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Porfirio
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Parliamo infine di quanto Omero vuole in modo
oscuro significare con l’antro di Itaca, che egli descrive con questi versi,
dicendo:
In capo al porto un ulivo dalla
lunga chioma,
vicino a lui l’antro amabile, tenebroso,
sacro alle Ninfe che Naiadi si chiamano.
Dentro (vi) sono crateri ed anfore
di pietra, dove le api serbano il miele.
Lì alti telai di pietra,
sui quali le Ninfe
tessono stoffe color porpora,
meravigliose a vedersi;
lì ancora acque che sempre scorrono. Due sono le porte,
l’una che scende verso Borea è per gli uomini,
l’altra verso Noto ha (un carattere) più divino;
per di là non entrano gli uomini, ché è la via degli immortali.
Che (il poeta) ha fatto menzione delle cose riferite, non avendole assunte quale
risultato di una ricerca (personale sul luogo), lo dimostrano coloro che hanno
dato per iscritto una minuta descrizione dell’isola, non ricordando alcun
antro siffatto nell’isola come afferma Cronio. D’altra parte è cosa
evidente, sarebbe assurdo che uno inventando un antro per licenza poetica, speri
di far credere il fortuito e l’inventato col simulare nel paese di Itaca vie
per gli uomini e per gli dèi.
Del resto, se non l’uomo, la natura di per sé avrebbe manifestato (una via)
per la discesa a tutti gli uomini e un’altra complementare per tutti gli dèi.
Poiché il mondo universo è pieno d’uomini e di dèi, l’antro di Itaca è
ben lontano dal persuadere che comporti in sé (la via) di discesa per gli dèi
e per gli uomini.
Pertanto, fatta questa premessa, Cronio dice che è evidente, non solo ai
saggi ma anche agli ignoranti, che il poeta si esprime in questi (versi) con un
linguaggio allegorico e allusivo, che induce a ricercare qual è la porta per
gli uomini e quale quella per gli dèi, e cosa significa questo antro dalle due
porte, che si dice sacro alle Ninfe, ad un tempo amabile e tenebroso, non
essendo l’oscurità affatto amabile ma piuttosto temibile.
Perché poi non è semplicemente detto sacro alle Ninfe, ma è con tutto rigore
attribuito a quelle che Naiadi si chiamano? E ancora a quale scopo l’impiego
di crateri e anfore, non contenenti alcun liquido, nei quali le api serbano il
loro miele come in arnie? E quegli alti telai posti (qui) quale dono alle Ninfe,
(fatti) non di legno o d’altra materia ma della medesima pietra delle anfore e
dei crateri? Ma questo è certo meno difficile (da comprendere): su questi telai
di pietra le Ninfe tessono stoffe color porpora, cosa meravigliosa non solo a
vedersi ma anche a sentirsi. Chi infatti crederà che le dee tessano panni color
porpora in un oscuro antro su telai di pietra, quando s’intende (poi) che i
tessuti medesimi delle dee e le vesti di porpora sono visibili? Oltre a ciò è
altresì strano che l’antro abbia due porte, delle quali l’una è preparata
per la discesa degli uomini, l’altra invece per gli dèi. E si dice che quella
accessibile agli uomini sia volta nella direzione del vento di Borea, quella per
gli dèi verso Noto.
Né poco è il dubbio sulla causa per cui attribuì le parti di Settentrione
agli uomini, e agli dèi invece quelle di Meridione, e per quale motivo non ha
usato piuttosto il Levante e l’Occidente, giacché quasi tutti i templi hanno
le statue e gli ingressi volti a Levante, in più, coloro che entrano, guardano
ad Occidente, allorché stando dinanzi alle statue tributano agli dèi preghiere
e riti.
Benché il racconto abbondi di siffatte oscurità, non è una favola inventata
per diletto, e nemmeno (del resto) contiene la descrizione di un luogo reale;
tuttavia il poeta, che pone per mistica ragione una pianta d’ulivo vicino (all’antro),
vuole attraverso esso altro significare. Certo, anche gli antichi stimarono
difficile investigare e spiegare tutto ciò, e noi, che tentiamo ora di svelare
le cose del loro tempo, siamo d’accordo con loro. Sembrano pertanto più
leggeri quanti, scrivendo la storia di (quel) paese, considerano intera finzione
del poeta e l’antro e le cose narrate su quello.
Eccellenti al contrario e accuratissimi quanti descrissero la conformazione di
quella terra; e (tra questi) Artemidoro d’Efeso scrive nel quinto libro della
sua opera divisa in undici libri: "Allontanandosi verso Levante da
Panormo, porto di Cefalonia, alla (distanza) di dodici stadi si trova l’isola
di Itaca, (che misura) ottantacinque stadi, stretta ed elevata, il cui porto è
chiamato Forcino; vi è in esso un lido nel quale si trova un antro sacro alle
Ninfe, dove si dice che i Feaci sbarcarono Ulisse".
