Umberto Boccioni, Beata Solitudo Sola Beatitudo, disegno, 1908.

 

Lo svanimento dell’immagine

Lo svanimento dell’immagine

Alle fonti della solitudine

Alle fonti della solitudine

Maurizio Nicosia

 

 

Relazione tenuta al convegno
Solitudini e angosce dell'uomo contemporaneo organizzato dal Rito simbolico italiano nel 1996

 
1.    Dalle colonne d’un giornale nazionale uno studioso cattolico ha accusato Mary Poppins, e quindi la Walt Disney, di magia e persino satanismo. La simpatica governante infatti vola e compie altre mirabilie. Ciò dà adeguata misura del persistente atteggiamento di certo cattolicesimo nei confronti della fantasia e dell’immaginazione. Lo svanimento dell’immagine è giunto a tal punto ch’essa non viene riconosciuta nemmeno nelle sue più flebili apparizioni.
2.    L’atemporalità dell’immagine affiora in questi lucenti versi del greco Kavafis: “Se abbiamo abbattuto le loro statue / se li abbiamo scacciati dai loro templi / non per questo gli dèi sono morti”.        
3.    Brhadaranyakaupanisad, VI, 1; VII° sec. a.C. I termini sanscriti sono naman (nome), rupa (forma), karman (atto).
4.    Jean–Paul Sartre, L’imaginaire, Parigi 1940; trad. it. Immagine e coscienza, Torino 1976. A Sartre spetta il merito d’avere riproposto la questione dell’immagine, malgrado abbia sottaciuto l’origine plotiniana delle sue considerazioni; ciò spiegherebbe anche le conclusioni che negano sorprendentemente la premessa, fondata sulla differenza dell’immagine dalla percezione. Per una critica di questo studio si veda l’introduzione al saggio di Gilbert Durand, Le strutture antropologiche dell’immaginario.
Il mondo dell’immaginazione è il mondo dell’eternità.
William Blake, For the Year 1810

 

