o gli autori) del trattato gnostico descrive il risultato
dell’unione, dell’«amplesso», synousia, tra Eros e Psyche come
concatenazione di hedoné-gamos-genesis-thanatos, cioè di voluttà,
matrimonio, generazione e procreazione, morte e dissoluzione. In
Sull’Origine del Mondo il ruolo di Eros che fonda il «desiderio
dell’amplesso», epithymia tes synousias, è illustrato negli
stessi termini dell’«Albero della Vita» descritto nell’Apokryphon
Johannis, i cui frutti generano il desiderio, epithymia,
della morte. In realtà entrambi gli scritti spiegano l’origine
dell’unione sessuale, la synousia, della procreazione e della
dissoluzione quale caduta da una situazione di perfezione e di unità che
legava Adamo all’Eva spirituale (in Sull’Origine del Mondo) e
all’Epinoia di Luce (nell’Apokryphon Johannis). Si contrappone
quindi a tale stato lapsario di «crisi mitica» il modello del riscatto e
dell’emancipazione spirituale rappresentato dalla unio mystica di
Adamo con l’entità superiore divina e luminosa.
La
descrizione del peccato «antecedente» di Adamo ed Eva e delle
conseguenti vicende che attivano la generazione corporea è inserita in
questi testi in un quadro di opposizioni polari e di differenti livelli
ontologici. L’antitesi tra l’Epinoia di Luce che insegna ad impadronirsi
della gnosi salvifica e lo «Spirito di Contraffazione», lo antimimon
pneuma, che seduce ed inganna l’Anima divina inclinandola al male,
riproduce sul piano etico la scelta ontologica di Adamo, che per
salvarsi deve riconoscere la «donna spirituale» celeste entro il
Serpente, in opposizione all’Eva terrena, che al contrario percepisce
nella figura del Serpente unicamente la natura materiale, restando
conseguentemente priva dell’illuminazione.
La
struttura del racconto gnostico, che presenta una morfologia mitica
comune sia nell’Apokryphon Johannis che negli altri scritti del
secondo codice di Nag-Hammadi, quali il trattato Sull’Origine del
Mondo e l’Ipostasi degli Arconti, è rappresentata
dall’antitesi simmetrica di Adamo ed Eva, analoga all’opposizione tra
intelletto e sensibilità, in cui la mancanza di aisthesis o di
ennoia si configura come oblio e insensibilità, come contaminazione
e dissipazione, cioè privazione dell’elemento luminoso e spirituale (pneumatikon).
Al contrario, l’Epinoia di Luce e l’Eva celeste che scende in Adamo e si
unisce con lui rappresentano l’elemento divino sul quale il Demiurgo
omicida non ha alcun potere.
Si
deve inoltre rilevare come la sezione antropogonica del mito gnostico
narrato nell’Apokryphon Johannis riporti da un lato una
concezione negativa della donna, vista quale elemento materiale
contrapposto all’uomo, e dall’altro presenti la stessa positivamente,
descrivendo in modo favorevole il valore dell’unione spirituale tra la
creatura femminile, nata dalla potenza spirituale dell’Epinoia di Luce,
e Adamo che, risvegliato, torna in sé «dall’ebrezza dell’oscurità». Il
risveglio dall’ebrezza, dal torpore del mondo, ossia il raggiunto stato
di sobrietà dell’intelletto opposto alla epithymia della
procreazione, corrisponde in Adamo ad un risveglio (e ad una
rigenerazione) spirituale che, sia nell’Apokryphon Johannis che
in Sull’Origine del Mondo, rappresenta il momento dell’apokatastasis,
della restaurazione dell’immagine originaria di Adamo ed Eva.