Non sarebbe dunque cosa interamente inventata (quella) di Omero; ma sia che egli
abbia semplicemente narrato, sia che v’abbia aggiunto anche del suo, nondimeno
restano le questioni per chi ricerca l’intenzione, e di coloro che (lo)
consacrarono, e dell’aggiunta del poeta, giacché gli antichi non consacrarono
alcun tempio senza simboli mistici, né Omero a questo riguardo ci riferisce
alcunché a caso. Quanto più uno si sforzi di dimostrare che le cose
riguardanti l’antro non sono invenzione di Omero, e che questo prima di Omero
fosse già dedicato agli dèi, tanto più (questo) monumento si scoprirà pieno
dell’antica saggezza; e per questo vale la pena investigare, anzi è
necessario esporre in sé la simbolica (sua) consacrazione.
Dunque, gli antichi consacravano convenientemente gli antri e le caverne al
mondo, considerato sia nella sua sia nelle sue parti, attribuendo alla terra il
simbolo della materia di cui il mondo è composto; perciò taluni ne inferivano
pure che la terra fosse materia, e che gli antri significassero che il mondo
viene dalla materia. Poiché generalmente gli antri (hanno) formazione spontanea
e sono congeniti alla terra; racchiusi in una roccia uniforme, concavi all’interno,
si spingono all’esterno verso l’indefinito spazio della terra. Il mondo
generatosi e cresciutosi da sé è affine alla materia, che sasso e pietra chiamavano
metaforicamente, perché grezza e resistente (all’impronta) della forma, e
ritenevano (inoltre) per la sua mancanza di forma infinita. Ed essendo
fluida e priva in sé della (determinazione) formale, per la quale si plasma e
si manifesta, prendevano come cosa conveniente l’umido stillante degli antri e
l’oscuro e, come dice il poeta, tenebroso, a simbolo di ciò che è nel mondo
per la materia.
Da una parte dunque, il mondo a causa della materia, è tenebroso ed oscuro,
dall’altra, per il congiungimento della forma (alla materia) e l’ordinamento
dal quale trae anche il nome di ornamento, è bello e amabile. Donde con
proprietà si poté chiamarlo antro: ameno, per colui che lo consegue rettamente
per partecipazione delle forme; tenebroso per colui che cerchi di scrutarne e
penetrarne con la mente l’infimo fondamento. Cosicché le cose che si trovano
fuori, alla superficie, sono amabili, mentre quelle che sono all’interno, in
profondità, tenebrose.
Così i Persiani iniziano il miste istruendolo sulla discesa delle anime
sottoterra e sulla nuova uscita, dando il nome di caverna al luogo. Da
principio, come dice Eubulo, quando Zoroastro consacrò una caverna naturale sui
monti vicino alla Persia, florida e ricca di sorgenti, in onore di Mitra,
fattore e padre di tutte le cose, la caverna costituiva per lui una immagine del
mondo, che Mitra creò, giacché le cose che vi erano disposte a intervalli
appropriati, portavano i simboli degli elementi e delle regioni del mondo.
Dopo questo Zoroastro, invalse l’uso anche presso gli altri di compiere i riti
iniziatici in antri e caverne, sia naturali, sia costruiti da mano umana.
Infatti, come agli dèi celesti si innalzavano santuari, templi ed altari, ai
terrestri ed agli eroi are, ai sotterranei buche e sacrari, così al mondo antri
e caverne; parimenti poi alle Ninfe: a causa delle acque che stillano o
scaturiscono negli antri, ed alle quali presiedono le ninfe Naiadi, come
esporremo tra poco.
Non solo, come dicemmo, facevano dell’antro un simbolo del mondo sensibile, ma
lo assumevano anche a simbolo di tutte le invisibili potenze, per il fatto che
gli antri sono oscuri: così non appare la sostanzialità delle potenze. Dunque,
anche Kronos si prepara un antro nell’oceano e vi nasconde i suoi figli,
parimenti Demeter alleva Kore in un antro tra le Ninfe, e molte altre cose di
questo genere si ritroverebbero scorrendo le opere di coloro che parlano delle
cose divine.
Del resto, (si sa) che gli antri erano consacrati alle Ninfe, e tra queste
soprattutto alle Naiadi che si trovavano presso le sorgenti, e traggono il loro
nome dalle acque dalle quali sorgono fluenti; e lo attesta anche l’inno ad
Apollo, nel quale si legge:
Per te aprirono le sorgenti delle acque dell’intelletto
che dimorano negli antri
alimentate dall’alito della terra
per l’ispirato oracolo della Musa;
esse sgorgando sulla terra...
senza posa porgono ai mortali brocche (colme) delle dolci correnti.
Da qui, credo, presero le mosse anche i Pitagorici; e, dopo questi, Platone
rappresentò il mondo come un antro o una caverna. Perciò in Empedocle le
potenze conduttrici delle anime dicono:
Ecco, siamo giunte nell’antro coperto.
