Conferenza tenuta
a Tolone
Conferendo in
italiano a un pubblico d’origini occitane, ho parlato molto lentamente,
cercando possibilmente termini poco complessi, ripetendoli spesso,
accompagnati da diversi sinonimi e articolando il minimo possibile le
locuzioni verbali. La trascrizione, pur snellita, mantiene molte di queste
caratteristiche che spero non annoino troppo il lettore italiano.
|
In
italiano esistono quattro parole per indicare l’atto di memoria: il
‘rammemorare’, o ‘tornare alla memoria’; il ‘rammentare’, o
‘tornare alla mente’; il ‘ricordare’ o ‘tornare al cuore’,
dal latino cor cordis; il ‘rimembrare’,
letteralmente: ‘rivivere nelle membra la memoria’, rivivere
con tutto il corpo. Rimembrare ha quindi in italiano un duplice
significato, cioè il restituire alla memoria, ma anche il ricostituire.
Infatti ‘smembrare’ è esattamente il contrario di ‘rimembrare’
e indica il ‘fare a pezzi’. Ecco perché parlerò dei “luoghi
della rimembranza”. Il mosaico è effettivamente, in origine, in
antico, “luogo della rimembranza”.
L’argomento
della conversazione è: quale filosofia si sostanzia nel mosaico e come
si sostanzi, quale filosofia si attui, entri in atto, divenga attuale
nel mosaico. Può stupirvi che vi sia una filosofia nel mosaico, ma
bisogna considerare che in età antica non v’è alcuna differenza
netta tra arte, scienza e religione; anzi arte scienza e religione sono
la stessa cosa. Può talora capitare che in certe civiltà l’arte o la
scienza o la religione abbiano il primato, ma in genere esse vivono
reciprocamente continui scambî.
Bisogna
considerare un altro aspetto; la filosofia in antico non è un sistema
astratto di pensieri come si può pensare sia oggi, è semmai una
pratica di vita, e ne parla egregiamente un autore francese, Hadot, in Esercizî spirituali e filosofia antica: anticamente la filosofia
era piuttosto una concreta pratica di vita che comporta degli esercizî,
esercizî quotidiani, per far sì che l’uomo s’incarni, viva e
giunga al termine della vita con la pienezza dei sensi, con la pienezza
del senso. Per esempio sia gli Stoici che gli Epicurei e massimamente
Pitagorici e Platonici praticavano questi esercizî. Un esercizio
stoico, descritto anche nel De
rerum natura di Lucrezio, è quello dell’attenzione, la prósoké. Lo Stoico continuamente memorizza il campo visivo, è un
esercizio di continua attenzione, potremmo dire di coscienza, per
mantenere la coscienza ogni istante.
Dire
dunque quale filosofia si sostanzia nel mosaico significa in altre
parole che il mosaico era un modo operativo attraverso cui
l’individuo, il mosaicista, aveva modo di connettersi al cosmo, di
connettersi al mondo intero. Per spiegare ciò devo accennare alle
origini del mosaico, ovvero al luogo, e molto probabilmente, quasi
sicuramente, il luogo originario del mosaico è Alessandria d’Egitto.
Nasce lì sia l’opus tessellatum,
che è il mosaico pavimentale a piccole tessere, sia l’opus musivum, che è un tipo particolarissimo di mosaico.
Proprio
ad Alessandria, nell’epoca dei Tolomei, si sviluppa una nuova tecnica
musiva, l’opus musivum. E
dal termine musivum oggi
indichiamo tutto il mosaico. Ma ha una caratteristica unica perché,
mentre tutte le altre opera
indicano la tecnica (per es. opus
tessellatum, composto di tasselli; opus
sectile, tagliato geometricamente; opus
incertum, composto di pezzi rotti) nel caso dell’opus
musivum il termine non indica la tecnica, bensì il luogo di
destinazione dell’opera.
L’opus
musivum serviva a decorare le fonti dedicate alle Muse e
‘mosaico’ ancor oggi è l’unica parola, con musica, che indichi
le Muse. Le Muse non rappresentavano come potremmo credere oggi semplici
personificazioni delle arti, rappresentavano molto di più. Ad
Alessandria, dunque, cominciano a costruire queste opera musiva, e il loro nome è Musaea.
Si tratta di fontane, per lo più a tre nicchie arcuate, decorate da
tessere di pasta vitrea, utilizzate anche per decorare le navi. Tolomeo
aveva sulla propria nave una grotta dionisiaca decorata in opus
musivum. Anche Gerone siracusano aveva una nave decorata allo steso
modo.
