Tempo d’eclissi

Tempo d’eclissi

Riflessioni sul mito

Riflessioni sul mito

Maurizio Nicosia

 

Relazione tenuta al convegno
Il mito e il nuovo millennio organizzato nel settembre 2003 dalla Fondazione Piccolo, diretta da Bent Parodi

 
1 C. Kavafis, Ionica (1911), in Cinquantacinque poesie, Torino 1968, Einaudi.
2 Cit. in J. Hillman, La vana fuga dagli dei, Milano 1991, Adelphi, p. 93.
3 Proprio tra le nubi del mesto tramonto delle ideologie sembra riaffiorare la sostanza del mito, cioè l’immagine. Carl Schmitt è stato certamente tra i primi a rilanciare la proposta di Jean Gottmann di sostituire il concetto ormai logoro di ‘ideologia’ con quello di ‘iconografia’ (J. Gottmann, La politique des Ètats et leur Géographie, Paris 1952, Libraire A. Colin, p. 220), uno spazio peculiare in cui sedimentano e fermentano le concezioni del mondo scaturite da differenti religioni e tradizioni. Assumendo l’iconografia come territorio d’indagine, Schmitt sottolinea come la disputa tra Cattolicesimo e Protestantesimo sia anzitutto un contenzioso sulle immagini che ha come epicentro “l’atteggiamento ostile o favorevole al culto medievale della Madonna” (C. Schmitt, La contrapposizione planetaria fra Oriente e Occidente e la sua struttura storica, in E. Jünger, C. Schmitt, Il nodo di Gordio, Bologna 1987, Il mulino, p. 141).
Nella figura della vergine e martire si condensa la persistenza plurimillenaria della dea madre, dei suoi poliedrici aspetti, che ha nel Mediterraneo il proprio bacino di culto, ignoto sulla piattaforma continentale. Il culto della madre è anzitutto un culto del grembo che, declinato come antro e caverna, cioè come ricetto intimo e accogliente, dà luogo anche a differenti, contrapposte tipologie edilizie: sulle coste mediterranee genera la cupola, e su essa insiste tutto l’edificio sacro, mentre sulla piattaforma continentale prevale la forma nient’affatto materna e semmai virile della guglia.
4 C. Lévi Strauss, Mito e significato, Milano 1980, Il saggiatore, p. 13.
5 Id., p. 20: “il vero divario, la vera separazione fra la scienza e quello che potremmo chiamare, per comodità di definizione, pensiero mitico si è verificato fra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo”.
6 G. Durand, Le strutture antropologiche dell’immaginario, Bari 1972, Dedalo, p. 365. Anche Lévi Strauss ha sottolineato la cruciale funzione della ripetizione nel mito: “la ripetizione ha una funzione propria, che è di rendere manifesta la struttura del mito” (C. Lévi Strauss, Structure des mythes, in Anthropologie structurale, Paris 1958, Plon, p. 254).
7 Come sperimentatore della Royal Society Desaguliers svolse il cruciale ruolo di divulgatore delle teorie newtoniane, e nel 1734 diede alle stampe un corso di filosofia sperimentale più volte ripubblicato in seguito (J. T. Desaguliers, A Course of Experimental Philosophy, London, 1734). È meno noto che Desaguliers ha un significativo ruolo alle origini della rivoluzione industriale: con Daniel Niblet e William Vreem ottiene da Re Giorgio ‘esclusiva’ nel 1720 per un brevetto d’una macchina a vapore (Heating by Steam for various Manufacturing Purposes, brevetto n. 420 del 1720). Estremamente significativo il poema allegorico in cui il pastore presenta il sistema newtoniano come “modello di governo”: J. T. Desaguliers, The Newtonian System of the World, the Best Model of Government, an Allegorical Poem. Westminster 1728, printed by A. Campbell for J. Roberts.