In Platone, nel settimo libro della Repubblica, si legge: "Ecco
infatti gli uomini in un antro sotterraneo, in una dimora simile a una caverna,
che abbia l’ingresso aperto alla luce esteso quanto tutta la caverna. E
rispondendo l’interlocutore: "Strana figura tu esponi", soggiunse:
"È necessario dunque, mio caro Glaucone, adattare questa figura a quanto
dicevamo prima: paragonando la sede che si rivela attraverso gli occhi, ad una
prigione, la luce del fuoco in sé, alla potenza del Sole"".
Da ciò è dunque provato che coloro che si occuparono delle cose divine,
consideravano gli antri quali simboli del mondo e delle potenze universali, ma
anche come già si disse, dell’essenza intelligibile, spinti (a ciò),
certamente, da diverse e differenti ragioni.
In effetti gli antri erano considerati (come simbolo) del mondo sensibile, per
il fatto che sono oscuri, petrosi, umidi; e tale è il mondo, a causa della
materia di cui è costituito, che è resistente (alla determinazione) e fluida.
Ma anche dell’intelligibile, perché non cade sotto il dominio del senso, e
per la solidità dell’essenza; così anche le potenze particolari non sono
percepibili, soprattutto quelle che si trovano nella materia. Difatti, gli antri
erano ritenuti simboli in conformità (alle modalità): naturale, notturna,
oscura, petrosa; ma niente affatto rispetto alla forma, come taluni pensavano,
perché non tutti gli antri sono sferici come quello che in Omero ha due
entrate.
Poiché l’antro ha (per definizione) duplice aspetto, non solo lo prendevano
come sostanza dell’intelligibile ma anche come essenza del
sensibile; così quello ora considerato, per il fatto di avere acque sempre
scorrenti, non potrebbe affatto essere simbolo della realtà intelligibile (in
sé) poiché supporta quello della forma congiunta alla materia. Perciò non è
sacro alle Ninfe dei monti né (a quelle) delle cime o ad altre del medesimo
genere, ma alle Naiadi, che traggono il loro nome dalle fonti.
Ora, noi chiamiamo ninfe Naiadi in modo particolare quelle potenze che sono
preposte alle acque, mentre (loro) chiamavano anche insieme le anime cadute
nella generazione. Si riteneva infatti che le anime seguissero l’acqua; la
quale è (esistenziata) dallo spirito divino, come dice Numenio; per questo
afferma, anche, che il Profeta disse: "Lo spirito di Dio aleggiava sulle
acque".
Per questa ragione gli Egizî non collocavano su (una base) solida tutti i
demoni, ma li collocavano su di un naviglio; e anche il sole e, in
breve, si deve sapere, tutte quelle anime che, cadute nella generazione, vengono
avvolte dall’umido. Donde Eraclito: "Alle anime sembra diletto, non
morte, il divenire umide: la caduta nel divenire è per loro diletto".
E altrove: "La nostra vita sembra la loro morte, e la loro vita la nostra
morte". Perciò il poeta chiama umidi" coloro che si trovano
nel divenire, dato che le (loro) anime sono pervase dall’umido. Perché a
queste riesce caro il sangue e l’umido seme, mentre a quelle "delle
piante l’acqua è di nutrimento.
Del resto, taluni sostengono che gli esseri dell’aria e del cielo si nutrono
dei vapori umidi, (che si liberano) dalle fonti e dai fiumi, e delle altre
esalazioni. Parve poi agli Stoici che il sole si nutrisse delle esalazioni del
mare, la luna di quelle delle acque delle sorgenti e dei fiumi, gli astri dell’esalazione
della terra. E per questo il sole trova la sua esistenza quale massa di
intelletto accesa dal mare, la luna dalle acque dei fiumi, e le stelle dall’esalazione
della terra. Ne consegue di necessità che le anime sono o corporee o
incorporee: così, quando attirano un corpo, soprattutto quelle che devono
essere imprigionate nel sangue e in umidi corpi, volgono verso ciò che è umido
e prendono corpo inumidendosi. Perciò quelle di coloro che sono morti vengono
evocate con l’effusione e di bile e di sangue, e quelle che amano il corpo,
attirando l’umido spirito, lo condensano in guisa di nube: perché l’umidità
condensata in aria forma la nube; ed essendosi condensato in esse lo spirito per
eccesso d’umidità, diventano visibili. Tra queste sono quelle che, per aver
contaminato lo spirito, si danno nella fantasia di taluni con l’aspetto di
fantasmi; tuttavia, quelle pure sfuggono alla generazione. E lo stesso Eraclito
disse: "L’anima secca è molto saggia". Perciò anche qui lo spirito
diviene umido e più molle per il desiderio d’intima unione, quando l’anima
attira il vapore umido per l’inclinazione alla generazione.
Di conseguenza, le ninfe Naiadi sono (in figura) quelle anime che vanno verso la
generazione. Donde il costume di chiamare ninfe coloro che per sposarsi,
quasi si unissero in vista della generazione, e di effondere con le acque
lustrali prese dalle sorgenti o dalle fonti o dalle fontane perenni.