Lo
sdoppiamento e la duplicazione della figura di Eva, madre della
generazione carnale e di quella spirituale nel racconto dell’Ipostasi
degli Arconti, oppure di Eva e Zoe nel trattato Sull’Origine del
Mondo e dell’Epinoia di Luce nell’Apokryphon Johannis,
permette di comprendere il contrastato e dicotomico rapporto che lega il
pensiero gnostico al problema della femminilità ed il valore che in tale
contesto assume l’unione sessuale e matrimoniale. Questo telos,
questa finalità della natura umana, implica per gli gnostici un duplice
referente simbolico: da una parte vi è infatti la partecipazione alla
generazione ed alla corruzione del cosmo tramite il regime della
perpetuazione dei corpi fondato dal Demiurgo omicida, mentre dall’altra
vi è l’esigenza (o l’autocoscienza) di trascendere la dimensione
mondana, terrena e fenomenica, connessa a ciò che potremmo definire un
«ideale metaumano di felicità».
Nel
complesso mitologico che fa da sfondo alla contrapposizione di Adamo e
di Eva ed alla loro unione su di un piano spirituale si sovrappongono e
si integrano dunque due differenti linee ermeneutiche: una di
impostazione prettamente dualistica, e l’altra legata a motivazioni di
origine ontologica e spirituale. L’epistrophé, il ritorno alla
scaturigine divina rappresentata dal mondo superiore, è quindi
finalizzata, pur con sfumature e gradazioni differenti a seconda dei
testi, al ripristino della unità spirituale, e di conseguenza anche alla
valorizzazione di tematiche nuziali acosmiche e trascendenti, dirette a
giustificare il passaggio dalla dualità all’unità.
Per
approfondire ulteriormente e per comprendere appieno gli schemi
mitologici relativi ad Adamo ed alla sua controparte femminile nell’Apokryphon
Johannis, nell’Ipostasi degli Arconti e nel trattato
Sull’Origine del Mondo, bisogna rifarsi alla classica antropologia
tripartita gnostica: Adamo in questo schema rappresenta l’elemento
psichico, l’Eva carnale quello corporeo, mentre l’Eva celeste
rappresenta quello spirituale. Accanto all’Eva carnale, sedotta dagli
Arconti e priva di gnosi, c’è dunque un’Eva spirituale, che esprime
nella sua figura l’inclinazione e l’insopprimibile anelito verso il
mondo divino e luminoso.
Nonostante l’ambiguità di un’immagine femminile dicotomica, sdoppiata
tra la Luce e le Tenebre, in questi scritti Adamo ed Eva sono
raffigurati sempre in un rapporto di fondamentale unità: il peccato, in
tale prospettiva, nasce dalla scissione e dalla separazione
dell’elemento divino, lo pneuma luminoso, dall’aspetto femminile
di Adamo (egli riconosce infatti nella propria compagna la scintilla
divina, lo pneuma che era già in lui), con conseguente adulterio
ed unione con le forze arcontiche da parte di Eva. La motivazione
ontologica primaria che ricorre in questi testi porta logicamente ad
esaltare l’aspetto dualistico, anticosmico, di rifiuto dell’elemento
corporeo rappresentato dalla Eva hylica e dall’uso profano,
volgare, della sessualità. Di fatto perciò, in un passo del trattato
Sull’Origine del Mondo viene enfatizzata l’unione virginale:
«… quando
essi si destarono (nephein), videro che erano nudi, e si amarono
l’un l’altro».
La
separazione di Eva da Adamo rappresenta quindi la scissione dell’unità
androgina, infranta ab initio, cioè nell’alveo stesso della
divinità. L’idea della separazione della coppia primordiale quale
immagine della disgregazione della sostanza luminosa ricorre in un
logion del Vangelo di Filippo, dove la scomparsa della
differenziazione sessuale è intesa quale veicolo di salvezza:
«Se la donna
non si fosse separata dall’uomo, non sarebbe morta con l’uomo;
all’origine della morte ci fu la sua separazione. Perciò il Cristo è
venuto a porre riparo alla separazione che ebbe inizio fin dal principio
e a unire nuovamente i due, a vivificare coloro che erano morti a motivo
della separazione».