Perché
dunque proprio ad Alessandria la nascita del mosaico, dell’opus musivum? In quell’epoca Alessandria è un crogiolo di razze,
di lingue, di religioni. Pensate che la famosa biblioteca, quella che
andò bruciata, conteneva anche i libri di Aristotele. È lì che
l’alchimia occidentale si è sviluppata, con Bolo di Mende e Zosimo di
Panopoli. È lì che si vanno formando quelle particolari tendenze
cultuali, misteriche, esoteriche, la Gnosi, l’Ermetismo. Vi affluiva
il pensiero ebraico con Filone ebreo, e proprio in questo grande
crogiolo Tolomeo fece costruire il primo museo, il primo luogo delle
Muse, che non era, come pensiamo oggi, una collezione di oggetti. Il
museo, nelle intenzioni dei Tolomei, era piuttosto il luogo dove si
coltivavano le scienze che le Muse donano agli uomini.
Abbiamo
un’idea ancora vaga e approssimativa di quell’epoca, ma se
approfondissimo veramente, non solo in senso storico–filologico ma
anche più ampio, la storia di quell’epoca, vedremmo come le origini,
le radici della civiltà occidentale sono lì. Lì vi è in nuce tutto
lo sviluppo, come un fiume carsico che si inabissa e riappare, che ha
dato corso alla civiltà occidentale. Le Muse, dunque, non semplicemente
e solamente personificazione delle arti, ma qualcosa di ben più
complesso. Dai testi dell’epoca ci rendiamo conto del perché alle
Muse si dedicassero questi luoghi talmente importanti, talmente
significativi da essere diffusi in tutta l’area del Mediterraneo.
Questi piccoli Musaea li troviamo anche a Pompei, a Ercolano, a tre nicchie
decorate col mosaico (a sinistra una delle fonti pompeiane dedicate
alle Muse).
È
il tema della caverna che viene concretato, che viene attuato nei Musaea, il tema della grotta o dell’antro, cui un platonico come
Porfirio ha dedicato un libro, il De
antro Nimpharum. Le Ninfe sono molto vicine alle Muse, anzi talvolta
coincidono. Porfirio dice: “Zoroastro per primo consacrò in onore di
Mitra un antro naturale bagnato da sorgenti e coperto di fiori e
foglie”. Ispirandosi a queste credenze, dice Porfirio, i Pitagorici, e
dopo di loro Platone definirono il mondo come antro o caverna.
Conoscete,
immagino, il mito della caverna di Platone. Dopo la fase dei Dialoghi
Platone usa parlare per immagini, per metafore, per simboli –e non per
allegorie. La caverna è per Platone il simbolo della condizione
esistenziale. “Gli uomini –dice– vi sono incatenati sin dalla
nascita e costretti a guardare la parete della caverna senza potere
vedere altro, avendo alle spalle un fuoco che proietta le ombre sulla
parete, e l’uomo del mondo non vede altro che quest’ombra”.
Platone accenna anche a quel che può avvenire se l’uomo riesce a
liberarsi dalle catene e a vedere la vera luce, ma la condizione media,
quotidiana dell’uomo, è precisamente quella d’essere
metaforicamente incatenato e di cogliere della realtà, della profondità
della realtà, solo l’ombra.
Se
cominciamo a immaginare questi Musaea
decorati con l’opus musivum,
negli angoli delle ville romane ed ellenistiche, tra le fronde il verde
le piante, un po’ ombrosi, cominciamo a capire qual era il senso del
mosaico. Gli uomini di quell’epoca, dinanzi al mosaico, al mosaico
fatto di luce, che pure rifletteva luce, vedevano un’ombra della realtà.
Si potevano pensare, appunto, come l’uomo platonico della caverna.
Un
culto particolarissimo era dedicato alle Muse dai Pitagorici e dai
Platonici. Giamblico nella Vita
pitagorica scrive che quando Pitagora giunse in Italia, il Consiglio
dei Mille, il governo della città, lo invitò nell’assemblea e gli
chiese se avesse qualcosa di utile da dire ai Crotoniati. Allora
Pitagora consigliò di costruire un tempio alle Muse affinché queste
“conservassero la concordia, l’armonia che regnava tra i cittadini.