Peraltro, per le anime che avanzano secondo natura nella perfezione e per i
demoni tutelari la nascita il mondo è sacro e amabile, pur essendo per natura
oscuro e tenebroso. Da ciò si congetturava che le stesse fossero aeriformi e
traessero dall’aria la (loro) sostanza. Per questo motivo sarebbe consacrato
sulla terra un antro loro conveniente, amabile e tenebroso ad immagine del
mondo, nel quale come in un grande tempio indugiano (tali) anime. Mentre è
conveniente alle Ninfe preposte alle acque quell’antro in cui sono acque che
sempre scorrono.
Sia dunque il presente antro attribuito alle anime e tra le potenze più
particolari alle Ninfe, che essendo preposte alle fonti e alle sorgenti, vengono
perciò chiamate Pegee e Naiadi. Quali differenti simboli abbiamo dunque,
riferentisi gli uni alle anime e gli altri alle potenze delle acque, per
ritenere che l’antro è stato consacrato in comune ad ambedue (le specie)?
Siano dunque i crateri di pietra e le anfore simboli delle Ninfe delle acque.
Difatti questi sono simboli di Dioniso in quanto che d’argilla, vale a dire di
terra cotta: per essere questi graditi quale dono al dio della vite, perché il
suo frutto è cotto dal fuoco del cielo.
Crateri di pietra e anfore convengono altresì molto bene alle Ninfe che sono
preposte all’acqua che sgorga dalle rocce, e quale simbolo sarebbe più
conveniente di questi alle anime cadute nel divenire e nell’individuazione?
Perciò il poeta osò dire che su questi
tessono stoffe color porpora, meravigliose a vedersi
È infatti nelle ossa e attorno alle ossa che si forma la carne e negli animali
queste tengono
della pietra, (di là) l’assimilazione con la pietra. E perciò i telai sono
fatti di pietra e non di altra materia. Le stoffe color porpora sono apertamente
la carne intessuta di sangue: difatti le tele (assumono) il colore purpureo dal
sangue, e anche la lana è tinta con (quello) degli animali, e la formazione
della carne si dà per il sangue e dal sangue.
Il corpo è la veste dell’anima che lo indossi; cosa meravigliosa a vedersi,
sia che tu consideri la struttura (di questo), sia l’unione dell’anima con
questo.
Così anche in Orfeo, Kore, che guarda a tutto quanto nasce da seme, è
tramandata quale tessitrice, giacché gli antichi chiamavano velo il cielo,
quasi fosse veste degli dèi celesti.
Per quale ragione dunque, le anfore sono piene non di acqua ma di favi? Perché
in esse, dice (il poeta),
le api serbano il loro miele.
tithaibossein sta a significare tithenai ten bosin
(depositare il nutrimento), e miele è per le api nutrimento e
vita.
Del resto, coloro che parlano delle cose divine si sono serviti del miele per
molti e diversi simboli, per il fatto che raccoglie in sé svariate potenze;’
ed è perciò che ha la capacità di purificare e conservare: infatti molte cose
si mantengono incorrotte col miele e le vecchie ferite si purgano col miele. È
dolce al gusto, e raccolto nei fiori dalle api, le quali avviene nascano dai
buoi.
Perciò dunque, a coloro che vengono iniziati ai misteri Leontici viene versato
sulle mani miele in luogo dell’acqua per lavarsi, ordinando di mantenere le
mani monde di ogni cosa dolorosa, dannosa, impura; e impongono cosi al miste,
data la capacità purificatrice del fuoco, convenienti lavacri, avversando l’acqua
come contraria al fuoco. Così pure purificano la lingua da ogni cosa falsa.
Quando invece offrono miele a Persa, come al custode dei frutti, fissano (così)
nel simbolo (la capacità) del conservare. Onde taluni sostenevano che il
nettare e l’ambrosia, che il poeta fa stillare dalle narici affinché non si
corrompano coloro che sono morti, sono presi per miele, giacché il miele è
nutrimento agli dèi. Perciò dice anche in qualche luogo: "nettare
rosso"; in effetti tale è il miele per il colore. Ma noi esamineremo
altrove con più accuratezza se per nettare si debba intendere miele.
In Orfeo poi, Kronos è insidiato col miele da Zeus: (questi) infatti, pieno di
miele diventa ebbro e, come ottenebrato da vino, s’addormenta.
Così pure in Platone, Poros s’empie di nettare: e non si trattava certo di
vino. Perché dice, in Orfeo, la Notte a Zeus suggerendo l’insidia col miele:
Quando tu lo vedrai sotto le querce dall’alte chiome, ebbro per l’opere
delle api dai sonori ronzii, legalo.
Ciò subisce Kronos: legato, è evirato come Urano; volendo intendere colui che
parla delle cose divine, che a causa del piacere sono incatenate e s’abbassano
alla generazione le divinità, disseminando (così) le potenze liberate per il
piacere. Onde Kronos evira Urano, (allorché questi) per desiderio di copula
scende verso Rea, ma una medesima cosa significa per loro il piacere che viene
dalla copula e quello che viene dal miele, ingannato dal quale Kronos è
evirato. In effetti Kronos e la sua sfera è il primo di quelli che hanno moto
contrario ad Urano; e le potenze discendono dal cielo e (dagli astri) vaganti.