Anche il Vangelo di Tommaso presenta il compimento
dell’escatologia e della salvezza, immaginato come abolizione della
dualità dei sessi e conseguente raggiungimento dell’unità pleromatica, e
nell’ultimo logion si adombra la possibilità che soltanto quando
la donna sarà riassorbita nell’uomo, cioè in Adamo, avrà accesso alla
beatitudine celestiale («poiché ogni femmina che diventerà maschio
entrerà nel Regno dei Cieli»). Questo motivo della reductio ad
masculum, ricorrente nella misteriosofia pitagorica, in cui il nome
femminile veniva declinato tra gli iniziati al maschile, secondo
l’opinione del coptologo e storico delle religioni Giancarlo Mantovani,
permette di individuare nei testi gnostici sin qui presi in esame la
convergenza di due fondamentali linee di pensiero, all’origine distinte.
E cioè da una parte la tendenza speculativa dualistico-radicale (che
raccoglie nel suo alveo numerose speculazioni di origine
giudaico-ellenistica, nonché iranica), dall’altra la probabile
concezione neo-pitagorica della restaurazione dell’androginia
primordiale conseguita attraverso il capovolgimento e l’annullamento
delle distinzioni sessuali. I due motivi, secondo il Mantovani, si
fonderebbero insieme in ambito gnostico, particolarmente nelle
conventicole valentiniane.
In
tutti questi scritti gnostici qui analizzati, il nucleo effettivo
attorno al quale gravitano le molteplici linee interpretative, mediante
un continuo utilizzo di immagini di rigenerazione, di palingenesia,
è costituito da un dato costante di divisione e di riunificazione,
stigma di una precisa condizione spirituale e lapsaria di Adamo. La
funzione centrale assegnata alla verginità, alla parthenia, dalla
gnosi valentiniana e dall’insieme di scritti che fanno capo al sistema
gnostico-ofitico-barbeliota, quest’ultimo ben rappresentato dall’Apokryphon
Johannis, è espressa secondo diversi paradigmi mitologici ed è
articolata sul piano teogonico, cosmogonico, ed antropogonico.
Barbelo, il principio divino femminile dell’Apokryphon Johannis,
viene definita quale pneuma parthenikon, quale «Spirito
virginale»: l’espressione è una creazione tipica dell’immaginario
mitopoietico gnostico e si pone a fondamento sia della sua pneumatologia
che della sua ontologia (le quali in realtà coincidono). La vera
verginità, secondo gli Gnostici, contro l’interpretazione ortodossa,
appartiene alla natura divina, all’incorruttibilità della sostanza
luminosa: di qui, conseguentemente, si dischiudono due linee
ermeneutico-programmatiche, quella libertina e quella spirituale
ascetico-encratita, entrambe percorribili. Tipiche sono quindi le
formulazioni mitologiche sull’antitesi tra l’Eva carnale e l’Eva
spirituale: tra la figura femminile sedotta dagli Arconti, scaturigine
della generazione corporea e del regime di morte e corruzione instaurato
dal Demiurgo omicida, e la Madre immacolata, la meter ton zonton,
La Sofia-Zoe-Eva spirituale del Vangelo di Filippo, che suscita
la palingenesi spirituale. Come il Vangelo di Filippo, anche l’Apokryphon
Johannis e l’Ipostasi degli Arconti distinguono due Eve e due
Adami: l’Adamo corporeo, che nella synousia, nell’«amplesso» con
Eva genera il figlio Caino, e l’Adamo pneumatico, che in comunione
spirituale con Eva-Zoe concepisce Seth e i figli della Luce.
