Relazione tenuta al convegno
Solitudini e angosce dell'uomo contemporaneo organizzato dal Rito simbolico italiano
nel 1996
|
|
1.
Dalle
colonne d’un giornale nazionale uno studioso cattolico ha accusato Mary Poppins, e quindi la Walt Disney, di magia e persino
satanismo. La simpatica governante infatti vola e compie altre
mirabilie. Ciò dà adeguata misura del persistente atteggiamento di certo
cattolicesimo nei confronti della fantasia e dell’immaginazione. Lo
svanimento dell’immagine è giunto a tal punto ch’essa non viene
riconosciuta nemmeno nelle sue più flebili apparizioni.
2.
L’atemporalità
dell’immagine affiora in questi lucenti versi del greco Kavafis: “Se
abbiamo abbattuto le loro statue / se li abbiamo scacciati dai loro
templi / non per questo gli dèi sono morti”.
3.
Brhad–aranyaka–upanisad,
VI, 1; VII° sec. a.C. I termini sanscriti sono naman (nome),
rupa (forma), karman (atto).
4.
Jean–Paul
Sartre, L’imaginaire, Parigi 1940; trad. it. Immagine e
coscienza, Torino 1976. A Sartre spetta il merito d’avere riproposto
la questione dell’immagine, malgrado abbia sottaciuto l’origine
plotiniana delle sue considerazioni; ciò spiegherebbe anche le
conclusioni che negano sorprendentemente la premessa, fondata sulla
differenza dell’immagine dalla percezione. Per una critica di questo
studio si veda l’introduzione al saggio di Gilbert Durand, Le
strutture antropologiche dell’immaginario.
|
Il mondo dell’immaginazione è il mondo
dell’eternità.
William Blake, For the Year 1810
iordano Bruno avrebbe manifestato vivo stupore per
l’argomento del dibattito. Lungi dall’essere un male che attanaglia le
moltitudini, la solitudine è nel suo pensiero, in ciò assolutamente
tradizionale, un bene conquistato da ristrette élites. Di solitudine è
lastricato l’arduo viatico della conoscenza, il Nolano lo sottolinea con
vigore nel Sigillo dei sigilli
(35):
“tutti quelli che si sono ritirati nella solitudine di un eremo sono
stati inventori nelle arti, nelle scienze, nelle virtù e nei costumi,
maestri, guide e pastori di popoli. Pitagora, che non frequentò uomini
per dieci anni, divenne grande e veritiero contemplatore della natura
delle cose. Dopo una solitudine di vent’anni Zoroastro progredì in ogni
magia e divinazione. Dopo la solitudine dell’Oreb Mosè riuscì a superare
in meraviglie i maghi egizî. Si dice che Gesù non abbia cominciato a
dire e operare miracoli prima del conflitto con il diavolo nel deserto”.
La solitudine, insomma, fonte d’insospettate e recondite facoltà
taumaturgiche.
Inconsueta per noi, abituati a considerarla una
piaga sociale, la solitudine del mondo antico si stende come un’oasi
rigogliosa intorno al pensiero e all’opera del saggio, avvolge nel
silenzio il passo dell’iniziato, di Tamino, dell’apprendista. La tacita
compagna dell’uomo di conoscenza riceve l’estremo, commosso omaggio in
un elegante disegno di Boccioni dall’eloquente titolo: Beata Solitudo
Sola Beatitudo. In un’aura luminosa sconosciuta alla terra, la
“beata solitudine” si staglia nel cielo. Con un velo di malinconia si
raccoglie nella meditazione, volgendo lo sguardo. I raggi del sole allo
zenit le carezzano la chioma; ai suoi piedi, entro l’aura, un biplano e
un dirigibile concretano il desiderio dell’uomo di compiere il
viaggio, d’ascendere alla luce. Sotto la linea d’orizzonte invece, sul
caotico coacervo del mondo odierno, stende il manto del suo imperio la
falce della morte: la fonte delle angosce dell’uomo d’oggi, il vero,
scheletrico volto dell’altra solitudine.
In luogo dell’orizzonte incerto e vago d’una
solitudine ‘sociale’, Boccioni offre alla meditazione due
solitudini antitetiche e polari quanto cielo e terra. L’oasi di luce
della “beata solitudine” non richiama però moltitudini. Le moltitudini
si schierano compatte a fianco della morte, pronte a marciare verso il
nulla, sin nel deserto. Non è la cercata e voluta solitudine della
conoscenza ad attanagliare l’uomo moderno, e nemmeno la solitudine che
talvolta aleggia intorno a timidezza e introversione. L’uomo moderno è
stretto nella morsa dell’altra solitudine, il deserto interiore.