Infatti queste dee –prosegue Giamblico– hanno tutte lo stesso nome e
secondo la tradizione costituiscono una comunità”. Inoltre il coro
delle Muse “è sempre uno e il medesimo e in sé comprende: accordo,
armonia, ritmo, e tutto quanto crea concordia. La potenza delle Muse
governa non solo i più nobili principî delle scienze ma anche
l’accordo e l’armonia dell’universo”.
È
evidente che le Muse hanno un ruolo ben più complesso di semplici
personificazioni. Sempre Giamblico ricorda che a Metaponto, quando
Pitagora andò via, la sua casa venne trasformata in tempio dedicato
alle Muse. Notate che si dice: “Il coro delle Muse è sempre Uno e il
medesimo”. Il medesimo o l’identico, l’identità, è uno dei poli
centrali del Timeo di Platone.
L’universo, in fondo, è uno dei temi centrali della filosofia
platonica: la cosmogonia, ovvero l’origine del mondo e come dall’Uno
originario –che Plotino chiamava solo Uno– si giunga al molteplice.
Era un processo che veniva descritto col Delta (D) e non è un caso che
Alessandria d’Egitto sia stata fondata sul delta.
Il
delta rappresenta sinteticamente proprio il processo che dall’Uno
genera il molteplice, quello che i Platonici chiamavano emanazione.
Lo sforzo più grandioso, a cui il platonismo ha dedicato moltissima
riflessione, consiste proprio nello spiegare come dall’Uno si giunga
al molteplice. È nel corso di questo lavorìo del pensiero che le Muse
divengono immagine del percorso cosmogonico, immagine stessa di tutto il
mondo. “La potenza delle Muse –dice Giamblico– governa non solo i
più nobili principî delle scienze ma anche l’accordo e l’armonia
dell’universo”.
È
un ruolo molto importante, sono le Muse che mantengono l’ordine (in
greco Kreon, da cui ‘creare’, ‘creazione’). Quindi dedicare una
fontana anche piccola alle Muse non è un semplice gesto di decorazione
del giardino, è qualcosa di più, è creare una nicchia, un luogo, un
antro dove poter meditare mediante quegli esercizî quotidiani di
filosofia, e meditare il principale esercizio, quello di connettersi, di
legarsi, di intrecciarsi alla vita del cosmo intero. Colui che meditava,
l’uomo antico, davanti ai Musaea
si riconnetteva immaginativamente con il cosmo intero, diveniva parte
consapevole della catena infinita che lega l’Uno e il molteplice.
Ma
perché proprio le Muse? Troviamo già nei mitologemi relativi alle Muse
il motivo del mosaico, il motivo di queste piccole pietre che vengono
incastrate nella malta. Racconta il mito che le Muse, quando ancora si
chiamavano Trie (subiscono la stessa processione dall’Uno al molteplice e
quindi da Mnemosine divengono
tre, infine nove), sull’Elicona avevano insegnato a Ermes come predire
il futuro, osservando la disposizione dei sassolini in un catino
d’acqua perché le Muse, oltre le arti e la scienza, insegnavano ciò
che è, ciò che sarà, ciò che è stato; insegnavano in sostanza la
Sofia. È interessante quest’aspetto: la disposizione dei sassolini in
un catino d’acqua. E i Musaea sono
effettivamente dei “catini d’acqua con dei sassolini”.
I
Pitagorici, quando ragionavano sui numeri, sui numeri triangolari,
pentagonali, utilizzavano dei sassolini. Per un Pitagorico il numero non
è un’entità astratta, è una realtà spirituale che vive nello
spazio. Alla “spazializzazione dei numeri” si può ricollegare
l’uso del mosaico, e persino il termine tessera, che in greco ancor
oggi significa ‘quattro’. Il quattro nella filosofia pitagorica è
il solido, la solidità: è l’immagine del mondo. Nel Timeo
di Platone il cubo è il simbolo della Terra, quindi la singola tessera
viene pensata proprio come il punto estremo del passaggio dall’Uno al
molteplice: è il punto finale.
Si
tratta adesso di capire come questa filosofia si sostanzia nel mosaico.
I temi più frequenti nei Musaea,
ma in genere nel mosaico pavimentale o parietale, sono le figure divine
di Orfeo, Dioniso, Attis o Atteone, Osiride. Figure apparentemente
diverse tra loro, vivono in realtà, tutte, lo stesso destino. Sia Orfeo
che Atteone e Osiride sono divinità che vengono smembrate, vengono
fatte a pezzi. Muoiono crudelmente e rinascono. Orfeo viene lacerato; di
lui si salva solo la testa. Di Dioniso si salva una parte un po’ più
compromettente. Osiride è fatto a pezzi da Seth e la moglie–sorella
Iside è costretta a cercarlo e con estrema fatica lo “rimembra”.