Lo
sfondo teologico che unisce i testi presi in considerazione è così
orientato secondo una motivazione spirituale – fondata su basi
ontologiche – in cui la riflessione dualistica, anticosmica, è trascesa
a favore di una concezione monoteistica. In questo senso i Valentiniani,
ed in seguito gli stessi Manichei, sviluppano la loro soteriologia sulla
base di una «angelologia» spirituale, riflesso a sua volta di un’intima
vicenda di illuminazione interiore. Dall’immagine paolina dell’unione
del Cristo con la Chiesa, simbolo dello pneuma agion, dello
Spirito Santo, deriva probabilmente la rappresentazione del mysterium
coniunctionis tra l’uomo spirituale, lo anthropos photeinos,
ed il suo angelo, tra Eva e l’Adamo pneumatico. Questo complesso
intrecciarsi di tradizioni dottrinali e di motivi mitici tende a
riunirsi attorno a due formulazioni centrali. Da un lato vi è la colpa
«antecedente», intesa quale conseguenza dell’ignoranza, della
separazione di Eva da Adamo, cioè della scissione dell’elemento
sensibile da quello noetico. Un collasso ontologico che riflette a
livello antropologico e fenomenico la frantumazione dell’unità
pleromatica: difatti la lacerazione dell’unità divina (la «scissione del
divino» di Gilles Quispel) è l’origine ontologica della separazione
dell’uomo da Dio. Dall’altro vi è poi una ineliminabile «nostalgia delle
origini», per dirla con Eliade, l’anelito insopprimibile al ritorno
dell’immagine presso il suo angelo e al conseguente ripristino e
restaurazione dell’androginia primordiale. Simbolismo che si esprime
mediante il mistero valentiniano della syzygia tra lo Spirito e
l’Anima, che sigilla, nel gamos virginale, l’unione perenne con
Dio: si tratta di un elaborato meccanismo di sublimazione erotica in cui
eros e ascesi coincidono nella ricerca di un medesimo
fine, cioè il trascendimento delle passioni e del mondo, attuato
attraverso l’uso ed il rifiuto di essi.
Proprio agli albori del quinto secolo dopo Cristo, ad Alessandria
d’Egitto, compare un’opera singolare, la cosiddetta «Theosophia
di Tubinga», pervenutaci in condizioni frammentarie, che pone in
sostanziale armonia le dottrine pagane con quelle cristiane. L’ottavo ed
il nono libro, cioè il nucleo di questo scritto, raccolgono una serie di
oracoli sibillini e caldei, assieme a sentenze ascritte ad Ermete e a
Pitagora, presentati quali testimoni pagani in favore della dottrina
cristiana del Dio unico. Non a caso si è voluto identificare quest’opera
con la perduta Theosophia del manicheo Aristocrito. La struttura
composita dello scritto sembra non attesti soltanto la trasformazione
delle tradizioni oracolari e neoplatoniche in una prospettiva religiosa
indirizzata a fondere la teurgia dei prophetai pagani con la
rivelazione cristiana. Essa disvela anche un atteggiamento spirituale, «sophianico»
del Manicheismo alessandrino, in cui confluiscono elementi gnostici
pagani e cristiani. A tale proposito si conoscono le testimonianze di
Efrem Siro e di Agostino, che sottolineano la presenza tra i manichei di
testi ermetici accanto ad altri tipicamente gnostici. Queste notizie si
accordano con la tipologia della documentazione ritrovata a Nag-Hammadi,
in cui testi ermetici, gnostici e cristiani esprimono assieme il «dogma
misteriosofico» dell’identità dell’Anima con il suo fondamento divino. I
caratteri della rivelazione manichea si mostrano infatti principalmente
nella funzione del tutto particolare assunta dai prophetai
precedenti l’opera illuminatrice di Mani. La stessa dimensione
soteriologica del Manicheismo si riflette nei numerosi scritti di
Nag-Hammadi che hanno per oggetto le rivelazioni degli Apostoli,
raccolte assieme a quelle di Ermete, di Seth, di Zostriano e di Marsane.
Il compito dei messaggeri celesti si esprime quindi in questi trattati
nella rivelazione del cammino iniziatico verso la salvezza, che appare
ritmato in un percorso graduale fatto di gnosi e di ascesi.
L’insolita unione di profetologia e ignominia mondana, fondante la
logica gnostica, fonda anche letterariamente il romanticismo «gotico»:
nel 1820 l’ignoto Charles Robert Maturin dà alle stampe Melmoth
the Wanderer un sulfureo romanzo dove si propone
«secolarizzata» l’idea del Re del Mondo = Superior incognitus.
Il manoscritto ereditato e letto da Melmoth narra le vicissitudini di
un certo Stanton e dei suoi incontri con una misteriosa figura «soteriologica»,
che nel chiuso dell’abiezione manicomiale offre la libertà al suo
interlocutore in cambio di un certo dono «animico». La misteriosa
figura è il Vagabondo (forse ipostasi del giudeo vagante)
deglutitore di anime, un personaggio sfuggente riconoscibile nello
«straniero» de La Casa e il Cervello di Edward G.E.L.