G

iordano Bruno avrebbe manifestato vivo stupore per l’argomento del dibattito. Lungi dall’essere un male che attanaglia le moltitudini, la solitudine è nel suo pensiero, in ciò assolutamente tradizionale, un bene conquistato da ristrette élites.   Di solitudine è lastricato l’arduo viatico della conoscenza, il Nolano lo sottolinea con vigore nel Sigillo dei sigilli (35): “tutti quelli che si sono ritirati nella solitudine di un eremo sono stati inventori nelle arti, nelle scienze, nelle virtù e nei costumi, maestri, guide e pastori di popoli. Pitagora, che non frequentò uomini per dieci anni, divenne grande e veritiero contemplatore della natura delle cose. Dopo una solitudine di vent’anni Zoroastro progredì in ogni magia e divinazione. Dopo la solitudine dell’Oreb Mosè riuscì a superare in meraviglie i maghi egizî. Si dice che Gesù non abbia cominciato a dire e operare miracoli prima del conflitto con il diavolo nel deserto”. La solitudine, insomma, fonte d’insospettate e recondite facoltà taumaturgiche.
Inconsueta per noi, abituati a considerarla una piaga sociale, la solitudine del mondo antico si stende come un’oasi rigogliosa intorno al pensiero e all’opera del saggio, avvolge nel silenzio il passo dell’iniziato, di Tamino, dell’apprendista. La tacita compagna dell’uomo di conoscenza riceve l’estremo, commosso omaggio in un elegante disegno di Boccioni dall’eloquente titolo: Beata Solitudo Sola Beatitudo. In un’aura luminosa sconosciuta alla terra, la “beata solitudine” si staglia nel cielo. Con un velo di malinconia si raccoglie nella meditazione, volgendo lo sguardo. I raggi del sole allo zenit le carezzano la chioma; ai suoi piedi, entro l’aura, un biplano e un dirigibile concretano il desiderio dell’uomo di compiere il viaggio, d’ascendere alla luce. Sotto la linea d’orizzonte invece, sul caotico coacervo del mondo odierno, stende il manto del suo imperio la falce della morte: la fonte delle angosce dell’uomo d’oggi, il vero, scheletrico volto dell’altra solitudine.
In luogo dell’orizzonte incerto e vago d’una solitudine ‘sociale’, Boccioni offre alla meditazione due solitudini antitetiche e polari quanto cielo e terra. L’oasi di luce della “beata solitudine” non richiama però moltitudini. Le moltitudini si schierano compatte a fianco della morte, pronte a marciare verso il nulla, sin nel deserto. Non è la cercata e voluta solitudine della conoscenza ad attanagliare l’uomo moderno, e nemmeno la solitudine che talvolta aleggia intorno a timidezza e introversione. L’uomo moderno è stretto nella morsa dell’altra solitudine, il deserto interiore. Quell’arido deserto che in un lapidario verso di Eliot suona come un epitaffio: “Noi siamo gli uomini vuoti”.
Da tempo il deserto interiore ha un nome, nichilismo, ma non una cura. Il sintomo più vistoso, segnalato da Nietzsche, si manifesta nella svalutazione dei valori supremi. L’epidemia tuttavia dilaga e straripa. Il cono d’ombra dell’annichilimento dell’invisibile oggi si dilata a comprendere persino il visibile: all’eclissi del sacro fa seguito l’offuscamento della sua principesca epifania, la natura. Non è la natura a svanire, per quanto giaccia ridotta ormai a mera cosa, piegata a voleri e dettami della tecnica; a svanire è il senso della natura, l’immagine della natura nell’uomo.
E con il senso e l’immagine viene meno anche il tempo della natura, solenne ritmo scandito da giorno e notte, dalle stagioni, dal respiro dell’universo; ritmo che ciclicamente si perpetua, ch’è all’origine del senso della misura, d’ogni gesto consapevolmente ripetuto, d’ogni rito. Sulla periodica rinascita della natura, fulcro d’una metafisica fondata su un tempo circolare, si è imposto il tempo artificiale e rettilineo delle metropoli, incalzante, irreversibile: in questa cornice irredimibile la morte, non più passaggio e nemmeno compimento, è interruzione, accidens. L’uomo moderno ha dimenticato che solo nel tempo si conquista il tempo. Perciò il deserto gli cresce dentro.
Le due colonne cosmiche del mondo antico, il Sacro e la Natura, sono state sommerse dalla marea nichilista. Perciò la solitudine dell’uomo è oggi universale, e perpetua. La causa non risiede nella svalutazione dei valori supremi, fondamento del sacro. In ciò è semmai il primo effetto dell’onda montante, che prima di sommergere il fondamento dei valori s’è infiltrata nel sottosuolo, erodendo, aprendo fenditure e crepe nel terreno comune alle due colonne. La prima profonda fenditura si è aperta col contenzioso sulle immagini: qui forse s’annida l’origine del nichilismo. D’altronde ogni titanica guerra per il potere si accende sempre con una battaglia d’immagini e sulle immagini.