Ma Kronos raccoglie quelle che vengono dal cielo, e Zeus quelle che vengono da
Kronos.
Donde, essendo il miele preso e per la purificazione, e per la corruzione
naturale,’ e per il piacere che conduce alla generazione, è attribuito quale
simbolo conveniente alle Ninfe delle acque, data l’incorruttibilità delle
acque cui sono preposte, la loro purezza, il concorso (che hanno) alla
generazione.
L’acqua infatti concorre alla generazione; e la ragione per cui le api serbano
il loro miele nei crateri e nelle anfore, sta nel fatto che i crateri
costituiscono il simbolo delle sorgenti: come pure il cratere è stato posto
accanto a Mitra in luogo della fonte; mentre le anfore di ciò con cui
attingiamo dalle sorgenti.
Sorgenti e fonti convengono allo stesso tempo alle Ninfe delle acque, e ancora
più, alle Ninfeanime che gli antichi chiamavano con nome specifico api, quali
operatrici di piacere. Onde Sofocle poté senza sconvenienza dire delle anime:
Lo sciame dei morti ronza e ascende.
Gli antichi erano soliti chiamare api anche le sacerdotesse di Demeter, preposte
come dee terrene alle iniziazioni, e la stessa Kore, Mellita. E ape chiamavano
la Luna, quale protettrice della generazione, anche perché per altro aspetto la
Luna è Toro, e l’esaltazione della Luna avviene (nel) Toro, e, in più, le
api nascono dai buoi. E nate da buoi (chiamavano) le anime giunte nella
generazione, e ladro di buoi il dio che ode nel secreto il divenire.
Già (in passato) è stato fatto del miele un simbolo della morte, e perciò
sacrificavano alle divinità sotterranee libagioni di miele, e del fiele quello
della vita.’ Volendo certo dire che la vita (razionale) dell’anima
viene a morte per il piacere, mentre rivive per l’amarezza: donde i sacrifici
di fiele agli dèi; oppure che la morte libera dalle cure, mentre la vita in
questo luogo è faticosa e amara.
Né tuttavia dicevano indistintamente api tutte le anime che vanno verso la
generazione, ma solo quelle che dovevano condurre una vita secondo
giustizia e, compiute le opere grate agli dèi, nuovamente tornare. Perché
questo vivente ama il ritorno, ed è giusto al massimo grado e sobrio: donde
sobrie (si dicevano) anche quelle libagioni fatte col miele. Né posavano
(,Sulla mensa) le fave, che avevano assunto quale simbolo della generazione continua
e dell’irrigidimento, giacché sono pressoché le sole, tra ciò che si
semina, ad essere interamente forate, non essendo segmentate dalle ostruzioni
dei nodi. Pertanto i favi e le api costituirebbero simboli convenienti e comuni
sia alle Ninfe delle acque, sia alle anime che vanno verso la generazione quasi
promesse spose.
Del resto, poiché gli antichissimi, prima ancora che si
concepissero i templi, consacravano caverne e antri agli dèi: in Creta i Cureti
a Zeus, in Arcadia a Selene e a Pan Liceo, ed in Nasso a Dioniso, e
inoltre in ogni luogo dove, propiziandosi la divinità con la caverna,
riconobbero Mitra, per questo Omero non si accontenta di dire che la caverna di
Itaca ha due porte, ma dice (anche) che l’una porta è volta verso
Borea, e l’altra, che ha (un carattere) più divino, verso Noto; e che quella
settentrionale scende: non indica invece se quella verso Noto scende, ma
solo che:
… per di là non entrano gli
uomini, che è la via degli immortali.
Resta pertanto da indagare quale sia il divisamento sia delle consacrazioni,
qualora il poeta esponga il vero, sia del suo oscuro detto, qualora sia un
racconto di sua invenzione.
Dato che l’antro costituisce l’immagine e il simbolo del mondo, Numenio e
Cronio suo compagno dicono che due sono nel cielo le estremità, delle quali una
non è più meridionale del tropico invernale, e l’altra non è più
settentrionale di quello estivo. Quello estivo poi è nel Cancro, mentre quello
invernale è nel Capricorno. Ed essendo per noi vicinissimo alla terra il
Cancro, a buona ragione (il suo segno) è attribuito alla Luna che è prossima
alla terra. Mentre il Capricorno, essendo invisibile più del polo meridionale,
è attribuito a quello che di gran lunga è il più lontano e alto di tutti (gli
astri) vaganti, cioè a Kronos.
In vero le posizioni dei segni dello zodiaco sono in (questo) ordine dal Cancro
al Capricorno: dapprima il Leone, sede di Helios; poi la Vergine, di Hermes; la
Bilancia, di Afrodite; lo Scorpione, di Ares; il Sagittario, di Zeus; il
Capricorno, di Kronos.