Quell’arido deserto che in un lapidario verso di Eliot suona come un
epitaffio: “Noi siamo gli uomini vuoti”.
Da tempo il deserto interiore ha un nome,
nichilismo, ma non una cura. Il sintomo più vistoso, segnalato da
Nietzsche, si manifesta nella svalutazione dei valori supremi.
L’epidemia tuttavia dilaga e straripa. Il cono d’ombra
dell’annichilimento dell’invisibile oggi si dilata a comprendere persino
il visibile: all’eclissi del sacro fa seguito l’offuscamento della sua
principesca epifania, la natura. Non è la natura a svanire, per quanto
giaccia ridotta ormai a mera cosa, piegata a voleri e dettami della
tecnica; a svanire è il senso della natura, l’immagine della natura
nell’uomo.
E con il senso e l’immagine viene meno anche il
tempo della natura, solenne ritmo scandito da giorno e notte, dalle
stagioni, dal respiro dell’universo; ritmo che ciclicamente si perpetua,
ch’è all’origine del senso della misura, d’ogni gesto consapevolmente
ripetuto, d’ogni rito. Sulla periodica rinascita della natura, fulcro
d’una metafisica fondata su un tempo circolare, si è imposto il tempo
artificiale e rettilineo delle metropoli, incalzante, irreversibile: in
questa cornice irredimibile la morte, non più passaggio e nemmeno
compimento, è interruzione, accidens.
L’uomo moderno ha dimenticato che solo nel tempo si conquista il tempo.
Perciò il deserto gli cresce dentro.
Le due colonne cosmiche del mondo antico, il Sacro
e la Natura, sono state sommerse dalla marea nichilista. Perciò la
solitudine dell’uomo è oggi universale, e perpetua. La causa non risiede
nella svalutazione dei valori supremi, fondamento del sacro. In ciò è
semmai il primo effetto dell’onda montante, che prima di sommergere il
fondamento dei valori s’è infiltrata nel sottosuolo, erodendo, aprendo
fenditure e crepe nel terreno
comune
alle due colonne. La prima profonda fenditura si è aperta col
contenzioso sulle immagini: qui forse s’annida l’origine del nichilismo.
D’altronde ogni titanica guerra per il potere si accende sempre con una
battaglia d’immagini e sulle immagini.
La fenditura è oggi solco lungo e profondo quanto la
faglia californiana di S. Andrea,
il divario così ampio che l’uomo d’oggi non ha nemmeno la minima
consapevolezza dello svanimento dell’immagine. Vive nella pigra,
indiscussa convinzione che la sua sia la “società delle immagini”. In
effetti questa società mostra un amore sviscerato per la sua lustra
superficie. Vi si specchia ossessivamente e con malcelata soddisfazione
al pari di Narciso, nella superba convinzione d’essere la “più bella del
reame”. Ma nell’assillante circuito di massa dei mezzi di comunicazione
non vi sono immagini; e se filtrano, sono rade e smarrite: fantasmi
senza vigore.
Il contenzioso sulle immagini, uno dei punti nodali dell’aspra
disputa tra protestanti e cattolici, s’è concluso col pressoché globale
svanimento delle immagini. Il contenzioso che infiamma l’Europa del
Cinquecento si deve all’ennesimo affioramento della duplice e
conflittuale anima del cristianesimo, l’ebraica e la greca; iconoclasta
la prima, ‘iconurgica’, cioè forgiatrice d’immagini l’altra. Con una
radicale differenza rispetto all’età bizantina: non vi sono Greci a
modellare immagini ma gli eredi di Roma, più avvezzi a plasmare la
storia e il destino dei popoli.
Il fervore iconoclasta dei protestanti è subito annunciato dalla
gelida nudità delle loro chiese, ma la questione è tutt’altro che
circoscritta ai luoghi di culto. L’iconoclastia è anzitutto un habitus
mentale fondato sull’imperio della logica e perciò assolutamente
intollerante per l’ambiguo mondo delle immagini, così affine
all’irrazionale e incontrollabile dimensione fantastica. L’arte
contemporanea, così dommaticamente iconoclasta, rappresenta il naturale
estuario di questo furore logico. E la tradizionale custode d’immagini,
la pittura, dirottata dapprima su aneddoti e scene di costume, viene poi
confinata nella sfera estetica; oggi, infine, è costretta alla macchia.