La fenditura è oggi solco lungo e profondo quanto la faglia californiana di S. Andrea, il divario così ampio che l’uomo d’oggi non ha nemmeno la minima consapevolezza dello svanimento dell’immagine. Vive nella pigra, indiscussa convinzione che la sua sia la “società delle immagini”. In effetti questa società mostra un amore sviscerato per la sua lustra superficie. Vi si specchia ossessivamente e con malcelata soddisfazione al pari di Narciso, nella superba convinzione d’essere la “più bella del reame”. Ma nell’assillante circuito di massa dei mezzi di comunicazione non vi sono immagini; e se filtrano, sono rade e smarrite: fantasmi senza vigore.
Il contenzioso sulle immagini, uno dei punti nodali dell’aspra disputa tra protestanti e cattolici, s’è concluso col pressoché globale svanimento delle immagini. Il contenzioso che infiamma l’Europa del Cinquecento si deve all’ennesimo affioramento della duplice e conflittuale anima del cristianesimo, l’ebraica e la greca; iconoclasta la prima, ‘iconurgica’, cioè forgiatrice d’immagini l’altra. Con una radicale differenza rispetto all’età bizantina: non vi sono Greci a modellare immagini ma gli eredi di Roma, più avvezzi a plasmare la storia e il destino dei popoli.
Il fervore iconoclasta dei protestanti è subito annunciato dalla gelida nudità delle loro chiese, ma la questione è tutt’altro che circoscritta ai luoghi di culto. L’iconoclastia è anzitutto un habitus mentale fondato sull’imperio della logica e perciò assolutamente intollerante per l’ambiguo mondo delle immagini, così affine all’irrazionale e incontrollabile dimensione fantastica. L’arte contemporanea, così dommaticamente iconoclasta, rappresenta il naturale estuario di questo furore logico. E la tradizionale custode d’immagini, la pittura, dirottata dapprima su aneddoti e scene di costume, viene poi confinata nella sfera estetica; oggi, infine, è costretta alla macchia.
Né va diversamente nell’Europa cattolica. Le macchinose scenografie della Controriforma non servono a mostrare le immagini, ma a occultarle dietro la coltre della storia. La pletora barocca di santi dagli occhi riversi all’insù si bea d’immagini negate al fedele. L’arte cattolica si prefigge di persuadere gli spettatori evitando con ferreo rigore ogni possibile deriva dell’immaginazione [1]. Eloquenti le reiterate invettive contro la Pietà di Michelangelo o l’Assunta di Tiziano, per le fattezze giovanili di Maria avulse dalla realtà storica: i critici cattolici intravidero nel viso aggraziato di Maria l’inquietante volto senza tempo dell’immagine. E la signoria delle chiese si esercita nel tempo.
I teologi bizantini che fissarono all’undici marzo la celebrazione della vittoria sull’iconoclastia non potevano prevedere un drammatico rovesciamento delle parti. L’immagine svolge nella loro teologia l’officio cardinale di sposare l’umano al divino, è un foro che stilla preziose gocce d’eterno nel mondo sensibile. Dinanzi alle opere protestanti e cattoliche i Greci cristiani avrebbero indicato con sgomento le dolorose stimmate del tempo. L’immagine invece è senza tempo, ne sospende il corso. Non soggiace alla caduta dei gravi, sfugge all’erosione che il tempo arreca alle cose. I cavalli passano, e anche le moto. I centauri restano [2].
Nel linguaggio per noi desueto di Bisanzio nell’immagine si realizza la confluenza dei due mondi, l’umano e il divino (T. Studita, Ep. Ad Naucratium, II, 67). In questa concezione è nitida l’eco di Plotino, che in un noto passo riconobbe l’essenziale funzione d’arco dell’immagine, di mediatrice fra il Pensiero e l’impronta della Natura, primo e ultima nell’asse del cosmo (Enn., IV 4, 13). Chissà che l’erede di Platone non rimanesse folgorato, nelle sue scorribande orientali, dalla vertiginosa saggezza che lampeggia in una Upanishad: “Tutto questo universo è una triade: nome, forma, atto” [3]. Con sintesi inaudita l’Upanishad indica in concetto rappresentazione e oggetto, per declinare in lingua moderna, le modalità dell’essere e della conoscenza, superando di slancio il secolare dualismo tra spirito e materia tipico dell’Occidente.
Ma Plotino, in un brano purtroppo assai poco frequentato, s’era anche premurato di sottolineare con nettezza che immagine e percezione appartengono a realtà diverse; che in altre parole la rappresentazione abbraccia un duplice e antitetico orizzonte, come lo sguardo di Giano: “nell’immagine termina la percezione e quando questa non c’è più, rimane l’immagine visiva” (Enn., IV 3, 29). L’immagine, suggerisce Plotino, distilla la percezione, la sgrava dalla ganga del tempo, la sublima, l’approssima all’eternità del Nous.