In senso inverso poi dal Capricorno: l’Acquario, di Kronos; i Pesci, di Zeus;
l’Ariete, di Ares; il Toro, di Afrodite; i Gemelli di Hermes; e infine il
Cancro, di Selene.
Coloro dunque che parlano delle cose divine ponevano essere due (il numero) di
questi ingressi: Cancro e Capricorno; e Platone parla di due bocche. Di queste,
il Cancro è quella per cui le anime discendono, ed il Capricorno quella per cui
ascendono. Ma il Cancro è settentrionale e atto alla discesa, mentre il
Capricorno è meridionale e atto all’ascesa. E le parti di Settentrione sono
proprie alle anime che discendono verso la generazione.
E rettamente gli ingressi dell’antro volti a Borea discendono per gli
uomini, mentre le parti di Meridione non sono proprie agli dèi, ma a coloro che
ascendono agli dèi. Per questa ragione (il poeta) dice via non propria agli
dèi, ma agli immortali, comune anche alle anime che sono per sé o per essenza
immortali.
Dicono che anche Parmenide facesse menzione di questi due ingressi nella (sua
opera) Sulla natura delle cose, e che se ne serbi memoria (presso) Romani
ed Egizî. Infatti i Romani celebrano, le feste di Kronos quando il sole entra
nel Capricorno; e festeggiano facendo indossare agli schiavi le vesti dei
liberi, e mettendo tutto in comune. (Con ciò) il legislatore volle dire che in
conformità a questo ingresso del cielo, coloro che per la nascita si trovano
ora nella condizione di schiavi, durante le feste di Kronos e nella casa
consacrata a Kronos, vengono liberati, e vivificati tornano alla generazione.
Quindi (a partire) dal Capricorno la via è per loro atta alla discesa; perciò
chiamavano janua la porta, dicendo anche januarius, cioè
portiere, il mese nel quale il sole ritorna dal Capricorno verso Oriente,
volgendosi alle parti di Settentrione.
Mentre per gli Egizî il principio dell’anno non è nell’Acquario, come per
i Romani, ma nel Cancro . Difatti Sothis, che i Greci dicono stella del Cane, si
trova presso il Cancro.
Il loro novilunio poi è costituito dal sorgere di Sothis, che dà principio
alla generazione nel mondo. Né in verità attribuivano porte al Levante e al
Ponente, né agli equinozi quali l’Ariete e la Bilancia, ma a Noto e a Borea,
[e agli ingressi verso Noto, massimamente meridionali, o verso Borea,
massimamente settentrionale]; che l’antro era consacrato alle anime e alle
Ninfe delle acque, e sono quelli i luoghi convenienti alle anime (sottoposte)
alla generazione e alla morte.
Quanto a Mitra gli era subordinata una sede particolare in Prossimità degli
equinozî; perciò porta il brando dell’Ariete, segno di Ares, ed è portato
dal Toro, (segno) di Afrodite: che Mitra, come il Toro, è demiurgo e signore
della generazione. Inoltre è posto in prossimità del circolo equinoziale,
avendo alla destra le parti di Settentrione, a sinistra quelle di Meridione; ed
avendo ordinato a sé, nella sua conformità,’ l’emisfero meridionale per
essere caldo, e quello settentrionale per la freddezza del vento.
Del resto, è con ragione che si associano i venti alle anime che vanno verso la
generazione, e a quelle che si separano dalla generazione, per il fatto che
anche loro attirano lo spirito, come pensano taluni, e ritengono tale sostanza.
Tuttavia, il vento di Borea è conveniente a quelle che vanno verso la
generazione: perciò il soffio di Borea "rianima" coloro che sono sul
punto di morire e "respirando male rendono l’anima" mentre quello di
Noto dissolve. Infatti l’uno essendo più freddo, congela e trattiene nella
freddezza della generazione terrestre, mentre l’altro, essendo più caldo,
dissolve e rimette al calore del divino. Ma essendo il luogo della nostra dimora
più conforme a Borea, è inevitabile che (le anime) informate convengano
a questo vento di Borea, e quelle che da qui si partono a Noto. E questa
è anche la causa per cui Borea è veemente allorché si alza, e Noto
allorché cessa. Difatti, quello incombe direttamente su coloro che abitano
sotto il polo, questo invece viene da molto più lontano: il (suo) flusso
(venendo) da lontano è più tardo (nel colpire), ma quando si sia accumulato
allora cresce.
Inoltre, entrando le anime nella generazione dall’ingresso settentrionale, per
questo presupposero proclive all’amore il vento; e infatti:
Simile ad un cavallo dalla nera
criniera si giacque (con esse)
che ingravidate partorirono dodici puledri.
E dicono ancora che rapì Orithya, e generò Zetes e Kalais. Al
contrario, coloro che assegnano agli dèi il Meridione, quando s’oppressa il
mezzogiorno, stendono veli nelle celle degli dèi. Osservando cosi il precetto
omerico che non (rende) lecita agli uomini l’entrata nei santuari al tempo
dell’inclinazione del dio verso Noto:
... ma è la via degli immortali.