Bulwer-Lytton, «volto oscuro» di un altro personaggio creato dal
medesimo autore, l’ermetista Zanoni, un ingannatore affine all’efebo
autore del recentissimo Les secrets de la Tara blanche.
La dimensione gnostica del mito si è ulteriormente degradata: il
mondo non è solo indecifrabile frastuono, ma lo stesso Redentore è
stato fagocitato nel Chaos; è diventato un personaggio vagante, cioè
«planetario» secondo l’etimologia greca originaria, che esercita il suo
sublime ed abominevole potere sul mondo da un «centro» o «polo»
occulto. Gli sprovveduti esoteristi chiamano tale luogo, cavernoso
come le intimità femminili, con il nome di Agarttha sperando nei giorni
dell’Avvento diabolico di essere i primi ad essere sgozzati.
Abbiamo notato come la pressocchè totalità degli scritti di Nag-Hammadi
riveli tratti unitari e, sotto il profilo tipologico, concorra a
definire una gnosi orientata in senso dualistico e monoteistico allo
stesso tempo; circostanza che è altrimenti caratterizzata
dall’inserzione, accanto a testi gnostici ed ermetici, di opere che si
preoccupano di definire il vero messaggio cristiano attraverso i valori
dell’ascesi e del contemptus mundi, della apotagé, la
rinuncia al mondo. Tutti questi elementi ricorrono a Nag-Hammadi, non
senza l’intervento di un programma e di un criterio di scelta
precostituiti. È qui che forse la biblioteca copta svela gli esiti
religiosi più suggestivi della cultura tardo antica: i cinquanta e più
trattati di Nag-Hammadi sono espressione infatti di uno Zeitgeist,
di un orizzonte di idee che racchiude un mondo in trasformazione. In
questa collezione di scritti si esprime non tanto l’attività di questa o
quella conventicola gnostica, quanto una tendenza religiosa di tipo
universalistico, volta a rappresentare insieme rivelazione pagana e
gnosi cristiana. Un simile interesse sincretistico, con le sue esigenze
di pietas e fides missionarie, di rinuncia al mondo, di
rifiuto della generazione corporea e di astensione alimentare, ha
trovato nella Chiesa manichea una eco tutta particolare ed un suo
sviluppo indipendente nella direzione di una nuova religione che si
presenta al medesimo tempo quale compiuta erede delle precedenti.
L’idea dell’Anima divina, luminosa, e della sua contaminazione nel mondo
è, come abbiamo visto, tema costante nei testi gnostici. Così nel
trattato Sull’Origine del Mondo le potenze delle Tenebre,
desiderando di unirsi con la sposa di Adamo, dicono:
«Che cos’è
questa Luce? Essa, infatti, assomiglia all’immagine che si è manifestata
a noi nella Luce. Orsù, afferriamola, gettiamo in lei il nostro seme (sperma)
affinché, una volta macchiata non possa più risalire alla sua Luce, e
quelli che partorirà saranno soggetti a noi…».
Altri paralleli a questa concezione si possono rintracciare in alcune
sette di Gnostikoi su cui siamo informati da Epifanio di Salamina.
I Nicolaiti, ad esempio, si dichiarano adepti della «Grande Madre»
Barbelo, entità divina emessa dal Padre. Ella ha la sua dimora
nell’ottavo cielo, ed è madre, secondo alcuni, del Demiurgo omicida
Yaldabaoth, secondo altri di Sabaoth. Quando il Demiurgo, terminata
l’opera della creazione, esclama nel suo ignorante orgoglio: «Io sono il
primo, e tranne me non vi è altro dio!», Barbelo si manifesta (phainesthai)
agli Arconti nella sua seducente bellezza (en eumorphia) per
raccogliere, grazie al piacere suscitato dalla sua vista, il seme che
essi emettono ed in cui è contenuta la forza luminosa, al fine di
raccogliere e di riunire l’intera potenza (dynamis) di lei
dispersa nel mondo.