Sempre a lui dobbiamo l’introduzione alla filosofia newtoniana (J. T. Desaguliers, Introduction to Sir Isaac Newton’s philosophy) e la traduzione inglese dell’introduzione di Gravesande alla filosofia newtoniana (Mathematical elements of natural philosophy confirm’d by experiments: or an introduction to Sir Isaac Newton’s philosophy, written in Latin by William James’s Gravesande; translated into English by J.T. Desaguliers). Tradusse anche testi d’idrostatica (Mariotte Edme, The Motion Of Water And Other Fluids: Being a Treatise of Hydrostaticks, Translated by J. T. Desaguliers) e di “meccanica del fuoco” del Francese Gauger.
8 All’origine della figura di Hiram v’è una serie di culti della vegetazione, praticati con persistenza in Gran Bretagna malgrado le perentorie condanne dei Protestanti, che celebrano epifanie del dio mitico che muore e rinasce. Innestatisi nella massoneria antica, che li custodisce gelosamente e in forma criptica mediante i proprî rituali, questi culti assumono le fattezze dell’architetto del tempio salomonico nel periodo in cui il gran maestro Desaguliers brevetta uno dei primi modelli di macchina a vapore.
9 Sul carattere omeostatico del mito le conclusioni di Lévi Strauss sono eloquenti: “la mitologia è statica: troviamo sempre gli stessi elementi mitici combinati tra loro a formare per così dire un sistema chiuso, al contrario della storia che è, evidentemente, un sistema aperto”. C. Lévi Strauss, Mito e significato, op. cit., p. 53.
10 Bisognerebbe ricordare che Newton dedicò più tempo all’alchimia e all’esegesi biblica che alla fisica, ed è abissalmente distante dallo scienziato razionalista, positivista e materialista dell’Ottocento. Non escludo che una delle ragioni del tentativo di far coesistere scienza e mitopoiesi sia scaturita dalla constatazione, sulle macerie della guerra dei Trent’anni, d’un’alterità forse inconciliabile tra la scienza, di per sé pluralista e dialogica, che procede per ipotesi e tentativi, e la religione, protesa a difendere con tenace assolutismo le proprie incrollabili verità. Il mito, a differenza della religione monoteista, è plurale, e non si erge a dogma.
11 “Omero ed Esiodo hanno attribuito agli dèi tutto quanto presso gli uomini è oggetto di onta e biasimo: rubare, fare adulterio e ingannarsi reciprocamente” (Senofane, secondo Sesto Empirico, in adv. Math. I 289). “Senofane ha scritto in versi epici, ed elegie e giambi contro Esiodo e Omero censurando quanto essi hanno detto degli dèi” (Diogene Laerzio, IX 18 sgg.). “Guardando all’universo nel suo complesso, dice che l’uno è dio” (Aristotele, Metafisica, A 5 986 b 18). “Dio è eterno e uno…” (Hippol. Ref. I 14). “ Senofane… insegnando che dio è uno e incorporeo…” (Clem. Alex. Strom. V 109).
12 Lc. 16, 18: “È più facile che abbiano fine il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino della Legge”.
13 Es. 20,4.
14 L’iconoclastia non si concentra nel denudamento delle chiese protestanti, ma introduce e diffonde un habitus mentale fondato sull’imperio della logica e perciò assolutamente intollerante per l’ambiguo mondo delle immagini, così affine all’irrazionale e incontrollabile dimensione fantastica. L’arte del Novecento, così dogmaticamente iconoclasta, rappresenta il naturale estuario di questo furore logico. E la tradizionale custode d’immagini, la pittura, dirottata dapprima su aneddoti e scene di costume, viene poi confinata nella sfera estetica; oggi, infine, è costretta alla macchia.