Né va diversamente nell’Europa cattolica. Le macchinose
scenografie della Controriforma non servono a mostrare le immagini, ma a
occultarle dietro la coltre della storia. La pletora barocca di santi
dagli occhi riversi all’insù si bea d’immagini negate al fedele. L’arte
cattolica si prefigge di persuadere gli spettatori evitando con ferreo
rigore ogni possibile deriva dell’immaginazione
[1].
Eloquenti le reiterate invettive contro la Pietà di Michelangelo
o l’Assunta di Tiziano, per le fattezze giovanili di Maria avulse
dalla realtà storica: i critici cattolici intravidero nel viso
aggraziato di Maria l’inquietante volto senza tempo dell’immagine. E la
signoria delle chiese si esercita nel tempo.
I teologi bizantini che fissarono all’undici marzo la celebrazione
della vittoria sull’iconoclastia non potevano prevedere un drammatico
rovesciamento delle parti. L’immagine svolge nella loro teologia
l’officio cardinale di sposare l’umano al divino, è un foro che stilla
preziose gocce d’eterno nel mondo sensibile. Dinanzi alle opere
protestanti e cattoliche i Greci cristiani avrebbero indicato con
sgomento le dolorose stimmate del tempo. L’immagine invece è senza
tempo, ne sospende il corso. Non soggiace alla caduta dei gravi, sfugge
all’erosione che il tempo arreca alle cose. I cavalli passano, e anche
le moto. I centauri restano
[2].
Nel linguaggio per noi desueto di Bisanzio nell’immagine si
realizza la confluenza dei due mondi, l’umano e il divino (T. Studita,
Ep. Ad Naucratium, II, 67). In questa concezione è nitida l’eco
di Plotino, che in un noto passo riconobbe l’essenziale funzione d’arco
dell’immagine, di mediatrice fra il Pensiero e l’impronta della Natura,
primo e ultima nell’asse del cosmo (Enn., IV 4, 13).
Chissà che l’erede di Platone non rimanesse folgorato, nelle sue
scorribande orientali, dalla vertiginosa saggezza che lampeggia in una
Upanishad: “Tutto questo universo è una triade: nome, forma, atto”
[3].
Con sintesi inaudita l’Upanishad indica in concetto rappresentazione e
oggetto, per declinare in lingua moderna, le modalità dell’essere e
della conoscenza, superando di slancio il secolare dualismo tra spirito
e materia tipico dell’Occidente.
Ma Plotino, in un brano purtroppo assai poco frequentato, s’era
anche premurato di sottolineare con nettezza che immagine e percezione
appartengono a realtà diverse; che in altre parole la rappresentazione
abbraccia un duplice e antitetico orizzonte, come lo sguardo di Giano:
“nell’immagine termina la percezione e quando questa non c’è più, rimane
l’immagine visiva” (Enn., IV 3, 29). L’immagine, suggerisce
Plotino, distilla la percezione, la sgrava dalla ganga del tempo, la
sublima, l’approssima all’eternità del Nous.
L’immagine si ritrae dal tempo, la percezione vi affonda. Persino
nel traguardare lo stesso oggetto immagine e percezione rivelano la loro
fiera alterità: un cubo mostra solo tre delle sue sei facce e anche
girandogli intorno è impossibile averne una veduta globale. Nella
percezione l’oggetto c’impone di moltiplicare i possibili punti di vista
e il sapere si forma lentamente, per sedimentazione: nella percezione
l’apprendistato è perpetuo. Se invece immagino il cubo con le sue sei
facce e i suoi otto spigoli, “sono al centro della mia idea, la afferro
tutt’un tratto”. Il sapere è immediato nell’immagine, essa “si dà
integralmente, per quel che è, fin dalla sua apparizione”
[4].
Il divario diviene radicale se l’immagine allenta o scioglie i
legami con le cose per manifestare un tritone o un triangolo o altro
ancora. Per secoli nutrimento e diletto dell’uomo, l’immaginazione è
stata, per i pochi a godere della “beata solitudine”, viatico regio
della conoscenza, della trascendenza del tempo e della morte:
l’immaginazione si educava a coltivare e comprendere le immagini del
mito, si corroborava sviluppando i solidi platonici, soffermandosi in
particolar modo sul dodecaedro; quindi, se ne aveva la forza, si librava
nell’etere, verso la luce.