La
caratteristica essenziale, propria alla potenza luminosa che appare agli
Arconti, è dunque la bellezza, che risveglia in loro la bramosia e il
desiderio, provocando l’effusione ed il conseguente recupero della
semenza luminosa. Così per i Simoniaci la Ennoia manifesta la sua
bellezza (to kallos autes emphainousan) agli Arconti che, presi
dal desiderio, la catturano. Secondo i Satorniliani poi, dall’alto si
manifesta agli Angeli una Luce sublime, che desta in essi la
concupiscenza: di qui il tentativo di catturarla creando l’uomo a loro
immagine e somiglianza.
Questo mitologema, che trova un suo particolare sviluppo ed
elaborazione dottrinale nella Chiesa manichea, va sotto il nome
convenzionale di «Seduzione degli Arconti». Esso si situa al confine tra
teologia e cosmologia, e narra in forma mitica il dramma dell’elemento
spirituale rimasto in illo tempore imprigionato nella materia,
nella hyle, dalla quale aspira, con insopprimibile anelito, a
liberarsi. Sembra abbastanza ovvio che per la crudezza delle immagini e
del linguaggio utilizzati questo mito dovette apparire sgradito e
intollerabile ai Padri della Chiesa. In particolare Agostino così
descrive questa «nefanda» e «sacrilega» dottrina:
«Questa
sublime virtù, che dimora nel naviglio delle acque viventi (vitalium
aquarum), tramite i suoi angeli appare in sembianze di fanciulli o
di vergini divine alle potenze, la cui natura è fredda e umida, sebbene
esse siano schierate nei cieli. Sicuramente alle [potenze] femmine
appare sotto forma di fanciulli, ai maschi invece in sembianze di
giovani vergini (virginum). I Principi maschi o femmine della
stirpe dell’umido e del freddo sono eccitati (solvuntur) dal
variare e diversificarsi di questi splendidi e divini personaggi e ciò
che in essi vi è di vivente (vitale) si allontana; quello che è
rimasto poi, separato (laxatum), è fatto discendere sulla terra
attraverso le regioni del freddo e si mescola a tutti i suoi generi…».
Il
Tertius Legatus, il Terzo Inviato, il Narisahyazd/Narisafyazd dei
testi manichei in medio-iranico (forme linguistiche rispettivamente
medio-persiane e partiche dell’avestico Nairyo.sangha corrispondente al
pahlavi Neryosang), percorre la volta celeste issato nella sua Nave di
Luce, cioè la Luna, mostrandosi in sembianze androgine alle potenze
demoniache incatenate: agli Arconti maschi svela la sua essenza
femminile, nella bellezza e nello splendore della nudità della Vergine
di Luce (in medio-iranico kanig roshn, corrispondente al latino
virgo lucis); alle demonesse invece si mostra come divinità
solare, nelle sembianze di un giovinetto nudo e raggiante. Tutto questo
sortisce l’effetto desiderato: nel loro irrefrenabile desiderio sessuale
gli Arconti maschi eiaculano le particelle di Luce sotto forma di sperma
che ricade sulla terra, e da essa nascono le piante, le quali contengono
di conseguenza un’altissima percentuale di Luce. Le demonesse, già
gravide per loro essenza, alla vista della bellezza dell’Inviato celeste
abortiscono, dando prematuramente alla luce i loro feti. Questi ultimi,
letteralmente proiettati sulla terra, iniziano a cibarsi delle gemme
degli alberi, recuperando così le particelle di Luce in esse contenute.
L’idea, quindi, è che le particelle di Luce rimaste intrappolate nella
Materia finiscono per trovarsi mescolate in parte nel mondo vegetale ed
in parte nella stirpe delle potenze demoniache.
In
questo mito, ciò che produce l’innamoramento dei demoni è quindi la
bellezza, cioè la manifestazione dell’Anima vivente, in medio-iranico
griw zindag, l’Anima viva di Agostino, che si mostra nel suo
splendore androgino alle potenze delle Tenebre.