15 J. P. Sartre, L’imaginaire, Parigi 1940; trad. it. Immagine e coscienza, Torino 1976, Einaudi.
16 C. Lévi Strauss, Mito e significato, op. cit., p. 55.
“Il mito è davvero un’esigenza insopprimibile dello spirito umano? O rappresenta, più semplicemente, un momento della storia della coscienza?”. Dinanzi alle domande poste dal nostro squisito ospite, Bent Parodi, Kavafis non avrebbe esitato:
Se abbiamo abbattuto le loro statue
Se li abbiamo scacciati dai loro templi
Non per questo gli dèi sono morti. 1
 Da poeta, egli poteva esimersi dall’argomentare e nemmeno a malincuore avrebbe accolto l’amara conclusione di Jung: “gli dèi sono diventati malattie” 2; Kavafis non avrebbe sopportato di vedere gli attori del mito ridotti a comparse nel teatro delle nevrosi quotidiane. Ma con ciò il dilemma sulla natura del mito, fonte perenne o episodica fiumara, viene appena lambito, e non certo risolto. Tra coloro che nel mito vedono l’infanzia dell’uomo e della civiltà Vico e Comte, sia pure da angolazioni agli antipodi: cicliche le età di Vico, irreversibili quelle di Comte.
Il nesso tra mito e civiltà è tuttavia il punto nodale da affrontare. Assodato che il mito possa tuttora manifestarsi nell’uomo persino come patologia, e dunque rappresentare un momento anche cardinale nell’evoluzione della coscienza, resta da accertare se esso possa, ancor oggi o in futuro, nutrire la civiltà, costituirne un fondamento. Su questo punto nodale Bent Parodi sollecita la riflessione: “il tramonto delle ideologie 3 e la condizione attuale d’una società disillusa e orfana di tanti valori pongono con forza l’opportunità d’una risposta non provvisoria”.
Non è altro che una constatazione la mia asciutta risposta: è tempo d’eclissi. Tutt’altro che apocalittica, essa implica un prudente ottimismo: l’eclissi oscura solo temporaneamente la fonte di luce, e non modifica la sua natura. Tuttavia in questa occasione mi limiterò a cercare di mettere a fuoco quando e perché il mito s’eclissa e quali siano la sua natura e la sua funzione. Sulla possibilità che esso possa ancora nutrire la civiltà nel futuro, come tutto sommato credo, m’asterrò dall’esporre argomentazioni per ragioni di tempo, e me ne scuso in anticipo.
Lévi Strauss non nutre dubbi sul tempo, e non è certo l’unico: “nel diciassettesimo secolo gli uomini hanno rifiutato la mitologia” 4. In quell’epoca, precisa, la nascita del pensiero scientifico conduce la civiltà occidentale al divorzio dall’universo mitico: “la scienza, con Bacone, Descartes Newton e gli altri, non poteva sorgere che in contrapposizione con le vecchie generazioni del pensiero mitico” 5.
Penso che l’illustre antropologo e i tanti che condividono la sua opinione abbiano rovesciato i termini della questione, e confuso la causa con l’effetto. Non è la nascita del pensiero scientifico a eclissare il mondo mitico, è viceversa la lenta ma progressiva e inesorabile erosione del tessuto su cui il mito si radica a creare le condizioni per lo sviluppo del pensiero logico, e del metodo che la scienza utilizza.
Il mito è ‘narrazione’, questo il significato originario del calco greco, ma è evidente che non ogni narrazione, sia pure fantastica o immaginosa, possa essere considerata mito. Il crinale di demarcazione tra la narrazione e il mito cade sul ‘dramma’, cioè sull’azione: il mito non si racconta intorno al fuoco, il mito si danza intorno al fuoco. Il mito s’intreccia inestricabilmente con riti e culti. Più che raccontare, come una storia, esso ripete come la musica 6. Il mito tuttavia non chiede solo ascolto, ma anzitutto partecipazione: va incarnato,  vissuto, condiviso. Questo processo che congiunge narrazione e azione, e ha il proprio fulcro nel ritmo, cioè nella ripetizione rituale, possiamo definirlo ‘mitopoiesi’, cioè capacità e volontà di forgiare miti.