Poiché il dio sta nel punto culminante sopra la porta, fissano pertanto
(con essa) anche un simbolo del mezzogiorno e di Noto. Quindi non era
assolutamente permesso parlare presso le porte a qualsiasi ora, quasi che
sacre fossero le porte. E per questo i Pitagorici e i saggi dell’Egitto, che
onorano col silenzio il dio che è principio dell’universo, proibivano di
parlare varcando gl’ingressi e le porte.
Così Omero sa che le porte sono sacre, come dimostra presso di lui Oincus, che
scuote (la porta) in luogo della supplica:
Scuotendo le salde imposte supplica il figlio
Così pure sa che gli ingressi del cielo, affidati alle Ore, traggono principio
dai luoghi nebulosi, e che la loro apertura e chiusura avviene mediante le nubi:
Sia disperdendo sia interpongano
una densa nube.
E per questo mugghiano, che anche i tuoni si danno dalle nubi:
Da sé mugghiano gli ingressi del cielo, che le Ore ministrano.
E altrove parla degli ingressi del sole, volendo significare Cancro e
Capricorno. (Il sole) in effetti procede fino a questi, discendendo da Borea
verso le parti di Meridione è di là ascendendo verso le parti di Settentrione.
Orbene, il Capricorno e il Cancro si trovano nella Via Lattea, della quale
vengono ad occupare le estremità: il Cancro, quella settentrionale, il
Capricorno, invece, quella meridionale.
Secondo Pitagora poi, la turba, (che si percepisce) nei sogni, è costituita da
quelle anime che, afferma, si riuniscono nella Via Lattea, così chiamata dal
latte di cui si nutrono (le anime) allorché cadono nella generazione. Perciò
coloro che evocavano le anime sono soliti fare libagioni a queste con miele
mischiato a latte: perché (queste) per il piacere si sono date cura di muovere
alla generazione, ed il latte si forma per natura insieme ad esse.
Inoltre le parti di Meridione suscitano persone di piccola statura: difatti il
calore le dimagrisce al massimo grado, ed è per questo stesso che diminuiscono
e disseccano. Mentre in quelle di Settentrione (le persone) sono tutte alte;
come provano Celti, Trací, Sciti, e la loro terra che porta innumeri pascoli.
Talché il suo stesso nome viene da pascolo: ma il nome pascolo
vale nutrimento, e di conseguenza (il vento) che spira dalla terra del
nutrimento, essendo nutriente, è chiamato Borea.
Per queste cose, dunque, le parti boreali convengono alla stirpe mortale,
cadente sotto la generazione; mentre le parti australi a quella (che ha un
carattere) più divino; parimenti le parti di Oriente agli dèi e quelle di
Occidente ai demoni.
Poiché la natura ha principio dalla differenziazione, stimarono ovunque ciò
che ha due porte come suo simbolo. Infatti, il viaggio si compie attraverso l’intelligibile
e il sensibile; e nel sensibile, o attraverso ciò che non erra o ciò che erra;
e di nuovo, o per cammino immortale o per mortale cammino. E v’ha un centro
sopra la terra e uno sotterraneo; e l’Oriente di contro all’Occidente; e la
sinistra e la destra; la notte e il giorno: per questo l’armonia (ha un
andamento) a doppia curva e saetta attraverso gli opposti.
Pure Platone parla di due bocche: attraverso l’una (passando) coloro
che salgono in cielo, attraverso l’altra coloro che scendono in terra. E
quanti parlano delle cose divine fissano il Sole e la Luna quali ingressi delle
anime; e per il Sole si sale, mentre per la Luna si scende. E due piti sono in
Omero:
Dei quali, l’uno dà doni di male, e l’altro di bene
Anche presso Platone, nel Gorgia, l’anima è tenuta per un pito: ed è
benefica per un verso, malefica per l’altro; razionale e irrazionale. Che i
piti, come le anime, costituiscono il ricettacolo di energie e qualità
siffatte. E in Esiodo si vede un pito chiuso, e un altro che il piacere apre e
per tutto disperde, rimanendo la sola speranza. Infatti, in coloro nei quali l’anima
è frivola, dispersa intorno alla materia, viene meno all’ordine; in tutti
questi, è solita pascersi di buone speranze.
Pertanto, essendo ovunque ciò che ha due porte simbolo della natura, è con
ragione che anche l’antro ha non una ma due porte, parimenti diverse per, modo
d’operazione: l’una spetta agli dèi e ai valenti (tra gli uomini), l’altra
ai mortali e più frivoli.
Anche Platone, che muove da ciò, conosce (il senso) dei crateri. e prende
(quindi) piti in luogo delle anfore, e due bocche, come dicemmo, in luogo dei
due ingressi.
E Ferecide di Siria, parlando di recessi, di buche, di antri, di porte e di
ingressi, vuole con ciò significare le nascite e le morti delle anime. Ma per
non estendere il discorso, introducendo i punti di vista degli antichi filosofi
e di coloro che parlano di cose divine, noi riteniamo con ciò di avere spiegato
tutto il disegno della narrazione.