L’immagine si ritrae dal tempo, la percezione vi affonda. Persino nel traguardare lo stesso oggetto immagine e percezione rivelano la loro fiera alterità: un cubo mostra solo tre delle sue sei facce e anche girandogli intorno è impossibile averne una veduta globale. Nella percezione l’oggetto c’impone di moltiplicare i possibili punti di vista e il sapere si forma lentamente, per sedimentazione: nella percezione l’apprendistato è perpetuo. Se invece immagino il cubo con le sue sei facce e i suoi otto spigoli, “sono al centro della mia idea, la afferro tutt’un tratto”. Il sapere è immediato nell’immagine, essa “si dà integralmente, per quel che è, fin dalla sua apparizione” [4].
Il divario diviene radicale se l’immagine allenta o scioglie i legami con le cose per manifestare un tritone o un triangolo o altro ancora. Per secoli nutrimento e diletto dell’uomo, l’immaginazione è stata, per i pochi a godere della “beata solitudine”, viatico regio della conoscenza, della trascendenza del tempo e della morte: l’immaginazione si educava a coltivare e comprendere le immagini del mito, si corroborava sviluppando i solidi platonici, soffermandosi in particolar modo sul dodecaedro; quindi, se ne aveva la forza, si librava nell’etere, verso la luce.
Istruzioni circostanziate si trovano per esempio in un’Enneade di Plotino che passa oggi per un trattato d’estetica. Questo l’esordio: “poiché chi è giunto a contemplare il cosmo intelligibile e a comprendere la bellezza dell’Intelletto vero, può anche intuire il padre dell’Intelletto ch’è al di là dell’Intelletto, tentiamo di vedere come si possa contemplare la bellezza dell’Intelletto e del cosmo intelligibile” (Enn., V 8. Il corsivo è mio, N.d.A.). Per agevolare nell’arduo compito, Plotino offre come primo esempio due blocchi di pietra, “il primo allo stato grezzo”, il secondo “già sottomesso dall’arte alla bellezza della forma”; ma non si tratta d’un cubo, bensì d’una Musa.
L’immagine è senza tempo e senza corpo: libera dal bozzolo, si libra nell’aria. Coloro che sanno ascendere sulle ali dell’immaginazione, “ebbri e sazî di nettare, non sono più dei semplici spettatori”, conclude Plotino: “non c’è più il veggente da un lato e la cosa vista dall’altro, l’uno fuori dell’altra” (Enn., V 8, 10). Invece “quelli che non vedono il Tutto credono soltanto alla loro impressione esteriore”: restano in balìa dei percetti, dell’insolubile dualità di soggetto e oggetto.
Ma il cinquecentesco contenzioso sulle immagini che fu in realtà contro le immagini, s’è concluso col trionfo globale dei percetti sbandierati dai mass–media. È malgrado tutto una vittoria di Pirro: il percetto è nient’altro che il pallore fantasmatico della cosa e al pari dell’oggetto che rappresenta non può non subire la stessa sorte, non può sfuggire alle fauci di Saturno. L’incontrollabile e infinita proliferazione d’oggetti e delle loro multiformi, tecnologiche rappresentazioni, disvela totalmente l’ansia dell’uomo moderno, profonda quanto ingenua, di sottrarre le cose al morso del tempo.
Il dominio planetario dei percetti ha sbarrato la soglia che lasciava filtrare nel mondo dei sensi bagliori d’eternità. Ha consegnato il mondo alla tirannia del tempo: non più immagine del Tutto, il mondo è ridotto a mera cosa, una bomba a orologeria vagante nello spazio. Nel deserto interiore dell’uomo moderno non alberga più alcuna immagine, non vi sono epifanie d’eternità. Si avverte soltanto il ticchettìo sordo e assillante del tempo.
Ma l’uomo ha bisogno dell’immagine. Il mondo gli propone oggi di dirottarlo sugli oggetti: le merci. La sottrazione dell’immagine e la sua restituzione in cosa sono essenziali per plasmare con profitto il comportamento individuale e sociale. Ma dietro il bisogno d’immagine si cela l’atavica brama d’eternità che l’oggetto non può appagare e semmai infiamma, orientandola continuamente verso altri oggetti. L’investimento immaginario dell’uomo moderno procede così per spostamenti continui in un esasperante circuito chiuso in cui la crescita d’oggetti e di desiderio è esponenziale. Il fiume d’oggetti gonfia a dismisura e straripa, la fame d’immagine anche. E il deserto cresce.
V’è però, nello svanimento dell’immagine che ha sollevato la spettrale apparizione del nulla, la possibilità di strappare terreno al deserto interiore, di farvi crescere oasi. Lo svanimento oltre che annichilimento può essere anche fonte di coscienza: si ha coscienza del paradiso sul duro e nudo suolo della terra. Basterebbe l’esempio dell’ecologia a segnalare quanto lo svanimento dell’oggetto sia fonte di coscienza. Senza l’odierna spada di Damocle: la catastrofe nucleare o climatica; senza il profondo distacco dalla natura e il suo profondo degrado, senza la nostra vita così urbanizzata e artificiale, non vi sarebbe ecologia: non vi sarebbe coscienza della natura. È finalmente tempo di destare nell’uomo una viva coscienza dell’immagine: forse riuscirà a liberarsi del deserto interiore.