Questo
non significa che il mosaico ritragga solo queste divinità, ma ancora
molti storici si chiedono come mai in Gran Bretagna il soggetto sia
sempre, ossessivamente, Orfeo. Chissà come mai. È figlio di una Musa,
la musica è il suo elemento, muore smembrato e ciclicamente si
“rimembra”, chissà come mai viene ossessivamente raffigurato nel
mosaico… Prima o poi, comunque, lo scopriremo… Anche
nel museo di Arles, di fronte a Saint Trophime, trovate mosaici
con figurazioni orfiche. È un momento centrale dell’epoca
ellenistica, il passaggio dalle divinità olimpiche –nel cielo,
sempre, divinamente e sommamente distaccate dall’uomo– ai culti
misterici in cui invece la divinità soffre, e soffre tremendamente il
destino dell’uomo e della terra.
Tutte
queste divinità condividono il destino dell’uomo e della terra e
questo spiega anche come mai in quell’epoca il cristianesimo ebbe
tanta fortuna e si propagò così rapidamente. I cristiani potevano
presentare Cristo come il Dio che si è concretato nella Storia, come
quel Dio mitico –fosse Osiride, Orfeo– che però è vissuto
realmente nel mondo e realmente è morto e risorto. Ecco perché veniva
inteso così facilmente il Cristianesimo: in tutto il bacino del Mediterraneo questi culti avevano già
preparato gli uomini all’idea di un dio che soffre. Queste divinità
–le chiamo gli smembrati, coloro che vengono fatti a pezzi– di cui
pietosamente si raccolgono le disjecta
membra, furono presentate come prefigurazioni mitiche d’un evento
storico.
Ecco
perché il mosaico è “il luogo della Rimembranza”. Perché
letteralmente il mosaicista “rimembrava” il dio morto,
nell’esercizio del mosaico e attraverso il mosaico rinato. È un
errore insistere sulla frammentazione nel mosaico. Finché noi parleremo
di mosaico come di ciò che è frammentato non lo riusciremo mai a
capire. Perché il mosaico è l’esatto contrario. Attraverso la
pratica del mosaico il mosaicista poteva incarnare in se stesso, vivere
in se stesso la filosofia platonica, ripercorrendo quel tragitto
cosmogonico dall’Uno al molteplice e poi a ritroso, à
rebours, dal molteplice all’Uno.
Come
lavora il mosaicista? Lavora con la sabbia, analoga alla materia prima, hyle,
che nel Timeo di Platone viene contrassegnata come il diverso, perché essa
deve continuamente accogliere il diverso ed essere diversa da ciò che
accoglie affinché lo possa generare, mentre il principio generatore è
l’identico, è il medesimo. Tutta la tecnica musiva continuamente
oscilla fra questi due poli. Il mosaicista parte dalla sabbia, il
molteplice informe, l’indistinto privo
di forma. Poi la sabbia viene sottoposta all’azione della fiamma,
viene purificata (dalla radice indoeuropea pyr,
‘fuoco’) e dalla molteplicità si torna all’Uno del blocco di
smalto. Ma come nella cosmogonia del Timeo,
quando si è raggiunta questa unità, nuovamente deve essere divisa, per
porla in termini d’accordo fra sé e le altre parti; e il mosaicista
infatti nuovamente taglia il blocco di smalto, dà luogo al molteplice
formato, alle tessere, corrispondenti a ciò che nella filosofia
platonica sono i germi di tutte le esistenze.
Si
giunge così alla frammentazione totale, le singole tessere. La prima
fase del processo è compiuta, siamo arrivati alla tessera, al solido,
alla solidità, ma la tessera viene ricomposta nell’unità
dell’Opera e diviene, in un processo ascensionale, Uno. Chi si
avvicina molto al mosaico vede le tessere e perde di vista l’Opera.
Quanto più ci si avvicina al mosaico, tanto più si vede la materia; se
ci si allontana si vede la forma e non si vede più la materia; se ci si
allontana ancora non si vede più la forma e si vede la luce. E
continuamente, dalla luce alla materia, dalla materia alla luce, il
mosaico per il mosaicista e l’uomo antico schiudeva il percorso
cosmogonico, tutta la fase cosmogonica di creazione, e soprattutto il
ritorno all’Uno.