Resta dunque da esporre il simbolo dell’ulivo piantato (in capo al porto);
cosa che infine (il poeta) palesa. Esso significa certo qualcosa d’ancora più
singolare, (poiché) non è detto semplicemente piantato, ma in capo (al porto):
In capo al porto un ulivo dalla lunga chioma vicino a lui l’antro...
Non è però per un caso, come si potrebbe opinare, che germoglia in questo
modo, ma esso contiene l’oscuro significato dell’antro. Poiché, infatti, il
mondo non si trova ad essere né per caso né per ventura, ma è compimento’
della sapienza di dio e della intelligente natura; (così) l’ulivo è piantato
accanto all’antro, immagine del mondo, quale simbolo della sapienza di dio. In
effetti è l’albero di Atena, ed Atena è sapienza. Poiché (Atena) è nata
dalla testa’ del dio, colui che parla delle cose divine ha trovato un
luogo conveniente, allorché lo consacrò in capo al porto; volendo con
ciò significare che questo universo non è opera nata da sé, né da caso privo
di ragione, ma è compimento di natura intelligente e di saggezza; che è per un
verso separata da lui, per l’altro vicina, posta alla testa di ogni porto.
L’ulivo poi, che è sempre verde, supporta una qualità molto conveniente alle
conversioni delle anime nel mondo, alle quali è consacrato l’antro.
Infatti durante l’estate le foglie candide volgono in su, mentre durante l’inverno
sono (solo) quelle più candide che si rigirano; onde anche coloro che invocano
nelle preghiere e nelle suppliche tendono ramoscelli d’ulivo, presagendo
(così) di mutare per sé in lucore l’oscurità dei pericoli.
L’ulivo, che è dunque per natura sempre verde, porta un frutto che è
lenimento alle pene, ma è pure offerto ad Atena, e la corona per gli atleti
vittoriosi si trae da lui, e da lui il supplice ramo per coloro che pregano.
Così anche il mondo è retto da intelligente natura, mosso da eterna e sempre
verde sapienza, dalla quale è concesso il premio della vittoria agli atleti
della vita e il rimedio alle molte pene, e colui che rinfranca i miseri ed i
supplici: il demiurgo che mantiene il mondo.
In questo antro dunque, dice Omero, bisogna deporre i beni di fuori, e spogli
cingere l’abito del mendico, e affliggere il corpo, e avversare tutto quanto
è superfluo, e piegare i sensi consigliandosi con Atena, con lei assiso alle
radici dell’ulivo, sul come recidere tutte le insidiose passioni della propria
anima.
Difatti non senza uno scopo, credo anche per queste cose Numenio stimava
che, per Omero, Ulisse costituisse nell’Odissea immagine di colui che
attraversa per gradi la generazione e che per tal modo è ristabilito presso
coloro che sono oltre ogni tempesta e non hanno esperienza del mare:
Affinché giunga presso coloro
che non conoscono il mare
e mangiano un cibo non condito col sale.
Del resto anche in Platone e il mare, e l’acqua del mare, e l’onda, sono la
sostanza materiale. E per questo, credo, chiamò Forcino il porto:
V’è poi un porto proprio a
Forcino, l’anziano del mare.
Dal quale fa discendere, all’inizio dell’Odissea, anche una figlia di
nome Toosa, da cui nacque il Ciclope che Ulisse privò dell’occhio, affinché
(cioè) sino in patria ci fosse ricordo degli errori. Onde conviene anche a lui
lo stare assiso sotto l’ulivo, come chi supplichi il dio e plachi il demone
natale col supplice ramo.
Non era infatti possibile liberarsi facilmente di questa vita sensibile a colui
che l’aveva orbata, e s’era adoprato per annullarla d’un sol colpo. Ma
sempre tiene dietro a colui che osa tali cose l’ira delle divinità marine e
materiali. Che è necessario prima placare con sacrifici, e ancora con fatiche
da poveri mendicanti e atti di perseveranza, ora combattendo le passioni, ora
incantando e ingannando, passando per ciò stesso attraverso ogni modalità,
acciocché, spogliato dei propri cenci, possa di tutto impadronirsi.
E neppure così sarà libero dalle fatiche, ma solo quando sia completamente
fuori dal mare, e ignaro delle cose del mare e della materia, a tal punto da
ritenere che il remo sia un ventilabro per la completa ignoranza degli arnesi e
dei lavori del mare.
Né è da ritenere che tali spiegazioni siano state forzate, e siano congetture
di quanti inventano ragioni. Ma considerata l’antica saggezza, e quanta fosse
la sapienza di Omero e la perfezione (che aveva) in ogni virtù, non è
possibile non riconoscere come nella forma del mito egli esprimesse per immagini
ciò che più ha (carattere) divino.
Non poteva infatti fingere per intero un argomento che dà nel segno, se non
rifacendosi per la finzione ad alcunché di vero.
Ma differiamo la trattazione di ciò ad altra opera, mentre ha qui fine l’ermeneutica
del principio che informa l’antro.
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