Forse troppo concentrati sulle strutture delle civiltà ‘primitive’, gli antropologi non sembrano essersi accorti che l’ultima mitopoiesi, cioè l’ultima generazione di miti, è in Occidente concomitante con la nascita della scienza. E ha per protagonisti gli artefici della divulgazione scientifica. Nell’epoca in cui la londinese Royal Society abbraccia il newtonianesimo e costituisce l’avanguardia del pensiero scientifico, il principale divulgatore di Newton, suo amico intimo e anch’egli membro della Royal Society, Jean Théophile Desaguliers 7, è gran maestro della massoneria. Sono gli anni in cui prende corpo la leggenda di Hiram, architetto del tempio salomonico, intorno al quale ruota l’intera massoneria.
Il mitologema di Hiram imporrebbe un’analisi approfondita che non è possibile affrontare in questa occasione 8. Basti dire che egli rappresenta l’ultima epifania di quelle divinità boschive o agrarie che ciclicamente muoiono, condividendo il destino dell’uomo, e rinascono. Nient’altro che una differente veste degli dèi ‘smembrati’ come Osiride e Dioniso, dunque, e non v’è da stupirsi: il mito è una sistema chiuso 9, una scacchiera sulla quale le varianti cui danno luogo le figure non sono infinite, e possono essere in buona parte codificate come nel gioco degli scacchi.
Hiram non è dunque un’invenzione, ma l’ennesima veste d’una persistenza mitica, e perciò non resta una semplice narrazione fantastica o leggendaria, ma si sostanzia in rito, rito cruciale su cui si fonda l’esistenza e la stessa ragion d’essere della massoneria. Muta lo scenario dei miti di rinascita, Osiride valga per tutti, che s’insedia nel paesaggio plasmato dalla nascente rivoluzione industriale: il cantiere architettonico, modello dell’universo, si presta a custodire l’atavica e mai svanita meta della palingenesi, che il massone vive in prima persona indossando le vesti di Hiram.
L’indiscutibile concomitanza nello stesso ambiente dell’elaborazione del modello scientifico, dello sviluppo della rivoluzione industriale e della mitopoiesi massonica, che rinnova la persistenza del mitologema iniziatico della rinascita, non solo testimonia che forse non vi fu divorzio, almeno inizialmente, ma che addirittura vi fu almeno un tentativo di creare coesistenza tra l’universo mitico e gli orizzonti della scienza 10.
L’eclissi del mito s’avvia ben prima della nascita del pensiero scientifico: comincia con l’affermazione delle religioni monoteiste. È con gli apologeti cristiani che assistiamo alla demolizione sistematica dell’edificio mitico, del tutto analogamente a quanto accade ai templi. Ai loro occhi, e a ragione, il mito non è altro che il multiforme aspetto del politeismo. Non è un caso che anche nel cuore della Grecia presocratica il postulato d’un dio unico generi condanne nei confronti del mito: Senofane, caposcuola della filosofia eleatica, è ricordato, significativamente anche dalla patristica cristiana, per aver insegnato che Dio è Uno, eterno e incorporeo, e al contempo per aver severamente censurato le narrazioni mitiche di Omero ed Esiodo 11.
L’inconciliabilità tra la fede monoteista e la pluralità manifesta nel mito si rivela appieno nel momento in cui Mosè, sceso dal Sinai con le tavole della legge, brucia e polverizza il vitello d’oro costruito dagli Ebrei. Non si tratta d’un episodio isolato, ma del paradigma costitutivo dello stesso monoteismo, per cui corollario dell’unicità di Dio è il primato della parola, strettamente associato alla totale svalutazione dell’immagine. La parola, nel farsi legge, diviene inequivocabile, assoluta 12 e stigmatizza perentoriamente la polisemia dell’immagine: “Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra” 13. Con la legge mosaica l’immagine è  bandita e costretta all’esilio.
La proibizione delle immagini comporta già la condanna del mito: la pluralità connaturata al mito si radica proprio nei suoi contenuti eminentemente immaginali. Il mito raduna sciami d’immagini, o meglio li tesse, donando loro trama e ordito. E le immagini, lungi dall’essere inequivocabili come la parola solidificata in legge, racchiudono una pluralità di senso dai confini incerti. Mentre il linguaggio verbale s’aggruma intorno a unità minime senza significato, i fonemi, nel mondo delle immagini non è possibile rintracciare un’unità minima che sia priva di significato. Dunque una costellazione d’immagini, qual è il mito, cela una ricchezza semantica che la parola non schiude mai completamente, e nemmeno può arginare.