In
questo modo il mosaicista poneva in atto le due indicazioni fondamentali
di Platone. La prima: Téchne ed
Epistéme devono sempre andare congiunte. Téchne, cioè l’arte, l’operare. Epistéme,
ovvero la scienza, il
contemplare. La seconda: per procedere nella conoscenza delle cose è
necessario prima disgiungere, separare (Platone lo chiamava diáiresis,
da cui dieresi) e poi unire, synagoghé,
mettere insieme. Il mosaicista nel dividere, secondo il consiglio di
Platone, seguendo le nervature delle cose, opera il processo di diáiresis e quindi nella composizione del mosaico giunge alla synagoghé.
Il testamento di Plotino per i suoi discepoli è contenuto in una
splendida massima: “ricongiungere il divino che è nell’uomo al
divino che è nell’universo”.
È
questa la Rimembranza racchiusa nel mosaico. Difficile avvertirla con
gli strumenti dell’archeologia o della storia. Poteva essere avvertita
solo da un grande poeta, animato dall’afflato della philosophia
perennis; da un poeta come Yeats: “se mi fosse concesso di vivere
un mese nell’antichità –confessava– credo che vorrei passarlo a
Bisanzio, un po’ prima che Giustiniano aprisse Santa Sofia e chiudesse
l’accademia platonica. Credo che potrei trovare in una qualche osteria
un mosaicista ‘filosofo’ che saprebbe rispondere a tutte le mie
domande, poiché il sovrannaturale discende più vicino a lui che allo
stesso Plotino”.
Il
mosaico è dunque in questo senso luogo della Rimembranza. Non solo
perché raffigura le divinità smembrate, ma perché esso stesso, come
queste divinità, frutto dello smembramento, viene ri–membrato ed è
concreta testimonianza di questo ciclico processo cosmico. In questo
senso il mosaico è immagine della comunanza, del mettersi insieme e
perciò è il luogo delle Muse, che secondo la tradizione costituiscono
una comunità. Giamblico insisteva sul carattere di questa comunità:
“il coro delle Muse è sempre uno, è il medesimo e in sé comprende
accordo, armonia, ritmo e tutto quanto crea concordia”.
Quando
un Greco diceva ‘armonia’ gli era trasparente la derivazione dal
verbo harmózo, ‘congiungo’.
Creare una cosa armonica significava che le sue parti erano accordate
tra loro in senso musicale. Tutta la processione degli esseri nel Timeo è frutto d’una armonizzazione secondo le consonanze che
ancor oggi governano la musica: il diapason,
l’accordo d’ottava; il diapente, l’accordo di
quinta; il diatessaron,
l’accordo di quarta.
Non
dispongo qui degli strumenti per dimostrare come e quanto l’armonia si
sostanzi nel mosaico; potrei a titolo d’esempio dire che tutta la
basilica di San Vitale a Ravenna è costruita su un sistema di
tripartizione del lato del quadrato, che ne divide l’area in nove
parti uguali –il numero delle Muse– e che i sistemi decorativi sono
tutti in diapente, in accordo
di quinta. Nel senso più alto il mosaico era esprit
de géométrie, nel senso letterale e profondo del termine.
Quindi
sia i soggetti, sia la tecnica, tutto riconduce al medesimo ambiente, al
medesimo motivo, e ciò spiega anche perché fra i mezzi artistici
antichi il mosaico sia stato assunto a mezzo per eccellenza dalla civiltà
bizantina, in cui raggiunge il suo apogeo. A Bisanzio, dove la
tradizione greca e cristiana si congiungevano perfettamente, dove il
tema così delicato e complesso dell’armonia fra le immagini e lo
spirito è stato dibattuto vivamente.
Il
mosaico è luce, ma paradossalmente va pensato come ombra, ombra di
quella vera luce che abbiamo alle spalle e non possiamo vedere. Ombra di
quella vera luce che l’uomo greco o romano immaginavano e pensavano
intimamente quando si trovavano davanti ai Musaea.