Un’altra versione di questo mito è riportata nel Ketaba d-’eskolyon,
il «Libro degli Scolî» dell’eresiologo siro-nestoriano Teodoro bar Koni:
«… Quando i
navigli avanzarono e giunsero nel mezzo dei cieli, allora il Messaggero
svelò le sue forme (maschili e femminili), ed apparve a tutti gli
Arconti figli delle Tenebre, maschi e femmine. Alla vista del
Messaggero, che era bello nelle sue forme, tutti gli Arconti furono
infiammati di desiderio: i maschi per la forma delle femmine, e le
femmine per la forma dei maschi; ed essi incominciarono a lasciarsi
sfuggire, con il loro desiderio, la Luce che avevano inghiottita dai
cinque dèi luminosi. Allora il peccato che era in loro escogitò un
piano. Esso si era mescolato con la Luce che era fuoriuscita dagli
Arconti, come fa un capello in un impasto, e cercava di entrare
all’interno [della Luce emessa]. Poi il Messaggero nascose le sue forme
e separò la Luce appartenente ai cinque dèi luminosi dal peccato che era
con loro; e cadde sugli Arconti ciò che era fuoriuscito, ma essi non lo
ricevettero, proprio come fa un uomo disgustato dal suo vomito».
Una
singolare interpretazione moderna di questi motivi gnostici è
rintracciabile nelle opere dello scrittore e saggista francese
Georges Bataille. Secondo Bataille il mito erotico si configura come
esperienza ultima in quanto non è semplice rappresentazione ma
consumazione totale dell’essere; il mito quindi si identifica non
soltanto con la vita – intesa come bios e non come zoe
– ma con la perdita della vita, con il decadimento e la morte. A
partire dall’essere demiurgico che l’ha generato (sarebbe meglio dire
«plasmato») il cosmo di Bataille non è per niente un prodotto
esteriore, ma la forma che questo essere indegno assume nelle
sue trasmutazioni lubriche, nel dono estatico che fa di se stesso
in quanto vittima oscena, in balìa della blasfemia mondana.
Peculiare è una empia sequenza della Storia dell’Occhio:
«Quella
carogna sacerdotale fu schiaffeggiata violentemente da Simona; vacillò e
potemmo svestirlo. Sui vestiti, in terra, Simona accovacciata pisciò
come una cagna; poi masturbò il prete e lo succhiò, mentre io entravo
in lei, nel suo culo senza resistenza.»
Bagliori di una eiaculazione demonica affini al mito della
«Seduzione degli Arconti»: la contemplazione della virgo lucis a
cui segue una masturbazione dagli esiti cosmogonici, rappresenta
forse la concettualizzazione di ciò che usualmente va sotto il nome
di «pornografia». Nel mondo contemporaneo altri punti di contatto
con questa sorta di «ierodulia psichica» affiorano nell’opera dello
scrittore inglese J.G. Ballard: in romanzi come The Crystal
World (trad. it. Foresta di Cristallo) parla di una
geografia dell’Anima vergata a partire da diagrammi astrali ed
immagini pornografiche; tematica esasperata in testi quali Crash
o The Atrocity Exhibition. La porneia diventa
quindi un valore emozionale che dischiude le porte dello spazio
interno.
Un
testo caro alla gnosi ismaelita, l’Ummu’l-kitab, narrando di un
mare spermatico in cui galleggiano i relitti dell’archetipologia, lacera
un arcano velo sapienziale: oltre si cela il soffice universo
endorfinico. Una «democratizzazione del rituale» che porta in sé la
propria profanazione. L’idea è afferrata da un William Burroughs
neo-manicheo come l’autore dell’Ummu’l-kitab: i suoi «buchi di
culo» parlanti sono interstizi oracolari, templi antropocosmici dove si
celebra, al pari di Bataille, una liturgia empia.
Le
elette che nella notizia eresiologica sugli Gnostikoi invitano il
neofita al coito molteplice, finalizzato all’oltrepassamento dei 365
Arconti zodiacali-celesti, compiono un analogo rito di palingenesi,
letteralmente di «nuova creazione», inteso a dare una «nuova nascita»
ad un corpo e ad un individuo non più sottoposti alle dolorose leggi
del fato, della heimarmene. È forse la formulazione più antica di
quel paradiso luciferico che oggi va molto di moda e «fa tendenza».Così
il recente Memmoch the Devil della vampirofila (e un tempo
pornografa) Anne Rice evoca un Eden psichedelico, coniugazione di
carnalità e devozione mistica, da far invidia al più smaliziato Guerin
Meschino; sì, proprio lui, il maldestro viaggiatore il cui nome svela
l’identità segreta di adoratore della fica, venerata sotto le spoglie
della Shekinà (un connubio sia etimologico che concettuale).