Istruzioni circostanziate si trovano per esempio in un’Enneade
di Plotino che passa oggi per un trattato d’estetica. Questo l’esordio:
“poiché chi è giunto a contemplare il cosmo intelligibile e a
comprendere la bellezza dell’Intelletto vero, può anche intuire il padre
dell’Intelletto ch’è al di là dell’Intelletto, tentiamo di vedere
come si possa contemplare la bellezza dell’Intelletto e del cosmo
intelligibile” (Enn., V 8. Il corsivo è mio, N.d.A.). Per
agevolare nell’arduo compito, Plotino offre come primo esempio due
blocchi di pietra, “il primo allo stato grezzo”, il secondo “già
sottomesso dall’arte alla bellezza della forma”; ma non si tratta d’un
cubo, bensì d’una Musa.
L’immagine è senza tempo e senza corpo: libera dal bozzolo, si
libra nell’aria. Coloro che sanno ascendere sulle ali
dell’immaginazione, “ebbri e sazî di nettare, non sono più dei semplici
spettatori”, conclude Plotino: “non c’è più il veggente da un
lato e la cosa vista dall’altro, l’uno fuori dell’altra” (Enn., V
8, 10). Invece “quelli che non vedono il Tutto credono
soltanto alla loro impressione esteriore”: restano in balìa dei percetti,
dell’insolubile dualità di soggetto e oggetto.
Ma il cinquecentesco contenzioso sulle immagini che fu in realtà
contro le immagini, s’è concluso col trionfo globale dei percetti
sbandierati dai mass–media. È malgrado tutto una vittoria di Pirro: il
percetto è nient’altro che il pallore fantasmatico della cosa e al pari
dell’oggetto che rappresenta non può non subire la stessa sorte, non può
sfuggire alle fauci di Saturno. L’incontrollabile e infinita
proliferazione d’oggetti e delle loro multiformi, tecnologiche
rappresentazioni, disvela totalmente l’ansia dell’uomo moderno, profonda
quanto ingenua, di sottrarre le cose al morso del tempo.
Il dominio planetario dei percetti ha sbarrato la soglia che
lasciava filtrare nel mondo dei sensi bagliori d’eternità. Ha consegnato
il mondo alla tirannia del tempo: non più immagine del Tutto, il
mondo è ridotto a mera cosa, una bomba a orologeria vagante nello
spazio. Nel deserto interiore dell’uomo moderno non alberga più alcuna
immagine, non vi sono epifanie d’eternità. Si avverte soltanto il
ticchettìo sordo e assillante del tempo.
Ma l’uomo ha bisogno dell’immagine. Il mondo gli propone oggi di
dirottarlo sugli oggetti: le merci. La sottrazione dell’immagine e la
sua restituzione in cosa sono essenziali per plasmare con profitto il
comportamento individuale e sociale. Ma dietro il bisogno d’immagine si
cela l’atavica brama d’eternità che l’oggetto non può appagare e semmai
infiamma, orientandola continuamente verso altri oggetti. L’investimento
immaginario dell’uomo moderno procede così per spostamenti continui in
un esasperante circuito chiuso in cui la crescita d’oggetti e di
desiderio è esponenziale. Il fiume d’oggetti gonfia a dismisura e
straripa, la fame d’immagine anche. E il deserto cresce.
V’è però, nello svanimento dell’immagine che ha sollevato la
spettrale apparizione del nulla, la possibilità di strappare terreno al
deserto interiore, di farvi crescere oasi. Lo svanimento oltre che
annichilimento può essere anche fonte di coscienza: si ha coscienza del
paradiso sul duro e nudo suolo della terra. Basterebbe l’esempio
dell’ecologia a segnalare quanto lo svanimento dell’oggetto sia fonte di
coscienza. Senza l’odierna spada di Damocle: la catastrofe nucleare o
climatica; senza il profondo distacco dalla natura e il suo profondo
degrado, senza la nostra vita così urbanizzata e artificiale, non vi
sarebbe ecologia: non vi sarebbe coscienza della natura. È finalmente
tempo di destare nell’uomo una viva coscienza dell’immagine: forse
riuscirà a liberarsi del deserto interiore.
|