Ancora nel Medioevo l’abate Suger ci restituisce questa antica
disposizione d’animo che l’uomo dell’età alessandrina coltivava
dinanzi al mosaico: “quando con mio grande diletto, nella bellezza
della casa di Dio, l’incanto delle pietre multicolori mi ha strappato
alle cure esterne –mi ha strappato cioè alle distrazioni del mondo–
e una degna meditazione mi ha indotto a riflettere, trasferendo ciò che
è materiale a ciò che è immateriale, sulla diversità delle sacre
virtù, allora mi sembra di trovarmi, per così dire, in una strana
regione dell’universo che non sta del tutto chiusa nel fango della
terra, né è del tutto librata nella purezza del cielo e mi sembra che,
per grazia di Dio, io possa essere trasportato, da questo mondo
inferiore a quello superiore per via anagogica”. Davanti alle
“pietre multicolori” l’abate Suger prova tutto ciò, ascende al
regno delle Virtù.
Il
mosaico era uno strumento di meditazione. Era più di uno strumento, era
la meditazione, la possibilità
di vivere il percorso ascensionale che riconduce all’Uno, di incarnare
il motto di tutti i Platonici: E
pluribus Unum, dal molteplice all’Uno.
Domande del pubblico al relatore:
D.: Ciò che si
chiama ‘mosaico bizantino’ comincia a Bisanzio o a Ravenna?
È difficile stabilire primati assoluti; certamente il mosaico
ravennate ha peculiarità che mancano nei mosaici bizantini medievali:
la modulazione timbrica dello spazio–colore, massima nel mosaico
ravennate, si attenua o si spegne completamente in quello medievale. La
straordinaria sintesi nella figura è un’altra peculiarità ravennate.
Non ci troviamo dinanzi figure corporee, bensì immagini animiche delle
persone, e tuttavia v’è vivacità descrittiva nel tratteggiare i
volti. E ciò nel mosaico bizantino medievale viene meno: giunge a una
tipologia cristallizzata anche grandissima, ieratica, ma i volti sono
pietrificati nello stupore, gli occhi spalancati, immobili. Ravenna è
un luogo strategico, topograficamente simbolico. È una scaglia
d’Oriente arenata tra le paludi del Po, in un altro delta. Vi si
congiungono la tradizione decorativa orientale, che dal viluppo vegetale
tende all’astrazione, e l’occidentale, più descrittiva, figurale.
Ravenna costituisce un punto d’accordo rarissimo tra la figurazione
sintetica, che eviti quindi il mero, piatto realismo, e la descrizione
viva, attenta dei personaggi. Un carattere che riappare solo in certe
stagioni di Matisse. Quindi se Ravenna non è prima in ordine
cronologico, lo è per peculiarità.
D.:
A Ravenna, in
Galla Placidia, lo straordinario cielo stellato somiglia a un tappeto
persiano, e questi sono venuti molto più tardi…
Quei tappeti vengono
dopo, ma la tessitura precede il mosaico. Una delle tecniche che conduce
al mosaico è precisamente l’arte della tessitura. Di quest’arte il
mosaico mantiene la logica, lavora per trama e ordito. La composizione
musiva viene pensata entro una sorta di “scacchiera”. Nel mosaico
inoltre permane una notevole varietà di motivi decorativi sviluppati
dalla tessitura. C’è un altro aspetto: anche il tappeto ha, come
tutte le arti in epoca antica, un’origine sacrale. Spesso custodisce
vere e proprie topografie simboliche, veri e proprî itinerarî
iniziatici. Se il mosaico parietale è il luogo della Rimembranza, il
mosaico pavimentale può essere descritto come “il cielo in terra”:
manifesta la volontà di trascrivere l’ordine celeste, l’ordine del
firmamento, della volta celeste, sulla terra. Non dobbiamo dimenticare
che le città, Greci, Romani, Indiani, secondo le Scienze Tradizionali,
procedevano a orientarle (‘oriente’ deriva dall’indoeuropeo ‘oriri’,
sorgere; cioè disporsi in rapporto al levar del sole), e il processo di
orientamento poneva la città in rapporto con l’ordine cosmico. Le
porte –possono essere quattro o dodici– sono sempre disposte secondo
gli assi del simbolismo zodiacale corrispondenti ai solstizî e agli
equinozî. La porta aurea, per esempio, è per lo più corrispondente al
solstizio d’estate, in asse col nord, con il polo dell’Orsa,
talvolta coincide con l’est e l’equinozio di primavera. Allo stesso
modo il tappeto, la pavimentazione, hanno la stessa funzione di ordinare
la terra secondo le leggi del cosmo, secondo le leggi dell’armonia.
|