Tornando alle scritture gnostiche antiche, non c’è infine da
meravigliarsi se il mito manicheo stabilisce una corrispondenza così
stretta tra le particelle di Luce e lo sperma: la Luce si travasa di
corpo in corpo e nella sua prigione materiale, attraverso la generazione
corporea, si è potuta emancipare dai lacci oscuri della hyle
tramite la polluzione degli Arconti. Questa concezione, legata
all’aspetto seminale della Luce, ha avuto nel Manicheismo un particolare
sviluppo dottrinale nell’accentuato rigorismo sessuale e alimentare (encratismo)
professato dagli electi proprio per una motivazione ontologica
(che ovviamente trascende un moralismo spicciolo) secondo cui la
procreazione rappresenterebbe un’ulteriore caduta delle particelle
luminose in nuove prigioni corporee. In un magistrale lavoro di alcuni
anni fa, Gherardo Gnoli ha dimostrato come non esista soluzione di
continuità tra le concezioni del mazdeismo zoroastriano e quelle
manichee riguardo al rapporto seme-Luce ora precisato: nelle scritture
manichee si ha infatti una persistenza di motivi tradizionali della
religiosità iranica, come dimostra, fra l’altro, il perpetuarsi della
concezione iranica dello «splendore» luminoso e fiammeggiante, lo xvarnah-,
che costituisce nel Manicheismo il primo elemento della pentade
luminosa.
Gli
antichi maestri dell’arte medica greca immaginavano che lo sperma,
proveniente dal midollo spinale, fosse un fluido igneo, lo pneuma.
Queste speculazioni mediche affondano le loro radici in una mythische
Vorstellung, come la chiamava Geo Widengren, che si ritrova anche
nella cultura indo-iranica. Il fondamento ideologico di tutte queste
dottrine è che l’elemento più elevato e prezioso del corpo umano sia il
fuoco: l’uomo in quanto microcosmo è formato, come l’universo, di
quattro elementi, la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco (in ordine di
importanza). L’Anima, la psyche, è un soffio infuocato, di
conseguenza anche lo sperma è una sostanza ignea, considerato come lo
pneuma di cui è il ricettacolo. Il seme infatti non equivale sic
et simpliciter alla Luce, esso non è il principio luminoso, bensì è
la materia che lo contiene e ne è il veicolo. Quindi, per la
corrispondenza esistente tra macrocosmo e microcosmo, il Sole, la Luna e
gli astri sono anch’essi composti di una sostanza affine al pyr,
al fuoco: di lassù proviene l’identità spirituale dell’uomo e lassù
quindi ritorna.
In ogni caso, salva restando la possibilità, del tutto verosimile, di un
incontro con il pensiero greco, l’Iran del mazdeismo zoroastriano,
secondo Gherardo Gnoli, deve aver fornito un contributo certamente
determinante a questo punto centrale del sistema manicheo, cioè il
rapporto Luce-seme, basato su dati tanto mitologici quanto fisiologici.
E questo anche perché la comparazione tra le dottrine religiose iraniche
e manichee in questo campo rivela un linguaggio fondamentalmente
identico ed un patrimonio mitico che non varia gran che. Con ciò
naturalmente non si vuole negare l’apporto tutt’altro che trascurabile
che il pensiero greco deve aver fornito al Manicheismo, soprattutto
attraverso gli scritti e le dottrine delle sette gnostiche. Eros e
cosmogonia nei miti gnostici sono come s’è visto coinvolti nella ricerca
di un medesimo fine, cioè il trascendimento di questa modalità di
esistenza: un paradosso, poiché la stessa energia che ha creato ed
alimenta l’illusione di «questo mondo» è alla base del suo
annientamento.
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