L’iconoclastia diviene assioma per l’Ebraismo e l’Islam. Tutt’altro che assiomatica la questione nel Cristianesimo, animato da una duplice e conflittuale natura, l’ebraica e la greca; iconoclasta la prima, ‘iconopoietica’ o ‘iconurgica’, cioè forgiatrice d’immagini l’altra. Nel mondo cristiano la dialettica tra immagine e parola conduce periodicamente a un contenzioso che sovente si trasforma in conflitto aperto. A Bisanzio vinse l’anima greca, e non poteva essere altrimenti. Ancor oggi le chiese ortodosse celebrano solennemente la vittoria sull’iconoclastia l’11 marzo.
Ma le cose andarono diversamente durante la contesa tra Protestanti e Cattolici: l’iconoclastia finì per divenire l’abito mentale 14 dominante dell’Occidente, e oggi s’assiste al pressoché globale svanimento delle immagini. Nell’inflazione mediatica della nostra civiltà l’incessante flusso delle rappresentazioni visive riproduce e amplifica quasi esclusivamente percetti.
Immagine e percetto sono profondamente diversi. Un cubo mostra solo tre delle sue sei facce e anche girandogli intorno è impossibile averne una veduta globale. Nella percezione l’oggetto c’impone di moltiplicare i possibili punti di vista e il sapere si forma lentamente, per sedimentazione: nella percezione l’apprendistato è perpetuo. Se invece immagino il cubo con le sue sei facce e i suoi otto spigoli, “sono al centro della mia idea, la afferro tutt’un tratto”. Il sapere è immediato nell’immagine, essa “si dà integralmente, per quel che è, fin dalla sua apparizione” 15. Dunque un percetto è sempre e solo un frammento, un relitto alla deriva nell’oceano della quotidianità, e un’immagine sempre e comunque una globalità. L’immagine, con la sua simultaneità, si ritrae dal tempo, il corteo infinito e frammentario di percetti vi affonda.
Lo svanimento delle immagini, della loro polisemia, della loro atemporalità ha sottratto al mito fondamento e funzione: ad abbozzare una grammatica del mito, coglieremmo nelle immagini la morfologia, e nella ripetizione la sintassi che le organizza. Retorica e poetica sono tutt’uno. L’ossimoro, ovvero l’unione degli opposti, è origine e meta della narrazione mitica: essa narra nel tempo, perché costretta alla sequenza narrativa, ciò che al tempo si sottrae con l’eterno ritorno. È con la ripetizione incessante officiata dal rito che il mito s’assicura d’indicare nel senza tempo origine e meta dell’universo. Tramite l’eterno presente il mito innesca una terapia contro la morte.
Lévi Strauss ha giustamente sottolineato che la storia ha sostituito in Occidente il mito: “sono abbastanza propenso a credere che nella nostra società la storia abbia preso il posto della mitologia e adempia alla stessa funzione” 16. Difficile concordare però con la sua conclusione: mentre il mito invera un tempo ciclico e chiuso, ricorrente, che ha per epifania la natura e manifesta nel molteplice l’uno, la storia imprime al tempo una direttrice lineare e soprattutto irreversibile. Nel tempo della storia la ripetizione non è contemplata, la morte non conosce rimedio e superamento, e il mito è solo una vacanza della ragione.
Con la morte e resurrezione di Cristo l’evento ciclico della rinascita, narrato e ripetuto dal mito, si concreta nella storia e diviene unico e irripetibile: l’uomo può commemorarlo, ma non viverlo in prima persona. Solo alla fine dei tempi, forse, la carne troverà redenzione. L’eclissi che oscura il cielo nel momento della crocifissione annuncia l’offuscamento del mito e l’avvio inesorabile della storia.